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Archive for giugno 2012

ALEX ALLISTON

LA GIUSTIZIA
Jack the Ripper rise e gli voltò le spalle. Si allontanò alla ricerca del cocchiere, mentre Carrick lo fissava immobile.
In quel momento, nel buio della notte, ripensò a sua madre. Non l’aveva mai perdonata e il rancore che provava per lei si era esteso a tutte le prostitute. Comunque, non poteva accettare che l’uomo che le aveva torturate in maniera così efferata la passasse liscia e continuasse a condurre la propria vita come se niente fosse accaduto. Tu di’ che non sono morte, pensò parafrasando Shakespeare, dillo e avrai il diritto di proseguire il tuo cammino. Ma esse morte sono.
Dove stava scritto che la legge era l’unica depositaria della giustizia, e che un giudice, magari corrotto, ne fosse il suo solo rappresentante? Esisteva una giustizia superiore, non già quella dei cieli, ma quella che rispondeva alla morale. E la legge morale stava più in alto dei giudici e degli avvocati, delle prove e dei verdetti; talvolta essa era presente nell’aula di un tribunale: ma esistevano casi in cui veniva ignorata, per via di inganni o di giochi di potere. Tuttavia era a questa che Carrick doveva rispondere.
Come un giorno gli aveva detto Bellatrix Harrows, nel corso della sua vita egli non aveva esitato a ricorrere al ricatto, a mentire e a corrompere in cambio di denaro; però ciò rientrava soltanto in minima parte nel concetto di giustizia superiore. Erano piccoli fatti marginali, simili a granelli di sabbia nel deserto.
I delitti di Jack the Ripper appartenevano invece al lato più oscuro della malvagità umana, rappresentavano una delle pagine più sinistre e spaventose della storia degli ultimi cento anni.
E il verdetto poteva essere uno solo.
“Primo Lord dell’Ammiragliato!”, lo richiamò.
Quello si girò verso di lui.
“In nome della giustizia, io vi condanno a morte.”
Poi Carrick premé il grilletto.
 
L’INGIUSTIZIA
Melanie si era ammalata ed era stata licenziata.
Helen andò a chiedere spiegazioni. Il capo reparto le disse che la sua amica era troppo fragile e perciò inadatta a quel lavoro. Helen avrebbe voluto ribattere che, se le operaie fossero state trattate in modo più umano, anche Melanie avrebbe potuto fare la sua parte. Liverpool era stata investita da un freddo glaciale e la fabbrica non era riscaldata; i turni di lavoro erano massacranti e non veniva mai concesso un minuto di riposo. Ma sapeva che sarebbe stato fiato sprecato. Si fece dare la paga maturata fino a quel giorno e dichiarò che non sarebbe più tornata.
“Te ne pentirai!”, disse l’uomo.
Helen alzò le spalle e lasciò il tetro edificio.
La fronte di Melanie scottava; la giovane era scossa continuamente da brividi, aveva sete e male alle ossa. Helen non si illudeva. Non aveva i soldi per pagare un dottore e non era in grado di curare la sua amica; ciò nonostante non poteva lasciarla sola. Le preparò un the tiepido, poi le passò un fazzoletto bagnato sulla fronte. Si sedette sul letto e le prese una mano. Più di questo non poteva fare.
Verso mezzanotte, Melanie incominciò a delirare. Era tutta sudata e tremava sempre di più. Helen mise a bollire dell’altro the, e le deterse ancora la fronte. Le ore passarono lente, mentre fuori l’aria si faceva ancora più gelida. Quando fu mattino, Melanie aprì gli occhi. Sembrava nuovamente consapevole: guardò Helen e le sorrise. “Sei tanto cara!”, le disse. “Sei la mia unica amica.” Poi voltò la testa sul cuscino e rimase immobile.
Helen scoppiò in lacrime. Voleva bene a Melanie: era una ragazza dolce e intelligente. Pensò con rabbia ai privilegi dei ricchi. Abitavano in case lussuose, circondati da servitori pronti a esaudire ogni minimo capriccio; mangiavano cibi raffinati, bevevano birra forte, cognac e porto. Possedevano carrozze e cavalli. E spesso avevano una seconda casa per trascorrervi le vacanze. I poveri non avevano nulla di tutto ciò, e questo forse era normale: ma non era normale che venissero sfruttati, sottopagati e costretti a lavorare dall’alba fino a sera inoltrata. Se Melanie avesse potuto svolgere i propri compiti in un ambiente caldo, con orari più decenti; se avesse potuto nutrirsi meglio e indossare abiti più pesanti; se avesse avuto scarpe adeguate e un minimo di comprensione da parte dei superiori; se si fossero verificate queste condizioni, non sarebbe morta.
Helen le baciò il viso, poi andò alla finestra. Era un giorno cupo, privo di luce. Pioveva e il vento soffiava con forza dal mare. Helen ripensò ad Alex Alliston, a come la sua vita sarebbe potuta essere diversa, al calore e all’amore che non avrebbe mai conosciuto. Si girò in direzione di Melanie, e ricominciò a piangere ricordando le sue ultime parole: “Sei tanto cara! Sei la mia unica amica.”
“Anche tu!”, mormorò. La osservò a lungo, mentre l’angoscia la sommergeva, simile alla gelida tramontana che si stava abbattendo sulla città.

LA GUERRA
Igor aveva le gambe fracassate.
Non sapeva dove si trovasse la Germania e ignorava il motivo di quella guerra. Quando lo avevano reclutato, era stato sottoposto a un breve addestramento; dopodiché lo avevano spedito nella Russia europea.
Igor era siberiano. Lavorava nei campi e amava ciò che faceva. D’estate gli piaceva alzarsi presto, mentre a oriente il cielo iniziava a rischiararsi; gli piaceva l’odore della terra; gli piaceva rincasare stanco ma soddisfatto al calar del sole. Durante l’inverno era molto più dura, a causa del freddo, ma ci era abituato. Igor amava Sonja e aveva progettato di sposarla, quando fosse tornato a casa.
Non sapeva nulla di strategia militare. Gli avevano detto che a dicembre i tedeschi erano stati fermati su tutta la linea del vastissimo fronte che si estendeva da Leningrado a Rostov. Al pari dei generali tedeschi, anche gli ufficiali russi avevano discusso fra loro sulle conseguenze dell’ordine di Hitler di resistere a ogni costo, esprimendo opinioni divergenti; secondo alcuni aveva fatto bene, per altri invece era stata una decisione folle che aveva finito per avvantaggiarli. Joseph Stalin, comunque, aveva preso esempio da lui, vietando categoricamente le ritirate in qualsiasi circostanza. Erano cose che Igor non avrebbe potuto comprendere, e d’altra parte i soldati erano tenuti sempre all’oscuro delle grandi questioni strategiche, adesso come ai tempi dello zar.
Con l’arrivo della primavera il vento era mutato di nuovo. I tedeschi avevano sferrato una potente offensiva a sud riportando una serie di schiaccianti vittorie, fino ad arrivare a Stalingrado con la sesta armata di Paulus. Poi Stalin aveva inviato nuove ingenti truppe e i russi avevano sfondato il fianco sinistro dell’esercito tedesco. A causa delle perdite subite durante l’inverno – circa un terzo degli effettivi -, Hitler era stato costretto a ricorrere ad alcune divisioni italiane, ungheresi e romene, il cui spirito combattivo era dubbio, e le aveva collocate proprio su quel lato dello schieramento. Tali divisioni erano prive di forze corazzate e di artiglieria pesante. In ogni caso, i russi avevano circondato la sesta armata, offrendo un’onorevole resa al nemico. Il contingente di Igor faceva parte di quei rinforzi. Se i tedeschi si fossero arresi, egli avrebbe avuto ancora la gambe integre. Ma ciò non era avvenuto.
La battaglia era stata durissima. Si era combattuto strada per strada, con incredibile tenacia da entrambe le parti. Alla fine, la sesta armata era stata completamente annientata. C’era un clima di euforia: la guerra poteva essere vinta. L’Unione Sovietica aveva più uomini, più carri armati, più cannoni; era il più grande popolo del mondo, sostenevano gli ufficiali. Igor era stato sfortunato: lo avevano colpito alle gambe proprio mentre la battaglia stava per concludersi.
Spostò lo sguardo sul soldato disteso accanto a lui. Aveva perso l’elmetto. Era biondo, con gli occhi azzurri come il cielo e la carnagione chiara. Dimostrava circa la sua età: Igor aveva vent’anni; li aveva compiuti tre giorni prima.
“Wasser!”, mormorò il tedesco. Igor non capiva quella lingua, parlava a malapena il russo, dato che a casa ci si esprimeva in un dialetto locale; tuttavia comprese che quel ragazzo aveva sete. Stringendo i denti per il dolore, strisciò verso di lui e gli porse la borraccia. Il tedesco bevve avidamente. “Danke!”, disse. Poi lasciò cadere la borraccia e fissò gli occhi sul cielo. Quindi, rimase immobile.
Igor lo guardò a lungo. Chissà se anche lui aveva una ragazza che lo aspettava.

L’AMORE
Sei anni dopo decise di comprarsi un bel vestito per festeggiare la promozione a contabile. Ora aveva un buon stipendio e una linda cameretta tutta per sé.
Entrò in un negozio di King’s Road e osservò disorientato la merce esposta. C’era una tale varietà di abiti che non riusciva a decidersi. Una ragazza arrivò in suo soccorso. “Mi chiamo Helen.”, disse con un sorriso gentile. “Se posso aiutarti…”
Alex la guardò. Sebbene non fosse graziosa, Helen era molto attraente. Aveva folti riccioli scuri e un sorriso malizioso. Era piuttosto alta e ben formata, ma era più giovane di lui. Tuttavia era decisamente più esperta. Gli porse un abito di buona fattura, che non era troppo costoso: in base a una semplice occhiata era in grado di valutare i mezzi economici dei clienti. Alex si cambiò, indossando i nuovi capi, e pagò la somma dovuta. Avrebbe voluto invitarla a fare una passeggiata, ma non era mai stato con una ragazza e non sapeva come comportarsi. Rassegnato, si avviò verso l’uscita del negozio. Era l’ora di pausa: sarebbe andato da solo a Trafalgar Square. Lei parve leggergli nel pensiero. Malgrado la differenza di età – almeno sette anni, pensava Alex – era più disinvolta e sicura di lui. “Adesso chiudo.”, disse. “Ti andrebbe di fare due passi con me?” Alex arrossì. Non si fidava della sua voce, perciò si limitò ad annuire.
Per un po’ camminarono in silenzio.
Helen gli posò una mano sul braccio.
“Raccontami qualcosa.”, gli disse.
Alex avrebbe voluto parlarle della sua vita: era sicuro che lei lo avrebbe ascoltato con attenzione. Però, non era un argomento interessante. “Mi piace leggere.”, disse. “E inventare storie.”
“Inventare storie?”
Alex sorrise, vagamente imbarazzato. “Già. Ad esempio, la storia della principessa Helen. C’era una volta un drago cattivo…” Aveva una fantasia incredibile e in pochi minuti lei pendeva dalle sue labbra, completamente avvinta. Lui narrò di battaglie, di rapimenti e d’amore, perché alla fine la principessa veniva salvata da un coraggioso cavaliere che si chiamava Alex.
Quando tornarono al negozio, Helen si alzò sulla punta dei piedi per baciargli una guancia. Poi corse dentro, lasciandolo felice e senza fiato.
 
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MATRIOSKA 35

Alle otto di quella stessa mattina, Monica Squire rifletteva su quanto era accaduto nei due giorni precedenti.
Riguardo ad Aglaja era stata fortunata, dato che Matrioska non le aveva mai lasciate sole tranne che per un breve momento. Aglaja ne aveva approfittato per insultarla e minacciarla; le mancava il tempo per passare alle vie di fatto. Forse, però, Monica avrebbe preferito uno scontro fisico, anche se quasi certamente ne sarebbe uscita male. Meglio, comunque, che ascoltare la descrizione della propria morte, sapendo che quelle parole velenose non erano le farneticazioni di una donna violenta e gelosa ma con ogni probabilità l’anticipazione del suo destino.
Aglaja le annunciò che l’avrebbe strangolata lentamente, guardandola negli occhi mentre agonizzava. Poi usò un termine russo che Monica non conosceva. Quindi aggiunse che prima l’avrebbe tormentata a lungo.
L’americana represse un brivido, trasse un profondo respiro e disse: “Se io fossi semplicemente un’agente della CIA, mi spareresti, vero? Ma non ti basta, non perché io sia una nemica ma per via di Matrioska.” Poi non riuscì a trattenersi e aggiunse con tutta la perfidia di cui era capace: “Lui ha scelto me e non te. Devi rassegnarti. E per inciso è stato stupendo!” Era un comportamento sciocco che peggiorava la sua situazione, ne era pienamente consapevole, ma era stanca di subire.
Aglaja la schiaffeggiò, poi vedendo che la rivale non reagiva la colpì al plesso solare con un potente destro. Monica cadde in ginocchio, boccheggiando. In quel momento, provvidenziale, ricomparve Matrioska. Aleksandr ignorò la collega che stava accusando Monica di aver tentato di fuggire, aiutò Squire a rialzarsi, e l’incidente si chiuse senza ulteriori danni.
Monica si alzò dal divano e guardò fuori dei vetri della finestra. Il clima era rigido, ma si preannunciava una giornata limpida: il sole era già sorto e la luce cresceva rapidamente d’intensità.
Per l’ennesima volta pensò a un modo per salvarsi, concludendo amaramente che non ce n’erano. Lei era disarmata e loro erano in due. E, in ogni caso, anche se avesse dovuto affrontare la sola Aglaja, non avrebbe avuto possibilità: non poteva competere con lei. Era frustrante ma, se avesse nutrito delle illusioni in merito, sarebbe stato sufficiente ricordare il pugno che l’aveva stesa oppure osservare le sue braccia muscolose. Si chiese oziosamente se era una prerogativa delle russe quella di abbinare la forza fisica all’avvenenza.
Con un sospiro si allontanò dalla finestra. Preparò il caffè e lo servì, respingendo la tentazione di gettare la bevanda bollente in faccia ad Aglaja. Tornò a sedersi e, visto che la russa si era sdraiata scompostamente sul divano, preferì occupare una poltrona per evitare un contatto che le ripugnava.
Aveva un’unica certezza: sarebbe morta con dignità, senza supplicare né piangere.
La seconda notte, dopo aver fatto ancora l’amore, aveva acceso la luce per fissare Matrioska. “Ti chiedo una sola cosa.”, aveva detto in tono pacato. “Non mentirmi, per favore.”
Lui le aveva restituito lo sguardo. “A che proposito?”
“Quando mi ucciderete? E, soprattutto, sarai tu a farlo o lei? Se morirò per mano di Aglaja so già che mi farà soffrire in maniera indicibile; se, invece, fossi tu…” Le tremò per un attimo la voce, ma trovò la forza per concludere. “Se fossi tu, sono certa che saresti più umano. Ti prego, dimmi la verita! Come vedi, non ti imploro di risparmiarmi. Sappiamo entrambi che non è possibile.”
Aleksandr la scrutò per qualche istante in silenzio. “Avevo un amico.”, poi dichiarò. “Si chiamava Klavdij. L’unico vero amico che io abbia mai avuto. Era un uomo solare, che amava la vita. Era anche un agente formidabile, ma a differenza mia sapeva cogliere il lato bello di ogni cosa. Gli piaceva mangiare bene, bere buona vodka, adorava le macchine veloci. Coltivava una quantità di interessi: il gioco degli scacchi, i libri, i quadri. Io ho soltanto un vecchio dragone e una casa che sovrasta una baia. Gli hanno sparato a Berlino. Ho reagito alla sua morte con violenza. C’è stato un periodo in cui uccidevo senza ragione, come se in quel modo potessi ridargli la vita.”
Ecco l’ultima bambola, pensò Monica.
“Ma per te soffrirò di più.”
Aleksandr si alzò dal letto. Il suo viso era una maschera di pietra. “Domani.”, disse. “E non sarà Aglaja. Questo te lo prometto.”
“Grazie.” Monica gli sorrise. Una morte rapida, indolore. Certo, avrebbe preferito vivere, voleva disperatamente vivere, ma quello era il suo destino, e quando era entrata a far parte della CIA era stata più che consapevole che sarebbe potuto succedere. Lodge non c’era più, ora toccava a lei.
Gli tese le braccia. “Rendimi felice per l’ultima volta.”
“Sei una donna straordinaria.”, disse Aleksandr mentre si chinava per stringerla forte a sé.

Alle otto e venti minuti, il direttore dell’FBI ricevette una telefonata. La linea era ultra sicura. L’uomo che lo stava chiamando in quel momento si trovava a Langley, chiuso in un bagno.
La conversazione fu breve. In realtà, parlò quasi sempre l’uomo della CIA.
Dopo aver riattaccato, il direttore compose un numero che solo cinque persone al mondo conoscevano. Quando risposero, disse: “Voglio parlare con il presidente degli Stati Uniti. E subito!”

Dieci minuti più tardi, Yarbes accostò e spense il motore della BMW.
“Gli ordini sono chiari.”, disse rivolto al suo compagno. “Niente fuochi di artificio. Un’operazione pulita. Lui deve scomparire; in quanto alla donna, Janice o come diavolo si chiama, la consegneremo ai federali. Prima, però, la porteremo a Langley dove sarà condizionata in modo che creda di essere stata lei a uccidere quell’ubriacone.”
Thompson scosse il capo, scontento. “Con una bomba sarebbe stato molto più facile.”
“E se Squire fosse viva?”, ribatté Yarbes. “Coraggio, muoviti.”
Thompson si tolse i vestiti e indossò una tuta da tecnico della centrale elettrica, quindi scese dall’automobile dirigendosi verso il cottage.
Il sole illuminava la casa e traeva bagliori scintillanti dalle fredde acque del piccolo lago.

Alle otto e trentadue minuti – ora locale -, Vladimir Putin entrò nel suo ufficio, sollevò il ricevitore e convocò Dmitriy. Mentre lo aspettava prese un bicchiere e lo riempì d’acqua.
“Notizie di Matrioska?”, gli domandò quando questi fu al suo cospetto.
“Nessuna.”
Ciò ovviamente non significava nulla. Aleksandr Sergeivic Stavrogin non avrebbe mai tentato di stabilire un contatto prima di aver lasciato gli Stati Uniti.
Putin contemplò pensieroso il bicchiere. Si rimise in tasca la moneta. “Presto ne avremo. Lui non può fallire.”
Dmitriy biascicò qualcosa e Putin capì che era già ubriaco: non era un segreto che in un cassetto della scrivania conservava sempre una bottiglia di vodka.
Lo congedò e chiamò la segretaria.
“L’imprenditore italiano ha confermato la sua presenza per questa sera.”, annunciò la donna.
Putin assunse un’espressione divertita. “E canterà ancora quelle canzoni napoletane!” Sorrise e, sebbene lavorasse con lui da anni, la segretaria rabbrividì. Non si era mai abituata al suo sorriso gelido.
Vladimir avrebbe dovuto rinunciare a un torneo di judo che avrebbe sicuramente vinto. “D’altra parte ne vale la pena.”, considerò fra sé il dirigente del KGB.
All’italiano piacevano le belle donne: gli avrebbe fatto conoscere Dobrava.
Tirò fuori nuovamente dalla tasca la moneta. La mise nel bicchiere e la recuperò con i denti.

Alle otto e quarantaquattro minuti, il presidente degli Stati Uniti si stava massaggiando delicatamente le tempie. Non poteva sbraitare, come avrebbe voluto, contro i direttori dell’FBI e della CIA. Poteva cacciarli, certo; ma il momento internazionale era delicato e non era il caso di provocare anche una crisi interna. Aveva appena finito di parlare al telefono con entrambi. L’uno aveva lanciato pesanti accuse che l’altro aveva respinto con sdegno. Li aveva convocati per le cinque di quel pomeriggio, esortandoli a non muovere un passo finché non si fossero incontrati di persona.
Questo non valeva per Yarbes, decise il capo della CIA.

Alle otto e quarantasei minuti, Thompson completò il giro del cottage, dal quale non aveva ricavato informazioni particolarmente utili. Le finestre erano tutte chiuse, anche se quella del soggiorno aveva le tende scostate; sul retro c’era un ingresso secondario che immetteva nella cucina. Pur tenendosi a debita distanza, era comunque riuscito a individuare tre persone, un uomo e due donne. Monica Squire in effetti era viva, la riconobbe subito benché ignorasse che si fosse tinta i capelli di biondo. Sedeva su una poltrona. Gli altri due erano in piedi e gli parve che stessero litigando. La donna era agitata e paonazza in volto, l’uomo manteneva un’espressione impassibile. Gli tornò alla mente quello che gli aveva risposto Yarbes, quando lui gli aveva domandato se non sarebbe stato meglio catturarlo invece di ucciderlo.
“Non conosci la sua storia. Non parlerebbe mai. Ed è probabile che abbia con sé una capsula di cianuro.”
Thompson stimava il collega, malgrado a volte lo trovasse inquietante. Aveva sospettato di Dan Capshaw analizzando il suo stile di vita: Capshaw si era dimostrato cauto, ma non abbastanza. Certi acquisti natalizi non erano in linea con il suo salario. Yarbes, però, gli aveva mentito promettendogli una prigione federale. Aveva obbedito agli ordini, naturalmente, ma non aveva esitato a sparargli a sangue freddo.
Thompson gli indicò la porta della cucina, segnalandogli che non c’erano fili di nailon tesi sopra la neve.
Poi suonò al campanello e attese che venissero ad aprire.

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DOPO IL PONTE DI K

La pioggia scendeva leggera, e forse non sarebbe durata tutto il giorno.
A nord già si intravedevano degli squarci di azzurro che tentavano di aprirsi un varco nel cielo ancora grigio e pervaso di nubi.
Valentino detestava la pioggia. Per questo convenne con se stesso che aveva scelto il momento migliore. Si incamminò verso il ponte di K, cercando di ignorare il disagio e le folate di vento freddo che, a tratti, aumentavano l’intensità dell’acqua. Non aveva un ombrello, perciò si riparava nello striminzito impermeabile che aveva acquistato a Londra molti anni prima. In testa portava un berretto di un blu sbiadito, al quale era estremamente affezionato, quasi fosse una presenza in qualche modo reale, e non invece un semplice copricapo logorato dal tempo.
Attraversò il ponte, tentando di evitare gli scrosci provocati dalle macchine che procedevano a tutta velocità, e imboccò il lungo viale alberato che conduceva alla piazza. Da lì avrebbe proseguito, attraverso un nugolo di stradine, fino a giungere al piccolo bosco che segnava il confine occidentale della città. Dopo il bosco, si stendeva una interminabile serie di campi coltivati, fradici d’acqua e in attesa di un sole che forse avrebbe fatto la sua comparsa più tardi.
Meglio con la pioggia.
Valentino ripensò a Sonia che a quell’ora stava ancora dormendo, avvolta in un morbido piumone. Era uscito di casa molto presto, stando attento a non fare troppo rumore mentre preparava il caffè. Lo aveva bevuto con calma, e intanto la sua mente era corsa a infinite mattine che lo avevano visto seduto al tavolo della cucina, intento a osservare sua moglie che preparava la caffettiera. Poi si accomodava anche lei, e nell’aria c’era quella fragranza squisita che egli associava ai momenti più felici della sua vita.
Ora pioveva meno. Valentino giunse alla fine di via S, ed entrò nel bosco. Quella notte aveva sognato topi, e lugubri fantasmi che rievocavano le pagine ingiallite dei troppi giorni persi, delle occasioni mancate, delle speranze sopite e infine ignorate. Ricordava vagamente un grosso ratto, grande quasi come un gatto di strada, che inseguiva una bambina. Lei era terrorizzata, ma lui, sebbene lo avesse voluto, non poteva aiutarla. Infine la bambina incespicò, e il topo le fu sopra, incominciando a divorarla. Valentino si era svegliato di soprassalto, con il cuore che batteva forte.
Era un incubo. Uno stupido incubo.
Nel bosco si respirava un’aria di pace. Gli antichi e austeri alberi si scrollavano di dosso le ultime gocce di pioggia; i rami seguivano i tempi del vento, che ora si era fatto più forte. Valentino volse lo sguardo a settentrione e vide che il cielo si faceva blu. Ma sopra il bosco, si stagliava ancora una cappa grigia, di un grigio indistinto, in alcuni punti sbiadito, in altri tendente a una tonalità più scura, non esattamente nera tuttavia prossima a quel colore. Spirali di fumo si alzavano dagli avvallamenti del terreno; gli ultimi ciuffi di erba verde si apprestavano ad assumere le sfumature prossime dell’autunno.
Pensò nuovamente al sogno di quella notte e, benché come sempre accade, stesse per allontanarsi dalla sua memoria cosciente, non poté reprimere un moto di orrore e di disgusto. Poi il suo pensiero fu avvolto dalla tenerezza, al pensiero di Sonia che dormiva serenamente. Presto si sarebbe svegliata e avrebbe allungato una mano per cercarlo. Era domenica, e si sarebbe chiesta dove fosse andato. Forse a comprare il giornale. Si sarebbe recata in cucina e avrebbe preparato il caffè anche per lui, convinta che di lì a breve sarebbe tornato.
Ma questo non succederà, amore mio.
Si inoltrò nel bosco, camminando lentamente.
Adesso non pensava più al topo, e di proposito aveva escluso Sonia da quel misterioso meccanismo che è la mente umana. Misterioso e indecifrabile, pronto a passare con incredibile facilità dalle suggestioni più belle alle pulsioni più torbide. Se lo raffigurava come un magma composto da variegate zone, ciascuna delle quali custodiva un segreto, un desiderio, un rimorso e un rimpianto. Lì c’erano le gioiose aspettative della giovinezza, i rancori coltivati negli anni, le offese dimenticate e quelle mai perdonate; la solitudine di un bambino infelice, la paura immotivata che talvolta ti assale, stordimenti e voci distanti. L’ascolto di “Thick As A Brick” che lo aveva reso felice, litigi che avevano scavato profondi solchi. Arroganze immotivate, e senso di inadeguatezza. Era simile a un solaio, dove si può trovare di tutto, e a volte il tutto diventa un niente. Solo qualche simbolo. Immagini fugaci. Il mare e le barche dalle vele sgargianti. Una notte d’amore e un pomeriggio trascorso a stendere i panni della coscienza su un balcone immaginario.
Il male senza nome.
L’angoscia che improvvisa ti assale, rendendoti incapace di qualunque azione. Anche lavarsi era diventata una fatica. Valentino avrebbe avuto la volontà per reagire: ma gli mancava la forza; non erano sufficienti il coraggio e l’orgoglio. Forse era stato abbandonato dall’alito della vita, smarrito chissà dove, e ormai introvabile. Valentino si immaginava una cupa vallata, incassata fra alte montagne dalle cime aguzze: il suolo era cosparso di profondi crateri; sui due lati della gola si aprivano caverne dall’aspetto sinistro. In quella più buia soggiornavano le anime morte; nell’altra, dove filtrava una luce maligna, i corpi devastati di innumerevoli bambine, che erano state dilianiate dai topi, violentate da uomini brutali simili a bestie, martoriate da demoni che di notte si impossessavano del suo cervello per condurlo nei baratri della follia.
Le domande eterne, prive di risposta. La consapevolezza di non aver mai saputo dare abbastanza.
Forse Sonia era felice, ma ne dubitava.
Con un altro uomo avrebbe scoperto nuovi percorsi; probabilmente, la sua anima si sarebbe arricchita di complicità inedite, e di sentimenti capaci di riscaldarle il cuore, come in una giornata limpida, soleggiata, percorsa dalla brezza del sud. Valentino conosceva il sapore dello scirocco, la sua capacità di infondere gioia; se si fosse concentrato, ne avrebbe percepito addirittura il profumo, e il senso profondo che da sempre recava con sé. Tuttavia sapeva anche di non poterlo evocare. Forse, in giorni lontani, ne sarebbe stato capace. Ma quei giorni non esistevano più, né in alcun modo sarebbero tornati.
Giunto che fu al centro del bosco, rivolse per l’ultima volta lo sguardo al cielo. In lontananza, vide l’arcobaleno.
Poi prese la pistola e si sparò alla tempia.

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MATRIOSKA 34

Se le avessero detto che un giorno Matrioska l’avrebbe baciata, domandandole poi cosa avrebbe provato, Monica avrebbe risposto senza esitare.
Disgusto. Rabbia. Desiderio di cavargli gli occhi. Odio. Repulsione.
Perciò il  suo stupore fu grande quando, quasi a sua insaputa, ricambiò il bacio con trasporto.
C’era molto in quel bacio.
La disperazione per la morte di Lodge, la paura di essere uccisa, il ricordo delle torture subite. Era come se le venisse offerta un’ultima possibilità, un ultimo squarcio di vita. La mente rimase fredda ma il corpo la tradì. Con sconcerto si rese conto di essere bagnata. Con crescente incredulità scoprì che una parte di lei desiderava essere posseduta. Matrioska era un uomo gelido, cupo, completamente privo di compassione, di umanità; aveva ammazzato a sangue freddo John e, sebbene esitasse, alla fine avrebbe lasciato Aglaja libera di eliminarla, magari dopo infiniti tormenti.
Matrioska era “il” nemico.
Era anche bello, però, e la baciò con dolcezza. Monica si sentiva come scissa in due: a livello razionale, escludeva nel modo più assoluto di spingersi oltre a quel bacio assurdo; ma mentre pensava a ciò, non oppose  resistenza quando lui la svestì, non si divincolò, non lottò. Questo è uno stupro, si ripeteva: non posso oppormi perché lui è molto più forte di me. Infatti, mi sta costringendo.
Ma non era vero.
E lei lo sapeva.
Quando si sentì penetrare e incominciò a urlare, era consapevole che le sue grida non esprimevano rifiuto o angoscia, bensì passione.
Fu travolta dall’orgasmo.
E fu solo il primo di quella notte.
In soggiorno, livida di rabbia e di gelosia, Aglaja stava passando in rassegna tutte le forme più terribili di tortura che conosceva. Era un inventario soddisfacente, ma non bastava per placare la sua collera.
Se Aleksandr le avesse impedito di occuparsi della cagna imperialista, lo  avrebbe denunciato a Vladimir Putin.

Molto più tardi – ormai albeggiava – Matrioska si addormentò.
Monica rimase sveglia a riflettere. Dopo quanto era successo riteneva che non sarebbe mai riuscita a dormire. Alcuni pensieri erano confusi, altri tuttavia risultavano estremamente chiari. Era consapevole di aver gridato, e questo significava che Aglaja l’aveva certamente udita. Monica aveva capito che la russa voleva Matrioska per sé. Si augurava di non dover restare sola con lei. Secondo la mentalità contorta di quella donna lei gli aveva rubato l’uomo ed era facile indovinare che, se Matrioska si fosse assentato, Aglaja l’avrebbe punita. E non sarebbe stata una cosa di poco conto.
Ma, anche se il dolore fisico la spaventava, i pensieri principali erano due e non riguardavano Aglaja. Il primo era rivolto alla sua persona. Il secondo al russo. Entrambi si dividevano in varie sottocategorie. Monica non si sentiva in colpa: avrebbe dovuto provare un forte rimorso a causa di ciò che aveva fatto, però non era così. In fondo, John Lodge non era suo marito e, anzi, in Afghanistan l’aveva respinta. Pertanto non gli doveva alcun tipo di fedeltà postuma. Era andata a letto con un nemico e le era piaciuto moltissimo farlo. C’era qualcosa di sbagliato in questo? Forse, sì. Però, non le importava. Da quanto tempo non faceva l’amore? Era una donna giovane e sana: se aveva provato piacere – e lo aveva provato – ciò rientrava nell’ordine naturale delle cose. Matrioska aveva il fisico di un atleta, era attraente ed era un amante formidabile. Era quindi semplicemente logico sentirsi attratta da lui.
E qui si arrivava alla figura del russo. Si erano concessi l’uno all’altra con entusiasmo, ma l’amore andava comunque escluso: non avrebbe dimenticato che rimaneva un avversario e che lei avrebbe comunque dovuto combatterlo… e, se necessario, ucciderlo. In quanto a Matrioska, intuiva che era incapace di amare. Benché non avesse raggiunto ancora “l’ultima bambola” e di conseguenza ignorasse la sua vera natura, si fidava del suo istinto che raramente l’aveva tradita.
Questi erano i pensieri coscienti, forse alibi creati dalla sua mente fertile o forse semplicemente precisi dati di fatto.
Poi vi erano anche correnti sotterranee che sfuggivano alla sua comprensione, ma che in ogni caso erano presenti, simili a fantasmi che occupassero, al momento invisibili, il solaio del suo cervello.
E forse furono loro a condurla lentamente al sonno.
Sognò John Lodge. Nel sogno era ancora vivo e dichiarava di amarla. Si trovavano in Afghanistan e Monica gli chiese se avrebbe lasciato Sherilyn per lei.
Quando si svegliò, non ricordava qual era stata la sua risposta.

Fu una trattativa complessa, basata su promesse di favori futuri, accorati appelli al desiderio comune di difendere la patria, allusioni, ricatti e vaghe minacce. E menzogne, poiché non fu rivelato il vero motivo della richiesta. Ciascuno dei due uomini detestava l’altro e l’istituzione che questi rappresentava; entrambi ritenevano di essere più importanti e più utili alla nazione. Li separava un muro di diffidenza e di antagonismo.
Com’era prevedibile, la trattativa si concluse con un nulla di fatto.
Poi il direttore della CIA telefonò al presidente degli Stati Uniti, e il presidente, sebbene riluttante, chiamò il direttore dell’FBI. A malincuore, questi impartì l’ordine di ricercare l’eventuale recapito di una certa Janice Williams, augurandosi malignamente che la donna fosse stata accorta. Ma restò deluso. A Quantico scoprirono in tempi rapidi – decisamente troppo rapidi – che Janice aveva preso in affitto un cottage, individuarono facilmente l’ubicazione del cottage, appurando anche la durata del contratto di locazione e la somma che la donna aveva versato in contanti.
Fornì di malavoglia tali informazioni, premettendo che per nessun motivo la CIA avrebbe potuto procedere con uno spiegamento di forze. Il presidente degli Stati Uniti era stato categorico, vietando l’uso di elicotteri, missili e quant’altro. Sul suolo americano non erano ammesse bravate.
Si sentì ringraziare a denti stretti e poi tornò a occuparsi della misteriosa scomparsa dei due agenti federali. Non vide un nesso fra l’interesse di Langley per Janice Williams e quanto era accaduto a Steve Miller e Paul Bradley.
Yarbes fu informato alle quattro del mattino del terzo giorno di permanenza di Aleksandr nel cottage.
Fece una rapida doccia, avvisò Thompson e passò a prenderlo in macchina. Si fermarono per bere due caffè a testa (Thompson mangiò anche due ciambelle) e ripartirono subito.
Secondo i calcoli di Yarbes, sarebbero giunti a destinazione per l’ora di colazione.
Entro le dieci, tutto sarebbe finito.

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IL CAPPELLO DI PAGLIA

Il mare era una sconfinata distesa azzurra che si stendeva fino all’orizzonte. La luce intensa del sole illuminava le onde solcate dal vento, l’odore della salsedine giungeva forte sino alla spiaggia deserta. Valentina amava il contatto della sabbia calda sotto ai piedi nudi; con una mano levata a proteggersi dal riverbero della luce osservava incantata quel panorama maestoso, che nella sua incomparabile bellezza arrivava a toccarle il cuore, sino a commuoverla. Vale era bruna, alta, con un corpo stupendo, di prorompente avvenenza. Il bikini bianco faceva risaltare l’abbronzatura perfetta; le gambe, lunghe e slanciate, sembravano nascere dall’opera di uno scultore capace di proporzioni sublimi; i capelli, leggermente mossi, cadevano fino a metà schiena, neri e attraversati da sfumature quasi impercettibili di rosso, simili a lontani bagliori nel cielo buio della notte. La ragazza respirò a piene nari il profumo del mare, assaporò la carezza della brezza mattutina, poi volse lo sguardo per cercare gli occhi di Michele. Il giovane la stava osservando in silenzio, rapito davanti a quello che reputava un miracolo divino, la guardava con la stessa intensità con cui mirava i quadri più belli, quelli che nascono da cuori fecondi e da dita sapienti, prodigi destinati ad arricchire per sempre la storia dell’uomo. Valentina si mosse lentamente, gli catturò le mani stringendole fra le sue; come sempre, scoccò una scintilla, ed entrambi provarono un brivido che ben conoscevano. Il bacio fu dolce, all’inizio solo di labbra, quindi la giovane dischiuse la bocca per accogliere la lingua di lui. Si abbracciarono, soli nella spiaggia bianca e sterminata, simile a un nuovo paradiso terrestre che pareva creato unicamente per loro. Si ritrovarono a terra, avvinghiati; quasi si strapparono i costumi di dosso. Movimenti febbrili, dovuti alla passione che esplodeva con la potenza di un uragano. Michele le baciò avidamente il seno, succhiò il capezzolo, mentre le accarezzava l’interno delle cosce. Lei lo stringeva forte a sé, poi lo accolse e lo seguì nell’incomparabile ritmo dell’amore. Il vento soffiava, teso e regolare, sul mare e sulla spiaggia, asciugando i piccoli cristalli di sudore che si formavano sui loro corpi. Vale intrecciò le gambe sulla schiena di lui. Si inarcò. Vennero insieme, all’unisono, e fu un’emozione talmente intensa che Valentina si ritrovò gli occhi colmi di lacrime. Michele le bevve a una a una.

La suora la svegliò, sfiorandole delicatamente un braccio. Benché fosse ancora presto, la camera era già luminosa. “Valentina, questa mattina se la sente di scendere a fare colazione?” La donna anziana annuì, quindi si alzò faticosamente dal letto. Prima di uscire dalla stanza, il suo sguardo corse involontariamente al cappello di paglia che portava quel lontano giorno, e che da allora aveva sempre conservato con ogni cura. Malgrado avesse gli occhi pieni di lacrime, Vale sorrise.

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MATRIOSKA 33

La ragazza era bionda e carina. Occhi chiari, capelli raccolti a coda di cavallo, Jimmy Choo ai piedi. Si chiamava Alyson. “Era visibilmente alterato.”, dichiarò. “Si comportava in modo strano.”
L’agente dell’FBI Patrick Grant sorseggiò il caffè.
“Più che strano!”, intervenne Catherine, la cameriera. “Alla terza birra ha scaraventato il boccale per terra. Volevo sbatterlo fuori, ma lui mi ha mostrato il distintivo. Inaudito!”
Grant rimase in silenzio per qualche attimo. Ancora una volta indicò la foto sul giornale. “E siete sicure che era lui?”
Alyson annuì.
“Sicura al cento per cento.”, confermò Catherine.
“Noi abbiamo riso di lui, e forse abbiamo fatto male. Si sarà schiantato contro un albero. Poveretto.” Alyson arrossì leggermente.
“L’importante è che non abbia messo sotto qualche persona anziana.”, sentenziò indignata Catherine.
“Nient’altro?”, domandò Grant.
“No.”, rispose la cameriera, sistemandosi il grembiule. “Ha chiesto altro caffè e poi finalmente se n’è andato.”
Grant fece per alzarsi.
“Parlava da solo.”, aggiunse Alyson. “Più che altro bofonchiava.”
Grant la fissò. “Non ricorda nulla di ciò che disse?”
Alyson scosse la testa. “No. Mi dispiace.”
Davvero una gran bella figliola, pensò Grant lasciando alcune monete sul tavolo. Lucy Stevens finì di mangiare la sua ciambella. “Grazie per la collaborazione.” Guardò il collega ed entrambi si alzarono.
“Una strana frase, forse. Mi è tornata alla mente adesso.”
Grant e Stevens puntarono gli occhi sulla biondina. “Che genere di frase?”, volle sapere Grant.
Alyson si concentrò. “Non rammento le parole esatte, ma il senso era: Steve Miller è un vecchio imbecille e Monica Squire è più stupida di lui. Più o meno.”
“Steve Miller?” Grant era diventato improvvisamente molto attento.
“Sì. Il nome era quello.”
“Monica Squire?”, interloquì Lucy Stevens.
Alyson assentì con il capo. “Non credo di sbagliare.”
“Ancora grazie.”, disse Lucy.
I due federali uscirono dal locale.
Né Lucy né Patrick conoscevano Monica Squire, ma ambedue sapevano benissimo chi era Steve Miller. Un veterano dell’FBI. Un agente solido, esperto, preparato… che era scomparso nel nulla, esattamente come Paul Bradley.
Una coincidenza sospetta. Bradley era un alcolizzato, fuori di testa, e ciò che avevano riferito Alyson e Catherine lo confermava; ma Miller era un altro tipo d’uomo. Aveva lasciato in tutta fretta El Paso dopo aver visto un certo Larsen, un norvegese che a quanto risultava si trovava negli Stati Uniti per svago.
Poi era svanito.
La telefonata di Alyson aveva allarmato i vertici dell’FBI. Regnavano confusione e sconcerto. Grant pensava che Miller e Bradley fossero stati uccisi. Lucy condivideva tale opinione. Ma perché? Da chi? E cosa significavano le parole di Bradley?
Il Bureau si mise in moto.
A Quantico, il direttore dell’FBI ordinò che si procedesse a un’indagine a tutto campo.

Matrioska aveva deciso di fermarsi per tre o quattro giorni nel cottage.
Fu il più grave errore della sua vita.
Era stato spinto a ciò da due motivi: il primo, che si calmassero le acque; il secondo, quello più importante, riguardava Monica.
Aveva esitato a lungo prima di rispondere alla sua domanda, e questo per svariate ragioni. Aleksandr non amava Tamara. Gli piaceva fisicamente, le voleva bene nei limiti di quanto gli permetteva la sua indole. Ma non la amava. Non aveva mai amato nessuno, non ne sentiva il bisogno e non pensava che si sarebbe mai verificato. Voleva fare bene il suo lavoro, portare a termine con successo ogni missione – cosa che non era accaduta in Afghanistan, a causa di John Lodge -, soddisfare le aspettative di Putin, finché un giorno non si sarebbe ritirato nella casa sopra la baia a guardare il mare e a trascorrere intere giornate sul suo vecchio dragone. Non aveva altre aspettative.
Monica Squire era un’avversaria, una nemica, una donna che probabilmente lo odiava. Al pari di Aglaja si lasciava guidare dai sentimenti. Entrambe erano molto dotate, ma non possedevano la necessaria freddezza. Monica si era invaghita di Lodge – ad Aleksandr non interessava sapere se corrisposta o meno – e nella loro professione questo non era ammesso. Aglaja… avrebbe fatto carte false per andare a letto con lui, presumibilmente non per il suo aspetto ma perché nel KGB lui era un mito. Erano solo elementi di distrazione, che Aleksandr disapprovava.
Però, non voleva che Squire morisse.
Lo aveva colpito fin dal primo momento e, benché si fosse imposto di escludere qualsiasi genere di rapporto o di coinvolgimento emotivo, aveva provato un forte senso di pena quando Aglaja gli aveva raccontato nei minimi dettagli quello che le aveva fatto.
Si era detto che la sua collega aveva esagerato, ma poi aveva concluso che tutto sommato era stato giusto torturarla: Monica aveva cercato di usare il pc per avvisare Lodge. Perciò andava punita. Una lezione severa sarebbe servita da monito.
Ma, quella sera, vedendola tesa e ansiosa, dopo il litigio in macchina, il senso di pena si era ripresentato. Più forte. Monica era una bellissima donna e, sebbene fosse un’agente della CIA, aveva avvertito il desiderio di proteggerla. Di rassicurarla.
Di stringerla fra le braccia.
Si irritò per quei pensieri e, invece di rispondere all’ultima domanda, si limitò a dirle che aveva ucciso Lodge perché così gli avevano ordinato di fare. Il che era la verità.
Monica non ribatté. Ma dopo qualche minuto gli chiese ancora perché non voleva che lei morisse.
Aleksandr pensò a sua sorella. Monica per certi versi le assomigliava. Quindi, scavò nei suoi ricordi. Affiorarono sensazioni lontane, che ormai credeva di aver dimenticato. Un tempo lui era stato molto diverso. Se era cambiato, questo era dovuto in parte a Sonja. Il poliziotto… e prima ancora, la violenza nel bosco dopo la morte del siberiano. Non rimpiangeva niente di ciò che aveva fatto in seguito, non covava rimorsi né rimpianti. E adesso, con l’esecuzione di Lodge, aveva trionfato di nuovo.
Ma, attraverso quello spiraglio, fu come se una luce fosse comparsa dal passato, portando con sé emozioni che credeva sopite.
Aprì la bocca per risponderle.
Poi cambiò idea.
Si sentì libero. Autorizzato a cercare un qualcosa di non ben definito. La felicità, forse? Non lo sapeva e non gli importava saperlo.
Monica lo stava guardando con una strana espressione negli occhi.
Aleksandr Stavrogin si chinò su di lei e la baciò.

E alla fine Dan Capshaw cedette.
Che lo mettessero in prigione, che gli facessero tutto quello che volevano, purché quell’indicibile tormento cessasse.
“Dopo ti accompagneremo in ospedale.”, disse Yarbes. “Prima, però, devi parlarci di questa Janice. Lavora per il KGB?”
“Sì.”, mormorò “Danny”.
“E’ russa?”
“Credo di sì, anche se parla un inglese perfetto.”
“Qual è il suo vero nome?”
“Lo ignoro. Per me è Janice Williams.”
Yarbes si rivolse a Thompson. “Temo che dovremo ricominciare.”
“No! Lo giuro! Si è presentata come Janice Williams.” Capshaw iniziò a piangere.
Yarbes ignorò le sue lacrime. “Cosa voleva da te?”
“Desiderava sapere dove abita Monica Squire.”
“E tu l’hai indirizzata da Cooper, esatto?”
“Sì.”
“Che altro?”
“Cooper aveva un vizio. Lo avevo scoperto per caso, frugando in un suo cassetto.”
“Quale vizio?”
“Ho trovato del materiale pornografico. Era tutto incentrato sul masochismo: donne che frustavano uomini, questo genere di cose. L’ho comunicato a Janice. Lei mi è sembrata molto soddisfatta.”
“Siete proprio fantastici voi dell’OS.”, commentò Yarbes sarcastico.
“Io ho una moglie e non l’ho mai tradita.”, replicò Capshaw in un soprassalto di dignità.
Yarbes gli rivolse un sorriso gelido.
“Già. Ma hai tradito la tua patria.”

Vi ricordo il mio nuovo romanzo, “Alex Alliston”, reperibile su Ibs.
Perché comprarlo? Per leggerlo. Per regalarlo. Per il caminetto d’inverno 🙂

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UN POMERIGGIO DI SESSO

Mi colpì il suo modo di camminare.
Alcuni uomini sono attratti dagli occhi, dalla profondità dello sguardo; altri dai lineamenti del viso; altri ancora dalle gambe. I miei amici sbavano per le tette, specie se grosse. Questo è solo il primo impatto naturalmente (fatta eccezione per i miei amici), poi sopravvengono altri fattori. La voce, ad esempio. Il profumo. Il grado di coinvolgimento emotivo. Le affinità spirituali.
Sara mi colpì per come camminava.
Io rappresento il classico prototipo della persona media: per dirla alla Gogol, né alto né basso, né grasso né magro, né bello né brutto. Piaccio a una minoranza di donne, ma per quel che mi riguarda non posso lamentarmi.
Sara era una ragazza fresca, non saprei trovare una definizione più calzante. Onestamente non era una top model, tuttavia era graziosa e attraente. Il mio approccio è sempre lo stesso, da anni. La seguii fino al bordo della piscina, sfoggiai un sorriso convincente e dissi: “Vuoi scopare con me?” Questa domanda, in apparenza folle, talvolta funziona. Senza contare che si evitano inutili perdite di tempo e soprattutto si limitano al minimo le inevitabili spese legate al corteggiamento.
Scusatemi, non mi sono ancora presentato: mi chiamo Daniele. Sono un bugiardo. Tenete conto di questo particolare, perché – come vedremo – rivestirà una certa importanza nel prosieguo della storia.
Sara non batté ciglio. Di fronte a una domanda tanto diretta e brutale, le reazioni possono variare: si passa dall’insulto, allo schiaffo (ma è raro), a una stridula risatina nervosa, all’indifferenza più o meno simulata. Poi c’è chi accetta. Sara accettò. Lasciammo la piscina, feci salire lei e il suo cane sulla mia vecchia Mercedes, e sgommando mi diressi verso casa. Durante il tragitto, non parlammo. Le parole erano inutili, non era quello che cercavamo. Quando entrammo nel mio appartamento, la condussi subito in camera da letto. Il cane andò a dormire sul divano del soggiorno.
Sara indossava biancheria nera. E’ la mia preferita, anche se c’è chi sostiene che le donne veramente focose prediligono il rosso. Luoghi comuni.
Incominciai con la lingua. Sono molto bravo a leccare, dato che a differenza della maggior parte degli uomini ho studiato approfonditamente l’anatomia femminile. Parto sempre dal clitoride. Nel frattempo, uso anche le mani. Dopo pochi minuti Sara si contorceva sul letto, paonazza in faccia per l’eccitazione. Aspettai che me lo chiedesse, poi la scopai. Modestia a parte, ci so fare. Inoltre rientro in quella categoria di uomini, le cui doti possono essere così riassunte: non grosso che sfondi, non piccolo che sfugga, ma duro che duri. Sara conobbe il significato della parola multiorgasmo. Ero allarmato per via dei vicini: non ho mai sentito una donna urlare a quel modo. Godemmo insieme, ma lei non era sazia. Me lo prese in bocca, come una bambina golosa di gelato. Ci volle poco per farmi tornare a pieno regime. Ma questa volta la sodomizzai.
“Chiavami, sono la tua troia!” Queste frasi hanno il potere di esaltarmi. Mi montò lei, rovesciando la testa all’indietro e graffiandomi con una violenza che giudicai un tantino eccessiva. Intanto ero diventato anch’io scurrile. “Sei una puttana.”, le dissi. “Una puttana nata per farsi scopare.” Lei venne, e venne ancora. Eravamo madidi di sudore, sconvolti e in preda alla più sfrenata bramosia dei sensi. La penetrai di nuovo, e la portai a conoscere definitivamente le stelle. A un tratto, il mio sguardo corse alla sveglia.
“Cazzo!”, esclamai. “E’ tardi. Devo andare a prendere Silvio al Grest.” Mi rivestii in fretta e furia, mentre la mia adorata mogliettina mi sorrideva teneramente.

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