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Archive for the ‘L’uomo di ghiaccio’ Category

AleksandrIl tramonto arrivò presto, ma il cielo era limpido, rischiarato dalla luna piena e da una moltitudine di stelle, che le facevano da corona.
Altmann scrutò in basso e dopo un istante distinse la sagoma di Stavrogin. Era sdraiato sulla neve con il fucile puntato nella direzione da cui si aspettava che giungesse il tedesco. Naturalmente non aveva mantenuto i patti: si trovava al di sopra del luogo convenuto per l’appuntamento. Una mossa tutto sommato prevedibile, e che infatti l’ex Hauptsturmführer della Gestapo aveva previsto.
Muovendosi cauto, senza produrre il minimo rumore, Altmann si avvicinò alla preda. Quando ritenne che la distanza fosse quella giusta, prese la mira e fece fuoco. Non cadde nello stesso errore che aveva commesso sul valico che portava a Bellagio; ormai sapeva che l’agente del KGB si proteggeva con un giubbotto antiproiettile: perciò sparò alla testa. Quattro colpi, in rapida successione, che grazie al silenziatore non furono avvertiti da nessuno, posto che ci fosse qualcuno nei paraggi, e così non era, dato che le abitazioni erano distanti e, malgrado la stellata, il freddo era intenso, tale da non invogliare nessuno a uscire di casa, se non per recarsi in macchina in un bar o in un ristorante. Non certo per passeggiare in mezzo ai campi coperti di neve.
Soddisfatto, Klaus Altmann percorse gli ultimi metri e raggiunse il cadavere.

A Mosca, Ivan Ivanovic Volkov stava finendo di cenare. Salsicce, cetrioli e pane nero, accompagnati da mezzo litro di birra. Sebbene gli piacesse mangiare, era di gusti semplici. Aspettava notizie; per questo, dopo una vodka, sarebbe tornato in ufficio, pronto, se necessario, a trascorrervi tutta la notte. In un armadietto conservava rasoio e schiuma da barba e in un cassetto della scrivania una camicia pulita. Era un uomo preciso che non amava farsi vedere in disordine.
Mentre ingoiava l’ultimo pezzo di salsiccia, pensò fugacemente che, rapportati alla qualità non eccelsa ma comunque accettabile del cibo, i prezzi della mensa erano più che ragionevoli; poi, però, la sua mente lo portò altrove. Nutriva una grande fiducia in Matrioska, e in un angolo remoto del suo cervello aveva una chiara visione del futuro. Se conosceva gli uomini, era sicuro che Aleksandr Stavrogin sarebbe diventato il numero uno. E dopo anni e anni trascorsi nella prima direzione centrale, poteva affermare con certezza di conoscerli, che fossero russi, inglesi o americani.
Naturalmente a patto che passasse la prova del fuoco, che di lì a breve lo attendeva a migliaia di chilometri di distanza, o che forse aveva già superato.
Questo, almeno, era il suo augurio.
Sorseggiò la Moskovskaya con calma, quindi si alzò dal tavolo e tornò al lavoro.

Era paradossale augurarsi il successo di un essere repellente come l’ex Hauptsturmführer della Gestapo, Nikolaus Barbie o Klaus Altmann come adesso si faceva chiamare; però la vita è spesso strana.
Anche Paul Harrison stava per pranzare. A Langley brillava un sole incerto, che per tutta la mattina solo a tratti era emerso dalle nubi. Nelle ore precedenti aveva avuto due colloqui. Uno con Monica Squire, che aveva convocato alle otto per assegnarle un nuovo incarico. Poiché non la giudicava ancora pronta per un’altra missione, sarebbe andata a istruire le reclute a Camp Peary. La giovane donna lo aveva ascoltato, tesa in volto: evidentemente non aveva superato lo shock dovuto alla tragica fine di Kris Howe.
Il secondo incontro era stato con Martin Forbes del SIS britannico, arrivato in volo da Londra. Entrambi sapevano che Altmann era una pedina molto importante nel “grande gioco” di Berlino, e tuttavia entrambi lo detestavano.
“Quante probabilità?”, aveva chiesto Harrison.
Forbes lo aveva fissato senza rispondere.
Curioso, rifletté più tardi il direttore della CIA mentre addentava una bistecca. Gli inglesi di norma amano scommettere su tutto.

Indifferente a quando stava accadendo a Yazenevo e a Langley, e ai pensieri rivolti alla sua persona, Matrioska aprì un contenitore di metallo, dal quale estrasse un’arma ultra piatta, priva di munizioni. Prese una manciata di neve e, dopo averla schiacciata e ridotta a una piccola palla, la inserì nel caricatore. Il fucile compattò la neve, come avrebbe fatto con la sabbia. In questo secondo caso, la sabbia si sarebbe trasformata in vetro. La neve invece divenne ghiaccio. Micidiali proiettili di ghiaccio.
Benché le IM, Improvised Munitions, fossero un frutto della tecnologia americana, Matrioska le apprezzava molto.
Prese accuratamente la mira e sparò.
Non è dato sapere ciò che in quel momento Altmann pensava, osservando attonito il fantoccio di stracci che aveva scambiato per il russo. E neppure se, prima di morire, si pentì delle atrocità che aveva commesso nella sua vita scellerata.
Aleksandr gli fu sopra, mentre agonizzava, e lo fissò senza provare alcuna emozione. Aveva svolto il suo lavoro, nient’altro.
Se qualcuno avesse assistito alla scena, ne avrebbe dedotto, non a torto, che se esisteva un Uomo di Ghiaccio, quello era l’agente del KGB.
Matrioska si allontanò nella notte.
Ancora non poteva saperlo, ma un giorno, per volere di Vladimir Putin, Aleksandr Sergeivic Stavrogin sarebbe diventato tenente generale.

L’UOMO DI GHIACCIO
Grazie per aver letto questa storia 🙂

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IvanaMatrioska riagganciò e tornò al tavolo. Ivana stava finendo il dolce. Il russo la guardò, chiedendosi se era il caso di coinvolgerla.
Sebbene l’avesse ascoltata distrattamente durante il viaggio che li aveva condotti da Barcellona a Cortina, sapeva molte cose sul conto di “Stella Rossa”.
Figlia di un mite professore di storia e di un’infermiera, aveva trascorso un’infanzia serena. Dal padre aveva preso l’amore per la cultura, dalla madre lo spirito vivace e indipendente.
Possedeva un quoziente di intelligenza molto elevato, eccelleva in tutti gli sport che praticava, era sempre stata la prima della classe senza per questo essere la classica “secchiona”. Le era sufficiente seguire con attenzione l’insegnante; una breve lettura dell’argomento della lezione le avrebbe permesso di assimilarla come se avesse studiato per ore. Era curiosa per natura, amava il suo Paese e non si vedeva nei panni di una casalinga.
Si era arruolata nella polizia; qualcuno l’aveva notata e l’aveva invitata a presentarsi in via della Pineta, alla periferia di Roma. Un ufficiale stava esaminando il suo fascicolo personale. Aveva sollevato gli occhi per osservarla. Era un uomo affabile, e la domanda venne posta con estremo garbo. Le sarebbe interessato entrare nel SISMI? Ivana aveva accolto la proposta con entusiasmo. Da bambina aveva divorato i libri di James Bond e di Malko Linge.
Era seguito un addestramento duro, benché non impegnativo come quelli che si svolgevano alla “Fattoria”, il luogo di raccolta delle reclute della CIA, e nemmeno lontanamente paragonabile a quanto accadeva in Unione Sovietica o in Israele. Ivana era risultata la terza del corso, prima fra le donne. Si sentiva contenta e appagata, e aveva portato a termine con successo due missioni.
Poi aveva conosciuto il capitano Giovanni Raimondi. L’uomo l’aveva presa in simpatia e un giorno si era confidato con lei. Le aveva parlato della Central Intelligence Agency. Ciò che aveva detto era stato accolto con grande stupore dalla giovane, e anche con un filo di diffidenza. Ma l’uomo era stato persuasivo. Citava fatti, date, nomi, operazioni. Il quadro che emergeva era terrificante, e Ivana andò in crisi.
Raimondi le parlò di quanto era successo in Cile, dove la CIA aveva attivamente collaborato con Pinochet per abbattere il legittimo governo di Allende. Le spiegò il modo con cui venivano torturati gli agenti nemici. Citò almeno cinque assassinii di eminenti statisti eliminati perché contrari alla politica degli Stati Uniti. Accennò a certe stragi avvenute in Italia, il cui scopo era rafforzare il potere centrale. Infine, le fece una proposta “a freddo”, fidando nel suo carisma e nell’idealismo che aveva intravisto in lei. Si guardò bene dall’aggiungere che i metodi del KGB erano identici a quelli degli americani; invece, decantò i meriti del comunismo: la volontà di pace, la giustizia sociale, la lotta all’imperialismo ipocrita e borghese, sempre al servizio dei ricchi, pronto a tutto per asservire, controllare, dominare il resto del mondo.
Ivana chiese di poter riflettere. Il capitano annuì.
Quindici giorni più tardi, Ivana gli comunicò che accettava.
Fu organizzato un incontro segreto, a Brindisi. In un piccolo bar, lontano dal centro, incontrò il tenente Ivan Vladimirovic Zaytsev, che sarebbe diventato il suo “controllore”. Fu interrogata a lungo, e le risposte piacquero a Zaytsev. In seguito lo rivide altre due volte, e nel corso dell’ultimo appuntamento le venne detto ciò che ci si aspettava da lei. Quel giorno Ivana Barzaghi divenne “Stella Rossa”.
Una donna notevole, meditò Stavrogin.
Ma alla fine decise per il no. Era una questione fra lui e il lurido Altmann.
Al momento del caffè, l’italiana arrossì e lo fissò. “Mi sono innamorata di te.”, dichiarò. Poi, intimidita, distolse lo sguardo.
“Anch’io.”, mentì Aleksandr per evitare problemi inutili. Lo aveva già capito. Per sviare il discorso, le raccontò del suo dragone, della casa isolata che possedeva nel nord della Russia, della sublime bellezza di quel mare gelido che lui amava. Un giorno si sarebbe ritirato lì per sempre.
Ivana, emozionata, pensò che quella fosse una promessa. Una promessa di grande felicità futura, quando avrebbero vissuto assieme in quel luogo tanto bello. Avrebbero fatto l’amore tutte le notti, lei avrebbe cucinato per lui e forse… forse per il piccolo Aleksandr Aleksandrovic.
Fu per quello che quattro ore dopo morì felice.

Matrioska uscì dall’albergo alle tre del pomeriggio e si avviò a piedi verso il posto che Klaus Altmann gli aveva indicato. Cambiò varie volte strada, come avrebbe fatto un turista qualsiasi che si trovava a Cortina da pochi giorni; contemplò il cielo azzurro e lanciò occhiate colme di meraviglia alle montagne innevate. In realtà, si assicurava di non essere seguito.
Giunto alla via sterrata, non la imboccò: camminando sui campi coperti di neve compì una lunga deviazione che lo condusse mediante un pendio a circa una cinquantina di metri dal punto convenuto, in una posizione più elevata rispetto a dove, almeno in teoria, sarebbe dovuto arrivare il tedesco.
Si nascose dietro a una roccia e si predispose all’attesa osservando i ragazzini che si divertivano con le slitte.

Cinquanta minuti più tardi, Ivana uscì a sua volta dall’hotel Posta. Avrebbe voluto essere al fianco di Aleksandr, ma non aveva mosso obiezioni al suo diniego: era abituata a obbedire. Anche se era convinta che lui avrebbe trionfato, si sentiva in ansia. Il sentimento predominante, però, era un altro: la gioia. Matrioska l’amava! Le sembrava di vivere un sogno, ma non era un sogno: era realtà.
Si fermò a guardare una vetrina e non provò dolore quando il proiettile sparato da tre metri di distanza le trapassò il cranio.
Scivolò a terra, mentre il buio calava su di lei.
Poi vide una luce che diventò sempre più intensa e fu raggiunta da un forte senso di pace.
L’ex Hauptsturmführer della Gestapo rimise la pistola munita di silenziatore in una tasca del giaccone di pelle e si allontanò, mescolandosi ai passanti.

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Klaus AltmannContrariamente a quanto molti ricordano dai libri di storia, spesso sfogliati di malavoglia, Annibale Barca non partì da Cartagine per raggiungere l’Italia, per il semplice fatto che si era trasferito con il padre in Spagna all’età di otto anni. Lì, alla morte del cognato Asdrubale che era succeduto al genitore, fu acclamato comandante in capo dai soldati quando era ancora molto giovane. L’itinerario che seguì e che lo avrebbe condotto fino a Canne, in Puglia, dove sbaragliò le legioni romane, rispondeva all’esigenza di evitare battaglie prima di aver oltrepassato le Alpi.
Matrioska non aveva di questi problemi e il suo tragitto fu più lineare. A bordo di una Volvo compì il percorso che lo portò a destinazione in tredici ore e dieci minuti. Si fermò solo per fare benzina e per mangiare un sandwich. Ivana ne consumò due.
Da Barcellona imboccò la A9, che in molti punti costeggia il litorale, passò per Montpellier, Monaco, Genova e Parma. Da lì raggiunse Belluno e risalì il Cadore, attraversando Borca e San Vito. Alle due frontiere non incontrò alcun tipo di problema. Il doganiere italiano si dimostrò più interessato a Ivana che ai documenti.
Durante il viaggio fu quasi sempre lei a parlare, Stavrogin era immerso nei propri pensieri. La ascoltava distrattamente. Ammirava la sua energia, l’ardore con cui dichiarava di amare l’Unione Sovietica, aveva apprezzato la determinazione e la forza fisica che le avevano permesso di sopraffare l’americana ed era rimasto favorevolmente colpito dalla fredezza dimostrata annegandola: aveva ignorato le disperate suppliche della donna, e questo era positivo; peraltro, la considerava ancora un po’ ingenua e immatura.
Avrebbe imparato: la stoffa c’era. E, forse, gli sarebbe tornata ancora utile.
Sebbene sapesse donare la morte, Ivana era avida di vita. Aveva difeso l’onore dei soldati italiani, una nota certamente positiva. A letto era insaziabile; le piacevano il sesso, il cibo, l’azione. Se si era innamorata di lui, però, avrebbe ricevuto una grande delusione. Matrioska amava soltanto il suo dragone, una barca capace di sfidare qualsiasi tempesta, e l’Urss, lo Stato della giustizia sociale, dove tutti avevano un lavoro, una casa e la sicurezza di pasti caldi, a prezzi ragionevoli.
Cambiò corso a quelle riflessioni e ripensò al messaggio in codice, analizzandolo per l’ennesima volta. Chi tradì il Patto, complice della cortina di ferro, nessuna compagnia, sedici è il multiplo: Italia, mi presenterò senza gli amici della CIA e del MI6, l’appuntamento è fissato fra quattro giorni – ma, tutto sommato, se Altmann confidava nel suo intuito, i giorni potevano essere anche due – e la località…
Giunto a Cortina d’Ampezzo, Aleksandr prese una stanza matrimoniale all’hotel Posta. Quella sera cenarono in albergo e andarono a dormire presto.
Se le supposizioni di “Stella Rossa” erano esatte, e quello era veramente il luogo prescelto da Altmann, il modo migliore per farsi vedere era piuttosto semplice: muoversi a piedi per l’incantevole cittadina, finché il tedesco non lo avesse notato. La mossa successiva spettava all’ex Hauptsturmführer della Gestapo.
Cortina è situata in una ridente conca, circondata da alte montagne; essendo frequentata da gente ricca o comunque benestante, offre ai turisti negozi non particolarmente a buon mercato, che espongono prodotti di qualità. Inoltre, è presente ogni genere di svago, naturalmente oltre ai campi da sci. Vi sono un palazzo del ghiaccio che nel corso degli anni ha visto innumerevoli vittorie della squadra locale di hockey, una celebre pista da bob, ristoranti, bar, sale da gioco. Sono presenti anche numerose chiese, edificate attraverso i secoli, che contengono importanti opere d’arte.
Anni più tardi, a Cortina venne girato un film – non l’unico – interpretato da Sylvester Stallone nella cui finzione scenica era ambientato sulle Montagne Rocciose.
L’indomani, dopo una sostanziosa colazione, Stavrogin e Ivana uscirono di buon’ora, accolti dal sole e da un cielo sgombro da nubi, ed esplorarono con calma il centro, soffermandosi ad osservare le varie vetrine e camminando lentamente. Le strade erano pulite, senza neve. Formavano una coppia notevole e attirarono diversi sguardi, a seconda dei casi ammirati o invidiosi. Un’unica persona, nascosta dietro un portone, li guardò con odio.
A pranzo, poterono gustare un’eccellente Gulasch süppe, seguita da un piatto di capriolo e mirtilli rossi e dall’immancabile torta di mele. La telefonata arrivò, mentre Ivana chiedeva entusiasta una nuova fetta di torta. La ragazza era decisamente una buona forchetta.
Altmann fu conciso. Si limitò a indicare un posto e un’ora.

Anche l’Uomo di Ghiaccio era giunto a Hayden la sera precedente. Alloggiava all’hotel Miramonti. Quella mattina aveva interpretato il pensiero di Matrioska, comportandosi esattamente come l’agente del KGB aveva previsto, cioè girando a piedi e tenendo gli occhi bene aperti. Individuati i due, li aveva seguiti fino all’albergo.
Conosceva bene Cortina – appunto Hayden in tedesco – e, ancor prima di lasciare Vienna, aveva già scelto il luogo dove avrebbe ucciso Stavrogin. Si trovava in fondo alla cittadina, sul lato opposto rispetto al Cadore; era una piccola via secondaria, sulla destra della strada principale. Procedendo in quella direzione, le case man mano diminuivano fino a scomparire del tutto per lasciare spazio a campi frequentati dai ragazzi locali che lì d’estate giocavano a calcio e in inverno con le slitte, immaginando di essere Eugenio Monti o Franco Gaspari, nomi mitici nella storia del bob. Alla sera, però, rincasavano e quei luoghi rimanevano deserti fino al giorno successivo.
Altmann era soddisfatto. L’ebrea era stata di suo pieno gradimento e aveva corrisposto in pieno alle sue attese: era morta, strillando come un maiale.
Ma la soddisfazione maggiore sarebbe stata ammazzare il russo.
Mancavano poche ore.

PROSSIMAMENTE SU QUESTI SCHERMI:
Due anni dopo essere stata nominata direttore della CIA, Monica Squire decise di partecipare alle elezioni presidenziali. Fu convinta dal marito, Martin Yarbes, e dai funzionari di grado più elevato. All’epoca, Monica aveva sessant’anni, che portava splendidamente, ed era considerata un caso da Guinness dei primati: mai, prima di allora, una donna era assurta ai massimi vertici di Langley.
Vinse le primarie del partito democratico e si trovò a sfidare il candidato repubblicano, che in base ai sondaggi era considerato nettamente favorito. Si chiamava John Craven.

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AeroflotPoche ore più tardi, a Yazenevo Ivan Ivanovic Volkov ricevette dalle mani di un addetto alla decrittazione della prima direzione centrale il messaggio di Altmann debitamente decifrato.
Lo osservò per alcuni istanti, quindi lo porse al suo assistente. “Chi dobbiamo mandare?”, domandò quest’ultimo, dopo averlo scorso.
“Nessuno.”, rispose Volkov. Se l’altro rimase stupito, non lo diede comunque a vedere. Contrariamente alle sue abitudini, il responsabile della quarta sezione si sentì in dovere di spiegare. “Quel criminale nazista è un osso duro, un uomo freddo e spietato, nonché estremamente capace. Bene, Stavrogin è chiamato alla prova: a seconda del risultato che riuscirà a ottenere, sapremo veramente quanto vale.” Volkov tirò fuori da un cassetto della scrivania un fascicolo dalla copertina rossa, sulla quale spiccavano falce e martello. “Legga questo dossier, compagno. Ritengo che sia molto istruttivo.”
Il dirigente si alzò e andò alla finestra. “A Berlino, Matrioska ha svolto un ottimo lavoro; ma ciò che è maggiormente interessante riguarda le circostanze che lo portarono a entrare nel KGB.”
Mentre il sottoposto leggeva con attenzione il documento, Volkov pensava a quanto vi era scritto. Avrebbe potuto ripetere intere frasi a memoria. Aleksandr Stavrogin era stato arrestato dalla Milizia e pestato a sangue, dato che aveva aggredito un poliziotto che, a quanto si diceva, – ma non esistevano prove certe – stava molestando sua sorella. Matrioska aveva subito una serie interminabile di percosse senza mai battere ciglio. Fissava gli aguzzini con occhi privi di espressione. Un ufficiale, incuriosito, aveva partecipato di persona alla punizione del prigioniero, rimanendo alla fine sconvolto. “Quello non è un essere umano! E’ una macchina.”, era stato il suo commento. E poiché era in procinto di entrare a far parte del KGB aveva proposto ai superiori di arruolare anche Stavrogin. In quanto a Matrioska, che era un fervente comunista, aveva accettato di buon grado. Successivamente, era risultato sempre il primo in ogni fase dell’addestramento. Sembrava non conoscere la fatica, l’ansia, il dolore. E ora, Volkov ne era sicuro, avrebbe ucciso Klaus Altmann.
Però, voleva una conferma definitiva. Era un rischio calcolato, e nel corso degli anni ne aveva già affrontati molti. D’altro canto, in ultima analisi, era anche il modo migliore per valutare con assoluta certezza il valore di un agente. Il lavoro di Volkov non consisteva nel vendere Bibbie.
“E se dovesse morire?”, chiese l’aiutante, che nel frattempo aveva terminato di leggere.
Volkov si voltò. Rispose lentamente. “Non accadrà.”, disse. “Ma se dovesse succedere, significherebbe che abbiamo contato un pulcino prima che uscisse dall’uovo.”

A Langley era mattino inoltrato. Monica Squire, rossa in viso per la collera e la frustrazione, si era appena sentita dire dal direttore della CIA che non sarebbe partita con John Lodge. Al suo posto sarebbe andato Crotalus, al secolo Daniel Clark.
“Ho riflettuto a lungo.”, disse Paul Harrison. “Se ho preso questa decisione è a causa di quanto è avvenuto a Cipro. Mi rimorde la coscienza, dato che sono stato io a inviare laggiù la povera Kris, e quello non era il genere di missione adatto a lei.”
“Io non sono Kris Howe.”, ribatté Monica, cercando di mantenere la calma. “Non possiedo l’intelligenza che aveva lei, però i miei test erano migliori, ricorda?”
Harrison aveva il fascicolo sulla scrivania. Inforcò gli occhiali e scandì le parole nel tono di un giudice che pronunciasse una sentenza. “Agente Squire, qui c’è scritto, riporto testualmente: Intelligenza superiore alla media. Dotata di notevole intuito e di grande capacità di analisi. Estrema facilità nell’apprendere le lingue straniere. Alto spirito patriottico.”
“Ebbene?” lo interruppe Monica.
Harrison alzò una mano per intimarle di tacere.
Monica serrò le labbra.
“Poi, però, viene aggiunto: Seconda classificata nel torneo di tiro a segno. Quarta nel campionato di lotta e terza in quello di judo. Si suggerisce una promozione. Per quanto riguarda la promozione non ci sono problemi. Ma io non vivo isolato in una torre d’avorio e non considero gli uomini e le donne che ho l’onore di dirigere delle pedine da muovere e spostare a mio piacimento. La mia non è stata una nomina politica; prima di arrivare in questo ufficio, ho rischiato più volte la vita… e ho ucciso. Ora, in considerazione dei nemici che Lodge dovrà affrontare, gente feroce, abituata ad ammazzare e a seviziare, i suoi risultati non sono sufficienti.” Picchiò un dito sul dossier. “Quando leggerò prima classificata in almeno due delle discipline di cui sopra, e in seguito a ciò parteciperà a competizioni in cui saranno presenti anche maschi, allora vorrà dire che lei sarà pronta. Ma non lo è adesso. Kris ha perso la vita perché non si è dimostrata in grado di sconfiggere un’italiana. Un’italiana, badi bene! Non una donna del KGB! Non desidero altre vittime sulla coscienza. E questo è tutto, agente Squire. Buona giornata.”
Monica uscì dallo studio furibonda.

Altmann si trovava a Vienna. Non aveva scelto un hotel di lusso ma una modesta pensioncina situata in periferia dove il personale aveva la buona abitudine di chiudere entrambi gli occhi in cambio di una mancia generosa.
Guardava la neve scendere copiosa e aspettava che un uomo di sua fiducia, un vecchio camerata, mantenesse fede ai patti e gli portasse una piccola, lurida, ebrea, con la quale avrebbe trascorso in maniera soddisfacente il resto della giornata.
Nella camera si diffondevano le sublimi note del Requiem di Mozart. Più tardi, il tedesco avrebbe alzato il volume.
Non si sarebbe trattenuto a lungo nella capitale austriaca. Lo attendevano una Mercedes e un viaggio piacevole. Mancava poco ormai. Poi il russo sarebbe morto.

A Berlino, Matrioska e Ivana stavano ultimando i preparativi per la partenza. Si sarebbero imbarcati quella stessa sera su un mezzo dell’Aeroflot che li avrebbe condotti in Spagna; da lì avrebbero proseguito in macchina. Disponevano di documenti perfetti, che li indicavano come cittadini della Germania Occidentale, e avevano apportato alcune modifiche al loro aspetto. Pochi ritocchi effettuati da esperti, che Stavrogin giudicava più che sufficienti. Le foto sui passaporti e sulle patenti di guida corrispondevano alle nuove fisionomie.
Aleksandr all’inizio era parso scettico, poi aveva finito per dare ragione a Ivana. Il Paese era l’Italia e, se questo presupposto corrispondeva al vero, era accettabile l’interpretazione della giovane. Secondo la mentalità contorta di Altmann, chi aveva tradito il Patto era da considerarsi responsabile della cortina di ferro. Ciò indicava un luogo. Il luogo dove il tedesco li avrebbe aspettati quattro giorni dopo.

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AleksandrLa telefonata arrivò alle dieci del mattino di un giorno freddo e piovoso. Sebbene l’ufficio dove fu immediatamente trasmessa fosse angusto e piuttosto tetro, la linea era assolutamente sicura. Chi stava chiamando, da Londra, non era altrettanto certo dell’efficacia dei metodi di controllo posti in essere all’ambasciata sovietica; perciò si era recato in una cabina. Le possibilità che fosse intercettata erano molto vicine allo zero, anche perché non si sarebbe dilungato. “Sono stato contattato da un certo Barbie.”, disse il rezident del KGB, Sergej Vadimovic Sokolov. “Questa volta niente buffonate, nessuna donna della CIA che finge di voler passare dalla nostra parte. Solo un messaggio, da trasmettere urgentemente: Chi tradì il Patto, complice della cortina di ferro, nessuna compagnia, sedici è il multiplo. Non avrei dato peso alla cosa, ma Barbie mi ha dimostrato senza ombra di dubbio di essere Altmann, e ha insistito sull’urgenza. E’ tutto, compagno Stavrogin.”
Sokolov riagganciò e tornò al suo lavoro. A Berlino, Matrioska ascoltò la registrazione della telefonata, trascrisse quelle parole apparentemente incomprensibili e le rilesse varie volte.
Dunque Altmann si era fatto vivo di persona. Ma qual era il senso di quel messaggio? Il motivo per cui fosse così oscuro era evidente: il tedesco riteneva che Aleksandr lo avrebbe decifrato; gli altri no. Un attestato di stima, pensò ironicamente Matrioska; poi fece un cenno a Ivana e le porse il foglio di carta sul quale aveva annotato quella comunicazione in codice. Intanto si chiedeva se il rezident avesse provato a decrittarla con i computer e se a Mosca ne fossero al corrente. Tutto sommato, erano domande inutili.
Ivana alzò lo sguardo e fece un primo tentativo. “Chi tradì il Patto? L’Italia, quando si arrese agli americani. Credo che Altmann si riferisca al famigerato Patto d’Acciaio.”
Stavrogin la fissò, pensoso. La ragazza non sarebbe potuta restare a Cipro, né tornare in patria. In attesa di andare in Unione Sovietica, gliel’avevano affidata per qualche tempo.
Il tenente del KGB scosse la testa. “Un nuovo rendez vous a Bellagio? Non credo proprio.”
“Non necessariamente lì.”, replicò Ivana. “Quello che mi sfugge è il significato della seconda frase.”
“Vediamo.”, disse Aleksandr. “Chi tradì il Patto, complice della cortina di ferro, nessuna compagnia, sedici è il multiplo. Concentriamoci sul resto. Due considerazioni: la prima, che il testo è in codice non perché Altmann non voleva che a Yazenevo lo comprendessero, bensì per la ragione opposta, vale a dire con lo scopo di tenere all’oscuro delle sue iniziative CIA e SIS. Ha deciso di agire da solo. In questo senso, va interpretata la terza frase, nessuna compagnia. E immagina che, a causa del mio amico Klavdij, anch’io mi presenterei privo di scorta; però, forse, si sbaglia. Forse, porterò con me una ragazza capace di uccidere a mani nude una cekista addestrata a Langley.”
Ivana Barzaghi avvampò in viso, soddisfatta e lusingata.
“La seconda considerazione è che non si è avvalso di regole classiche; in pratica, non intendeva farmi ammattire e riteneva che avrei capito le sue parole, e in tempi rapidi.”
Ivana lo ascoltava con attenzione.
“Ora”, proseguì Matrioska, “Altmann desidera incontrarmi, non si fida più dei suoi attuali padroni e mi invita in Italia – sono d’accordo con te -, specificando che non avrà alle costole agenti del MI6 e della CIA. Sedici è il multiplo: l’appuntamento è fissato fra quattro giorni, due rappresenterebbero un lasso di tempo troppo breve. Ma esattamente dove, in Italia?”
“I nostri capi avrebbero potuto darci una mano.”, disse in tono stizzito Ivana.
“Forse a Yazenevo hanno altre cose a cui pensare, e questo è ragionevole, anche se sottovalutare il problema che rappresenta il tedesco sarebbe un grave errore. E’ lui l’uomo che dirige la rete dei traditori, lui il principale referente degli americani. A meno che… a meno che non ripongano tutta la loro fiducia in me. In tal caso cercherò, anzi cercheremo, di ripagare quella fiducia, compagna.”
Ivana gli sorrise. Dopo ciò che Aleksandr le aveva detto in modo alquanto brutale a Cipro, fra loro era tornato il sereno e avevano fatto ancora l’amore.
Tornarono a esaminare il messaggio dell’ex Hauptsturmführer della Gestapo. La pioggia si era fatta incessante: sospinta da violente raffiche di vento si scagliava sui vetri dell’unica finestra, mentre in lontananza si udiva il rombo dei primi tuoni.
A mezzogiorno, un sergente bussò alla porta, entrò nell’ufficio e depose sulla scrivania un vassoio contenente tè, salsicce, pane nero, insalata di cavoli e cetrioli. Matrioska mangiò con appetito, l’italiana si limitò a sorseggiare la bevanda, guardando un po’ disgustata il pranzo di Stavrogin. Trasse un sospiro: una volta a Mosca, avrebbe dovuto abituarsi.
Aleksandr notò il suo scarso entusiamo. “Preferisci un sandwich?”, le chiese, comprensivo.
“Grazie, compagno! Ma senza cavoli, per favore!”, rispose lei ridendo.
Dieci minuti più tardi, dopo aver spiluccato un panino che giudicava francamente pessimo, Ivana si versò un’altra tazza di tè ed esclamò: “Ci sono, ho capito!”

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l'uomo di ghiaccioAleksandr annuì per la seconda volta. Ma i suoi occhi erano gelidi. “Già.”, disse. “Era una prova, però per me non è sufficiente. Perché hai lottato con l’americana?”
“Voleva ucciderti!”
“No. Prima avrebbe eliminato Altmann; questo era il suo scopo.”
“Ma…”
“Tu parlavi di prove, vero? Una sicuramente c’è: sei un killer. Ma, da quanto ne so io, potresti essere anche una doppiogiochista. Forse lavori per il SIS, e i loro piani erano diversi da quelli della donna della CIA.”
Ivana lo fissò, incredula.
“Parliamoci chiaro: il SISDE vale meno di zero. Se tu fossi israeliana o francese, avresti certamente potuto stenderla. Al Mossad e allo SDECE sanno fare bene il proprio mestiere. Appartieni al KGB – sostieni -, però non sei mai stata a Yazenevo; ne consegue che ti hanno addestrata altrove, altrimenti non sapresti batterti, soprattutto non con un’agente che veniva da Langley. Dove hai imparato, Stella Rossa? O, magari, preferisci essere chiamata Red Star?”
Ivana spostò lo sguardo sul mare, un’immensa distesa nera. Solo di tanto in tanto un raggio di luna o il flebile barlume di una stella penetravano quell’oscurità. Poi si voltò verso Matrioska e con calma disse: “Avevo la tua pistola… potevo ammazzarti.”
Stavrogin scosse la testa. “Come ultima soluzione. All’MI6 farebbero i salti di gioia all’idea di catturarmi e portarmi a Londra. Esistono sostanze chimiche che inducono a parlare, a svelare ogni segreto; io ne sono immune, però questo non lo sanno. Tu non sei in grado di catturarmi, ma intanto mi hai impedito di uccidere Altmann. L’americana gridava perché era in preda al panico e alla frustrazione: aveva capito che eri più forte di lei. Tu, invece, gridavi senza motivo; una persona che sa lottare e che sta vincendo, un’esperta, non grida. Ma in realtà, una ragione c’era: distrarmi, e ci sei riuscita perfettamente!”
Ivana fece un sorriso amaro. Indicò il cadavere di Kris Howe. “Se ci fossimo battute dieci volte, l’avrei sconfitta dieci volte, e che tu ci creda o no queste cose le ho imparate in Italia. Due miei zii hanno combattuto in Russia e, se tu avessi letto “Centomila gavette di ghiaccio”, sapresti quanto vale un italiano. E non erano neppure fascisti! Se ho urlato è stato perché lei, disperata, mi aveva messo una mano in un posto… ehm, intimo, e per un attimo ho provato un dolore atroce. E poi, chi mi ha rapita al ristorante?”
“Ti eri seduta vicino al mio tavolo.”
“Certo!”, sbottò Ivana. “A causa di un ordine ricevuto dal KGB!” Le argomentazioni del russo erano assurde e cominciava a stancarsi di quel fuoco di fila di domande e di obiezioni, degno di quanto succedeva alla Lubjanka. Il tutto era reso più ossessivo dal tono di voce freddo e monotono, da cui non trapelava alcuna emozione. Eppure avevano giaciuto assieme…
“Delle due l’una.”, concluse risentita, “Se appartenessi al SIS non avrei sparato al tedesco, sia pur non centrandolo come volevo, per via del buio; e se fossi della CIA, non avrei ammazzato una collega. Ti basta questo?”
“Allontaniamoci da qui.”, disse Matrioska, passandole un braccio sulle spalle. “Ora sono soddisfatto.”
Io no, pensò la ragazza, scostandosi.

La notizia della morte di Kris Howe giunse a Langley come un fulmine a ciel sereno, precedendo di ventiquattro ore la salma. Prima di tributarle un funerale da eroina, le analisi dimostrarono che non era stato un uomo a ucciderla e ciò lasciò alquanto perplesso Paul Harrison.
Monica Squire partecipò alle esequie con il volto rigato di lacrime. Se qualcosa si era rotto fra di loro, forse era dipeso da lei. Era possibile che Kris avesse ragione. Una principiante che cerca di superare la Maestra. A livello inconscio, poteva essere vero. Il pensiero che l’angosciava maggiormente era che, se fosse stata al suo fianco su quella maledetta isola, magari sarebbe riuscita a salvarle la vita. Avrebbe voluto vendicarla, con tutto il cuore; purtroppo il dovere la portava lontano: era attesa da un volo che l’avrebbe condotta in Africa, dove avrebbe combattuto un’altra guerra. Dentro di sé, non ignorava che la morte, per tutti loro, era sempre in agguato, simile a una belva feroce che nella notte aspetta di spiccare il balzo. Questione di scelte. A lei non sarebbe piaciuto lavorare in banca.
Successive indagini stabilirono che con ogni probabilità l’assassina era un’agente del SISDE, Ivana Barzaghi. Seguirono note di protesta e reazioni allarmate da parte delle autorità italiane, che promisero l’immediato arresto della donna.
“Nuts!”, si disse il direttore della CIA.
Ad aggravare il suo mal di testa, fu l’annuncio che Klaus Altmann desiderava conferire con lui.
“Geliebte Führer”, esordì L’Uomo di Ghiaccio, esprimendosi apposta in tedesco, “se vogliamo venirne a una, desidero che mi si lasci lavorare da solo. Comprendo le vostre buone intenzioni, ja, ma finora abbiamo ottenuto soltanto fallimenti. Perciò, la pregherei di bloccare le iniziative del servizio che lei ottimamente dirige e soprattutto quelle del SIS. Insisto fermamente. Questa è una faccenda che riguarda me e il russo. E la sistemerò a modo mio.”
Harrison lo fissò con evidente antipatia.
Quindi, annuì.
“Come preferisce, Hauptsturmführer.”

Vi ricordo il mio nuovo romanzo, “Il Crepuscolo della Lubjanka”, reperibile da Mondadori, Hoepli, Ibs, Libreria Universitaria, etc.
IBS – http://www.ibs.it/code/9788891134929/bianchi-alessandra/crepuscolo-della-lubjanka.html MONDADORI – http://www.inmondadori.it/search/?tpr=10&g=il+crepuscolo+della+lubjanka&swe=N&search-input=active HOEPLI – http://www.hoepli.it/cerca/libri.aspx?query=il+crepuscolo+della+lubjanka&arg=&x=39&y=15 LIBRERIA UNIVERSITARIA – http://www.libreriauniversitaria.it/crepuscolo-lubjanka-bianchi-alessandra-youcanprint/libro/9788891134929

IL CREPUSCOLO DELLA LUBJANKA LIBRO

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IvanaNel suo ufficio al quarto piano di Yazenevo, Ivan Ivanovic Volkov, l’uomo che era a capo della quarta sezione della prima direzione centrale del KGB, ascoltava attentamente ciò che Anatoliy Kozlov aveva da riferirgli. Poi prese in mano il dossier che l’altro gli porse.
I due non erano amici. Kozlov dirigeva la quinta sezione che fra le altre nazioni comprendeva Italia e Grecia. Volkov, che veniva dal campo e aveva rischiato varie volte la vita, lo considerava un ambizioso Apparatcik, un grigio burocrate il cui orgoglio era di gran lunga superiore alle sue capacità; ma nel presente caso avevano collaborato.
Come sempre, il fascicolo era esaustivo. In Unione Sovietica non esistevano documenti che non fossero ricchi di particolari, dai più insignificanti (ma non vi era mai nulla di insignificante, pensava Volkov) ai fatti veramente importanti. Ogni individuo era schedato, e ciò valeva anche per i personaggi più potenti: il controllo era un’ossessione, e apparteneva tanto a Yazenevo quanto alla Lubjanka. Il profilo delle persone prese in esame ripercorreva dettagliamente tutto il cammino compiuto, dall’infanzia all’età attuale. In quel clima che può essere definito di cupa paranoia, prima e seconda direzione centrale si sorvegliavano a vicenda.
Come sua abitudine, Volkov lesse rapidamente. Nome e cognome. Genitori. Studi svolti. Altezza. Peso. Caratteristiche particolari. Note di merito. Arrivò al punto cruciale. Agente del SISDE, infiltrata nei gruppuscoli sovversivi di sinistra – gli utili imbecilli, avrebbe detto Lenin -, dove godeva di una certa influenza; in realtà, “reclutata” dal KGB per merito di un brillante agente illegale che operava prevalentemente in Italia.
Studiata ai raggi X, aveva superato tutte le prove: era una leale sostenitrice dell’Unione Sovietica e, dato che parlava perfettamente il russo, era previsto che nel giro di tre anni sarebbe stata promossa e trasferita a Mosca. Era dotata di un’ottima mira, sapeva battersi ed era intelligente e perspicace. Per una pura coincidenza, in quei giorni si trovava a Cipro in viaggio premio; e per un caso fortuito era stata rapita da Matrioska. Volkov si lasciò sfuggire una risata. “Stavrogin è sempre stato fortunato.”
“No.”, disse Kozlov. “Avrebbe comunque fatto in modo di incontrarlo.”
“Lui sa?”, domandò Volkov.
“Per il momento, no. Lo scoprirà fra breve.”
Volkov annuì. “Ben fatto, compagno.”

Il segnale di Ivana!
Questo significava che lo avevano individuato e seguito. Per Aleksandr la parola di un nazista valeva meno di zero, ciò nonostante era portato a credere che Altmann sarebbe venuto da solo. Per orgoglio. Per desiderio di vendetta. Il che voleva dire che, come aveva previsto, il tedesco era stato pedinato. E voleva anche dire che adesso si trovava in un punto imprecisato dietro di lui. In tal caso, sarebbe stato un bersaglio facile, però poi sarebbe intervenuto l’agente del SIS o la donna della CIA. Chiunque dei due fosse, Ivana non era in grado di fermarli: loro erano professionisti, lei una ragazza volenterosa che cercava di rendersi utile, ma il cui compito si era esaurito quando aveva acceso per la seconda volta lo zip. Altro non poteva fare.
Un problema alla volta, si disse.
Si mosse lateralmente, scrutando intorno a sé, e in quel momento gli giunse nitido il suono di due voci femminili, entrambe alterate; poi un rumore di lotta. A causa del vento o della disposizione delle rocce sulla spiaggia,  che erano posizionate a intervalli quasi regolari sulla sabbia, percepiva pressoché distintamente quanto avveniva a qualche decina di metri di distanza. L’italiana e l’americana si stavano battendo. Povera Ivana, pensò.
Un’esitazione che si dimostrò fatale.
Fu questione di un attimo e percepì un odore particolare, che ben conosceva. Reagì con grande prontezza. Spiccò un balzo, e contemporaneamente chiuse gli occhi e si tappò il naso. Se avesse esitato per un solo istante, sarebbe stato fuori gioco per almeno due ore. Gas paralizzante. Difelinammina. Il vento dissolse la piccola nube tossica, senza che Aleksandr riportasse danni rilevanti, ma quando si rialzò era lievemente confuso e l’Uomo di Ghiaccio era di fronte a lui. E aveva una pistola in pugno.
“Due parole, prima di accommiatarci per sempre.”, disse con calma Altmann. “Mi piacerebbe parlare più a lungo con lei, tenente, purtroppo però dietro di noi ci sono due gatte che si stanno accapigliando, e poiché vincerà la gatta americana non vorrei trovarmi con una pallottola nella schiena. Non sono uno stupido e ho capito le sue intenzioni. Qualcosa, comunque, le dirò. Conosco Berlino meglio di tutti voi. Conosco ogni buco, ogni passaggio segreto, ogni possibile anfratto. E continuerò a colpire, a dispetto di tutte le precauzioni che prenderete… mi scusi, che prenderanno i suoi successori. Mi farò beffe dei vagoni blindati, dei posti di controllo, e la mia rete si estenderà sempre più. Alla fine, il Reich vince sempre. Come si diceva ai tempi gloriosi? Deutschland über alles! Beh, quei tempi torneranno. E molto presto, caro tenente.”
Altmann prese la mira.
Stavrogin batté i tacchi.
Risuonò uno sparo.

Dall’altra parte del mondo, a Langley, in Virginia, era pomeriggio. Monica Squire si alzò dalla scrivania per stringere la mano a John Lodge, che d’ora in avanti avrebbe affiancato, vista la difficile convivenza con Howe. John le sembrò un tipo aperto e solare. La invitò al bar, dove ordinarono due caffè doppi. “Qualche piccolo problema di rivalità femminile?”, le domandò con un sorriso, prima di sorbire la bevanda calda. Aveva un bel sorriso, pensò Monica. “Sembrerebbe.”, rispose. Sapeva che sarebbe stato inutile aggiungere altro: sicuramente Lodge conosceva a memoria il suo dossier.
“Succede in tutte le migliori famiglie, ma sono sicuro che noi andremo d’accordo. Tanto per cominciare non sono bello come Kris!” Risero entrambi, e Squire si rese conto che John possedeva il raro dono di mettere a proprio agio la gente.
Lui bevve il caffè, poi divenne subito serio. “Più tardi ti mostrerò le foto della mia famiglia, una moglie e una figlia: si usa fra bravi colleghi; ma adesso dobbiamo occuparci di un problema che forse piccolo non è.”
“Devo preparare la valigia, agente Lodge?”
“Chiamami John. No, nessuna valigia. Ci saranno due diversi tipi di intervento, uno in loco e uno qui a livello di coordinamento, classificazione dati, etc. Qualora la cosa si rendesse necessaria, qualcuno ai piani alti si metterà in contatto con il Segretario di Stato. Il nostro compito è di verificare certe informazioni per poi analizzarle. Ma parleremo meglio nel mio ufficio.”
La guidò lungo un corridoio. La sua porta era la terzultima a destra. Entrò, si sedette a cavalcioni su una sedia, liberandosi della cravatta, e ne indicò un’altra a Monica, che si accomodò come lui. Anche se indossava una gonna piuttosto corta, Lodge non si sognò di sbirciarle le gambe. Un altro punto a suo favore. La donna si guardò attorno: era un ambiente di modeste dimensioni, molto pulito e ordinato; sulla parete di fronte alla finestra notò le famose fotografie, senza tuttavia soffermarsi a esaminarle. Lodge si protese per prendere un fascicolo da un ripiano.
“Un rapporto da Roma.”, disse. “Italia.”

Il cervello umano è simile a un computer: raccoglie un’infinita quantità di informazioni, ma, a differenza dei pc più obsoleti, a seconda dell’intelligenza, della capacità di discernere quelle utili, separandole da quelle ininfluenti, come farebbe un cercatore d’oro, si crea man mano un vasto bagaglio di conoscenza. Questo, naturalmente, non vale per tutti. Uno psicopatico tratterrà notizie che la sua mente distorta reputa a torto vitali. Un individuo di scarso comprendonio si lascerà sfuggire dati che in realtà gli potrebbero servire. Un uomo mediocre si accontenterà di immagazzinare un numero assai ridotto di input.
Ma un agente del KGB, reduce da un addestramento Spetsnaz, è una macchina.
In un millesimo di secondo, Matrioska comprese di aver commesso un secondo errore. Si era lasciato distrarre dalle voci concitate delle due donne che stavano lottando sulla spiaggia; questo errore ne racchiudeva un altro, ancor più grave: si era immedesimato in Ivana, aveva temuto per la sua sorte.
Se fosse sopravvissuto, il che era praticamente impossibile, avrebbe appreso una nuova lezione che avrebbe inserito in un luogo sicuro della mente.
Il rumore dello sparo lacerò la notte, mettendo in fuga gli ultimi gabbiani.
Stavrogin non provò dolore.
Vide, invece, Altmann barcollare. Poi il tedesco ringhiò: “Ci rivedremo ancora, tenente!”
Un istante dopo, era scomparso.
Matrioska pensò di inseguirlo, sebbene fosse più facile a dirsi che a farsi; era illeso ma un po’ di gas lo aveva comunque raggiunto e provava un vago senso di intorpidimento. In ogni caso, fu distratto da una nuova presenza.
Una giovane donna forte e atletica.
Ivana guardò in alto. La luna era completamente oscurata, le stelle solo pallidi puntini. “Non lo troveremo mai. Occupiamoci piuttosto dell’americana.”
Camminarono sulla sabbia, cercando di non finire contro un masso.
Il tragitto fu breve. L’italiana puntò un dito in direzione di un avvallamento.
La donna della CIA era legata mani e piedi. Ivana passò la Tokarev a Matrioska. “Con lei non mi è servita.”, disse scrollando le spalle con fare modesto.
“Chi sei?”, le domandò il russo.
“Nome in codice “Stella Rossa”. KGB, prima direzione centrale.”
Aleksandr la fissò pensoso. Poi indicò l’americana che li guardava con gli occhi colmi di terrore. “Sta a te decidere.”
“Ha sentito troppo.” Ivana rifiutò la pistola. “Ci sono altri metodi.”
“Pietà! Non voglio morire!”, gridò Kris Howe.
“Desiderio legittimo, ma irrealizzabile.”, dichiarò l’italiana con voce piatta. La trascinò fino al mare, mentre Kris continuava a urlare, vide che l’acqua era troppo bassa e si mise a cavalcioni su di lei. Aleksandr osservava impassibile la scena. Pietà! Quante volte avrebbe sentito quell’implorazione, quella supplica, che apparteneva ai deboli. Nel mondo in cui viveva non c’era posto per essa, non era consentito indulgere a sentimenti di compassione.
Per tre minuti Kris scalciò disperatamente, per quanto le era consentito dai nodi. Alla fine ogni movimento cessò.
Ivana tornò da Stavrogin. “Era una prova, vero?”
Matrioska annuì.

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