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Archive for marzo 2012

SORELLE

Se io mi fossi innamorata di un ragazzo, e tu lo avessi voluto per te, te lo avrei ceduto senza esitare. E se per questo avessi sofferto le pene dell’inferno, me ne sarei fatta una ragione e sarei riuscita, almeno in parte, a godere della tua gioia. Per me sei sempre stata una sorella, e alle sorelle, specie se maggiori, tutto è dovuto. Ma non ci sarebbe stato alcun risentimento da parte mia, nello stesso modo in cui non ho mai invidiato i tuoi successi. Io andavo bene a scuola, ma tu eri la prima della classe. Io giocavo discretamente a tennis, ma tu eri la numero uno. Io piacevo a molti ragazzi, ma tu eri la regina.
Tutto nacque al nostro primo incontro, entrambe ancora ragazzine, che il destino volle fossero compagne di banco. Ti amai da subito e tu mi ricambiasti. Lungi dall’inorgoglirti per il tuo talento innato (eccellevi in qualsiasi cosa, come accade ai predestinati) mi hai sempre presa per mano, sorretta, aiutata. Grazie a te imparai la matematica, che prima del tuo intervento consideravo una materia sconcertante; con infinita pazienza mi insegnasti a usare il rovescio a due mani. E per stare con me rinunciasti alla compagnia delle ragazze più ricche, sebbene appartenessero alla tua stessa classe sociale. Loro mi snobbavano perché ero una borgatara, e tu non accettasti quella discriminazione. Le ignoravi, facendole soffrire, dato che tutte anelavano alla tua amicizia. Questo privilegio spettò sempre a me, ed era fra le tue braccia che piangevo quando la vita incominciò a mostrarmi il suo lato più crudele, e da te ricevetti carezze che riuscivano a toccarmi il cuore. All’ultimo anno di liceo, rischiasti di prenderle da una banda di teppisti che avevano osato mettermi le mani addosso. Ma tu li facesti scappare a gambe levate, grazie al tuo innato magnetismo, a una personalità non comune, direi eccezionale.
Era inevitabile che mi iscrivessi anch’io a medicina. E non è stato certo per caso che poi abbia preso la tua stessa specialità. Fui testimone alle tue nozze, e tu alle mie. E quando mio marito perse il lavoro, trovai una busta nascosta sotto a un cuscino del divano. La sera prima eri stata a casa nostra a vedere un film. Se non ricordo male, era di Verdone. Come al solito ti eri sfilata le scarpe: è sempre stato il tuo vezzo.
Ricordo che ridemmo fino alle lacrime, mentre il mio uomo esibiva un sorriso tirato pensando alle ultime rate del mutuo ancora da pagare, e il tuo era da qualche parte, nella notte di Roma. Io cercavo di distrarmi, di rimandare all’indomani le preoccupazioni, e il fatto di averti accanto mi dava una grande forza.
Sapevi che il giorno dopo non sarei andata in ospedale, e conoscevi il mio amore per l’ordine e per la pulizia. Quindi avrei trovato subito la busta.
La busta era bianca, priva di intestazione. La aprii chiedendomi oziosamente se conteneva una tua poesia. A volte ne scrivevi, e poi me le facevi leggere, e naturalmente erano bellissime: sapevano scandagliare l’animo umano, far vivere la natura, riempivano l’aria di colori, profumi; echeggiavano il suono del vento e disegnavano spiagge bianche e mari verdi e montagne incantate.
Ma non avevi scritto una poesia. Ti telefonai immediatamente, dicendo che non potevo accettare quei ventimila euro. Dissi che avrei stracciato l’assegno.
“Sorella.”, fu la tua risposta.
Quanto ti ho amato, Giulia! E’ difficile stilare classifiche dei sentimenti, e forse anche inutile; tuttavia, se mi trovassi costretta a farlo, metterei il tuo nome in cima alla lista. Prima di mio padre, di mia madre, di mio marito. Accanto al tuo ci sarebbe solo quello di Cristiano, che però a quell’epoca non era ancora nato.
Gli anni sono passati, a volte felici, in altri casi meno, perché così scorre il nastro dell’esistenza. Gli anni ci hanno visto sempre vicine.
Un giorno, all’improvviso, ho incominciato a scorgere i primi segni del tuo decadimento, che poi era anche il mio. Ho capito che non riuscivi ad accettarlo, e ho fatto tutto quello che potevo per alleviare l’amarezza che ti avvelenava. Mi rendevo conto fin troppo bene che non sopportavi un declino che è inevitabile, ma che se è accolto con saggezza può trasformarsi in un tramonto dolce, appena pervaso di malinconia, soprattutto quando si ha avuto in dono una sorte pari alla tua.
Avrei dato la mia vita per te, Giulia! E lo avrei fatto con il sorriso sulle labbra.
Ma non potrò mai perdonarti, e te lo scrivo con la morte nel cuore. Te lo scrivo piangendo, con una disperazione che prima di oggi non avevo mai conosciuto.
Avrei accettato tutto da te.
Ma non che cercassi la tua giovinezza perduta in un letto.
Non con mio figlio.

Vi ricordo il mio nuovo libro, “Alex Alliston”.

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MATRIOSKA 21

SUL CORRIERE DELLA SERA DI OGGI, NEL SUPPLEMENTO CULTURALE “LETTURA”, IL MIGLIOR INCIPIT DI UN ROMANZO INEDITO (PAGINA 20):
La barca – un vecchio dragone praticamente inaffondabile – virò di prua e fendendo i marosi imboccò lo stretto passaggio che conduceva alla piccola baia. Aleksandr ormeggiò lo scafo, lo disarmò e scese a terra. Lì il vento era meno intenso: l’insenatura era protetta dai numerosi scogli che affioravano dal mare, simili a denti aguzzi. Le onde si infrangevano su quella barriera e andavano a sfogare la loro collera altrove.
ALESSANDRA BIANCHI “MATRIOSKA”

Dopo il fallito attentato a Massoud, Farrin era stato torturato a lungo.
Le donne gli avevano cavato un occhio. Era stato lasciato senza cibo e senza acqua; lo avevano frustato e gli avevano strappato le unghie delle mani.
Però, non lo avevano ancora ucciso.
Volevano che parlasse, che svelasse i piani dei russi, che peraltro il giovane tagiko era lungi dal conoscere.
Farrin era chiuso in uno strano mondo personale, del quale nessuno possedeva le chiavi: nemmeno lui. Non capiva le domande, non temeva la morte. Questo perché non aveva cognizione di cosa fosse. Un tempo naturalmente lo sapeva, ma nei laboratori del KGB gli avevano cancellato la memoria,  tolto la nozione della paura e del dolore. Per fare ciò si erano avvalsi di un programma che perfezionava ai massimi livelli Il progetto MKULTRA (conosciuto anche come MK-ULTRA) della CIA che aveva come scopo quello di influenzare e controllare il comportamento delle persone. Quando tali esperimenti erano stati resi pubblici dalla U.S. President’s Commission on CIA activities within the United States era scoppiato uno scandalo, ma il direttore della Cia, Richard Helms, distrusse tutta la documentazione. Che però era già nelle mani del KGB.
Una notte Farrin si svegliò, destato dall’abbaiare di un cane. Era notte fonda e nel villaggio dormivano tutti… tranne due sentinelle che si trovavano a pochi passi dalla baracca in cui era custodito il tagiko. La mente confusa di Farrin assimilò, senza comprenderli, alcuni spezzoni di una conversazione. Era sul punto di riaddormentarsi quando udì pronunciare una parola, un nome, che ebbe lo stesso effetto di un comando impartito a un computer. Il computer non ragiona su ciò che gli è stato detto di fare. Agisce. Farrin si comportò allo stesso modo. Con le mani scorticate e legate dietro alla schiena era pressoché impossibile liberarsi, inoltre Farrin era febbricitante e debilitato; tuttavia era stato programmato per reagire immediatamente a un dato impulso. Nella sua testa, insistente e ossessivo, riecheggiava il nome che aveva sentito.
Con uno sforzo inaudito spezzò i lacci che lo trattenevano. Poi slegò le caviglie. Quindi barcollando si alzò. Aveva il cervello vuoto, all’infuori di un solo pensiero fisso, posto che lo si potesse definire tale.
Trasse un respiro profondo. Un attimo dopo si avventò contro la porta. Una, due, dieci spallate, e riuscì a scardinarla.
Quando si trovò all’aperto vide uno dei due Mujaheddin imbracciare il Kalashnikov, però il guerrigliero esitava a sparare perché gli ordini di Massoud erano chiari. Fu l’altro ad affrontarlo, con un pugnale. Farrin lo caricò a testa bassa e, prima che quello potesse colpirlo, gli strappò l’arma dalle mani e gli tagliò la gola. A quel punto il guerrigliero armato di Kalashnikov fece fuoco, ma lo mancò. Farrin si gettò su di lui, mirando al cuore. Il Mujahddin finì a terra, agonizzante.
Come un’ombra, Farrin scivolò fuori dal villaggio.
Se qualcuno lo avesse visto avrebbe pensato che era un demone inviato da Allah per castigare gli uomini a causa dei loro peccati. Farrin si inerpicò sulla montagna.
Albeggiava ed era già distante quando sentì un nuovo rumore. Proveniva da lontano ma si stava avvicinando rapidamente. Era un suono agghiacciante, che lo lasciò indifferente.
Proseguì il suo cammino, mentre il villaggio veniva sommerso dall’inferno di fuoco prodotto dagli Hind.
Nella sua mente continuava a risuonare un’unica parola, un solo comando.
Matrioska.

Quando le annunciarono la grazia, Sonja pensò a uno scherzo crudele.
La grazia non veniva mai concessa due volte.
Ma la guardia, una donna buona d’animo nativa di Omsk, la rassicurò con un sorriso. “Hai degli amici molto potenti, Sonja!”
Sonja la fissò, ancora incredula. “Aleksandr.”, mormorò.
“Non so chi sia.”, dichiarò la guardia. “L’ordine arriva dall’alto.” Fece un gesto vago con la mano. “Da molto in alto! E hai anche un lavoro!”
Sonja scoppiò a piangere.
Sapeva che comunque alla base di tutto c’era suo fratello.
Nei giorni successivi le mancò il tempo per soffermarsi a riflettere su quanto aveva ricordato: doveva riabituarsi alla libertà, trovare un alloggio – per due settimane dormì in casa di Tamara – e prendere confidenza con il nuovo impiego. Era stata assunta come segretaria dal KGB ed era una posizione di assoluto prestigio. L’unico fastidio era rappresentato dagli estenuanti controlli cui doveva sottoporsi ogni giorno prima di entrare in ufficio. Era una procedura che durava circa un’ora. Fra le varie attività, il KGB sorvegliava tutti gli uomini politici russi, a ciascuno dei quali era riservato un voluminoso dossier. Le misure di sicurezza erano almeno pari a quelle della CIA e questo valeva anche per i sofisticati mezzi di cui disponeva. Al termine della giornata Sonja doveva ripetere tutta la trafila. Sebbene si occupasse di semplici questioni amministrative e al suo livello non potesse nemmeno appurare quanto fosse smodatamente alto il consumo di vodka da parte dei quadri dirigenziali, rientrava comunque nella procedura standard di controllo.
Lei e Tamara erano diventate amiche. Sonja non aveva dimenticato che la donna di Aleksandr era stata l’unica persona a farle visita durante gli anni del carcere.
Una sera, mentre passeggiavano approfittando del clima mite, si confidò con lei.
Le raccontò di quel lontano giorno di maggio, quando Aleksandr aveva cessato di esistere per trasformarsi in Matrioska.

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LA SOMBRA DEL VIENTO

Il vento era sempre stato suo amico, forse perché era cresciuto in una città baciata dal Mistral.
Quello era stato il periodo più felice della sua vita. Dato che ormai erano trascorsi parecchi anni, aveva scordato molte cose; altre, tuttavia, brillavano indelebili nella sua memoria, come gioielli preziosi. Ricordava il mare illuminato dal sole, i profili delle navi da guerra americane, che nella sua immaginazione di bambino vedeva attraversare grandi oceani, capaci di sfidare ogni tempesta per poi ancorarsi al largo di un’isola tropicale, in attesa di ripartire per qualche ignota destinazione. Amava le divise di quegli uomini alti e abbronzati, simili agli eroi dei fumetti che leggeva. Ricordava una pistola a pallini con cui si divertiva a colpire le natiche delle ragazze. Una volta le aveva anche prese: ma ancor oggi riteneva che ne fosse valsa la pena.
Bernard interruppe la passeggiata per accogliere una seconda ondata di ricordi. Questi risalivano a un periodo successivo, a una vacanza che non avrebbe mai dimenticato. Cipro li aveva accolti con le calde notti estive, i scintillanti giochi di luce sulle onde mosse dalla brezza, le spiagge interminabili, l’incrocio fra due culture, separate da secoli di ostilità ma in qualche modo vicine.
A Natalie piaceva molto camminare nell’acqua. Bernard sorrise mentre la rivedeva procedere scalza, con un costume bianco che creava uno splendido contrasto con la pelle abbronzata, i capelli biondi che scendevano sulle spalle, gli occhi nocciola che riflettevano la sua voglia di vivere. Erano occhi profondi, capaci di leggere dentro; occhi che, a seconda degli stati d’animo, potevano essere malinconici, dolci, ironici, a volte indecifrabili.
Natalie era la moglie di Bernard, la seconda moglie dopo Sandrine, che era morta a seguito di un incidente d’auto. Sandrine beveva, forse perché il matrimonio non funzionava, e una sera, mentre guidava ubriaca sulla haute corniche, era andata a sbattere contro un camion. Bernard si era sentito responsabile di quello che era successo; aveva attribuito al suo carattere freddo la propensione all’alcool della moglie e, perciò come conseguenza diretta, anche la sua morte. Erano seguiti dieci anni lugubri. In quegli anni, Bernard non aveva mai sorriso.
Poi aveva conosciuto Natalie. Inizialmente le era stato antipatico; inoltre era più vecchio. Ma la vita è strana e in una limpida serata di gennaio, coccolata dallo scirocco, Natalie gli aveva chiesto di sposarla.
Bernard contemplò il mare. Non spirava un alito di vento. Socchiuse gli occhi per proteggerli dal riverbero del sole, e intanto si chiedeva il motivo per cui aveva deciso di tornare a Cipro. Di tornarci da solo. Non trovò una ragione precisa, probabilmente perché non esisteva o forse perché, invece, ne esistevano troppe, alcune chiare, altre nascoste in qualche soffitto buio della sua anima. Girò lentamente la testa e osservò la costruzione di legno che si stagliava in fondo alla spiaggia, prima di un promontorio che celava la vista di un porticciolo di pescatori e, oltre, di un piccolo paese costruito a ridosso del mare. “E’ un antico covo di pirati.”, aveva detto a Natalie un giorno che si erano spinti fino al termine del litorale per noleggiare un pattino. Quella mattina erano andati al largo e, al ritorno, avevano pranzato davanti alla spiaggia. Bernard era felice. Gli sembrava impossibile esserlo, poiché aveva giurato a se stesso che non lo sarebbe più stato. Lo considerava il prezzo da pagare per la sofferenza di Sandrine, per quel male di vivere che l’aveva indotta a cercare rifugio nei drink, e che alla fine l’aveva portata all’appuntamento con il camion.
Non merito nulla, pensava Bernard. E non desidero nemmeno nulla, soltanto un lungo oblio scandido dai rintocchi del tempo, un tempo avaro e gramo, che conduca all’unica meta accettabile. Quella definitiva.
Ma adesso era felice, sebbene avesse quasi paura di quella gioia, che non riteneva di meritare. Poi aveva pensato che comunque l’espiazione era stata lunga, era durata dieci anni: era insensato che diventasse lo scopo di tutta una vita, o almeno della seconda parte di una vita. Ora c’era Natalie, e nel vento che le scompaginava i capelli, egli ravvisava una sensazione di déjà vu, con la sostanziale differenza che non era più un bambino, e che soprattutto non era più solo.
Quel pomeriggio le regalò un materassino galleggiante, a forma di delfino. Mentre Natalie scorazzava, contenta come una bimba, nella piscina dell’albergo, Bernard la guardava incantato, stupendosi per l’intensità dei suoi sentimenti.
Alla sera andarono a cenare in un ristorante affacciato sul mare. Esplorarono stradine misteriose che si intrecciavano o divergevano, senza una logica apparente; comprarono dei souvenir e camminarono tenendosi per mano, mentre la luna piena guidava i loro passi e tracciava scenari suggestivi sulla superficie scura del Mediterraneo.
Tornarono in albergo e fecero l’amore. Quella notte, Bernard comprese che aveva raggiunto il punto più alto della sua esistenza. Che il tempo dei rimorsi e dell’apatia era finito; che lo attendeva un lungo cammino illuminato dalla luce dorata del più bello fra gli autunni. L’inverno è ancora lontano, si disse proseguendo nella metafora. Mi aspettano giorni speciali: quei giorni intessuti di comunanza, di complice appartenenza, che rappresentano il vero senso di una vita che sia degna di questo nome.
Io non chiedo altro.
Bernard si riscosse dai suoi pensieri e lasciò la spiaggia, risalendo stancamente il sentiero che portava all’albergo.
Rientrò in camera e prese il libro che aveva letto in quell’estate lontana. Talmente lontana che per un istante dubitò di averla vissuta veramente. Sfogliò le pagine del volume. Le ultime erano state sciupate dall’acqua, perché un mattino il libro gli era scivolato di mano, cadendo in un rigagnolo. Per qualche ragione, quelle pagine rovinate raddoppiavano il valore del romanzo. Per qualche ragione… per un’unica ragione: perché in quelle due settimane, radiose di sole e di vita, con lui c’era stata Natalie.
Il giorno prima di ripartire per la Francia erano tornati al porticciolo. Fu allora che finì l’amicizia fra Bernard e il vento.
Il destino si diverte a gettare i dadi a caso: sebbene taluni sostengano il contrario, i numeri che escono non formano quasi mai una combinazione sensata. O, forse, esiste una graduatoria sconosciuta, che divide il genere umano in due categorie, e quella accarezzata dalla fortuna è composta da pochi eletti, il più delle volte non meritevoli dell’appoggio della sorte.
Quel mattino il vento soffiava con rabbia; proveniva dall’Asia e aveva scelto l’isola come bersaglio. Animato da una collera cieca, scaraventava le onde sulla spiaggia; il mare era tutto un susseguirsi di cavalloni, mentre in cielo le nuvole correvano a ovest per sfuggire alla violenza delle raffiche. Erano giunti a metà del molo e si erano fermati per assistere allo spettacolo della natura infuriata, quando Natalie si girò sorridendo per dire qualcosa a Bernard. In quel momento fu investita da una folata micidiale. Bernard la vide ondeggiare, simile a una pianta esile e aggraziata. Tese una mano per sorreggerla, ma mentre Natalie si protendeva per afferrarla, vacillò, rimase per un istante in equilibrio precario, quindi precipitò su uno scoglio. Picchiò la testa e morì sul colpo.
Quanti anni erano passati da allora? Quanta tristezza aveva accumulato, ora dopo ora, nell’amaro percorso che era stato costretto a seguire?
Bernard posò “L’ombra del vento” sul comodino.
Non sapeva perché un libro così bello gli avesse portato in dono la morte.
E non sapeva nemmeno perché lui fosse ancora vivo.

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MATRIOSKA 20

Vladimir Putin mise una moneta in un bicchiere pieno d’acqua, quindi la recuperò con la bocca, tenendo le mani dietro alla schiena.
Aleksandr lo fissava impassibile.
Poi Putin lo sfidò a braccio di ferro. Aleksandr lo lasciò vincere, anche se in effetti Vladimir aveva una forza notevole e, in un vero confronto, sarebbe riuscito a impegnarlo a lungo.
Putin non era ancora entrato in politica, ma adesso era il numero uno del KGB. “Dovresti prendere il posto di Dmitriy.”, osservò, prima di ripetere l’esperimento con il bicchiere.
“Sa fare il suo lavoro, io faccio il mio.”, replicò Aleksandr. “Comunque, grazie per la fiducia.”
Putin prese la moneta, la lanciò in aria – molto in alto – per poi recuperarla, stringendola fra i denti.
Soddisfatto, porse un documento ad Aleksandr. “La grazia.”, disse. “Domani tua sorella uscirà dal carcere.”
Aleksandr chinò la testa.
“Da te voglio una cosa, Matrioska.”
“Qualsiasi cosa.”, rispose Aleksandr.
“Massoud.”, disse Putin.

Monica Squire studiava il volto di Aleksandr alla luce del fuoco da campo.
Notò che era completamente privo di espressione. Da lui non trapelavano rammarico, frustrazione o rabbia. Provò un piccolo brivido, chiedendosi se quell’uomo era del tutto umano.
Aleksandr restituì lo sguardo. “Lodge morirà.”, disse a bassa voce.
Monica scrollò le spalle.
“Lodge morirà.”, ripeté il russo. “Ma tu potresti salvarlo.”
“E in che modo?” Le sembrava una discussione priva di senso. Matrioska era immobilizzato, fuori gioco.
“Liberami.”, disse lui. “Se lo farai, Lodge avrà salva la vita.”
Monica si domandò perché John tardasse tanto a tornare; non aveva paura, ma si sentiva inquieta.
“Liberami.”, ribadì Aleksandr. “Così Lodge vivrà. E’ la tua unica possibilità per salvarlo.”
Le fiamme disegnavano strane figure nella notte. Serpenti, forse, pensò lei.
“Liberami.”
Monica si alzò e si allontanò di qualche passo.
“La vostra causa è sbagliata e ingiusta, e questo tu lo sai. Liberami.”
Quelle parole la costrinsero a girarsi. Cosa ne sapeva Matrioska dei suoi pensieri?
Il tono della sua voce era ipnotico. Gli occhi freddi erano puntati su di lei come per scandagliarle l’animo.
La donna si accovacciò per terra.
Poi lo sfidò, guardandolo fisso.
“La vostra causa è sbagliata e ingiusta. Liberami.” La voce di Matrioska risuonava ancora ipnotica, gli occhi non la abbandonavano. C’era qualcosa di raggelante nel suo modo di parlare, mentre ripeteva sempre lo stesso concetto.
Monica lo scrutò, perplessa. Per entrare nella CIA si era dovuta sottoporre a un duro addestramento, reso ancor più duro dal fatto che era una donna. Arti marziali, lotta, corsa, lezioni di tiro, studio delle armi e di ogni genere di ordigno, psicologia… e resistenza a qualsiasi forma di coercizione, fisica o mentale che fosse. E ad un tratto capì. Matrioska stava applicando una tecnica classica. Non poteva utilizzare il metodo Gessman, né quello di Gerling, dato che non poteva toccarla. In qualche oscuro modo aveva compreso che lei era contraria all’intervento americano in Afghanistan: da qui il primo messaggio, “la vostra causa è sbagliata e ingiusta, e questo tu lo sai”, che avrebbe dovuto avvicinarla a lui, almeno in minima parte. Poi la richiesta di liberarlo, continua, ossessiva, incalzante, suadente. Era una tecnica che avrebbe potuto funzionare con una persona debole, ma non con lei.
“Avvicinati.”, disse Aleksandr.
Monica Squire andò a sedersi accanto a lui. “Puoi andare avanti per tutta la notte.”, dichiarò. “Ma senza nessun esito.”
Aleksandr sorrise. Era stato solo un tentativo, anche se sapeva già in partenza che aveva scarsissime possibilità di riuscita. In ogni caso, sebbene lei non avesse ceduto, le aveva lasciato un vago sedimento nel cervello, che forse sarebbe tornato utile in seguito.
Considerò altre possibilità. Negli Stati Uniti sarebbe stato difficile scappare, e scartava a priori l’umiliante prospettiva di uno scambio. Inoltre, doveva portare a termine la sua missione. Perciò, doveva liberarsi ora.
Un rumore di passi lo distolse da quei pensieri.

Sonja aveva trascorso intere giornate a fissare il muro della sua cella.
Se non avesse ucciso Tatiana, se non si fosse difesa, avrebbe lasciato la prigione. Fare sesso con Tatiana sarebbe stato un prezzo risibile, se rapportato a ciò che la attendeva adesso.
Ergastolo significava passare il resto della sua vita in carcere, appassire giorno dopo giorno, struggersi al pensiero che, se avesse giaciuto con quella donna, la sua esistenza sarebbe cambiata.
Non possedeva l’autocontrollo di suo fratello, e aveva pianto e inveito contro se stessa. Aveva meditato di suicidarsi. Un pensiero che man mano era ingigantito fino ad apparire l’unica soluzione sensata.
Le avevano detto che Aleksandr aveva ammazzato Kasparas e che poi era entrato a far parte del KGB. A lui doveva quella grazia che, a causa di Tatiana, all’ultimo istante le era sfuggita di mano.
Sonja voleva bene ad Aleksandr, ma non lo amava.
Quando erano bambini, fra loro si era stabilita una complicità quasi magica; poi, però, lui era cambiato. Progressivamente si era allontanato da lei. Non avrebbe saputo dire quando aveva incominciato a staccarsi, né come aveva capito che lui aveva perso l’anima. Per quanto rammentava – ma era tutto molto nebuloso – si era trattato di un processo graduale. Il cuore di Aleksandr era diventato di ghiaccio; ma, se c’era stato un motivo alla base di quel cambiamento, Sonja lo ignorava o forse lo aveva dimenticato oppure, più probabilmente, lo aveva rimosso.
Da bambino Aleksandr era riservato ma affettuoso. Poi aveva eretto un muro intorno a sé, un muro granitico e impenetrabile che lo separava da tutti, anche da lei. Sonja sospettava che Aleksandr avesse ucciso Kasparas perché riteneva suo dovere farlo. In compenso, non era mai venuto a trovarla. Probabilmente lo giudicava inutile. In sua vece, le aveva fatto visita una bionda appariscente. A Sonja era bastato poco per comprendere che la donna che si era scelto rispondeva perfettamente alle sue esigenze: Tamara lo amava, ma Aleksandr non amava Tamara. Era una succube, e a lui andava bene così.
Una notte si svegliò sudata, dopo che un incubo l’aveva strappata al sonno. Come spesso accade, nello spazio di pochi secondi il ricordo del sogno svanì; ma in quel momento di estrema vulnerabilità, mentre si rigirava sulla branda, spaventata e confusa, un’immagine balenò in lei, come una luce che si accende all’improvviso.
Frugò nella memoria per metterla a fuoco, attraversando labirinti che non era mai riuscita a percorrere, fino a tornare a un giorno di maggio di tanti anni prima.
Quel giorno c’era il sole.
Quel giorno Aleksandr era cambiato.

Vi ricordo il mio nuovo libro, “Alex Alliston”.
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Peraltro, con un minimo di pazienza, troverete su Google molte altre possibilità, con sconti e spedizioni gratuite: sarà sufficiente digitare il titolo del libro.

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Fu in quei giorni che imparai a dormire in macchina.
A mezzogiorno avevo finito la benzina e non intendevo spendere altri dieci euro. Li avrei conservati per il giorno dopo, sperando in una giornata di lavoro più fortunata. Non avevo i soldi per mangiare due volte al giorno, perciò andavo a parcheggiare la macchina in un grande piazzale, circondato da una quantità di alberi dall’eleganza austera. Il piazzale confinava con un posteggio più piccolo, davanti al camposanto: lì c’era un certo viavai, ma dove stavo io, all’estremità opposta, l’unica compagnia era rappresentata da qualche raro camionista che aspettava l’orario di apertura delle ditte. I primi tempi, mi limitavo a osservare le piante, che rappresentavano una sorta di avamposto di un bosco vasto e ombroso che copriva diverse miglia in direzione ovest.
Poi imparai a dormire.
Il sedile dell’auto si adattò al mio corpo, o forse fui io ad adattarmi a esso: è incredibile come si riesca ad abituarsi a tutto; fatto sta che raggiunsi un grado di comodità molto simile a quello che potevo ottenere dal divano di casa. Osservavo la natura, davo un’occhiata ai camion, guardavo nello specchietto retrovisore, notando che le visite al camposanto incominciavano a rarefarsi, fino a cessare del tutto, almeno per le prossime due ore, e poi mi assopivo. L’abitacolo della macchina non era grande e io sono alto: ma trovai un modo per sistemarmi bene, appoggiando la testa al vetro laterale, con una mano a sorreggerla e l’altra appoggiata sul sedile. Per qualche ragione, prima di chiudere gli occhi, facevo scattare la sicura.
Quelle erano le ore più felici della mia giornata. A tratti un rumore, il suono di un clacson, una voce troppo forte e scomposta, mi destavano, ma non avevo difficoltà a riaddormentarmi subito. In genere, quel momento di estremo benessere, di sogni spesso dolci o comunque innocui, durava circa un paio d’ore, a volte un po’ meno. Quando mi svegliavo, frugavo nel portamonete per appurare se avevo un euro. Raggiungevo a piedi un bar poco distante e bevevo un caffè. Tornando al piazzale, fumavo una sigaretta che aveva un sapore delizioso. Mi piace fumare dopo aver bevuto il caffè, ma non credo di essere molto originale in questo. D’altro canto, non penso proprio che l’originalità sia particolarmente spiccata in me. Magari è un’idea sbagliata, dato che per certi versi possiedo una vena di singolare originalità, tuttavia è talmente nascosta, quasi chiusa nel solaio buio e inaccessibile dell’anima, da apparirmi praticamente irrilevante. Una volta nuovamente in macchina, consultavo l’orologio. Era come un rito: mi attendevano ancora tre ore, e allora le suddividevo in segmenti di trenta minuti l’uno. E’ un metodo efficace, perché in questo modo il tempo sembra meno lungo; e, anche se in realtà la cosa non è affatto vera, esiste pur sempre la teoria della relatività che, almeno a livello psicologico, avvalora in pieno la mia tesi.
Fumavo una sigaretta all’ora. Al di là del piacere del fumo, anche questo rituale accorciava le distanze e mi avvicinava al momento del ritorno. Il lato ironico della situazione (a saperli cogliere, esistono sempre lati ironici) stava nel fatto che non desideravo rincasare. Nello stesso modo, sapevo che il giorno dopo mi sarei ritrovato nello stesso posteggio, davanti agli stessi alberi, che ormai potevo considerare quasi amici, e vicino agli stessi camionisti, o forse erano altri; ma non mi presi mai la briga di appurarlo. Per me i camion sono tutti uguali.
Eppure mi piacciono, e quando ero bambino ne possedevo una bella collezione che mi permetteva di giocare per interi pomeriggi, mentre nel campetto vicino a casa nostra gli altri bambini davano vita a interminabili partite di calcio. Io avrei voluto giocare con loro, ma mi era concesso solo di rado, perché soffrivo d’asma. A volte mi sono chiesto se non sarebbe stata meglio una bella bronchite piuttosto di quella solitudine, che soltanto i camion alleviavano.
ll sole incominciava a tramontare, lunghe ombre coprivano man mano il piazzale; l’aria diventava più fredda, e talvolta, mio malgrado, ero costretto ad accendere il motore, almeno per qualche minuto, in modo da ottenere un po’ di calore. Si avvicinava il momento del rientro, però non guardavo troppo spesso l’orologio, dato che sono gli ultimi minuti quelli più lunghi a passare, esattamente come avviene sotto le armi. Io non ho fatto il militare, ma alcuni miei amici mi hanno raccontato che le ultime settimane, proprio quando sei a un passo dalla meta, rappresentano un’autentica agonia.
E infine giungeva l’ora. Mettevo in moto, abbandonavo con un muto arrivederci il mio piazzale, e rincasavo.
Mi attendeva una serata vuota e solitaria, e una notte percorsa da incubi.
Mi attendeva la solitudine, ed era tanto forte, tanto gelida, da farmi ripensare con nostalgia al mio piazzale. Mi consolavo sapendo che il giorno dopo sarei tornato lì. Ormai era la parte più importante della mia vita. Lo era diventata da quando mia moglie se n’era andata.
Quella sera, mentre accendevo il fornello per cuocere un piatto di pasta, mi venne in mente un’idea talmente bizzarra da farmi sorridere (un ghigno, più che un sorriso).
I miei alberi erano felici, ne ero certo. Ma… cosa pensava un salice piangente? E perché piangeva?
In ogni caso, mentre portavo gli spaghetti alla bocca, mi sentii simile a lui. Se piangeva doveva avere i suoi buoni motivi.
Io li avevo.
Fu allora che finalmente piansi.

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MATRIOSKA 19

Aleksandr lanciò un’altra occhiata a Monica Squire e perse la concentrazione che faticosamente aveva ottenuto. Forse a causa del calcio che la donna gli aveva sferrato alla testa o forse perché lei gli rammentava sua sorella.
Non fisicamente ma per la determinazione, il coraggio, la forza.
La sua mente tornò a vagare nel passato. I ricordi che aveva scacciato riaffiorarono. In particolare uno di essi, al quale era legato un secondo che era più importante.
Aleksandr aveva ucciso per la prima volta un uomo a sedici anni.
Fu allora che scoprì di non conoscere la paura e di non temere il dolore. Sonja, sua sorella, aveva due anni più di lui. Entrambi eccellevano negli studi, con voti largamente superiori alla media, anche se lei prediligeva le materie letterarie e lui quelle scientifiche. Sonja non era esattamente bella – sicuramente meno di Aleksandr – però era attraente e soprattutto possedeva fascino da vendere. Aveva uno spirito romantico che a lui non apparteneva o che forse in seguito avrebbe riversato sul suo rifugio, sul dragone e sulla baia protetta dai venti.
Kasparas era un poliziotto.
Aveva corteggiato invano Sonja, e quando era diventato troppo insistente lei lo aveva deriso. Lui l’aveva picchiata selvaggiamente, quindi l’aveva arrestata per possesso di stupefacenti. Naturalmente non era vero, ma Kasparas le aveva riempito le tasche di droga, e la sua parola valeva più di quella di una ragazza qualunque: Sonja era stata incriminata e condannata a una severa pena detentiva.
Aleksandr aveva saputo tutto questo da Ivan, un amico che lavorava alle dipendenze di Kasparas e che lo disprezzava.
In una gelida serata invernale, Aleksandr aveva atteso che Kasparas finisse il suo turno, poi lo aveva seguito.
Kasparas non era russo, bensì lituano, e durante la seconda guerra mondiale aveva collaborato con i nazisti. Essendo molto scaltro, era riuscito a farla franca e si era arruolato nella polizia dell’Unione Sovietica. Come la maggior parte dei russi, Aleksandr era razzista e disprezzava i popoli inferiori: in particolare quelli asiatici ma anche quelli baltici, che erano un incrocio mal riuscito fra diverse etnie. Ma ciò non aveva nulla a che vedere con quello che fece. Aleksandr voleva solo vendicare Sonja e si sarebbe comportato nello stesso modo con chiunque, anche con un nativo di Mosca.
Nel cielo brillavano poche stelle, simili a luci spettrali; la luna era nascosta. Spirava un vento freddo, e Aleksandr pensò che presto sarebbe nevicato. La neve gli evocava i ricordi dell’infanzia, quando giocava con Sonja. Rammentava un grande pupazzo che avevano costruito assieme e le guancie di lei, rosse per l’eccitazione. C’erano anche altri ricordi, ma non era il momento di indulgere ad essi.
Aspettò che Kasparas imboccasse una via scarsamente illuminata, quindi agì. Come un’ombra, si portò alle sue spalle. Con sé aveva un pugnale dalla lama affilata. Kasparas, però, era munito di una pistola e di un pesante manganello che sapeva usare assai bene. Aleksandr lo colpì alla schiena. Kasparas era corpulento – amava mangiare e bere bene -, ma sotto agli strati di grasso nascondeva muscoli poderosi. Malgrado Aleksandr lo avesse pugnalato con tutta la forza che aveva, Kasparas si girò di scatto e lo prese alla testa con il manganello. Aleksandr barcollò, tuttavia senza cadere. Evitò una seconda bastonata e, mentre l’altro cercava di avvinghiarsi a lui, gli aprì un profondo squarcio nel ventre.
Kasparas finì a terra, chiedendo pietà. Aleksandr lo osservò mentre moriva.
Quando Kasparas dopo un ultimo rantolo cessò di respirare, Aleksandr si voltò per andarsene, ma in quel momento sopraggiunsero due poliziotti. Per la sua età, Aleksandr era molto forte, però anche i poliziotti lo erano: si accanirono su di lui con ferocia, finché Aleksandr non perse i sensi.
Nei giorni seguenti continuarono a picchiarlo, più per sadismo che per vendicare il loro collega.
Aleksandr non emise mai un gemito.
Dmitriy lo conobbe nella lurida cella dove era stato rinchiuso in attesa della condanna a morte. “Ecco un bastardo che ti avrebbe fatto comodo.”, commentò uno dei due poliziotti che lo avevano arrestato. Dmitriy stava per passare al KGB. Scrutò incuriosito il volto tumefatto del giovane. Gli riferirono che non si era mai lamentato, non aveva pianto né supplicato. Era come se avesse la capacità di estraniarsi dalla realtà, di andare lontano con la mente; inoltre, aveva un’altissima soglia del dolore.
Dmitriy lo prese a calci fin quando Aleksandr non svenne. Aleksandr non lo implorò di smettere, non gridò, non cercò di sottrarsi: si limitava a fissarlo con uno sguardo gelido. Dmitriy lo guardava, pensoso.
In un certo senso, quel ragazzo gli faceva paura.
Nella settimana che seguì, rifletté a lungo. Prese informazioni su di lui. Secondo gli insegnanti, aveva un’intelligenza straordinaria: eccelleva in ogni materia senza aver bisogno di studiare, gli bastava seguire le lezioni con attenzione. Anche la sorella era speciale, dissero. Dmitriy parlò di Aleksandr al suo nuovo capo. Ricevuto il suo assenso, chiese ad Aleksandr se gli sarebbe piaciuto lavorare nei servizi segreti. Aleksandr desiderava servire la sua patria e, in ogni caso, era meglio che essere giustiziato.
Quattordici anni dopo, fu convocato da Vladimir Putin. Putin gli annunciò che aveva ottenuto la grazia per Sonja e gli propose di entrare nei quadri dirigenziali del KGB. Aleksandr lo ringraziò per aver tolto la sorella di prigione, ma declinò l’offerta: preferiva restare un agente operativo.
Putin rimase profondamente impressionato da lui e da quel giorno seguì con attenzione tutte le sue missioni.
Ma Sonja non uscì dal carcere.
Proprio mentre le veniva concessa la grazia, una detenuta cercò di violentarla e Sonja la uccise. Non erano cose infrequenti, anzi in prigione accadevano piuttosto spesso, ma quasi sempre la vittima accettava passivamente la sua sorte per evitare guai peggiori. In genere, erano le donne più fragili e minute a essere prese di mira, e questo non era il caso di Sonja. Probabilmente era stata sottovalutata. Ciò poteva essere dipeso dal fatto che negli ultimi tempi era apparsa abulica e distaccata. Era uno spirito libero e mal sopportava quella vita d’inferno; sognava spazi aperti, e rimpiangeva la visione del cielo, la compagnia delle amiche, la pulizia del corpo, le piccole gioie quotidiane che in quel triste luogo le erano negate.
Sonja aveva lottato per difendersi, non per ammazzare. Purtroppo, nel corso della rissa, l’altra aveva picchiato violentemente la testa contro il pavimento ed era deceduta sul colpo. Putin fece in modo che Sonja non venisse condannata a morte, ma non poté evitarle l’ergastolo.
Però promise ad Aleksandr che, qualora fosse entrato in politica – come aveva intenzione di fare – e si fosse fatto strada, avrebbe provveduto a liberarla.

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ALESSANDRA: FLUSSO DI COSCIENZA?

Vorrei dire una cosa. Potete abbassare quelle luci, per favore? Da ragazzino andai a fare un corso di vela, credo che avevo quattordici anni, mi divertivo molto, mi ero anche preso una cotta per una ragazza. Come si chiamava? Daniela? Simona? Non mi ricordo, ma comunque mica è importante. Dunque, io in barca andavo bene, mi piaceva, ho sempre amato il mare, il vento, le onde, insomma tutte quelle cose lì, anche se poi non sono più andato al mare. Vita di merda, senza soldi, ho potuto permettermi solo vacanze sul lago, in campeggio, e la notte c’erano certi spifferi gelati che ti entravano nelle ossa e così poi mi veniva anche il mal di schiena.
Posso avere una sigaretta? Grazie. Ecco, io non sapevo fare i nodi. I nodi da marinaio sono maledetti, la gassa o cosa diavolo; non era colpa mia, proprio non ero capace, non mi entravano in testa, anche se ci provavo, eccome se ci provavo. Beh non sempre, a volte preferivo guardare le gambe nude di Cristiana. O Daniela? Sì sì credo proprio che si chiamava Daniela, occhi neri, capelli neri, un corpo bellissimo anche se aveva solo due anni più di me. Arrivo al sodo. Un giorno l’istruttore mi dice: vieni nel mio bungalow che ti insegno a fare i nodi. Va bene, rispondo io, così è la volta buona che finalmente imparo, non puoi andare in barca se non sai fare i nodi. Il bungalow, sapete quelle costruzioni in legno… ma certo che lo sapete, è un mio difetto, mi capita di pensare che la gente non sa quello che so io, quando invece è l’incontrario, perché io non so quasi niente, e quel poco che so lo so anche male. Insomma il bungalow era buio, no, non troppo buio, diciamo che era avvolto nella penombra, questa è una frase che ho letto su un libro, bella vero? Ho letto tre libri in vita mia, ma dieci volte l’uno e adesso li conosco a memoria, potrei recitarli come il prete recita la Bibbia o il Vangelo, come quando parla durante la Messa. Ci sediamo sul lettino, io e l’istruttore, era un uomo non molto giovane, molto abbronzato ma è ovvio perché stava tutto il giorno fuori, in barca, al sole. Incomincio a fare i nodi, e naturalmente sbaglio. Mica sbagliavo apposta, non ero capace, non mi entrava proprio nella zucca, anche se poi invece con il timone ero bravo. Ricordo che avevo dei calzoncini corti e una maglietta gialla, i pantaloncini corti invece non mi ricordo di che colore erano. A un tratto lui mi infila una mano dentro, dentro ai calzoncini, e poi dentro alle mutande e si mette a toccarmi il pisello. Ansimava, questo me lo ricordo bene, come se fosse oggi, ansimava e con l’altra mano mi stringeva i capezzoli. Fai i nodi, su fai i nodi. E intanto tocca, tocca. Mica ero eccitato io, mi faceva schifo, ma avevo paura, sapete come quando si hanno le gambe molli molli, come di gelatina, e il cuore batte così forte che hai paura che da un momento all’altro scoppi? Ecco, io ero proprio così e lui insisteva, non smetteva, ma il pisello non diventava duro, era floscio, come faceva a diventare duro se provavo schifo?
Posso avere un’altra sigaretta, per favore? Grazie. Poi, ho preso tutto il mio coraggio e sono scappato. Ho corso, corso come un pazzo, e mi sono fermato davanti al mare. Pensavo di uccidermi, e forse era meglio se lo facevo, ma poi invece ho cambiato idea. Lui non mi ha più molestato, ma la cosa brutta, quella veramente brutta, deve ancora arrivare. Quando sono tornato a casa, ho raccontato tutto al papà e alla mamma, con calma, senza esagerare i toni. O si dice: enfatizzare i toni? Ho letto anche questo su un libro, però non mi ricordo quale dei tre era. Va beh, ho raccontato ogni maledetta cosa. E loro?
Loro non mi hanno creduto. Non mi hanno mai creduto, e questo è stato il dolore più grande della mia vita; non è mai passato, ce l’ho ancora oggi. E’ qui, dentro di me che mi strazia. Mio padre pensava che io fossi un frocio, un pervertito e che calunniassi una persona innocente. Che poi cosa c’entrano queste due cose? Potevo essere un frocio, e non lo ero, ma perché avrei dovuto inventarmi quella palla assurda? Oppure potevo inventarmi la palla, ma non essere frocio.
No, non mi hanno mai creduto, e io sono cresciuto sapendolo, giorno dopo giorno. E’ brutto, sapete, che i tuoi genitori non ti credono? E’ come se ti dicessero che fai schifo, che sei una merda, e poi tu ti convinci di essere una merda per davvero, e vedi una ragazzina, non una bambina, cazzo!, una ragazzina con già le tette e tutto il resto. E ti piace, e te la sogni la notte, e te la porti su quel maledetto prato, e te la scopi. Ma poi, quando scopri che a lei piace, che invece di ribellarsi geme e gode e si dimena e chiede ancora!, quando vedi che ci sta, che è sporca esattamente come te, né più né meno, allora le metti le mani intorno al collo, e poi stringi, stringi. Per cancellare il peccato, per lavare per sempre l’anima. Non so se sono stato chiaro, ma adesso è come se sto meglio. Adesso, se fossero ancora vivi, papà e mamma potrebbero finalmente dire che sono una merda. Potete abbassare quelle luci, per favore?

INTESOMALE: LO PSICHIATRA

Sergente, per piacere, abbassi un po’ quella lampada, può? Bene, ora, perché non se ne va a prendere un caffé? Vado avanti io qui, d’accordo? Grazie. Dunque, ragazzo, le persone con cui hai parlato prima non contano niente. Il tribunale chiamerà lo psichiatra a testimoniare, cioè me, e sarò io a decidere se sei capace o no di intendere e di volere. Capisci quello che dico? Fai di sì con la testa. Bravo. Allora, hai detto che vuoi una sigaretta, e io voglio dartela, ma dobbiamo aspettare che torni il sergente, perché io non fumo. Ma prima, finché siamo soli (*click* registratore spento), ti voglio spiegare una cosa. Appoggia le mani sul tavolo, non preoccuparti se le manette rigano il legno. Bravo. Ora, se io prendo questo mazzo di chiavi e lo uso così, sui tuoi polsi (*esegue*) presumo che ti faccia male, vero? (*il ragazzo urla*) Ma diremo che avevi le manette troppo strette. Lo sai quanti modi ci sono per farti un male cane senza lasciare segni? Ne hai una vaga idea? E lo sai che io posso stare qui tutta la notte, vero? E che quando mando il sergente a prendersi il caffé, posso farti quello che voglio? Bene. Adesso ascolta quello che ho bisogno di sapere…(*suona il cellulare*) Pronto? No, sono nel mezzo di un interrogatorio… no, no, non disturbi, è tutto spento e comunque più cuoce nel suo brodo e meglio è. Dimmi. (*pausa*) Cosa? No, Amanda. No che non puoi. Non puoi andare da tua sorella. Non puoi andare da nessuna parte senza di me, lo sai. (*pausa*) No, Amanda. No. Cazzo. No. Lo sai cosa ti ho detto due anni fa, no? Te l’ho detto. Rimango con te, mi occupo di te, ma tu non fai più nulla senza dirmelo… (*pausa*) Infatti, me l’hai detto, e io ti ho risposto di no. (*il tono si alza*) Adesso basta, Amanda. Non ti è bastata ieri sera? Devo andarci giù più pesante quando torno? No? Bene. Meglio così. Non mi va di rovinarti quel faccino o di lasciarti dei segni sulla pelle… sarebbe uno spreco. Ora non rompermi i coglioni. Torno tardi, vai pure a dormire, nel caso ti sveglio io. (*riattacca*)
Dunque, ragazzo, dov’eravamo, prima che quella stronza della mia donna ci interrompesse? Ah, sì, giusto. Dunque, io ora riaccenderò il registratore, ma sappi che non ho nessuna voglia di sentirti parlare delle molestie che hai subito da bambino. Mi fanno schifo. Mi fa schifo quello che dici, quasi più di quello che hai fatto. Io verrò chiamato dal giudice, e se lui non lo farà, lo farà la procura, e stritolerò le palle al perito della difesa. O potrei anche decidere di dire che sei pazzo per davvero. Ma questo lo farò se tu fai fare bella figura a me. Hai capito? Zitto, fai di sì, se hai capito. Bravo. Ora ascolta, in due giorni non hai ancora detto alla polizia quante sono e dove sono i corpi. Dillo a me. Farò fare una figura di merda ai miei colleghi, ed è la volta buona che mandano in pensione quel vecchio imbecille di… beh, mi sa che è un po’ troppo complicato per te, quindi non mi rompere il cazzo con barche e simili stronzate, e limitati a dirmi quello che ti ho chiesto.
(*click* registratore acceso) Quante ragazze?
Dove sono i corpi?

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