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Archive for maggio 2016

IL PROCESSO 1

Il processoI nemici, e non ne aveva pochi, lo chiamavano lo Squalo. James Rodixidor,  invece, chiamava se stesso il Migliore. Scaltro e dotato di un’intelligenza diabolica, non aveva mai perso un processo. Scrutò la giuria e annuì soddisfatto.
Maria Rosaria Ili, Marirò per il marito, era un giudice di vasta esperienza e di assoluta, nonché provata, severità. Riteneva quel dibattimento alquanto noioso, comunque lanciò uno sguardo al legale. “Può procedere”, disse, scandendo bene le parole, ed evitando di far emergere l’accento texano.
Sebbene apparisse tedioso agli occhi del giudice, si trattava di un caso curioso, in quanto la querelata aveva a sua volta denunciato la parte lesa per percosse e quindi a livello penale. Malauguratamente il suo avvocato, che anni prima era stato un principe del foro, era diventato un alcolizzato e aveva combinato un pasticcio. A causa di un vizio di forma, la causa non sarebbe mai approdata nell’aula di un tribunale. J.P. Newwhitebear, il legale, aveva fatto notare alla sua cliente che in ogni caso mancavano testimoni e pertanto le probabilità di vincere erano praticamente nulle, il che era vero anche se rappresentava un tentativo di scagionarsi. “Mi ha pestata!”, aveva esclamato furibonda Alexandra White. “Me le ha date di santa ragione!”
“Certo, ma nessuno ha assistito alla scena.”
Benché fosse inviperita, White non aveva cambiato avvocato.
Rodixidor iniziò a parlare. In tono pacato dichiarò che avrebbe dimostrato senza la minima ombra di dubbio che alla sua assistita era stato rubato un manoscritto. Era vestito in maniera impeccabile: un completo grigio di sartoria, scarpe italiane, cravatta annodata perfettamente. Come sempre, era rilassato e sicuro di sé. Puntò un dito in direzione di White e la voce si fece aspra. “Approfittando di un’amicizia che la mia assistita credeva sincera, questa… signora ha sottratto il frutto di un anno di fatica con lo scopo fraudolento di spacciarlo per suo.” Nadia Been annuì varie volte.
I giurati ascoltavano con estrema attenzione. Erano il risultato di una dura battaglia fra Rodixidor e Newwhitebear. Ciascuno dei due ne aveva scartati dieci, ma mentre Rodixidor era ragionevolmente soddisfatto dell’esito, Newwhitebear nutriva seri dubbi su almeno tre di loro. In compenso, sentiva di poter contare su altri due. Il suo obiettivo era di far sì che non si giungesse a un verdetto o, meglio ancora, che White venisse scagionata. Il portavoce dei dodici giurati, tale Willyco, risultava il più enigmatico; questo per una ragione molto semplice: anch’egli scriveva. Ambedue gli avvocati avrebbero voluto escluderlo, però avevano esaurito il numero delle scelte.
Rodixidor annunciò che avrebbe chiamato a deporre insigni studiosi del linguaggio, i quali avrebbero confermato che lo stile di scrittura di “2693 D.C.”, il romanzo uscito a nome di Alexandra White, apparteneva inequivocabilmente a Nadia Been. Non si trattava di un plagio, ma di un autentico furto! Vi erano poi dei testimoni più che attendibili con cui Been si era confrontata durante la stesura dell’opera. Concluse la dichiarazione preliminare sollecitando la giuria ad emettere un verdetto esemplare, ringraziò e andò a sedersi al suo posto.
Toccò a Newwhitebear. Indossava un abito sgualcito, una logora camicia azzurra e un cravattino fuori moda che mal si intonava con la giacca. Era un suo vecchio trucco: lui non era un borioso avvocato che si faceva strapagare, non possedeva un aereo privato, né uno yacht. Era un uomo del popolo, semplice e genuino. Cominciò raccontando del pestaggio. La signora Been aveva picchiato la sua cliente, perché era una donna violenta. Spiegò in modo un po’ oscuro il motivo che aveva impedito a White di trascinarla in un tribunale. Calcò la mano, soffermandosi sull’immagine di una White in lacrime, spaventata, umiliata e sofferente. Aggiunse che “2693 D.C.” era farina del suo sacco e sfidò la controparte a provare il contrario. Descrisse la fatica, l’impegno e la dedizione che erano occorsi per scrivere il libro. Terminò appellandosi al senso di giustizia dei giurati: Alexandra White era doppiamente vittima. Aveva subito un duro pestaggio e ora si voleva privarla di ciò che era dovuto solamente al suo ingegno.
Il giudice soffocò uno sbadiglio e aggiornò la seduta all’indomani.

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Tic-tac. Tic-tac. Tic-tac.
“Così mi avete rintracciato.”, osservò con calma Sparrows.
Patricia non gli rispose. Fu Carrick a parlare. “Prima abbiamo sentito gridare una donna; c’è ragione di credere che voi teniate qui prigioniere Alexandra White e Nadia Greene.” La voce dell’investigatore era piatta, priva della minima enfasi.
Sparrows gli rivolse uno sguardo astuto. “Sono mie ospiti.”, replicò. “Ambedue liberissime di lasciare questa casa nel momento stesso in cui lo vorranno. Piuttosto, siete un poliziotto?”
Carrick scosse il capo.
“Perciò la vostra presenza non è gradita. Vi invito cortesemente ad andarvene. Ah, lo strillo che avete udito… involontariamente una delle due ha graffiato l’altra mentre la stava pettinando.”
“Carrick desidera vederle.”, disse l’investigatore. “Se confermassero la vostra versione, toglieremmo il disturbo seduta stante.”
Jack Sparrows lo scrutò, chiedendosi perché parlasse di sé in terza persona, ma non era importante. Aveva ben altro a cui pensare. Era fuori questione che gli consentisse di parlare con le due scrittrici. Analizzò la situazione. Lui era più giovane e più forte, tuttavia sospettava che Carrick fosse molto pericoloso. Scagliarsi su di lui a mani nude non era una buona idea, anche perché Patricia Thompson lo avrebbe aiutato ed era decisamente più aitante di Alexandra White. Due contro uno: non andava bene. Non ricordava più dove aveva messo il pugnale e quell’uomo poteva essere armato.
“Dunque vi chiamate Carrick?”, domandò per guadagnare tempo.
“E’ un’investigatore privato.”, interloquì Patricia. “Se davvero siete in buona fede, accompagnateci di sopra oppure fate scendere le mie amiche.”
Sparrows sembrò considerare la proposta. “Benissimo.”, disse. “Non ho nulla da nascondere. Solo un momento, prego.”
Si recò nuovamente in cucina.
Soltanto cinque anni prima, Carrick non glielo avrebbe permesso; gli sarebbe balzato addosso e lo avrebbe messo fuori combattimento. Ma, benché fosse ancora lucido e perspicace, non aveva più i riflessi di un tempo, sicché esitò un attimo di troppo. Quando si alzò dalla poltrona, era già tardi: Sparrows riapparve con una pistola.
Carrick teneva uno stiletto nella manica della giacca; da sempre era il suo strumento di difesa preferito. Però Sparrows non era abbastanza vicino e l’investigatore non aveva con sé altre armi. La pistola con cui aveva giustiziato Jack the Ripper era chiusa in un cassetto della sua casa di Nizza. Troppi errori, si disse, rendendosi conto che la vecchiaia incombeva. Non aveva mai temuto la morte, che comunque sentiva prossima, sebbene per cause naturali e non ad opera di una pallottola; ma era in gioco la vita di tre donne. Guardò accigliato Patricia. Non avrebbe dovuto seguirlo. Rammentò che anche Ginger gli aveva disobbedito, pagando a caro prezzo la sua avventatezza. Ginger era stata l’ultima vittima di Jack the Ripper, prima che Carrick facesse giustizia, catturando la sua complice e in seguito condannando a morte il mostro. Ricordò i suoi pensieri di quella lontana sera. Jack the Ripper lo aveva sfidato, ponendolo di fronte a un dilemma morale: era giusto infrangere la legge? No, naturalmente. D’altro canto, Jack the Ripper era uno degli uomini più potenti di Londra, il Primo Lord dell’Ammiragliato. Carrick sapeva che non sarebbe mai finito sulla forca, e neppure in galera. Ma aveva ucciso e orrendamente mutilato le prostitute di Whitechapel.
La legge etica era superiore a quella dei giudici, si era detto Carrick.
Per quello gli aveva sparato a sangue freddo. Non se n’era mai pentito e in una circostanza analoga non avrebbe esitato a rifarlo.
Sparrows gli puntò la pistola contro, interrompendo le sue divagazioni. Un altro segno di vecchiaia, pensò l’investigatore. Rifugiarsi nel passato, anziché affrontare il presente. Eppure, non più tardi di qualche sera prima, aveva facilmente sopraffatto un delinquente che lo aveva assalito alle spalle. Però, da giovane, Carrick non si sarebbe lasciato sorprendere così, e questo era più rilevante del fatto che poi avesse avuto la meglio nel corpo a corpo.
“Non amo quello che sto per fare.”, disse Sparrows. “Ma “The Black Land”, il mio grande libro, è più importante di qualche vita umana. Rappresenta il futuro della letteratura!”
Patricia meditò di aggredirlo, ma purtroppo era vicina a Carrick; pertanto Sparrows le avrebbe sparato prima che potesse raggiungerlo. Entrambi erano sotto tiro.
“Bene.”, annunciò infine Jack. “Se volete dire una preghiera…”
Carrick sogghignò.

Con un ultimo sforzo disperato, Nadia sciolse i nodi che legavano i polsi di Alexandra. La scrittrice si massaggiò le mani. Greene mugolò. Voleva che White le ricambiasse il servizio, in modo da poter scendere e affrontare Sparrows. Aveva sentito bussare e sperava che il visitatore fosse Carrick. Forse aveva bisogno d’aiuto. Alexandra si tolse la calza dalla bocca, trasse un respiro profondo e si accinse a rendere il favore. Però, le mani le tremavano. Non riuscì nemmeno a liberarsi le caviglie. Provò invano con i nodi dell’altra. Lacrime di frustrazione apparvero nei suoi occhi.
Nadia mugolò ancora più forte, ma la scrittrice non sapeva cosa fare.

Jack Sparrows cominciò a premere il grilletto, fissando negli occhi Carrick. L’investigatore non mostrava alcun segno di paura. Era ammirevole, pensò Sparrows.
Patricia era bianca come un cadavere.
Da sopra proveniva uno strano trambusto. La tempesta era cessata all’improvviso, il vento aveva trascinato la pioggia altrove, e ora la notte era calma e silenziosa.
A un tratto Jack Sparrows si illuminò in un grande sorriso. “Lord Ascher!”, esclamò in preda a una gioia sfrenata. Era il personaggio del libro di Alexandra che più lo aveva colpito; forse per questo l’aveva proclamata vincitrice, benché per il resto il suo romanzo non fosse superiore a quello di Greene.
Ma Lord Ascher era eccezionale.
La malvagità pura, catturata sapientemente da White, e resa in modo incredibilmente efficace.
E se Lord Ascher ora si trovava lì era per un motivo ben preciso. Voleva “entrare” nel libro di Sparrows, rendere ancora più vivo e più bello “The Black Land”, cui effettivamente mancava un protagonista di tale levatura. “The Black Land” era un romanzo sublime, ma con l’ingresso di Lord Ascher sarebbe diventato addirittura perfetto: la più grande opera di tutti i tempi, il miglior libro mai scritto da un uomo.
Lo guardò, estasiato. Era maestoso, alto, imponente, terribile. Portava un’armatura nera, cingeva in una mano una gigantesca scure, nell’altra una spada infuocata, che emanava lampi di luce abbacinanti.
“Lord Ascher!”, urlò fuori di sé.
Era il momento più bello della sua vita.
Lo mirò a lungo, adorante.
Quindi, lentamente, si accasciò al suolo, mentre una profonda oscurità, simile a quella da lui descritta innumerevoli volte nelle pagine di “The Black Land”, si impossessava della sua mente tormentata, conducendola infine lontano, in un altro mondo.

Alex Alliston accolse Nadia Greene con un caloroso abbraccio. Lesse il suo romanzo e decise di pubblicarlo. Balzò subito in cima alle classifiche di vendita. Nadia abbandonò l’impiego da segretaria per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura.
Alexandra White stracciò il suo manoscritto, perché le evocava ricordi troppo angosciosi. Tornò alle “sue” storie, dove le fate vincevano e i cattivi perdevano. Per qualche tempo fu tormentata dagli incubi, ma gradatamente ritrovò la serenità, oltre a una maggiore consapevolezza, e i brutti sogni la abbandonarono.
Carrick tornò a Nizza.
In un mattino mite e soleggiato di inizio ottobre uscì di casa per intraprendere la solita passeggiata sulla Promenade des Anglais. Il mare si stendeva azzurro e limpido, appena increspato da una lieve brezza. Carrick camminava assorto in vaghi pensieri e per poco non andò a sbattere contro una giovane donna alta e bionda. Si scusò, e un istante dopo la riconobbe.
“Patricia!”
Lei gli sorrise timidamente.
“Cosa ci fa qui?”
Patricia lanciò uno sguardo al mare, quindi cercò i suoi occhi. “Ricordate quello che vi dissi quella notte, quando tutto fu finito?”
“E voi ricordate la risposta di Carrick?”, ribatté lui.
Patricia scosse la testa. “Non ho una buona memoria.”
“Insomma, Carrick vi aveva spiegato…”
La timidezza, comunque, non apparteneva alla giovane, che infatti riacquistò in breve la consueta determinazione. “Mi hai spiegato molte cose, Carrick: ma tutte stupide!”
L’investigatore sobbalzò per quell’insolenza.
Lei gli prese una mano e la strinse. “Perché gettare al vento la felicità?”
Lui la fissò. “Perché Carrick non sa amare.”, disse dopo un momento, liberandosi della sua mano.
“Ti insegnerò io.”, disse lei. “Non importa quanto durerà, se una settimana, un mese o un anno. Ciò che conta è che in quella settimana, in quel mese o in quell’anno, io ti renderò felice.”
Agitò i capelli biondi, e rise, una risata roca, irresistibile. Era bella, solare, radiosa. “Fidati di me!”
Carrick la guardava in silenzio.
“Per la prima volta in vita tua, sarai felice. Altrimenti che senso avrebbe l’esistenza?”
Si allontanò, diretta alla spiaggia. Si tolse le scarpe e, scalza, andò in cerca di conchiglie.
A un tratto si fermò e tirò fuori una vecchia moneta ricevuta in eredità da un lontano parente; l’aveva sempre considerata una specie di portafortuna. La contemplò per un momento, poi trasse un profondo respiro e la scagliò in alto.
Se fosse ricaduta dalla parte di Giorgio III, Carrick sarebbe arrivato.

Grazie per aver letto questa storia.

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All’improvviso Jack Sparrows sorrise. “Siete stato molto gentile a venire fin qui da Londra con questo tempaccio!”, esclamò rivolgendosi a Carrick. “Ma prego, entrate: siete tutto bagnato.” Era vestito in maniera elegante, ma l’investigatore notò che, sebbene calzasse delle scarpe e non delle pantofole, era a piedi nudi. Il viso presentava dei segni, come se fosse stato graffiato, e in genere erano le donne a usare le unghie: gli uomini preferivano i pugni. Notò anche un’altra cosa, che aveva un braccio dietro alla schiena.
“Sapevo che avreste cambiato idea.”, proseguì Sparrows animandosi, mentre si scostava per lasciar passare i due ospiti. Kara, in macchina, era nascosta dalla pioggia e dal buio; l’auto era parcheggiata in un piccolo spiazzo a circa trenta iarde di distanza.
Jack li invitò ad accomodarsi in soggiorno. “Il mio libro”, proferì in tono solenne, “cambierà per sempre il mondo della letteratura, ma non solo: anche la morale dominante. La sua pubblicazione rappresenterà un evento eccezionale, di importanza, oserei dire, storica. Vi preparo subito un tè!”
Carrick e Patricia si scambiarono un’occhiata perplessa.
Sparrows andò in cucina e tornò dopo pochi istanti senza tè. Il suo viso era di un pallore mortale, però gli occhi brillavano di entusiasmo e di eccitazione. “Ho lavorato a questo romanzo da quando ero bambino.”, continuò accalorandosi sempre di più.
Patricia si strinse nelle spalle.
“Quante notti insonni! Quanti giorni trascorsi a riversare su carta i miei pensieri più reconditi, trasformandoli in storie, vicende, così come un grande maestro traspone sul quadro la natura che sta osservando, o che ha già memorizzato, infondendole però il suo animo. Non quindi una semplice riproduzione, lasciamole ai dilettanti quelle!, bensì il senso più intimo e profondo di ciò che un albero, un prato o una montagna suscitano in lui. Inoltre, “The Black Land” fa piazza pulita di una lunga serie di libri tutti uguali l’uno all’altro al punto da sembrare copiati, se non fosse che ciascuno di essi risulta più scontato del precedente. Al bando fate vittoriose e buoni sentimenti! “The Black Land” rappresenta il lato oscuro di questo secolo; in parole povere, la realtà vera.”
A un tratto parve perdere il filo del discorso, ma dopo un momento aggiunse quasi sommessamente: “Senza contare che la trama è oltremodo avvincente.” Infine, sembrò spegnersi, di colpo, come una candela giunta al lumicino. Il suo sguardo divenne vacuo, una smorfia di dolore apparve sul suo viso. Era stato colto da un attacco, più forte degli altri, e, dopo averlo inizialmente riconosciuto, aveva scambiato l’investigatore per uno degli editori che avevano rifiutato il suo manoscritto. Il male che lo affliggeva progrediva rapidamente ed era possibile che gli stati di tensione acuissero le sue crisi. Però ora si era ripreso.
“Ma voi non siete il signor Squire! E allora perché vi trovate qui?”
Si voltò lentamente verso Patricia e la fissò con un sorriso gelido, da lupo. “Ah, già, capisco. Molto bene.”

Tic-tac. Tic-tac. Tic-tac.
Le due donne erano entrambe legate. La posizione più scomoda era indubbiamente quella di Alexandra: aveva le braccia dietro alla schiena e giaceva a pancia in giù. Inoltre, Sparrows aveva fatto i nodi con cattiveria, spinto a ciò dalla furibonda lotta sostenuta con lei. Erano talmente stretti che le mani cominciavano a gonfiarsi.
Nadia, invece, aveva i polsi bloccati, però poteva muovere le dita. Si sospinse verso la scrittrice per tentare di liberarla, ma nella foga la urtò con eccessiva forza; Alexandra era in bilico sul letto e finì a terra, cadendo di schiena. Un tuono coprì il rumore dell’impatto con il pavimento. Alexandra White picchiò la testa e trasalì per il dolore; sempre meglio, però, che prendere quella botta in faccia. Le faceva male anche lo zigomo, a causa del pugno di Sparrows. Si chiese se Nadia fosse impazzita o forse, pensò confusa, voleva vendicarsi.
Greene imprecò mentalmente, si spinse sul bordo del letto, dopodiché si lasciò cadere a peso morto.  Finì sopra a White, togliendole il fiato. Per un momento rimase ferma, poi rotolò via dal corpo della scrittrice. Adesso Alexandra era supina, ma finalmente comprese le intenzioni dell’altra. Per fortuna era agile e si girò facilmente. Era difficile slegarla in quelle condizioni, ma Nadia si mise a lavorare febbrilmente con le dita. Respirava a fatica, solamente con il naso, e i suoi movimenti erano necessariamente limitati, ma si dedicò a quel compito con tutta la determinazione che possedeva.

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TRUMP?

donald-trump21A meno di clamorose sorprese nelle ultime primarie, sarà Hillary Clinton a sfidare Donald Trump alle elezioni presidenziali del prossimo novembre. La Clinton potrà contare sul voto degli ispanici, dei neri, dei repubblicani moderati e di una parte non si sa quanto consistente dei democratici. Trump pescherà un po’ ovunque: repubblicani (non tutti perché il partito lo detesta cordialmente), democratici di destra, e la marea degli insoddisfatti, degli emerginati (bianchi), di coloro i quali sono “contro” il sistema, per ragioni a volte vaghe, in altri casi motivate.
In America non funziona come da noi. I due partiti sono raccoglitori di voti, ma rappresentano una minoranza; la maggioranza non si riconosce in uno schieramento, e di volta in volta si schiera con l’uno o con l’altro, più spesso ancora si limita a ignorare le urne.
Donald Trump a me fa pensare a un Berlusconi più pericoloso. Questo per due motivi. Il primo, che gli Stati Uniti sono la più grande potenza mondiale, mentre l’Italia ha e aveva un peso specifico modesto; la seconda ragione, che Berlusconi era molto più moderato nel linguaggio e meno virulento nel modo di porsi. Per il resto, entrambi hanno reati di vario genere alle spalle, amano le ragazzine, sono egocentrici, megalomani e perseguono (per Silvio sarebbe meglio dire “perseguiva”) il loro personale fine senza curarsi minimamente dei mezzi adottati.
Se dovesse vincere Trump si aprirebbe uno scenario inquietante. A differenza dell’ottimo marito, Hillary non è esattamente una pacifista e lo ha dimostrato in qualità di Segretario di Stato, però garantirebbe continuità e un percorso politico stabile, più o meno valido a seconda delle scelte che man mano prenderebbe.
Trump cavalca l’onda della protesta. Sia pur in modi diversi e con modalità differenti, è un fenomeno che riguarda anche la Francia, l’Austria e l’Italia: il rifiuto della politica, intesa come un male, e quindi da sostituire non si sa bene con cosa. Una forte spruzzata di razzismo e il qualunquismo portato a modello di sviluppo sono gli altri elementi su cui si basa tale “rifiuto della politica”. Spesso essa sarà anche fonte di corruzione e di malaffare, ma rimane un elemento essenziale della nostra civiltà del quale non si può fare a meno. L’alternativa sarebbe un ritorno ai tempi dei barbari.
Gandhi diceva: “In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica.”
Fra le esternazioni di Donald Trump cito:
– Una nazione senza confini non è una nazione. Ci deve essere un muro per segnare il confine meridionale.
– Il global warming è solo una ‘bufala’, punta alle fonti fossili per lo sviluppo dell’industria e dell’economia del Paese. (Tra le promesse fatte vi è quella di smantellare l’EPA – Environmental Protection Agency – l’agenzia governativa ambientale che molto ha fatto in questi anni per la tutela dell’ambiente).
– Va eliminato il diritto di cittadinanza per nascita per collocare gli americani ai posti di comando.
– Il diritto a possedere e portare armi non deve essere scalfito. (Inutile dire che gode dell’appoggio delle lobby delle armi e di moltissimi bianchi del sud).
Parole di un demagogo populista.
Trump ha mosso false accuse a Hillary Clinton, sostenendo che vuole abolire il Secondo Emendamento (che garantisce la facoltà di avere armi), cosa assolutamente non vera: la Clinton chiede solo maggiori restrizioni. Fra l’altro, nelle tenute di mr. Donald, è vietato portare con sé qualsiasi tipo di arma. Nella realtà, sembra che lui non le ami affatto. Ma è a caccia di voti…
Quando Trump annunciò la sua decisione di candidarsi dichiarò di aspirare a essere il più grande presidente mai creato da Dio. (E anche in questo ricorda un po’ Berlusconi, solo che Silvio probabilmente lo avrebbe pensato con sincerità).
Infine, nel suo programma, c’è una presa di posizione durissima contro la Cina, considerata un nemico.
Hillary Clinton è tutto tranne che uno stinco di santo, però garantirebbe quattro o otto anni nel segno della stabilità e di un moderato progresso. Niente di eccezionale, per carità, ma una via senza sorprese.
Con Trump sarebbe un salto nel buio.
Se io fossi americana, voterei non già per Hillary Clinton ma CONTRO Trump.
Il mio pensiero è condiviso dal Washington Post che in un duro editoriale afferma: Trump è un uomo il cui principale talento politico è quello di riflettere i peggiori istinti della società americana.

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Jack Sparrows strappò il pugnale dalle mani di Nadia. Si voltò verso Alexandra, la fissò per un attimo, quindi la schiaffeggiò con violenza. La scrittrice finì a terra con un labbro sanguinante. Greene cominciò a urlare, ricoprendolo di insulti. Sparrows la immobilizzò e le legò anche i polsi. Brandì il pugnale e in quel momento sentì che qualcuno stava bussando alla porta. Chi poteva essere? Era tardi e stava diluviando. Non aspettava visite, poiché nessuno sapeva che abitava lì; per un istante pensò che la polizia lo avesse rintracciato, ma subito escluse l’idea. Probabilmente qualcuno si era perso a causa della tormenta e ora cercava un riparo. Decise di ignorarlo, ma i colpi alla porta si ripeterono, sempre più insistenti.
Valutò la situazione. Nadia era impotente, ma Alexandra avrebbe potuto liberarla. La prese per i capelli e la spinse sul letto. La scrittrice reagì con sorprendente violenza. Sebbene fosse esile e apparentemente debole di costituzione, rivelò una forza insospettata. Lo colpì con decisione alla bocca dello stomaco, lasciandolo per un attimo senza fiato. Poi gli si scagliò contro, artigliandogli il viso. Mirava agli occhi. Sparrows indietreggiò, cercando di fermarla: ma Alexandra era scatenata. Riversava su di lui tutta la rabbia, l’angoscia e la pena accumulate in quei giorni d’inferno; sfogava la collera che provava per se stessa. Con le unghie scavò un solco nella faccia dell’uomo. Sferrò un calcio indirizzato ai testicoli, che Sparrows riuscì a evitare per un soffio. Indietreggiò ancora, sconcertato dalla ferocia della donna.
Ma il divario di forze era comunque eccessivo.
La centrò su uno zigomo con un potente destro. White scivolò al suolo; lui la prese fra le braccia, ansimando per lo sforzo, e la stese sul letto vicino a Nadia. La legò mani e piedi, adoperando la corda rimasta. Si tolse le calze, le appallottolò e le ficcò in bocca alle due donne. Controllò di non aver trascurato alcun particolare, annuì e con un fazzoletto si asciugò il viso, segnato dai graffi di Alexandra.
I colpi alla porta si susseguivano, monotoni. Sparrows uscì dalla stanza e nascondendo il pugnale dietro alla schiena scese le scale. Accese la luce dell’ingresso e aprì la porta. Vide un uomo dall’aspetto singolare. Gli occhi erano di un celeste sbiadito, freddi e privi di espressione. Il volto contratto in una specie di sogghigno. Tuttavia non c’era nulla di ridicolo in lui. Emanava un’aura minacciosa, che Sparrows colse immediatamente.
I due si guardarono in silenzio. Poi Jack scorse una donna a qualche passo di distanza. Era alta, indossava un mantello e un cappuccio le copriva i capelli. Il chiarore prodotto da un lampo gli permise di identificarla. Soffocò un’imprecazione: era Patricia Thompson.
Come aveva fatto a trovarlo? E chi era lo sconosciuto che la accompagnava?
Poi ricordò. Si chiamava Carrick.

Jack Sparrows era malato.
Non essendosi mai recato da un medico, non lo sapeva.
Anche se lo avesse saputo, comunque, non avrebbe potuto farci niente, dato che il suo era un male incurabile. I sintomi erano sempre gli stessi: brevi momenti di stordimento, in cui credeva di vedere cose che in realtà non esistevano, seguiti da forti emicranie. Quando si trovava in quella condizione vaneggiava, creandosi mondi propri, che generalmente nascevano da “The Black Land”, il suo grande romanzo.
Negli ultimi tempi, la frequenza di quegli attacchi era aumentata, di pari passo con l’estensione della malattia. Non ricorreva a medicinali, visto che era all’oscuro del suo stato; d’altro canto, gli unici farmaci che avrebbero potuto giovargli si sarebbero limitati ad alleviare il mal di testa, senza peraltro produrre altri effetti.
Alla notte spesso era assalito da incubi terrificanti, provocati dal male che gli stava divorando la mente. In uno di quei sogni, mentre ansimava nel letto, sudato e sconvolto, aveva avuto una visione terribile. Si trovava in una grande piazza. Era pieno giorno e il sole risplendeva accecante. Una moltitudine di persone lo circondava; persone anonime, prive di un volto, da cui però trapelavano un senso di malvagità, un sentimento di odio, un desiderio di vendetta, tutti rivolti alla sua persona. Nel sogno, Jack era ammanettato. Avevano acceso un fuoco, e una donna di incredibile avvenenza, una sacerdotessa alta e bionda, vestita di bianco, stringeva tra le mani il suo romanzo.
La donna si accostò al fuoco. Osservò per alcuni istanti la legna che ardeva, quindi con un gesto solenne levò in alto il libro per poi scagliarlo nel rogo.
Jack si era svegliato urlando.
Ora riconobbe in Patricia la sacerdotessa di quel sogno.
L’avrebbe uccisa.

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Lady NadiaAlessandra Bianchi, giunge voce che tu sia un tipetto tutto pepe e qualche volta aceto. Abbiamo pensato di farti un po’ di domande perché non c’era nulla da condire e ci serviva almeno un’insalata. Inoltre Tolkien è morto e Stephen King non ci ha risposto.
NADIA Ti sei offesa per questa presentazione?
ALE Assolutamente no!
NADIA Quanti anni hai?
ALE 39. 40 a settembre. Tre meno di te 😛
NADIA Ti piacciono gli uomini, le donne o entrambi? Sei innamorata?
ALE In linea di massima, gli uomini sono più intelligenti. Molte donne sono stupide e ignoranti. E’ terrificante sentire due o tre donne parlare fra loro, o ascoltare i loro discorsi in palestra, sotto la doccia. E’ più che terrificante vederle aggirarsi in un negozio senza avere le idee chiare! Naturalmente esistono le eccezioni, come nel caso delle inglesi: se un’inglese è bella, è bellissima. E naturalmente non mi riferisco alle amiche di WordPress; avere un blog, di qualsiasi cosa tratti, è sinonimo di intelligenza, cultura, vivacità. Innamorata? Forse.
NADIA Cosa ami di te e cosa cambieresti?
ALE A livello fisico, mi piacciono le mie gambe, però sono piallata 🙂 Per quanto riguarda il carattere, amo la mia determinazione ma non amo la mia impulsività.
NADIA Se potessi rinascere in chi ti vorresti reincarnare?
ALE No, grazie. Ho già dato.
NADIA Sei famosa per la tua impulsività, e lo hai appena ammesso. Perché non hai ancora imparato a contare fino a 10?
ALE Insegnami tu come si fa, cocca!
NADIA Se fossi un cecchino a chi spareresti?
ALE Escludendo Isis e consimili, sicuramente a Trump. E magari anche a Salvini.
NADIA Provieni da Splinder, giusto? Di’ esprimendoli in una sola parola tre pregi e tre difetti di quella piattaforma?
ALE Partecipazione, entusiasmo, curiosità, nel senso buono del termine. Difetti: malfunzionamento tecnico e i maledetti pvt che detesto. Mi fermo a due.
NADIA Ora sei su WordPress da alcuni anni. Cosa ti piace e cosa detesti di questa blogfamily?
ALE E’ fredda, c’è pochissimo movimento, spesso è un vero e proprio mortorio; direi che non è affatto una blogfamily. Pregi? Al momento non ne trovo.
NADIA Hai mai messo un “like” a qualcuno non ritenendolo meritato? Se sì, perché?
ALE Certo! A tutti i tuoi post. Il motivo? Volevo consolarti, visto che a calcetto ti straccio 😀
NADIA Ti ritieni brava a scrivere? Da uno a dieci che punteggio ti daresti? E a Clancy che punteggio daresti? E ad Agatha Christie?
ALE Non sta a me giudicarmi. Comunque mi darei la sufficienza. Clancy? Sarebbe da otto, se il suo Jack Ryan non fosse così terribilmente mieloso: “Ti amo, piccola! Lo sai che ti amo.” Bleah! Lei non l’ho mai letta.
NADIA Il peggior commento che hai lasciato in qualche blog?
ALE Sei un fascista, o qualcosa del genere. Me ne pento ancora adesso, perché si tratta di un amico.
NADIA Il peggior commento che hai ricevuto nel tuo blog?
ALE Tipo che non sono capace di fare un plot, termine peraltro a me un po’ oscuro, ma chiaramente non era un elogio.
NADIA Spesso hai minacciato di chiudere i battenti, di farla finita con WordPress. Perché poi non è successo?
ALE Perché ho deciso di infischiarmene. Quando ho voglia posto e non mi interessa stare lì ad aspettare i commenti. Se qualcuno ha voglia di leggermi, bene, altrimenti pazienza. Mi bastano anche quattro commenti. Non ho più di queste ansie.
NADIA Pensi che nel blog, online, si possa instaurare una vera amicizia oppure credi che questa possa nascere solo se ad una conoscenza online ne consegua una frequentazione nella vita reale?
ALE Io escludo a priori l’idea di conoscere “fisicamente” qualcuno. Tu, infatti, sei mia amica “da prima”; ciò non toglie che possa nascere un’amicizia virtuale con una persona per qualche verso affine. Anche più di una, se è per questo.
NADIA Molte volte hai elogiato la bravura di altri più della tua. Mancanza di autostima o eccesso di cuore?
ALE Be’ sarebbe curioso se mi autoelogiassi, non trovi?
NADIA Il tuo curriculum di scrittrice vanta tre pubblicazioni cartacee. Pensi che se ne possa aggiungere una quarta?
ALE Una quinta… Dopo “Lesbo è un’isola del Mar Egeo”, “Sognate con me”, “Alex Alliston”, “Il Crepuscolo della Lubjanka”, ho mandato “Matrioska” a una casa editrice. Vedremo.
NADIA Scrivi ancora con l’entusiasmo di dieci anni or sono (quando hai iniziato, giusto?) o questo è calato?
ALE In realtà ho incominciato a scrivere a sedici anni, romanzi horror ponderosi e noiosissimi. L’entusiasmo va e viene, a seconda dei giorni.
NADIA Cosa ti piace mostrare agli altri attraverso le tue storie?
ALE Più che mostrare, direi suscitare. Suspense, disgusto se manca quella. Lo dice Stephen King: se non riesco ad appassionare, voglio almeno colpire duro. Condivido.
NADIA Quale è stata la bugia più grande che hai raccontato sul tuo blog?
ALE La storia dello stupro, ma era finalizzata al libro (“Lesbo”). Solo che, essendo descritta in prima persona, appariva reale. Modestia a parte, è una scena forte, che su Splinder creò scalpore. E fece piangere più di un lettore.
NADIA Scrivi per te o per piacere agli altri.
ALE Entrambe le cose. Anche se nel blog ho scritto (è ancora King): “Io credo che ci siano due tipi di romanzieri. Quelli inclini all’aspetto più letterario o “serio” esaminano ogni possibile soggetto alla luce di questo interrogativo: che significato può avere per me scrivere questa storia? Quelli il cui destino è di scrivere anche romanzi popolari si porranno prevalentemente una domanda molto diversa: che cosa può significare per gli altri che io scriva questa storia?”
NADIA Il post più brutto che hai scritto?
ALE Non ricordo il titolo. Parlava di un uomo che rimpiangeva l’amata, ma alla fine si evidenziava che in realtà rimpiangeva il “concetto” di amore, poiché non aveva mai avuto una donna. A me sembrava chiaro, però NESSUNO lo ha capito, e io ho sempre sostenuto che se un racconto non viene compreso la “colpa” è di chi scrive, non di chi legge.
NADIA Il miglior post in assoluto: the winner is…
ALE Mio? “Aqualung”. Di altri? “Fiabilandia” del grande Briciolanellatte. E’ uno scritto stupefacente. Lo puoi trovare negli archivi di Caffè Letterario.
NADIA La volta che sul blog ti sei arrabbiata di più. Racconta.
ALE Quando Mari fu inserita in una rubrica che si chiamava “Dimmerda”. Scrissi “Ale Vs I Discutibili” (è il nome del gruppo che aveva tale rubrica). Loro vennero… li feci a pezzi. Quando voglio, sono durissima.
NADIA Sei su un’isola deserta, hai da mangiare e da bere. Potresti farti recapitare soltanto un altro oggetto. Cosa sceglieresti?
ALE Un cd senza lettore? Un libro può essere considerato un oggetto? Allora, “The Lord of the Rings” di Tolkien. Se non vale, il mio pigiamino con gli orsetti.
NADIA Preferiresti uscire a cena con un perfetto ignorante o con un intelligente borioso?
ALE La seconda che hai detto: l’ignorante resta ignorante, all’intelligente farei calare le arie.
NADIA Salveresti un povero ladrone?
ALE Certamente. Ricordiamoci del messaggio di Gesù.
NADIA Salveresti un cattivo politico dalla gogna?
ALE Soltanto in caso di pentimento.
NADIA Sei d’accordo con la pena di morte?
ALE No!
NADIA Potendo chi massacreresti di parole? E di botte?
ALE Di parole, ancora Trump. Di botte… se non avessi paura di prenderle, se avessi l’assoluta certezza di non prenderle… te 🙂 Scherzi a parte, ho fatto a botte una sola volta in vita mia, da ragazzina, con una francese che mi aveva chiamato “sale italienne”.
NADIA Chi vorresti che notasse il tuo blog? Un regista, uno sceneggiatore, uno scrittore, una persona sola… dimmi tu.
ALE Un regista! Sai che spasso sarebbe sedermi in un cinema e vedere Monica Squire sullo schermo?! Oppure Carrick?!
NADIA Sei lunatica? Se sei lunatica potresti spiegare il perché? Se sei lunatica potresti spiegare il perché, secondo te, ti sia capitata questa domanda?
ALE Mi appello al quinto emendamento.
NADIA Sei sincera?
ALE Sì. Sempre.
NADIA Grazie mille per la collaborazione. Un saluto, cara Alessandra Bianchi.
ALE Grazie a te, chérie!

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Tic-tac. Tic-tac. Tic-tac.
Un tuono assordante fece vibrare i vetri delle finestre. Jack Sparrows si era seduto sulla sedia usata abitualmente da Nadia per scrivere. La sua scrivania era accanto a quella di Alexandra, quasi fossero due studentesse che assistevano alle lezioni in una piccola classe interamente riservata a loro. Talvolta si scambiavano di posto (in genere era Alexandra a proporlo), ma solo per breve tempo, dato che ciascuna delle due si era abituata allo scrittoio che Jack le aveva inizialmente affidato.
Da quella postazione Sparrows osservava compiaciuto il dramma che si stava svolgendo davanti ai suoi occhi. Giocando con la fantasia si figurava ciò che sarebbe successo. Nadia non avrebbe rinunciato a difendersi. Con la sinistra sarebbe riuscita a bloccare il polso di White. Tuttavia, a causa della posizione e forse del panico, benché fosse più forte non avrebbe resistito a lungo. Sparrows calcolava che nel giro di pochi secondi sarebbe stata ferita dal coltello, dopodiché Alexandra avrebbe potuto muoversi con tranquillità e procedere alla prima amputazione. In seguito, si sarebbe dedicata all’altra mano. Sparrows pregustava quei momenti e aveva le idee chiare su quello che avrebbe fatto dopo: Alexandra White avrebbe subito la stessa sorte.
C’era una giustizia in tutto questo. I libri si equivalevano. Erano entrambi molto belli e rispondevano perfettamente al suo concetto di letteratura fantastica. La scelta di premiare quello di Alexandra era stata arbitraria; avrebbe potuto benissimo indicare l’altro, ma in ogni caso non sarebbe cambiato niente. Tolte di mezzo le due scrittrici, finalmente “The Black Land” sarebbe stato pubblicato ed era l’unica cosa che contava.
Ma i fatti si svolsero in modo molto diverso.
Alexandra aveva agito come in stato d’ipnosi, però d’un tratto tornò in sé, rendendosi conto inorridita di ciò che stava per fare. Guardò Nadia, vide che aveva gli occhi pieni di lacrime e provò una profonda vergogna. Si chiese se era impazzita ed ebbe la consapevolezza che non si sarebbe mai perdonata; aveva perso la stima di se stessa e sapeva che non l’avrebbe più ritrovata. Lasciò cadere il pugnale, scuotendo la testa incredula.
Sparrows fu colto completamente alla sprovvista da quella svolta inaspettata e tardò a reagire. Ma Nadia aveva i riflessi rapidi. Non perse secondi preziosi a indagare sui motivi dell’assurdo comportamento della scrittrice. Ne avrebbero parlato con calma più tardi o, meglio ancora, non ne avrebbero parlato affatto: sarebbe stato più saggio dimenticare l’accaduto attribuendolo a un momento di follia. In quei giorni avevano vissuto insieme, dormendo nello stesso letto, lavorando fianco a fianco, sopportando ognuna l’odore dell’altra; l’ambiente era angusto, il caldo soffocante e, sebbene alla sera fosse loro concesso di rinfrescarsi, non avevano vestiti di ricambio: pertanto erano costrette a rimettersi sempre gli stessi abiti, sporchi e intrisi di sudore. Avrebbero potuto lavarli e indossarli umidi al mattino, ma Sparrows era intransigente, dovevano trattenersi in bagno soltanto per pochissimi minuti; di conseguenza mancava il tempo necessario per eseguire quel compito. Inoltre, erano divise dal clima di competizione creato da quel mostro e avevano finito per detestarsi. Tale situazione aveva influito pesantemente sulla psiche di Alexandra, che rispetto a lei possedeva una personalità forse più complessa ma certamente più fragile.
Per quello era inutile covare rancore o esigere spiegazioni.
Occorreva invece agire.
Si protese verso il pavimento, afferrò il pugnale, con un colpo di reni si raddrizzò e subito si chinò in avanti per tagliare la corda che le imprigionava le caviglie. Era una corda molto robusta e capì con sgomento che non avrebbe fatto in tempo a liberarsi.
Perché Jack Sparrows era già su di lei.

Carrick osservava la casa. Era stato più complicato del previsto arrivare fin lì, dal momento che la memoria di Kara Prem l’aveva tradita più volte ma, alla fine, in qualche modo c’erano riusciti. L’abitazione era situata ai margini di un bosco e, sebbene non fosse poi così distante da Londra, costituiva un rifugio perfetto. Per raggiungerla, infatti, bisognava abbandonare la strada che conduceva a Windsor e imboccare un sentiero sufficientemente ampio per consentire il passaggio di una vettura, però pieno di buche e soprattutto chiaramente a fondo cieco. Senza una ragione precisa, nessuno lo avrebbe percorso. Patricia possedeva un’automobile che le era stata donata da Alexandra White e sapeva guidare molto bene. Malgrado l’oscuramento totale, inteso a proteggere l’Inghilterra dagli attacchi aerei della Germania, procedeva sicura e spedita. Per quel poco che la conosceva, l’investigatore non se n’era stupito. Aveva imparato ad apprezzarla: era una ragazza volitiva, intelligente e determinata. Era anche avvenente, il che non guastava. Carrick si era reso conto di piacerle. Certi sguardi parlavano da soli, e a volte lei gli sfiorava una mano durante un discorso oppure sporgeva il seno, quando era certa che lui la stessa guardando. Era singolare, considerate l’età dell’investigatore e la bellezza di Patricia, ma da tempo Carrick non si stupiva più di nulla. Non nutriva una particolare considerazione per gli esseri umani, che giudicava meschini, frivoli e superficiali; Patricia comunque gli era simpatica. Con ciò, escludeva ogni genere di coinvolgimento.
“Restate in macchina.”, disse e aprì la portiera per scendere.
Patricia lo seguì. “Vengo con voi.”
“E’ fuori questione.”
“Sono robusta e so battermi! Potrei esservi d’aiuto. E lì dentro c’è la mia più cara amica.”
Patricia Thompson era in perfetta tenuta da campagna, con stivali alti e un mantello che la proteggeva dalla pioggia. Sicuramente, poi, era alta e vigorosa. L’investigatore prese in considerazione l’idea, ma la scartò. “Carrick non ha bisogno d’aiuto, altrimenti si sarebbe fatto accompagnare da un poliziotto. Sareste solo d’intralcio.”
“D’accordo.”, mentì Patricia. Avrebbe aspettato che lui si avviasse e subito dopo gli sarebbe andata dietro.
Carrick si incamminò sotto la pioggia. Presto fu fradicio.
L’intensità del vento si era notevolmente accresciuta; il bosco rabbrividiva, investito dall’acqua che scendeva torrenziale e dalle gelide raffiche della tramontana; gli alberi sembravano gemere. Accompagnate dal rombo dei tuoni, vivide folgori percorrevano sinistramente il cielo, disegnando strane figure spettrali. I campi erano praticamente allagati.
Incurante della bufera, l’investigatore raggiunse la casa di Sparrows. Si guardò attorno, poi bussò alla porta. Gli sembrò di udire una voce femminile che gridava. Bussò più energicamente.
Alle sue spalle si materializzò la figura di Patricia, che lo aveva seguito.

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