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Archive for aprile 2012

MATRIOSKA 26

Steve Miller, un uomo basso e tarchiato di circa quarantacinque anni, stava lavorando a un caso federale.
Miller era dell’FBI.
Corrugò la fronte e ordinò al tecnico di far scorrere nuovamente le ultime immagini apparse sul monitor. Gli fece ripetere l’operazione due volte e, a un tratto, gli disse di fermarsi. Osservò pensoso un viso che non gli era sconosciuto. La fisionomia che ricordava era diversa, capelli biondi e non neri, più lunghi di quanto fossero adesso, e una cicatrice sulla guancia che ora era scomparsa.
Ma gli occhi erano uguali.
Miller aveva una memoria eccezionale ed era estremamente fisionomista.
“Stampa.”, disse.
Il tecnico obbedì, sbadigliando.
Miller non conosceva quell’uomo, non lo aveva mai incontrato – in America, questo dubbio privilegio era riservato solamente a tre persone -, però qualcuno un giorno gli aveva mostrato una sua foto. Era stata scattata male, era sfuocata: ma lo sguardo risultava inconfondibile.
Nel giro di cinque secondi Miller risalì al nome della donna che gli aveva fatto vedere la fotografia. Lui era un vecchio amico del padre.
Non era un caso di sua competenza. Tirò fuori il suo cellulare ultra protetto e digitò un numero di telefono.

Le eccezioni si potevano contare sulle dita di una mano.
All’infuori di tre o quattro fortunati, gli uomini erano sostanzialmente stupidi, arroganti, boriosi e ingenui. L’ingenuità derivava dalla supponenza innata.
Aglaja ringraziò mentalmente la talpa che le aveva svelato il “segreto” di Simon Cooper. Si era trattato di un piccolo colpo di fortuna. Un giorno, Cooper era andato in bagno, dimenticandosi di chiudere il cassetto della scrivania a chiave. Solo dieci minuti ma sufficienti per permettere alla talpa di curiosare. Al momento la cosa non era parsa rilevante, ma quando Aglaja lo aveva interrogato, insistendo sui minimi particolari (“Lasci decidere a me se sono importanti o meno!”), la faccenda delle riviste porno era venuta fuori.
Aglaja/Janice rivolse un sorriso smagliante a Cooper. Erano nudi sul letto. “Per premio”, annunciò lei, “questa sera ti farò provare un’emozione nuova.” Gli sventolò davanti agli occhi un paio di manette.
Cooper diventò paonazzo in volto.
“Sdraiati.”
Lui obbedì sollecitamente.
Aglaja gli mise le manette che poi assicurò alla testiera del letto. Nel frattempo, la sua mente galoppava. Per eliminare Monica Squire non aveva bisogno di Larsen. Si sarebbe sbarazzata di lei, e in un secondo tempo – questa volta con Larsen – sarebbero andati a far visita a John Lodge.
Aglaja era molto ambiziosa e sapeva di valere. Ignorava chi fosse Larsen, ma riteneva la sua presenza in America superflua. In ogni caso, le era stato ordinato esplicitamente di aspettare il suo arrivo prima di occuparsi di Lodge; ma nulla le era stato detto a proposito della Squire. Lei era il pesce più piccolo, però costringerla a rivelarle dove abitava il suo collega e quindi ucciderla, sarebbe stato comunque un buon risultato. In questo modo si sarebbe guadagnato tempo. Naturalmente, era fuori questione chiederlo a Cooper: per quanto stupido fosse, avrebbe trovato singolare che Aglaja conoscesse due agenti della CIA.
Lo guardò, nascondendo il disprezzo che provava per lui. Era un depravato e meritava quello che lo attendeva. Mentre l’uomo dell’Office of Security ansimava eccitato, lo bendò.
Si alzò dal letto ed estrasse dalla borsetta una siringa.
“Ora ti farò sognare!”, sussurrò con voce roca, infilandogli l’ago nella vena.

Monica Squire pensava che Steve Miller si fosse sbagliato.
Anzi, ne era assolutamente convinta. Anche un ottimo agente dell’FBI poteva prendere un granchio. Perciò non si era premurata di telefonare a Lodge. Fra l’altro si sarebbero rivisti presto, al termine di quella breve vacanza. Per la prossima missione Monica si era tinta i capelli di biondo: non ne era particolarmente entusiasta, ma così le era stato detto di fare.
Quando suonarono alla porta, stava rimuginando sul loro strano rapporto. Era consapevole di piacergli. Ciò, tuttavia, non era bastato a John per indurlo a dimenticare la moglie. Monica lo desiderava ancora. Con un sospiro insoddisfatto si affacciò alla finestra. Negli ultimi giorni era nevicato e il prato davanti a casa era rivestito di bianco. Monica immaginò di vedere Pete Black, un anziano signore assai simpatico che veniva a salutarla e a portarle una deliziosa torta, dono della sua consorte. Monica abitava in una graziosa villetta, disposta su due piani, non troppo distante da Langley. Pete Black era un suo vicino di casa.
Invece, scorse una giovane donna bionda.
Per un momento il suo pensiero riandò alla strana telefonata che aveva ricevuto da Steve Miller. La presenza di quella donna la inquietava, sebbene non ne comprendesse il motivo. Ma Miller si era sbagliato e la sua apprensione era immotivata. Probabilmente la bionda voleva venderle un’enciclopedia o qualche strumento magico in grado di pulire la casa da solo oppure di cuocere un arrosto in cinque minuti.
“Desidera?”, le chiese con un sorriso garbato.
“Mi manda John.”, dichiarò la bionda, restituendole il sorriso.
John?
Monica la guardò, perplessa.
“Ok, adesso apro.”
Scese al pianterreno e la invitò ad accomodarsi in soggiorno.
Aglaja entrò in casa e studiò la sua antagonista. Erano all’incirca della stessa altezza, ma Squire era più esile. Benché l’americana fosse una donna atletica e allenata, se si fossero battute Aglaja avrebbe sicuramente prevalso, ma non aveva alcuna intenzione di impegnarsi in un estenuante corpo a corpo. Senza contare che Squire era certamente armata e, vistasi sopraffatta, in preda al panico avrebbe potuto spararle. Ma Monica non doveva morire prima di aver parlato. No: esistevano metodi molto più semplici ed efficaci della lotta.
Le rivolse un nuovo sorriso e tirò fuori da una tasca un piccolo oggetto che assomigliava a un telecomando. Con un gesto fulmineo glielo premette con forza sul petto.
Monica provò un dolore lancinante e finì a terra.
Aglaja si sistemò a cavalcioni su di lei e le inflisse una seconda scarica elettrica, quindi una terza. Monica perse i sensi.
Quando riprese conoscenza era nella sua camera, strettamente legata al letto. Aglaja la fissava. “Dove abita John Lodge?”
Monica non rispose.
“Sarà una giornata molto lunga.”, disse Aglaja in tono piatto. “E prima di sera mi avrai detto tutto quello che voglio sapere.”
Poi ricominciò a usare lo storditore elettrico.

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copertina libroCARRICK
Sam Richards era un uomo rozzo e ignorante, che sapeva a malapena scrivere il proprio nome; ma ciò non aveva nessuna importanza, poiché la sua posizione in Sudafrica era inattaccabile. E questo in seguito sarebbe venuto molto utile. D’altronde, Richards stava prendendo lezioni di inglese.
Il primo ministro Robert Arthur Talbot Gascoyne-Cecil disprezzava i banchieri, che costruivano immense fortune speculando sui soldi degli altri. Inoltre, molti di loro non erano conservatori. In quanto a Pilgrim, benché fosse molto ricco, era soltanto un mobiliere… poco più di un falegname. La scelta sarebbe ricaduta su Richards, perché in quel momento il Sudafrica rappresentava uno dei tre grandi problemi della politica estera britannica. Gli altri due erano la questione irlandese e la decisione della Germania di portare la propria flotta a livelli di eccellenza, in modo da poter contrastare la secolare supremazia inglese sui mari.
Bussarono alla porta.
Era il segretario. “E’ arrivato quell’investigatore.”, annunciò.
Gascoyne-Cecil alzò gli occhi al cielo. Aveva acconsentito a riceverlo dietro all’insistenza dell’ispettore Fletcher; sembrava che fosse in possesso di informazioni estremamente delicate, che riguardavano Jack the Ripper. Ma il primo ministro aveva le idee chiare in proposito: non esisteva alcun Jack the Ripper, la colpevole era Mary Pearcey. Dopo il suo arresto, gli omicidi erano cessati, e non c’era motivo di riaprire il caso.
Carrick entrò nello studio e prese posto di fronte alla scrivania di Gascoyne-Cecil, senza aspettare di essere invitato a farlo.
“Di cosa volevate parlarmi?”, gli domandò bruscamente il primo ministro, irritato per quella palese violazione dell’etichetta.
“Alla fine, Carrick ha scoperto il vero autore dei crimini di Whitechapel.”
“E’ Mary Pearcey!”, ribatté seccamente Gascoyne-Cecil.
“Lei era solo una complice.” Carrick meditò di accendersi un sigaro, ma forse sarebbe stato troppo.
Il primo ministro fissò l’investigatore per alcuni istanti. Glielo avevano descritto come una specie di genio. A guardarlo, non sembrava un uomo sensazionale; ma aveva imparato a diffidare delle apparenze. “E chi sarebbe questo vero autore dei crimini di Whitechapel?”
Carrick si protese verso di lui e sussurrò un nome.
Gascoyne-Cecil rimase a lungo in silenzio. “Ascoltatemi bene.”, poi disse. “In base a informazioni assolutamente precise, vi posso assicurare che la colpevole è Mary Pearcey, che fra l’altro voi stesso arrestaste. A riprova di ciò, non si sentirà più parlare di prostitute uccise e mutilate. E questo è quanto.” Fece il gesto di congedare Carrick, ma l’investigatore non si mosse. “Avete ragione, signore.”, disse in tono umile. “Carrick non si occuperà più di una vicenda della quale si è già parlato abbastanza e che non ha più motivo di essere presa in considerazione.”
“Perfetto! E adesso se non vi spiace…”
“Tuttavia”, aggiunse Carrick, “uno dei peggiori mali che affliggono la nostra società è senz’altro la presenza della stampa. Ci dovrebbe essere un solo quotidiano, naturalmente fedele al governo e comunque sottoposto a censura preventiva; ma purtroppo non è così. I giornali sono avidi di pettegolezzi, e inclini alla menzogna: spesso non esitano a calunniare con grande rilievo persone del tutto innocenti, salvo poi ritrattare le false accuse con un misero trafiletto confinato in una pagina interna, fra le notizie meno importanti. Questa volta non dovrebbe accadere, però è sempre meglio essere prudenti e non escludere nulla a priori.”
Gascoyne-Cecil gli rivolse un’occhiata gelida. “Mi state ricattando, forse?”
Carrick alzò entrambe le mani e scosse con vigore persino eccessivo il capo. “Che Dio non voglia!”, esclamò.
“E allora, qual è il senso delle vostre parole?”
“Non ci saranno più delitti.”, rispose l’investigatore. “Lo sapete voi, e lo sa Carrick. Anche se il colpevole fosse veramente ancora in libertà e rispondesse a… quel nome – ma così non è! – non ci saranno più delitti. La stampa potrebbe tuttavia voler rimestare nel torbido, e questo Carrick non lo desidera assolutamente. Santo cielo, sarebbe un’eventualità semplicemente terribile! Ma Carrick potrebbe mettere a tacere quei lestofanti, che osano criticare la politica del partito conservatore per il solo gusto di nuocere al nostro glorioso impero. Carrick saprebbe trovare un modo, e tutta l’intera faccenda sarebbe presto dimenticata.”
“In altri tempi, avrei potuto farvi frustare.”, disse Gascoyne-Cecil.
“Questo ed altro per sua maestà.”, replicò l’investigatore. “Ma Carrick cerca solo di operare per il bene. Lungi da lui l’idea di ricavarne un qualche beneficio personale. Questo non è un ricatto, signore.”
“Il prezzo?”, chiese freddamente Gascoyne-Cecil.
“Oh, no! Nessun prezzo. Ora Carrick vi lascia alle vostre incombenze, scusandosi per avervi disturbato.”
L’investigatore si alzò.
“Un piccolo favore, forse… ecco. C’è un cittadino inglese, rispettabile e rispettato, da sempre legato agli ideali dei conservatori, che ambirebbe a un riconoscimento, ma forse non ne è degno.”
“Chi è?”, gli domandò il primo ministro.
“Si chiama Pilgrim, mio signore.”, disse Carrick inchinandosi.

JOAN ANDERSON
C’era ancora la neve e il torrente era ghiacciato.
La casa, una vecchia costruzione, disposta su due piani, con un deposito di legname sul retro e un prato davanti all’ingresso, era situata ai margini della foresta. A est si scorgeva il profilo imbiancato di una collina che digradava dolcemente verso i campi innevati. A sud c’era il paese. Distava circa due miglia e consisteva di una cinquantina di modeste abitazioni, che si affacciavano sui due lati della strada principale e attorno all’unica piazza. C’erano una chiesa, un emporio e una locanda che fungeva anche da stalla. Joan Anderson vi si recava due volte al mese per rifornirsi di provviste. Era robusta e affrontava con piacere il tragitto, anche se il ritorno era un po’ faticoso a causa della sporta piena.
Nella stagione calda la neve si sarebbe sciolta, il prato si sarebbe rivestito di verde e Joan avrebbe potuto lavarsi nell’acqua gelida del torrente.
Ogni giorno, verso metà pomeriggio, quando il freddo era meno intenso, si addentrava nella foresta, spingendosi sempre un po’ più lontano. Si era ripromessa di esplorarla tutta, ma non era ancora riuscita a stabilire quanto grande fosse. Rincasava dopo il tramonto, guidata dalla luce della luna, che filtrando tra i rami degli alberi, illuminava il soffice strato di neve su cui posava i piedi. Se il cielo era coperto, si orientava grazie a una serie di punti di riferimento che si era impressa nella memoria: una grande quercia, un masso che sporgeva dal terreno, un improvviso avvallamento. C’erano molti sentieri ed era facile perdersi, dato che spesso si interrompevano bruscamente o davano la falsa sensazione di condurre fuori dalla foresta, mentre invece puntano in direzione del folto degli alberi, riavvolgendosi come serpenti; ma Joan non aveva paura, benché sapesse che sarebbe stato pericoloso trascorrere la notte lì.
Joan era felice. Prima o poi, avrebbe avvertito la solitudine e desiderato il calore di un corpo maschile: ma per adesso si sentiva magnificamente bene.
Un mattino, uscendo di casa, vide un lupo.
Era fermo sul limitare della foresta e la osservava. Joan non temeva i lupi. Notò che era molto magro e ne dedusse che era stata la fame a spingerlo sin lì. Per un qualche motivo, aveva lasciato il suo branco, o forse era stato scacciato; comunque fosse, era stanco e affamato.
Joan rientrò in casa e tagliò una spessa fetta di prosciutto, uscì di nuovo, ma il lupo era scomparso. Joan si avvicinò al punto dove si trovava prima e lasciò sulla neve il pezzo di prosciutto, quindi rincasò. Dopo circa un’ora si affacciò alla finestra. Il prosciutto non c’era più.
L’indomani, sul presto, depose nello stesso punto una grossa porzione di pancetta. Questa volta, però, rimase sulla porta e attese. Era una giornata molto fredda, da nord spirava un vento aspro; il cielo era limpido, ma il sole non riusciva a scaldarla. Aspettò, tutta intirizzita, e finalmente il lupo comparve. Si avvicinò alla pancetta, però poi si fermò a qualche iarda di distanza. La guardò, diffidente, emettendo un sordo ringhio.
“Coraggio!”, lo incitò lei.
Il lupo non si muoveva.
Joan decise di dargli un nome. Secondo lei, tutti gli animali dovevano avere un nome. Rifletté per alcuni istanti, quindi scelse “Alex”, dato che le orecchie di Alliston le rammentavano quelle di un lupo. A quel pensiero, sorrise divertita. “Forza, Alex”, esclamò. “Non avere paura!”
Tuttavia fu costretta a rientrare in casa, perché il lupo non si avvicinava al cibo. Quando si chiuse la porta alle spalle, dopo un attimo di esitazione Alex si accostò al pezzo di pancetta e cominciò a divorarlo.
Divenne una consuetudine: tutte le mattine, Joan gli preparava qualcosa di buono, però il lupo continuava a essere diffidente e non mangiava finché lei era nei paraggi.
Joan, tuttavia, non era disposta a cedere.
Quando fu trascorso un mese, in una tiepida mattina di sole, rimase impassibile a fissare l’animale.
Alex si avvicinò, ma tornò subito indietro e sparì tra gli alberi.
Joan non si mosse. Non avrebbe saputo calcolare quanto tempo fosse passato, ma a un tratto il lupo ricomparve.
Joan trattenne il fiato.
Alex avanzò cautamente. Era palesemente infastidito dalla presenza della donna ed esitò a lungo. Joan stava per perdere le speranze, ma finalmente Alex vinse la paura: prese il prosciutto fra i denti e si allontanò per mangiare, senza però entrare nella foresta.
Era un notevole passo avanti, si disse Joan.
Il giorno successivo tentò il tutto per tutto. Portò il cibo nel solito posto, ma non si spostò da lì.
La lotta interiore del lupo fu talmente lunga che quando infine trovò il coraggio per avvicinarsi a lei, mezzogiorno era già passato da un pezzo.
Joan gli parlò con calma.
Alex la ascoltava, sospettoso.
Poi incominciò a mangiare. Lei aspettò che finisse e, prima che potesse scappare, lo accarezzò, senza smettere di parlargli e ripetendo di continuo il suo nome.
Il lupo si appiattì.
A questo punto, sarebbe potuto accadere di tutto, pensò Joan, anche che la assalisse e la azzannasse alla gola. Non aveva con sé un bastone, perché pensava che il lupo avesse già avuto a che fare con gli uomini: era probabile che lo associasse al pericolo, e che reagisse di conseguenza, attaccando o allontanandosi a seconda dell’indole o delle esperienze vissute.
Ma Alex non si mosse.
E lei continuò ad accarezzarlo.
Poi una lingua ruvida le leccò la mano.

SAM RICHARDS
Il leone era inquieto. Aveva fiutato l’usta di due uomini e stava valutando se attaccarli o tornare al suo rifugio. I cacciatori gli si erano avvicinati sottovento, ma il leone aveva compiuto un lungo giro portandosi alle loro spalle; da quella posizione era in grado di sentire il loro odore. Un misto di tabacco, cuoio e sudore che lo disgustava, e gli ricordava esperienze molto spiacevoli. Da sempre associava il pericolo a quel particolare afrore; in tempi recenti aveva perso la sua compagna ad opera di quegli irriducibili nemici.
Era un grosso felino di quasi duecentotrenta chili, ormai anziano: aveva perso molta della sua forza e della sua agilità, acquisendo in compenso esperienza e sagacia. Abbandonò il luogo dove si trovava per seguire il percorso degli uomini, continuando a rimanere sottovento. Sapeva che non avrebbero smesso di dargli la caccia, almeno fino a quando la luce del giorno fosse stata loro alleata. Se li avesse tenuti a distanza sino al tramonto, sarebbe riuscito a sopravvivere; durante la notte avrebbe cambiato zona, lasciando anche il rifugio che adesso non considerava più tanto sicuro. Era certo, infatti, che prima o poi sarebbero risaliti fin lì, conosceva troppo bene la loro ostinazione, che era seconda soltanto alla crudeltà innata.
Il leone era stanco. Quella mattina aveva dato inutilmente la caccia a un’antilope, bruciando energie preziose; inoltre si sentiva debole dato che non mangiava da molto tempo. La soluzione migliore era decisamente quella di evitare la lotta e di aspettare le tenebre. Mentre procedeva, l’odore si fece più intenso, più vicino. Era una giornata caldissima, il sole batteva implacabile, non spirava un filo di vento e i cacciatori stavano sudando in abbondanza… o il cacciatore?
Improvvisamente uno stormo di uccelli si levò in volo. Il leone si appiattì, allarmato.
Si erano separati, e adesso uno dei due poteva essere sottovento. Guardò in quella direzione e gli parve di scorgere un’ombra che si faceva strada in mezzo a un gruppo di rocce. Doveva prendere una decisione immediata, altrimenti sarebbe rimasto intrappolato fra due fuochi. Sapeva di essere molto più veloce di loro, tuttavia non ignorava che disponevano di terribili strumenti di morte, gli stessi che avevano ucciso la sua compagna.
Sul profilo dell’orizzonte alcune giraffe si muovevano aggraziate, un branco di kudu brucava l’erba. Un babbuino fece risuonare il suo verso stridulo. Era un suono che il leone non sopportava; forse fu quello a deciderlo. Corse verso una boscaglia che distava circa mezzo miglio dal punto in cui si trovava.
Risuonò uno sparo. Il dolore fu inaspettato e lancinante.
Il felino tuttavia non cadde, scartò di lato evitando la seconda pallottola. Poi cercò di raggiungere comunque il riparo degli alberi. Il secondo cacciatore emerse da una sterpaglia, sbarrandogli la strada. Nel frattempo, l’altro uomo lo inseguiva da dietro. Non ci voleva molto a capire che quella era la sua fine, la fine di un vita lunga e avventurosa, a volte felice, in altri momenti rattristata dalla pervicacia con cui gli uomini avevano dato la caccia a lui e ai suoi simili. Era l’ultimo sopravvissuto di un branco che un tempo contava dodici leoni.
Questo perché era il più forte, e il più astuto.
Fu raggiunto da un altro proiettile. Ruggì di dolore e di rabbia. Se era impossibile mettersi in salvo, poteva però vendicarsi; il ricordo della compagna agonizzante era ancora impresso nella sua memoria. Puntò sull’uomo davanti a lui, gli fu sopra con un grande balzo e gli sfondò il cranio con i canini. Abbandonò il cadavere per voltarsi a fronteggiare il secondo nemico.
Sam Richards sogghignò, ammirato dall’astuzia del grosso felino. I leoni erano capaci di trucchi incredibili. Quando cacciavano in coppia, il maschio si poneva sopravvento e urinava. Nessun animale riesce a resistere a quell’afrore. La preda fuggiva immediatamente, spingendosi in direzione opposta… dove la leonessa la stava aspettando.
Richards aveva perso la guida, ma era un fatto privo di importanza. Ciò che contava era il leone.
Benché avesse accumulato una fortuna immensa, il mondo degli affari gli era estraneo: rappresentava soltanto un gioco. Non esisteva emozione più grande della caccia, e non c’era una sola preda all’altezza del leone. Si deterse il sudore dalla fronte e prese attentamente la mira. Vide che adesso il leone esitava. Ma sapeva che lo avrebbe assalito, e pregustava quel momento più di quanto avesse mai desiderato il corpo di una donna. In passato aveva già ucciso quattro stupendi esemplari, tutti maschi, e ogni volta aveva provato sensazioni superiori all’orgasmo.
Purtroppo si sentiva debole, a causa della malattia. La maledisse, non per il fatto che doveva morire – non temeva la morte -, ma perché gli sottraeva lo spirito vitale. Quando il medico gli aveva diagnosticato la lue, aveva accolto la notizia con filosofia. Se si andava a caccia di belve feroci, si rischiava la vita; lo stesso discorso si applicava alle donne, soprattutto alle negre. D’altro canto, le nere erano superiori alle bianche. Richards amava la loro pelle lucida, color dell’ebano, la muscolatura sviluppata e le forme abbondanti; al paragone, le inglesi e le afrikaner avevano un fisico androgino, simile a quello di un ragazzino, con quei fianchi stretti e le natiche quasi piatte. Inoltre, la pelle era lattiginosa, insipida, e tranne qualche eccezione neppure il sole riusciva a conferirle una tonalità in grado di infiammargli i sensi.
Mentre aspettava l’attacco del leone, si disse che aveva avuto una vita piena: non rimpiangeva nulla, ed era senza rimorsi. Il paradiso e l’inferno non esistevano: erano stati inventati da scaltri monaci al fine di dominare le masse. Pertanto non sussisteva neppure il concetto di bene o di male; contava unicamente l’azione in se stessa, l’attimo in cui la si compiva. Al resto non credeva. Ammazzare un uomo o struprare una femmina equivaleva a tuffarsi nelle acque di un torrente, arrampicarsi su una montagna o estrarre l’oro dalla terra.
Scosse la testa per allontanare quei pensieri dalla mente, controllò il fucile e si concentrò sulla preda.
Il leone avrebbe voluto divorare la sua vittima, ma l’istinto gli suggeriva che prima era necessario liberarsi del secondo uomo. Il dolore lo rendeva furioso, ma l’esperienza acquisita durante la sua lunga esistenza lo invitava alla cautela. Fissava Richards con i terribili occhi gialli colmi d’odio, aspettando il momento propizio.
E a un tratto si avventò con una velocità incredibile per un animale della sua stazza, emise uno spaventoso ruggito e gli fu addosso con le fauci spalancate.
Richards sparò. Lo prese esattamente in mezzo agli occhi, abbattendolo.
Provò un empito di trionfo e al contempo un senso di tristezza, come ogni vero cacciatore che rispetta la sua preda.
Si avvicinò alla carcassa del grande animale e si chinò sui talloni per accertarsi che fosse morto, quindi si rialzò, incamminandosi verso il cadavere della guida. Avrebbe voluto seppellirlo, ma capì che gli mancavano le forze. Si sedette su un masso, accogliendo con voluttà un soffio di vento. Prese la borraccia e bevve un sorso d’acqua.
Improvvisamente pensò a Nancy.
Richards aveva sempre escluso i sentimenti, all’infuori di quelli rivolti alla propria persona; sapeva bene che nessuna donna lo aveva mai amato: si concedevano a lui grazie al potere che deteneva, per i soldi, o perché lui le costringeva a farlo. Nancy era diversa. Giorno dopo giorno, aveva visto il suo amore crescere, come un ruscello che si trasforma in fiume e infine confluisce nel grande mare. Nancy Alliston lo amava disinteressatamente. Se lui avesse voluto, l’avrebbe avuta; tuttavia, quel candore, quell’innocenza, quella sincerità di sentimenti, lo avevano frenato. Era così giovane: perché regalarle la morte?
L’ultimo giorno le aveva chiesto di leggergli il libro. Sebbene fosse analfabeta, aveva capito che era scritto magnificamente, poiché le parole scorrevano fluide come l’acqua di una sorgente. Era una grande storia. La sua storia. La storia di un uomo che era venuto dal nulla e che adesso era a capo di un impero. Sulla panchina di Hyde Park le aveva confidato la verità: che presto sarebbe morto. Voleva che lei avesse un buon ricordo di lui, perciò le aveva taciuto la parte oscura della sua vita. Nancy non avrebbe potuto comprendere, e Sam desiderava che la sua memoria vivesse in lei, oltre che nelle pagine del libro.
I suoi beni erano distribuiti in tali e tante ramificazioni che solo a pensarci gli veniva il mal di testa. Malgrado quella incommensurabile ricchezza, all’atto pratico era complesso disporre in tempi brevi di denaro contante. I suoi soldi erano investiti in azioni; possedeva vaste estensioni di terra, case, miniere, navi che solcavano gli oceani dall’India a Durban e da Città del Capo alle coste del Brasile; ma pareva che fosse impossibile trasformarli dall’oggi al domani in liquidi. In ogni caso, per ricompensarla del suo amore, le aveva donato duecentomila sterline, che per lui erano solo una goccia nel mare, ma per lei una somma spropositata. Il resto dei suoi beni sarebbe andato ai tre figli bastardi: Phil di Londra, Peter di Johannesburg e Jacques di Parigi. Era possibile che ce ne fossero anche altri, tuttavia ne era all’oscuro.
Inizialmente Nancy aveva rifiutato quel regalo, ma lui sapeva essere molto persuasivo.
Era il suo dono d’addio, riservato all’unica persona che gli avesse ispirato tenerezza… e forse qualcosa di più, anche se non sapeva se fosse amore, dato che non lo aveva mai conosciuto.
Quando si rialzò dal lastrone, era fiero di se stesso e di tutto ciò che era riuscito a costruire.
Amava l’Africa, ne assaporò l’essenza e ringraziò un cielo in cui non credeva per avergli concesso quella gloriosa giornata.
Non sarebbe mai finito in un letto d’ospedale.
Lanciò ancora uno sguardo al leone, poi estrasse la pistola e per l’ultima volta sparò.

MONICA BEAUCHAMP
Quando Alex si recò nuovo da Monica, la trovò in condizioni decisamente migliori. Era sempre molto pallida e soffriva le pene dell’inferno, tuttavia gli parve più serena. Gli disse che aveva ordinato una sedia a rotelle di nuova fabbricazione; sarebbe occorso qualche tempo, dato che si trattava di un brevetto americano: ma una volta arrivata, avrebbe potuto tornare in ufficio. Il medico le aveva dato notizie confortanti. Presto il dolore sarebbe diminuito, fino a scomparire del tutto nel giro di qualche mese. Poi volle sapere come stava lui; se era riuscito a trovare un po’ di pace o se la mancanza di Helen lo straziava ancora.
Alex non se la sentiva di mentire. “Mi manca molto.”, rispose. “E credo che sarà così per sempre. Ora, però, sono concentrato su Silvia Consonni. Il mio pensiero fisso è quello di assicurarla alla giustizia. Vederla penzolare da una forca… ecco quello che aspetto! Ciò non mi restituirà Helen, naturalmente; ma è doveroso punire quella donna. Non merita alcuna pietà!”
Monica rifletté per alcuni istanti, quindi annuì. “No. Non la merita. Sì è macchiata di troppi delitti, è un essere infame. Comunque, io credo che sia disturbata mentalmente, non so se per una malattia o per altri motivi. Certo è che il suo comportamento non è normale.”
Ci fu un silenzio. Entrambi pensavano alla loro vita; da un giorno con l’altro, Silvia le aveva stravolte. Monica era sempre stata una donna attiva ed energica: essere costretta su un letto le pesava terribilmente. Senza contare che, a causa della sofferenza fisica, alla notte faticava a prendere sonno. Alex si sentiva arido, come se all’improvviso avesse perso ogni ragione per vivere. La punizione di Silvia, i libri, l’affetto di Margaret e di Nancy, non erano sufficienti a colmare il grande vuoto del suo cuore.
Monica disse: “Ti prego, Alex, non giudicarmi male!”
Lui le rivolse uno sguardo interrogativo.
“Quello che sto per chiederti potrebbe offenderti; forse uscirai di qui disgustato e in preda all’ira. In tal caso, non tornerai più. Per me sarà triste… sai, in questo momento, ho solo te. Mi sento debole, avvilita. Mi domando perché Silvia sia stata così crudele con me, e con Helen ovviamente. Io ho amato un’unica volta. E questo amore esiste ancora, forte come prima. Non è proprio il momento adatto, me ne rendo conto…”
Trattenne il fiato e poi aggiunse: “Per favore, Alex, baciami. Un solo, unico, bacio. Regalami questa gioia, e scusami, se puoi, per il mio egoismo.”
Alex la fissò, stupito. Da tempo vedeva in lei una brillante collega, una vecchia amica; e aveva scordato che un giorno ormai lontano l’aveva desiderata e aveva dovuto lottare con se stesso per non tradire Helen. Date le circostanze, sarebbe stato ancora un tradimento?
Monica lo osservava ansiosa, con il timore di averlo perso per sempre.
Alex si alzò dalla sedia, incerto.
Non era in collera con lei, anzi riusciva a capirla; tuttavia ciò che gli aveva chiesto era una cosa improponibile. Forse sarebbe stato meglio lasciarla sola e non tornare a visitarla per qualche tempo; forse era sotto l’effetto di una droga che, a sua insaputa, il dottore le aveva prescritto, per pietà, magari facendole credere che si trattava di una normale medicina. Rammentò che la volta precedente lui stesso aveva pensato che assumerne una piccola dose avrebbe potuto aiutarla.
Si avviò verso la porta, convinto di aver preso la decisione migliore.
Mise una mano sulla maniglia e udì un flebile singhiozzo.
Si voltò.
Era vecchio e Monica era ancora una bellissima donna. Il pallore del suo volto faceva risaltare i grandi occhi azzurri, resi più luminosi dalle lacrime. Poi lei girò il viso sul cuscino, come per non guardarlo. Rimase immobile; ma lui notò che respirava in modo affannoso. Pensò alla paura che aveva provato, quando era stata aggredita in casa sua; cercò di immaginare la sua mente sconvolta dal panico, il corpo martoriato dai colpi di bastone. Era una donna sola e infelice, e lui…
Si avvicinò al letto.
Esitò, quindi le girò delicatamente il viso.
Monica lo fissava con uno sguardo indecifrabile.
Alex si sedette sul bordo del letto.
Si chinò e accostò le labbra alle sue. La bocca di Monica si schiuse e le loro lingue si sfiorarono, si ritrassero, si ricongiunsero. Monica ansimò. Gli prese una mano e la guidò sotto le lenzuola. Alex continuò a baciarla e prese ad accarezzarla… piano, timoroso di farle male. Lei trasalì e lui seguitò a muovere la mano; la penetrò con un dito, sentì che era bagnata, e aumentò progressivamente l’intensità della carezza.
Monica trasse un forte gemito, e Alex capì che stava godendo.
“Non uscire.”, disse lei.
Alex obbedì. Rimase fermo a guardarla, mentre il volto della donna diventava radioso.
“Ti amo, Alex!”, sussurrò.
Cosa ne sarà di noi?, pensò lui.

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MATRIOSKA 25

L’uomo che si faceva chiamare Larsen varcò la frontiera che separa Ciudad Juarez da El Paso in una gelida mattina di gennaio.
Il suo passaporto era falso.
Il doganiere messicano gli riservò un’occhiata distratta. L’americano, invece, lo esaminò attentamente. Poi scrutò il volto di Larsen. “Cosa la porta negli Stati Uniti?”
“Un viaggio di piacere.”, rispose Larsen.
Il doganiere gli domandò di aprire il baule della macchina, dove trovò una valigia e l’occorrente per andare a pescare. Larsen aprì la valigia. Conteneva un abito, due camicie, biancheria di ricambio e il necessario per lavarsi. D’altra parte, Larsen aveva l’aria distinta e autorevole di un uomo d’affari. Ed era norvegese. Al doganiere non risultava che ci fossero dei precedenti legati alla droga o ad altri traffici che riguardassero cittadini della Norvegia; inoltre l’uomo ispirava fiducia. Spiegò che si occupava di transazioni commerciali fra il suo Paese e il Messico, ma che presto si sarebbe trasferito in Giappone. Voleva visitare il Texas e si informò se fosse possibile pescare.
“Benvenuto negli Stati Uniti, signor Larsen.”, disse il doganiere restituendogli il documento con un sorriso.
Larsen non sorrise. Ingranò la marcia e incominciò il lungo viaggio che lo avrebbe condotto in Virginia.
Aveva trascorso l’ultima settimana in un albergo fatiscente in attesa di notizie. Non era sicuro di riceverle e aveva deciso che se il messaggio avesse tardato ancora di un giorno avrebbe fatto a modo suo. Poi, mentre stava passeggiando per ingannare il tempo, il display del cellulare lampeggiò e un segnale sonoro annunciò un sms.
“I Boston Celtics vinceranno il campionato.”
Larsen pensò che forse aveva sottovalutato la donna. Gettò il telefonino che costava più di mille dollari in un bidone della spazzatura, tornò in albergo e preparò la valigia.

Simon Cooper lavorava all’Office of Security da dieci anni.
Benché fosse un dipartimento della CIA, paradossalmente l’OS aveva il compito di controllare l’operato degli uomini dell’Agenzia. Disponeva di mezzi potentissimi e non rispondeva delle proprie azioni se non a un numero assai ristretto di persone, fra cui naturalmente il direttore della CIA stessa.
Nel database di Cooper erano inseriti gli indirizzi di tutti gli agenti. Per ovvi motivi, tali indirizzi non figuravano in nessun altro elenco.
Cooper stava mangiando un sandwich al formaggio quando fu avvicinato da una giovane donna bionda. Cooper la osservò incuriosito. Di statura media, aveva degli splendidi occhi e un viso attraente. “Posso sedermi al suo tavolo?”, gli chiese.
Cooper si guardò attorno.
A quell’ora il locale era quasi vuoto.
Cooper sapeva perfettamente di non essere bello. Si era sempre consolato dicendosi che era una delle persone più intelligenti che conosceva, ma questo non lo rendeva più affascinante agli occhi delle donne. L’ultima ragazza con cui era stato – erano trascorsi cinque anni da quando lo aveva lasciato per un istruttore di aerobica – sosteneva che era un uomo noioso. Simon condivideva quell’opinione.
“Mi chiamo Janice.”, dichiarò la bionda prendendo posto accanto a lui, senza aspettare una risposta.
“Simon. Simon Cooper.”, rispose meccanicamente.
Janice ordinò caffè nero e un hamburger. Parlava un inglese perfetto, tanto che Cooper fu indotto a pensare che non fosse americana. Forse era londinese. Ma la domanda principale era un’altra. Perché si era seduta al suo tavolo?
Dopo averlo scoperto, rimase sconvolto.
Cooper aveva gusti sessuali stravaganti, o quantomeno insoliti, dei quali non aveva mai osato parlare con nessuno, meno che mai con la sua ex fiamma. Il fatto che lavorasse per la CIA, sebbene non come agente operativo ma a livello di intelligence, rendeva la cosa ancora più imbarazzante. In teoria, ragionava Cooper, sarebbe dovuto essere un macho.
Janice dapprima lo picchiò selvaggiamente, quindi lo sodomizzò utilizzando un fallo di dimensioni enormi. Infine, lo cavalcò, insultandolo e deridendolo.
Cooper perse la testa.
Non solo Janice era bellissima, con gambe superbe e un seno invidiabile, ma con un intuito da strega aveva capito quello che lui bramava da sempre e che non aveva mai ottenuto, né sperato di ottenere.
Come avesse fatto a leggergli dentro restava un mistero inspiegabile.
Fu la sera successiva, al termine di una sessione sadomaso ancora più travolgente, che Janice, ranicchiandosi fra le sue braccia, accennò in modo casuale a un’amica che aveva conosciuto a Londra e di cui purtroppo aveva smarrito il numero di telefono e l’indirizzo di casa. “Mi sarebbe tanto piaciuto rivederla! E anche Monica ne sarebbe stata contenta. Monica Squire: una donna straordinaria!”
Cooper la fissò.
“Io la conosco.”, disse avventatamente.
“Davvero? Conosci Monica?”
Che coincidenza incredibile, rise fra sé Janice, che in realtà si chiamava Aglaja.
Si sporse verso di lui con l’espressione di una ragazzina entusiasta. Era incredibile come potesse calarsi con naturalezza nei panni di persone diversissime tra loro, pensò Cooper. In genere era posata e matura, a letto diventava violenta e autoritaria e ora sembrava una teen-ager che ha appena saputo che il suo cantante preferito terrà un concerto nella sua città di lì a breve. Ciò accresceva il suo fascino.
“Vorrei farle una sorpresa. Sai dove abita?”
Cooper si mosse a disagio sul letto. “Sì, però… ehm… prima dovrei avvertirla.” Si sarebbe morso la lingua. Avrebbe dovuto risponderle che si era trasferita di recente e che lui ignorava dove fosse andata.
Janice sgranò gli occhioni. “In questo caso, che sorpresa sarebbe? Ti posso assicurare che lei sarà felice di vedermi. Le comprerò anche un regalino.”
“Non saprei.”, disse Cooper.
“Non sarà una questione di Stato!”, esclamò Janice con aria esasperata.
Cooper pensò che non sapeva quanto si fosse avvicinata alla realtà. Imbarazzato, tacque.
La reazione della donna lo sorprese, gettandolo nel panico.
Janice divenne fredda come il ghiaccio. Gli rivolse uno sguardo duro e disse: “Benissimo. Se ti diverte tanto fare il misterioso, vorrà dire che questa è l’ultima volta che ci vediamo. Sembrerebbe quasi che tu ti prenda gioco di me o peggio forse: che mi consideri una donna non degna di fiducia.”
Cooper farfugliò qualcosa. L’idea di non vederla più, di perdere quel paradiso che aveva sempre sognato, di rinunciare alle notti torride che lei sapeva donargli, era insostenibile. D’altro canto, non aveva alternative: poteva fornire gli indirizzi degli agenti solo a un numero limitato di persone, e non certo a una donna che non apparteneva alla CIA.
Janice saltò giù dal letto e cominciò a vestirsi.
Cooper la guardò, disperato. Ma era assolutamente impotente. Avrebbe potuto avvisare Monica senza dirlo a Janice, però temeva che non sarebbe rimasto un segreto. Le donne avevano la lingua lunga.
Janice infilò le scarpe e si diresse verso la porta.
Cooper si sentì sommergere dall’angoscia.
In fondo… nessuno sarebbe mai venuto a conoscenza di quella piccola trasgressione, tranne Monica Squire; ma, a quanto pareva, Monica avrebbe accolto con piacere l’amica e non lo avrebbe sicuramente biasimato. Non era poi una cosa così terribile. Esitò per un attimo, combattuto.
Janice si voltò. “E’ stato bello, peccato. Addio, Simon.”
“Aspetta!”, la fermò lui. “Hai ragione. Domani ti darò il suo indirizzo. L’ho nella mia agenda, in ufficio.”
Aglaja represse un sorriso di trionfo.
Era stato più facile del previsto.

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DAVANTI AL MARE

La grande distesa del mare arrivava  fino all’orizzonte: era grigia, del colore dell’acciaio, battuta dalla pioggia e attraversata dal vento di settentrione. I gabbiani disegnavano traiettorie diseguali a caccia di pesci; una barca di pescatori procedeva lentamente diretta al piccolo porto. L’aria sapeva di salsedine, e di pioggia, e del fumo del venditore di caldarroste. Pochi passanti infreddoliti camminavano stringendosi nei cappotti; un bambino osservava curioso lo spettacolo incomparabile della natura, capace di creare prodigi in ogni stagione, a seconda di stati d’animo eterni che puntualmente si rinnovano anno dopo anno.
Viviana distolse lo sguardo dalle acque profonde percorse dalla tramontana e tornò a rivolgere la propria attenzione a Fabio. In quegli ultimi minuti aveva viaggiato nel tempo, componendo un quadro che era fatto di mille tessere, un mosaico che adesso le appariva chiaro e comprensibile, ma che in passato le era sempre sfuggito, troppo frammentario e oscuro per poter essere realizzato.
“Ma perché?”, mormorò a voce bassa, appena percettibile.
L’uomo esibì un sorriso stanco che non arrivava agli occhi. “Non ho mai avuto il coraggio.”, disse.
Viviana scosse la testa, facendo ondeggiare i capelli. “Ma è assurdo! Ti rendi conto?”
“La mia vita è sempre stata assurda.”
La donna era frastornata. Come in un film rivisse tutto: le poesie che trovava nella cassetta della posta. Erano scritte su foglietti sgualciti, tracciate da una grafia incerta, quasi infantile: ma erano le più belle poesie che avesse mai letto. La dipingevano come un angelo, i cui lunghi capelli neri ricordavano l’incanto della notte, e gli occhi verdi la meraviglia del mare, e la voce la suggestione di una suonata di Mozart. Rilette a posteriori forse erano un po’ ingenue, ma poi ne erano arrivate altre, e si erano succedute nel corso degli anni, diventando sempre più mature e profonde. Parlavano di un amore senza confini, assoluto, destinato a durare per sempre, trovando linfa nella disperazione di chi non viene corrisposto, irrobustendosi per la sofferenza, sino a diventare qualcosa di mistico. Un giorno le poesie si trasformarono in prosa, ed erano lettere che svelavano l’animo di un uomo colto, intelligente, sensibile, un uomo perdutamente innamorato, tuttavia come per un sortilegio maligno destinato a rimanere solo, in una vita desolata i cui unici sprazzi di sole erano quelli serali, quando, dopo aver cenato, si sedeva alla scrivania, prendeva un foglio bianco e scriveva.
Viviana incominciò a desiderare quelle lettere, a cercarle nella cassetta della posta quasi con ansia, rimanendo delusa se non ne trovava una nuova, e felice come una bambina se riconosceva l’inconfondibile busta.
Si sposò a trent’anni, e le lettere continuarono ad arrivare. Diventarono un raggio dorato che in qualche modo illuminava un’esistenza infelice, causata da un matrimonio sbagliato. Viviana compì i quarant’anni, e le lettere arrivavano ancora. Avrebbe voluto rispondere, svelare a sua volta i misteri del proprio cuore, raccontare le miserie della quotidianità: ma era impossibile. Iniziò a scrivere su un diario, che custodiva gelosamente in un cassetto, nascosto sotto una pila di maglioni. E nel diario parlava a lui, rispondeva a quello che lui le diceva.
E in questo trovava conforto.
Poi le lettere non arrivarono più.
Quel meraviglioso flusso di emozioni si interruppe, simile a un ruscello che all’improvviso rimane privo d’acqua. Per Viviana non fu facile elaborare il lutto; era come se una parte di lei fosse morta, e forse quella parte era stata la più bella della sua vita.
Trascorsero dieci lunghi anni. Una sera squillò il telefono. Era Fabio Campari, il suo compagno di banco al liceo. Desiderava rivederla. Viviana acconsentì con piacere. Si ricordava ancora di lui: un ragazzo intelligente, timido, sensibile. Benché fosse generalmente taciturno, era anche simpatico. E indubbiamente bello. Viviana si era presa una cotta per lui, ma senza trovare il modo per scalfire le sue difese. Fissarono l’appuntamento per l’indomani, davanti al mare.
“Ma perché solo ora?”, gli chiese quasi con rabbia.
Fabio spostò lo sguardo sulla grande distesa d’acqua che arrivava fino all’orizzonte, grigia del colore dell’acciaio. La barca dei pescatori aveva guadagnato il rifugio sicuro del porto, i gabbiani disegnavano traiettorie diseguali a caccia di pesci.
“Sto per morire.”, disse. “Cancro.”

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Aleksandr, chiamato Matrioska, è un agente del KGB, freddo e spietato.
La sua strada è destinata a incrociarsi con quella di John Lodge, della CIA: tutto ha inizio a Roma, dove l’americano ha il compito di proteggere e interrogare un dirigente del KGB che si è venduto agli Stati Uniti. Matrioska viene incaricato di uccidere il traditore e, malgrado la presenza di Lodge, di un suo collega e della polizia italiana, riesce brillantemente nell’impresa. D’altro canto, Aleksandr non ha mai fallito una missione. Ciò vale anche per Lodge, con l’unica eccezione rappresentata dall’episodio di Roma.
Anni dopo, Matrioska e Lodge si ritrovano in Afghanistan. La CIA ha ricevuto una “soffiata” da Mosca: in vista della grande offensiva estiva, i russi intendono eliminare Massoud, il più capace fra i comandanti dei Mujaheddin, che sono in guerra contro l’Unione Sovietica.
A questo scopo, Aleksandr valica il passo Khyber, accompagnato dal taciturno Farrin, un tagiko “condizionato” dal KGB: egli in pratica è un automa, privo di ogni cognizione del dolore o della paura; uno strumento di morte che risponde solamente a Matrioska. I due raggiungono Massoud, senza tuttavia riuscire a ucciderlo.
Lodge è accompagnato da Monica Squire, una donna determinata e affascinante. Fra loro nasce una profonda attrazione, sebbene Monica sia fortemente contraria all’appoggio che l’America sta dando ai guerriglieri, dato che i sovietici hanno invaso l’Afghanistan dietro a una precisa richiesta del legittimo governo di Kabul che vorrebbe modernizzare il Paese, elevando la condizione femminile e dando vita a un vasto programma di riforme sociali e democratiche; Lodge non approva il punto di vista della collega, ritenendo che il suo compito sia solo quello di salvare la vita a Massoud, senza speculazioni inutili. Questo comunque non impedisce che l’attrazione sfoci in una prorompente passione. Lodge, però, ama sua moglie, Sherilyn, e, benché desideri ardentemente Monica, resiste alla tentazione dopo essere arrivato a un passo dal tradimento. A frenarlo è anche il pensiero della figlia, Susan.
Monica Squire vive un’esperienza drammatica: viene bastonata da un gruppo di afghani per essere andata a nuotare in un piccolo lago  in slip e reggiseno. A salvarla, paradossalmente, è l’arrivo dei terribili Hind, gli elicotteri corazzati dell’Armata Rossa.
A questo proposito, John e Monica istruiscono due guerriglieri sull’uso degli Stinger, l’unica arma in grado di abbattere i micidiali Hind.
Una parentesi è dedicata alla sorella di Aleksandr, Sonja, ingiustamente  incarcerata e in seguito condannata all’ergastolo per aver ucciso un’altra detenuta che voleva violentarla. Grazie al prestigio del fratello, Sonja ottiene la grazia da Vladimir Putin, all’epoca ai massimi vertici del KGB, il quale stravede per Matrioska. Diventata amica di Tamara, l’amante di Aleksandr, le incomincia a raccontare di quando lui cambiò, trasformandosi da ragazzo sensibile e affettuoso in un uomo gelido e privo di sentimenti.
Nel frattempo, dopo alterne vicende e vari capovolgimenti di fronte, Aleksandr rapisce Monica per indurre Lodge a confidargli dove si trovi ora Massoud. I due uomini si affrontano su una montagna che sovrasta la valle del Panjshir e fanno fuoco nello stesso momento…

L’inizio di “MATRIOSKA” è stato pubblicato sul Corriere della Sera come miglior incipit di un romanzo inedito.

CAPITOLO 24
Lodge avvertì una fitta alla gamba ferita e involontariamente cambiò piede d’appoggio, spostandosi sia pur di poco.
Ciò gli salvò la vita.
La pallottola di Matrioska lo mancò per meno di un centimetro.
Il russo, invece, fu colpito in pieno petto.
Lodge si preparò a sparare di nuovo, poi vide Matrioska cadere. Si avvicinò, guardingo. Benché fosse certo di averlo ucciso, aveva visto troppi uomini fingersi morti per poi “resuscitare” all’improvviso, e aveva perso un collega proprio a causa di tale stratagemma. Peraltro, non potevano sussistere dubbi: Matrioska aveva concluso la sua grande carriera su una sperduta montagna dell’Afghanistan.
In quel momento udì un rombo terrificante. Quattro Hind scesero in picchiata portando in dono il consueto inferno di fuoco; puntavano sulla valle, ma evidentemente i piloti avevano scorto il piccolo gruppo di uomini: perciò incominciarono a far fuoco su di loro.
Lodge corse da Monica, la spinse dietro a una roccia e la coprì con il suo corpo. Ma non costituivano una preda succulenta, e presto gli Hind calarono a valle. Lodge liberò i polsi di Monica. Si rialzarono, dirigendosi verso il punto dov’era caduto Matrioska.
Il russo non c’era più.
Lodge si guardò attorno, sconcertato. Si affacciò sull’orlo di una scarpata e guardò in basso. Vide il corpo di Matrioska venti metri sotto. Giaceva immobile, privo di vita. In qualche modo, con le ultime energie che gli restavano, si era trascinato per terra fino a precipitare nel burrone. Forse per non cadere nelle mani del nemico: irriducibile sino all’ultimo, pensò Lodge.
Lo osservò attentamente. Era stato addestrato a non accontentarsi delle supposizioni; però non c’era ombra di dubbio: aveva mirato al cuore e Matrioska era morto pochi secondi dopo essere stato colpito, il tempo di precipitare nel burrone. E, in ogni caso, aveva picchiato la testa sulla nuda roccia.
John si allontanò di qualche passo e guardò Monica. “E’ finita!”, disse. La donna lo fissò in silenzio. Aveva gli occhi colmi di lacrime. Lodge la abbracciò. “Ed è finita anche la nostra missione.”, aggiunse staccandosi da lei e pensando a quanto fosse bella. Entrambi erano consapevoli di quello che significava: il sollievo e l’orgoglio per aver trionfato ma anche la prospettiva di separarsi a breve, lasciando qualcosa di incompiuto, come un’ombra che sarebbe rimasta nei loro cuori.
Lodge tornò sul ciglio del burrone. Prese in considerazione l’idea di scendere per seppellire il cadavere, però sarebbe occorso molto tempo perché la scarpata era assai ripida e nel frattempo gli Hind sarebbero potuti tornare. Decise che avrebbe affidato quell’incombenza agli afghani, quando si fosse conclusa l’incursione e i guerriglieri si fossero ripresi dallo choc. Prima avrebbero pensato ai loro cari, poi si sarebbero occupati del russo. Matrioska poteva aspettare. Aveva sulla coscienza troppi omicidi, aveva seminato panico e dolore: non meritava eccessiva attenzione. Fin dai tempi della prima guerra mondiale fra gli aviatori appartenenti a nazioni nemiche esisteva un legame, se non di fratellanza almeno di comunanza, che li rendeva in qualche modo solidali tra loro; ma questo non valeva per gli agenti segreti.
Il compito di Lodge era terminato e ora voleva solo tornare a casa.
Un’ora dopo scesero a valle.
La domenica successiva John Lodge riabbracciò Sherilyn e Susan.

Vladimir Putin posò i suoi occhi gelidi sull’uomo che stava di fronte a lui. “Per colpa di John Lodge e di Monica Squire, Massoud è vivo e l’offensiva estiva è fallita.”
Putin era furibondo, ma come sempre freddo e controllato.
“Sebbene il nostro esercito si sia dimostrato inefficiente, è tuttavia indiscutibile che la presenza di Massoud è stata fondamentale. Lodge rappresenta un problema: ci danneggerà anche in futuro.”
“Cosa devo fare?”, gli domandò l’uomo in piedi davanti alla scrivania.
Putin lo scrutò a lungo, pensoso.
Poi disse: “Ucciderli. Tutti e due. Lodge e Squire.”

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LA DEA

Un ciuffo ribelle cadeva sulla fronte ampia e ben disegnata. I lineamenti del viso erano fini e regolari, gli occhi verdi. Tom Roberts sarebbe stato sicuramente un bel ragazzo, e in effetti lo era: ma aveva le gambe paralizzate. Sebbene fosse intelligente, sensibile e spiritoso, non era mai stato con una donna. Le giovani di San Diego non lo degnavano di uno sguardo. Tom faceva ricorso all’autoironia: “Non è che io non piaccia”, si diceva, “solo che per loro sono uno straniero. Mi vorrebbero, ma diffidano di me.”  Naturalmente si trattava di un artifizio, di un ingannare se stessi, dato che avrebbe tanto voluto avere una compagna, non importa se bionda o bruna, magra o grassa; un corpo caldo che gli trasmettesse amore. Si consolava con la musica, in particolare con i dischi della dea. Di lei aveva tutto: ogni singolo cd, manifesti, poster, oltre a una ragguardevole collezione di riviste con recensioni, interviste, servizi fotografici.
Quella sera Tom era al settimo cielo. Anche se aveva abbandonato il concerto dopo appena dieci canzoni, quello che aveva visto, e sentito, lo aveva entusiasmato oltre ogni misura. La dea era fantastica dal vivo.
Ora aspettava davanti al camerino, che aveva faticosamente raggiunto impietosendo il servizio d’ordine. Man mano che lo show si avviava al termine, la confusione aumentava; presto si trovò circondato da una calca di giovani vocianti, e smaniosi di vederla da vicino. Sarebbe passata di lì, ma Tom incominciava a dubitare di riuscire a chiederle un autografo. Probabilmente non lo avrebbe notato in mezzo a tutta quella gente, e poi sarebbe andata di fretta come tutte le star che si rispettino.
“Serata comunque vincente!”, pensò. “Ho assistito allo spettacolo più bello del mondo.” Sul palco lei emanava energia selvaggia; la voce era splendida, le movenze feline. Un conto era ascoltare un disco, altro vivere intensamente il live-act più emozionante della sua vita. A parte il genere diverso, la preferiva anche ai Metallica, che pure amava molto. Lo spettacolo finì, e alcuni energumeni scortarono la cantante giù dal palco. Distribuendo insulti e spintoni alla marea di fans adoranti, le fecero strada verso il camerino. Tom era in una buona posizione. Non per altro aveva lasciato il concerto in anticipo. Quando la vide passare a qualche metro di distanza, gridò il suo nome. Lei si girò. Incredibilmente, ignorò tutti gli altri. I suoi occhi corsero alla sedia a rotelle. Prima di scomparire nel camerino, mormorò qualcosa a un gigante tatuato. Il tatuato si fece largo per raggiungere Tom. Abbaiando frasi irripetibili agli scalmanati che lo attorniavano, sospinse la sedia di Tom fino alla porta del paradiso. Bussò, quindi lo introdusse in un ambiente vasto e lussuoso. La dea stava bevendo champagne; con un gesto della mano congedò la sua corte. Adesso erano soli.
Tom la guardò estasiato. “Sei la numero uno!”, disse arrossendo. Lei gli rivolse uno strano sguardo. Frugò su un tavolo pieno di giornali, prese una foto e una penna. “Come ti chiami?”
“Tom Roberts.”
Lei scarabocchiò un autografo, tuttavia non gli diede la foto. “Non hai una ragazza?”, gli chiese invece. Tom scosse la testa. “No.” Gli sembrò di scorgere una luce triste in quegli occhi meravigliosi, ma forse era solo una sua idea. Era talmente emozionato che gli tremavano le mani. Lei lo fissò in silenzio per alcuni istanti. “Non sei mai andato a letto con una donna?”
“No.”, rispose Tom, congratulandosi con se stesso per aver evitato un tono di autocommiserazione. Non era semplice, ma in quel momento si sentiva l’uomo più felice dell’universo. La dea era davanti a lui e GLI STAVA PARLANDO. Lei versò dello champagne in un bicchiere; glielo porse. Tom aveva sete. Bevve avidamente. La donna gli tolse il bicchiere dalle mani, si liberò con un calcio delle scarpe e si levò la minigonna. Tom Roberts sgranò gli occhi. Forse c’era un allucinogeno in quello champagne. Senza dire una parola, lei gli sbottonò i pantaloni. Tom si vergognò. Aveva un’erezione immensa. Gli fece scivolare i boxer lungo le gambe, poi si mise a cavalcioni su di lui. Incominciò a muoversi nel modo sinuoso che le apparteneva. Il ragazzo non avrebbe mai dimenticato il viaggio nell’estasi che quella notte lei gli donò.
Tom Roberts non poteva sapere che la dea era stata su una sedia a rotelle fino all’età di quattordici anni.
Nessuno al mondo lo sapeva.

Il post immediatamente precedente a questo è il nuovo capitolo di MATRIOSKA

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MATRIOSKA 23

Il ricordo della tragica fine di Nicole Parker non abbandonava Lodge.
Al contrario di Monica, Nicole non lo aveva attratto fisicamente, ma l’aveva stimata e la considerava una donna eccezionale. Si chiese se anche Monica sarebbe crollata in una situazione simile. Forse no, si disse. Poi allontanò il pensiero, ripetendosi che Matrioska non aveva intenzione di ucciderla, né di torturarla.
Il problema era un altro.
Avrebbe consegnato Massoud al russo?
Certamente no, e per due buoni motivi: il primo, che comunque non era in grado di farlo; il secondo, che la sua missione aveva la precedenza su tutto. Anche sulla vita di Squire.
E allora?
Matrioska non si sarebbe lasciato ingannare, di questo era consapevole: perciò quali alternative aveva?
Una sola.
Ucciderlo.
Esitò a lungo, fissando il fuoco che ardeva.
Matrioska era legato e Monica non era una sprovveduta; inoltre le tracce sul terreno indicavano chiaramente che era stata una terza persona a liberare il russo. E all’improvviso capì chi era: l’afghano che lo aveva aiutato a trovare Massoud. Ciò complicava ulteriormente le cose.
Alla fine prese una decisione. Disse ai tre guerriglieri che erano con lui che l’indomani avrebbero dovuto risalire la montagna. Li avvisò che era un’impresa pericolosa, però aggiunse che avrebbero dovuto fare rumore in modo che Matrioska potesse avvistarli al più presto. Lui lo avrebbe preso alle spalle. I Mujaheddin annuirono. Non avevano paura e volevano vendicare il loro amico.
Come una caccia alla tigre, pensò Lodge, e in effetti il paragone era calzante. Molto calzante.
Attesero l’alba. Gli afghani fumavano in silenzio, Lodge rifletteva. La sua mente era attraversata da immagini e sensazioni fugaci: il viso di Sherilyn, il sorriso di sua figlia, il corpo di Monica, la sofferenza patita da Nicole, e infine quel lontano giorno a Roma, quando Matrioska lo aveva battuto.
Siamo alla resa dei conti, pensò. In una maniera o nell’altra, l’epilogo di quella tremenda sfida era vicino. Questione di ore, poi uno dei due sarebbe morto.
Quando sorse il sole, diede il comando. I guerriglieri si alzarono imbracciando i Kalashnikov. Si preannunciava una giornata torrida, il cielo era parzialmente coperto ma questo non impediva al sole di arroventare l’aria.  Lodge osservò attentamente la montagna, domandandosi quale direzione prendere.
E poi accadde.
Risuonarono tre spari, in rapida successione. I Mujaheddin crollarono al suolo, esanimi.
Lodge si buttò per terra, rotolando poi su se stesso. Raccolse uno dei Kalashnikov e trovò rifugio dietro a una roccia.
Un attimo dopo vide Monica.
Aveva i polsi legati e avanzava incespicando; alle sue spalle Farrin la pungolava con un pugnale. Poi la costrinse a fermarsi. Con una mano le artigliò i capelli, con l’altra le puntò il coltello alla gola. Il tagiko aveva l’espressione assente, come fosse un automa.
“Getta quell’arma e alzati lentamente.” Matrioska era comparso dall’altro lato. Impugnava la pistola di Monica.
Se obbedisco, è finita, pensò Lodge.
Benché fosse un eccellente tiratore sapeva di avere una sola possibilità su cento, ma era stato addestrato a non accettare mai simili ordini, in nessuna circostanza. Lanciò una rapida occhiata a Monica: era molto pallida però non non dava segno di aver paura, anche se probabilmente era terrorizzata.
Lei ricambiò il suo sguardo con fermezza.
Lodge trasse un profondo respiro.
Poi fece fuoco.
Farrin barcollò, e Monica si slanciò in avanti, gettandosi a terra.
Lodge si voltò di scatto verso Matrioska e sparò di nuovo.
Nello stesso istante, il russo mirò alla sua testa e premette il grilletto.

Sonja e Tamara si sedettero su una panchina.
“Anzi, sicuramente era così, visto quello che accadde dopo.”, disse Sonja, riprendendo il filo del discorso. “A un tratto, il siberiano parve incespicare. Poi ritrovò l’equilibrio, ma per poco. Cadde rovinosamente e picchiò la testa sul marciapiede. Da quanto ricordo, morì sul colpo.”
Sonja fece una pausa, come per raccogliere le idee. “Io non avevo mai visto un uomo morire, e lo stesso valeva per Aleksandr. Ero frastornata, sconvolta, confusa. Osservavo quel corpo senza vita, vedevo il sangue; pensai di soccorrerlo, sebbene ormai fosse inutile. Guardai mio fratello. Pur essendo la maggiore, in quel momento mi affidai a lui. Aleksandr aveva un’espressione impenetrabile. Fissava il cadavere. “E’ meglio andare.”, disse dopo qualche istante. Si allontanò e io lo seguii. Camminammo per un lungo tratto. Aleksandr era taciturno, io ancora in preda allo sgomento. Uscimmo dalla città e ci addentrammo in un bosco. Lì l’aria era tiepida e profumata. Chi era quell’uomo? Da cosa fuggiva? E perché era caduto senza una ragione plausibile? Forse aveva bevuto o forse era drogato. Erano domande inutili: qualsiasi fosse il motivo, non lo avrei mai saputo. Ci sedemmo sotto a un albero. Compresi che Aleksandr era scosso. Probabilmente era pentito per aver lasciato quel poveretto, benché fosse stata una decisione comprensibile: è meglio stare alla lontana dai guai.”
Sonja accese una sigaretta. Aspirò il fumo, quindi scosse il capo.
“Avevo completamente rimosso quello che successe dopo. Fu in carcere che all’improvviso rammentai ogni cosa. Esistono dei giorni maledetti, e quello fu uno dei peggiori della mia vita.”
Fece un sorriso amaro. “Naturalmente, escludendo gli anni trascorsi in prigione.” Scosse di nuovo la testa. “Prima la morte del siberiano, un evento tragico che però ci riguardava solo marginalmente e di cui non eravamo in alcun modo responsabili, e poi…”
Aspirò un’altra boccata di fumo, mentre Tamara la guardava in silenzio.

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Perché comprarlo? Credo che sia una buona storia, anche se non starebbe a me dirlo…
Quantomeno, penso che sia la cosa migliore che io abbia mai scritto (o la meno peggio, a seconda dei punti di vista).

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IL SEME DELL’AMORE

“Ti insegnerò i segreti del fuoco.”
Molti anni dopo si sarebbe ricordato di quelle parole. Quando ormai sarebbe stato troppo tardi per apprenderli.
Ma quel giorno il giovane scosse la testa. “Voglio imparare altre cose.”, disse.
“E così sia!”, replicò il vecchio. “Anche tu hai molto da donarmi, e io farò tesoro dei tuoi insegnamenti.”
Nella grotta le fiamme guizzavano simili a serpenti sinuosi. “Tu conosci ogni cosa.”, disse il giovane. Lo pensava veramente: lungo tutte le strade che aveva percorso, aveva sempre sentito parlare di lui e, conoscendolo di persona, si era reso conto che la sua sapienza non aveva limiti.
“Nessuno conosce ogni cosa. Non sarebbero sufficienti tre vite per arrivare a tanto: scoprire i segreti del mondo, entrare nel cuore delle persone, capire in anticipo cosa porterà il vento. Però, io conosco te e so chi sei. Questo mi basta per dichiararmi un uomo felice.”
Ci fu un lungo silenzio, nel quale entrambi si immersero. Si erano conosciuti tre giorni prima, ma era come se si frequentassero da una vita. Spesso non avevano bisogno di parlare; una magia nascosta conduceva i pensieri dell’uno all’altro, e ambedue erano consci di quanto importante fosse stato il loro incontro.
Il vecchio sapeva che un giorno lui sarebbe arrivato. Il giovane aveva affrontato un viaggio interminabile, senza un’idea precisa di cosa avrebbe potuto trovare in quella terra grande e sconosciuta. Ma in qualche modo immaginava che avrebbe incontrato una persona in grado di arricchire la sua conoscenza, sebbene essa fosse già incommensurabile. Lo guardò negli occhi, provando un grande affetto per quella figura scarna, segnata da un’esistenza in cui dolore e comprensione, saggezza e ricerca della verità gli avevano lasciato un solco profondo, nell’anima come nel corpo. Si era sottoposto a digiuni che avrebbero condotto alla morte anche il più forte fra i guerrieri, aveva accettato sfide durissime che se da un lato lo avevano provato irrimediabilmente, da quell’altro lo avevano innalzato sulle vette del sapere.
Conosceva la magia, ma non solo: era in grado di ignorare ogni tipo di sofferenza terrena per elevarsi nel cielo, quale puro spirito. Molti giuravano che era stato in due posti contemporaneamente, altri sostenevano di averlo visto sollevare un masso grande quasi come una montagna unicamente grazie alla forza del suo pensiero.
Il vecchio si alzò per alimentare il fuoco. Il giovane pensò che c’era una sola cosa che li divideva. E sapeva che nessuno dei due sarebbe riuscito a far cambiare idea all’altro. Non ne avevano ancora parlato apertamente, ma prima o poi sarebbe successo. Forse quando si sarebbero lasciati. O forse, si disse, avrebbero evitato l’argomento, dato che si sarebbe trattato di un discorso del tutto inutile. Ma, dentro di sé, invece, sentiva che sarebbe stato il vecchio a sollevare la questione.
Perché gli voleva bene.
Quando il giovane partì, il vecchio pensò che se il falco vuole volare nessuno è in grado di fermarlo. Guardò verso oriente. C’era aria di tempesta. Un cattivo presagio.

 

Il sole splendeva implacabile nel cielo privo di nubi, arroventando la sabbia del deserto. Yehosua ripensava al giorno in cui si era separato dal vecchio. Alla fine avevano affrontato l’argomento che non avrebbe mai potuto trovarli d’accordo. Il discorso del vecchio non era stato cinico; la sua saggezza non prevedeva il cinismo, dato che nel cuore provava la compassione infinita di chi sa scrutare fra le ombre delle anime perse. Però, le parole erano risuonate aspre. Probabilmente perché Yehosua non poteva accettarle: mettevano in dubbio tutto quello che aveva appreso, rinnegavano il senso della missione che si era prefisso. Capiva che il vecchio desiderava il suo bene, e che il suo intento era quello di metterlo in guardia; tuttavia la portata di quel messaggio lo sgomentava. “Non posso avere sbagliato tutto.”, si ripeté per l’ennesima volta. “Ho un compito da svolgere, e se lui avesse ragione sarebbe come aver attraversato un oceano invano, starebbe a significare che ciò che ho fatto, quello che ho cercato di insegnare, non avrebbe alcun valore, e questo non può essere vero.”
Poi si spinse oltre. Anche se, a puro titolo di ipotesi, il mondo fosse come lui l’aveva descritto, avrebbe proseguito ugualmente il suo cammino, a costo di veder svanire nella nebbia della delusione la luce della speranza che da sempre accompagnava i suoi passi. Non dubitava di se stesso, ma anche se lo avesse fatto, non si sarebbe fermato. Glielo impediva il suo compito, e se avesse dovuto sacrificare la sua vita per quel compito, ebbene non avrebbe esitato.
Un vento improvviso sollevò la sabbia, creando vortici incandescenti. Accadde un fenomeno inspiegabile: alla calura soffocante si sovrappose un manto di gelo, come se il deserto fosse diventato una distesa di ghiaccio.
Fu allora che Yehosua lo vide.
Dapprima si trovò circondato da una quantità di rettili e di scorpioni. Era una situazione raccapricciante, ma il suo cuore rimase saldo. Con calma oltrepassò quelle disgustose creature, diretto verso un’apparizione che non riusciva ancora a distinguere con chiarezza, ma che gli sembrava una figura avvolta nella luce. Man mano che procedeva, la luce crebbe d’intensità, fino a costringerlo a chiudere gli occhi. Quando li riaprì, la bufera si era placata, gli orrendi mostri erano scomparsi e una calma quasi innaturale regnava sul deserto. Anche la luce diminuì, svelando al suo sguardo un angelo bellissimo. Non avrebbe saputo trovare un altro modo per descriverlo. Yehosua non aveva mai visto in tutta la sua vita un essere di tale sconvolgente avvenenza. Sembrava racchiudere in sé tutta l’armonia del creato, e quando parlò la sua voce era limpida come l’acqua di un ruscello.
Yehosua sostenne il suo sguardo, che era fisso su di lui, benché non fosse facile perché la bianca veste che lo sconosciuto indossava risplendeva abbacinante ai raggi del sole.
“Ti offro il mondo.”, gli disse, e Yehosua abbe una rapida visione che racchiudeva tutte le meraviglie della Terra: mari accarezzati dalla brezza del sud, tramonti che incendiavano il cielo, grandi boschi ombrosi, montagne innevate, laghi cristallini, prati ricoperti di fiori, e poi donne di una leggiadria senza pari.
“Tutto questo sarà tuo.”
Yehosua scosse il capo, come a rifiutare quello che gli veniva prospettato.
La sua reazione suscitò un sorriso, che tuttavia non era di scherno. Yehosua ebbe l’impressione che la sua scelta non avesse stupito quel misterioso essere. Pensò anche che forse egli addirittura l’approvava, e che non si sarebbe aspettato nulla di diverso, e qualora la proposta fosse stata accettata sarebbe stata accolta con un senso di disdegno. Non erano pensieri chiari, lucidi; non nascevano da un ragionamento: rappresentavano una consapevolezza superiore, che andava oltre il linguaggio delle parole.
“Ti farò un altro dono. E in cambio di questo dono tu mi adorerai.”
Questa volta Yehosua vacillò. Ebbe la nitida visione del cuore degli uomini, e ciò che vide lo sgomentò. Gli tornò alla mente quello che gli aveva detto il vecchio, quando si erano separati. Con un tono di voce che racchiudeva una profonda mestizia lo aveva ammonito, sostenendo che non esisteva alcuna speranza di riscatto per l’umanità. Yehosua aveva scosso la testa sorridendo, e lo aveva incitato ad avere fiducia. Nell’uomo e in Dio. Poi si erano abbracciati e nel lungo percorso di ritorno Yehosua aveva spesso pensato a lui.
Condivideva la gran parte di ciò che il saggio gli aveva detto, ma non quell’ultima frase. Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita.
Ma ora…
“Tu sei stato scacciato dal paradiso.”, proferì con calma, non appena si fu riavuto dall’angoscia di quella visione. Trasse un profondo respiro, e pensò che ciò che gli era stato mostrato era un inganno, il frutto di una magia cattiva. La consapevolezza del vecchio nasceva da convinzioni errate, ma quello che aveva visto adesso, quello che aveva sentito, era un sortilegio, e non gli era difficile capire chi fosse in grado di penetrare così a fondo in lui, al punto da sconvolgerlo per la malvagità evocata.
I suoi occhi sereni riflettevano la certezza di quella conclusione, e si sentiva più forte.
Perché era di fronte al suo Nemico. Il Nemico di sempre.
Ma la replica non si fece attendere. Nuove immagini, che racchiudevano morte e distruzione, che svelavano cupidigia ed egoismo, falsità e invidia. Era dunque questo l’uomo?
“Non fui scacciato.” L’essere luminoso rivolse un sorriso a Yehosua, che questa volta gli parve ironico. “Io non condividevo il progetto di Colui che ha creato l’uomo. L’uomo è nato per compiere il male, per cedere alle tentazioni delle carne e dello spirito, l’uomo è infingardo di natura, corrotto e corruttore. La sua esistenza è priva di senso, e crearlo si dimostrò un errore. Il mio nome è Samhazai e ti posso assicurare che tutto quello che hanno detto di me è sbagliato e ingiusto. Io credo nella purezza dello spirito, e l’uomo ne è totalmente sprovvisto. In quanto a te, mi adorerai perché io sono il portatore della luce, e so che è a questo che tu aneli. Con me sarai felice; dagli umani, invece, riceverai soltanto delusioni e sofferenza.”
Yehosua per un attimo fu ammaliato da quelle parole, per un momento pensò che Samhazai avesse ragione, e desiderò di diventare il suo seguace, il suo più fido discepolo. Non era forse il bene che egli cercava? E Samhazai rappresentava l’essenza stessa del bene. Da lui avrebbe ricevuto amore, a propria volta lo avrebbe amato; con lui avrebbe realizzato il senso della sua esistenza. Avrebbe appreso a cercare l’assoluto, e si sarebbe scordato della meschinità di chi per condizione è destinato all’effimero. Non ignorava che la sua sapienza era infinita, e la sua bellezza rifletteva ciò che egli era interiormente.
Ma fu solo un istante.
Non era quello il suo compito.
E Samhazai aveva molti nomi.
Lui lo conosceva come Helel; e altri lo avrebbero chiamato Lucifer.
Gli voltò le spalle, e si incamminò, ignorando il suo ultimo richiamo.

 

Ripensò a Helel quando fu davanti al quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
Prima c’era stata quella notte terribile.
Fino ad allora Yehosua non aveva mai conosciuto la paura. Le sue parabole parlavano d’amore, di comprensione, e, sebbene il suo messaggio non fosse sempre recepito nel modo più corretto, l’amore escludeva per definizione qualsiasi forma di timore. La sua vita era stata serena, e anche negli ultimi giorni si era sentito sufficientemente forte per poter affrontare il destino che lo attendeva.
Ma quella notte conobbe l’angoscia, e la sua anima ne fu devastata.
Non lo avrebbe mai previsto, tuttavia le sue certezze incominciarono a vacillare. Il dubbio si insinuò nella sua mente. Si allontanò dai discepoli per pregare. Avrebbe accettato la volontà di Dio, ma se esisteva una sola possibilità di salvezza l’avrebbe colta. Si lasciò cadere al suolo, prostrandosi. Assaggiò il sapore della polvere e della disperazione. Tornò con il pensiero all’India, al vecchio e, seppur rammaricandosene, dovette convenire con se stesso che il saggio aveva avuto ragione, e lui torto. Poi si pentì di quei pensieri. La notte era silenziosa, non c’era vento e le stelle sembravano lontane, irraggiungibili. La paura lo stringeva come una morsa implacabile; il respiro si fece faticoso; le ombre erano simili a demoni ostili. Adesso la solitudine gli pesava.
Fece ritorno dai discepoli e vide che dormivano. Ne fu profondamente rattristato. Nemmeno in quell’ora tremenda riuscivano ad elevarsi dalla condizione meschina dell’uomo? Rimproverò Pietro, e si allontanò nuovamente da loro. Quando tornò ancora, provò una profonda compassione per la debolezza dei loro cuori, e questa volta fu lui a invitarli a dormire. Comprese infatti che avevano avvertito la sua disperazione, e abituati com’erano a vederlo compiere prodigi, ne erano rimasti allibiti e avevano cercato l’oblio nel sonno.
Il tempo passava, e nulla gli era di conforto.
Poi li sentì arrivare.
Pensò di nascondersi, ma sapeva che questa non era la volontà di Dio.
A un tratto si sentì afferrare da una mano.
Si voltò di scatto. Era Pietro. “Maestro, non devono prenderti!”
Yehosua avrebbe voluto dirgli che proprio lui sarebbe stato il primo a rinnegarlo; non ne aveva la certezza, ma lo sentiva dentro di sé, così come le piante avvertono l’avvicinarsi della tempesta. Tuttavia non si oppose. Si lasciò guidare lontano da lì. Il suo discepolo lo incalzava, affinché si muovesse con maggiore rapidità; ma Yehosua lo rimproverò. “Un conto è allontanarsi dal destino, pur sapendo che è inutile, altro agire con viltà. Tu non mi vedrai mai fuggire. Sarebbe come rinnegare la missione che Dio mi ha affidato.”
Ciò nonostante, lo seguì nel folto del bosco.
“Presto! Maestro, presto!”, lo incalzava Pietro.
Presero un sentiero nascosto, dove nemmeno la luce della luna riusciva a penetrare. “Sei salvo!”, esclamò Pietro. Poi sentirono dei passi. Erano a pochi metri di distanza. Il bagliore delle torce giungeva fin loro. Svoltarono a destra, addentrandosi in un groviglio di alberi e di rami, che in quella notte sembravano mani adunche, pronte a ghermirli.
In quel momento, ma forse solo in quel momento, Yehosua pensò che Pietro avesse ragione, e che fosse giusto sfuggire i suoi nemici, non già per viltà, bensì per proseguire la sua missione. Aumentarono il passo, tuttavia sentirono distintamente il rumore che facevano gli inseguitori. Avevano individuato il loro percorso, e come cani da caccia non mollavano la presa. Infine, raggiunsero uno specchio d’acqua, illuminato dalla pallida luce delle stelle. “Tu puoi attraversarlo.”, disse Pietro. “Maestro, tu puoi fare questo ed altro!” Yehosua sapeva che era vero: se lo avesse voluto, avrebbe camminato su quella superficie, distanziando i suoi nemici. Si sarebbe salvato. Avrebbe potuto tornare in India e godere nuovamente del piacere che la vicinanza del vecchio gli dava. Perché sacrificarsi invano? Perché rassegnarsi a un destino che gli appariva palesemente ingiusto? Forse Dio gli aveva chiesta questa assurdità?
No.
Mosse un passo, e le acque sembrarono scostarsi per agevolargli il cammino. Pietro tirò un respiro di sollievo.
Sì.
Yehosua si fermò. E andò loro incontro per abbreviare l’agonia dell’attesa.
Adesso il quinto procuratore lo interrogava.
Yehosua gli leggeva nell’anima, e non trovò nulla di malvagio in lui. Era un uomo combattuto, spesso irresoluto, probabilmente non all’altezza del suo compito. Però Yehosua capì che lo riteneva innocente.
“Tu ti consideri il re dei giudei?”, gli chiese. Era una domanda molto importante, dato che a Pilato non interessavano le questioni religiose; il suo compito consisteva nel mantenere l’ordine in una terra ostile e incline alla ribellione. Se il prigioniero avesse negato di aver cospirato contro Roma, ogni accusa sarebbe caduta e, per quanto lo riguardava, lo avrebbe liberato.
Yehosua rispose che aveva cercato solo di far conoscere la verità.
“Cos’è la verità?”, gli domandò il procuratore.
Proprio in quel momento arrivò Claudia, sua moglie. La donna vide la sofferenza di Yehosua e invitò il marito a lasciarlo andare; l’innato intuito femminile le suggeriva che quell’uomo era buono e non si era macchiato di alcuna colpa.
Ponzio Pilato ascoltò distrattamente la risposta: era scarsamente interessato alle questioni filosofiche; inoltre, soffriva di una terribile emicrania, forse congenita ma sicuramente acuita dalla permanenza in quella terra abitata da un popolo riottoso che detestava. Non gli fu del tutto chiaro quello che gli disse Yehosua, ma in ogni caso fu più che sufficiente per confermargli che era innocente. Quando il prigioniero finì di parlare, si alzò per andare ad annunciare ai giudei che non aveva ravvisato la colpevolezza di Yehosua. Non aveva complottato contro l’impero, e le sue parole, sebbene fossero confuse e prive di senso comune, escludevano qualsiasi forma di reato.
Davanti all’insistenza dei sacerdoti, ebbe un moto di stizza. Non comprendeva le ragioni di quell’accanimento, ma non voleva neppure che la sua decisione fomentasse disordini. “E’ Pasqua.”, disse. “E l’usanza prevede che in occasione di questa festa sia liberato un prigioniero. Perciò…”
“Libera Barabba!”, fu la risposta di tutti.
Ponzio Pilato li guardò, perplesso. Barabba era un assassino: trovava inconcepibile che dovesse essere liberato. Se una persona era inoffensiva, quella era Yehosua.
Decise di sfidarli apertamente. “Chi volete che rilasci: Barabba o colui che chiamano il Cristo?” Era certo che davanti a una scelta tanto semplice, la risposta sarebbe stata favorevole a Yehosua.
“Barabba!”
Il procuratore era disgustato. Si voltò per lanciare uno sguardo a Claudia, lesse l’ansia sul bel viso di sua moglie, esitò per un istante, quindi con un sospiro si girò nuovamente.
Poi si fece portare un bacile d’acqua.

 

Il cielo era livido. Il caldo atroce.
Il dolore insostenibile. Un dolore così grande che solo pochi giorni prima non avrebbe mai potuto pensare che esistesse. Dolore fisico. Dolore dell’anima. Un senso di delusione ma anche di pietà. Gli uomini erano così meschini, malvagi. Lui aveva predicato amore, aveva creduto in ciò che diceva, e le sue grandi parabole erano destinate al cuore di tutti. Ma esistono cuori di ghiaccio, insensibili alla sofferenza, cuori che forse non pulsano nemmeno, simili a macigni abbandonati nella sabbia del deserto.
Fu in quel momento che Yehosua comprese che il suo era stato un sogno. Un sogno bellissimo, ma illusorio. Una fiaba. Capì che quando parlava del Padre dava libero sfogo alla sua fantasia, tentava di trasformare una speranza in realtà. L’amore grande che provava si era trasformato in immaginazione. Perché avrebbe voluto che esistesse un Dio pronto ad accogliere fra le sue braccia tutte le persone buone del mondo. Ma sapeva che un Dio non c’era. Ignorava ciò che lo attendeva; improvvisamente immaginò un buio assoluto, privo di suoni, asettico, lontano oltre ogni tempo e ogni spazio.
Pensò al centurione che gli aveva dato una mistura di aceto e d’acqua perché si dissetasse, pensò a Maddalena, pensò ai suoi discepoli, pensò a tutti quelli che lo avevano ascoltato ed amato: avrebbe tanto voluto che ci fosse un paradiso per loro. Un luogo composto solo d’amore. Ma ora sapeva che li attendeva il vuoto. Ebbe una visione, forse dovuta allo strazio della carne e dell’animo. Fu qualcosa di terrificante, che gli procurò un’angoscia smisurata, che superava di gran lunga il suo destino personale, che costituiva la prova certa del suo fallimento. Vide la cattiveria imperante. Nel giro di pochi secondi, lunghi come l’eternità, vide la barbara ferocia che avrebbe dato vita a infinite guerre, sentì il suono di pianti e di invocazioni inascoltate, percepì distintamente la paura dei bambini. Era come se le cortine del tempo si fossero aperte improvvisamente, solo per lui; e sperò, sperò ardentemente che quello che gli appariva davanti agli occhi fosse un incubo causato dalla sofferenza, dalla stanchezza, dall’esaurimento di ogni sua risorsa. Ma sapeva invece che quanto gli veniva mostrato era vero. Vide nascere e svilupparsi una grande istituzione, nata dal suo insegnamento, e si rese conto che per secoli avrebbe tradito il suo messaggio, ricercando oro e potere, ciò che lui disprezzava. Ascoltò il crepitio delle fiamme che avvolgevano i corpi di donne innocenti, sentì l’odore della carne bruciata, scorse milioni di persone ridotte a scheletri che venivano sospinte in un lontano inferno.
Poi, un grande uccello di metallo che sorvolava una città. Uno strano ordigno che precipitava dal cielo. Un’intera popolazione annientata.
Avrebbe voluto urlare per lo sgomento, tuttavia gli mancavano le forze anche solo per parlare. L’incontro con Samhazai era stato un sogno. Samhazai non esisteva, nello stesso modo in cui non esisteva il Padre. Probabilmente quel sogno era il frutto delle parole del vecchio saggio. Le aveva rifiutate, ma erano rimaste impresse nell’inconscio, e il clima infuocato del deserto le aveva riportate alla luce.
Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita. Ora che aveva presente il senso del fallimento, ricordò quelle parole, e piangendo le fece sue. Poi gli sembrò di scorgere la splendente figura di Samhazai. Se ne stava in disparte, lontano dalla folla e il suo viso era cupo. Yehosua si chiese se provava compassione per la sua sorte. Sarebbe stato strano, dato che era il Signore del Male e avrebbe dovuto gioire della sua rovina. Nel deserto, Yehosua gli aveva voltato le spalle, rifiutando di adorarlo. Eppure quegli occhi non mentivano… esprimevano una profonda tristezza. Ma anche questa era un’illusione: se non c’era Dio, non poteva esserci nemmeno Samhazai.
All’improvviso si levò un grande vento, mentre una coltre di nubi nere oscurava il sole. Il corso dei suoi pensieri mutò.
Vide altre cose.
Un uomo che amava gli animali, che aveva rinunciato a ogni bene terreno per predicare l’amore. Il suo sguardo spaziò fino all’India, riportandolo in una terra che aveva amato. E scorse una figura avvolta in un manto di bontà che sfidava e sconfiggeva un grande impero unicamente grazie alla forza delle parole, al rifiuto della violenza. Vide infiniti atti di carità, uomini e donne generosi, una minoranza ma che spiccava come la più fulgida fra le luci sull’oscurità dilagante. E allora capì che non aveva fallito. Che il suo vero insegnamento sarebbe stato tramandato per opporsi all’egoismo e alla crudeltà. La barbarie non avrebbe vinto, fino a quando anche una sola persona sarebbe stata capace d’amare.
Chiuse gli occhi, colmi di lacrime. Era sfinito, ma accolse la morte senza disperazione. Se aveva inventato un paradiso inesistente, tuttavia era riuscito a lasciare un seme.
Da quel seme sarebbe nata la pianta dell’amore. E nessuno, nessuno, sarebbe mai riuscito a distruggerla.

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MATRIOSKA 22

Fu Monica a scorgere Farrin per prima, perché Aleksandr era rivolto dall’altra parte.
Il tagiko si materializzò all’improvviso, come un’apparizione spaventosa che il bagliore delle fiamme rendeva ancora più raccapricciante. Era sporco, lacero, con la barba lunga e incolta, ed era privo di un occhio. Monica Squire si soffermò a fissarlo per un istante, sbalordita da quella figura che sembrava uscire da un film di Wes Craven.
Fu un grave errore.
Farrin la raggiunse e la colpì con un violento pugno. La prese sulla tempia. La donna finì a terra e perse i sensi.
Farrin tirò fuori il pugnale e liberò Aleksandr. Il russo balzò in piedi, massaggiandosi i polsi, poi rivolse uno sguardo ammirato al tagiko. Il KGB aveva lavorato bene, ma era indubbio che Farrin possedeva nove vite come i gatti. Si guardò attorno, tendendo le orecchie: Lodge non era ancora nei paraggi. Aleksandr si chinò su Monica, la sollevò e se la caricò sulle spalle, come se fosse un fuscello.
Poi lui e Farrin scomparvero nella notte.

Nicole Parker era probabilmente la migliore agente femminile della CIA.
Esperta in informatica con capacità da hacker, dotata di una pazienza e di una tenacia infinite, cintura nero di judo, era sufficientemente bella per incantare qualsiasi uomo e anche qualche donna. Parlava perfettamente cinque lingue, fra cui il cinese, anche se questa affermazione suona leggermente impropria dato che in Cina non esiste un linguaggio unico.
In ogni caso, si era infiltrata in una società australiana che aveva una sede a Pechino. Aveva eliminato completamente la carne dalla sua dieta, in previsione di una prossima tappa a Tokyo, dove avrebbe dovuto sedurre un mago dell’intelligence: sapeva che i giapponesi non sopportano l’odore della pelle degli occidentali, proprio a causa dell’eccessiva quantità di carne ingerita. Perciò mangiava solo pesce e verdura.
Ma le cose erano andate diversamente. Visto il prezioso lavoro che stava svolgendo in Cina, a Langley avevano deciso di mandare un’altra al posto suo in Giappone. Nicole era riuscita a raccogliere una serie impressionante di dati relativi a un nuovo sistema satellitare che i cinesi stavano approntando. A questo scopo, si era prestata a flirtare con diversi esponenti governativi, in un caso andando oltre.
Ma a Langley una talpa aveva fatto il suo nome.
Fu arrestata, imprigionata e torturata. Riuscì a resistere per venti giorni, poi perse il controllò e confessò ogni cosa. Però, i cinesi volevano di più: il maggior numero di informazioni possibili sugli agenti americani, i progetti della NASA, il complicato sistema di alleanze e di scambio di reciproci favori fra gli Stati Uniti e altre nazioni africane e asiatiche. Nicole Parker non conosceva tutte le risposte e comunque era fermamente intenzionata a non parlare. Dopo un altro mese di sevizie, si rese conto che stava per impazzire e cedette.
Tuttavia i cinesi raccolsero ben poco, e nulla di veramente significativo, poiché gliene mancò il tempo. Con una delle azioni più audaci mai portate a termine dalla CIA, John Lodge con l’aiuto di un commando di marines assaltò il carcere, dove Nicole era detenuta, la liberò e la riportò in America. L’operazione fu resa possibile dal fatto che il governo cinese aveva annunciato la morte di una certa Nicole Parker, a seguito di un incidente stradale: quindi qualsiasi forma di protesta sarebbe parsa implausibile. In quanto al presidente degli Stati Uniti, era all’oscuro di tutto e venne gentilmente informato soltanto quando Nicole ormai si trovava nuovamente in patria. La CIA non amava divulgare in anticipo i suoi piani. I presidenti restavano in carica per quattro anni, o otto al massimo, e non era il caso di metterli al corrente di ogni iniziativa partorita da Langley.
Fu un successo spettacolare, ma per Lodge anche un triste ricordo.
La brillante, determinata, affascinante Nicole Parker non esisteva più. Era una donna finita. Aveva sofferto troppo e, malgrado tutti gli addestramenti e tutte le tecniche apprese per sopportare il dolore, non era più in grado non solo di continuare a lavorare per la CIA ma anche di vivere un’esistenza normale.
Ciò facilitò le cose al direttore della CIA. La posizione di Nicole infatti era ambigua: sebbene avesse ottenuto risultati assai importanti, tecnicamente era una traditrice. Quando descrisse i vari tipi di tortura che aveva dovuto subire e accennò al fatto che le avevano praticato a lungo il solletico, le sue parole furono accolte con molto scetticismo. Eppure Lodge sapeva che per i cinesi quella era una sottile arte, utilizzata da secoli. John ricordava di aver letto su una rivista della polizia inglese che la moglie di un certo Michael Puckridge era stata rinchiusa in un ospizio per malati di mente a causa del prolungato trattamento che il marito aveva riservato ai suoi piedi. In realtà, Puckridge intendeva semplicemente ucciderla. E i cinesi non si erano certo limitati al solletico. Avevano usato le scosse elettriche, le avevano impedito di dormire, le avevano lesinato il cibo, l’avevano percossa.
Comunque, Nicole non fu incriminata. Trascorse molti mesi in una clinica, poi si trasferì in California dove impartiva lezioni di nuoto ai turisti obesi… i giorni in cui riusciva a farlo.
Alla notte urlava nel sonno e, per tirare avanti, si imbottiva di Prozac. Lodge sospettava che si fosse messa a bere e, quando andò a trovarla, ne ebbe la conferma. Chiese a Monica di aiutarla, dato che riteneva che una donna, avendo una sensibilità più affine, potesse esserle di maggior giovamento. Monica conosceva solo di vista Nicole, ma accettò subito.
Purtroppo era già tardi. Nicole Parker si era procurata una pistola e si era sparata.
A questo pensò Lodge, quando vide che Matrioska era riuscito a liberarsi e a fuggire, portando Squire con sé. Poi esaminò attentamente il terreno e capì che era intervenuta una terza persona. Ma chi poteva essere?
Cercò di rasserenarsi, prendendo in esame ciò che sapeva di Matrioska. Era un assassino freddo e spietato, però agiva solamente in base agli obiettivi che si poneva; era intelligente e imprevedibile: ma, a quanto gli risultava, non era un sadico e non procurava dolore per il gusto di farlo. Inoltre, a lui Monica non intereressava. Voleva Lodge, per arrivare a Massoud: per quello l’aveva rapita di nuovo.  Ad ogni modo non potevano essere lontani.
Lodge prese in considerazione due diversi piani. Organizzare una squadra di Mujaheddin per inseguirli oppure procedere da solo. Ciascuna delle due soluzioni presentava vantaggi e svantaggi. Gli afghani conoscevano bene la montagna, ma Matrioska sarebbe stato all’erta. Se invece lo avesse seguito da solo forse avrebbe potuto avvicinarlo.
In quel caso, avrebbe proposto uno scambio, che sicuramente Matrioska avrebbe accettato. Malgrado confidasse in tale esito, John era abituato a non dare mai nulla per scontato. Si sentiva alquanto inquieto.
Benché i russi fossero un popolo molto più civile dei cinesi (e degli stessi afghani), John Lodge non voleva un nuovo caso Nicole Parker.

Era accaduto prima che Aleksandr uccidesse Kasparas, prima che diventasse il più famoso agente del KGB, prima che potesse conferire di persona con Putin, cosa che Sonja aveva appreso di recente. Tamara la ascoltava con estrema attenzione. Sapeva così poco di Aleksandr!
“Quel giorno”, proseguì Sonja, “il cielo era incredibilmente azzurro. Solo qualche piccola nube che spiccava come un batuffolo di cotone. Spirava una lieve brezza. Io e Aleksandr ci stavamo allontanando dal campetto dove lui aveva appena segnato cinquanta punti conducendo la sua squadra alla vittoria. Credo che, se gli fosse interessato, sarebbe potuto diventare un nuovo Sergej Belov. Ma non so cosa gli interessasse veramente. Forse il mare: lo ha sempre amato. Più di me, credo.”
“E più di me!”, ribatté un po’ acidamente Tamara.
“Svoltammo un angolo e vedemmo un uomo.”, riprese Sonja. “Non era russo. Penso che fosse un siberiano, però di origini tartare. Camminava piano, guardandosi continuamente intorno, come se avesse paura di qualcosa, come se temesse che qualcuno lo stesse seguendo. E probabilmente era così.”

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