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Archive for the ‘Carrick e lo strano caso di Jack Sparrows’ Category

Tic-tac. Tic-tac. Tic-tac.
“Così mi avete rintracciato.”, osservò con calma Sparrows.
Patricia non gli rispose. Fu Carrick a parlare. “Prima abbiamo sentito gridare una donna; c’è ragione di credere che voi teniate qui prigioniere Alexandra White e Nadia Greene.” La voce dell’investigatore era piatta, priva della minima enfasi.
Sparrows gli rivolse uno sguardo astuto. “Sono mie ospiti.”, replicò. “Ambedue liberissime di lasciare questa casa nel momento stesso in cui lo vorranno. Piuttosto, siete un poliziotto?”
Carrick scosse il capo.
“Perciò la vostra presenza non è gradita. Vi invito cortesemente ad andarvene. Ah, lo strillo che avete udito… involontariamente una delle due ha graffiato l’altra mentre la stava pettinando.”
“Carrick desidera vederle.”, disse l’investigatore. “Se confermassero la vostra versione, toglieremmo il disturbo seduta stante.”
Jack Sparrows lo scrutò, chiedendosi perché parlasse di sé in terza persona, ma non era importante. Aveva ben altro a cui pensare. Era fuori questione che gli consentisse di parlare con le due scrittrici. Analizzò la situazione. Lui era più giovane e più forte, tuttavia sospettava che Carrick fosse molto pericoloso. Scagliarsi su di lui a mani nude non era una buona idea, anche perché Patricia Thompson lo avrebbe aiutato ed era decisamente più aitante di Alexandra White. Due contro uno: non andava bene. Non ricordava più dove aveva messo il pugnale e quell’uomo poteva essere armato.
“Dunque vi chiamate Carrick?”, domandò per guadagnare tempo.
“E’ un’investigatore privato.”, interloquì Patricia. “Se davvero siete in buona fede, accompagnateci di sopra oppure fate scendere le mie amiche.”
Sparrows sembrò considerare la proposta. “Benissimo.”, disse. “Non ho nulla da nascondere. Solo un momento, prego.”
Si recò nuovamente in cucina.
Soltanto cinque anni prima, Carrick non glielo avrebbe permesso; gli sarebbe balzato addosso e lo avrebbe messo fuori combattimento. Ma, benché fosse ancora lucido e perspicace, non aveva più i riflessi di un tempo, sicché esitò un attimo di troppo. Quando si alzò dalla poltrona, era già tardi: Sparrows riapparve con una pistola.
Carrick teneva uno stiletto nella manica della giacca; da sempre era il suo strumento di difesa preferito. Però Sparrows non era abbastanza vicino e l’investigatore non aveva con sé altre armi. La pistola con cui aveva giustiziato Jack the Ripper era chiusa in un cassetto della sua casa di Nizza. Troppi errori, si disse, rendendosi conto che la vecchiaia incombeva. Non aveva mai temuto la morte, che comunque sentiva prossima, sebbene per cause naturali e non ad opera di una pallottola; ma era in gioco la vita di tre donne. Guardò accigliato Patricia. Non avrebbe dovuto seguirlo. Rammentò che anche Ginger gli aveva disobbedito, pagando a caro prezzo la sua avventatezza. Ginger era stata l’ultima vittima di Jack the Ripper, prima che Carrick facesse giustizia, catturando la sua complice e in seguito condannando a morte il mostro. Ricordò i suoi pensieri di quella lontana sera. Jack the Ripper lo aveva sfidato, ponendolo di fronte a un dilemma morale: era giusto infrangere la legge? No, naturalmente. D’altro canto, Jack the Ripper era uno degli uomini più potenti di Londra, il Primo Lord dell’Ammiragliato. Carrick sapeva che non sarebbe mai finito sulla forca, e neppure in galera. Ma aveva ucciso e orrendamente mutilato le prostitute di Whitechapel.
La legge etica era superiore a quella dei giudici, si era detto Carrick.
Per quello gli aveva sparato a sangue freddo. Non se n’era mai pentito e in una circostanza analoga non avrebbe esitato a rifarlo.
Sparrows gli puntò la pistola contro, interrompendo le sue divagazioni. Un altro segno di vecchiaia, pensò l’investigatore. Rifugiarsi nel passato, anziché affrontare il presente. Eppure, non più tardi di qualche sera prima, aveva facilmente sopraffatto un delinquente che lo aveva assalito alle spalle. Però, da giovane, Carrick non si sarebbe lasciato sorprendere così, e questo era più rilevante del fatto che poi avesse avuto la meglio nel corpo a corpo.
“Non amo quello che sto per fare.”, disse Sparrows. “Ma “The Black Land”, il mio grande libro, è più importante di qualche vita umana. Rappresenta il futuro della letteratura!”
Patricia meditò di aggredirlo, ma purtroppo era vicina a Carrick; pertanto Sparrows le avrebbe sparato prima che potesse raggiungerlo. Entrambi erano sotto tiro.
“Bene.”, annunciò infine Jack. “Se volete dire una preghiera…”
Carrick sogghignò.

Con un ultimo sforzo disperato, Nadia sciolse i nodi che legavano i polsi di Alexandra. La scrittrice si massaggiò le mani. Greene mugolò. Voleva che White le ricambiasse il servizio, in modo da poter scendere e affrontare Sparrows. Aveva sentito bussare e sperava che il visitatore fosse Carrick. Forse aveva bisogno d’aiuto. Alexandra si tolse la calza dalla bocca, trasse un respiro profondo e si accinse a rendere il favore. Però, le mani le tremavano. Non riuscì nemmeno a liberarsi le caviglie. Provò invano con i nodi dell’altra. Lacrime di frustrazione apparvero nei suoi occhi.
Nadia mugolò ancora più forte, ma la scrittrice non sapeva cosa fare.

Jack Sparrows cominciò a premere il grilletto, fissando negli occhi Carrick. L’investigatore non mostrava alcun segno di paura. Era ammirevole, pensò Sparrows.
Patricia era bianca come un cadavere.
Da sopra proveniva uno strano trambusto. La tempesta era cessata all’improvviso, il vento aveva trascinato la pioggia altrove, e ora la notte era calma e silenziosa.
A un tratto Jack Sparrows si illuminò in un grande sorriso. “Lord Ascher!”, esclamò in preda a una gioia sfrenata. Era il personaggio del libro di Alexandra che più lo aveva colpito; forse per questo l’aveva proclamata vincitrice, benché per il resto il suo romanzo non fosse superiore a quello di Greene.
Ma Lord Ascher era eccezionale.
La malvagità pura, catturata sapientemente da White, e resa in modo incredibilmente efficace.
E se Lord Ascher ora si trovava lì era per un motivo ben preciso. Voleva “entrare” nel libro di Sparrows, rendere ancora più vivo e più bello “The Black Land”, cui effettivamente mancava un protagonista di tale levatura. “The Black Land” era un romanzo sublime, ma con l’ingresso di Lord Ascher sarebbe diventato addirittura perfetto: la più grande opera di tutti i tempi, il miglior libro mai scritto da un uomo.
Lo guardò, estasiato. Era maestoso, alto, imponente, terribile. Portava un’armatura nera, cingeva in una mano una gigantesca scure, nell’altra una spada infuocata, che emanava lampi di luce abbacinanti.
“Lord Ascher!”, urlò fuori di sé.
Era il momento più bello della sua vita.
Lo mirò a lungo, adorante.
Quindi, lentamente, si accasciò al suolo, mentre una profonda oscurità, simile a quella da lui descritta innumerevoli volte nelle pagine di “The Black Land”, si impossessava della sua mente tormentata, conducendola infine lontano, in un altro mondo.

Alex Alliston accolse Nadia Greene con un caloroso abbraccio. Lesse il suo romanzo e decise di pubblicarlo. Balzò subito in cima alle classifiche di vendita. Nadia abbandonò l’impiego da segretaria per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura.
Alexandra White stracciò il suo manoscritto, perché le evocava ricordi troppo angosciosi. Tornò alle “sue” storie, dove le fate vincevano e i cattivi perdevano. Per qualche tempo fu tormentata dagli incubi, ma gradatamente ritrovò la serenità, oltre a una maggiore consapevolezza, e i brutti sogni la abbandonarono.
Carrick tornò a Nizza.
In un mattino mite e soleggiato di inizio ottobre uscì di casa per intraprendere la solita passeggiata sulla Promenade des Anglais. Il mare si stendeva azzurro e limpido, appena increspato da una lieve brezza. Carrick camminava assorto in vaghi pensieri e per poco non andò a sbattere contro una giovane donna alta e bionda. Si scusò, e un istante dopo la riconobbe.
“Patricia!”
Lei gli sorrise timidamente.
“Cosa ci fa qui?”
Patricia lanciò uno sguardo al mare, quindi cercò i suoi occhi. “Ricordate quello che vi dissi quella notte, quando tutto fu finito?”
“E voi ricordate la risposta di Carrick?”, ribatté lui.
Patricia scosse la testa. “Non ho una buona memoria.”
“Insomma, Carrick vi aveva spiegato…”
La timidezza, comunque, non apparteneva alla giovane, che infatti riacquistò in breve la consueta determinazione. “Mi hai spiegato molte cose, Carrick: ma tutte stupide!”
L’investigatore sobbalzò per quell’insolenza.
Lei gli prese una mano e la strinse. “Perché gettare al vento la felicità?”
Lui la fissò. “Perché Carrick non sa amare.”, disse dopo un momento, liberandosi della sua mano.
“Ti insegnerò io.”, disse lei. “Non importa quanto durerà, se una settimana, un mese o un anno. Ciò che conta è che in quella settimana, in quel mese o in quell’anno, io ti renderò felice.”
Agitò i capelli biondi, e rise, una risata roca, irresistibile. Era bella, solare, radiosa. “Fidati di me!”
Carrick la guardava in silenzio.
“Per la prima volta in vita tua, sarai felice. Altrimenti che senso avrebbe l’esistenza?”
Si allontanò, diretta alla spiaggia. Si tolse le scarpe e, scalza, andò in cerca di conchiglie.
A un tratto si fermò e tirò fuori una vecchia moneta ricevuta in eredità da un lontano parente; l’aveva sempre considerata una specie di portafortuna. La contemplò per un momento, poi trasse un profondo respiro e la scagliò in alto.
Se fosse ricaduta dalla parte di Giorgio III, Carrick sarebbe arrivato.

Grazie per aver letto questa storia.

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All’improvviso Jack Sparrows sorrise. “Siete stato molto gentile a venire fin qui da Londra con questo tempaccio!”, esclamò rivolgendosi a Carrick. “Ma prego, entrate: siete tutto bagnato.” Era vestito in maniera elegante, ma l’investigatore notò che, sebbene calzasse delle scarpe e non delle pantofole, era a piedi nudi. Il viso presentava dei segni, come se fosse stato graffiato, e in genere erano le donne a usare le unghie: gli uomini preferivano i pugni. Notò anche un’altra cosa, che aveva un braccio dietro alla schiena.
“Sapevo che avreste cambiato idea.”, proseguì Sparrows animandosi, mentre si scostava per lasciar passare i due ospiti. Kara, in macchina, era nascosta dalla pioggia e dal buio; l’auto era parcheggiata in un piccolo spiazzo a circa trenta iarde di distanza.
Jack li invitò ad accomodarsi in soggiorno. “Il mio libro”, proferì in tono solenne, “cambierà per sempre il mondo della letteratura, ma non solo: anche la morale dominante. La sua pubblicazione rappresenterà un evento eccezionale, di importanza, oserei dire, storica. Vi preparo subito un tè!”
Carrick e Patricia si scambiarono un’occhiata perplessa.
Sparrows andò in cucina e tornò dopo pochi istanti senza tè. Il suo viso era di un pallore mortale, però gli occhi brillavano di entusiasmo e di eccitazione. “Ho lavorato a questo romanzo da quando ero bambino.”, continuò accalorandosi sempre di più.
Patricia si strinse nelle spalle.
“Quante notti insonni! Quanti giorni trascorsi a riversare su carta i miei pensieri più reconditi, trasformandoli in storie, vicende, così come un grande maestro traspone sul quadro la natura che sta osservando, o che ha già memorizzato, infondendole però il suo animo. Non quindi una semplice riproduzione, lasciamole ai dilettanti quelle!, bensì il senso più intimo e profondo di ciò che un albero, un prato o una montagna suscitano in lui. Inoltre, “The Black Land” fa piazza pulita di una lunga serie di libri tutti uguali l’uno all’altro al punto da sembrare copiati, se non fosse che ciascuno di essi risulta più scontato del precedente. Al bando fate vittoriose e buoni sentimenti! “The Black Land” rappresenta il lato oscuro di questo secolo; in parole povere, la realtà vera.”
A un tratto parve perdere il filo del discorso, ma dopo un momento aggiunse quasi sommessamente: “Senza contare che la trama è oltremodo avvincente.” Infine, sembrò spegnersi, di colpo, come una candela giunta al lumicino. Il suo sguardo divenne vacuo, una smorfia di dolore apparve sul suo viso. Era stato colto da un attacco, più forte degli altri, e, dopo averlo inizialmente riconosciuto, aveva scambiato l’investigatore per uno degli editori che avevano rifiutato il suo manoscritto. Il male che lo affliggeva progrediva rapidamente ed era possibile che gli stati di tensione acuissero le sue crisi. Però ora si era ripreso.
“Ma voi non siete il signor Squire! E allora perché vi trovate qui?”
Si voltò lentamente verso Patricia e la fissò con un sorriso gelido, da lupo. “Ah, già, capisco. Molto bene.”

Tic-tac. Tic-tac. Tic-tac.
Le due donne erano entrambe legate. La posizione più scomoda era indubbiamente quella di Alexandra: aveva le braccia dietro alla schiena e giaceva a pancia in giù. Inoltre, Sparrows aveva fatto i nodi con cattiveria, spinto a ciò dalla furibonda lotta sostenuta con lei. Erano talmente stretti che le mani cominciavano a gonfiarsi.
Nadia, invece, aveva i polsi bloccati, però poteva muovere le dita. Si sospinse verso la scrittrice per tentare di liberarla, ma nella foga la urtò con eccessiva forza; Alexandra era in bilico sul letto e finì a terra, cadendo di schiena. Un tuono coprì il rumore dell’impatto con il pavimento. Alexandra White picchiò la testa e trasalì per il dolore; sempre meglio, però, che prendere quella botta in faccia. Le faceva male anche lo zigomo, a causa del pugno di Sparrows. Si chiese se Nadia fosse impazzita o forse, pensò confusa, voleva vendicarsi.
Greene imprecò mentalmente, si spinse sul bordo del letto, dopodiché si lasciò cadere a peso morto.  Finì sopra a White, togliendole il fiato. Per un momento rimase ferma, poi rotolò via dal corpo della scrittrice. Adesso Alexandra era supina, ma finalmente comprese le intenzioni dell’altra. Per fortuna era agile e si girò facilmente. Era difficile slegarla in quelle condizioni, ma Nadia si mise a lavorare febbrilmente con le dita. Respirava a fatica, solamente con il naso, e i suoi movimenti erano necessariamente limitati, ma si dedicò a quel compito con tutta la determinazione che possedeva.

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Jack Sparrows strappò il pugnale dalle mani di Nadia. Si voltò verso Alexandra, la fissò per un attimo, quindi la schiaffeggiò con violenza. La scrittrice finì a terra con un labbro sanguinante. Greene cominciò a urlare, ricoprendolo di insulti. Sparrows la immobilizzò e le legò anche i polsi. Brandì il pugnale e in quel momento sentì che qualcuno stava bussando alla porta. Chi poteva essere? Era tardi e stava diluviando. Non aspettava visite, poiché nessuno sapeva che abitava lì; per un istante pensò che la polizia lo avesse rintracciato, ma subito escluse l’idea. Probabilmente qualcuno si era perso a causa della tormenta e ora cercava un riparo. Decise di ignorarlo, ma i colpi alla porta si ripeterono, sempre più insistenti.
Valutò la situazione. Nadia era impotente, ma Alexandra avrebbe potuto liberarla. La prese per i capelli e la spinse sul letto. La scrittrice reagì con sorprendente violenza. Sebbene fosse esile e apparentemente debole di costituzione, rivelò una forza insospettata. Lo colpì con decisione alla bocca dello stomaco, lasciandolo per un attimo senza fiato. Poi gli si scagliò contro, artigliandogli il viso. Mirava agli occhi. Sparrows indietreggiò, cercando di fermarla: ma Alexandra era scatenata. Riversava su di lui tutta la rabbia, l’angoscia e la pena accumulate in quei giorni d’inferno; sfogava la collera che provava per se stessa. Con le unghie scavò un solco nella faccia dell’uomo. Sferrò un calcio indirizzato ai testicoli, che Sparrows riuscì a evitare per un soffio. Indietreggiò ancora, sconcertato dalla ferocia della donna.
Ma il divario di forze era comunque eccessivo.
La centrò su uno zigomo con un potente destro. White scivolò al suolo; lui la prese fra le braccia, ansimando per lo sforzo, e la stese sul letto vicino a Nadia. La legò mani e piedi, adoperando la corda rimasta. Si tolse le calze, le appallottolò e le ficcò in bocca alle due donne. Controllò di non aver trascurato alcun particolare, annuì e con un fazzoletto si asciugò il viso, segnato dai graffi di Alexandra.
I colpi alla porta si susseguivano, monotoni. Sparrows uscì dalla stanza e nascondendo il pugnale dietro alla schiena scese le scale. Accese la luce dell’ingresso e aprì la porta. Vide un uomo dall’aspetto singolare. Gli occhi erano di un celeste sbiadito, freddi e privi di espressione. Il volto contratto in una specie di sogghigno. Tuttavia non c’era nulla di ridicolo in lui. Emanava un’aura minacciosa, che Sparrows colse immediatamente.
I due si guardarono in silenzio. Poi Jack scorse una donna a qualche passo di distanza. Era alta, indossava un mantello e un cappuccio le copriva i capelli. Il chiarore prodotto da un lampo gli permise di identificarla. Soffocò un’imprecazione: era Patricia Thompson.
Come aveva fatto a trovarlo? E chi era lo sconosciuto che la accompagnava?
Poi ricordò. Si chiamava Carrick.

Jack Sparrows era malato.
Non essendosi mai recato da un medico, non lo sapeva.
Anche se lo avesse saputo, comunque, non avrebbe potuto farci niente, dato che il suo era un male incurabile. I sintomi erano sempre gli stessi: brevi momenti di stordimento, in cui credeva di vedere cose che in realtà non esistevano, seguiti da forti emicranie. Quando si trovava in quella condizione vaneggiava, creandosi mondi propri, che generalmente nascevano da “The Black Land”, il suo grande romanzo.
Negli ultimi tempi, la frequenza di quegli attacchi era aumentata, di pari passo con l’estensione della malattia. Non ricorreva a medicinali, visto che era all’oscuro del suo stato; d’altro canto, gli unici farmaci che avrebbero potuto giovargli si sarebbero limitati ad alleviare il mal di testa, senza peraltro produrre altri effetti.
Alla notte spesso era assalito da incubi terrificanti, provocati dal male che gli stava divorando la mente. In uno di quei sogni, mentre ansimava nel letto, sudato e sconvolto, aveva avuto una visione terribile. Si trovava in una grande piazza. Era pieno giorno e il sole risplendeva accecante. Una moltitudine di persone lo circondava; persone anonime, prive di un volto, da cui però trapelavano un senso di malvagità, un sentimento di odio, un desiderio di vendetta, tutti rivolti alla sua persona. Nel sogno, Jack era ammanettato. Avevano acceso un fuoco, e una donna di incredibile avvenenza, una sacerdotessa alta e bionda, vestita di bianco, stringeva tra le mani il suo romanzo.
La donna si accostò al fuoco. Osservò per alcuni istanti la legna che ardeva, quindi con un gesto solenne levò in alto il libro per poi scagliarlo nel rogo.
Jack si era svegliato urlando.
Ora riconobbe in Patricia la sacerdotessa di quel sogno.
L’avrebbe uccisa.

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Tic-tac. Tic-tac. Tic-tac.
Un tuono assordante fece vibrare i vetri delle finestre. Jack Sparrows si era seduto sulla sedia usata abitualmente da Nadia per scrivere. La sua scrivania era accanto a quella di Alexandra, quasi fossero due studentesse che assistevano alle lezioni in una piccola classe interamente riservata a loro. Talvolta si scambiavano di posto (in genere era Alexandra a proporlo), ma solo per breve tempo, dato che ciascuna delle due si era abituata allo scrittoio che Jack le aveva inizialmente affidato.
Da quella postazione Sparrows osservava compiaciuto il dramma che si stava svolgendo davanti ai suoi occhi. Giocando con la fantasia si figurava ciò che sarebbe successo. Nadia non avrebbe rinunciato a difendersi. Con la sinistra sarebbe riuscita a bloccare il polso di White. Tuttavia, a causa della posizione e forse del panico, benché fosse più forte non avrebbe resistito a lungo. Sparrows calcolava che nel giro di pochi secondi sarebbe stata ferita dal coltello, dopodiché Alexandra avrebbe potuto muoversi con tranquillità e procedere alla prima amputazione. In seguito, si sarebbe dedicata all’altra mano. Sparrows pregustava quei momenti e aveva le idee chiare su quello che avrebbe fatto dopo: Alexandra White avrebbe subito la stessa sorte.
C’era una giustizia in tutto questo. I libri si equivalevano. Erano entrambi molto belli e rispondevano perfettamente al suo concetto di letteratura fantastica. La scelta di premiare quello di Alexandra era stata arbitraria; avrebbe potuto benissimo indicare l’altro, ma in ogni caso non sarebbe cambiato niente. Tolte di mezzo le due scrittrici, finalmente “The Black Land” sarebbe stato pubblicato ed era l’unica cosa che contava.
Ma i fatti si svolsero in modo molto diverso.
Alexandra aveva agito come in stato d’ipnosi, però d’un tratto tornò in sé, rendendosi conto inorridita di ciò che stava per fare. Guardò Nadia, vide che aveva gli occhi pieni di lacrime e provò una profonda vergogna. Si chiese se era impazzita ed ebbe la consapevolezza che non si sarebbe mai perdonata; aveva perso la stima di se stessa e sapeva che non l’avrebbe più ritrovata. Lasciò cadere il pugnale, scuotendo la testa incredula.
Sparrows fu colto completamente alla sprovvista da quella svolta inaspettata e tardò a reagire. Ma Nadia aveva i riflessi rapidi. Non perse secondi preziosi a indagare sui motivi dell’assurdo comportamento della scrittrice. Ne avrebbero parlato con calma più tardi o, meglio ancora, non ne avrebbero parlato affatto: sarebbe stato più saggio dimenticare l’accaduto attribuendolo a un momento di follia. In quei giorni avevano vissuto insieme, dormendo nello stesso letto, lavorando fianco a fianco, sopportando ognuna l’odore dell’altra; l’ambiente era angusto, il caldo soffocante e, sebbene alla sera fosse loro concesso di rinfrescarsi, non avevano vestiti di ricambio: pertanto erano costrette a rimettersi sempre gli stessi abiti, sporchi e intrisi di sudore. Avrebbero potuto lavarli e indossarli umidi al mattino, ma Sparrows era intransigente, dovevano trattenersi in bagno soltanto per pochissimi minuti; di conseguenza mancava il tempo necessario per eseguire quel compito. Inoltre, erano divise dal clima di competizione creato da quel mostro e avevano finito per detestarsi. Tale situazione aveva influito pesantemente sulla psiche di Alexandra, che rispetto a lei possedeva una personalità forse più complessa ma certamente più fragile.
Per quello era inutile covare rancore o esigere spiegazioni.
Occorreva invece agire.
Si protese verso il pavimento, afferrò il pugnale, con un colpo di reni si raddrizzò e subito si chinò in avanti per tagliare la corda che le imprigionava le caviglie. Era una corda molto robusta e capì con sgomento che non avrebbe fatto in tempo a liberarsi.
Perché Jack Sparrows era già su di lei.

Carrick osservava la casa. Era stato più complicato del previsto arrivare fin lì, dal momento che la memoria di Kara Prem l’aveva tradita più volte ma, alla fine, in qualche modo c’erano riusciti. L’abitazione era situata ai margini di un bosco e, sebbene non fosse poi così distante da Londra, costituiva un rifugio perfetto. Per raggiungerla, infatti, bisognava abbandonare la strada che conduceva a Windsor e imboccare un sentiero sufficientemente ampio per consentire il passaggio di una vettura, però pieno di buche e soprattutto chiaramente a fondo cieco. Senza una ragione precisa, nessuno lo avrebbe percorso. Patricia possedeva un’automobile che le era stata donata da Alexandra White e sapeva guidare molto bene. Malgrado l’oscuramento totale, inteso a proteggere l’Inghilterra dagli attacchi aerei della Germania, procedeva sicura e spedita. Per quel poco che la conosceva, l’investigatore non se n’era stupito. Aveva imparato ad apprezzarla: era una ragazza volitiva, intelligente e determinata. Era anche avvenente, il che non guastava. Carrick si era reso conto di piacerle. Certi sguardi parlavano da soli, e a volte lei gli sfiorava una mano durante un discorso oppure sporgeva il seno, quando era certa che lui la stessa guardando. Era singolare, considerate l’età dell’investigatore e la bellezza di Patricia, ma da tempo Carrick non si stupiva più di nulla. Non nutriva una particolare considerazione per gli esseri umani, che giudicava meschini, frivoli e superficiali; Patricia comunque gli era simpatica. Con ciò, escludeva ogni genere di coinvolgimento.
“Restate in macchina.”, disse e aprì la portiera per scendere.
Patricia lo seguì. “Vengo con voi.”
“E’ fuori questione.”
“Sono robusta e so battermi! Potrei esservi d’aiuto. E lì dentro c’è la mia più cara amica.”
Patricia Thompson era in perfetta tenuta da campagna, con stivali alti e un mantello che la proteggeva dalla pioggia. Sicuramente, poi, era alta e vigorosa. L’investigatore prese in considerazione l’idea, ma la scartò. “Carrick non ha bisogno d’aiuto, altrimenti si sarebbe fatto accompagnare da un poliziotto. Sareste solo d’intralcio.”
“D’accordo.”, mentì Patricia. Avrebbe aspettato che lui si avviasse e subito dopo gli sarebbe andata dietro.
Carrick si incamminò sotto la pioggia. Presto fu fradicio.
L’intensità del vento si era notevolmente accresciuta; il bosco rabbrividiva, investito dall’acqua che scendeva torrenziale e dalle gelide raffiche della tramontana; gli alberi sembravano gemere. Accompagnate dal rombo dei tuoni, vivide folgori percorrevano sinistramente il cielo, disegnando strane figure spettrali. I campi erano praticamente allagati.
Incurante della bufera, l’investigatore raggiunse la casa di Sparrows. Si guardò attorno, poi bussò alla porta. Gli sembrò di udire una voce femminile che gridava. Bussò più energicamente.
Alle sue spalle si materializzò la figura di Patricia, che lo aveva seguito.

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Tic-tac. Tic-tac. Tic-tac.
Con un gesto lento e drammatico Jack Sparrows depose i due manoscritti sulla scrivania di Alexandra. “Bene.”, disse. “La gara è finita.”
Era una serata calda e particolarmente afosa; da lontano giungeva il rumore dei primi tuoni: si preannunciava un temporale. Un lampo balenò nel cielo, a oriente.
Le due donne sedevano immobili, lo sguardo fisso su Jack, e il cuore in tumulto. Era difficile prevedere cosa sarebbe accaduto adesso. Sparrows avrebbe premiato la vincitrice e punito la vinta oppure le avrebbe eliminate entrambe? E in tal caso, come? Alexandra sapeva di aver perso, ma più che paura provava rabbia. Rabbia nei confronti di se stessa, e odio rivolto a quella biondina apparentemente insignificante che era riuscita a umiliarla. Lei, una scrittrice famosa, sconfitta da un’impiegata! Ma la colpa era sua. Aveva smarrito il talento e ancora non si capacitava di come potesse essere successo.
Guardò Nadia. Sembrava tranquilla, almeno esteriormente. Era la vincitrice, comunque non poteva certo ignorare che ciò non le garantiva automaticamente la salvezza. Lo aveva ripetuto più volte lei stessa. A un tratto, White si sentì apatica e distante, quasi quella situazione non la riguardasse. Era come se assistesse a una scena che non la vedeva coinvolta; era un’altra Alexandra che stava fissando con acredine Nadia. La vera Alexandra si trovava nella propria abitazione, intenta a realizzare un nuovo capolavoro: lì c’era soltanto una sbiadita controfigura.
Jack Sparrows ricominciò a parlare, richiamando subito l’attenzione delle due rivali. “Ho letto con estremo interesse i vostri romanzi.”, dichiarò scandendo lentamente le parole. Le strascicava in modo indolente, rivelando con questo la sua probabile appartenenza alla nobiltà. Alexandra si disse che forse era un barone o magari un conte, benché, dati i suoi comportamenti, ciò potesse apparire inverosimile.
Nadia lo osservava con un’espressione indecifrabile. Niente sorrisetti di trionfo, nessuna luce arrogante nello sguardo. A sua volta, era in collera con White. Se solo la scrittrice le avesse dato ascolto! Ma erano ancora in tempo, pensò. Avrebbero potuto avventarsi su Sparrows e sopraffarlo. Lui, però, cingeva fra le mani un pugnale; inoltre, Alexandra sembrava troppo debole per affrontare una lotta dura e violenta. Tornò a dedicare la sua attenzione a Jack, che nel frattempo stava analizzando i loro testi. “Nadia scrive meglio.”, affermò. “Il lavoro di Alexandra è piatto, in molti punti incolore. Inizialmente mi era parso molto buono, ma mi sbagliavo. Nadia ha un’immaginazione potente, i suoi dialoghi sono costruiti con maggiore abilità, le descrizioni della natura risultano più suggestive.”
Era il verdetto che Alexandra si attendeva, perciò non rimase sorpresa. Aveva combattuto, dando fondo a tutte le sue risorse, però non era stato sufficiente. Sebbene lo avesse previsto, il peso della sconfitta la avvolse come un indumento intriso di veleno. Si sentiva soffocare.
Jack Sparrows si interruppe per qualche attimo. Scrutò i visi di entrambe con maligna soddisfazione. Lui era il giudice supremo. Le due donne, invece, appartenevano a quella ignobile cerchia che stoltamente perseguiva il bene. Erano le principali responsabili della mancata pubblicazione di “The Black Land”. Ma, alla fine, sarebbe stato lui a prevalere, perché era il più bravo di tutti, il miglior scrittore d’Inghilterra, l’uomo che avrebbe cambiato per sempre tutte le regole. Accarezzò distrattamente la pagina che recava il titolo del libro di Nadia. Poi, all’improvviso, scaraventò il manoscritto per terra.
“Nadia Greene”, sentenziò con voce solenne, “il tuo romanzo sarebbe stato davvero splendido, tuttavia…” Dopo una pausa, studiata ad arte, proseguì: “Tuttavia il finale è pessimo. Banale. Scontato e del tutto prevedibile.”
Malgrado non credesse in quella competizione, Nadia impallidì.
Alexandra provò un tuffo al cuore, ma si impose di mantenere la calma. Jack era partito elogiando l’operato di Greene. Perché ora criticava il suo finale? Era veramente deludente o Sparrows si divertiva a giocare crudelmente con loro? Preferì aspettare che finisse di parlare, prima di sentirsi vincitrice.
“Alexandra White, al contrario,”, continuò Jack Sparrows, “ha scritto una fine eccezionale, che riscatta ampiamente la prima parte del libro. Pertanto…” Guardò Nadia, poi Alexandra, poi di nuovo Nadia. “E’ lei la vincitrice.”
Alexandra sollevò di scatto la testa, assaporando quel verdetto inaspettato. Alla fine, si disse, l’esperienza accumulata in tanti anni di lavoro, aveva prevalso. Provò un moto di trionfo. A questo punto non le interessava quanto sarebbe accaduto: l’unica cosa che contava era che aveva vinto.
Cominciò a piovere e il rombo del tuono si fece più vicino. Sparrows pronunciò la sentenza con aria compiaciuta. “La conseguenza diretta è che White si è guadagnata il diritto di continuare a scrivere, sempre che abbandoni definitivamente la sua vecchia visione sdolcinata, dove immancabilmente trionfavano le fate e perdevano le streghe; e a patto che prosegua sulla nuova strada da me tracciata. Ma non ho dubbi in proposito.”
Si rivolse a Nadia. “Greene è condannata a cessare la sua attività. Questo sarà un fatto positivo per la letteratura e una giusta punizione per una sostenitrice di valori ormai obsoleti. La sentenza sarà eseguita seduta stante.” Scattò con la rapidità di un serpente. Afferrò Nadia, le torse un braccio dietro alla schiena e la sospinse verso il letto. La giovane tentò inutilmente di opporsi: Sparrows era molto più forte di lei. La costrinse a stendersi e le legò le caviglie.
Quindi, la indicò a Alexandra. “Il tuo compito ora è semplice, White.”
Alexandra lo guardò, incerta. Cosa aveva in mente quell’uomo. Un altro tuono risuonò vicinissimo, dal cielo si riversò una pioggia torrenziale che il vento scagliava contro le finestre. I lampi si susseguivano, come a voler sottolineare quella scena tragica.
“Adesso le taglierai le mani.”, disse Sparrows con voce incolore.
“Io?” Alexandra era sbigottita.
“Tu. Tu che in questo modo ti trasformerai nella strega della tua storia.”
Le porse il pugnale dalla parte dell’impugnatura.
“Guardala. Guardala bene! Lei è la fata. Fa’ ciò che è giusto. Compi il tuo dovere!”
Alexandra prese l’arma con la mano che le tremava.
“Per l’amor di Dio, colpiscilo!”, gridò Nadia.
Sparrows rise. “No.”, disse, scuotendo la testa. “Sei un’illusa. Non lo farà. L’ultimo capitolo del suo libro dimostra in maniera inequivocabile che White ha fatto la sua scelta. Ha rinnegato un passato esecrabile e ha abbracciato i miei valori.” In realtà, c’era dell’altro: studiandole, da tempo aveva capito che non si sarebbero mai coalizzate per affrontarlo, soprattutto a causa di Alexandra che non vedeva in Greene una potenziale amica, bensì una temibile avversaria. L’orgoglio le impediva di ragionare con lucidità.
“Alexandra!”, urlò ancora Nadia.
La scrittrice volse lo sguardo su di lei. Era la sua Antagonista, ma l’aveva annientata. Ora giaceva impotente sul letto, come una vittima sacrificale. Aveva gli occhi colmi di terrore; poteva sentire l’odore acre della sua paura. Si avvicinò al giaciglio, camminando come una sonnambula; trasalì per un nuovo tuono, quindi si chinò e sembrò cercare il punto esatto dove far calare l’arma.
“Alexandra, sei impazzita?!”, strillò Nadia.
Alexandra era confusa. Tutta l’angoscia patita da quando era stata imprigionata in quella casa, tutta l’ansia provata durante il confronto con Nadia, l’attesa del verdetto di Sparrows, la certezza della sconfitta e la sorpresa per la vittoria, le lunghe ore trascorse a scrivere, madida di sudore, anelando il contatto dell’acqua fredda sulla pelle, la carenza di cibo e il senso di claustrofobia causato dalla convivenza forzata con un’altra donna da cui dipendeva il suo destino: questa somma di fattori l’aveva condotta sull’orlo della follia. Era in uno stato di smarrimento, priva di volontà propria, come i personaggi dei suoi libri quando cadevano vittime di un incantesimo. Inoltre, le gocce che le aveva somministrato Jack stavano facendo effetto.
“Compi il tuo dovere!”, la sollecitò Sparrows.
Alexandra osservò affascinata la lama del pugnale.
Lo portò all’altezza della spalla.
Con la mano libera bloccò il polso di Nadia, che invano cercava di graffiarla.
La fissò per un breve istante.
E infine l’arma parve muoversi da sola, come se godesse di vita propria.
Un oggetto magico, scaturito dalle pagine di un libro.
Tic-tac. Tic-tac. Tic-tac.

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Kara Prem era una giovane di circa venticinque anni. Li accolse in un piccolo appartamento situato nell’East End. A differenza della maggior parte delle persone che abitavano da quelle parti, non parlava cockney bensì un buon inglese; era anche di modi signorili, benché fosse evidente che non era affatto ricca. Probabilmente lavorava in una fabbrica, pensò Patricia, o forse in qualche modesto negozio. L’East End era la zona più povera di Londra e non offriva grandi opportunità.
Li fece accomodare in un modesto salotto e offrì loro con garbo il tè; però aveva un atteggiamento cauto e diffidente. Carrick la fissò a lungo senza parlare, fino a quando Kara non cominciò a dar segni di insofferenza. Patricia si domandò se quella fosse una tattica dell’investigatore e, in caso affermativo, a cosa avrebbe portato. Secondo lei, forse sarebbe stato più produttivo scambiare inizialmente qualche convenevole per poi entrare in argomento.
Kara sedeva rigida e composta e non dava la sensazione di essere interessata a parlare del tempo, dell’arredamento della sua casa o degli ultimi sviluppi della guerra; si capiva lontano un miglio che aveva accettato di riceverli a causa dell’insistenza di Carrick, ma che non vedeva l’ora che se ne andassero. Infine, probabilmente esasperata, fu lei a rompere il silenzio. Guardò l’investigatore e disse: “Bene. Siete stato voi a cercarmi. Domattina dovrò alzarmi molto presto, perciò vorrei andare a coricarmi. Se avete delle domande da farmi…”
“Perché non avete denunciato il signor Sparrows?”, le chiese Carrick in tono freddo. Patricia non approvò quell’approccio quasi brutale. Lei si sarebbe comportata in maniera diversa, cercando di mettere a suo agio la donna e mostrandole simpatia e comprensione. D’altra parte, l’esperto era Carrick.
Kara esitò, prima di rispondere. Poi trasse un profondo respiro e disse: “In realtà l’ho denunciato, però non è servito a nulla. Mi hanno spiegato che non esistevano prove e che la sua parola valeva più della mia. Se ci fosse stato un processo, avrei rischiato una condanna, dato che la mia era una calunnia. Poi un uomo orribile ha insinuato che ero stata picchiata da qualche cliente insoddisfatto o ubriaco; in pratica mi ha dato della prostituta. Il suo collega mi ha consigliato per il mio bene di alzare i tacchi e di andarmene. Ho capito che non c’era niente da fare, così va il mondo. E allora sono tornata a casa.”
“Ma voi non siete una prostituta.”, affermò Carrick.
“No di certo.”, ribatté lei indignata.
“Appunto.” L’investigatore prese un sigaro da una tasca della giacca e lo accese senza chiedere il permesso. Patricia aveva appreso da Alexander Alliston che era una sua pessima abitudine; si era sempre preso tale libertà, indipendentemente da chi si trovava di fronte: avrebbe potuto essere anche il primo ministro. In un certo senso, questo lo assolveva. Se si fosse messo a fumare perché la donna che gli stava davanti era di umili condizioni, Patricia lo avrebbe biasimato.
“Purtroppo sono cose note.”, commentò l’investigatore dopo aver aspirato una boccata di fumo. “Nulla di nuovo sotto il sole. Carrick, però, vi crede. Ma per quale motivo il signor Sparrows vi ha picchiata?”
Kara strabuzzò gli occhi, realizzando che parlava di sé in terza persona. Era un uomo decisamente singolare, tuttavia sentiva di potersi fidare di lui. Ciò nonostante, avrebbe preferito non rispondere alla domanda; provava il forte desiderio di accommiatarli e di andarsene a letto a dormire. Non amava ripensare a quella sera.
“E’ proprio necessario parlarne?”
“E’ doveroso!” L’investigatore si protese verso di lei. “Jack Sparrows ha rapito due donne, Alexandra White e Nadia Greene. Carrick ha ragione di credere che si trovino in grave pericolo. E’ assolutamente necessario scoprire al più presto dove le tiene prigioniere, in modo da poterle liberare. Pertanto il vostro contributo è più che prezioso. Perché vi ha malmenata?”
“Perché criticai quel suo orribile libro.”, rispose Kara. “Era, come dire, terribile, colmo di malvagità, di odio, di perversioni. Con ciò era scritto bene; a me piace leggere e un po’ me ne intendo: ma i contenuti! Disgustosi!”
Carrick annuì. “Eravate amanti?”
Kara Prem arrossì. “Preparo dell’altro tè.”, annunciò alzandosi e dirigendosi verso la cucina. Patricia lanciò un’occhiataccia a Carrick. Era completamente privo di tatto o forse, pensò, non voleva perdere tempo, perciò andava dritto al sodo, senza curarsi di ferire quella giovane. Poteva capirlo, visto che erano in gioco le vite di Alexandra e di Nadia, anche se avrebbe preferito che si comportasse con maggiore cortesia.
Quando Kara tornò con il tè, Patricia la esaminò con pìù attenzione. Era attraente, con folti capelli bruni e una figura voluttuosa, sebbene non fosse molto alta. Aveva degli splendidi occhi scuri.
Kara sospirò, mentre serviva il tè. “Jack è affascinante, colto, bello… mi conquistò subito. Era sempre galante e premuroso.” Sfiorò con le dita la collana che portava. “Ed era generoso: mi faceva dei bei regali, mi invitava a cena nei migliori ristoranti. Lo amavo. Poi, però, cominciò a cambiare, a mostrarsi per quello che era veramente. Il primo litigio fu dovuto al fatto che mi rifiutai di frustare una donna, una certa Isabelle. Era francese e credo che Jack avesse una relazione anche con lei. Pretendeva che la facessi urlare di dolore; Isabelle era consenziente, mi assicurò, e mi spiegò che gli serviva per scrivere: voleva inserire quella scena nel suo romanzo e, se avesse potuto assistere di persona a una tortura, era sicuro che la descrizione sarebbe venuta meglio.”
Scosse la testa. “Non riuscirei mai a tormentare deliberatamente una donna. Che lei fosse d’accordo non cambia le cose: è contrario alla mia natura. Litigammo furiosamente, ma quella volta non mi picchiò: si limitò a gridare. Sembrava un pazzo, con il volto paonazzo e gli occhi che parevano sul punto di uscire dalle orbite. Avevo paura di lui, ma lo amavo ancora. Due sere dopo si arrivò alla violenza, dopodiché non l’ho più visto. Non oso pensare alle vostre amiche e a ciò che le costringerà a fare.”
Patricia si sentiva solidale con Kara e le rivolse un sorriso. Non amava la perversione. L’amore, la passione, erano sentimenti gioiosi che non andavano infangati con pratiche depravate; sarebbe equivalso a cospargere di letame uno splendido giardino. Il suo pensiero andò a White e alle sue storie squisite: lei mirava alla bellezza assoluta, Jack Sparrows invece si immergeva in trame oscure e torbide. Spostò lo sguardo su Carrick, immaginando di essere fra le sue braccia. Sapeva che non sarebbe riuscita a trattenerlo in Inghilterra, ma questo non le importava: lo avrebbe seguito a Nizza.
In ogni caso, lui sembrava indifferente al lato emotivo di quella vicenda.
“Sparrows non abita più a Londra.”, disse l’investigatore. “Carrick sta cercando una casa vicina a un bosco. Non vi ha mai portato lì?”
“Certo!”, rispose Kara. “Almeno tre volte. E’ un luogo suggestivo, misterioso. Confesso che non mi sentivo del tutto a mio agio quando ci recavamo in quel posto; era inquietante, non so se mi spiego.”
Intervenne Patricia, rossa in viso per l’emozione. “E sapreste ritrovare quella casa?”

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Gli occhi di Carrick erano pallidi, celesti, privi di espressione. Ciò non costituiva un particolare motivo di attrazione. Lo stesso si poteva dire per la strana configurazione del suo viso, nonché per il modo stravagante con cui si vestiva, proponendo accostamenti alquanto singolari.
Ma ad alcune donne era piaciuto e, sebbene non si fosse mai sposato, principalmente a causa del suo lavoro, non gli erano mancate avventure e brevi relazioni.
Patricia Thompson lo amava.
Adesso ne era sicura. Sapeva che presto sarebbe tornato in Francia; questo significava che non aveva molto tempo a disposizione per sedurlo. Benché fosse in ansia per la sorte di Alexandra, era fermamente decisa a conquistarlo e aveva scelto quella sera per sferrare il suo attacco. Si presentò vestita in maniera audace, ai limiti della convenienza; si era truccata con cura, ed era linda e profumata come una giovane vestale. Non ignorava di essere molto avvenente, ma grazie al misterioso intuito di cui sono provviste le donne sentiva che per l’investigatore ciò non era sufficiente.
Peraltro, nel corso dei loro incontri, gli aveva dimostrato di essere anche intelligente e perspicace. Era simpatica e di indole solare, l’opposto di Alexandra che infatti spesso si appoggiava a lei, dato che la scrittrice tendeva a scivolare nella depressione e nella malinconia. Patricia non era soltanto un validissimo braccio destro, ma quasi una sorella, capace di farla ridere e di rasserenarla nei momenti di tristezza che la assalivano Si incontrarono in quello che ormai Patricia considerava il “loro” ristorante. Carrick le riferì gli ultimi sviluppi delle indagini. Aveva fallito con l’esca, per via di circostanze avverse, ma era riuscito a rimediare avvalendosi della formidabile rete di informatori di cui disponeva. All’inizio non erano giunte notizie che in qualche modo potessero essere utili: solo voci di scarsa attendibilità, simili a uno spiffero di vento troppo debole per sgombrare il cielo dalle nubi. Qualche informazione era palesemente falsa. Aveva ascoltato improbabili resoconti di avventure galanti o accenni alla posizione patrimoniale di Sparrows. Nessuno pareva sapere dove abitasse attualmente, né chi frequentasse. Una prostituta che asseriva di conoscerlo lo aveva intravisto attraversare in fretta una piazza; però era un’ora tarda e lui era scomparso subito, come inghiottito dalla notte.
Poi, finalmente, Carrick era venuto a conoscenza di un fatto più importante. Alcuni mesi prima, Sparrows aveva picchiato brutalmente una donna. La cosa era stata messa a tacere: sembrava che Jack godesse di amicizie influenti. Non erano state sufficienti per far pubblicare il suo libro – un’opera perversa che aveva suscitato lo sdegno degli editori -, ma bastanti per indurre la polizia a chiudere entrambi gli occhi. Il caso era stato archiviato; più precisamente non era mai stato aperto: non esisteva alcun fascicolo che riguardasse Jack Sparrows.
Ma l’investigatore sarebbe partito da lì.
“La donna è stata rintracciata.”, comunicò a Patricia. “Non è stato semplice ottenere un appuntamento con lei, ma Carrick riesce sempre a convincere la gente.”
“Quando la vedrete?”, gli domandò Patricia.
“Fra due ore. Il tempo di mangiare con calma, e voi accompagnerete Carrick. In casi simili, una presenza femminile può essere di grande aiuto.”
“Volentieri!”, acconsentì Patricia. “Voglio che Alexandra sia liberata al più presto, e anche la povera Nadia. Farò tutto quello che mi chiederete.”
“Bene.”, commentò Carrick. “Per cominciare pagherete la cena.”
Patricia nascose un sorriso. L’investigatore era avido di denaro e incredibilmente avaro, ma forse si trattava di una posa, pensò la giovane. Carrick si era costruito una corazza, per ragioni che lei non conosceva. Era supponente, arrogante e cinico; ma c’era dell’altro, ne era certa.
Intraprendente e disinvolta, si era fatta ricevere da Alexander Alliston, il datore di lavoro di Nadia Greene, e da lui aveva appreso molte cose interessanti. Alliston si era divertito a raccontarle le imprese più mirabolanti dell’investigatore; quindi, rispondendo a una domanda diretta, le aveva confermato che sotto a quella scorza gelida e impenetrabile… molto sotto, Carrick aveva anche sentimenti quasi umani. Alliston aveva sghignazzato, calcando l’accento sul termine “quasi”. Poi, tornato serio, l’aveva pregata di tenerlo al corrente: stimava Nadia e si augurava che non le accadesse nulla di male. Ciò naturalmente valeva anche per Alexandra, e non solo perché costituiva una notevole fonte di guadagno.
A Patricia Alliston era piaciuto molto.
Si rivolse a Carrick, sfoderando il suo sorriso più irresistibile. “Non ho mai conosciuto una persona come voi.”
L’investigatore si stava dedicando al riso pilaf e non alzò la testa dal piatto. Forse lo dava per assodato, si disse lei.
Cambiò discorso. Era meglio non essere troppo diretta, ma arrivare invece per gradi al momento in cui gli avrebbe dichiarato il suo amore. Comunque, sarebbe successo quella sera: non intendeva rimandare oltre.
“Come si chiama la donna che Sparrows ha picchiato?”
“Kara Prem. Carrick non sa altro di lei, ma immagina che sia giovane.”
Patricia bevve un sorso di Guinness. “Sono preoccupata soprattutto per Alexandra.”, disse inseguendo un nuovo pensiero. Conosceva bene la scrittrice. Se Jack Sparrows l’aveva maltrattata, se l’aveva fatta soffrire infliggendole dolore fisico o comunque tormentandola, adesso la sua amica era sicuramente sprofondata in un buio abisso dal quale molto difficilmente sarebbe potuta riemergere. Nadia possedeva un carattere diverso, e Patricia pensava che disponesse di maggiori risorse di coraggio e di ottimismo.
Carrick la fissò. “E’ naturale.”, osservò. “Perché, al contrario di Greene, White è una donna fragile.”
Patricia lo guardò, sorpresa.
Carrick non aveva mai incontrato Alexandra, e anche di Nadia sapeva ben poco. E tuttavia sembrava che le due donne non avessero segreti per lui. Era come se stesse leggendo le loro storie sulle pagine di un libro.

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Nadia Greene percepiva l’ostilità di Alexandra White, anche se non riusciva a spiegarsela. In apparenza, la scrittrice si dimostrava cortese, sebbene fredda; tuttavia dal suo sguardo traspariva come un odio nascosto, specie quando pensava di non essere osservata. Nei suoi occhi c’erano ombre, simili a squali che nuotassero sotto la superficie del mare. Un lampo di luce, accompagnato da una raffica di vento che disperdeva le onde, consentiva di distinguerli per brevi istanti; poi l’acqua tornava a nasconderli.
Alexandra White si rifiutava di collaborare con lei, sostenendo che il suo piano non aveva alcuna possibilità di riuscita. Jack Sparrows era più forte di loro; se pure lo avessero aggredito di sorpresa, egli le avrebbe facilmente sopraffatte. Era meglio continuare la gara.
Alexandra scriveva con furia, quasi con rabbia. Nadia capiva che si sentiva in piena competizione e che non intendeva assolutamente perdere. In un primo momento, le era sembrata smarrita, forse rassegnata; però poi era cambiata. Lavorava dal mattino alla sera con feroce determinazione: scriveva, rileggeva, correggeva, e non le mostrava mai ciò che aveva prodotto. Al contrario, Greene le permetteva di visionare le sue pagine. Immancabilmente, lo sguardo di Alexandra si faceva duro, le labbra si stringevano in una linea sottile, e subito dopo si rimetteva all’opera, stracciando gran parte di quello che aveva scritto durante la giornata e ricominciando da capo.
Alla sera, Sparrows elogiava Nadia, mentre, beffardo, annunciava a White che il suo svantaggio aumentava. La mattina dopo, Alexandra rinnovava i suoi sforzi con una concentrazione quasi spasmodica, Nadia, invece, scriveva con gioia, di getto. Tutto le veniva facile. Non pensava alla sfida, ma solo a proseguire la sua storia nel migliore dei modi. Non pensava nemmeno di vincere (non sarebbe servito comunque a nulla), ma di guadagnare tempo, in attesa che Alexandra si convincesse ad aiutarla. Quando, malgrado tutto il suo impegno, si fosse resa conto di non poter competere con lei, allora forse finalmente avrebbe ceduto.
Risultava chiaro, infatti, che il romanzo di Nadia era il migliore dei due, benché la giovane stentasse ancora a crederlo. Alla fine ne aveva preso atto, senza per questo inorgoglirsi. A differenza di molte, non provava nessun senso di rivalità nei confronti delle altre donne, e ciò valeva anche nel caso di Alexandra. Senza contare che, appunto, quel braccio di ferro era inutile, dato che Sparrows le avrebbe in ogni caso uccise, a meno che non si fossero coalizzate per combatterlo. Inoltre, c’era la possibilità che Carrick le rintracciasse; guadagnare tempo era dunque doppiamente importante.
Nadia non era una ragazza stupida, tutt’altro, e aveva cominciato a capire i sentimenti di White. Era una scrittrice ricca e famosa, abituata a primeggiare.
Per quello non ammetteva la sconfitta.
Un tardo pomeriggio, Alexandra rilesse per l’ennesima volta ciò che aveva scritto nelle ultime ore, quindi la guardò con aria trionfante. Le porse il plico di fogli con una luce di sfida negli occhi. “Vediamo se sai fare meglio.”, disse in un tono mellifluo che a Nadia non piacque affatto.
Greene lesse e giudicò molto buono il suo operato, però con fredda obiettività lo valutò inferiore a quanto lei aveva scritto. Era buona d’animo e avrebbe preferito che Alexandra non esaminasse il suo lavoro, ma la scrittrice pretese di leggere a sua volta i nuovi capitoli dell’altra.
Quando finì, scattò in piedi e iniziò a percorrere la stanza a lunghi passi. Era rossa in viso per la collera e la frustrazione. Probabilmente si sentiva umiliata, pensò Nadia, e provò un moto di sincera pena per lei.

Alexandra era consapevole di comportarsi in modo totalmente estraneo alla sua natura. Non era mai stata né competitiva né invidiosa; si era sempre rapportata con tutti in maniera garbata, ed era di indole sensibile e generosa.
Quella situazione l’aveva cambiata.
Istintivamente Nadia le era simpatica, però ora ravvisava il lei l’Antagonista, con la “a” maiuscola. Che Jack Sparrows facesse quello che voleva: a lei interessava soltanto vincere, dimostrare, soprattutto a se stessa, di essere la migliore.
Ma ciò sembrava impossibile.
Greene scriveva meglio e, per quanto lei si sforzasse di dare il massimo, l’altra restava sempre un gradino sopra. Volendo fare un paragone con il tennis, sport che amava (seguiva regolarmente il torneo di Wimbledon, e non solo per le deliziose fragole che venivano offerte a una ristretta cerchia di privilegiati, fra cui Alexandra stessa), era come se ogni suo colpo fosse ribattuto da un muro. Lei effettuava uno splendido diritto per scoprire incredula che non bastava, perché l’altra rispondeva con un perfetto rovescio indirizzando la pallina dove non sarebbe mai riuscita a raggiungerla. Il caldo soffocante non la aiutava. Nadia si svegliava fresca e arzilla, lei avvolta in un bagno di sudore. Essere costretta ad aspettare fino a sera per potersi lavare rappresentava un vero supplizio. Non le piaceva nemmeno dover dividire il letto: era abituata ad avere i suoi spazi.
Ciò nonostante, continuava a scrivere con tenacia e quel pomeriggio aveva dato vita a un capitolo mirabile; era certa di aver superato Greene. Ma quando aveva letto il suo brano le erano cascate le braccia. Tornando al paragone con il tennis, Nadia aveva innalzato l’intensità del suo gioco a livelli insostenibili.
Al suo posto, un’altra si sarebbe arresa. E per un momento Alexandra pensò effettivamente di dichiararsi vinta; era esausta fisicamente e spossata psicologicamente, mangiava poco ed era dimagrita, si sentiva priva di energie. Ma fu solo un breve attimo di sconforto che passò subito. Si ripromise di riprendere la battaglia l’indomani. Esisteva un altro aspetto da considerare: inizialmente aveva detestato quella storia, che considerava volgare e non consona al suo stile, ma adesso per qualche strana ragione le piaceva.
Si disse che dalla sua aveva più esperienza e una preparazione indubbiamente superiore. Nadia non aveva mai pubblicato un libro, non conosceva le insidie nascoste che accompagnano il lavoro di uno scrittore di professione, e neppure le ansie che si celano nelle zone più oscure dell’animo, ogni volta che ci si trova ad affrontare la famigerata pagina bianca, la quale attende di essere riempita, ma che nel contempo può inibire l’immaginazione, a causa dei misteriosi meccanismi che regolano l’attività umana.
Presto o tardi Nadia si sarebbe bloccata o forse avrebbe peccato di ingenuità. Non si poteva giudicare un romanzo prima che fosse finito. Era una strada lunga da percorrere; Alexandra lo aveva fatto infinite volte con successo. Ma Nadia avrebbe potuto smarrirsi durante quel lungo tragitto. O forse un giorno la pagina sarebbe rimasta desolatamente bianca.
In tal caso, lei avrebbe vinto.

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All’imbrunire Sparrows tornò per esaminare il lavoro delle due donne. Portava con sé la cena. La prima colazione era assai sostanziosa, pertanto reputava che non avessero bisogno di pranzare. In quella casa non c’era personale, e toccava a loro rigovernare la camera; in compenso Jack cucinava bene. Nella stanza c’era un vaso da notte, ma più tardi le avrebbe concesso di recarsi in bagno, una alla volta e debitamente sorvegliate. Nadia era sudata, a causa del gran caldo di quel giorno, e non vedeva l’ora di lavarsi.
Jack lesse ciò che aveva scritto White e arricciò il naso: erano due paginette incolori da cui non emergeva minimamente il suo talento. Ma, anziché adirarsi, sorrise cinicamente. Si trattava di un classico esempio di ansia da prestazione; era evidente che Alexandra temeva il confronto con l’altra. E, infatti, l’operato di Nadia era eccellente: vivide descrizioni di combattimenti fra orribili mostri e forti ma sfortunati guerrieri, una principessa catturata e resa schiava, un paio di torbide scene di sesso. Quel romanzo prometteva di diventare un capolavoro. “Molto bene!”, si congratulò con lei. Quindi, si rivolse a White. “Sei in svantaggio. Vedi di riguadagnare il terreno perso.”
Alexandra impallidì e allontanò da sé il piatto.
Non occorreva aggiungere altro, si disse Sparrows.

Alexandra lesse attentamente lo scritto di Nadia. Quando le restituì i fogli, commentò: “Sei più brava di me. Vincerai tu.”
Sapeva che con ogni probabilità questo significava che lei sarebbe morta; ne prese atto con rassegnato fatalismo.
Ma la giovane scosse vigorosamente la testa. “Questa non è una gara sportiva!” Parlava a bassa voce, dato che temeva che Sparrows fosse fuori dalla porta, intento a origliare. “A parte il fatto che tu sei una scrittrice famosa e io una semplice impiegata, poniamo pure, a livello di ipotesi, che tu abbia ragione. Cosa credi che succederà? Pensi davvero che quell’uomo manterrà i patti? No, Alexandra: non ci saranno vincitrici e perdenti, non è previsto nessun premio per chi scriverà il libro migliore. Sparrows ci ucciderà entrambe; non può permettersi di liberare una di noi due, perché sa che verrebbe denunciato.”
Alexandra la fissò in silenzio. “Avevo pensato a una soluzione.”, disse dopo qualche minuto. “Il tuo arrivo, però, ha scombinato i miei piani.”
“Che genere di soluzione?”, volle sapere Nadia.
“Era legata al romanzo.”, spiegò Alexandra. “Non era ancora un piano preciso. Diciamo che contavo di ricattarlo, minacciandolo di stracciare quello che avevo scritto.” Fece un sorriso mesto. “Ma forse non era granché come idea.”
“Infatti.”, convenne Nadia. “C’è un unico modo per uscire di qui.”
Tacque per alcuni istanti, mentre Alexandra attendeva pazientemente che continuasse. Era una mattina triste e piovosa, il cielo grigio era percorso dalle nuvole. Un clima che si adattava allo stato d’animo della scrittrice; aveva perso la volontà di combattere, si sentiva vinta e infelice, una profonda malinconia la avvolgeva, simile alla nebbia di una fredda serata autunnale.
“Dobbiamo affrontarlo fisicamente.”, riprese Greene in tono vivace. “Siamo in due e lui è solo. Se riuscissimo a coglierlo di sorpresa, potremmo avere la meglio. Una volta tramortito, scapperemmo via da qui.”
Alexandra non sembrava convinta. Sfiorò il mucchio ordinato di pagine che teneva sulla destra della scrivania. Le pagine che raccontavano la storia della fata, di Meredith la strega, di Lord Ascher; era avvilente constatare che il suo lavoro valeva ben poco se rapportato a quello di Nadia Greene. In un certo senso, ciò la deprimeva allo stesso modo della sua situazione reale, che lei vedeva priva di vie di uscita. Una ragazza che fino a pochi giorni prima non aveva mai scritto una riga l’aveva surclassata: i paesaggi erano descritti meglio, apparivano più vividi al punto che, leggendo, sembrava di vederli; i personaggi risultavano più credibili, al confronto, i suoi erano stereotipati. Inoltre, la suspense era decisamente maggiore. Comunque la si volesse mettere, Greene l’aveva superata. Ammesso e non concesso che fossero riuscite a fuggire, lei non sarebbe stata più la regina della letteratura fantastica; avrebbe dovuto accontentarsi di essere una delle tante, mentre Nadia avrebbe preso il suo posto. E presto lei sarebbe stata dimenticata.
“Non so battermi.”, disse infine, tornando al presente.
“Nemmeno io!”, ribatté prontamente Nadia. “Però siamo in due, e poi queste cose non si imparano comunque a scuola: fanno parte della natura dell’uomo. Al momento opportuno, troveremmo sicuramente un modo per metterlo fuori combattimento. Anzi, perché non usare i nostri libri?”
Alexandra le rivolse uno sguardo interrogativo.
“Bene. I nostri protagonisti lottano, no? Certo, si avvalgono naturalmente della magia, però entrambe abbiamo descritto anche numerose scene di lotta: prendiamo spunto da esse. Studiamo una strategia.”
“E’ molto pericoloso.”, replicò Alexandra. La risolutezza e l’ottimismo di Nadia la irritavano vagamente, benché non ne afferrasse appieno il motivo. Forse perché invidiava la sua vitalità. Quella giovane pareva esserle superiore in tutto: era più coraggiosa, più energica… e scriveva meglio di lei!
“Meno pericoloso che aspettare passivamente la morte.”, affermò con decisione Nadia. “Proviamo a ragionare assieme. Qual è il momento migliore per sorprenderlo? Secondo me, quando esamina i nostri scritti.” Si guardò attorno. “Se avessimo un’arma!”, mormorò.
“D’accordo.”, disse Alexandra. “Studiamo qualcosa.”
Ma in realtà stava pensando ad altro. Nadia Greene sarebbe diventata la nuova regina… a questo punto, che senso aveva combattere?
Ultimamente la sua esistenza era scandita dalle sconfitte. Aveva creduto di aver incontrato il grande amore, ma invece si era trattato di un inganno. Sparrows l’aveva semplicemente usata. Era un depravato, un folle; ma questo non mutava la sostanza delle cose. Si sentiva sola come non le era mai accaduto in passato. Si trovava in grave pericolo, molto probabilmente sarebbe morta. E anche se si fosse salvata, eventualità che considerava assai improbabile, una sconosciuta impiegata l’avrebbe sostituita ai vertici della narrativa britannica. Alexandra sapeva riconoscere il talento e Greene ne aveva da vendere. Se fosse stata una donna anziana, avrebbe potuto accettarlo; era un fatto che rientrava nell’ordine naturale della vita. Presto o tardi, in tutti i campi, arriva sempre un erede, e al momento stabilito dal destino è giusto trarsi in disparte.
Ma lei era giovane!
E tuttavia destinata a soccombere.
Sebbene fossero solo proiezioni fantastiche, dato che escludeva di potersi salvare, quella semplice ipotesi la colmava di amarezza. Si rendeva conto di non avere altro a cui aggrapparsi all’infuori della scrittura. Né amore, né serenità, né la speranza di un futuro felice. Perché dunque ostinarsi a lottare? Detestava autocommiserarsi, ciò nonostante a questo lo avevano portata la prigionia e la consapevolezza che un’altra donna era più brava di lei.
Si alzò per andare ad affacciarsi alla finestra. Non voleva che Greene si accorgesse che stava piangendo. Erano lacrime dovute alla frustrazione più che alla paura.

Nel corso di decenni di lavoro, Carrick aveva sviluppato una fitta rete di informatori. Non tutti erano sempre attendibili, ma l’investigatore aveva imparato da tempo a scremare le notizie veramente importanti da quelle di dubbia utilità. In questo era aiutato dal suo impareggiabile fiuto.
La rete era assai variegata: era composta da poliziotti corrotti, funzionari di banca, magistrati, giornalisti, osti, cameriere, mendicanti, prostitute e ladri. Vivendo a Nizza, aveva perso molti contatti, ma in quei giorni si adoperò per riannodare i fili di tale vasto ingranaggio. Si recò nei locali più malfamati, parlò con meretrici e ricettatori, andò a visitare vecchi furfanti che avevano abbandonato l’attività, ma che possedevano ancora vista acuta e orecchie attente. Elargì banconote e minacce, dispensò sorrisi e ricordò antichi favori. Si dedicò a quel compito con la costanza e lo scrupolo che lo avevano sempre contraddistinto.
Lentamente, la macchina si mise in moto.

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In macchina si era comportato in modo gentile e amabile, ma quando entrarono in casa Sparrows cambiò immediatamente atteggiamento. Si versò da bere, ignorando Nadia, bevve un sorso di cognac, quindi la scrutò con uno sguardo gelido. “Bene.”, disse. “Non ho alcuna intenzione di intervistarti. Il mio compito è diverso: salvare il mondo della letteratura fantastica da autrici pateticamente ancorate a idee stupide e lontane dalla realtà. Ciò che voglio da te è che tu scriva un nuovo libro, in cui le cose funzionino così come devono funzionare. Uno specchio della vita vera, composto da pulsioni autentiche: sesso, tormenti, pensieri scabrosi. Al bando le fate sbiadite e gli inutili folletti! Devi descrivere la malvagità, e farla trionfare.”
Benché Nadia fosse stata messa in guardia, la sua reazione fu comunque di stupore. Non provava paura, sebbene Carrick non fosse lì con lei, bensì curiosità. Jack Sparrows le era parso un uomo affascinante, e si era accorta che aveva letteralmente stregato Pippa; adesso, però, aveva assunto un’espressione quasi allucinata e dava la sensazione di essere un pazzo. Si chiese dove fosse l’investigatore, ma Sparrows non le lasciò il tempo di pensare: la sospinse a forza verso le scale. Salirono fino al secondo piano. Jack aprì una porta e la costrinse a entrare in una camera.
Nadia vide Alexandra White. Era seduta davanti a una scrivania, intenta a scrivere alla fioca luce di una candela. Alexandra si voltò e la guardò stupita. Jack Sparrows si rivolse nuovamente a Nadia. “Il letto è sufficientemente ampio, dormirete insieme. Domattina porterò qui un altro scrittoio. Lavorerete fianco a fianco, ciascuna di voi due scriverà il suo romanzo e alla fine io giudicherò le vostre opere. Ci saranno un premio e un castigo.” Sorrise cupamente. “Vita e morte.”

Nadia dormì un sonno agitato e confuso. In realtà, il letto non era particolarmente spazioso, e sicuramente non era un letto matrimoniale; durante la notte spesso le due donne si urtarono e in un caso Nadia si ritrovò sopra a White. La scrittrice farfugliò qualcosa e la giovane si scusò. Poi non riuscì più a riaddormentarsi. Era tesa e ansiosa. Dal sedile della macchina non si era accorta di quello che stava accadendo fuori, perciò non capiva perché Carrick non avesse fermato Sparrows. Eppure l’investigatore le aveva garantito che se lei avesse seguito le sue istruzioni non avrebbe corso alcun rischio. Sparrows era salito sulla Talbot con una certa fretta, che però lei aveva attribuito a un temperamento impulsivo.
Adesso era prigioniera in una casa isolata, di cui Carrick ignorava l’ubicazione, e sarebbe stata costretta a scrivere. Ma non sapeva scrivere! L’inganno sarebbe presto venuto alla luce. Come avrebbe reagito Jack Sparrows? Quando aveva annunciato la competizione fra lei e Alexandra, aveva parlato di premio e castigo… vita e morte. Era pazzo, fuori da ogni dubbio, e questo portava alla conclusione che, una volta scoperto che lei non era una scrittrice, non avrebbe esitato a ucciderla.
Nadia, però, era una ragazza coraggiosa e combattiva e non aveva nessuna intenzione di rassegnarsi. Avrebbe potuto tentare di scrivere o magari le sarebbe venuta in mente un’idea migliore; purtroppo come piano era alquanto nebuloso, ma per il momento doveva accontentarsi.
Prima di andare a letto, Alexandra le aveva raccontato quello che era successo da quando si trovava lì. Era una vicenda allucinante. Tuttavia, benché Nadia provasse simpatia per lei, aveva avuto il sospetto che in fondo la scrittrice non fosse particolarmente dispiaciuta della sua presenza e di ciò che essa significava: era chiaro che era sicura di stravincere quella sfida stravagante. In questo modo, sarebbe tornata libera. Forse per il momento non era ancora un pensiero del tutto cosciente, ma presto Alexandra avrebbe capito che lei rappresentava la sua salvezza. Era una reazione umana e Nadia non la biasimava per questo: si conoscevano soltanto di vista, ed era normale che la scrittrice pensasse prima a se stessa.
Jack Sparrows si presentò poco dopo l’alba. Su un grande vassoio c’era la colazione per entrambe. Mentre mangiavano, trascinò nella stanza una vecchia scrivania che posizionò accanto a quella di Alexandra White.
Le osservò finché non ebbero finito, quindi dichiarò allegramente: “E ora al lavoro!”
Uscì dalla camera, che naturalmente chiuse a chiave.
Le due donne indugiarono, sebbene Alexandra avesse avvertito Nadia che lui alla sera controllava quanto era stato scritto durante il giorno. Le spiegò che pretendeva quantità oltre alla qualità, e che se veniva contrariato diventava irascibile e pericoloso.
Loro, però, erano in due, si disse Nadia. Alexandra da sola era impotente contro di lui, ma se lei e la scrittrice avessero unito le forze e agito con astuzia avrebbero potuto sopraffarlo. Cominciò a riflettere, e man mano un piano iniziò a delinearsi nella sua mente.
Per qualche ragione non ne parlò con Alexandra, forse perché era prematuro farlo. Si mise, invece, all’opera con grande concentrazione, scoprendo incredula che le molte letture del passato le avevano giovato, in quanto l’avevano provvista di una discreta infarinatura: le prime righe scorrevano fluide.
Scoprì di non aver bisogno di soffermarsi a meditare su ogni singola parola; le frasi nascevano spontaneamente e formavano paragrafi, i quali a loro volta si trasformavano in capitoli: pagine e pagine di fitta scrittura, dove i fatti narrati davano vita a una storia avvincente e piena di emozioni.
Tratteggiava in maniera superba paesaggi di incommensurabile bellezza oppure luoghi cupi come la più tetra fra le notti, facendo ricorso unicamente all’immaginazione, come un pittore che realizzasse un quadro affidandosi soltanto a un misterioso istinto che gli permetteva di riportare su tela ciò che non aveva mai visto di persona, un mare esotico o l’incanto di un tramonto africano.
Scoprì che era bello lasciar correre la fantasia, lasciarla libera di creare situazioni che lei stessa non riusciva a visualizzare, prima che prendessero forma. Ciò valeva soprattutto per i personaggi che descriveva, dato che essi agivano a sua insaputa, compiendo azioni e formulando pensieri che andavano solo riportati su carta.
Si disse che scrivere era un procedimento quasi mistico, e rimase ammaliata dalla sua stessa bravura.
Non aveva mai immaginato di possedere tali doti.
In quei momenti non pensava alla sfida né alle sue sinistre implicazioni. Semplicemente, viveva attimi di una felicità talmente intensa da farle scordare la realtà che la circondava.
Mentre scriveva, Alexandra White la scrutava con uno sguardo indecifrabile.

Carrick si incontrò con Patricia in un pub. “Nulla di rotto.”, la rassicurò, prima di portarsi alla bocca un grosso boccale di birra. “Solo qualche contusione.”, aggiunse dopo aver bevuto. “Adesso, però, dobbiamo pensare alle nostre amiche.”
Patricia annuì. Si sentiva tremendamente in colpa per aver coinvolto Nadia Greene. “Cosa faremo?”, gli domandò.
Carrick non si degnò di rispondere. Stava riflettendo. Se voleva una cosa, egli la otteneva, pronto ad annientare chiunque tentasse di ostacolarlo: a questo si doveva la sua fama. Ciò nonostante, era combattuto. In quel momento si sentiva vecchio e stanco, era tutto indolenzito, e provava il forte desiderio di tornare a Nizza. Chiuse gli occhi e per un istante rivide il meraviglioso mare della Costa Azzurra, riassaporò il profumo di quella terra magnifica e meditò sulla differenza che intercorreva tra un buon piatto di pesce cucinato alla brace e le solite uova con salsicce. Però aveva preso un impegno e mai, nella sua vita, aveva mancato di mantenere una promessa. Osservò il viso ansioso di Patricia. Poi parlò, scandendo lentamente le parole. “State tranquilla! Carrick resterà a Londra fino a quando non avrà liberato Alexandra White e Nadia Greene.”
Patricia ricambiò lo sguardo. Dai suoi occhi trapelava l’amore che provava per lui. Fu tentata di aprirgli il cuore, ma l’innato intuito femminile le suggerì di aspettare. Non era ancora giunto il momento, posto che fosse mai arrivato.

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