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Archive for aprile 2017

Mentre Vale si recava dal professore americano, Stradilasi arrivò a Consonno a bordo di una vecchia automobile scassata. Aveva guidato con prudenza per evitare di essere fermato dalla polizia. Durante il tragitto si era soffermato a ricordare le circostanze che gli avevano fatto conoscere Flagg: a lui sapeva di dovere tutto, ed era pronto a obbedirgli, qualsiasi fosse l’ordine che avrebbe ricevuto.
Stradilasi era (era stato) un insegnante elementare. Aveva amato molto il suo lavoro, soprattutto perché gli offriva l’opportunità di stare a contatto con i bambini. Quando notava che un allievo aveva delle difficoltà a seguirlo si offriva di aiutarlo. Era un aiuto gratuito, precisava, e le famiglie gli erano riconoscenti per questo. Il bambino si presentava a casa sua e incominciavano a fare i compiti insieme. Al primo errore, Stradilasi faceva sedere l’allievo sulle sue ginocchia, infilava una mano nei calzoncini e iniziava a frugare nelle mutande. Spiegava al bambino dove aveva sbagliato e poi gli accarezzava il pisello; quando il bimbo faceva qualcosa di giusto, la carezza diventava molto dolce, se invece sbagliava gli strizzava leggermente l’uccello.
Stradilasi era uno psicologo infallibile e sapeva in anticipo con quali bambini non avrebbe corso rischi e quali invece era preferibile scartare. Quelli che sceglieva non avrebbero mai avuto il coraggio di raccontare ai genitori quello che succedeva nella casa del maestro. La maggior parte di loro provava un forte disagio, ma ad alcuni il trattamento finiva per piacere. Qualche bambino, già grandicello, era anche venuto.
Era una vita stupenda. In macchina, Stradilasi aveva sospirato, pieno di nostalgia.
C’era un bambino che gli piaceva particolarmente: era un biondino esile con gli occhi azzurri e i lineamenti del viso semplicemente perfetti. Però, non rientrava nel gruppo di quelli che poteva scegliere; avrebbe parlato, ne era certo. Essendo un uomo prudente, decise di accantonare l’idea: per quanto vaga, era comunque pericolosa e doveva evitare di tradurla in pratica. Ciò nonostante, alla sera, quando andava a coricarsi e la sua mano si stringeva attorno al pene, inevitabilmente pensava a lui. Immaginava la sensazione che avrebbe provato accarezzando il suo minuscolo coso, si figurava l’espressione di quegli occhi azzurri, dapprima sconcertata, quindi impaurita, infine ansiosa ed eccitata. Con l’altra mano gli avrebbe accarezzato il petto, si sarebbe soffermato a lungo sui piccoli capezzoli, lo avrebbe fatto impazzire, il bambino avrebbe goduto… in quel momento inevitabilmente veniva, si bagnava di sperma, il torace massiccio si alzava e si abbassava in modo quasi frenetico, la fronte si imperlava di sudore. Benché irrealizzabili, erano fantasie sconvolgenti. Era bellissimo, ma purtroppo non era la realtà. Si trattava solo di un sogno a occhi aperti (e talvolta chiusi). Lui avrebbe voluto la realtà, tuttavia sapeva che era impossibile; il sogno era destinato a rimanere tale per sempre. Sarebbe stato troppo pericoloso.
I mesi passarono e arrivò la primavera, fra poco la scuola sarebbe finita e Paolo, il bambino, sarebbe partito per le vacanze. Per lungo tempo non lo avrebbe più rivisto. Era una prospettiva che lo angosciava.
Una notte, dopo aver eiaculato, prese la decisione: avrebbe rischiato. Si rendeva lucidamente conto che era un azzardo molto grande, e che le probabilità di farla franca erano minime, ma a dispetto del buon senso avrebbe sfidato il destino. Non riusciva più a resistere al desiderio. Incominciò ad accanirsi sul bambino, riservandogli le domande più difficili e mettendolo a disagio in classe. Sebbene Paolo fosse intelligente e si applicasse con impegno, riuscì a dargli un’insufficienza. Dopodiché mandò a chiamare la madre. Era una signora giovane e affascinante, assomigliava al figlio, anche lei bionda, minuta e con gli occhi chiari.
Stradilasi le disse che il rendimento scolastico del piccolo Paolo era peggiorato, ma che non doveva preoccuparsi perché accadeva spesso ai bambini durante la crescita; era soltanto un periodo particolare che sarebbe passato. Nel frattempo lo avrebbe aiutato, seguendolo personalmente. No, non voleva essere pagato, la sua professione rivestiva i caratteri sacri di una missione. La mamma di Paolo era contenta, lo ringraziò e promise che il giorno dopo lo avrebbe accompagnato a casa sua. Aggiunse che era raro avere a che fare con una persona tanto coscienziosa e buona come lui. Stradilasi si strinse modestamente nelle spalle.
Era al settimo cielo.

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DUMB RITA

Rita era arguta, capace di pensieri profondi e sufficientemente colta (sapeva distinguere la differenza che intercorre fra uno scribacchino commerciale e un vero scrittore, laddove il primo spesso era stato semplicemente baciato dalla fortuna, nonché affiancato da un ottimo ufficio marketing). Suonava il piano (senso artistico uguale intelligenza), dispensava utili consigli alle amiche (empatia, intuito e capacità di guadagnare la loro fiducia), realizzava pregevoli creazioni a base di cravatte, foulard e fazzolettini vintage, che si procurava investendo i guadagni e contando sulla generosità di certe anziane signore (capacità manuale: un’altra forma di intelligenza).
Componeva canzoni e poesie, cercava risposte a dubbi esistenziali, affrontava ogni nuovo giorno con la consapevolezza di poter raggiungere un ulteriore traguardo, come un ciclista alle prese con il Tour de France. E a livello sportivo, sebbene non fosse alta, giocava a pallacanestro ed era un valido play. Insomma, era viva, sensibile alla bellezza e dotata di molte altre qualità.
In questo quadro c’era spazio per un marito, un gatto, un grosso cagnone affettuoso e per un buon lavoro: responsabile di un negozio di biancheria intima.
E proprio lì si trovava a mezzogiorno di un giovedì caldo e sereno di luglio. Le altre ragazze erano andate a pranzo, Rita sarebbe uscita alle tredici e trenta per mangiare un tramezzino nel bar che frequentava tutti i giorni, se non durante la pausa sicuramente al mattino: adorava il loro caffè. Stava facendo un po’ d’ordine, quando nella boutique entrò un uomo. Dimostrava circa quarant’anni, era alto, ben vestito, con i capelli biondi pettinati all’indietro. Portava un Rolex d’oro al polso, ciò nonostante prese tre paia di boxer scelti fra i più economici, pagò in contanti tramestando nel portafoglio, poi, invece di uscire, le rivolse un sorriso smagliante e disse: “Lei è davvero bella, sa?” Rita scosse la testa. Sapeva di essere attraente, forse graziosa, ma “bella” le sembrava un complimento esagerato. Be’ di certo brutta non sono, pensò fugacemente. Aveva un viso dai lineamenti regolari, occhi grigi molto espressivi e folti capelli neri che le scendevano fino alle spalle. Comunque fosse, lo ringraziò con un sorriso. “Sono qui di passaggio.”, dichiarò lui. “Non conosco questa città, saprebbe indicarmi un ristorantino dove non vieni avvelenato? A proposito, mi chiamo Carlo Lupo, bad wolf per gli amici, good wolf se riesco a farli ridere dopo la seconda birra”, e rise a sua volta. Una bella risata, calda, piacevole. Rita si sorprese a pensare che era un uomo decisamente affascinante. Lanciò una rapida occhiata ai vestiti che indossava; denotavano buon gusto. Probabilmente, si disse, era un manager – il Rolex suonava da conferma – o un affermato venditore. Non era per i soldi, ma apprezzava gli uomini di successo; amava il marito, però a volte riteneva che avesse un impiego troppo modesto – era un semplice impiegato – a causa della mancanza di ambizione, l’unico difetto che gli riconosceva. Nella vita, l’ambizione è importante: ti porta a scavalcare muri altissimi, ad affrontare le prove più dure, e se vinci avrai raggiunto il tuo traguardo, ti sarai elevato al di sopra della massa.
Si riscosse da quei pensieri e gli suggerì “Da Rino”, un locale che serviva un fantastico tris di primi e succulente bistecche, alte e cotte alla perfezione, in più i prezzi erano contenuti. “Bene.”, Carlo Lupo sorrise di nuovo. “E che ne direbbe di farmi compagnia? Posto che il negozio chiuda, si intende.” Rita aprì la bocca per declinare gentilmente l’invito, invece con suo grande stupore rispose: “Non chiudiamo fino a questa sera, però” – guardò l’ora – “fra quaranta minuti ho la pausa.”
“Ottimo!”, esclamò lui. “Sarà un pranzo delizioso!”
Benché fosse un po’ pentita, Rita non trovò il coraggio per comunicargli che aveva cambiato idea. Cose che capitano.
E fu veramente un pranzo delizioso, in parte grazie al cibo e allo squisito vino che Carlo aveva scelto, ma soprattutto per il feeling che si instaurò fra i due. Senza la minima traccia di alterigia, Lupo le parlò del suo lavoro, o meglio: delle sue innumerevoli attività. Si occupava di vari settori, non per il guadagno, precisò, ma perché amava ciò che faceva, viveva di soddisfazioni, la più importante delle quali era legata a una ditta in Africa. Costruiva scuole per i bambini poveri, naturalmente era pagato, e non poco, tuttavia i soldi che gli versava quello Stato – a Rita sfuggì il nome – erano ben poca cosa rispetto alla gioia che provava nel fare qualcosa di importante per il futuro di quei bimbi neri. Scrollò le spalle e aggiunse divertito che comunque tutto il denaro di cui disponeva era impegnato in mille diverse ramificazioni. “Spesso il mio alimentari mi deve fare credito!” A giorni, peraltro, due o tre al massimo, avrebbe ricevuto una grossa rimessa – freschi contanti! – e voleva festeggiare l’avvenimento. Rita sarebbe andata a Cannes con lui?
Lei scoppiò a ridere. “Naturalmente, no!”

L’hotel Carlton è situato sulla Croisette.
Insieme al Martinez e al Majestic è il più bello e lussuoso di Cannes. Quando al mattino si svegliava, Rita contemplava incantata la favolosa camera che divideva con Carlo, poi correva sul balcone per osservare l’incomparabile spettacolo del mare, mosso dal Mistral e illuminato dai raggi del sole. Facevano colazione a letto, riprendevano ciò che, vinti dal sonno, avevano interrotto la notte precedente (che, in ogni caso, si era dimostrato di piena soddisfazione per entrambi), quindi uscivano per godersi la vita. Passeggiavano mano nella mano, visitavano i negozi di Rue d’Antibes, salivano sulle giostre del luna park, ubicato dopo il Porto Vecchio (ai cui moli erano ormeggiate “barche” che erano autentiche regine), pranzavano da Felix, al Blue Bar o all’Auberge Provencale. Rita andava matta per la Salade nicoise e per le moules avec frites; Lupo le aveva sconsigliato le ostriche, dato che luglio è un mese senza la “r”, al contrario di gennaio (janvier), e in tali mesi risultano a rischio. Si concedevano un sonnellino e, dopo un buon caffè consumato al bar del Carlton, riprendevano quella sorta di viaggio nel mondo dei sogni. Era un mondo nuovo, diverso, che con il marito non avrebbe mai conosciuto. A lui non pensava quasi mai, qualche fugace rimorso che una gita a Saint-Tropez o un’escursione nell’entroterra provvedevano a disperdere, come polvere spazzata via dal vento.
Trascorsi sette giorni, la rimessa che Lupo aspettava non era ancora arrivata (“ma non tarderà, ormai è questione di ore”) e fino a quel momento Rita aveva pagato tutti i conti con la sua carta di credito (non osava controllare il saldo, ben sapendo che era molto vicino al cosiddetto lumicino). Non importava: i soldi erano in viaggio dall’Africa e quando fosse giunto l’accredito c’era un certo Trilogy della De Beers che la attendeva dietro la vetrina di un negozio da Mille e una Notte. Rita era tutto tranne che veniale, ma quel regalo rappresentava il simbolo del grande amore che Lupo nutriva per lei.
Dopo altri due giorni, si svegliò da sola nel letto. Carlo sarà andato a prendere Nice-Matin e altri giornali. Un’ora più tardi, vagamente perplessa, si vestì e scese nella hall. Il portiere le consegnò una busta.
Rita la aprì.

“Mi chiamo Carlo Lupo.”, dichiarò l’uomo elegante alla bella cassiera. “Bad wolf per gli amici, good wolf se riesco a farli ridere dopo la seconda birra.”, e rise a sua volta.

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Out of the Blue
Into the Black 3

Dopo una cena a base di minestra fredda e pizza riscaldata (tre euro e venti, al di sotto del suo budget quotidiano), Berisha aveva preso la chitarra ed era andato a sedersi sui gradini che dalla porta d’ingresso conducevano sulla strada.
Ma suonò per poco tempo.
Neil Young aveva inciso due album eccezionali, After the Gold Rush e Harvest (il terzo e il quarto in odine cronologico), dischi nei quali si respirava un’aria spesso serena; poi, però, erano morti Danny Whitten e Bruce Berry, l’uno, chitarrista dei Crazy Horse, l’altro, roadie: ciò, unitamente a problemi di salute e alla malattia del figlio, lo aveva sprofondato in una profonda crisi, di cui i lavori successivi, benché splendidi, ne erano lo specchio.
E ora Nazif vedeva tutto questo, non nel senso di vivere l’angoscia del canadese, quanto nell’osservare, passo dopo passo, i suoi gesti, gli scatti d’ira, le lacrime. Si trattava dello stesso fenomeno che lo aveva portato a Travnik. I cadaveri che giacevano nel fango, la cattiveria umana, gli angeli che piangevano al cospetto di quell’atroce barbarie.
Le immagini scorrevano davanti a lui, simili a un film: la ripresa, nuovi tormenti, il periodo dei dischi “folli”, altri capolavori, il grunge.
Sarebbe tornato di sopra per riascoltare Rust Never Spleeps, quando una figura nota imboccò la discesa che correva parallela alla ferrovia. Berisha abitava dopo la pasticceria; a sinistra, guardando verso nord, c’era il viale della chiesa.
Vale era simpatico a Nazif.
Non aveva i difetti della maggior parte degli italiani: niente smartphone, l’aggeggio più stupido che fosse mai stato inventato; non era razzista, e, bontà del cielo, leggeva. Il fatto che fosse preso in giro dai compagni di scuola rappresentava un ulteriore elemento positivo. Berisha andò a prendere due lattine di Coca e ne offrì una al ragazzino. Vale accettò con piacere. Era una bella serata, ancora calda; il cielo privo di nubi, una lieve brezza che calava dalle montagne, su a settentrione.
I convenevoli furono ridotti al minimo. Dopodiché Vale raccontò la sua esperienza della sera precedente. Non temeva ironie, non da parte di Berisha, e infatti venne ascoltato in silenzio, senza sorrisi di scherno o sguardi sarcastici. Alla fine, Berisha annuì. “Non stento a crederti.”, disse. “Stanno accadendo cose decisamente strane. Più tardi mi aspettano il professore americano e Paola. Sei della partita?”
“Certo.”, rispose Vale, scrollando le spalle. “Troverò un modo… per quel che importa ai miei genitori…”
Berisha consultò l’orologio, un fantastico orologio di Paperino del quale andava estremamente fiero. “Ma adesso…”
Non terminò la frase. Una laida vecchia stava percorrendo gli ultimi metri che la separavano dalla casa; li ignorò e proseguì la passeggiata, posto che di passeggiata si potesse parlare: secondo Nazif, era un essere maligno, intento a oscuri traffici, in lei ravvisava un’aura di malvagità. Non sapeva come si chiamasse, e forse non lo sapeva nessuno. Si diceva che era arrivata dalla Svizzera, non lavorava e trascorreva gran parte del tempo a girare per le strade, a volte borbottando fra sé. Altrimenti, stava chiusa nel fatiscente tugurio che aveva preso in affitto, al confine con Arosio, da dove – Berisha ne era sicuro – sbirciava i passanti, nascosta dietro le luride tende. Probabilmente faceva la spesa al supermercato, poiché non c’era un solo negoziante che l’avesse mai vista entrare nel suo negozio. Anche nel paese di Nazif esistevano simili megere. Magari erano streghe. Magari soltanto donne cattive, invidiose e dal cuore arido. Di certo vi era solamente il fatto che non erano buone, e non per l’aspetto fisico (pensarlo sarebbe stata una sciocchezza o una forma di razzismo), ma a causa delle vibrazioni negative che emanavano. La vecchia scomparve alla prima curva ed entrambi – il giovane e il ragazzino – tirarono involontariamente un sospiro di sollievo.
“Adesso devo fare una commissione.”, riprese Berisha. “Fra un’ora dal professore, d’accordo?”
Vale gli diede un “cinque”.
Nazif risalì le scale, sistemò la chitarra e indossò un giubbotto in previsione dell’aria fredda che, a quanto annunciavano le previsioni meteorologiche, sarebbe arrivata di lì a un paio d’ore. Nel frattempo, rifletteva. Il racconto di Vale sembrava appartenere allo stesso delirio dell’Uomo Nero e dei sogni che lo riguardavano. E l’Uomo Nero, prima o poi, si sarebbe fatto vedere. Non a fin di bene, questo è sicuro, pensò. Se la megera era una donna sgradevole, l’essere che di notte entrava nel loro inconscio era molto pericoloso. Esisteva un modo per impedirgli di mettere in pratica i suoi piani, quali che fossero? Inoltre, perché era interessato a un paese così piccolo?
Uscì di casa, accompagnato da una quantità di interrogativi.

3 Neil Young

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