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Archive for giugno 2017

Non conosceva i nomi degli alberi, nel senso che non sapeva distinguere l’uno dall’altro, ma questo non gli impediva di amarli.
In quanto al fatto in sé, lo attribuiva alla mancata frequentazione dell’asilo, e tale tesi era suffragata (almeno ai suoi occhi) dalla circostanza che non conosceva neppure i colori, mentre poteva citare tranquillamente quasi tutte le capitali del mondo, tranne quelle proprio recentissime.
Da quando era andato in pensione, ogni mattina alle sei in punto si svegliava, preparava il caffè, faceva una rapida doccia e subito dopo – nelle stagioni calde – o un’ora più tardi – in autunno e d’inverno – usciva di casa, saliva in macchina e si recava nel vasto piazzale circondato da piante, dove avrebbe trascorso l’intera giornata. Anche con la pioggia e, se non era troppa, anche con la neve. Era bello, comunque, soprattutto nei giorni tiepidi e sereni: il cielo blu, il sole che compiva il suo percorso, l’aria frizzante che scendeva dalle montagne. Oppure con il caldo, che lì era sopportabile per via del verde; e c’era sempre una zona d’ombra: bastava spostare l’auto in modo da non esporla direttamente ai raggi del sire celeste, come gli piaceva chiamare il sole. Ad aprile e in altri mesi arrivava ancora con il buio e aspettava con calma la prima luce, e con essa sogni, ricordi e pensieri. Non leggeva e non intavolava discorsi di alcun genere, benché nel piazzale ci fosse quasi sempre un certo viavai. D’altro canto, non si sentiva mai solo, se non in rari momenti nei quali si impadroniva di lui una forma di nostalgia, non sempre attribuibile a una ragione specifica. Si presentava all’improvviso con la delicatezza di un fiocco di neve trasportato dal vento; talvolta invece in maniera quasi brutale. Egli si immergeva allora in quella atmosfera, senza lottare ma, al contrario, lasciando fluire sensazioni che in ogni caso richiamavano uno spicchio, grande o piccolo, di vita.
Il fatto che non conversasse con altra gente, neppure limitandosi a banali considerazioni sul tempo, non significava però che non parlasse in assoluto. Parlava agli alberi. Raccontava di sé, di come si sentiva quella data mattina o di cosa avrebbe mangiato per cena. Parlava di sua moglie, e ciò accadeva quando veniva assalito dalla nostalgia. Gli era stato detto (o forse lo aveva letto su qualche libro) che alberi, piante, fiori, steli d’erba amavano sentirsi rivolgere la parola, purché questo avvenisse con il dovuto garbo, con simpatia e gentilezza.
Poi taceva, e lasciava scorrere i pensieri.
Capitava che tali pensieri ondeggiassero sino a degenerare, da concreti divenissero fantasticherie per ritornare in seguito, senza un motivo apparente, allo stato iniziale, simili a nubi che appaiano improvvise, sostituite presto dall’azzurro immacolato del cielo limpido, dove non trovano posto, almeno per un certo periodo. D’altronde non è un procedimento matematico, da poter calcolare in anticipo e con esattezza, quanto piuttosto un succedersi di cambiamenti, nel tempo come nella predisposizione dell’animo.
Carlo – così si chiamava l’uomo – finiva tuttavia per opporsi a quei mutamenti capricciosi, riconducendo ragionamenti e ricordi là dove voleva, e cioè nella sfera razionale. Sua moglie non era fuggita con un cavaliere errante: lo aveva lasciato a causa di una serie di manchevolezze che alla fine non aveva più tollerato. Ne era consapevole. Da un lato a tratti la rimpiangeva, da quell’altro accettava quello che il destino aveva predisposto per lui.
“E chi è senza colpe, poi?”, si chiedeva retoricamente. Posto che le sue fossero talmente gravi e imperdonabili, lei era forse un angelo sceso dalle stelle, oppure una santa? Non lo credeva. Ciò nonostante, non covava risentimenti; e, una volta inquadrata la situazione in modo per lui soddisfacente (a ciascuno i suoi meriti e le sue colpe), non gli restava che allargare le braccia e dire: “Così è stato, dunque, caro il mio destino.”
Dopo aver pranzato – consumava il pasto in una trattoria all’aperto, lì vicino, che raggiungeva a piedi – intraprendeva una piacevole passeggiata. Sulla sinistra del piazzale, guardando a ovest, c’era un sentiero che si incuneava in un bosco, dapprima solo costeggiandolo, più avanti attraversandolo. La pista terminava davanti a una vecchia chiesa, edificata in tempi lontani, e ormai quasi sicuramente sconsacrata. Di fatto, era sempre chiusa, né aveva mai visto un prete. Tornando alla macchina, accoglieva – anzi, sollecitava, come un affabile padrone di casa farebbe con ospiti graditi – nuovi pensieri, o meglio: brandelli di pensieri. Più tardi li avrebbe ampliati, secondo un certo ordine e in base a una determinata logica.
Quel pomeriggio, un ricordo emerse nitido, senza che lui lo bloccasse; risaliva a quando era giovane. Riguardava un bambino. Era un bimbo biondo, con gli occhi azzurri, i lineamenti del viso fini e delicati, il corpo sottile in via di formazione. In quegli occhi chiari a volte appariva una scintilla, specialmente nei momenti in cui pensava di essere inosservato, da cui trapelava un senso di orgoglio, forse addirittura di superiorità. Questo inebriava Carlo.
Nell’aria calda, benché non propriamente afosa di giugno, sotto una luce abbacinante, che fuori dal bosco incendiava parte dello spiazzo, ricostruì meticolosamente le emozioni che lo avevano travolto allora. Per pagarsi l’università, egli lavorava in un collegio in qualità di prefetto, o qualcosa di simile. Aiutava i ragazzi a svolgere i compiti, manteneva l’ordine nelle ore di studio, controllava che alla sera tutti dormissero. Il bambino biondo lo colpì fin da subito. Era come un incantesimo.
“Il mio non fu un peccato.”, mormorò a bassa voce, sottolineando quelle parole con un’alzata di spalle. Non si trattava di una conclusione nuova: da molto si era già assolto. In precedenza, non aveva mai manifestato, o avvertito, pulsioni omosessuali, e neppure in seguito. Se anche fosse stato così, ma non lo era, ciò sarebbe stato dovuto alla natura, agli ormoni, e quindi in nessun caso aveva commesso un atto indegno. Infine, il bimbo si dimostrò consenziente, ed era in grado di intendere e volere, essendo maturo a dispetto dell’età.
Era comunque un capitolo chiuso, lontano, remoto, sebbene…
Da quel ricordo ne subentrò un altro.
Intanto, era tornato alla macchina. Un uccellino cinguettava da un albero. Lo incuriosiva, perché sembrava che ripetesse sempre “cinque euro, cinque euro”. Sorrise, prendendo posto sul sedile. Il secondo ricordo, benché indissolubilmente legato a doppio filo al primo, era assai diverso. Presentava varie chiavi di lettura. E’ lecito, e corretto, frugare in un cassetto, trovare una chiave e con essa aprire una piccola cassaforte del tipo dei mini salvadanai, da tempo avvolta nella carta di un giornale e trasferita lì il giorno in cui aveva cambiato automobile? E’ giusto, e onesto, scovato un taccuino, sfogliarlo e poi leggere quanto vi è stato scritto? La curiosità, d’accordo, ma queste sono azioni spregevoli, rappresentano una totale mancanza di rispetto, un assoluto disinteresse riguardo all’etica; sono una forma di appropriazione indebita del passato e del privato altrui. E’ una prevaricazione bella e buona. Senza contare che, non essendo destinate alla pubblicazione, le righe in questione risultavano una sorta di telegrafico resoconto, prive di approfondimento, di psicologia, scritte e dimenticate, com’erano.
Questo gesto, questo “furto”, perpretato da sua moglie, portò a una rottura. Lei equivocò, ignorando spiegazioni (peraltro non dovute, e rese soltanto come forma di cortesia). Lei si inventò episodi simili, avvenuti e prima e dopo. Lei attribuì a tutto questo i recenti “fallimenti” coniugali, in realtà dovuti a stanchezza o a preoccupazioni relative al lavoro. Lei, infine, non intese sentir ragioni. “Separazione!”, strillava. “Divorzio.” E quella orribile parola: pervertito! E se la reazione sdegnata fosse stata un trucco, magari per nascondere la presenza di un amante? Già che c’era, gli rinfacciò una vasta gamma di colpe, alcune delle quali inesistenti. Ce n’erano di reali, beninteso, tuttavia la bilancia era in equilibrio, e lui sarebbe passato sopra agli errori di sua moglie, quali che fossero. E al diavolo il cavaliere errante, ammesso e non concesso che esistesse veramente. L’astio era escluso.
Pervertito… quanta luce, invece, in quel bambino, e in ciò che accadde! Una luce che sarebbe potuta provenire dal paradiso. Non semplice sesso, mai!, ma l’unione splendente di due cuori, che purtroppo la vita, le circostanze, naturalmente la famiglia del piccolo, provvidero a spezzare. Sul taccuino, inizialmente, avrebbe voluto riportare tutto questo. Non essendo uno scrittore, aveva finito per lasciar perdere.
Quante chiavi di lettura! E altre ce ne sarebbero, solamente a cercarle.
Carlo scosse la testa con uno strano sorriso.
Ricordava bene i procedimenti mentali che lo avevano accompagnato, fra urla e strepiti.
Se il matrimonio era destinato a finire, ebbene che finisse. Ma un divorzio non era accettabile: carte bollate, avvocati, giudici. Inoltre, la Chiesa lo proibisce, e ogni buon cristiano si deve attenere a regole precise, stabilite in origine da chi “sa”, da chi conosce la verità, ed essa è unica e immutabile.
Non era ubriaco, quando prese la decisione. Poiché lei era risoluta (stava gettando alla rinfusa dei vestiti in una valigia), stabilì in fretta cosa doveva fare, però dopo aver riflettuto. Calcolò le conseguenze, valutò i pericoli, comprese che non ci sarebbero stati rimorsi. In quanto alla nostalgia, alla malinconia, non sarebbe stato diverso in caso di separazione legale.
Scelse anche – in anticipo – il luogo esatto dove avrebbe seppellito il cadavere di sua moglie.

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In linea di massima, quella piccola regione non riconosciuta ufficialmente come tale, cioè la Brianza (che si estende da Asso, sulla via per Bellagio, a Monza, delimitata ai lati dai fiumi Seveso e Adda) non conosce molta delinquenza, o almeno così era fino a pochi anni fa, vale a dire precedentemente all’avvento di molti stranieri, non tutti animati da buone intenzioni.
Finito il gelato, Berisha proseguì la sua passeggiata, sempre diretto a sud. Indossava un abito estivo abbastanza elegante (l’unico che possedeva) per via del funerale, e fu questo ad attirare l’attenzione di quattro giovani che, in mancanza di meglio, erano saliti su una vecchia auto priva di assicurazione e bollo per cercare qualche ragazza disponibile; venivano dalla periferia di Milano. Immerso in profondi pensieri, Berisha non li notò; passò accanto a loro, ignorandoli. In un primo momento non si accorse nemmeno che lo stavano chiamando. Si esprimevano in un italiano incerto, però del tutto comprensibile. Visto che quello stronzo fingeva di non sentirli, il più alto dei quattro lo afferrò per un braccio, strattonandolo. Preso completamente alla sprovvista, Berisha sussultò.
“Una piccola offerta, amico.”, gli alitò in faccia l’energumeno. Berisha lo guardò, perplesso. Intanto, gli altri tre lo avevano circondato. “Soldi!”, esclamò l’altro. Aveva l’alito che sapeva di aglio. Portava un paio di jeans tutti strappati, una maglietta nera. Gli occhi erano piccoli e cattivi. Berisha cercò di divincolarsi. Un attimo dopo, cadde sotto una gragnuola di pugni. Una volta a terra, venne preso a calci. Benché non fosse un giovane debole, era solo contro quattro, l’avevano colto di sorpresa, ed erano abituati alle risse, mentre lui le aveva sempre evitate. Continuarono a picchiarlo. Aspettavano che svenisse, poi gli avrebbero frugato nelle tasche. Magari quello poteva dimostrarsi un giorno fortunato. Un anziano signore, richiamato da urla e risate stridule, si affacciò alla finestra; abitava proprio lì di fronte, fra le rotaie del treno e la strada. Non amava la violenza e detestava gli stranieri, in particolare slavi, arabi e neri, tuttavia, dopo una breve riflessione, decise di non immischiarsi; si ritrasse e chiuse le persiane.
I quattro seguitarono ad accanirsi, sebbene ormai non ce ne fosse più bisogno: la vittima non si difendeva.
A un tratto si udì una voce.
“Forse, è meglio smetterla.”, disse con calma un uomo. Fino a quel momento, era passato inosservato, poiché un albero lo copriva parzialmente. Era seduto su un muretto, vicino a una grossa moto bianca, con alcune strisce rosse, che stava ancora raffreddandosi. Si alzò in piedi. Di media statura, aveva una di quelle fisionomie che, di primo acchito, difficilmente rimangono impresse: non era né bello né brutto, né grasso né magro. Dimostrava circa quarant’anni. Il viso era comune, non tale da ispirare particolari sensazioni, le orecchie, grandi e leggermente a sventola, sembravano l’unico tratto distintivo. Una seconda occhiata, più attenta, avrebbe colto però un altro tratto degno di nota. Lo sguardo. Era freddo, addirittura gelido, imperscrutabile; gli occhi, scuri, parevano avvolti in una nebbiolina impalpabile. Tale sguardo, privo di espressione, avrebbe potuto nascondere vari tipi di personalità, a seconda di chi avesse preso in esame la questione, cosa che peraltro accadeva assai di rado, e delle inclinazioni dell’eventuale osservatore. Poteva affascinare una donna? Oppure l’avrebbe spaventata? Celava una sottile intelligenza? O era uno stupido? Il capo dei quattro delinquenti optò per l’ultima ipotesi. “Sparisci!”, ringhiò, mostrandogli i denti. Lo sconosciuto scosse la testa, come rattristato, depose il casco sul muretto e muovendosi lentamente si avvicinò al gruppetto. Zoppicava lievemente e si appoggiava a un bastone.
“Non è un confronto leale.”, disse a bassa voce, strascicando le parole. Parlava un italiano perfetto, ma avrebbe potuto essere anche di un’altra nazionalità; ciò a causa della mancanza di inflessioni dialettali e della cura con cui si esprimeva.
In tre si avventarono su di lui. Il quarto rimase a gambe larghe su Berisha, che era ancora pienamente cosciente, anche se risultava un po’ malconcio.
L’uomo scansò l’attacco, chinandosi e spostandosi di lato, poi vibrò una bastonata che prese il capo dei quattro proprio sulla faccia, rompendogli il naso e facendolo strillare di dolore. Un nuovo colpo, fulmineo, raggiunse i testicoli del secondo. Infine, mirò al terzo, che però si girò e corse via.
“E adesso andatevene! Altrimenti…” Lo disse in tono quasi annoiato, non ansimava e non sembrava provare alcun interesse per tutta la faccenda in generale.
Annuì, vedendoli scappare (a fatica quello che era stato preso ai testicoli), quindi abbassò lo sguardo su Berisha. Gli tese una mano, aiutandolo a rialzarsi. Mentre ascoltava i suoi ringraziamenti, spostò gli occhi in direzione delle montagne, e forse non lo ascoltò nemmeno.
Trascorse circa un minuto, poi gli rivolse la seguente domanda: “Dov’è Neil Young?”

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Paola trovava sgradevole la presenza di un mentecatto al funerale del professor Brenden Reed. Luca Barbenni era un noto masturbatore (molte ragazze lo sapevano, sebbene facessero finta di nulla) e, a voler essere generosi, possedeva il quoziente intellettivo di un’anguria. Era un pensiero negativo, del quale quasi si vergognava, ma valido lo stesso. Dopo la funzione in chiesa, in pochi avevano raggiunto il camposanto (perlopiù gente che chiacchierava dei fatti propri), quindi perché Barbenni si trovava lì? Distolse l’attenzione da Luca per soffermarsi su quanto era accaduto. Si augurava che il professore fosse spirato serenamente. Accanto a lui erano stati rinvenuti un pacchetto tutto sgualcito di Camel e una lattina di birra; non c’era traccia di un testamento, almeno in casa, però Reed aveva riempito la pagina di un taccuino con una serie di piccoli “lasciti”, probabilmente a suo uso e consumo, per non scordarsene o magari per passare il tempo. I libri erano per Paola. I dischi, “The Dark Side Of The Moon”, vari album dei Jefferson Airplane e dei Grateful Dead, oltre al catalogo pressoché completo di Bob Dylan, a Berisha. Un processore dual six core con 32 giga di RAM, sistema operativo Red Hat Enterprise Linux 6 – alla faccia dei gioielli! – a Vale. Comunque, a parte l’abitazione, Brendeen non sembrava molto ricco. Viveva della pensione e di qualche risparmio. Forse, rifletté la ragazza, aveva parenti in America. Berisha le si avvicinò, cupo in volto. “Il dottore sbaglia!”, dichiarò. Paola gli rivolse uno sguardo interrogativo. “Non è morto per cause naturali. Lui stava bene di salute.” Questo poteva essere vero, considerò lei, però non rappresentava un dato di fatto, una prova medica. A quanti era successo di lasciare questo mondo in (apparenti) buone condizioni di salute? Ciò era valso anche per Brendeen Reed. Berisha parve leggerle nella mente. “Vedrai che lo scopriremo.”, disse. Poi si allontanò.

Non molto distante da loro, Luca Barbenni soppesava la preda. Non soffiava un alito di vento, il caldo era soffocante, e l’ultima doccia che aveva fatto risaliva a tre o quattro giorni prima: non emanava esattamente il profumo di un fiore. Gli era indifferente. Benché nutrisse un sacro terrore per Flagg, si fidava ciecamente di lui. Paola sarebbe stata sua! Avrebbe potuto dimenticare le fantasiose classifiche e immergersi nella realtà. L’Uomo Nero manteneva le promesse. L’uomo chiuso nella bara ne era una prova. Provava avversione per Stradilasi, ma era solo un fattore trascurabile; adesso girava con una bella moto, accuratamente nascosta in un cascinale quando non la usava, che gli consentiva di andare e tornare da Consonno: un regalo di Flagg. Una nuova vita lo aspettava. A causa dei misteriosi piani di Randall, si sarebbe aperta come una finestra; da tale finestra, avrebbe assistito a scenari per altri inimmaginabili, e naturalmente sarebbe diventato parte attiva. Era tutto già scritto, a chiare lettere. Il capitolo che lo riguardava si sarebbe intitolato “Paola”. Fantastico!

E’ stato ucciso, rimuginava tetro Berisha, lasciando il camposanto. Ignoro come, però io lo so chi è stato. La ragione potrebbe essere questa o quella. Forse, ipotizzò, aveva a che vedere con certe ordinazioni via internet, o forse era stato individuato come il principale antagonista. Data l’età e la cultura, ciò era possibile. Ma la cosa non sarebbe finita così. Ora, a chi sarebbe toccato? A Paola? Oppure a lui stesso? Se non lo avessero fermato, il mostro avrebbe proseguito; d’altro canto, la domanda che si poneva sembrava senza una risposta possibile: come fermarlo? Esisteva un modo? Doveva esserci! Si incamminò in direzione sud, verso Arosio, incurante dell’afa, procedendo parallelo alle rotaie del treno. Muoversi gli giovava, era meglio che macerarsi inutilmente. Mentre procedeva, provava a liberare il cervello da ogni pensiero superfluo, separando il grano dal loglio. Nitido, affiorò un ricordo: il professore lo aveva invitato a creare un collegamento fra le immagini di Neil Young e gli incubi che turbavano i loro sogni. O qualcosa di simile. Facile a dirsi. Eppure, da qualche parte, celata in un buio anfratto, una soluzione attendeva soltanto di essere portata alla luce. Posto che esistesse veramente… Indugiò davanti al carretto abusivo che vendeva gelati, ogni giorno in un posto diverso per non attirare indebite attenzioni, e acquistò un cono al limone e alla vaniglia. Non notò la vecchia megera, seduta su una panchina; la laida donna lo fissò senza interesse: aveva già compiuto il suo dovere. Berisha attraversò la strada. Uno strano impulso lo indusse a guardare a est, dove, oltre le montagne, era ubicato il paese fantasma chiamato Consonno.

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Il professor Brendeen Reed scrutava il cielo ancora chiaro. A est le prime ombre calavano sui monti che facevano da cornice a Lecco, ma a nord, in direzione di Erba, i colori erano ancora quelli di un tardo pomeriggio estivo. Accese una delle rare sigarette che si concedeva e mandò giù un sorso di birra; come sempre, a quell’ora aveva già cenato. Per qualche istante si soffermò a pensare alla sua patria: c’erano delle cose di cui andava fiero, ad esempio il fatto che la Guardia Nazionale avesse scortato a scuola i bambini neri, in caso contrario non sarebbe stato permesso loro di entrare. Altri fatti lo entusiasmavano decisamente meno, il Vietnam e le bugie che avevano accompagnato tale insulsa guerra. E poi… e poi in Italia i negri non avevano mai avuto bisogno delle forze dell’ordine per varcare la soglia di una classe elementare, e quindi?
Trasferì i suoi pensieri al presente. Berisha con il suo orologio da ragazzino, la chitarra e le visioni, era un uomo – un giovane uomo – che gli piaceva, Paola era fantastica, forse avrebbe dovuto trasferirsi in una città, le sembrava un po’ sprecata, e Vale per la sua età era molto sveglio. Tre amici di cui era soddisfatto. Dopo l’ultima riunione, quando aveva suggerito a Nazif di incanalare i flash che emergevano dal passato in modo da ribattere alla presenza oscura – proposta accolta con un certo grado di scetticismo – da quella serata erano trascorsi dieci giorni senza che nulla succedesse. Sembrava che si fossero immaginato tutto, il che non era vero, ma ciò che veramente contava era che i sogni erano finiti come se l’Essere che pareva minacciarli avesse esaurito i propri poteri oppure che avesse perso interesse, e non credeva nemmeno a queste due possibilità. Paola era sembrata ottimista, tuttavia secondo Brendeen il suo era un ottimismo di facciata, una specie di difesa mentale tipica dei giovani. In quanto a Berisha, non era tipo da molte parole.
Reed aveva un’opinione e, sebbene non si basasse su niente di preciso, era propenso a ritenerla fondata. Ricordava i cieli perfettamente azzurri, simili a un quadro di incredibile bellezza, che erano tipici di alcune zone degli States; cieli che trasmettevano un senso di pace… solo che, solo che là in fondo, proprio in fondo, si scorgeva una piccola nube, non esattamente scura, una via di mezzo che però, man mano, mentre si ingrandiva, diventava sempre più nera. Poi il vento urlante la trascinava, passava sopra campi e case, scoperchiava tetti e distruggeva i raccolti. Il resto sarebbe stato raccontato dai notiziari. Rammentava i visi angosciati dei commentatori, le dichiarazioni del tutto superflue dei politici, la cupa realtà di quanto ancora una volta era accaduto. Qui è lo stesso, si disse spegnendo la sigaretta. Tornò in casa per prendere un’altra birra, rimuginando su quella convinzione. La quiete che precede la tempesta, come diceva Tolkien? Il profondo respiro prima del balzo. Brendeen Reed credeva nel Bene, non le opere buone peraltro bene accette, bensì la luminosità, la bontà d’animo elevata a concetto di divino, perciò necessariamente credeva anche nel Male. Tesi e antitesi.
Perché sempre Neil Young, poi? Berisha non aveva saputo spiegarlo. Era così e basta. Ma cosa diavolo c’entrava il cantautore canadese con Travnik? Doveva esserci un significato, non poteva essere solo una stravaganza. Oppure… sì? Si accomodò di nuovo all’aperto, accogliendo con piacere il soffio d’aria fresca che arrivava dalle montagne. Stava aspettando dei libri che aveva ordinato via internet. Forse erano tempo sprecato, ma forse…
Corrugò la fronte.
Era apparsa la vecchia.
Non la vedeva da molto. Concordava con il giudizio di Berisha: era una donna laida, sgradevole; non pensava però che avesse poteri, né che rappresentasse una minaccia. Il mondo era pieno di vecchiacce simili! Contavano quanto può contare un gattaccio randagio. Il professore abbassò lo sguardo sulla lattina, deciso a ignorarne la presenza, e in quel momento fu come se una lama velenosa fosse penetrata nel suo cervello. Aghi di gelido terrore, quindi un dolore insostenibile. Inaudito.
Brendeen Reed si portò le mani alla testa.

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