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Archive for maggio 2014

IvanaNel suo ufficio al quarto piano di Yazenevo, Ivan Ivanovic Volkov, l’uomo che era a capo della quarta sezione della prima direzione centrale del KGB, ascoltava attentamente ciò che Anatoliy Kozlov aveva da riferirgli. Poi prese in mano il dossier che l’altro gli porse.
I due non erano amici. Kozlov dirigeva la quinta sezione che fra le altre nazioni comprendeva Italia e Grecia. Volkov, che veniva dal campo e aveva rischiato varie volte la vita, lo considerava un ambizioso Apparatcik, un grigio burocrate il cui orgoglio era di gran lunga superiore alle sue capacità; ma nel presente caso avevano collaborato.
Come sempre, il fascicolo era esaustivo. In Unione Sovietica non esistevano documenti che non fossero ricchi di particolari, dai più insignificanti (ma non vi era mai nulla di insignificante, pensava Volkov) ai fatti veramente importanti. Ogni individuo era schedato, e ciò valeva anche per i personaggi più potenti: il controllo era un’ossessione, e apparteneva tanto a Yazenevo quanto alla Lubjanka. Il profilo delle persone prese in esame ripercorreva dettagliamente tutto il cammino compiuto, dall’infanzia all’età attuale. In quel clima che può essere definito di cupa paranoia, prima e seconda direzione centrale si sorvegliavano a vicenda.
Come sua abitudine, Volkov lesse rapidamente. Nome e cognome. Genitori. Studi svolti. Altezza. Peso. Caratteristiche particolari. Note di merito. Arrivò al punto cruciale. Agente del SISDE, infiltrata nei gruppuscoli sovversivi di sinistra – gli utili imbecilli, avrebbe detto Lenin -, dove godeva di una certa influenza; in realtà, “reclutata” dal KGB per merito di un brillante agente illegale che operava prevalentemente in Italia.
Studiata ai raggi X, aveva superato tutte le prove: era una leale sostenitrice dell’Unione Sovietica e, dato che parlava perfettamente il russo, era previsto che nel giro di tre anni sarebbe stata promossa e trasferita a Mosca. Era dotata di un’ottima mira, sapeva battersi ed era intelligente e perspicace. Per una pura coincidenza, in quei giorni si trovava a Cipro in viaggio premio; e per un caso fortuito era stata rapita da Matrioska. Volkov si lasciò sfuggire una risata. “Stavrogin è sempre stato fortunato.”
“No.”, disse Kozlov. “Avrebbe comunque fatto in modo di incontrarlo.”
“Lui sa?”, domandò Volkov.
“Per il momento, no. Lo scoprirà fra breve.”
Volkov annuì. “Ben fatto, compagno.”

Il segnale di Ivana!
Questo significava che lo avevano individuato e seguito. Per Aleksandr la parola di un nazista valeva meno di zero, ciò nonostante era portato a credere che Altmann sarebbe venuto da solo. Per orgoglio. Per desiderio di vendetta. Il che voleva dire che, come aveva previsto, il tedesco era stato pedinato. E voleva anche dire che adesso si trovava in un punto imprecisato dietro di lui. In tal caso, sarebbe stato un bersaglio facile, però poi sarebbe intervenuto l’agente del SIS o la donna della CIA. Chiunque dei due fosse, Ivana non era in grado di fermarli: loro erano professionisti, lei una ragazza volenterosa che cercava di rendersi utile, ma il cui compito si era esaurito quando aveva acceso per la seconda volta lo zip. Altro non poteva fare.
Un problema alla volta, si disse.
Si mosse lateralmente, scrutando intorno a sé, e in quel momento gli giunse nitido il suono di due voci femminili, entrambe alterate; poi un rumore di lotta. A causa del vento o della disposizione delle rocce sulla spiaggia,  che erano posizionate a intervalli quasi regolari sulla sabbia, percepiva pressoché distintamente quanto avveniva a qualche decina di metri di distanza. L’italiana e l’americana si stavano battendo. Povera Ivana, pensò.
Un’esitazione che si dimostrò fatale.
Fu questione di un attimo e percepì un odore particolare, che ben conosceva. Reagì con grande prontezza. Spiccò un balzo, e contemporaneamente chiuse gli occhi e si tappò il naso. Se avesse esitato per un solo istante, sarebbe stato fuori gioco per almeno due ore. Gas paralizzante. Difelinammina. Il vento dissolse la piccola nube tossica, senza che Aleksandr riportasse danni rilevanti, ma quando si rialzò era lievemente confuso e l’Uomo di Ghiaccio era di fronte a lui. E aveva una pistola in pugno.
“Due parole, prima di accommiatarci per sempre.”, disse con calma Altmann. “Mi piacerebbe parlare più a lungo con lei, tenente, purtroppo però dietro di noi ci sono due gatte che si stanno accapigliando, e poiché vincerà la gatta americana non vorrei trovarmi con una pallottola nella schiena. Non sono uno stupido e ho capito le sue intenzioni. Qualcosa, comunque, le dirò. Conosco Berlino meglio di tutti voi. Conosco ogni buco, ogni passaggio segreto, ogni possibile anfratto. E continuerò a colpire, a dispetto di tutte le precauzioni che prenderete… mi scusi, che prenderanno i suoi successori. Mi farò beffe dei vagoni blindati, dei posti di controllo, e la mia rete si estenderà sempre più. Alla fine, il Reich vince sempre. Come si diceva ai tempi gloriosi? Deutschland über alles! Beh, quei tempi torneranno. E molto presto, caro tenente.”
Altmann prese la mira.
Stavrogin batté i tacchi.
Risuonò uno sparo.

Dall’altra parte del mondo, a Langley, in Virginia, era pomeriggio. Monica Squire si alzò dalla scrivania per stringere la mano a John Lodge, che d’ora in avanti avrebbe affiancato, vista la difficile convivenza con Howe. John le sembrò un tipo aperto e solare. La invitò al bar, dove ordinarono due caffè doppi. “Qualche piccolo problema di rivalità femminile?”, le domandò con un sorriso, prima di sorbire la bevanda calda. Aveva un bel sorriso, pensò Monica. “Sembrerebbe.”, rispose. Sapeva che sarebbe stato inutile aggiungere altro: sicuramente Lodge conosceva a memoria il suo dossier.
“Succede in tutte le migliori famiglie, ma sono sicuro che noi andremo d’accordo. Tanto per cominciare non sono bello come Kris!” Risero entrambi, e Squire si rese conto che John possedeva il raro dono di mettere a proprio agio la gente.
Lui bevve il caffè, poi divenne subito serio. “Più tardi ti mostrerò le foto della mia famiglia, una moglie e una figlia: si usa fra bravi colleghi; ma adesso dobbiamo occuparci di un problema che forse piccolo non è.”
“Devo preparare la valigia, agente Lodge?”
“Chiamami John. No, nessuna valigia. Ci saranno due diversi tipi di intervento, uno in loco e uno qui a livello di coordinamento, classificazione dati, etc. Qualora la cosa si rendesse necessaria, qualcuno ai piani alti si metterà in contatto con il Segretario di Stato. Il nostro compito è di verificare certe informazioni per poi analizzarle. Ma parleremo meglio nel mio ufficio.”
La guidò lungo un corridoio. La sua porta era la terzultima a destra. Entrò, si sedette a cavalcioni su una sedia, liberandosi della cravatta, e ne indicò un’altra a Monica, che si accomodò come lui. Anche se indossava una gonna piuttosto corta, Lodge non si sognò di sbirciarle le gambe. Un altro punto a suo favore. La donna si guardò attorno: era un ambiente di modeste dimensioni, molto pulito e ordinato; sulla parete di fronte alla finestra notò le famose fotografie, senza tuttavia soffermarsi a esaminarle. Lodge si protese per prendere un fascicolo da un ripiano.
“Un rapporto da Roma.”, disse. “Italia.”

Il cervello umano è simile a un computer: raccoglie un’infinita quantità di informazioni, ma, a differenza dei pc più obsoleti, a seconda dell’intelligenza, della capacità di discernere quelle utili, separandole da quelle ininfluenti, come farebbe un cercatore d’oro, si crea man mano un vasto bagaglio di conoscenza. Questo, naturalmente, non vale per tutti. Uno psicopatico tratterrà notizie che la sua mente distorta reputa a torto vitali. Un individuo di scarso comprendonio si lascerà sfuggire dati che in realtà gli potrebbero servire. Un uomo mediocre si accontenterà di immagazzinare un numero assai ridotto di input.
Ma un agente del KGB, reduce da un addestramento Spetsnaz, è una macchina.
In un millesimo di secondo, Matrioska comprese di aver commesso un secondo errore. Si era lasciato distrarre dalle voci concitate delle due donne che stavano lottando sulla spiaggia; questo errore ne racchiudeva un altro, ancor più grave: si era immedesimato in Ivana, aveva temuto per la sua sorte.
Se fosse sopravvissuto, il che era praticamente impossibile, avrebbe appreso una nuova lezione che avrebbe inserito in un luogo sicuro della mente.
Il rumore dello sparo lacerò la notte, mettendo in fuga gli ultimi gabbiani.
Stavrogin non provò dolore.
Vide, invece, Altmann barcollare. Poi il tedesco ringhiò: “Ci rivedremo ancora, tenente!”
Un istante dopo, era scomparso.
Matrioska pensò di inseguirlo, sebbene fosse più facile a dirsi che a farsi; era illeso ma un po’ di gas lo aveva comunque raggiunto e provava un vago senso di intorpidimento. In ogni caso, fu distratto da una nuova presenza.
Una giovane donna forte e atletica.
Ivana guardò in alto. La luna era completamente oscurata, le stelle solo pallidi puntini. “Non lo troveremo mai. Occupiamoci piuttosto dell’americana.”
Camminarono sulla sabbia, cercando di non finire contro un masso.
Il tragitto fu breve. L’italiana puntò un dito in direzione di un avvallamento.
La donna della CIA era legata mani e piedi. Ivana passò la Tokarev a Matrioska. “Con lei non mi è servita.”, disse scrollando le spalle con fare modesto.
“Chi sei?”, le domandò il russo.
“Nome in codice “Stella Rossa”. KGB, prima direzione centrale.”
Aleksandr la fissò pensoso. Poi indicò l’americana che li guardava con gli occhi colmi di terrore. “Sta a te decidere.”
“Ha sentito troppo.” Ivana rifiutò la pistola. “Ci sono altri metodi.”
“Pietà! Non voglio morire!”, gridò Kris Howe.
“Desiderio legittimo, ma irrealizzabile.”, dichiarò l’italiana con voce piatta. La trascinò fino al mare, mentre Kris continuava a urlare, vide che l’acqua era troppo bassa e si mise a cavalcioni su di lei. Aleksandr osservava impassibile la scena. Pietà! Quante volte avrebbe sentito quell’implorazione, quella supplica, che apparteneva ai deboli. Nel mondo in cui viveva non c’era posto per essa, non era consentito indulgere a sentimenti di compassione.
Per tre minuti Kris scalciò disperatamente, per quanto le era consentito dai nodi. Alla fine ogni movimento cessò.
Ivana tornò da Stavrogin. “Era una prova, vero?”
Matrioska annuì.

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ElisaSi allontanarono dalla villa in macchina. Elisa gli aveva tirato un bordo della giacca, invitandolo a seguirla, senza nemmeno guardarlo in faccia. Lui aveva obbedito. Si erano diretti verso il parcheggio. Per un attimo pensò alle scuse da trovare per aver lasciato la festa troppo discretamente. Sorrise. Forse… sicuramente, anzi, nessuno se ne sarebbe accorto. Avrebbero magari notato la mancanza di quell’efebico essere, quello che gli camminava un passo più avanti. Se avessero visto che se ne andavano assieme, ecco, forse si sarebbero ricordati anche di lui.
Arrivati alle prime macchine, lei si fermò. “Beh? Dove hai parcheggiato?”, gli chiese. Il lago si sfilava al loro fianco come un nastro di feltro scuro. Mauro non sapeva dove andare. Tra la cena e l’albergo, non immaginava cosa fosse la cosa più improbabile. Non che non avesse voglia di sesso, ma non era quello. Non voleva quasi neanche toccarla. Avrebbe voluto piuttosto immergersi nel verde dei suoi occhi e andare in fondo e una volta arrivato là, dove il colore prendeva sostanza, fermarsi a nutrirsi, a banchettare come uno di quei pesci i cui contorni poteva solo abbozzare.
Elisa guardava fuori dal finestrino. Si teneva le braccia al petto come se avesse freddo. Ma non faceva freddo. Le piaceva quella serata. Era sufficientemente opaca. Il paesaggio si confondeva in toni di grigio, una specie di Braque. Sarebbe bastato un filo di rosso, a disegnare una sagoma netta, per rendere impagabile il tutto. Non sapeva ancora che farsene di Mauro. Ma stava per mettersi a piangere alla festa, e questo proprio non poteva permetterselo. Ma non voleva stare tutta la notte a girare come una cretina. Almeno questo, no.
Chi era, poi, Elisa?, si domandò pigramente Mauro. E sono veramente sicuro di anelare a quegli occhi verdi, tanto diversi da altri occhi, del colore delle foglie autunnali?
Dopo le luci di un bar, c’era uno spiazzo non asfaltato che finiva praticamente sulla riva. Mauro rallentò ed accostò. Spense i fari e aprì lo sportello. “Ti va?”, le chiese. Elisa lo guardò per un attimo e scese anche lei, senza dire nulla. A qualche metro da loro c’erano due panchine. Presero possesso della prima e si sedettero accanto. Il lago era così buio, adesso, che avrebbe potuto inghiottirli. Guardavano davanti, oltre il lago, ma la notte aveva cancellato anche il bordo delle montagne. Elisa cominciò a guardargli le scarpe. Nere, con la suola abbastanza alta. Immaginò il corpo di lui, sotto la stoffa del vestito. Doveva essere una carne senza alcuna pretesa, dimenticata, doveva essere ciò che restava di ore di macchina, bugie sul lavoro, discussioni stantie con la moglie. “Ti odio, lo sai?”, gli disse. Passò qualche attimo. “E odio anche me.”. Mauro non le rispose. Non c’erano risposte. Era rimasto fermo, a quelle parole, fermo e immobile come se guardasse il suo cadavere da qualche metro d’altezza. L’unica cosa che riuscì a fare fu di spostarsi accanto a lei, sulla panchina. Non se la sentiva di abbracciarla. Gli bastava sentire il braccio di lei a contatto col suo. La panchina era una zattera, loro erano naufraghi e quella sera e il lago e la loro vita, anche loro, lo erano.
Adesso Elisa stava meglio. Il verde dei suoi occhi s’era riacceso. Aveva un buon profumo, addosso, si tirò le gambe al petto ed annusò il maglione per sentirlo meglio. Magari domani lo avrebbe anche rivisto, Mauro. Chissà. Non aveva fatto neanche caso ai suoi occhi. Magari nascondevano qualcosa, un odore di castagne, una parte di bosco che viveva nascosta da anni, visitata soltanto dalle farfalle e da qualche riccio intimidito. Qualcosa che avesse ancora un po’ di magia.

In realtà, lui aveva un pensiero fisso. Più che un pensiero, un ricordo. Più che un ricordo, un’ossessione. Un’immagine danzava sempre davanti ai suoi occhi, si celava in qualche angolo buio della stanza, quando a tarda ora si decideva a riporre il libro che stava leggendo senza capirlo, e si abbandonava a un dormiveglia composto da brevi momenti di sonno e bruschi risvegli. Questo fino alle prime luci del mattino.
Se poi c’era il sole, poteva ancora andare; se pioveva e il cielo era grigio e intristito, si abbandonava a pensieri foschi, al desiderio inconfessato di non vivere. Non così, almeno. Sole o pioggia, comunque l’immagine non lo abbandonava. Per quanto possa sembrare strano, essa conteneva anche un profumo, più precisamente diversi profumi. Quello di lei, inebriante, l’alito del mare condotto dal Mistral, perfino l’odore dei campi bagnati, e quello del fuoco di legna.
Perché tutto ciò che è bello, che è vivo, che è palpitante di emozioni, perché deve finire? Per quale ragione la magia deve essere sottratta, come per il sortilegio di un negromante malvagio?
Osservò Elisa, e trovò in se stesso un minimo di buon gusto per evitare raffronti, paragoni, che l’avrebbero vista perdente. Ristorante oppure sesso… alla fine il risultato non cambiava. Momenti effimeri, così diversi dall’assoluto. E l’assoluto aveva un nome, un viso, un rimpianto.
Si era interrogato spesso sui motivi che avevano indotto Cristiana a lasciarlo. Poi, aveva preferito lasciar perdere. Se una ragione c’era, egli la ignorava.
Guardò di nuovo Elisa. Conosciuta a una festa stupida, che fino all’ultimo aveva meditato di disertare.
Come aveva conosciuto, invece, Cristiana?
Lo rammentava bene: il ghiaccio della pista di pattinaggio riluceva ai raggi del sole; presto si sarebbe sciolto, ma non ancora. Era rimasto immobile a fissare la ragazza – all’epoca di dieci anni più giovane – che con la sua sola presenza oscurava tutte le altre. Era splendente, come i profili delle montagne innevate, come l’azzurro cupo dell’oceano al tramonto, come una notte scintillante di stelle cadenti.
Poi c’era stato il mare. La campagna fertile e verde, cosparsa di fiori sbocciati all’improvviso. Le città che avevano visitato, musei che racchiudevano impagabili capolavori, stradine sconosciute, imponenti palazzi edificati in tempi lontani, bistrot e pub, grande rouge e birre alla spina, giardini, percorsi da sentieri misteriosi, creati appositamente per loro. Così aveva creduto.
Assaporò il profumo di Elisa. Lo portava con sé la brezza del presente. Una donna indecifrabile, pensò. Ma poi, in fondo, che gliene importava? Non poteva scacciare la sua ossessione; questa si chiamava matematica, fisica, logica. E lui altro non desiderava che crogiolarsi in una teoria di ricordi che lentamente appassivano; ma quando questo accadeva, quando “sentiva” che era sul punto di avvenire, interveniva a colpi d’ascia mentali per impedire che succedesse.
Elisa… ristorante, sesso, solamente un momento fugace, destinato a sommarsi a tutti gli attimi inutili dell’esistenza, quantomeno della sua.
Eppure, quegli occhi verdi. Così differenti dai tappeti di foglie bruciate, dalle suggestioni dei boschi in autunno, dal passato che non tornava. O che, quando tornava, era solo a causa di un sogno che mai si sarebbe realizzato. La figura esile, il modo di muoversi, uno strano senso di contagio. Una malinconia trattenuta, che con il passare dei minuti era parsa svanire, sostituita forse da vaghe aspettative. Ma erano le stesse? Forse non era una donna felice, però poteva diventarlo; e magari, chissà, il destino gli offriva quell’opportunità. Se le sue spalle non erano sufficientemente ampie per scacciare i propri fantasmi, era tuttavia possibile che insieme ci sarebbero riusciti, vicendevolmente, ciascuno a modo suo, senza regole prestabilite. Non per consolarsi a vicenda – sarebbe stato ambiguo, un’illusione, un ingannare se stessi e nient’altro -, ma per intraprendere un cammino nuovo, posto che fosse ciò che il fato prevedeva.
Spostò lo sguardo sullo specchio d’acqua, ora illuminato dalla luna. Da ragazzo, la chiamava la Signora degli Incantesimi. In seguito, aveva cambiato opinione su questa e su molte altre cose.
Esistono magie che si ripetono? Indugiò, in cerca di un responso sensato a un quesito che non avrebbe mai immaginato di porsi. Dopo un attimo, convenne che era meglio non pensare, analizzare, razionalizzare, e via dicendo… seguire l’istinto, ecco!
“Tua moglie?”, gli domandò a un tratto Elisa, rompendo un silenzio che si era protratto troppo a lungo.
Lui si sfilò la vera e scosse la testa.
“Anch’io ti odio, sai?”
Lei lo scrutò, incuriosita.
“Perché?”
Non ci fu risposta.
Soltanto un bacio.
E un anello gettato nel lago.
Provocò un’unica piccola increspatura.
Poi l’acqua tornò tranquilla.

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Aleksandr“Esistono delle divergenze tra di noi.”, disse Ivana stiracchiandosi. Aveva trascorso un’ora molto intensa, e ne era estremamente compiaciuta.  “Grosso modo, ci sono tre diverse correnti di pensiero: alcuni, come me, parteggiano apertamente per l’Unione Sovietica; altri, invece, si richiamano a Trotsky e la detestano; altri ancora, infine, per il momento intendono abbattere le istituzioni borghesi e lo Stato capitalista, fantoccio degli americani, riservandosi di scegliere una linea d’azione in seguito, a rivoluzione avvenuta.”
Stavrogin la guardò con interesse. “E tu come mai sei dalla nostra parte?”
Prima di rispondere, Ivana rifletté, mettendo ordine ai suoi pensieri. “Principalmente per due ragioni.”, disse poi scegliendo con cura le parole. “Indubbiamente in Russia non è tutto oro colato, però i crimini di Stalin sono stati denunciati e, in ogni caso, l’Urss è a favore della pace e difende i Paesi del terzo mondo dall’imperialismo degli Stati Uniti. In secondo luogo, se non ci fosse stata l’Armata Rossa oggi noi tutti vivremmo sotto l’egida dei nazisti.”
“Intervennero anche gli Usa.”, la provocò Aleksandr.
La giovane fece una smorfia di disgusto. “Certo: distrussero due città con i loro maledetti ordigni nucleari, condannando anche le generazioni future. E poi, quanti americani sono morti a Washington e quanti milioni di russi sono periti per difendere la patria e salvare il mondo intero?”
Matrioska annuì. Ivana era una donna intelligente e preparata, non solo un bel corpo. Che fosse una fuoriclasse del sesso passava in secondo piano. Consultò l’orologio. L’incontro con Klaus Altmann era previsto per un’ora imprecisata, a partire dal crepuscolo; ma lui si sarebbe recato al luogo dell’appuntamento con largo anticipo. Anche il posto dove si sarebbero incontrati non era ben definito; comunque questo sarebbe stato un problema per entrambi. Si rivolse di nuovo a Ivana. “Compagna, ti affido un compito. Hai dichiarato di volermi aiutare e hai l’occasione per farlo. Desidero che tu mi guardi alle spalle. Altmann è affare mio, però non è detto che non venga seguito, a sua insaputa, dagli agenti del SIS. Lui ha parlato di operazione congiunta. Gran Bretagna e Stati Uniti. Ciò significa la presenza di qualche uomo di Langley. O più probabilmente di una donna, che in Italia ha già cercato di uccidermi.” La descrisse per sommi capi, quindi le domandò: “Sai sparare?”
Ivana annuì.
“Bene.” Le porse la Tokarev. Vide che la maneggiava con gesti calmi, da esperta. “A me non serve.”, aggiunse. “Utilizzerò un altro genere di arma. Il tuo compito è seguirmi, stando a circa duecento metri di distanza, e controllare quanto accade intorno. Non ti chiedo di ammazzare nessuno; ciò nonostante, se fosse necessario, ti dovrai difendere. Se noterai qualcosa di strano, ombre furtive, individui che si muoveranno in modo circospetto oppure una bionda che senza motivo si dirigesse verso il promontorio, farai scattare per tre volte l’accendino. Un minuto dopo, ripeterai l’operazione.”
“Fidati di me!”, ribatté Ivana con una nota di eccitazione nella voce.
“Vedi”, disse Stavrogin con aria pensosa, “io nutro un certo sospetto. Chiamalo sesto senso o semplice intuizione, dato che non dispongo di prove. Però credo che esista una frattura fra CIA e SIS, e una ulteriore frattura all’interno della Central Intelligence Agency. Klaus Altmann ha svolto un lavoro notevole a Berlino, e nel caso che io non lo elimini, continuerà a svolgerlo: per questo motivo, a Langley è tenuto nella massima considerazione. Ai grandi capi non interessa minimamente il suo orribile passato – hanno chiuso gli occhi su ben altro! Tuttavia, ci sono persone che non riescono a dimenticare le nefandezze che ha compiuto durante la guerra. Ora, sono convinto che l’americana appartenga a questa fazione e che, qualora fosse qui, abbia in mente un duplice scopo: ammazzare me, come del resto è logico, ma subito prima o subito dopo uccidere anche l’ex criminale della Gestapo, inscenando una messinscena dalla quale risulti che ci siamo ammazzati a vicenda. Per quello, devi guardarti attorno con estrema attenzione. Com’è la tua vista?”
“Dieci decimi.”
“Perfetto. Adesso muoviamoci.”

Anche Klaus Altmann, l’Uomo di Ghiaccio, uscì dall’albergo in anticipo.
Era rimasto a lungo sotto la doccia, si era cambiato d’abito e aveva ordinato un doppio cappuccino che gli venne servito in camera. Poi prese l’ascensore. Nella hall incontrò Bob Sheridan. L’inglese era di pessimo umore, a causa di quanto era successo al ristorante. Aveva sguinzagliato tutti i suoi uomini, eccetto tre, con l’ordine di trovare la spia russa. Ma sapeva che a meno di un nuovo errore commesso da Stavrogin non sarebbe stato per niente facile. L’alternativa era sorvegliare l’hotel, nell’attesa di un probabile attacco. Pertanto, aveva disposto i tre agenti rimasti con lui in quelli che reputava i punti strategici. Uno sul tetto, provvisto di fucile con mirino telescopico e visore notturno; un altro in un bar di fronte, seduto al banco, accanto all’ingresso munito di una vetrata che consentiva una buona visione della strada e dell’entrata principale dell’albergo; il terzo nel corridoio che portava alla camera del tedesco. “Si sarà travestito.”, gli ammonì. “Ma l’altezza, le spalle, quelle non può camuffarle”.
Lanciò uno sguardo interrogativo ad Altmann, poi si strinse nelle spalle quando questi dichiarò che voleva fare una breve passeggiata. L’ideale, spiegò, per vincere la tensione.
Kris Howe, che aveva ascoltato il colloquio tra i due, scosse impercettibilmente la testa. L’istinto femminile le suggeriva che ciò che  l’ex Hauptsturmführer della Gestapo aveva in animo di fare non era una banale passeggiata. Quale tensione, poi! Quell’uomo aveva il ghiaccio nelle vene. Aspettò qualche minuto, quindi scivolò fuori dalla porta di servizio.
Altmann si stava dirigendo verso il mare.
Kris lo seguì, tenendosi a debita distanza.

Il tramonto sopraggiunse in un prodigio di colori. Gli ultimi raggi del sole infuocarono le acque increspate dallo scirocco. I pescherecci si dirigevano verso un porticciolo poco distante, un velista solitario effettuò una perfetta virata e raggiunse la boa dove disarmò la barca e ripose con cura le vele nell’apposito sacco.  Sulla linea dell’orizzonte si intravedeva il profilo di una nave che faceva rotta verso la Turchia.
Sorse la luna, diffondendo una luce tenue; più in alto, gelide e irragiungibili, brillavano le prime stelle. Stavrogin appostato a trecento metri dal promontorio, oltre la piccola baia, scrutava nella direzione da cui presumibilmente sarebbe giunto Altmann. A intervalli regolari, però, si voltava per esaminare la striscia di sabbia che si estendeva dall’altra parte. Tutto si poteva affermare del tedesco, tranne che fosse uno sprovveduto.
Inoltre, poteva arrivare dal mare, a nuoto, dopo essersi avvicinato alla riva con un’imbarcazione, o dall’interno, attraverso sentieri sconosciuti.
Poi vide un’esile fiammella che si accese per tre volte, resistendo al soffio del vento.
Un minuto più tardi, la flebile luminiscenza comparve nuovamente.
Il segnale di Ivana.

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NicoleL’uomo obeso e tatuato scrutò la giovane bionda che si trovava di fronte. Era bella, esile, con gli occhi azzurri: il genere di donna che piaceva a lui. Con un sospiro le fece strada lungo un corridoio stretto e buio. Al di là di una massiccia porta, c’era il magazzino, fatiscente e ingombro di casse.

Catherine varcò la soglia del ristorante, pensando divertita a quanto stavano combinando nel frattempo le sue amiche. Avevano deciso di partecipare a un rodeo party. L’idea era stata di Meg – l’unica, a suo avviso, che forse sarebbe tornata a casa incolume. Vedeva già Heather e Patricia con le ossa rotte.
Naturalmente anche Catherine era stata invitata ma, benché fosse quella con le maggiori probabilità di successo, aveva giudicato la cosa poco dignitosa. Prese posto a un tavolo d’angolo, accanto a un’ampia vetrata che dava su un giardino interno, illuminato da una serie di faretti che gli conferivano un aspetto vagamente fiabesco. Studiò la lista e scelse costata, patatine fritte, gelato alla vaniglia e Diet Coke.
Il cibo era squisito e mangiò con appetito. Era stanca dopo una giornata di lavoro intenso, non aveva voglia di cucinare e, finito di cenare, sarebbe andata subito a dormire. Si augurava di non sognare Heather in lacrime.
Pagò il conto con la carta di credito. La cameriera che l’aveva servita, un’affascinante biondina, si allontanò di qualche passo, poi fece un gesto furtivo che a Catherine non sfuggì. Però, non le era chiaro il senso di quel movimento; nutriva un vago sospetto, ma non la certezza assoluta.
Incuriosita, la sera dopo tornò nello stesso locale. Aveva trascorso metà pomeriggio ad ascoltare rassegnata le vanterie di Meg e a guardarla cambiare continuamente posizione alla enorme coppa che aveva vinto. Quando, finalmente, si dichiarò soddisfatta, il sole era già tramontato da un’ora.
Il ristorante era pieno, all’infuori di un tavolino situato all’altra estremità della sala rispetto a dove aveva mangiato ventiquattro ore prima. E la cameriera era un’altra. Catherine sostenne di non avere fretta e di preferire il posto della sera precedente. “Per via del giardino.”, disse. Il maitre fece spallucce e le indicò il bar, suggerendole un aperitivo offerto dalla casa.
Infine, Catherine poté sedersi. Consumò ancora una cena eccellente e, al momento del conto, studiò con attenzione l’attraente cameriera bionda. Questa volta vide chiaramente ciò che faceva.
Tre giorni più tardi, sul tardo pomeriggio, si collegò con il pc al sito della banca e digitò il codice d’accesso. Fra gli ultimi movimenti registrati, figuravano regolarmente le spese relative alle due cene; meno regolari erano due prelievi di entità modesta, che in un estratto conto mensile o trimestrale sarebbero sfuggiti ai più, a causa di tutti i numeri complicati che sono prerogativa di tali rendiconti.
Un’ora dopo entrava di nuovo nel ristorante. Il “suo” tavolo era libero. Si affrettò a occuparlo e ancora una volta mangiò con grande gusto. Saldò il conto, sempre con la carta di credito, ed ebbe la prova inequivocabile di quello che faceva la truffatrice bionda. Aveva con sé una sofisticata macchinetta, dalle dimensioni molto ridotte che nascondeva in una tasca del grembiule, e mentre si dirigeva alla cassa clonava la sua American Express. Pochi dollari, della cui mancanza nessuno si sarebbe accorto. Ma, moltiplicati per dieci, per cento, per mille, quanto diventavano in un anno?
Catherine uscì e attese l’orario di chiusura nascosta in un portone.
Verso l’una di notte, la bionda, in minigonna e scarpe con i tacchi, salutò le colleghe e si incamminò in direzione opposta. Catherine la seguì lungo due isolati, poi la affiancò e la afferrò per un polso. L’altra, spaventata, cercò di liberarsi, ma la differenza di forza glielo impedì. “Cosa vuoi farmi?”, domandò alla donna che l’aveva aggredita e che, a causa del buio, non era ancora riuscita a riconoscere.

“Questa andrà benissimo per lei. E’ leggera, maneggevole e assai precisa.”, disse l’uomo obeso. “Ovviamente, il numero di serie è cancellato; ciò nonostante sarebbe bene che, portato a termine il lavoretto, lei se ne liberi nel più breve tempo possibile. In quanto al resto, io non l’ho mai vista e lei non ha mai visto me. E voglio soltanto contanti. Prima di concludere, controllerò i numeri di serie, lei mi capisce.”
La bionda annuì. “Quanto?”, chiese.

“Come ti chiami?”, le domandò Catherine. “Jill. Jill Appleton. Cosa vuoi farmi?”, ripeté. “Non ho danaro con me, soltanto pochi spiccioli.” Catherine la trascinò fino a un lampione. “Adesso mi riconosci? Non voglio derubarti, stai tranquilla. Più semplicemente, andremo insieme alla polizia.”
Jill la fissò impietrita. Poi scoppiò in lacrime. “Non sono una ladra!”, esclamò fra i singhiozzi.
“Io direi di sì, invece.”, obiettò in tono gelido Catherine. “E non sei una truffatrice occasionale… continuazione di reato… da quanti mesi ti appropri indebitamente dei soldi dei clienti? Coraggio, ti porto alla centrale.”
“Non voglio andare in prigione, ti prego!”
“Però, lo meriti.”
“Sì.”, ammise Jill. “Ma… ma… posso spiegarti.”
Alla luce del lampione Catherine notò che era mortalmente pallida. Provò un senso di pena. Sto invecchiando, si disse. “Sentiamo.”
“Non sono l’unica.”, affermò la bionda. “Non conosco le altre, però so che siamo almeno in venti; ciascuna opera in una zona diversa e lontana. Chi comanda l’organizzazione è una donna avida e spietata. Nicole Greene. Eravamo compagne al college, lei era di tre anni maggiore ma finse di desiderare la mia amicizia; poi io fui espulsa perché mi trovarono a letto con un’altra ragazza.
In seguito, Nicole mi rintracciò. Conosceva questa mia debolezza. Organizzò una specie di festa… ehm… molto intima. Mi fece bere, mi spinse a provare la coca. C’erano queste due cubane, una più bella dell’altra. Mi sedussero, passammo la notte a fare sesso e a tirare coca. Al mattino dopo, ero pentita. Ma Nicole aveva fotografato tutto. E da allora mi ricatta. Se i miei genitori vedessero quelle foto… mio padre è debole di cuore…non voglio pensarci!”
Catherine annuì. “Inoltre, se la denunciassi, finiresti in carcere anche tu. E, dolore dei genitori a parte, per una delatrice la prigione è l’inferno in Terra.”
“Non mi porterai dagli sbirri?”, le domandò ansiosamente Jill.
Catherine rifletté. Che Jill Appleton avesse sbagliato era fuori questione, ma quali alternative aveva? Se suo padre avesse visto le foto, avrebbe rischiato un infarto; e in seguito era entrata in un meccanismo perverso dal quale non era possibile uscire.
“No.”, disse infine. “Ho deciso di aiutarti.”
D’impulso, Jill la abbracciò, tuttavia poi si scostò. “Non puoi.”, ribatté con voce lugubre. “Nicole ti ha notata. A lei non sfugge nulla. Ti ha visto questa sera – di tanto in tanto viene a controllare – e non le sei piaciuta. Ha voluto sapere se era la prima volta che venivi a mangiare da noi. E, quando le ho risposto che ti avevo già servita due o tre volte, ha assunto un’aria pensierosa. Il maitre, per qualche ragione, le ha raccontato che avevi rifiutato un altro tavolo: lui fa parte della banda. Nicole è diventata fredda come un serpente. Grazie alla carta di credito, ti troverà. Rischieresti la vita, amica mia.”
“Amica? Mi chiamo Catherine. Credo che sia un po’ presto per considerarci amiche.”
Jill scosse la testa. “Per te, forse. Non per me. Tu sei la prima persona che mi ha teso una mano, sei la mia unica amica. Non voglio che ti succeda qualcosa di brutto.”
“Sono un’investigatrice privata e conosco il mio mestiere. Rilassati, Jill. Organizzerò una trappola perfetta. Fra un mese a partire da oggi, tutto sarà sistemato.”
Jill esitò, poi la baciò su una guancia. Catherine accolse quel bacio senza sottrarsi, sebbene provasse un lieve imbarazzo. Ma dentro di sé avvertì una profonda emozione. Avrebbe salvato quella sfortunata ragazza.
Mmmm, sto invecchiando, sussurrò alla notte, prima di spegnere la luce e di addormentarsi.

Nicole Greene l’avrebbe uccisa. Senza pietà. Nicole era più forte di Catherine, era più forte di tutti. Jill non poteva permetterlo. Aspettò che l’armaiolo controllasse il numero di serie dei dollari con cui lo aveva pagato, prese la pistola, fermò un taxi e indicò l’indirizzo di una casa lussuosa. All’ultimo piano, era ubicato lo sfarzoso attico di Nicole. Mentre suonava al citofono, si sentiva forte, di una forza che non credeva di possedere. Ti voglio bene, Catherine, pensò entrando nell’ascensore.

Fu un presentimento che indusse Catherine a recarsi nuovamente al ristorante. Sedette al consueto tavolo e aspettò che Jill venisse a raccogliere l’ordinazione. Si presentò una cameriera che non aveva mai visto. Catherine si alzò di scatto e uscì dal locale. Sapeva dove abitava Nicole Greene. Patricia aveva rintracciato il suo domicilio senza il minimo problema. Balzò in macchina e pigiò il piede sull’acceleratore, sfrecciando per le strade di Los Angeles. Aveva capito quello che la biondina aveva in animo di fare. Affrontò le curve ad andatura folle, effettuò un sorpasso sconsiderato che le valse una quantità di insulti, e infine arrestò l’automobile con un grande stridore di freni.

Jill entrò nell’abitazione. Le aveva aperto Roger, uno degli amanti occasionali di Nicole: una nullità.
“Cosa vuoi, Appleton? Perché non sei al lavoro?” La voce di Nicole Greene era fredda e imperiosa. Indossava un giubbotto di pelle. Evidentemente stava per uscire. Non nascose il fastidio che quella visita inaspettata le procurava. Era magra ma dall’aspetto atletico e muscoloso di chi dedica molte ore all’esercizio fisico.
“Sono venuta a regolare i nostri conti.” Jill si espresse in modo fermo; la voce non le tremava e neppure la mano, quando tirò fuori la pistola.
“Sei impazzita?”
“Oh, no. Non mi sono mai sentita meglio di adesso.”
Prese la mira e sparò.

Catherine suonò a vari citofoni, finché qualcuno, irritato, le sbraitò di non disturbare la gente a quell’ora. Pizza a domicilio? E che gli importava? Non era per lui. Un attimo dopo, tuttavia, l’investigatrice udì il clic e si catapultò verso l’ascensore. Era all’ultimo piano. Premette il pulsante e attese impaziente che scendesse.
Udì il suono dello sparo, che echeggiò nel silenzio della sera.

La pallottola sfiorò una spalla di Nicole, senza però colpirla.
Jill impugnò l’arma a due mani, come aveva visto fare in mille telefilm polizieschi, ma non riuscì a premere per la seconda volta il grilletto. Mentre Roger si ritraeva, terrorizzato, Nicole Greene le fu addosso. Le due donne lottarono per il possesso della pistola; poi, quando l’arma finì a terra, sfuggendo ad entrambe, continuarono a lottare, dapprima in piedi, quindi, in seguito a uno sgambetto di Nicole, sul morbido tappeto persiano che copriva il pavimento.
Jill si batteva con ferocia, allo spasimo, ma Nicole era più robusta. La immobilizzò, sedendosi a cavalcioni su di lei. La guardò trionfante e con calma disse: “Roger, vuoi essere così cortese da passarmi quello stupido arnese?”
Lui parve non comprendere. Nicole indicò con un dito la pistola.
Jill si dimenava disperatamente, ma il peso dell’altra la inchiodava al suolo.
Roger obbedì.
“Bene, piccola stupida. Credevi di vincere?”
Jill tentò ancora, invano, di liberarsi.
Fissandola negli occhi con una luce di eccitazione nello sguardo, Nicole cominciò a premere il grilletto.
Catherine scardinò la serratura facendo fuoco quattro volte. Irruppe nell’attico.
Osservò, sgomenta, la scena. Jill sotto, l’altra donna sopra. E la morte in agguato.
“Ferma!”, urlò.
Nicole sparò in bocca a Jill.
Un istante dopo, si alzò agilmente e prese di mira Catherine.
Si esercitava spesso al poligono ed era un’ottima tiratrice.
Risuonarono due spari.

Al funerale parteciparono pochissime persone. Alcuni anziani, che non avevano niente di meglio da fare, il pastore e quattro giovani donne.
Deposero una grande corona di fiori sulla tomba, sormontata da una semplice lapide che recava scritto: qui giace una splendida ragazza, strappata troppo presto dalla vita e da ciò che avrebbe meritato. Riposa in pace, amica Jill.
Mmmm, sto invecchiando, pensò Catherine, mentre frugava nella borsa per trovare un fazzolettino. Era la terza volta che formulava quel pensiero, e ne era consapevole.
In ogni caso, non avrebbe dimenticato facilmente Jill Appleton.

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l'uomo di ghiaccio“Se mi permette, signor direttore, desidero fare una premessa.”, disse Monica Squire. “La lotta nel fango non mi interessa, né quella reale, né in senso figurato. In quanto a quell’uomo, il russo, non conosco il suo nome; non me lo hanno voluto dire, sembrava un segreto di Stato. Ciò che so è che è terribilmente pericoloso. Freddo, determinato, spietato. Ed estremamente efficace.”
“Lei pensa che Howe e Sheridan possano eliminarlo?”
Monica scosse la testa. “No, signore. Kris è bravissima, è… era la mia maestra, ma non credo che sia in grado di competere con il russo. Forse, un’unica persona potrebbe riuscirci. Altmann.”
“L’uomo di ghiaccio.”
“Proprio lui, signore.”
Harrison si versò un altro bourbon. “E lei ci riuscirebbe, agente Squire?”
Monica rifletté prima di rispondere. Era tentata di dire ‘sì, ci riuscirei ‘; ma si rese conto che era spinta dal risentimento che provava per Kris, da un desiderio di rivalsa almeno verbale: proprio ciò che il direttore della CIA non approvava. “No, signore.”, disse. “Mi manca l’esperienza necessaria. Forse i miei risultati sono buoni” (evitò di specificare che erano migliori di quelli di Kris Howe), “ma comunque qualcuna mi ha superata, nella gara di tiro, nella lotta, nel judo, nella corsa… e lui è un uomo.”
Harrison la fissò in silenzio per alcuni istanti. Quindi, annuì. “Veda di crescere allora, Squire. Ho come uno strano presentimento.”
Non aggiunse altro e chinò il capo per indicare che il colloquio era finito.
Monica uscì dall’ufficio.

Trenta secondi.
Stavrogin frugò di nuovo nella borsa e tirò fuori non un pacchetto, bensì un’intera stecca di Camel che rapidamente scartò.
Sta ancora fumando e se ne accende già un’altra con il mozzicone della prima! E’ un tossico, pensò Bob Sheridan. Puntò con calma l’indice verso il basso: il segnale d’attacco. Per qualche tempo non avrebbe compiuto altri gesti, né formulato altri pensieri.
Gli agenti del SIS si mossero, impugnando le pistole. Un’operazione che avevano provato e riprovato infinite volte, e che i tre veterani del gruppo avevano anche sperimentato con successo sul campo. La regola stabiliva: prenderlo vivo, ma laddove fosse impossibile ucciderlo.
Nessuno di loro si era accorto che quella stecca era lunga come tutte le altre stecche, però molto più larga.
Con la sinistra Matrioska ne estrasse fulmineamente un oggetto nero di forma cilindrica; con la destra, lasciata cadere a terra la Camel, afferrò il casco protettivo. Due secondi più tardi, mentre gli inglesi stavano per balzargli addosso, nel ristorante si sprigionò una luce accecante pari a un fuoco che provenisse dall’inferno; nello stesso momento, si sviluppò un rumore devastante, di intensità inaudita.
C’era dell’ironia nel fatto che i primi a usare le flash-bang fossero stati gli uomini dello Special Air Service britannico, e l’ironia era doppia dato che quelle che adoperava Aleksandr erano di fabbricazione americana. Matrioska si alzò, prese con sé soltanto la Tokarev, sollevò di peso la ragazza italiana e corse fuori dal locale, portandosela dietro come se fosse un fuscello. Quando Sheridan e gli altri agenti del SIS si riebbero, era già lontano.

Un’ora dopo, in una spiaggetta isolata, Ivana contemplava incuriosita il corpo nudo del sovietico. Si era ripresa da qualche minuto, ma fingeva di essere ancora svenuta. L’uomo aveva scavato una piccola buca dove aveva messo gli indumenti da prete e il casco. Ora la stava ricoprendo di sabbia. Lei tossicchiò per richiamare la sua attenzione.
“Ho bisogno di abiti.”, disse lui esprimendosi in francese. Si era accorto benissimo di essere osservato e, malgrado lo shock che la donna aveva subito, gli sembrava vagamente divertita, forse addirittura compiaciuta. Ne aveva dedotto che amava gli imprevisti, le novità inaspettate, magari le situazioni pericolose.
Ivana parlava il francese. “Mi hai rapita! Chi sei?”, gli domandò, senza mostrare alcun segno di timore. Aleksandr fece un gesto vago, poi le sorrise. Aveva capito il tipo. “Ero un sacerdote.”, rispose.
“E adesso?”
“Ho una missione da compiere.”
Lei scrollò la testa. “Tu non sei francese. Sei russo. Io lavoro come interprete.”
“Cambia qualcosa?”
“Sì, perché sono comunista.”
“Non si direbbe dalle tue frequentazioni.”
“Oh, lui? Purtroppo è il mio capo. Sono in viaggio premio e Pasquale ha preteso di accompagnarmi. Mais mon porte est fermé, tu comprends.”
“Frosinone? Non è vicina a Palermo?”
“No. A Roma. Ma io sono di Bologna. Comunque, qual è la tua missione?”
Un uomo reduce da un addestramento Spetsnaz non conosce soltanto ogni forma di lotta, ogni genere d’arma e ogni modo per attraversare un deserto o scalare una montagna: sa anche leggere nel cuore della gente, fiutando le menzogne e appurando la sincerità. Matrioska comprese che poteva fidarsi di lei, e non solo perché era comunista. Intuiva in quella donna spirito d’avventura, coraggio e forza, nonché – ma questo al momento non gli interessava – attrazione nei suoi confronti. Perciò decise di dirle la verità.
“Appartengo al KGB.”, dichiarò, passando al russo. “Il mio obiettivo si chiama Nikolaus Barbie, oggi Klaus Altmann, ex Hauptsturmführer della Gestapo, noto come il macellaio di Lione, responsabile della morte di più di mille persone, tra ebrei e bambini. Ora lavora per la CIA. Io devo… ehm… eliminarlo.”
Stavrogin si mise i boxer.
“Stavi meglio prima.”, commentò Ivana maliziosamente. “In ogni caso, voglio aiutarti.”
“Mi servono dei vestiti.”, ripeté lui, ignorando la battuta ma non la seconda frase. “E il necessario per radermi. Inoltre, se lo trovi, un solvente per i capelli. Anche tu devi cambiarti. Scarpe basse, abbigliamento sportivo.” Le porse un rotolo di banconote. “Ti aspetto qui.”
Lei tornò dopo quaranta minuti, scalza e in pantaloncini corti. In effetti quel giorno il clima era quasi estivo e il sole splendeva alto nel cielo perfettamente azzurro. Aleksandr notò che aveva delle belle gambe, slanciate ma solide come piacevano a lui; la preferiva senza i tacchi esagerati che aveva esibito al ristorante. Poi inarcò le sopracciglia, mentre passava in rassegna gli acquisti. Per sé Ivana aveva comprato un paio di Reebok nere, del tipo da pugile, jeans, un assortimento di magliette, di felpe e una gonna lunga con annesse ballerine; per lui uno zaino, ancora jeans, canotte, maglioni di cotone, biancheria, calze e scarponcini militari, schiuma da barba e lozione dopobarba, oltre a una confezione di rasoi usa e getta e a un grosso rotolo di corda. In pratica, aveva svaligiato vari negozi. Matrioska non commentò.
“Avrei preso anche un costume da bagno, ma credo che il mare sia ancora freddo.”
“Lo penso anch’io. E quel cellulare?”
“Oh, è scarico. L’ho comprato in America, un altro viaggio premio. Sai, sono la migliore.” Gli mostrò la lingua.
Si chinò sui talloni, indurendo i muscoli delle braccia per mettere in evidenza il seno.
Non le sfuggì la sua potente erezione. “Mancano molte ore al tuo rendez-vous. Potremmo impiegarle bene.”
Pochi minuti più tardi, urlava. E non di dolore.

A qualche chilometro di distanza, Bob Sheridan e Kris Howe guardavano in modo torvo Klaus Altmann, senza la benché minima traccia di simpatia. L’uomo, oggetto dell’interesse di Langley e di un altro genere di interesse da parte di Stavrogin, aveva accolto con un sorriso sarcastico il resoconto di quanto era avvenuto al ristorante.
Dilettanti, pensava. Provava una riluttante ammirazione per il russo e si rendeva conto che tra lui e gli agenti del SIS non c’era partita. La donna della CIA, poi, era assolutamente inutile. D’altro canto, si disse con rammarico, se la Germania aveva perso la guerra era stato a causa dell’Unione Sovietica, non certo degli inglesi.
Fissò gli occhi sul mare, illuminato dal sole. Stavrogin era in riva a quel mare, non lontano da lì. Un avversario formidabile, degno di lui. Un avversario che quella sera avrebbe ucciso.

La notizia giunse anche in America e Monica Squire ne fu informata. Lo aveva previsto, ma questo non rappresentò un motivo di soddisfazione. Ripensò all’incontro che aveva avuto con Harrison.
Il direttore della CIA aveva pronunciato una frase enigmatica, di cui non riusciva a cogliere il senso: ho come uno strano presentimento.
Si strinse nelle spalle e tornò a occuparsi della nuova missione che le avevano affidato.

Vi ricordo il mio nuovo romanzo, “Il Crepuscolo della Lubjanka”, reperibile da Mondadori, Hoepli, Ibs, Libreria Universitaria, etc.
IBShttp://www.ibs.it/code/9788891134929/bianchi-alessandra/crepuscolo-della-lubjanka.html MONDADORIhttp://www.inmondadori.it/search/?tpr=10&g=il+crepuscolo+della+lubjanka&swe=N&search-input=active HOEPLIhttp://www.hoepli.it/cerca/libri.aspx?query=il+crepuscolo+della+lubjanka&arg=&x=39&y=15 LIBRERIA UNIVERSITARIAhttp://www.libreriauniversitaria.it/crepuscolo-lubjanka-bianchi-alessandra-youcanprint/libro/9788891134929

L’ultima avventura di Monica Squire. IL CREPUSCOLO DELLA LUBJANKA LIBRO

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SULTANS OF SWING

Franco ToffolGiù al fiume i ragazzi suonano.
Domani dovranno riportare gli strumenti, perché non hanno ancora finito di pagarli e non hanno i soldi per farlo. Valli a sentire.
Flavio è in cassa integrazione, la musica per lui è tutto: con la chitarra disegna arabeschi, vola alto nel cielo, gli occhi chiusi; non ha bisogno di guardare dove mette le dita.
Dario è alcolizzato, ma quando si siede dietro alla batteria, non pensa più ai motivi che lo hanno reso tale. Si estranea, si scatena, rullate su rullate, come tuoni in una notte d’estate.

La magia. Esiste la magia?
Un viso pallido, molto bello, dai lineamenti affilati, capelli biondo sabbia che scendevano sulle spalle, occhi azzurri che miravano al blu. Altezza, circa un metro e settanta. Snella, ma non fragile. Sneakers bianche che portava slacciate, jeans, un maglione di cotone dello stesso colore delle scarpe, una camicetta celeste pallido. Il sorriso: luminoso. No, si corresse Franco Toffol. Non era luminoso. Zone d’ombra. Come quando ti trovi al mare, lontano dalla costa, e dalla barca scruti l’acqua; in apparenza sembra verde, ma sotto, due o tre metri più sotto diventa più scura, e quell’oscurità potrebbe celare la presenza di uno squalo o di un pesce martello. Luminosità apparente, a un tempo reale e simulata. Dietro a essa, come in un gioco di ombre cinesi, ironia, sarcasmo, tristezza. Ecco la parola giusta: forse era il male di vivere, forse qualcos’altro; in ogni caso l’innocenza era scomparsa, mesi prima, anni prima, secoli prima; come saperlo?

Paolo è omosessuale, e nella sua vita ha patito molte ingiustizie, prese in giro, insulti, botte. Ma adesso è all’organo e riversa l’amore che non ha mai conosciuto sui tasti che per lui sono poesia, incantesimo.
Camillo sa che non gli resta molto da vivere, ma ora il suo basso pulsante scardina i cancelli del cielo.
Giù al fiume i ragazzi suonano. Valli a sentire: sono più bravi dei Rolling Stones.

Franco interruppe una conversazione che fin dall’inizio aveva giudicato inutile, si scusò con l’uomo d’affari che sapeva parlare soltanto della sua villa in montagna, della Bmw che era inadatta a condurlo lassù nei mesi invernali e di una Porsche che aveva in animo di acquistare, una macchina certamente più idonea per sfidare neve e ghiaccio. Cos’altro? “Ha visto mia moglie? Sono sempre stato fortunato, io. Non sono un fanatico, mi creda, semplicemente obiettivo. E’ la più bella dama del reame.” Risata vacua. La donna in questione: ampiamente rifatta, seno al silicone, una gonna lunga – quanto poteva costare quella gonna? – che nascondeva provvidenzialmente le gambe cellulitiche, denti troppo bianchi, l’espressione avida di chi vuole avere tutto, perché è quanto il suo destino reclama.
Lasciato l’imprenditore con il suo bicchiere di champagne, Franco si diresse verso capelli biondo sabbia. Era intrigato dal fatto che, circondata da vestiti firmati, gioielli, calzature di Ferragamo, la sconosciuta dallo sguardo indecifrabile si era limitata a indossare jeans e sneakers. Slacciate. Eppure, ciò nonostante, paragonate a lei, tutte le altre scomparivano. Non le servivano Armani o Versace: bastava la sua presenza.
La magia? Esiste la magia? Certamente sì, pensò Franco, porgendole un drink, dopo averlo preso dal grande tavolo del buffet. Lei lo guardò, perplessa.
“La prego.”, disse lui. “Volevo solamente conoscerla, nient’altro. Mi chiamo Franco Toffol.”
Ella esitò, poi accettò il bicchiere, ignorando la mano tesa. “Mariapia Balestrieri.”, si presentò a sua volta. “Stavo per andarmene. E’ una festa noiosa, se poi è una festa.”
Lui annuì. “Forse mi ha letto nel pensiero. Questo”, e indicò con un gesto circolare il salone sfavillante di luci, “è il trionfo dell’apparenza. Probabilmente, si detestano tutti, ma fingono. Ciascuna delle persone qui presenti è convinta di essere la migliore. E allora decantano ricchezze, successi professionali, vacanze esclusive, automobili di lusso e, se l’interlocutore rilancia, non esitano a mentire, inventandosi isole di proprietà, mari di proprietà, montagne e oceani di proprietà. Al mondo, comunque, c’è di peggio. E di meglio: lei, Mariapia, per esempio.”
Tacque e osservò la donna, in attesa di una reazione.
“Pensava di fare colpo con le sue parole banali?”, disse lei, ma non in tono tagliente; piuttosto era come se lui l’avesse annoiata.
Franco ammise fra sé che aveva sbagliato approccio. Poi scoprì che gli occhi di lei erano blu, non azzurri; e scoprì anche una cosa molto più importante. Da quando Chiara lo aveva lasciato per ragioni vaghe, ma poi non tanto: la sua piccola ditta aveva chiuso i battenti e lui adesso vendeva polizze assicurative, con un guadagno dieci volte minore; da quel giorno d’autunno fradicio di pioggia e sferzato dal vento – coreografia da film, nemmeno un buon film – era la prima volta che sentiva di desiderare un’altra donna.
La magia. Esiste la magia?
Un’orchestrina eseguiva vecchi motivi senza particolare entusiasmo. A Franco venne da pensare che probabilmente avrebbero preferito trovarsi altrove, fra gente vera. Non era da escludere che in una circostanza diversa avrebbero saputo improvvisare… suonare jazz. Lui stesso era lì perché era stato invitato dal suo capo – l’anfitrione -, non certo per libera scelta e fino a pochi minuti prima si stava annoiando a morte.
Comprese istintivamente che Mariapia era sul punto di ringraziarlo per il drink; adesso si sarebbe allontanata, nella speranza di un incontro più interessante. Non che fosse a caccia di uomini – questo lo escludeva -, però sicuramente preferiva persone meno banali. Più divertenti, più sicure di sé. Oppure un poeta, un pittore, un filosofo, magari un giullare; non il tedioso venditore di polizze assicurative, dall’aspetto accettabile ma non esaltante – avrebbe scelto Tom Hanks, nella improbabile ipotesi che qualche produttore pazzo avesse deciso di girare un film su di lui, però si sbagliava -, privo di umorismo, di savoir faire, di fascino. Di magnetismo.
Chiara si era lamentata spesso della sua mediocrità. Il mistero era perché lo avesse sposato.
“Sotto la superficie del mare.”, azzardò non sapendo cos’altro dire.
“Prego?”
“Come i suoi occhi.”, disse Franco, sostenendo lo sguardo. “Ci sono ombre. Vedo insoddisfazione. Potrebbero esserci pescecani. Non lo so, ricordi del passato, un presente che non la rende felice.”
Si accese una sigaretta e aspirò una boccata di fumo.
“Non è molto educato.”, osservò lei.
“Perché fumo in un ambiente chiuso?”
“No. Perché non mi ha offerto una sigaretta.”
Franco rimediò all’istante, porgendole il pacchetto. “Banale e maleducato.”, commentò senza particolare rancore, solo un poco. “In effetti, può trovare di meglio.”
“E chi le dice che io cerchi?”
Lui la fissò in silenzio. Non era interessato alle schermaglie. Quando era un ragazzo – ormai aveva passato la quarantina – se invitava qualcuna a cena, ottenendo un rifiuto, più o meno garbato a seconda dei casi, chiudeva lì la partita. Non era mai stato un seduttore, né uno schermidore, né molte altre cose. E – lo capì in quel momento, in quel preciso momento – non sarebbe mai stato all’altezza di Mariapia. Le rivolse un sorriso che non era un sorriso, accennò un saluto con il capo e fece per allontanarsi.
Lei lo sorprese.
“Franco” – e il fatto che lo chiamasse per nome rappresentò una sorpresa ancora maggiore, sebbene in fin dei conti non significasse nulla. “Lei tende a sottovalutarsi, vero?”
Lui scrollò le spalle. “Non credo.”, affermò dopo una breve riflessione. “Sono quel che sono.”
“Lei non sa niente di me.”
Franco annuì. “In un’altra vita, forse avrei potuto scoprirlo.”
Mariapia gli rivolse uno sguardo enigmatico.
“E perché non in questa?”

Tutta apparenza, sospirò Franco. In realtà era vuota come un guscio senza noci. Forse più perfida di Chiara. Se fosse stato un osservatore più attento – ecco perché vendeva poche polizze – si sarebbe accorto che sommando il valore delle sneakers, dei jeans firmati, dell’orologio d’oro e delle unghie Pastel-pop si arrivava a una cifra che a lui sarebbe servita per tirare avanti per almeno tre mesi, se non di più. Voleva solamente giocare, come aveva fatto con altri prima di lui e come avrebbe continuato a fare in futuro; e quelle ombre in realtà racchiudevano il nulla. Per un po’ si era divertita a offrirgli le cene, poi era subentrata la noia. Lo aveva liquidato con poche frasi gelide.
Pazienza, si era detto: evidentemente questo è il mio destino.
E non si era stupito, vedendo la sua foto su un giornale, mentre si stringeva a un deputato inquisito dalla magistratura.

I ragazzi suonano giù al fiume. Un concerto straordinario che terminerà soltanto all’alba. Valli a sentire, perché quello è il paradiso e non ci sarà una prossima volta.
Adesso hanno attaccato “Sultans Of Swing”.
“Perché non facciamo una colletta? Per permettergli di suonare ancora, e ancora, e ancora?”
Coglie solo indifferenza. Egoismo. Ciascuno pensa unicamente a stesso. Ma loro non si fermano. Vanno avanti all’infinito.
La moglie di Flavio è scappata con un altro, stanca di una vita che giudicava miserabile. Dario presto avrà la cirrosi. Paolo è solo come un cane e Camillo, Camillo aspetta la visita della signora in nero,  senza particolare apprensione.
Franco Toffol sale su quella specie di palco e comincia a cantare.
Improvvisa, ma loro, dopo un solo attimo di esitazione, lo seguono senza indugi, lungo le misteriose strade che conducono alla magia.
Perché, se sai dove cercarla, essa esiste.

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M Squire giovaneIl mattino seguente, Stavrogin si svegliò presto, fece la doccia, si vestì, pagò il conto e uscì dalla pensione. Mangiò qualcosa in un bar nelle vicinanze e bevve due abbondanti tazze di caffè.
Come Altmann fosse riuscito a sopravvivere era un mistero. Evidentemente lui aveva commesso un errore. Se avesse aspettato per un’ora o due, l’avrebbe visto rinvenire, ma era francamente impossibile immaginare quella inspiegabile “resurrezione”. Ad ogni modo, non era il passato che gli interessava, non era abituato a guardarsi indietro; però quello che era accaduto sulla collina che sovrastava Bellagio suonava da monito. Il tedesco non andava sottovalutato. Non sarebbe successo.
Era una giornata calda e luminosa, un clima ben diverso da quello di Mosca, dove invece stava nevicando. Matrioska scese in spiaggia a contemplare il mare mosso dallo scirocco. L’appuntamento con il tedesco era stato fissato per quella stessa sera nei pressi del promontorio che delimitava la piccola baia. Il peschereccio era scomparso, e su questo non aveva mai nutrito dubbi.
Prima di pranzo, consultò la cartina geografica e da buon sacerdote si recò in chiesa.
Durante l’inno cherubico si inginocchiò, come aveva visto fare in Russia; i monaci greci invece si sedettero, e uno di loro notò quella stranezza.
Questo fu il secondo errore di Stavrogin.
Terminata la funzione, padre Stephanos, che era in ottimi rapporti con il console inglese, pensò bene di segnalare l’anomalia. Al pari di molti altri abitanti dell’isola, era stato informato della presenza di un assassino russo e invitato a collaborare. Mezz’ora più tardi la notizia venne trasmessa a Bob Sheridan del SIS, il quale si lasciò sfuggire un sorriso soddisfatto; quindi informò Kris Howe.
In quel momento, Aleksandr Stavrogin stava gustando l’eccellente cucina greca in un ristorantino, la cui entrata principale dava su una piazza; era seduto a un tavolo che guardava la rada, e per la sua statura e per le imponenti spalle, al suo ingresso nel locale, aveva attirato su di sé gli sguardi curiosi dei turisti – perlopiù britannici – che a loro volta si stavano dedicando con entusiasmo al cibo. Più che a un sacerdote, assomigliava a un soldato, pensarono in molti; poi, con la riservatezza tipica che appartiene ai sudditi di Sua Maestà, tornarono ai loro piatti, senza più guardarlo.
Matrioska era arrivato al dolce, quando individuò con la coda dell’occhio quattro uomini, vestiti in giacca e cravatta, con i capelli corti e un’espressione di falsa indifferenza. Costoro ignorarono il cameriere che gli aveva indicato un posto libero e si limitarono a restare fermi, in piedi, senza osservare nessuno in particolare, simili a statue che facessero parte dell’arredamento. Qualche minuto dopo, altri due individui entrarono nel ristorante e con calma si diressero verso il bar, sull’altro lato della sala rispetto ai primi quattro. Ordinarono due caffè e mentre portavano la tazzina alla bocca, Stavrogin scorse un rigonfiamento all’altezza dell’ascella di quello che sembrava essere il più anziano della coppia.
Infine, fece la sua comparsa un settimo uomo che controllò la disposizione dei primi sei, lanciò un’occhiata fugace all’agente del KGB, annuì e abbassò una mano lungo il fianco, distendendo tutte e cinque le dita.
Cinque, pensò Matrioska. Cinque minuti.
Non sapeva come lo avessero scovato, ma era un interrogativo inutile. Passò rapidamente in rassegna alcune opzioni, scartandole man mano che le esaminava. Se si fosse alzato per andare al bagno o per uscire dal ristorante, lo avrebbero afferrato, immobilizzato e condotto via. Sicuramente, fuori c’erano due o tre macchine con i motori accesi. Aprire la porta a vetri, attraversare di corsa il terrazzo, scavalcare il muricciolo e gettarsi sulla spiaggia comportava un salto di tre metri. Per lui sarebbe equivalso al balzo di un bambino che scendeva da un’altalena. Il problema era che gli avrebbero sparato nel momento stesso in cui si fosse avvicinato alla vetrata. Impugnare la Tokarev e fare fuoco… ne avrebbe eliminati due, forse tre, prima di essere crivellato di colpi.
I minuti si erano ridotti a quattro.
Gli agenti del SIS non si muovevano, non ancora: lo avrebbero fatto quando l’ultimo venuto, chiaramente il capo, avesse impartito l’ordine. In lui, Aleksandr ravvisava l’unico elemento veramente pericoloso. Aveva l’aria del veterano, e in effetti Bob Sheridan lo era.
Tre minuti.
Matrioska prese la borsa che aveva appoggiato per terra. Non gli sfuggirono gli sguardi allarmati dei più giovani del “commando”, li ignorò, prese un pacchetto di sigarette, ripose la borsa, e accese una Camel, aspirando a fatica una boccata, dato che non fumava mai.
Quel gesto venne accolto con sollievo.
Il cameriere che lo aveva servito si avvicinò al tavolo e gli domandò se gradiva un Ouzo, offriva la casa. Aleksandr scosse il capo. L’uomo si allontanò. Trovava giusto che un sacerdote disdegnasse i liquori.
Due minuti.
Mentre gli uomini del SIS attendevano un cenno definitivo da parte di Sheridan, fece il suo ingresso un energumeno che difficilmente avrebbe potuto essere scambiato per un cittadino britannico. Indossava una camicia aperta sul torace villoso, che mostrava una grossa catena d’oro, aveva i capelli impomatati ed era accompagnato da una bionda appariscente in minigonna e tacchi oversize. In italiano, chiese ad alta voce il miglior tavolo – vista a mare, specificò -, sottolineando la richiesta con una lauta mancia che finì nelle tasche del maitre. Mentre si sedeva, Matrioska lo udì lodare le prestazioni della sua Ferrari. Quando fossero tornati a Frosinone, le avrebbe fatto provare l’ebbrezza della velocità. La bionda annuì con simulato entusiasmo. Ma Aleksandr non badava più a loro.
Mancava un minuto.

Due ore più tardi, lontano da lì, in Virginia, Monica Squire stava fissando il vuoto.
Tailleur grigio tortora di taglio classico, calze scure, scarpe con i tacchi bassi, le ginocchia che si toccavano, ascoltava incredula il direttore della CIA, mentre questi le leggeva il rapporto stilato da Kris Howe.
Quando ebbe terminato, il capo di Langley, che qualche anno dopo l’avrebbe salvata dalla condanna a morte o dall’incubo dell’ergastolo, anche se per ragioni di pura convenienza, si tolse gli occhiali e, benché non fosse necessario, riassunse i dati principali di quel vero e proprio atto d’accusa. “Una primadonna incapace di stare al proprio posto. Un elemento sostanzialmente mediocre. Una serpe pronta a tutto pur di fare le scarpe a un suo diretto superiore.”
Monica lo guardò in silenzio.
Il direttore inforcò nuovamente gli occhiali, aprì un cassetto e ne trasse un fascicolo. “Dossier Squire.”, disse scandendo lentamente le parole. “Intelligenza superiore alla media. Dotata di notevole intuito e di grande capacità di analisi. Estrema facilità nell’apprendere le lingue straniere. Alto spirito patriottico. Seconda classificata nel torneo di tiro a segno. Quarta nel campionato di lotta e terza in quello di judo. Si suggerisce una promozione.”
In genere, la carica di numero uno della CIA viene assegnata per motivi politici e l’attività che normalmente  ne consegue è basata prevalentemente su questioni amministrative – reperimento di fondi, leciti o illeciti -, su sottili giochi diplomatici, sul confronto con le alte sfere di Washington e con i rivali dell’FBI: il controllo delle operazioni viene delegato ai vari capi di dipartimento e può accadere che in dieci anni non ci sia mai un incontro diretto fra il massimo dirigente e un dato agente. Non era il caso di Paul Harrison. Egli proveniva dal campo, aveva lavorato come “illegale” in Cile, ai tempi del colpo di Stato di Pinochet, e si era fatto strada grazie ai suoi successi. Conosceva le esigenze di chi era alle sue dipendenze e aveva sinceramente a cuore il destino di coloro i quali rischiavano la vita per gli Stati Uniti. Questo non escludeva un fondo di cinismo, ma gli garantiva l’ammirazione e il rispetto dei suoi sottoposti.
Rimise il fascicolo nel cassetto e roteò la poltroncina girevole in direzione del Potomac. Con l’arrivo della bella stagione, la vegetazione lo avrebbe nascosto, ma ora il fiume riluceva ai raggi del pallido sole invernale. Per quello e per certi ricordi legati all’infanzia amava i mesi più freddi dell’anno.
Trascorsero diversi minuti, che per Monica risultarono alquanto penosi. Nonostante le note lusinghiere contenute nel suo fascicolo personale, non si faceva illusioni. Harrison le aveva dato uno zuccherino, cui sarebbe seguita una medicina amara. Attese rassegnata il responso, chiedendosi perché Kris avesse voluto pugnalarla alle spalle. Poi il direttore si voltò e scrutò il volto, comunque impassibile, della giovane donna seduta di fronte a lui. “I casi sono due.”, osservò in tono pacato. “O il suo dossier è stato scritto da lei stessa, e ne dubito” – accennò una sorta di vago sorriso -, “oppure Kris Howe, per ragioni che francamente non riesco a comprendere, è gelosa di lei.”
Monica non ritenne opportuno ribattere.
“D’altro canto”, proseguì l’uomo che reggeva le sorti dell’Agenzia, come se fosse un suo feudo personale, “ho scambiato quattro chiacchiere con gli amici di Londra. Erano stupiti e non capivano il senso del suo allontanamento. Hanno asserito che le sue intuizioni erano più che brillanti, e a loro giudizio lei è destinata a una carriera superiore a quella di Howe. Ora, non è mio interesse mettervi una contro l’altra, abbiamo già abbastanza nemici per fomentare rivalità interne, e a parte questo, dai relativi dossier, appare evidente che in un scontro, che sia fisico o meno, lei risulterebbe la vincitrice, considerando oltretutto la differenza di età.”
Aprì nuovamente un cassetto e tirò fuori un altro incartamento. “Kris Howe, quinta nel tiro a segno, settima nella lotta (in seguito a tale competizione ha chiesto e ottenuto dieci giorni di permesso, a causa dei traumi riportati, mmmm…), ritirata in preda ai crampi durante la corsa di venti chilometri… mmmm è peggiorata rispetto a un anno fa; per essere atletica è atletica, diciamo come una casalinga che si tiene in forma… il resto non la riguarda.”
Ripose il dossier e incrociò le mani sulla scrivania. Scacciò dalla mente il ricordo di quando riusciva a sollevare un bilanciere appesantito da cinque dischi per lato, ciascuno di venti chili, e si rivolse di nuovo a Monica. Era sciocco rimpiangere il passato.
“Sarebbe più interessante uno scontro al pc, tra hacker, ma ribadisco che non amo l’antagonismo: noi dobbiamo essere tutti solidali. E probabilmente finirebbe per vincere ancora lei. Ciò non toglie che Kris sia un elemento di prim’ordine. Solo, non lavorerete più assieme. Insisto” – la voce si indurì per un momento – “perché lei non si lasci sopraffare dal risentimento; causerebbe problemi inutili.”
Molti anni dopo Monica Squire si sarebbe trovata in una situazione diametralmente opposta, ma allora non poteva saperlo. La vita è composta da cicli immutabili, e all’estate segue sempre l’autunno, che peraltro talvolta può dimostrarsi assai appagante.
Paul Harrison si alzò per andare a versarsi un bourbon al mobile bar. “Lei è astemia, vero, agente Squire?”
Monica annuì.
“Bene. Mi parli di quel dannato russo.”, disse Harrison, dopo aver svuotato il bicchiere.

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