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Archive for the ‘Come Randall Flagg’ Category

La riunione si prolungò, e per Aidan arrivarono altri caffè. Rispose a nuove domande, ne lasciò cadere alcune, spiegò che soltanto a posteriori aveva appreso l’identità del criminale responsabile di ciò che era accaduto a Giulia. Dopo aver fissato un nuovo appuntamento, uscì dal bar e si eclissò nella notte. A bordo della moto, andò a Lecco, dove prese alloggio in un vecchio albergo prospiciente il lago. Dalla camera scrutò le acque scure, sulle quali si riversava la pioggia, mentre in cielo i lampi si rincorrevano. Da lì Consonno, ugualmente bersagliata dal maltempo, era invisibile, sebbene fosse poco distante: ma Aidan sapeva perfettamente dove si trovava.
Rimase immobile a guardare il lago, immerso in profonde riflessioni.

Trascorsero due giorni, in cui non successe alcunché di significativo; al termine del secondo, verso l’imbrunire, una nebbia quasi autunnale si era impossessata del panorama circostante. Un uomo, abbigliato in maniera inadeguata al tempo, percorreva a piedi il viottolo che conduceva all’entrata principale di un fabbricato. La struttura era situata nel verde di una conca, ciò nonostante aveva un aspetto vagamente sinistro.
L’uomo era spaventato e ansioso. Era anche in parte stizzito, nonché stanco a causa del lungo viaggio in treno che lo aveva portato a intraprendere una missione per lui odiosa.
Lo spavento nasceva dall’orribile morte di Luca Barbenni. E se in qualche modo avesse deluso il suo Padrone? Gli sarebbe toccata un’identica sorte, e non era per nulla una prospettiva piacevole. L’ansia derivava da quello che stava per fare: molte cose potevano andare storte, non ultima che qualche poliziotto si mettesse sulle sue tracce. Di lì a un’ora avrebbe preso il treno per il rientro e, se informati da un infermiere di ciò che aveva fatto, lo avessero atteso alla stazione? La stizza era dovuta alla promessa di un piacevole incontro con un ragazzino, che era stato rimandato. Prima, doveva portare a termine quanto gli era stato ordinato di fare (con questo non metteva in dubbio che la promessa sarebbe stata mantenuta, però avrebbe preferito anticipare i tempi). La missione, infine, era odiosa: gli piacevano i bambini, ma non era un assassino.
Seguendo le istruzioni ricevute, girò intorno all’edificio. Il terreno era umido per via della pioggia caduta in abbondanza nelle prime ore del pomeriggio. Un prato separava l’altro lato della costruzione da un piccolo bosco; ai margini del prato c’era una vasca di pesci rossi (senza pesci) e sulla sinistra del bosco un orto che aveva conosciuto tempi migliori. Oltrepassò la porta di servizio e qualche metro più avanti trovò – come da indicazioni – un’altra entrata, accanto a una catasta di legnami. Non era chiusa a chiave, la aprì senza problemi. C’era un corridoio, lungo e buio. In fondo, una porticina immetteva nel locale caldaie, oltre a questo una scala portava ai piani superiori. I gradini necessitavano di un buon lavoro di manutenzione, sembravano sul punto di rompersi da un momento all’altro. Con circospezione Stradilasi li affrontò per giungere a un’ulteriore porta. Ed ecco il reparto che cercava. Si guardò attorno: non vide nessuno. I pazienti avevano già cenato e ora si apprestavano a dormire oppure a causare problemi, a seconda dei casi. Stradilasi individuò la stanza che cercava ed entrò. Era una singola perché qualcuno pagava la differenza per lei; Stradilasi ignorava chi fosse, ma L’Uomo Nero lo sapeva. A quanto pareva, sapeva tutto.
Una sola luce era accesa.
La donna giaceva supina sul letto, lo sguardo assente rivolto al soffitto. Il vassoio con i resti della cena – in realtà, la gran parte della cena – era rimasto sul comodino; evidentemente l’infermiera o chi per essa aveva iniziato a sbarazzare, tuttavia senza completare l’opera. Le ragioni potevano essere svariate: noia, pigrizia, una chiamata improvvisa. Ciò significava che presto sarebbe tornata, quindi bisognava far presto.
Stradilasi tirò fuori da una tasca la siringa preparata da Flagg.
Gli sembrò pesantissima… una tonnellata e forse più.
In bocca sentiva un sapore viscido, qualcosa di molto più che sgradevole, e a un tratto si accorse che sudava. Brandì la siringa come fosse un’arma, e in effetti lo era, ma si bloccò quando fu vicina al braccio scoperto della sua vittima. Gli tremavano le mani. Non posso, si disse. Non posso farlo. Poi pensò all’Uomo Nero.
Mi perdonerà. Capirà.
No. Non avrebbe capito e non lo avrebbe perdonato. Sotto questi aspetti ormai lo conosceva bene; a sufficienza, comunque, per escludere a priori ogni parvenza, sia pur minima, di comprensione. Flagg non ammetteva la disobbedienza, non accettava gli errori, non stava ad ascoltare le giustificazioni.
Stradilasi rimase fermo a fissare la donna, la mano che stringeva la siringa tremante, il sudore copioso, benché nella camera non facesse affatto caldo.

Paola uscì di casa per sbrigare una commissione. Era tardi e forse avrebbe trovato la lavanderia già chiusa. Niente vestito a fiori: sua madre avrebbe dovuto svegliarsi prima, e in ogni caso quell’abito non le donava; lo avrebbe indossato l’indomani l’altro.
Era stata una bella giornata di sole, priva d’afa, e adesso la sera calava come un incantesimo, preannunciando una notte scintillante di stelle. Incrociò alcuni ragazzini diretti al campo di calcio; la conoscevano e la salutarono con entusiasmo.
La lavanderia era chiusa. Paola girò sul retro e suonò il campanello di una casa confinante con l’esercizio. Lì abitava Sabrina, la simpatica proprietaria. La donna si affacciò alla finestra, dischiudendo le labbra in un sorriso che l’avrebbe resa molto attraente, non fosse stato per i denti da cavallo. Seguì uno scambio di battute scherzose. “Spedisco giù mio marito.”, dichiarò infine Sabrina. La frase suscitò ilarità in chi l’aveva pronunciata e in chi l’aveva ascoltata, ma se Sabrina rideva di gusto, non altrettanto si sarebbe potuto dire di Paola che la imitava per una forma di cortesia.
Di punto in bianco, infatti, e non per la prima volta durante le ultime settimane, era stata raggiunta dall’immagine dell’Uomo Nero, così come se la figurava (e c’era una differenza rispetto ai sogni, benché lei stessa non avrebbe saputo spiegarsene il motivo). Mentre rideva, o più esattamente fingeva di farlo, aveva poi pensato a Luca Barbenni e alla sua tragica fine. Davanti alla morte, non esistevano antipatia e disprezzo; questo, almeno, era il suo convincimento. Il pensiero successivo fu rivolto al forestiero, Aidan. Per assonanza, si concentrò su Attilio. Non aveva mai ritenuto di amarlo, amarlo veramente come facevano le eroine dei libri che leggeva o le protagoniste di certi film; adesso, però, si rendeva conto che non provava più nulla per lui, se non uno sbiadito affetto. Paragonato allo sconosciuto cavaliere errante – in questo modo considerava Aidan – egli scompariva. Attilio era un bravo ragazzo, di indole gentile; non aveva mai preteso ciò che lei non intendeva dargli, solo qualche tentativo di andare oltre, pronto a ritrarsi a seguito di una sua occhiata severa. Un amico. Un buon amico. Gli augurava una fidanzata meno complicata. Aidan era qualcosa d’altro. Ma chi era veramente? Aveva evitato di rispondere a una domanda relativa al bastone cui si appoggiava per camminare. Disponeva di poteri… magici, come aveva fatto notare Berisha. Tuttavia era un argomento sul quale preferiva sorvolare.
Era talmente assorta che non si accorse della presenza di Guido, il marito di Sabrina, se non quando si sentì toccare un braccio. “Non ti avrò spaventata!”, commentò, vedendola sobbalzare. Lei gli sorrise. Era un uomo gioviale, forse un po’ troppo gioviale quando esagerava con il vino. Sempre meglio di quelli che diventavano rissosi e violenti. Estrasse una grossa chiave da una tasca dei pantaloni, armeggiò con la serratura e finalmente riuscì a entrare dalla porta sul retro. Il vestito era pronto, lo prese e confezionò un pacco con movimenti laboriosi, quindi lo porse alla giovane. “Questa sera, risotto con i funghi e pollo alla cacciatora!”, dichiarò soddisfatto. “I funghi li ho trovati io, di mattina presto. Sono andato fino in Svizzera, c’è un posto speciale che pochi conoscono, però guai a tardare, altrimenti qualcuno li fa sparire e tu rimani a bocca asciutta. Il momento migliore è poco dopo l’alba. Non che mi piaccia svegliarmi con il buio, ma ne valeva la pena. L’importante è non farsi beccare, non ci mettono niente a sbatterti dentro! Alla frontiera bisogna nasconderli bene. Ti va un calice di rosso?” Dall’alito e dalla raffica di parole Paola arguì che era già sulla buona strada di una bella sbronza; declinò l’offerta, ringraziandolo, e, dopo aver salutato Sabrina che era ancora alla finestra, intraprese il cammino di ritorno. Intanto, continuava a pensare al “cavaliere errante”.
I sogni muoiono all’alba o al tramonto? Paola scrollò le spalle. Era un interrogativo stupido. Semplicemente, non bisognerebbe sognare, perdersi in fantasticherie inutili. Presto o tardi, Aidan sarebbe ripartito e lei non lo avrebbe più visto. La vita non è una soap opera, concluse acidamente. Svegliati, ragazza!

Mentre Paola si avviava verso casa e Stradilasi esitava davanti al letto della stanza numero quattordici, Berisha fissava cupamente la casa dove aveva vissuto il professor Brendeen Reed. Si era recato a Erba per acquistare alcuni prodotti che servivano per intrecciare cesti di vimini e, portata a termine l’incombenza, aveva intrapreso quel pellegrinaggio forse privo di senso.
La serata, tiepida e piacevole, non migliorava il suo umore. Era scontento per varie ragioni. Innanzi tutto, non amava ciò che non capiva, e la morte di Luca Barbenni gli appariva assurda, al limite della fantascienza. Quando mai gli uccelli – questa era la versione ufficiale – assalivano gli esseri umani? Se Aidan ne conosceva il motivo, dalla sua bocca non era trapelata una parola.
Poi, lo stesso Aidan, con tutti i suoi misteri, le allusioni, i concetti spesso espressi in modo oscuro, la ritrosia nell’affrontare determinati argomenti. Era lì per aiutarli, questo sì, ma si comportava in maniera strana; a volte sembrava che li considerasse – lui, Paola, Vale – come fossero dei bambini. D’accordo, Vale lo era, però era l’unico. In ultimo, non si era attenuato il dolore causato dalla dipartita del professore americano. E le visioni? E i dannati sogni? Ulteriori tasselli di un puzzle stravagante. A giorni alterni il puzzle assumeva significati diversi.
Naturalmente non aveva sentito le esternazioni, dettate dal vino, di Guido, e quindi i riferimenti alla verde Svizzera: in caso contrario, la sua sorpresa sarebbe stata grande. Quasi evocata dal racconto di funghi, all’improvviso comparve la vecchia megera, appunto di nazionalità elvetica. Lo stava osservando da qualche minuto, senza che lui se ne fosse accorto; ora si era fatta avanti.
Come tutti in paese, Berisha la conosceva solo di vista, non si erano mai parlati e, se possibile, egli la evitava. In lei ravvisava un’aura sinistra, simile a una nube scura in una giornata altrimenti bella. Emanava vibrazioni negative che, unite al suo aspetto, facevano pensare che fosse una strega. Trascorreva il tempo girando per vie e piazze, borbottando frasi incomprensibili. Adesso lo guardava, lo scandagliava con gli occhietti maligni. A dispetto del clima estivo, indossava indumenti pesanti e, in palese contraddizione, si faceva aria con un ventaglio dall’aria pretenziosa. Le scarpe, tuttavia, erano logore e i vestiti dimessi. Con la mano sinistra reggeva una sporta, tenendo libera la destra per agitare il ventaglio.
Parlò a voce bassa, guardandosi alle spalle come se temesse di essere spiata. Un italiano avrebbe notato la classica cadenza ticinese, non Berisha, dato che essendo straniero non era in grado di cogliere sfumature e inflessioni, sebbene si esprimesse più che correttamente nella lingua del Paese d’adozione. Il giovane le lesse sul viso debolezza e paura. E c’era dell’altro: un senso di inquietudine, una parvenza di trattenuto rimorso, l’idea che il mondo fosse andato avanti, lasciandola, suo malgrado, indietro. Tutto questo colse nel breve spazio di pochi secondi, poi si limitò ad ascoltare.
Era stata costretta, lei disse. Era stata costretta a entrare in un ingranaggio perverso, contro la sua volontà, contro i suoi sentimenti. Aveva lasciato la Svizzera a causa di certi eventi, aggiunse senza specificare quali. Si era trasferita lì, nell’appartamentino che aveva in affitto al confine con Arosio in seguito a un’inserzione apparsa sul Corriere del Ticino. Trascorreva serenamente gli ultimi anni, esclusi gli acciacchi dovuti all’età avanzata; le piaceva camminare, respirare aria buona, osservare colline e montagne. Forse non era molto, continuò seguendo un filo che a Berisha parve quantomeno contorto, ma per lei andava bene. Si accontentava. Aveva dimenticato certi peccatucci commessi quando era ancora giovane, li aveva proprio rimossi, perciò era come se Dio l’avesse assolta (un ragionamento che Berisha accolse con scetticismo). Ma un brutto giorno aveva incontrato Lui, preferiva non pronunciare quel nome, ed era stata incaricata di una missione. Era una cosa semplice, le aveva detto per rassicurarla, facile come bere un bicchier d’acqua. In realtà non doveva fare nulla in prima persona, soltanto fungere da tramite. Le era stato fornito un indirizzo – questa casa! – e un nome. “Vai lì”, le aveva ordinato, “e aspetta di vedere quell’uomo in faccia. Il resto, accadrà per mezzo mio.” Quanto era fredda quella voce! Gelida, da ghiacciare il sangue nelle vene. Lei aveva obbedito, non poteva opporsi, anche se lo avrebbe tanto voluto.
Finita la confessione, o quello che era, fissò Berisha con aria ansiosa, quasi si aspettasse una nuova assoluzione.

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Un vecchio transitò davanti al bar. Era noto in paese perché defecava sui sacchi della spazzatura come forma di protesta nei confronti dell’amministrazione comunale e degli operatori ecologici che si ostinavano a raccogliere l’immondizia ben dopo la mezzanotte, disturbando così il suo sonno. Non esistevano prove certe al riguardo, ma tutti lo sapevano.

All’interno del bar, Aidan disse: “All’epoca Flagg aveva un altro nome, che qui non voglio ricordare. Non so se a quel tempo era già cattivo come oggi, probabilmente sì poiché spesso la malvagità è congenita, e comunque i fatti lo dimostrano; può anche essere che fu un rifiuto che non accettava a portare a galla una perfidia latente. Quello che è sicuro è che gli piaceva una ragazza. Però, non aveva speranze. La ragazza, Giulia, amava un altro. Flagg non si rassegnò. Se non poteva averla, allora l’avrebbe punita. La banalità del male! Un giorno la seguì e, prendendola di sorpresa, la tramortì. Io fui avvisato, non importa da chi. Quando la trovai, ai margini di un bosco dove le piaceva passeggiare, era nuda, legata per terra a quattro paletti fissati al suolo in mezzo a ciuffi d’erba rinsecchiti, con le gambe divaricate. Aveva lo sguardo rivolto al cielo, però dubito che riuscisse a vedere. Era piena estate ed era rimasta esposta al sole per diverse ore; portava i segni di brutte scottature. Era disidratata. Poi mi accorsi del cane. Si era momentaneamente allontanato per masticare in disparte. Quando si avvide della mia presenza cominciò a ringhiare. Non so se aveva la rabbia (alla luce del comportamento successivo, lo escluderei), certo aveva l’aria feroce, ma non fu questo a spaventarmi. Stava mangiando un pezzo di carne; per iniziare il banchetto aveva scelto il più grosso, ma altri brandelli erano stati disposti sul ventre di Giulia e un filamento sporgeva da più sotto. E c’era dell’altro: formiche! Formiche in quantità.”
“Nella vagina!”, esclamò Berisha.
Aidan annuì. “La carne sì, le formiche per fortuna non ancora. Notai tracce di sangue sulle cosce: significava che, mentre arraffava il cibo, il cane l’aveva morsa. Prima di soccorrerla, dovevo levarlo di torno. Aveva il pelo ritto, ringhiava. Però rinunciò a combattere, si dileguò, e io potei tornare da Giulia. La sensazione era che stesse per morire.”
Man mano che Aidan procedeva ogni scintilla di vita sembrò scomparire dai suoi occhi. La bocca non aveva preso la piega amara che forse era lecito attendersi, dato il tenore del racconto, e il viso non rifletteva né turbamento, né dolore, né rimpianto. La voce risuonava fredda, impersonale. Ma le parole erano tremende. Paola avrebbe ascoltato il resto con un senso crescente di sgomento. Per lei sarebbe stato come precipitare in un incubo, dentro a un inferno senza ritorno.
“Fu allora che vidi Flagg. Osservava la scena con un ghigno soddisfatto. Il cane non l’aveva mandato lui; sono cose che può fare adesso, dominare lupi, corvi, topi, o forse addirittura prenderne le sembianze; a quell’epoca, invece, era solo uno stolto. In lui ogni residuo di umanità è definitivamente scomparso, e con esso i limiti dovuti al fatto che era stato uno studente meno che mediocre, nonché l’interesse per le donne: ma in quel caldo pomeriggio era lontano da tutto questo. Dal suo sorriso compiaciuto compresi che era lui il responsabile. Quando si accorse che lo avevo notato, e che avevo capito, scappò. Avrei voluto denunciarlo alla polizia,” – Aidan ordinò un caffè – “consideravo doveroso farlo. Mi fu ordinato di soprassedere. Benché fossi perplesso, e non ne afferrassi il motivo, obbedii, seppure a malincuore, perché questo è il mio dovere. “Loro” non si pongono questioni morali – la morale è un concetto molto relativo, e può essere intesa in un modo o nell’altro, a seconda di chi prende in esame un dato fatto -; loro guardano a un concetto di etica che sfugge a ciò che si potrebbe chiamare realtà quotidiana. Consideravano inutile e riduttiva una semplice denuncia. La lotta tra Bene e Male non si gioca nei tribunali, perciò aspettavano e vigilavano, in attesa di vedere se Flagg era destinato a crescere. In tal senso, esisteva un forte sospetto, tuttavia non la certezza. In seguito, fui incaricato di seguire le sue mosse; ma mi è sempre sfuggito… fino a oggi.”

Nel frattempo il vecchio pensò che urinare davanti al bar fosse una buona idea; detto e fatto. Solo che il getto di urina finì sulle scarpe da ginnastica nuove di Luca Barbenni, uscito in quel momento dal locale. Barbenni non gradì. Seguì uno scambio di insulti che presto degenerò in una rissa bella e buona. Il vecchio era vecchio, e Barbenni giovane, ma le vie del Signore (forse di Satana, nel presente caso) sono notoriamente infinite e le cose andarono in modo diverso da quanto si sarebbe potuto prevedere. Colpito al mento da un pugno abbastanza forte, Luca vacillò per poi prendere la strada di casa, in preda allo schock.
A metà percorso udì il verso di un corvo.
Non ci badò.

Vale non seppe trattenere la curiosità. “I suoi poteri?”, chiese. “Intendo i poteri dell’Uomo Nero. Come è successo? In tutti i libri dell’orrore e nei giornalini che ho letto i cattivi li hanno da sempre.” Ricordava bene quelle storie, alle volte un po’ superficiali, in altri casi molto avvincenti, ed era sicuro di avere ragione. Quindi?
“Non stiamo parlando di fumetti e neppure di romanzi gotici.”, rispose Aidan con calma. “E comunque anche in quel campo ci sono delle eccezioni. Ad esempio, Dracula. Vlad era stato un valoroso comandante, passò alle forze delle tenebre a causa della morte di Elisabeta, la sua sposa; prima non si era dimostrato provvisto di poteri magici. Come e perché Flagg acquisì quei poteri, quella magia della quale dispone oggi, è una cosa di cui in pochissimi sono a conoscenza, e io non rientro fra costoro. D’altra parte, questo è irrilevante. Quello che posso dire è che quel giorno non si erano ancora manifestati.”
“E lei come li ha ottenuti?”, lo interruppe Berisha. “E’ ovvio che li possiede: ha individuato un servitore del Nemico, almeno così sembra, e sa di Neil Young.” In lui ammirazione e irritazione si mescolavano come due ingredienti diversi e dal sapore opposto, alla base di un cocktail dal gusto strano. “E chi sarebbero questi loro?”
“E’ una lunga storia.”, disse Aidan, scostando la tazzina del caffè.
A Paola interessava la sfera personale. “E Giulia?”, domandò.
“Non si è più riavuta. Attualmente è ricoverata in una struttura che si occupa di casi come il suo. Non parla più e non è in grado di mangiare da sola. L’ultima volta che l’ho vista non mi ha riconosciuto (non che fosse una novità), era lontana, assente.”
“Era lei l’uomo che amava?”, volle sapere Paola. Aveva le lacrime agli occhi.
Aidan non rispose subito. Sembrava perso in un mondo remoto. Infine, chinò il capo in un cenno affermativo.
Paola rimase sconcertata per via del suo sguardo privo di espressione.

Sebbene fosse entusiasta del suo nuovo mezzo di trasporto, Luca Barbenni aveva lasciato la moto, affidandosi alle gambe. C’era una ragione: quella sera avrebbe “corteggiato” Paola, offrendosi di riaccompagnarla a casa, per poi trascinarla dentro il portone di una villetta abbandonata, situata in una zona vietata al traffico motorizzato. Rappresentava una buona scelta; i vicini erano partiti per le vacanze e le altre abitazioni erano a distanza di sicurezza. Dunque, il posto era sufficientemente isolato.
Queste erano le istruzioni dell’Uomo Nero (e il suo sogno proibito). Il diavolo, però, fa le pentole ma non i coperchi. La zuffa con il vecchio pazzo lo aveva sconvolto e si era dimenticato tutto. Mentre camminava strascicando i piedi ansimava, traendo rauchi respiri affannati. Era anche umiliato: prenderle da un vecchio! D’accordo che non aveva mai riportato la meglio nelle baruffe con i coetanei (e aveva rischiato grosso quando Pink e i suoi compari lo avevano scoperto intento a masturbarsi), ma dopo quello che era accaduto fuori dal bar aveva sentito il suo ego precipitare da un grattacielo di venti piani, ne era uscito a pezzi come un vaso di porcellana scaraventato sul pavimento.
Barbenni non aveva tenuto conto di due cose, entrambe importanti. La prima, che Randall Flagg non amava vedere disattese le sue direttive. La seconda, che dal rifugio di Consonno poteva vedere ciò che lui stava facendo, cioè nulla tranne rincasare muovendosi in maniera goffa. C’era anche dell’altro: Flagg non era incline alla pazienza. Questo portava a una conseguenza. Meno intelligente di Stradilasi, Luca Barbenni non aveva preso in considerazione questa eventualità. Superficiale e mentalmente limitato, non si era neppure chiesto in che modo Flagg aveva scoperto dove si sarebbe recata Paola quella sera. E la prospettiva di una punizione non l’aveva sfiorato. Un grave errore.
Si soffermò davanti al viale che conduceva alla chiesa e osservò gli alberi disposti ordinatamente ai lati. Il luogo di culto si stagliava contro il cielo scuro come una presenza ammonitrice. Una specie di presagio – un presagio di sventura – emerse da qualche buio anfratto del suo cervello. Fu questione di un attimo e si dissolse, come nebbia al sorgere del sole. Dopotutto l’Uomo Nero era a Consonno, posto che il presagio riguardasse lui (ma perché, poi?), al di là delle montagne: venti minuti buoni in macchina, quindici su una moto. Riprese il cammino, tornando con il pensiero all’assurda rissa e al vecchio squilibrato. Che pisciasse sui rifiuti, pensò stizzito. Sbuffando, affrontò un tratto in salita.
Il corvo calò all’improvviso su di lui, implacabile e micidiale come un caccia che si avventa su una nave. Puntò agli occhi. Barbenni se ne accorse soltanto quando il dolore esplose, un male di così terribile intensità quale non aveva mai provato in vita sua. Agitò invano le braccia. A nulla servì scuotere disperatamente la testa. Il corvo passò dall’occhio sinistro a quello destro. Barbenni urlò; in realtà, tentò di farlo, ma dalla bocca spalancata non uscì alcun suono. Un secondo urlo venne soffocato dal rumore di un’automobile che arrancava faticosamente, con guai alla marmitta. Il conducente non notò il giovane ridotto a una marionetta, i cui fili sembravano  mossi da un marionettista ubriaco.
Il corvo continuò a banchettare.

In quel momento Aidan si interruppe a metà di una frase. Distolse lo sguardo dal tavolo, fissandolo su una delle pareti del locale. “Quell’uomo. Quel ragazzo.”, poi disse. “Il servo di Flagg… non è più fra noi.”

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« Vedo fontane di sangue,
e dieci milioni di Dune buggy
che scendono dalle montagne.
Bene, ho sentito che Laurel Canyon è piena di famose star
Ma io le odio peggio dei lebbrosi
e le ucciderò nelle loro auto. »
(Revolution Blues – Neil Young)

Berisha scacciò l’ultima immagine, dato che l’aveva evocata lui, razionalmente (be’ non proprio, a dirla tutta), e perciò non era un frutto di magia, e nemmeno una prova delle sue strane facoltà. Era stato un pensiero, comunque, cosciente. “L’entità maligna che da lontano sogghignava” era semplicemente un artificio dettato dal suo cervello o da una parte di esso, la meno affidabile.
Si fermò da Paola, la quale benché stupita accettò di partecipare alla riunione e si incaricò di andare a prendere Vale. Una volta rincasato, Berisha mise a riscaldare uno spezzatino con patate, preparato da sua madre. Tra di loro vigeva un sistema di comunicazioni basato su brevi bigliettini, lasciati sul tavolo della cucina. Lei lavorava come badante presso un’anziana e ricca signora, che abitava in una casa ubicata in un bosco non troppo distante – un tempo era un albergo, rinomatissimo e frequentato da milanesi amanti del sesso a pagamento. Non aveva orari definiti: a volte il suo turno cadeva alla mattina, più spesso al pomeriggio e più spesso ancora alla sera; si alternava con una ragazza romena e una donna ucraina. Suo padre, invece, si trovava a Cantù, in occasione di un torneo di bocce; avrebbe mangiato un panino in loco. Era un operaio sottopagato: recuperava qualche soldo in più sobbarcandosi tutti gli straordinari possibili. In quanto a Berisha, non aveva un impiego fisso, ciò nonostante era forse il più fortunato: lavorava part-time in qualità di aiuto magazziniere presso una ditta di Lurago e saltuariamente dava una mano a un artigiano nel settore del vimine. A causa delle difficoltà di mercato, godeva di una certa flessibilità di orari, ed entrambe le paghe erano decenti. Inoltre, la domenica mattina consegnava i giornali a domicilio. L’anno prima gli era stato offerto un posto di buttafuori in una discoteca di Canzo, un paese appena sopra Erba, sulla strada per Bellagio; Berisha aveva ringraziato, declinando però la proposta perché non trovava solleticante l’idea di cacciare fuori a pedate gli ubriachi. Fatto sta che in Italia il lavoro c’era; quello che mancava ai giovani era la voglia di sgobbare.
Una famiglia unita negli affetti, insomma; non altrettanto si poteva dire riguardo al tempo che trascorrevano assieme. Ma così va la vita. Per contro, non ricordava di avere mai saltato un pasto.
Dopo cena, Berisha si sdraiò sul letto ad ascoltare On The Beach di Neil Young, pensando ai dischi del professor Reed che non avrebbe mai voluto. L’americano era una persona che apprezzava e che ammirava; anche adesso riteneva che non fosse morto per cause naturali. Decise di affrontare l’argomento con Aidan. Non avrebbe augurato la morte a nessuno, probabilmente nemmeno a Charles Manson cui era dedicato il brano di Neil Revolution Blues, ma questo non significava che il mondo fosse giusto: Brendeen Reed non l’aveva meritata, piuttosto i teppisti che lo avevano aggredito… non poteva immaginare che l’Uomo Nero aveva già provveduto in tal senso. Osservando la copertina del CD, che ritraeva l’artista di spalle davanti al mare, fu raggiunto da una considerazione niente affatto nuova: forse “vedeva” Neil Young perché ascoltava la sua musica in continuazione. Ma Travnik allora? E poi, stando sempre alla musica, quante volte aveva macinato The River di Bruce Springsteen?
No. Le ragioni erano altre.
Quando uscì di casa, il sole splendeva ancora nel cielo, ma una lieve brezza mitigava il calore; a est, il tempo sembrava meno bello, le nubi si addensavano come in attesa di scaricare fiumi d’acqua. Mentre si dirigeva verso il bar gli tornarono in mente le parole di Aidan: Non riesce a penetrare nelle tue visioni. Ma chi era Aidan? Un eccentrico, che però la sapeva lunga? Un pazzo squilibrato, provvisto di misteriosi poteri? E si tornava al punto di prima. La sua fisionomia non gli diceva niente… a parte gli occhi, freddi come un blocco di ghiaccio. Lo avrebbe scoperto o, almeno, avrebbe avuto elementi nuovi dopo la riunione. Del resto, si erano conosciuti soltanto quel pomeriggio (e in circostanze del tutto singolari).
Era quasi arrivato quando udì il suono caratteristico di un aereo; gli piaceva e ancor più gli sarebbe piaciuto salirvi sopra, diretto verso isole lontane. Poiché risparmiava ogni singolo euro, prima o poi ci sarebbe riuscito.
Il locale era pressoché deserto, fatta eccezione per una coppia. Berisha arricciò il naso, vedendo i due perduti nella contemplazione dei rispettivi smartphone. A che valeva uscire insieme se non avevano niente da dirsi? Aidan era già lì, e un momento dopo fecero la loro comparsa Paola, in jeans attillati e maglietta rosa shocking, e Vale, che portava gli immancabili occhiali e aveva l’aria di chi, invitato a un party esclusivo, si chiede perché diavolo hanno pensato a lui. Rapide presentazioni e Aidan incominciò a parlare con il suo perfetto accento italiano. Troppo perfetto per essere vero, considerò Berisha.
Mentre concludeva un breve preambolo, nel bar entrò Luca Barbenni. Indossava dei pantaloni tutti sdruciti e, nostante fosse piena estate, una felpa con la scritta Fate un’offerta, Dio vi guarda! Paola non nascose il fastidio. Era un individuo che non finiva di piacerle e già le aveva dato fastidio trovarlo al funerale. D’altro canto, si rendeva conto che era libero di frequentare i locali che preferiva. Barbenni prese posto a un tavolino d’angolo e le indirizzò uno sguardo che lei giudicò libidinoso. Con sommo disgusto fece l’equazione mentale: sguardo da porco uguale masturbazione serale; il disgusto si sarebbe accresciuto qualora fosse stata al corrente delle particolari classifiche che lui stilava. Il fatto di essere quasi sempre ai primi posti non avrebbe cambiato di una virgola la sua repulsione.
Una cameriera assai meno graziosa della ragazza di turno al pomeriggio venne a prendere le ordinazioni. Aidan attese che portasse i gelati, quindi riprese a parlare: finora per Berisha nulla di nuovo sotto il sole. Paola ascoltava attentamente e Vale non si perdeva una sola parola.
“L’uomo Nero esiste.”, ribadì attaccando il gelato. “Eccome! Non è il frutto di incubi provocati da alcolici ingurgitati in dosi eccessive e non è neppure dovuto all’uso di droghe, posto che non vi dedichiate agli acid tests, tipo San Francisco o Londra negli anni della psichedelia. E sicuramente non nasce da idee suggestive ma strampalate, a meno che non pensiate tutti allo stesso modo, un’ipotesi inverosimile.”
Il riferimento alla California colpì Berisha. Evocava i Grateful Dead, e per assonanza la dipartita del professor Brendeen Reed… poi un ricordo curioso balenò nella sua mente: da qualche parte aveva letto che Neil Young era giunto dal Canada guidando un carro funebre, un mezzo di trasporto indubbiamente singolare.
“Perché noi?”, chiese Paola. Il gelato alla fragola era veramente buono, lo sconosciuto forestiero (in fondo, la sua conoscenza si riduceva a un nome) era un uomo attraente, seppure inquietante; al momento, però, era soprattutto spaventata.
“Questo lo ignoro.”, disse Aidan. “Quello che invece so con assoluta certezza è che, se siete finiti nel suo mirino, costituite dei precisi obiettivi.”
“Il professor Reed è stato ucciso.”, interloquì Berisha.
“E’ possibile.”, ammise Aidan. “Ma non è detto che lui voglia necessariamente la vostra morte. Esistono diversi metodi per infliggere dolore e sofferenza. Chi corre il maggior rischio sei tu.”, aggiunse, rivolto a Berisha. “Perché le tue “visioni” sono impenetrabili, cosa che l’Uomo Nero non sopporta.”
All’improvviso, si girò per guardare Luca Barbenni. “Lui è un suo servo.”, commentò in tono ora sommesso. “E gli è stato ordinato di fare qualcosa di molto sgradevole. Forse sei tu, Paola, l’oggetto di queste pessime intenzioni.”
Vale non aveva paura. Era in preda a una sorta di fascinazione. D’accordo, non si trattava di un fumetto dell’orrore o di uno di quei libri che divorava di nascosto, quando non si dedicava a letture più impegnate; era pura e semplice realtà, e lui ne era coinvolto, esattamente come gli altri; questo non gli impediva di sentirsi eccitato.
“Lei conosce l’Uomo Nero!”, sbottò d’un tratto Berisha. “Di persona.” Non era più una domanda, come nel pomeriggio, bensì un affermazione. Vale, Paola e Berisha aspettarono in religioso silenzio il responso dell’oracolo.
Aidan parve assentarsi. L’espressione del suo volto denotava che era immerso in profondi, inaccessibili pensieri; o forse erano ricordi, pensò Paola.
La cameriera si aggirava per il bar con aria annoiata.
Passarono due o tre minuti.
Poi Aidan rispose.

Randall Flagg scrutava il cielo che andava rapidamente oscurandosi. Quando si voltò, il suo viso esprimeva una gioia selvaggia. Stradilasi rabbrividì. Un primo lampo apparve, presagio della tempesta ormai imminente. Flagg puntò un dito in direzione dell’ex maestro di scuola. Ciò che lo precipitò nel terrore. Vi era una tale soddisfatta malvagità in quegli occhi terribili da sgomentare.
“Questa sera, questa notte, lo stupido Luca Barbenni svolgerà il compito che gli ho affidato. In seguito, toccherà a te, sempre che tu non abbia bisogno di una bambinaia. Siete due idioti, e il mio è un complimento; però la fortuna vi ha baciato, visto che ho scelto proprio voi.”
Si girò nuovamente, tornando alla finestra. Assaporava il Potere. Continuava a crescere; niente gli era precluso, nessuno al mondo avrebbe potuto fermarlo. “Abbiamo un nuovo amico.”, mormorò a voce talmente bassa che Stradilasi fu costretto a tendere le orecchie. “Un altro sciocco che gira in moto e non riesce a camminare senza bastone. Un folle illuso.” Seguì un lungo silenzio, che alla fine fu rotto dal suono della pioggia.
“Adesso vattene!”
Sebbene non potesse vederlo, dato che gli dava le spalle (ma ci avrebbe giurato?), Stradilasi si inchinò.
“Ai tuoi ordini, mio Signore!”
Il rombo di un tuono accompagnò il tramonto del sole.

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Il corvo era giunto dall’altra parte delle montagne e aveva scelto come punto di osservazione la ringhiera che delimitava il piccolo terrazzo riservato ai fumatori, quando il cinema non aveva ancora chiuso i battenti. Da lì guardava la scena senza manifestare particolare interesse, simile al conducente di un carro funebre nel momento in cui i becchini scaricano la bara per trasportarla al cimitero.
Vide arrivare i lupi. Si fecero avanti in silenzio, non un ringhio, non un ululato, come se volessero passare inosservati o, forse, questi erano gli ordini: sistemare la faccenda nel minor tempo possibile sfruttando l’elemento sorpresa, dopodiché intraprendere un rapido rientro verso casa, ovunque essa si trovasse.
Il primo a scorgerli fu il capo della banda. Impallidì e alzò le braccia in un inutile tentativo di difesa. La lotta, posto che si potesse definirla tale, durò pochissimo, secondo la volontà dell’oscuro Essere che aveva predisposto quell’assalto. Nel giro di pochi minuti il sole illuminava i cadaveri, orribilmente mutilati, dei tre teppisti.
Il quarto, al volante dell’auto, inorridì, si portò una mano tremante alla bocca e ingranò la marcia. La macchina partì sobbalzando e raggiunse la prima curva… oltre la quale si ergeva un muro. L’uomo si voltò. Trasse un sospiro di sollievo: i lupi lo avevano ignorato. Fece manovra, girò la macchina, rilasciò la frizione e inserì nuovamente la prima, poi la seconda. Tornò al luogo della carneficina, evitò con uno slalom i corpi dei suoi amici e imboccò la strada che avevano percorso all’andata. Era sconvolto sicché non si pose troppe domande, la più semplice (e ovvia) delle quali sarebbe stata: “cosa diavolo ci facevano dei lupi in un paese?”
Lanciò uno sguardo allo specchietto retrovisore, ciò che gli procurò un altro sospiro di sollievo; quegli orrendi animali erano scomparsi, quasi fossero stati inghiottiti dal suolo. Adesso sarebbe tornato a Milano, avrebbe bevuto sei o sette birre per dimenticare l’accaduto, pianto qualche lacrima e non sarebbe mai più tornato in Brianza, un luogo evidentemente maledetto.
Allungò la destra per prendere le sigarette e l’auto si fermò.
Sconcertato, girò la chiave più volte, provò a cambiare le marce, il tutto senza esito alcuno. Sbirciò dietro una spalla, scrutando sospettosamente la strada. Per fortuna era deserta. Dopo un attimo di esitazione, scese, aprì il cofano e cercò di capire cos’era successo, impresa difficile poiché non era ferrato in materia. Sopra di lui, il sole splendeva gagliardamente, presto si ritrovò tutto sudato; la camicia si era come incollata alla pelle, vaste chiazze di sudore si erano formate sul torace, sulla schiena, nelle ascelle. Ignorando il disagio, continuò a indagare sulle possibili cause del guasto. Mosse alcuni fili, quindi risalì sulla vettura. Provò a far ripartire la macchina. Con grande soddisfazione udì il suono rassicurante del motore che si avviava. Tese un braccio per richiudere la portiera e fu raggiunto da un dolore lancinante. Si voltò di scatto. Un lupo lo stava azzannando. Benché fosse stato preso alla sprovvista, il teppista non perse tempo. Si liberò con uno strattone (e subì una nuova ondata di dolore), lanciandosi poi sul sedile del passeggero. Si protese in direzione dello sportello, abbassò la maniglia e si catapultò fuori; rotolò su se stesso, si rialzò e iniziò a correre. Da ragazzo era stato il più veloce della compagnia e, sebbene non fosse in piena forma a causa delle troppe sigarette e del numero eccessivo di birre che trangugiava, non aveva perso del tutto la capacità di correre forte. Il centro di Oggiono era relativamente vicino, se lo avesse raggiunto avrebbe trovato aiuto. Ammettendo (e non lo credeva) che il lupo lo avesse seguito, la storia sarebbe finita lì. “Bastardo!”, ringhiò.
Come se lo avesse evocato, in quel momento percepì distintamente il rumore di un altro ringhio, proprio alle sue spalle. Accelerò disperatamente e gli parve di guadagnare terreno. Senza diminuire l’andatura, si passò una mano sugli occhi per liberarli dalle gocce di sudore. Incominciava ad ansimare, la sua riserva di fiato andava esaurendosi. La mancanza di esercizio fisico (tralasciando le frequenti risse) e di una corretta alimentazione si facevano sentire. “Maledetto bastardo!”, grugnì di nuovo, mentre si produceva in un ulteriore, faticoso, scatto. Di fronte a lui, circa a un centinaio di metri di distanza, apparve una motocicletta, guidata da un ragazzo.
“Sono salvo!”, pensò euforico. “Se riesco a montare sulla dannata motocicletta, il fottuto lupo non potrà mai prendermi.” Si trattava di una prospettiva alquanto confortante che lo colmò di gioia. Non sarebbe stato diverso nel caso di un gatto, allorché il cane che gli stava facendo la posta fosse stato richiamato in casa dal padrone.
A un tratto, una sirena emise un suono lugubre, come un richiamo di fantasmi. Il teppista rabbrividì.
Fu allora che il lupo gli balzò addosso.
In alto, il corvo gracchiò. Un istante dopo, volava verso le montagne.

“Sì. E’ così.”, ammise Berisha.
“I sogni, invece, riguardano l’Uomo Nero?”
Berisha annuì. “Non solo i miei.”, aggiunse dopo un momento.
“Di chi altri?” Aidan lo scrutava, attento.
“Uno è morto.”, rispose il giovane. “Era un professore americano, in gamba. A parte lui e me, Paola e Vale, un bambino.”
“Devo incontrarli. E’ necessario.”, disse Aidan. Se prima era sembrato distratto e assorto in pensieri tutti suoi, ora fissava Berisha con grande interesse, quasi volesse imprimersi nella mente ogni singola parola.
“Lei, però, non ha risposto alla mia domanda.” Berisha non riusciva a capire… com’era possibile che un perfetto sconosciuto sapesse di visioni e di sogni, e perché gli interessavano, e per quale ragione intendeva incontrarsi con Paola e con Vale? Era un mistero, e i misteri, se non appartenevano a libri o film, non gli piacevano molto.
Aidan fece un cenno alla graziosa cameriera e ordinò un altro caffè. “Non è facile rispondere alla tua domanda, e questo comporterebbe ancora altre domande… magari più avanti… non abbiamo molto tempo davanti a noi, e non è bene sprecarlo. Desidero parlare con i tuoi amici. Lui “entra” nei sogni di chi vuole “catturare”, meglio non saprei spiegarlo. Però, con te… ” Lasciò la frase in sospeso e si dedicò al caffè.
“Con me?”, volle sapere Berisha.
“Non riesce a penetrare nelle tue visioni. Ciò, naturalmente, lo irrita. Egli dispone di vasti poteri, e per lui risulta inammissibile che qualcuno gli si opponga, anche solo erigendo un muro a propria difesa; peraltro, non è Dio, e neppure Lucifero.” Scosse la testa. “Diciamo che, sebbene siano pochi, non è immune da alcuni limiti, che in qualche caso lo frenano. Tuttavia il suo orgoglio è vasto, e lui agirà in base a tale orgoglio.”
Berisha si sporse verso di lui. “Lei lo conosce? Intendo: di persona?”
Aidan giocò con il cucchiaino, quindi si alzò, depositando delle monete sul tavolo. Consultò l’orologio. “So che cenate presto da queste parti. Ci incontreremo qui, questa sera alle otto. E’ importante: non mancate!”
Uscì dal bar, incamminandosi con il sostegno del bastone in direzione della moto.
Berisha restò fermo, immobile, a interrogarsi su quell’uomo così singolare e così refrattario a dare semplici risposte. Infine, dovette ammettere con se stesso che tanto semplici non erano.
Out of the Blue.
Into the Black.
Le immagini sfrecciarono improvvise nella sua mente come proiettili intrisi di veleno.
Neil Young. Travnik.
Morte e distruzione.
E un’entità maligna che da lontano sogghignava.

Grazie ai 547 followers. Anche se 530 di questi da me non li ho mai visti 🙂

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Se Berisha era ancora sconcertato per l’aggressione dei quattro teppisti, dopo la domanda dello sconosciuto, la dimenticò immediatamente.
Spalancò la bocca, passandosi la lingua sui denti per accertare che fossero ancora tutti intatti, e lo fissò, stupefatto. Cosa ne sapeva lui di Neil Young? Prima che potesse parlare si sentì rivolgere un’altra domanda. “C’è un medico qui nei paraggi?”
Berisha annuì. “Il dottor Brenna. Abita lì.” Indicò una villetta, leggermente rialzata rispetto alla strada, dalla quale la separavano un cancello e un piccolo prato in lieve pendenza, un po’ trascurato. (Si poteva pensare che gli studenti che avrebbero dovuto tagliare l’erba fossero scesi in sciopero, a causa della paga troppo scarsa). Dal retro, mediante un sentiero in terra battuta, si accedeva alla provinciale, fra Arosio e Lurago d’Erba, nei due sensi, nord e sud.
“Ha lo studio al pian terreno. Ma…”
“Andiamo.”, disse l’uomo, senza curarsi del manifesto sbalordimento del giovane. Si avviò, appoggiandosi al bastone; Berisha lo seguì.
Il dottor Brenna aveva oltrepassato da un pezzo l’età della pensione, ciò nonostante contava più pazienti del bambino travestito da medico che esercitava sull’altro lato del paese, a circa due chilometri di distanza, e che, di norma, non visitava mai, ritenendo che la sua professione prevedesse esclusivamente il ricorso agli specialisti e agli esami che prescriveva senza risparmiarsi. Brenna spesso era ubriaco: questo non gli impediva di mettere a frutto con competenza l’esperienza di una vita. La pancia prominente denotava che, oltre a essere un amante del vino (e del cognac), era anche una buona forchetta.
Osservò con curiosità il viso di Berisha, quindi lo invitò a spogliarsi. Dopo averlo esaminato e aver pulito e disinfettato le ferite, scrutò a lungo gli occhi del giovane, dichiarandosi infine soddisfatto. “Un bel match!”, commentò allegramente, prima di tirar fuori da un cassetto della scrivania il ricettario e di scarabocchiare qualcosa con una grafia pressoché illeggibile.
“Mi hanno aggredito.”, disse Berisha.
“Mmm… succede. Di questi tempi succede di tutto. Pensaci tu, se vuoi, alla denuncia: non è affar mio, anche se forse lo sarebbe. Questa è una zona tranquilla.”, considerò mentre raggiungeva il lavandino e afferrava l’erogatore di sapone liquido. “Ma per quanto ancora? Chi può dirlo?” Incominciò a lavarsi energicamente le mani. “Con tutti i dannati migranti, o come diavolo si chiamano, negri, albanesi, marocchini, presto saremo ridotti male, molto male, dico io. Di conseguenza, per oggi e per l’avvenire, ho deciso di infischiarmene. Mi limito a curare, che è poi il mio mestiere. Al resto ci pensino loro.” Non specificò a chi esattamente si riferiva con quel “loro”, se la polizia, i politici oppure gli stessi “dannati migranti”, di cui Berisha costituiva un esemplare. Finì di lavarsi e prendendo una salvietta pulita gracchiò: “Offerta libera!”
Berisha estrasse dalla tasca il portafoglio, esaminò ciò che conteneva e depose sul piano della scrivania una banconota da cinquanta euro.
“Prendi le medicine e fatti una bella dormita, figliolo.” Lo congedò Brenna. “Per me sei a posto, però se domani dovessi avvertire dei giramenti di testa o qualcos’altro di strano, be’ io sono qui. Torna pure.”
Berisha ringraziò il dottore e uscì dallo studio. Lo sconosciuto lo aspettava davanti al cancello. Gli tese la mano. “Mi chiamo Berisha.”, disse. “Berisha Nazif.” Anche se era un individuo enigmatico, gli era in ogni caso riconoscente: non fosse stato per lui…
“Aidan.” Non chiarì se quello era il nome oppure il cognome.
“Un caffè?”
Sotto il sole sfavillante, raggiunsero il bar più vicino. Una cameriera graziosa venne a servirli. Un bel ragazzo, considerò fra sé. Non pare in gran forma, ma un pensierino lo farei comunque. L’uomo, invece, le incuteva un senso di disagio, di paura. Sporse in fuori il seno, prendendo nota delle ordinazioni. Berisha chiese un caffè con il latte, Aidan lo prese senza zucchero.
“Neil Young…” Berisha saggiò cautamente il terreno. Aidan gli rivolse una breve occhiata, poi distolse lo sguardo. Sorseggiò la bevanda calda, ignorando sia la domanda inespressa, sia le implicazioni in essa contenute. Dava le spalle al resto del locale; davanti a lui una grande vetrata, che con il sole basso all’orizzonte più tardi avrebbe riflesso i raggi scintillanti del tramonto, offriva la visuale delle montagne, laggiù a est. Aidan assunse un’espressione indecifrabile, una via di mezzo fra una torva determinazione e un sentimento di tristezza. Così com’era apparsa svanì, nel giro di qualche secondo, lasciando il posto a un’aria quasi assente, come se la concatenazione di pensieri che gli erano passati per la mente fosse diventata all’improvviso inutile, superflua. O, forse, aveva semplicemente rinviato riflessioni e propositi, quali che fossero, per tornare immediatamente al presente. Se qualcuno, in quel momento, lo avesse osservato – ma nessuno lo fece – avrebbe pensato che nascondeva un terribile segreto, avvolto nelle nebbie del passato, uno di quei ricordi dai quali non ci si libera mai, oppure che fosse atteso da una prova complicata e difficile; di sicuro, non lo avrebbe invidiato. Avrebbe concluso quell’analisi reputando saggio stargli alla larga, soprattutto a causa dello sguardo freddo, gelido come una distesa di ghiaccio in una mattina di gennaio.
Berisha sfiorò con le dita i cerotti che gli aveva applicato il dottor Brenna. Si sentiva a disagio. Perplesso, insisté: “”Mi ha chiesto di Neil Young. Come… uhm, ecco, come fa a sapere?”
Dall’altra parte della strada un ragazzo camminava ascoltando del pessimo rap italiano. Fortunatamente, i vetri impedivano alla delirante voce di penetrare nel bar.
Aidan spostò di nuovo gli occhi sul giovane. “Lo vedi, vero? Non è un sogno, nemmeno un sogno da incubo, bensì una visione.”

Non molto lontano da lì, a Oggiono, al di qua delle montagne e di Consonno, il capo della sfortunata spedizione contemplava furioso la linea ondulata delle colline rivestite di verde che si protendeva verso sud, parallela ai monti. Era andato tutto male! Primo, non avevano potuto arraffare soldi; secondo, le avevano prese; terzo… interruppe il corso di quei pensieri cupi alla vista di un tale che, posteggiata una moto, si dirigeva lentamente (cautamente, gli sembrò) verso l’entrata di un discount. Non era vestito particolarmente bene, anzi non lo era affatto, ma l’istinto del cacciatore gli suggeriva che forse quel tipo poteva rivelarsi una buona preda. Non era tanto il desiderio di arraffare denaro a spingerlo, quanto la voglia di sfogarsi, di rivalersi, non importa a danno di chi. In giro non si vedeva anima viva. Ottimo.
A un incrocio avevano sbagliato strada, imboccando una via secondaria che non portava da nessuna parte. Su ambo i lati c’erano soltanto vecchie fabbriche, alcune delle quali chiuse, distanziate fra loro come cani sospettosi, un deposito di legnami, una trafileria, un cinema che aveva conosciuto tempi migliori, prima dell’avvento delle multisala, e il discount. In più, il caldo era soffocante e induceva la gente a tenersi lontana dalle strade, anche in centro, per quanto aveva notato. Uno scenario perfetto!
Fece cenno al guidatore di accostare, e saltò giù dall’automobile, seguito subito dagli altri. Quello al volante fu l’unico a rimanere in macchina. Tenne il motore acceso in vista di eventuali guai; da come la vedeva lui, sarebbe stato meglio tirare dritto fino a Milano.
In seguito, Stradilasi avrebbe ricordato ben poco di quanto accadde. Tre malviventi gli si erano avventati contro e, senza un motivo apparente, senza pronunciare una sola parola, avevano incominciato a pestarlo. Stradilasi non era in grado di difendersi, era finito a terra, proteggendosi la testa con le mani, e aveva pensato all’Uomo Nero.
Lui lo aveva salvato, facendolo scendere da quel treno; lui gli aveva trovato un rifugio nascosto, prima di trasferirlo a Consonno; lui gli aveva procurato documenti perfetti, benché falsi; lui lo aveva scelto; sebbene lo terrorizzasse, a lui doveva la vita… ma adesso Flagg non c’era, e non avrebbe potuto aiutarlo.
Perse i sensi. E non vide il corvo.

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In linea di massima, quella piccola regione non riconosciuta ufficialmente come tale, cioè la Brianza (che si estende da Asso, sulla via per Bellagio, a Monza, delimitata ai lati dai fiumi Seveso e Adda) non conosce molta delinquenza, o almeno così era fino a pochi anni fa, vale a dire precedentemente all’avvento di molti stranieri, non tutti animati da buone intenzioni.
Finito il gelato, Berisha proseguì la sua passeggiata, sempre diretto a sud. Indossava un abito estivo abbastanza elegante (l’unico che possedeva) per via del funerale, e fu questo ad attirare l’attenzione di quattro giovani che, in mancanza di meglio, erano saliti su una vecchia auto priva di assicurazione e bollo per cercare qualche ragazza disponibile; venivano dalla periferia di Milano. Immerso in profondi pensieri, Berisha non li notò; passò accanto a loro, ignorandoli. In un primo momento non si accorse nemmeno che lo stavano chiamando. Si esprimevano in un italiano incerto, però del tutto comprensibile. Visto che quello stronzo fingeva di non sentirli, il più alto dei quattro lo afferrò per un braccio, strattonandolo. Preso completamente alla sprovvista, Berisha sussultò.
“Una piccola offerta, amico.”, gli alitò in faccia l’energumeno. Berisha lo guardò, perplesso. Intanto, gli altri tre lo avevano circondato. “Soldi!”, esclamò l’altro. Aveva l’alito che sapeva di aglio. Portava un paio di jeans tutti strappati, una maglietta nera. Gli occhi erano piccoli e cattivi. Berisha cercò di divincolarsi. Un attimo dopo, cadde sotto una gragnuola di pugni. Una volta a terra, venne preso a calci. Benché non fosse un giovane debole, era solo contro quattro, l’avevano colto di sorpresa, ed erano abituati alle risse, mentre lui le aveva sempre evitate. Continuarono a picchiarlo. Aspettavano che svenisse, poi gli avrebbero frugato nelle tasche. Magari quello poteva dimostrarsi un giorno fortunato. Un anziano signore, richiamato da urla e risate stridule, si affacciò alla finestra; abitava proprio lì di fronte, fra le rotaie del treno e la strada. Non amava la violenza e detestava gli stranieri, in particolare slavi, arabi e neri, tuttavia, dopo una breve riflessione, decise di non immischiarsi; si ritrasse e chiuse le persiane.
I quattro seguitarono ad accanirsi, sebbene ormai non ce ne fosse più bisogno: la vittima non si difendeva.
A un tratto si udì una voce.
“Forse, è meglio smetterla.”, disse con calma un uomo. Fino a quel momento, era passato inosservato, poiché un albero lo copriva parzialmente. Era seduto su un muretto, vicino a una grossa moto bianca, con alcune strisce rosse, che stava ancora raffreddandosi. Si alzò in piedi. Di media statura, aveva una di quelle fisionomie che, di primo acchito, difficilmente rimangono impresse: non era né bello né brutto, né grasso né magro. Dimostrava circa quarant’anni. Il viso era comune, non tale da ispirare particolari sensazioni, le orecchie, grandi e leggermente a sventola, sembravano l’unico tratto distintivo. Una seconda occhiata, più attenta, avrebbe colto però un altro tratto degno di nota. Lo sguardo. Era freddo, addirittura gelido, imperscrutabile; gli occhi, scuri, parevano avvolti in una nebbiolina impalpabile. Tale sguardo, privo di espressione, avrebbe potuto nascondere vari tipi di personalità, a seconda di chi avesse preso in esame la questione, cosa che peraltro accadeva assai di rado, e delle inclinazioni dell’eventuale osservatore. Poteva affascinare una donna? Oppure l’avrebbe spaventata? Celava una sottile intelligenza? O era uno stupido? Il capo dei quattro delinquenti optò per l’ultima ipotesi. “Sparisci!”, ringhiò, mostrandogli i denti. Lo sconosciuto scosse la testa, come rattristato, depose il casco sul muretto e muovendosi lentamente si avvicinò al gruppetto. Zoppicava lievemente e si appoggiava a un bastone.
“Non è un confronto leale.”, disse a bassa voce, strascicando le parole. Parlava un italiano perfetto, ma avrebbe potuto essere anche di un’altra nazionalità; ciò a causa della mancanza di inflessioni dialettali e della cura con cui si esprimeva.
In tre si avventarono su di lui. Il quarto rimase a gambe larghe su Berisha, che era ancora pienamente cosciente, anche se risultava un po’ malconcio.
L’uomo scansò l’attacco, chinandosi e spostandosi di lato, poi vibrò una bastonata che prese il capo dei quattro proprio sulla faccia, rompendogli il naso e facendolo strillare di dolore. Un nuovo colpo, fulmineo, raggiunse i testicoli del secondo. Infine, mirò al terzo, che però si girò e corse via.
“E adesso andatevene! Altrimenti…” Lo disse in tono quasi annoiato, non ansimava e non sembrava provare alcun interesse per tutta la faccenda in generale.
Annuì, vedendoli scappare (a fatica quello che era stato preso ai testicoli), quindi abbassò lo sguardo su Berisha. Gli tese una mano, aiutandolo a rialzarsi. Mentre ascoltava i suoi ringraziamenti, spostò gli occhi in direzione delle montagne, e forse non lo ascoltò nemmeno.
Trascorse circa un minuto, poi gli rivolse la seguente domanda: “Dov’è Neil Young?”

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Paola trovava sgradevole la presenza di un mentecatto al funerale del professor Brenden Reed. Luca Barbenni era un noto masturbatore (molte ragazze lo sapevano, sebbene facessero finta di nulla) e, a voler essere generosi, possedeva il quoziente intellettivo di un’anguria. Era un pensiero negativo, del quale quasi si vergognava, ma valido lo stesso. Dopo la funzione in chiesa, in pochi avevano raggiunto il camposanto (perlopiù gente che chiacchierava dei fatti propri), quindi perché Barbenni si trovava lì? Distolse l’attenzione da Luca per soffermarsi su quanto era accaduto. Si augurava che il professore fosse spirato serenamente. Accanto a lui erano stati rinvenuti un pacchetto tutto sgualcito di Camel e una lattina di birra; non c’era traccia di un testamento, almeno in casa, però Reed aveva riempito la pagina di un taccuino con una serie di piccoli “lasciti”, probabilmente a suo uso e consumo, per non scordarsene o magari per passare il tempo. I libri erano per Paola. I dischi, “The Dark Side Of The Moon”, vari album dei Jefferson Airplane e dei Grateful Dead, oltre al catalogo pressoché completo di Bob Dylan, a Berisha. Un processore dual six core con 32 giga di RAM, sistema operativo Red Hat Enterprise Linux 6 – alla faccia dei gioielli! – a Vale. Comunque, a parte l’abitazione, Brendeen non sembrava molto ricco. Viveva della pensione e di qualche risparmio. Forse, rifletté la ragazza, aveva parenti in America. Berisha le si avvicinò, cupo in volto. “Il dottore sbaglia!”, dichiarò. Paola gli rivolse uno sguardo interrogativo. “Non è morto per cause naturali. Lui stava bene di salute.” Questo poteva essere vero, considerò lei, però non rappresentava un dato di fatto, una prova medica. A quanti era successo di lasciare questo mondo in (apparenti) buone condizioni di salute? Ciò era valso anche per Brendeen Reed. Berisha parve leggerle nella mente. “Vedrai che lo scopriremo.”, disse. Poi si allontanò.

Non molto distante da loro, Luca Barbenni soppesava la preda. Non soffiava un alito di vento, il caldo era soffocante, e l’ultima doccia che aveva fatto risaliva a tre o quattro giorni prima: non emanava esattamente il profumo di un fiore. Gli era indifferente. Benché nutrisse un sacro terrore per Flagg, si fidava ciecamente di lui. Paola sarebbe stata sua! Avrebbe potuto dimenticare le fantasiose classifiche e immergersi nella realtà. L’Uomo Nero manteneva le promesse. L’uomo chiuso nella bara ne era una prova. Provava avversione per Stradilasi, ma era solo un fattore trascurabile; adesso girava con una bella moto, accuratamente nascosta in un cascinale quando non la usava, che gli consentiva di andare e tornare da Consonno: un regalo di Flagg. Una nuova vita lo aspettava. A causa dei misteriosi piani di Randall, si sarebbe aperta come una finestra; da tale finestra, avrebbe assistito a scenari per altri inimmaginabili, e naturalmente sarebbe diventato parte attiva. Era tutto già scritto, a chiare lettere. Il capitolo che lo riguardava si sarebbe intitolato “Paola”. Fantastico!

E’ stato ucciso, rimuginava tetro Berisha, lasciando il camposanto. Ignoro come, però io lo so chi è stato. La ragione potrebbe essere questa o quella. Forse, ipotizzò, aveva a che vedere con certe ordinazioni via internet, o forse era stato individuato come il principale antagonista. Data l’età e la cultura, ciò era possibile. Ma la cosa non sarebbe finita così. Ora, a chi sarebbe toccato? A Paola? Oppure a lui stesso? Se non lo avessero fermato, il mostro avrebbe proseguito; d’altro canto, la domanda che si poneva sembrava senza una risposta possibile: come fermarlo? Esisteva un modo? Doveva esserci! Si incamminò in direzione sud, verso Arosio, incurante dell’afa, procedendo parallelo alle rotaie del treno. Muoversi gli giovava, era meglio che macerarsi inutilmente. Mentre procedeva, provava a liberare il cervello da ogni pensiero superfluo, separando il grano dal loglio. Nitido, affiorò un ricordo: il professore lo aveva invitato a creare un collegamento fra le immagini di Neil Young e gli incubi che turbavano i loro sogni. O qualcosa di simile. Facile a dirsi. Eppure, da qualche parte, celata in un buio anfratto, una soluzione attendeva soltanto di essere portata alla luce. Posto che esistesse veramente… Indugiò davanti al carretto abusivo che vendeva gelati, ogni giorno in un posto diverso per non attirare indebite attenzioni, e acquistò un cono al limone e alla vaniglia. Non notò la vecchia megera, seduta su una panchina; la laida donna lo fissò senza interesse: aveva già compiuto il suo dovere. Berisha attraversò la strada. Uno strano impulso lo indusse a guardare a est, dove, oltre le montagne, era ubicato il paese fantasma chiamato Consonno.

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