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Archive for agosto 2012

MATRIOSKA 43

In attesa che l’arma fosse pronta, Yarbes non restò con le mani in mano. Lui e Monica alloggiavano al Palais des Dunes, in un grazioso appartamento provvisto di due camere da letto, di un bagno, cucina, soggiorno e di un piccolo giardino. Il Palais des Dunes è un’ampia costruzione situata all’inizio della Croisette, sul lato est, vicina al porto nuovo. Non sono consentiti contratti di locazione inferiori a un mese, ma questo naturalmente non rappresentava un problema.
Al mattino Yarbes si svegliava presto, preparava da sé la colazione, si lavava e si radeva, quindi usciva senza svegliare Monica, ed esplorava la città.
Alle prime luci dell’alba, infilava un paio di grossi occhiali scuri e si appostava nei pressi dell’hotel Martinez. Quando Matrioska usciva dall’albergo, in genere di buon’ora e da solo, Yarbes lo seguiva tenendosi a debita distanza. Non ricorreva a nessuno dei banali trucchi di cui si servono gli agenti più sprovveduti: niente giornale dietro al quale nascondersi, qualora il russo si fosse voltato, niente vetrine da fingere di guardare, nessuna sigaretta da accendere chinandosi per sfuggire al vento. Matrioska conosceva questi e almeno altri dieci stratagemmi. Semplicemente, Yarbes si affidava all’esperienza. Non gli stava sempre alle costole, anche perché non era necessario, e quando cominciò a individuare i suoi due o tre percorsi preferiti (il porto vecchio, dove Matrioska contemplava per ore le barche, le vie interne e la Croisette), talvolta lo precedeva.
Annotava meticolosamente su un taccuino orari e abitudini, e allorché fu soddisfatto smise di pedinarlo. Aveva appreso ciò che gli interessava sapere: alla sera il sovietico, accompagnato da una bionda appariscente, cambiava spesso ristorante; invece consumava sempre i pasti di mezzogiorno nello stesso posto, un piacevole locale che dava sul mare. Era ubicato in Boulevard Jean Hibert, il lungo litorale situato oltre la Croisette, in direzione della Napoule, cioè a ovest della città. Qui mangiava da solo. Per comodità o per un vezzo, quando si sedeva a tavola immancabilmente toglieva le lenti a contatto che poi riponeva con cura in un astuccio.
Yarbes si augurava due cose: che Matrioska non partisse all’improvviso, e che continuasse a tornare nello stesso ristorante. Ma ovviamente non era abituato a basare i suoi piani sulla speranza. Riguardo alla durata della sua permanenza a Cannes, esistevano due modi per appurarla. Avrebbe potuto entrare nel computer dell’albergo, oppure più semplicemente scambiare quattro chiacchiere con il portiere. Trecento dollari passati con discrezione da una mano all’altra gli fornirono la risposta. Matrioska avrebbe lasciato l’hotel Martinez, dopo tre giorni dalla consegna dell’arma. Ciò significava che Yarbes avrebbe potuto prepararsi con tutta calma. Nell’ipotesi che alla data stabilita il russo avesse scelto un altro ristorante, Yarbes avrebbe improvvisato. Non era certo la prima volta che lo faceva.
Al giorno convenuto si recò dall’armaiolo.
L’arma non era pronta.
Yarbes fissò freddamente il francese. “Mi avevano garantito che lei era un professionista, forse il migliore, ma evidentemente si sbagliavano.”
“No, monsieur. Avevo detto subito che sarebbe stato molto difficile. Sto preparando un vero e proprio bijoux, ma ci vuole tempo!”
“Aveva comunque promesso che avrebbe finito il lavoro per oggi… intascando metà della somma dovuta.”
“Posso renderle il denaro, se è questo che desidera.”
“No.”, disse Yarbes. “Io desidero avere l’arma, e nei tempi concordati.”
L’altro abbassò lo sguardo, a disagio.
Yarbes lo costrinse a sollevare il mento per poterlo guardare negli occhi. “Se al mio posto ci fosse qui l’uomo che farà da bersaglio, lei sarebbe già morto.”
“E’ possibile.”, ammise il francese. “Però, dove andrebbe poi? A Marsiglia? Ci sono dei buoni artigiani, è vero, ma prima sarebbe necessario trovarli e, in ogni caso, nessuno di loro vale quanto me.” Si scostò con l’aria risentita. “E’ solo un piccolo ritardo! Non una tragedia.”
Yarbes era furibondo, ma sapeva controllarsi. “Quando?”
“Monsieur, al più presto.”
“Quando?”
“Domani l’altro. Alle otto di mattina. Trascorrerò la notte in bianco.”
Yarbes rifletté rapidamente. Se il francese avesse mantenuto la promessa, sarebbe stato ancora in tempo. E se non l’avesse mantenuta, lo avrebbe ucciso.
“Bene. Domani l’altro. Alle otto di mattina. Con me avrò i soldi. Ma non solo quelli: avrò anche un cappio.”
Il francese impallidì. “Non sarà necessario, monsieur. Lo giuro.”
Yarbes si avviò alla porta.
“Un’ultima cosa.”, disse l’armaiolo. “Cerchi di presentarsi come se fosse in procinto di andare a giocare a golf.”

Elke era la compagna ideale per una vacanza, pensava Aleksandr.
Era attraente, abile e insaziabile a letto, era sufficientemente colta per non risultare noiosa; amava mangiare bene e scegliere con cura i migliori vini; era spigliata e divertente: ma non anelava a nulla in più di quanto lui le potesse dare. Quando fosse tornato in Unione Sovietica, non si sarebbero più rivisti, il che era quello che lui voleva. Certamente, non a causa di Tamara. Fra Matrioska e Tamara il rapporto era più o meno lo stesso, tranne che per il fatto che si frequentavano da anni.
Aleksandr non desiderava impegnarsi in una storia vera. Non era mai accaduto in passato e non sarebbe mai successo in futuro.
Mentre osservava con vivo interesse uno scafo slanciato, ormeggiato a una delle estremità del molo, prese in considerazione il suo nuovo futuro. Sarebbe diventato un pezzo grosso della Prima Direzione Centrale. Il KGB si divideva in due settori principali: la Prima Direzione si occupava soprattutto dell’attività esterna, fuori dei confini dell’immenso impero; la Seconda Direzione vigilava invece all’interno. Entrambi i compiti erano molto importanti. Non mancava la rivalità, un po’ come fra CIA e FBI negli Stati Uniti, e il lavoro era spesso noioso a causa della gigantesca mole di incartamenti che andavano esaminati, vivisezionati, controllati e ricontrollati. Ma non avrebbe svolto a lungo quel compito. L’uccisione di John Lodge era stato il suo canto del cigno, e i tre o quattro anni che avrebbe trascorso a Mosca un modo per concludere bene una grandissima carriera.
Poi avrebbe rivisto il suo dragone e la casa davanti alla baia; avrebbe riassaporato l’odore del mare e del vento: ma questa volta per sempre.
Era una visione che gli piaceva. Il miglior tramonto possibile per chiudere una vita lunga e avventurosa. In questo quadro, un abile pittore dell’anima probabilmente avrebbe inserito una figura femminile. Aleksandr la vide con gli occhi della mente. Vide il suo corpo agile ma forte, l’espressione estatica che assumeva quando raggiungeva l’orgasmo ma anche lo sguardo che poteva farsi duro, e la determinazione che trapelava da quello sguardo. Monica Squire sarebbe potuta essere la donna del dipinto immaginario. Con lei – Aleksandr lo sentiva dentro di sé – forse avrebbe potuto ottenere ciò che non aveva mai avuto. Amore? Felicità? Beh, sicuramente qualcosa di simile.
Tuttavia, se era contento di non averla uccisa, questo non gli avrebbe impedito di farlo, nel caso di un nuovo ipotetico incontro. Matrioska era stato addestrato a eseguire gli ordini, e non avrebbe mai tradito la fiducia di un superiore. Al pari di Vladimir Putin, sebbene senza saperlo, anch’egli avvertiva il degrado crescente, il declino continuo e ormai pressoché inarrestabile dell’Unione Sovietica. Ma il suo dovere non cambiava: servire la patria ed eliminare i nemici. Se fosse nato in Germania intorno agli anni Venti, sarebbe morto durante l’ultima disperata difesa di Berlino.
Monica apparteneva alla CIA. Non un semplice avversario, quindi, ma il nemico numero uno.
Il quadro fantasioso svanì così com’era arrivato.
Nessuna donna con lui.
Soltanto il suo vecchio dragone.

Monica si sentiva del tutto inutile.
Era confinata fra le quattro mura dell’appartamento con la proibizione assoluta di uscire. Yarbes le permetteva soltanto una breve passeggiata serale, ma mai in direzione dell’hotel Martinez. Non doveva allontanarsi dal piccolo quartiere posto alle spalle del Palais des Dunes. Quella passeggiata serale costituiva il suo unico momento di svago. Faceva la spesa ed esplorava le strade situate ai due lati della ferrovia. Perlopiù i negozi di quella zona erano piccoli e modesti, ben diversi da quelli del centro, e non avevano molto da offrire. In un paio di occasioni ignorò le istruzioni del collega e, con un foulard in testa, scese fino alla spiaggia senza però allontanarsi troppo e soprattutto evitando di procedere verso il porto vecchio.
Trascorreva la maggior parte delle giornate da sola e ciò la induceva a pensare. I pensieri non erano gradevoli. In Afghanistan si era comportata egregiamente, aveva anche abbattuto un Hind; tuttavia non poteva dire altrettanto di quello che aveva fatto in America.
Aveva tradito John Lodge. Sebbene davanti alla commissione disciplinare si fosse difesa, e benché la irritassero gli sguardi ironici che riceveva nei corridoi di Langley, nel profondo del suo cuore non ignorava che loro avevano ragione, e lei torto. Adesso, per causa sua, Sherilyn non aveva più un marito e la piccola Susan era senza il suo papà. Yarbes le aveva spiegato il motivo per il quale era stata sorprendentemente prosciolta. Era stata una decisione “politica” del direttore della CIA. Non c’era da andarne fiera.
Monica si affacciò alla finestra e cercò di cambiare corso ai suoi pensieri.
Matrioska… se non fosse appartenuto al KGB, se non avesse ucciso Lodge e decine di altre persone, se non avesse avuto l’assoluta certezza che lui non avrebbe esitato un istante a sopprimerla… avrebbe potuto amarlo.
E non soltanto perché avevano fatto l’amore assieme in maniera divina. Avrebbe voluto eliminare, una a una, tutte le bambole che componevano il mistero di quell’uomo; scavare a fondo, fino a raggiungere la sua nuda anima, e indirizzarla in tutt’altra direzione. Sciogliere quel gelo interiore, vedere i suoi occhi aprirsi al sorriso, dare un senso diverso a un’esistenza che le sembrava dura e insensata.
Insegnargli ad amare.
Trasse un profondo respiro.
Ma questo non era il loro destino.

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MATRIOSKA 42

Il direttore della CIA osservava la vegetazione spolverata di bianco che circondava il fiume Potomac. Era una mattina molto fredda, però il cielo era limpido e il vento teneva lontane le nubi.
In un primo momento avrebbe desiderato avere Matrioska vivo, e questi erano stati gli ordini che all’inizio aveva impartito a Yarbes. Poi aveva cambiato idea, sostanzialmente per tre motivi. Il principale era che adesso il russo si trovava in Francia e sarebbe occorso uno sforzo notevole per catturarlo – uomini e mezzi – con il rischio concreto, anzi la certezza, che lo SDECE sarebbe venuto a saperlo. Sarebbero seguite veementi proteste ufficiali che sarebbero arrivate sulla scrivania del presidente degli Stati Uniti. Il secondo motivo consisteva nel fatto che difficilmente Matrioska avrebbe parlato. Il terzo, infine, era ancora una volta un problema di immagine: tutto il mondo avrebbe saputo che un agente del KGB era entrato indisturbato negli Stati Uniti dove aveva ucciso il numero uno della CIA. L’Agenzia poi si era vendicata, ma nella migliore delle ipotesi il risultato sarebbe stato un risicato uno a uno. E in caso di fallimento, la struttura che lui dirigeva sarebbe stata coperta dal ridicolo.
No. Era decisamente meglio che morisse. Il KGB avrebbe comunque recepito il messaggio, il prestigio della CIA sarebbe rimasto intatto e il killer sovietico avrebbe avuto la sorte che meritava.
Il direttore conosceva bene Yarbes.
Dopo Lodge, era il migliore.
Non aveva paura di niente e non lo avrebbe deluso.

Quando era ragazzo Martin Yarbes non vedeva nel suo futuro né un lavoro da hacker – all’epoca non sapeva neppure cosa significasse -, né la prospettiva di diventare un agente segreto.
Non desiderava nemmeno divenire un astronauta, un musicista rock o un giocatore di football.
Aveva altri sogni.
Voleva vivere nei boschi, a stretto contatto con la natura.
Conosceva e amava tutti gli alberi della foresta che copriva una vasta estensione territoriale verso ovest e i cui margini distavano poco più di cento metri da casa sua. Lì trascorreva gran parte del tempo libero. Esaminava attentamente i sentieri e le piccole piste che conducevano nel folto del bosco, a caccia di indizi che gli rivelassero la presenza dei tanti animaletti che popolavano la foresta.
Annusava con piacere l’aria che sapeva di buono, paragonandola a quella sgradevole delle grandi città. Si era anche costruito un piccolo rifugio accanto a un ruscello gorgogliante e nei mesi freddi accendeva un fuoco, stando bene attento a non causare danni.
Una volta terminati gli studi, sarebbe diventato guardacaccia; e poco importava che suo padre, un capitano dell’esercito degli Stati Uniti, disapprovasse tale scelta, dato che avrebbe preferito che il figlio seguisse le sue orme.
Quando si mise con Leila, una ragazza dai capelli rossi e dalle lunghe gambe slanciate, Martin aveva sedici anni, lei diciassette.
Leila condivideva la stessa passione.
Un giorno di fine estate, mentre in pantaloncini corti entrambi osservavano affascinati le nuove sorprendenti tonalità della vegetazione, all’improvviso si trovarono circondati da quattro giovani dall’aria aggressiva. Yarbes non li aveva mai visti prima, e infatti erano arrivati con un pick-up da un paese vicino. Erano ubriachi: si erano già scolati due cassette di birre.
E il sole illuminava le gambe di Leila.
Yarbes non poteva sapere – né mai l’avrebbe saputo – che in una circostanza analoga, ma in una terra molto lontana da lì, Matrioska si era trasformato in una belva feroce, rivelando la sua vera natura.
Yarbes reagì in un modo diverso.
Paralizzato dalla paura, non intervenne e trovò la presenza di spirito per correre a cercare aiuto soltanto dopo che Leila era stata già violentata due volte.
Però, era troppo tardi.
Leila si uccise un mese dopo.
Yarbes cadde in un profondo stato depressivo, dal quale sarebbe riemerso molto tempo dopo, quando, entrato a far parte della CIA, uccise a mani nude il suo primo uomo, dimostrando a se stesso di non essere un vigliacco.
Ma per sempre disprezzò i deboli e i codardi, Nicole Parker, Monica Squire, e chiunque gli ricordasse l’infamia di cui si era macchiato.
I quattro bastardi avevano scontato lievi condanne, perché erano incensurati. Poi avevano ricominciato a scorazzare per l’America, questa volta a bordo di potenti moto. Una notte, all’uscita di una discoteca, mentre molestavano una bella ragazza nera e il suo compagno, avevano avuto sfortuna: Yarbes li stava aspettando. Si era messo un passamontagna nero, giubbotto e pantaloni dello stesso colore. Non aveva perso tempo in chiacchiere. Li aveva freddati con quattro colpi di pistola.
Visto il precedente, Yarbes risultava il maggiore indiziato; ma Thompson e altri due colleghi della CIA avevano dichiarato che si erano trattenuti in ufficio a giocare a carte con lui fino alle tre del mattino, vale a dire due ore dopo il quadruplice omicidio, aggiungendo che il dannato Yarbes gli aveva spillato una quantità di dollari.
Adesso, a distanza di anni, Yarbes guardava le onde del Mediterraneo infrangersi sulla spiaggia. Soffiava un vento teso. Al largo scorse una nave da guerra americana. Il suo pensiero andò a John Lodge, a Thompson, a tutte le persone che Matrioska aveva ucciso.
Anche lui avrebbe pagato, come quei quattro delinquenti.
A differenza di Lodge, il russo non gli incuteva alcun timore reverenziale.

Vladimir Putin aveva mire molto elevate, che andavano oltre i massimi
vertici della Prima Direzione Centrale del KGB. Aveva anche la consapevolezza che con il tempo, la pazienza e l’intelligenza avrebbe trasformato tali mire in realtà. Intuiva che l’Unione Sovietica aveva imboccato il viale del declino e che prima o poi il comunismo sarebbe caduto. Gli ultimi segretari del partito erano mummie incartapecorite, la macchina burocratica era di una lentezza esasperante. Ciò che era successo in Afghanistan rappresentava una macchia indelebile per quella che un tempo era stata l’invincibile Armata Rossa. L’America era più avanti, e molti, troppi, agenti negli ultimi anni si erano venduti alla CIA. Un tempo, di norma, accadeva l’incontrario, ed erano gli inglesi e gli yankee che cambiavano campo. L’edificio cominciava a scricchiolare sinistramente. Benché contrariato, Putin vedeva in questo l’inizio della strada che lo avrebbe portato al Cremlino. Sapeva aspettare, consapevole che un giorno sarebbe arrivata la sua grande occasione.
In attesa di quelli che riteneva cambiamenti ineluttabili, era però deciso a dare una sterzata al clima sonnolento che scorgeva intorno a sé.
Uno dei primi provvedimenti che prese riguardava Dmitriy. Quell’uomo era diventato l’ombra di se stesso. Trascorreva le giornate a tracannare vodka, chiuso in ufficio: un giorno Putin aveva aperto la porta con la sua chiave speciale e lo aveva sorpreso nascosto sotto la scrivania. Gli aveva lanciato un’occhiata gelida, senza tuttavia rimproverarlo. Fu in quel momento che decise di liquidarlo. Matrioska lo avrebbe sostituito. Aleksandr non era più giovanissimo e grazie all’esperienza maturata sul campo e alle sue straordinarie doti si sarebbe reso estremamente utile nel nuovo incarico, a Yazyenevo, la sede della Prima Direzione Centrale del Kgb. Non era più tempo di missioni.
Per una forma di cortesia, Putin invitò Dmitry a cena. In passato, gli aveva reso buoni servigi, era un uomo fedele e quasi sempre sincero, e, sebbene meritasse di essere cacciato, Vladimir non intendeva farlo in maniera brutale (come avrebbe fatto con altri). In fondo, erano amici di vecchia data.
Scelse uno dei migliori ristoranti di Mosca, La caccia dello Zar, nel sobborgo di Zhukovka. Dopo gli antipasti ordinarono uno squisito cervo, servito con una salsa di panna e marmellata di mirtilli.
Malgrado la bontà del cibo, Dmitry mangiò pochissimo, in compenso continuò a riempirsi il bicchiere. Putin ordinò una seconda bottiglia di vino della Crimea. Gli parlò con gentilezza, evitando toni duri e recriminazioni per il suo comportamento. Gli disse che avrebbe avuto una buona pensione, una dacia in mezzo ai boschi e tutta la vodka che era in grado di bere. Se Dmitry colse l’allusione, non lo diede a vedere.
“Chi prenderà il mio posto?”, domandò dopo essersi asciugato la bocca.
“Aleksandr Sergeivic Stavrogin.”
Dmitry annuì. “L’ho creato io.”, commentò.
Putin rimase in silenzio.
“Va bene.”, disse Dmitry. “Però attenzione, compagno: Matrioska è una macchina. Una macchina programmata per uccidere. E’ privo di sentimenti, di emozioni, non conosce la paura… né l’empatia. Non sarà amato dai suoi sottoposti.”
“E’ esattamente quello che desidero.”, dichiarò Vladimir Putin.

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A quanto mi risulta, 78 persone si sono iscritte al mio blog (ieri erano 77). A parte il fatto che non so cosa ciò significhi, e che comunque mi sembra un numero enorme, mi sento presa in giro. A nessuna di queste 78 persone interessa minimamente “Matrioska”. Lo si deduce anche dai commenti relativi al riassunto, che con grande sforzo ho scritto (detesto i riassunti!) Non un’opinione su un personaggio, una domanda, una critica, una richiesta di chiarimenti. Interesse zero, quindi.
Io credevo che un riassunto fosse utile, data la lunghezza della storia. Inoltre, quando cominciai a scriverla ero seguita da pochissimi reduci di Splinder, e nemmeno loro – credo – possono ricordare tutte le varie avventure che si sono succedute.
Se avessi avuto due, tre, quattro commenti a post, sarei stata contenta. Ma ciò che mi ha irritata e che, dopo attenta riflessione, mi ha indotta a prendere questa decisione è proprio il numero degli iscritti.
78 fantasmi.
O, forse, 78 persone che si divertono alle mie spalle.
Avrei dovuto smettere con Splinder, affondare con esso come i veri capitani di una volta. Ho sbagliato a non farlo.
Visto che li ho già scritti, posterò in fretta e furia gli ultimi capitoli di “Matrioska”, e poi basta.
Buona vita a tutti.

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PARTE PRIMA: ROMA (ANTEFATTO)
John Lodge è un agente della CIA che si trova a Roma con il compito di proteggere e interrogare Boris Ivanovic, un funzionario di alto grado del KGB sovietico, che ha deciso di cambiare campo. Lodge non ha mai fallito una missione, ma in questo caso deve affrontare il miglior agente del KGB, Aleksandr, nome in codice Matrioska: un uomo freddo e spietato, specializzato in omicidi. Grazie a un piano ingegnoso e ardito, e avvalendosi di complici italiani, Aleksandr ha la meglio. Malgrado la presenza della polizia italiana e di un secondo agente della CIA, tramortisce Lodge e uccide Boris. 

PARTE SECONDA: AFGHANISTAN
Dieci anni dopo, Il destino vuole che le strade dei due si incrocino nuovamente. La CIA ha ricevuto una “soffiata” da Mosca: in vista della grande offensiva estiva, i russi intendono eliminare Massoud, il più abile fra i comandanti dei Mujaheddin, che sono in guerra contro l’Unione Sovietica.
A questo scopo, Aleksandr valica il passo Khyber, accompagnato dal taciturno Farrin, un tagiko “condizionato” dal KGB: egli in pratica è un automa, privo di ogni cognizione del dolore o della paura; uno strumento di morte che risponde solamente a Matrioska. Per costringere un ostinato guerrigliero a rivelargli dov’è il rifugio del suo capo, Aleksandr cattura e scuoia un cinghiale e minaccia l’afghano di avvolgerlo nella pelle dell’animale: malgrado il suo coraggio, l’uomo terrorizzato cede.
I due raggiungono Massoud, senza però riuscire a ucciderlo.
Lodge è accompagnato da Monica Squire, una donna determinata e affascinante. Fra loro nasce una profonda attrazione, sebbene Monica sia fortemente contraria all’appoggio che l’America sta dando ai guerriglieri, dato che i sovietici hanno invaso l’Afghanistan dietro a una precisa richiesta del legittimo governo di Kabul che vorrebbe modernizzare il Paese, elevando la condizione femminile e dando vita a un vasto programma di riforme sociali e democratiche; Lodge non approva il punto di vista della collega, ritenendo che il suo compito sia solo quello di salvare la vita a Massoud, senza speculazioni inutili. Questo comunque non impedisce che l’attrazione sfoci in una prorompente passione. Lodge, però, ama sua moglie, Sherilyn, e, benché desideri ardentemente Monica, resiste alla tentazione dopo essere arrivato a un passo dal tradimento. A frenarlo è anche il pensiero della figlia, Susan.
Monica Squire vive un’esperienza drammatica: viene bastonata da un gruppo di afghani per essere andata a nuotare in un piccolo lago in slip e reggiseno. A salvarla, paradossalmente, è l’arrivo dei terribili Hind, gli elicotteri corazzati dell’Armata Rossa.
A questo proposito, John e Monica istruiscono due guerriglieri sull’uso degli Stinger, l’unica arma in grado di abbattere i micidiali Hind. La stessa Monica ne abbatte uno, salvando la vita a Lodge.
Una parentesi è dedicata alla sorella di Aleksandr, Sonja, ingiustamente  incarcerata e in seguito condannata all’ergastolo per aver ucciso un’altra detenuta che voleva violentarla. Grazie al prestigio del fratello, Sonja ottiene la grazia da Vladimir Putin, all’epoca ai massimi vertici del KGB, il quale stravede per Matrioska. Diventata amica di Tamara, l’amante di Aleksandr, le incomincia a raccontare di quando lui cambiò, trasformandosi da ragazzo sensibile e affettuoso in un uomo gelido e privo di sentimenti.
Nel frattempo, dopo alterne vicende e vari capovolgimenti di fronte, Aleksandr rapisce Monica per indurre Lodge a confidargli dove si trovi ora Massoud. I due uomini si affrontano su una montagna che sovrasta la valle del Panjshir e fanno fuoco nello stesso momento.
Matrioska, apparentemente colpito a morte, precipita in un burrone.

PARTE TERZA: STATI UNITI
Vladimir Putin considera John Lodge estremamente pericoloso: per eliminarlo (e per vendicarsi di ciò che è successo in Afghanistan), invia negli Stati Uniti due agenti, l’avvenente Aglaja e, sotto le false spoglie del norvegese Larsen, Matrioska, miracolosamente scampato alla morte grazie anche al soccorso di due soldati russi.
Compito di Aglaja è quello di scoprire dove abita Monica Squire per poi risalire a Lodge. Grazie all’informazione di una talpa, la donna rende sessualmente succube  un funzionario dell’OS, l’organo di controllo della CIA, che le fornisce l’indirizzo di Monica.
Dopo averlo ucciso Aglaja si reca da Monica; grazie alla maggior prestanza fisica la sequestra e la tortura finché l’americana non si arrende, svelandole l’ubicazione della casa di John.
Matrioska giunge in Virginia dal Messico. Ma alla frontiera, a causa di una vecchia foto, viene riconosciuto da Steve Miller, un agente dell’FBI, vecchio amico del padre di Monica. Dopo aver avvisato soltanto un collega, l’alcolizzato Paul Bradley, Miller precede Aleksandr che tuttavia lo ammazza soffocandolo con la neve.
Matrioska uccide a sangue freddo John Lodge, avvalendosi di un’arma che in realtà è un frutto della tecnologia americana (IM, Improvised Munitions), capace di trasformare sabbia o neve in micidiali proiettili. L’arma era celata nel baule della macchina, nascosta nell’attrezzatura per la pesca.
Mentre Aleksandr, Aglaja e Monica si trasferiscono in un cottage in riva a un lago – è la base americana di Aglaja -, in attesa di attraversare la frontiera canadese e di sopprimere Monica, Paul Bradley, l’agente federale alcolizzato, scoperto il cadavere di Steve Miller, anziché avvisare tempestivamente l’FBI, chiama invece la CIA. Come ricompensa, dopo un breve interrogatorio, viene brutalmente assassinato da Yarbes e Thompson, i due agenti inviati da Langley. Yarbes corre a casa di Lodge, si rallegra per la mancanza della moglie e della figlia, trascina il cadavere all’interno dell’abitazione – Lodge era stato ucciso sulla soglia – e inquina tutte le prove, in modo che si pensi a un omicidio avvenuto nel corso di una rapina, sempre per ordine del capo di Langley.
In una riunione a tre, fra il presidente degli Stati Uniti e i direttori di FBI e CIA, quest’ultimo nega con fermezza il coinvolgimento dell’Agenzia.
Più tardi si scoprirà il motivo di tale comportamento, e di altre “singolari” decisioni da lui prese.
Intanto, nel cottage, esplode la passione fra Aleksandr e Monica. (Già in Afghanistan, il russo era sembrato attratto da lei).
Se le avessero detto che un giorno Matrioska l’avrebbe baciata, domandandole poi cosa avrebbe provato, Monica avrebbe risposto senza esitare.
Disgusto. Rabbia. Desiderio di cavargli gli occhi. Odio. Repulsione.
Perciò il  suo stupore fu grande quando, quasi a sua insaputa, ricambiò il bacio con trasporto.
C’era molto in quel bacio.
La disperazione per la morte di Lodge, la paura di essere uccisa, il ricordo delle torture subite. Era come se le venisse offerta un’ultima possibilità, un ultimo squarcio di vita. La mente rimase fredda ma il corpo la tradì. Con sconcerto si rese conto di essere bagnata. Con crescente incredulità scoprì che una parte di lei desiderava essere posseduta. Matrioska era un uomo gelido, cupo, completamente privo di compassione, di umanità; aveva ammazzato a sangue freddo John e, sebbene esitasse, alla fine avrebbe lasciato Aglaja libera di eliminarla, magari dopo infiniti tormenti.
Matrioska era “il” nemico.
Era anche bello, però, e la baciò con dolcezza. Monica si sentiva come scissa in due: a livello razionale, escludeva nel modo più assoluto di spingersi oltre a quel bacio assurdo; ma mentre pensava a ciò, non oppose  resistenza quando lui la svestì, non si divincolò, non lottò. Questo è uno stupro, si ripeteva: non posso oppormi perché lui è molto più forte di me. Infatti, mi sta costringendo.
Ma non era vero.
E lei lo sapeva.
Quando si sentì penetrare e incominciò a urlare, era consapevole che le sue grida non esprimevano rifiuto o angoscia, bensì passione.
Fu travolta dall’orgasmo.
E fu solo il primo di quella notte.
Questo scatena l’ira della gelosa Aglaja, per fortuna senza gravi conseguenze per Monica, a parte un violento pugno al plesso solare.
Ciò nonostante sia il sovietico, sia l’americana, sono pienamente consapevoli che il destino di Monica comunque non cambierà: Matrioska da sempre è abituato a eseguire gli ordini, e – oltre a Lodge – Putin lo ha incaricato di uccidere anche Squire.
Yarbes, probabilmente il nuovo numero uno della CIA, individua la talpa, un uomo di nome Dan Capshaw, e torturandolo orribilmente, lo costringe a rivelargli ciò che è accaduto, nonché il vero nome di Aglaja (in America si faceva passare per Janice) e la presenza di Matrioska. Scoperto dove si trova il cottage, Yarbes e Thompson lo prendono d’assalto, ma con esito deludente: Aleksandr uccide Thompson e riesce a fuggire; dal canto suo Monica spara ad Aglaja.
Braccato e senza più documenti validi, Matrioska dapprima stermina una banda di delinquenti che volevano derubarlo, quindi uccide un rappresentante di oggetti religiosi per impossessarsi della sua macchina.
Dalla Francia arriva in soccorso un simpatizzante del KGB, Julien Delpech, inviato da Elke Shurer, una tedesca che lavora per la Stasi, il servizio segreto della Germania dell’Est, il più fido alleato dell’intelligence sovietica. Egli porta con sé un passaporto “quasi perfetto”. Per Matrioska quindi non va bene. Sebbene più anziano, Delpech è alto e con le spalle larghe: Aleksandr prenderà il suo posto e il francese scomparirà, salvo poi “riapparire” sul volo che porterà Aleksandr a Parigi (e in seguito a Cannes).
Nel frattempo, Monica rischia la condanna a morte per alto tradimento (non essendo riuscita a resistere alle torture di Aglaja). Lodge, infatti, è morto a causa sua.
Ma il direttore della CIA insabbia il caso e durante un colloquio con il presidente della commissione disciplinare, spiega infine le ragioni del suo comportamento.
Quando il direttore della CIA entrò nel suo ufficio, il dossier di Monica Squire era sulla scrivania.
Lo lesse attentamente, quindi trasse un sospiro e scarabocchiò qualcosa sul primo foglio. Poi telefonò personalmente a Stephen Ford. Mezz’ora più tardi, l’anziano presidente della commissione disciplinare si presentò a rapporto.
Il direttore gli mostrò quello che aveva scritto.
Ford non nascose lo stupore.
N.P. Non procedere, seguito dalla firma del capo.
“Perché?”, domandò Ford, sorpreso e sconcertato.
“Da quanti anni ci conosciamo, Stephen?”
Ford sorrise un po’ mestamente. “Da molti, troppi forse, signor direttore.”
L’altro annuì. “E in tutti questi anni ho sempre potuto constatare – e ammirare – la sua riservatezza. Non vorrà deludermi certo ora?”
“No, signor direttore.”
“Bene. Proprio a causa del suo passato e dei suoi meriti, le devo una spiegazione.”
Ford si protese verso di lui, le braccia incrociate sul petto.
“Vede, Stephen”, disse il direttore, “sappiamo entrambi che la ragione di Stato deve prevalere sempre e comunque su tutto.”
“Naturalmente, signore.”
“Mi ascolti con attenzione. Monica Squire è una donna graziosa e affascinante, oltre che un valido agente, e, benché si sia dimostrata vile, non nego che mi dispiacerebbe qualora venisse condannata a morte o all’ergastolo; ma non è questo il punto. Se Monica Squire dovesse comparire in un tribunale, le verrebbero poste determinate domande alle quali lei risponderebbe sinceramente. Ciò che è stato fatto in questi ultimi giorni”, proseguì il direttore della CIA come parlando a se stesso, “non la deve riguardare, Stephen. Sono state prese decisioni drastiche, in base alle necessità. Ma Monica Squire non deve parlare, in nessun caso!”
“Non capisco, signore.”, replicò Stephen Ford.
“Adesso capirà.”
Il direttore si alzò e si affacciò alla finestra. Poi si girò verso Ford.
“La donna… non era una terrorista. Apparteneva al KGB, Stephen.”
Ford sbatté le palpebre.
“E con lei c’era un uomo, un’icona. Il suo nome in codice è Matrioska. Eravamo convinti di averlo eliminato in Afghanistan. Purtroppo ci sbagliavamo. Ora, quante volte abbiamo biasimato gli inglesi per il loro errato concetto di libertà individuale che li porta a trascurare le misure di sicurezza? Si immagina le loro risate nell’apprendere che un uomo del KGB è entrato indisturbato negli Stati Uniti e ha ucciso con tutto comodo due nostri agenti? E la stampa mondiale? Ci andrebbe a nozze. Immagina le critiche, gli editoriali pieni di compiacimento? No, Stephen, sarebbe un colpo terribile per la nostra immagine; e le conseguenze sarebbero molto gravi. Per questo Squire non deve parlare. Potremmo sopprimerla, certo, ma ritengo che sia più semplice e conveniente scagionarla, e chiudere qui l’intera faccenda.”
Ford lo fissò. “D’accordo, signore. E questo Matrioska?”
“Lo prenderemo.”
Il direttore della CIA sorrise cupamente.
“Yarbes lo prenderà.”
E Yarbes scopre che il fantomatico Julien Delpech in realtà è Matrioska. Si mette in contatto con lo SDECE, l’Agenzia di controspionaggio francese. Hanault, il capo, gli comunica che Julien Delpech si trova ora in vacanza all’hotel Martinez di Cannes, però lo ammonisce.
Hanault fu esplicito. Delpech era un cittadino francese e, sebbene fosse sospettato di avere dei legami con il KGB, risultava incensurato e alle spalle aveva un passato degno di rispetto: aveva combattuto per il generale de Gaulle! In ogni caso, qualsiasi fosse il motivo della richiesta di Yarbes, la CIA era pregata di non interferire. Gli aveva trasmesso quell’informazione soltanto per un gesto di cortesia.
Yarbes ribatté che con ogni probabilità Delpech era morto. L’uomo che ora si spacciava per lui era quasi certamente un agente sovietico.
Hanault accolse quelle parole con scetticismo. Prima di riattaccare, ribadì che non avrebbe tollerato intromissioni. “Maledetti cow-boy!”, esclamò quando depose il ricevitore sulla forcella.
Poi Hanault convoca due uomini del famigerato Servizio d’azione francese. Se Yarbes andrà a Cannes, loro dovranno sorvegliarlo.

PARTE QUARTA: CANNES
L’attraente e statuaria Elke Shurer informa Matrioska che egli è stato promosso tenente generale. Davanti al suo stupore, gli dice: “Mi avevano avvisata che questa sarebbe stata una sorpresa per lei. Un cadeau da Mosca. E non ci sarà nessuna nuova missione, Aleksandr Sergeivic. Dopo un meritato periodo di riposo, prenderà il posto di Dmitriy.”
Già in passato, Matrioska aveva evitato di entrare a far parte dei quadri dirigenziali, ma questa volta Putin non avrebbe accettato rifiuti.
Mentre i due iniziano a flirtare, Yarbes (che è stato accompagnato in segreto da Monica), si reca da un armaiolo di Cannes. Gli serve un’arma perfetta. I suoi ordini sono chiari: deve uccidere il killer sovietico.
Il francese fissò Yarbes. “Quattro giorni?” Scosse vigorosamente la testa. “Ce n’est pas possible!”
“E’ il limite massimo.”, dichiarò con calma l’americano. “E sono disposto a pagare il doppio del prezzo di mercato.”
Una luce avida comparve per un attimo negli occhi dell’altro. “Beh, questo cambia le cose. Mi segua.”
Lo guidò in un’altra stanza, una specie di laboratorio. Si trovavano in una vecchia casa dall’aspetto rispettabile, nei pressi di una serie di campi di bocce, frequentati soprattutto da anziani. L’unica finestra del locale dava su un piccolo giardino interno, che nei mesi più caldi sarebbe stato sicuramente rigoglioso.
Il francese versò due Pastis e porse un bicchiere a Yarbes.
“I requisiti?”, domandò.
Yarbes fu conciso. “Estrema precisione. Cento metri, come minimo, di portata di tiro. Mirino laser. Munizioni del tipo a punta cava. Dev’essere un’arma leggera, assolutamente maneggevole. E non ingombrante, dato che la userò in pieno giorno e dovrò sistemarla da qualche parte.”
“E’ sempre possibile assemblarla sul luogo.”, osservò il francese. “Lei è pratico?”
Yarbes annuì.
“Bersaglio fisso o in movimento?”
Yarbes rifletté per qualche secondo, ponderando la questione. “Fisso”.
“Bien. Il cinquanta per cento come anticipo, il saldo alla consegna.”
“Naturalmente.”, disse Yarbes.

E’ possibile leggere tutta la storia cliccando su “Matrioska”, alla voce Categorie, sulla destra del template.

L’inizio di “Matrioska” è stato pubblicato sul Corriere della Sera come miglior incipit di un romanzo inedito.

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OH SE TU SAPESSI

Te ne andasti in un freddo giorno di dicembre.
Ho sempre amato l’estate. Ho sempre detestato l’inverno.
D’estate il mare è capace di assumere mille colori, e mille sfumature di colori; il mare profuma di vita, è solcato da barche a vela, che si spingono fino al lontano orizzonte, oltre al quale soltanto l’immaginazione può scorgere gli infiniti tesori di cui il suo scrigno è colmo: gioielli preziosi che alimentano l’esistenza, che ispirarono racconti ed epopee, che la mano del poeta seppe tradurre in versi simili alle pennellate di un pittore dell’anima.
L’estate dalle albe incantate e dai lunghi tramonti, preludio a notti calde, contenitori delle nostre speranze più audaci, in un orgoglioso anelito a quell’immortalità del pensiero, che coglieremo insieme come il più prezioso dei diamanti.
L’inverno è l’afasia. Le parole che si ghiacciano nel momento stesso in cui escono dalla bocca; cambiano significato, lo perdono e infine si ritirano, smarrite, in zone d’ombra, dove soffia il vento gelido di settentrione. E poi pioggia e neve, e buio incombente, che le stelle non riescono a rischiarare.
Oh se tu sapessi, amore mio.
Quanti sogni è in grado di creare il mio cuore!
Sogni che saranno destinati a rimanere tali, ma che tuttavia nasceranno ugualmente, cresceranno, come una pianta accudita da un bravo giardiniere, dando vita a giorni diversi, intessuti dei miei palpiti più profondi. Ti porterò a Lisbona, e a Costantinopoli. Ti condurrò ovunque tu vorrai, e sarà come se tu non fossi mai partita: quelle valigie non esisteranno più; esse saranno scomparse, lasciando in loro vece una borsa da viaggio.
Parleremo di libri, di film; mangeremo sdraiate sul letto infischiandocene delle briciole; saliremo sulle giostre, i volti arrossati per l’eccitazione. Ti regalerò un cagnolino. Sceglieremo il suo nome assieme, e sarà il nostro fido amico, suggello d’amore. Dimenticheremo le frasi aspre; con la potenza dell’immaginazione costruirò nuovi giorni, e ciascuno di essi sarà completamente differente dai precedenti, perché ogni mattino sceglierò percorsi inediti. Osserverò i tuoi occhi, cogliendone anche la minima espressione, certa di trovarvi una felicità che finalmente ti apparterrà.
Torneremo in quel ristorante, ancora ci scambieremo promesse; e la bonaria invidia di chi ci osserverà in quella sera sarà la testimonianza di un nuovo inizio.
E infine nuoteremo fino al largo, sotto al cielo più blu che esista. L’acqua sarà verde e tiepida; i delfini, muti testimoni del nostro amore. Di ritorno sulla spiaggia, troverò una conchiglia magica e te ne farò dono. Essa sarà il viatico della tua serenità, di sogni gioiosi e non più cupi, di aspettative ardenti che renderanno ogni giornata luminosa, di quella luminosità assoluta, scevra di nubi, perché io le manderò lontano. Per te ci saranno solo tappeti di stelle, cieli radiosi di sole, e sabbia bianca, e grandi prati cosparsi di fiori, e colline dal profilo gentile, e boschi colmi di meravigliosi piccoli amici: scoiattoli, tassi, volpi, lepri, che io ti farò conoscere.
Caccerò l’oscuro nemico. Edificherò una casa con il tetto d’ardesia e la cospargerò di piante; essa sarà protetta dal male, perché questo sarà il più grande sortilegio creato dal mio amore.
Tu avrai solo risvegli felici, e nulla potrà turbare la tua anima.
Amore mio, ti stringerò forte e dirò quelle parole che non seppi mai pronunciare; la tiepida brezza primaverile finalmente scioglierà il ghiaccio della mia mente.
Farò tesoro degli errori del passato, affinché non abbiano a ripetersi mai più. Forse ce ne saranno di nuovi, ma questa volta risulteranno talmente piccoli e trascurabili da non spegnere, nemmeno per un istante, il tuo sorriso.
Dipingerò quel sorriso. Sarà un quadro impalpabile, che soltanto i miei occhi potranno vedere. Ma sarà anche un quadro capace di trascendere il tempo e lo spazio; vivrà fino a quando i miei giorni volgeranno al termine.
Quello sarà l’ultimo momento, e io saprò, senza possibilità di errore, di non aver sprecato la mia vita. Le nostre mani si sfioreranno, e io porterò il tuo ricordo sulle bianche spiagge da dove non si fa ritorno.
Ma sìì tranquilla, tesoro mio: mancano ancora molti anni.
Che io colmerò del più grande amore.

Buon Ferragosto a tutti 🙂

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UN, DUE, TRE!

Questa sera grande spettacolo senza rete!
“Mi porti, papà?”, chiese il bambino, rosso in viso per l’eccitazione.
“Va bene, Micky!”, rispose il padre soffocando uno sbadiglio annoiato. Da molti anni il circo aveva perso ogni attrattiva per lui.

“Devi capire, Amilcare.”, disse Gloria alzando gli occhi dalla scodella fumante. “Non è più come una volta, quando la gente faceva la coda per venire ad assistere ai nostri spettacoli. Il cinema, la televisione, le polemiche continue sugli animali: adesso navighiamo in cattive acque, e io sono costretta a ridurre i costi. E poi siamo sinceri, sono anni che non fai più ridere nessuno. Hai fatto il tuo tempo, è nell’ordine naturale delle cose. Ma devi stare tranquillo: ho sempre pagato i contributi, avrai una discreta pensione e una buona liquidazione. Ecco, questo è l’ultimo stipendio.” Gli porse una busta che Amilcare prese con riluttanza. “Allora questa sera ci sarà il mio ultimo show?”
Gloria alzò un sopracciglio. “Veramente ho chiuso i conti a stamani.”
Amilcare scosse la testa. “Vorrà dire che lavorerò gratis, prendilo come il mio dono d’addio.” Intascò la paga e uscì dalla roulotte.
Più tardi, mentre si preparava per lo spettacolo, rimuginava cupamente. “Ho fatto ridere i bambini di tutta Europa. Mi hanno applaudito a Roma, Parigi, Londra. E adesso mi considerano finito, un ferro vecchio da buttar via!” Per lui il circo era la vita; aveva incominciato a dieci anni, inizialmente come garzone, in seguito aveva fatto di tutto: l’acrobata, il giocoliere, sino a diventare un clown, probabilmente il ruolo che gli si addiceva meglio. Ma, se c’era da sostituire qualcuno, se un altro artista era infortunato o malato, era sempre stato lui a prenderne il posto, senza mai sfigurare. Il padre di Gloria lo adorava, la figlia aveva un carattere diverso, era una donna fredda e attenta ai bilanci, tuttavia non si era mai lamentata di luì. Anche se, nel profondo del suo animo, Amilcare sapeva di aver perso lo smalto del passato, avvertiva che le risate diminuivano, che gli applausi diventavano sempre più scarsi.
Un, due, tre! Ma quella sera avrebbe dato il meglio di se stesso, sarebbe riuscito a colmare i bambini di gioia e di entusiasmo. Lui adorava i bimbi, ed era felice quando li rendeva contenti.
Un, due, tre. Questa sera!

Quando toccò a lui, raggiunse la pista emozionato come un novellino. Come sempre incominciò a marciare in modo buffo, una sorta di parodia del passo dell’oca che terminava quando lui fingeva di inciampare, cadendo poi rovinosamente a terra. A quel punto, un altro clown sopraggiungeva e gli sferrava un potente ceffone, naturalmente falso; quindi, lo invitava a proseguire.
Un, due, tre. Ma nessuno rideva. Amilcare passò al numero successivo. E nessuno rise, solo un timido applauso accompagnò i suoi lazzi. Un istante dopo, la voce metallica del direttore annunciò gli acrobati. Amilcare conosceva a memoria i tempi e si rese conto che lo avevano interrotto almeno una decina di minuti prima del previsto. Eppure aveva fatto ridere i bambini di tutta Europa.
Si ritirò in disparte ad osservare le prodigiose evoluzioni di Max, Giorgio e Sandra. Erano suoi amici, come tutti al circo del resto. Dopo un momento di esitazione, salì la scaletta di corda che portava a una delle due piattaforme. Durante l’ascesa finse due volte di perdere l’equilibrio e di cadere, era un giochetto che gli riusciva bene, malgrado l’età avanzata conservava ancora buone doti di agilità. Il pubblico trattenne il fiato, poi capirono che quelle mosse maldestre costituivano una parte dello show. Ci furono applausi, i bambini finalmente risero. Quando fu in alto, a fianco di Max, Amilcare fece il segno convenuto a Sandra. La ragazza esitò, non sapeva nulla di quel fuori programma che esulava dalla precisa organizzazione dei loro spettacoli. Guardò interrogativamente Max. Lui annuì.
Sandra si lanciò, elastica e bellissima nel body trasparente. Il clown la imitò gettandosi nel vuoto. La gente trattenne nuovamente il fiato. Lei lo raggiunse, afferrandogli saldamente un polso.
Un immenso applauso si levò dal pubblico sottostante. Il numero era riuscito perfettamente. Amilcare sorrise, mentre nel suo cuore riecheggiavano mille applausi simili, che aveva ricevuto in mille città diverse. Quindi diede uno strattone. Sebbene Sandra fosse forte, perse la presa.
Il clown volteggiò in aria, illuminato dalle luci magiche del circo.
Un, due, tre!

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TIE-BREAK

Il pubblico del campo centrale di Wimbledon tratteneva il fiato. Serena Williams, la grande favorita del torneo, si era aggiudicata senza problemi il primo set della finale, poi dopo una furibonda battaglia aveva perso il secondo. E ora si trovava uno a cinque, zero a quaranta, nel terzo. Jane trasse un profondo respiro e si preparò a servire la palla del match point.
Jane rappresentava una sorpresa assoluta: proveniva dalle qualificazioni, era sconosciuta ai più e nel corso del suo cammino aveva eliminato, una dopo l’altra, Francesca Schiavone e la sorella di Serena. Socchiuse gli occhi per un istante, infastidita dal sole, quindi prima di prodursi nel suo fantastico servizio, ripensò agli ultimi mesi.
Jane era nata a Windsor. Di famiglia benestante, aveva dimostrato sin da piccola una naturale predisposizione per lo sport. I suoi genitori le avevano regalato un cavallo che lei adorava; tuttavia eccelleva soprattutto nel tennis. Passata precocemente al professionismo, aveva partecipato a tre tornei minori, aggiudicandosi l’ultimo dei tre; dopodiché si era iscritta a Wimbledon. A differenza di molte ragazze prodigio,  Jane non era una macchina costruita appositamente per macinare ore di allenamento. Talento innato e doti fisiche le permettevono di vivere una vita normale, senza dover sottostare alle privazioni che generalmente un’atleta deve affrontare. Nel corso di una festa aveva conosciuto Keith. Era un giovane bello e inquietante; aveva fatto sesso con lui quella notte stessa.
Con un gesto elastico e perfettamente coordinato lanciò in aria la pallina, quindi la indirizzò sul lato sinistro del campo. La violenta risposta della Williams la sorprese; non tentò nemmeno di opporsi a quell’autentico proiettile. Tornò alla battuta e commise doppio fallo. Quaranta a trenta.
Si era innamorata di Keith. Era la prima volta che le succedeva: ma lui era speciale. Realizzava quadri stupendi, scriveva poesie profonde e ispirate, e faceva l’amore in modo superbo. A seconda dei casi, poteva dimostrarsi tenero e affascinante oppure scontroso e cupo. Ma quando era dell’umore giusto la faceva sentire una regina.
Tre passanti micidiali di Serena Williams le tolsero il servizio. Perse il successivo game a zero. Adesso conduceva per cinque a tre, e aveva una nuova occasione di chiudere l’incontro.
Keith l’aveva portata a Parigi, dove avevano trascorso un weekend magnifico. Avevano esplorato il quartiere degli artisti e si erano fermati a mangiare nei deliziosi ristorantini della rive gauche. Avevano fatto all’amore per ore, regalandosi emozioni di un’intensità quasi sconvolgente. Keith era un pittore affermato e non badava a spese. L’aveva condotta a Cannes, donandole l’incanto del mare e delle palme. Nella lussuosa camera dell’hotel Carlton si erano letteralmente divorati a vicenda, fermandosi soltanto alle prime luci dell’alba per poi dormire teneramente abbracciati fino a mezzogiorno. Alla sera cenavano da Pierrot, e Jane mangiava avidamente una dozzina di ostriche sostenendo che erano il cibo più afrodisiaco che esistesse in natura. Passeggiavano mano nella mano sulla Croisette, soffermandosi ad osservare il meraviglioso scenario del mare illuminato dalla  luna. Guardavano il cielo stellato e poi tornavano in albergo a fare nuovamente l’amore.
“Cinque a cinque”, annunciò lo speaker con la voce resa metallica dall’altoparlante. Serena Williams era diventata incontenibile. Jane non riusciva più a ribattere ai suoi colpi, era sballottata per il campo come un pugile rintronato per i troppi pugni subiti. “Sei a cinque per la signorina Williams.”
Tornati in Inghilterra, avevano continuato a frequentarsi raggiungendo un’intimità sempre maggiore. Jane era convinta che Keith l’amasse. A parte gli sbalzi d’umore, sapeva essere incredibilmente dolce con lei. Un giorno le fece un regalo stupendo: il suo ritratto. Aveva lavorato di nascosto, affidandosi solamente alla memoria. Il risultato era sorprendente: si trattava di un dipinto di prodigiosa bellezza, capace di raffigurare non solo il suo viso ma anche la sua anima.
Jane era stravolta dalla stanchezza. Madida di sudore, dolorante a un piede, accettò intimamente la sconfitta. Finalista alla sua prima partecipazione a Wimbledon! Era comunque uno sbalorditivo successo, pensò nella maniera che è propria dei perdenti. E’ vero: si era trovata a un passo dalla vittoria, ma l’altra era troppo forte. Avrebbe ritentato l’anno successivo. Trascinata dalla sua stessa furia agonistica Serena commise tre errori gratuiti. Sei pari e conclusione al tie-break.
Una sera aveva voluto fargli una sorpresa. Senza avvisarlo si era recata da lui. Aveva con sé una bottiglia di champagne, desiderava essere coccolata, amata; voleva trascorre una notte indimenticabile. Entrò in casa con le chiavi che le aveva dato. Keith era in camera da letto, con la luce accesa. Jane pensò maliziosamente che ambedue preferivano la luce al buio; i loro corpi giovani e belli non meritavano di essere celati alla vista. Aprì la porta della stanza.
La Williams si aggiudicò il primo punto del tie-break con un passante di rovescio. Poi fece un ace. Due a zero.
Keith era letto con una ragazza. Una perfetta sconosciuta, per Jane. Era mora, molto avvenente; lo stava cavalcando. Jane guardò la scena impietrita, resistendo all’impulso di scagliarsi su di loro; non avrebbe saputo chi picchiare per primo. Keith la vide ma non fece nulla per fermarla. Lei uscì dalla camera, e dalla sua vita.
Jane si asciugò il sudore dalla fronte. Il caldo era insopportabile, il sole picchiava implacabile con la stessa forza dei colpi di Serena Williams. Alzò lo sguardo verso la tribuna, cercando con gli occhi suo padre. E li vide. Keith e la bruna, stretti l’un l’altra che ridevano e si accarezzavano, indifferenti alla partita e incuranti degli altri spettatori indignati.
Toccava a Jane servire.
Andò alla battuta per vincere.

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