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Archive for the ‘i miei libri’ Category

QUALE FINALE PREFERISCI?

In attesa del nuovo capitolo di “Come Randall Flagg” e di altri racconti, vi propongo alcuni finali di miei romanzi (o novelle, o “serie”) per avere un vostro giudizio. Operazione, questa, già effettuata una volta con “La Morte dei miei eroi” – Quale Preferisci?”, i cui testi di riferimento sono infatti qui esclusi.
Questo post non nasce da un impulso di autocompiacimento, ma dal desiderio di pareri e considerazioni per me molto utili.
A presto con L’Uomo Nero!

RAGE
E Yarbes li vide.
Per un istante non capì, poi fu come se la sua mente venisse abbagliata da quei segnali di fuoco. Non contava se era un’intuizione oppure un ragionamento cosciente: aveva compreso.
“Adesso!”, ruggì.
Il commando era pronto; si precipitarono in direzione del luogo dell’incontro, e dopo pochi momenti scorsero la vecchia casa.
David Chazan li precedette, scendendo di corsa dall’altura, si voltò e agitò una mano. “Stanno per decapitarla!”, urlò.
Soltanto Daigh udì quel grido e si girò di scatto per vedere cosa stava succedendo. Gli altri osservavano la donna in preda a sensazioni lascive; erano come ipnotizzati. In quanto a Ibrahim al-Ja’bari, era concentrato sul versetto del Corano.
Infine, diede l’ordine. “Procedi.”
Virdis sollevò l’ascia e si concentrò sul collo della donna, quindi sferrò il colpo.
Monica Squire avvertì lo spostamento d’aria e chiuse gli occhi. L’ultimo pensiero fu rivolto al suo amato John.
“Fermati.”, intervenne Ibrahim, un attimo prima della decapitazione. Daigh non stava riprendendo. “Cosa aspetti?” Lo sollecitò.
Poi fu l’inferno.
All’inizio non utilizzarono le flash-bang, riservandole per quando avrebbero fatto irruzione nella casa. Fecero fuoco con gli Ak-47, e ciò fu sufficiente. Era uno scontro fra comuni malfattori ed elementi dei Marines e dei corpi speciali degli Stati Uniti. Un confronto impari, tanto per usare un eufemismo.
“Non sparate all’arabo!”, sbraitò Yarbes.
I sardi, uno dopo l’altro, vennero falciati.
Knowles e De Beers penetrarono all’interno. Trovarono un solo uomo, che non ebbe neppure il tempo di respirare. “Libero!”, annunciò Knowles.
Wilkins prese per i capelli il Mago e lo trascinò a terra.
Ibrahim al-Ja’bari impugnò l’ascia sfuggita dalle mani di Virdis e la alzò su Monica. Lei si voltò e gli sferrò un calcio nei testicoli.
Knowles uscì dalla casa, prese il fondamentalista per il collo e lo costrinse a inginocchiarsi.
Quindi, guardò Yarbes.
Martin indicò l’ascia. “Eliminalo.” La voce era piatta, priva di emozioni.
Spostò lo sguardo su Daigh.
“E adesso alzati e riprendi.”, disse in tono gelido.
Quando la testa di Ibrahim al-Ja’bari rotolò grottescamente sul terreno, Martin Yarbes aggiunse: “E trasmetti questa immagine in tutto il mondo. Accompagnala con una sola parola: Rage.”

CARRICK E LO STRANO CASO DI JACK SPARROWS
Carrick tornò a Nizza.
In un mattino mite e soleggiato di inizio ottobre uscì di casa per intraprendere la solita passeggiata sulla Promenade des Anglais. Il mare si stendeva azzurro e limpido, appena increspato da una lieve brezza. Carrick camminava assorto in vaghi pensieri e per poco non andò a sbattere contro una giovane donna alta e bionda. Si scusò, e un istante dopo la riconobbe.
“Patricia!”
Lei gli sorrise timidamente.
“Cosa ci fa qui?”
Patricia lanciò uno sguardo al mare, quindi cercò i suoi occhi. “Ricordate quello che vi dissi quella notte, quando tutto fu finito?”
“E voi ricordate la risposta di Carrick?”, ribatté lui.
Patricia scosse la testa. “Non ho una buona memoria.”
“Insomma, Carrick vi aveva spiegato…”
La timidezza, comunque, non apparteneva alla giovane, che infatti riacquistò in breve la consueta determinazione. “Mi hai spiegato molte cose, Carrick: ma tutte stupide!”
L’investigatore sobbalzò per quell’insolenza.
Lei gli prese una mano e la strinse. “Perché gettare al vento la felicità?”
Lui la fissò. “Perché Carrick non sa amare.”, disse dopo un momento, liberandosi della sua mano.
“Ti insegnerò io.”, disse lei. “Non importa quanto durerà, se una settimana, un mese o un anno. Ciò che conta è che in quella settimana, in quel mese o in quell’anno, io ti renderò felice.”
Agitò i capelli biondi, e rise, una risata roca, irresistibile. Era bella, solare, radiosa. “Fidati di me!”
Carrick la guardava in silenzio.
“Per la prima volta in vita tua, sarai felice. Altrimenti che senso avrebbe l’esistenza?”
Si allontanò, diretta alla spiaggia. Si tolse le scarpe e, scalza, andò in cerca di conchiglie.
A un tratto si fermò e tirò fuori una vecchia moneta ricevuta in eredità da un lontano parente; l’aveva sempre considerata una specie di portafortuna. La contemplò per un momento, poi trasse un profondo respiro e la scagliò in alto.
Se fosse ricaduta dalla parte di Giorgio III, Carrick sarebbe arrivato.

IL CREPUSCOLO DELLA LUBJANKA
Con un movimento fulmineo il maggiore del Gruppo Alpha le afferrò il polso, torcendolo. Era una stretta micidiale e Squire gemette per il dolore. Lentamente, lui la costrinse ad abbassare il braccio. Monica cercò di resistere ma era impossibile: era quattro volte più forte di lei. Questione di un attimo e la pistola le sarebbe sfuggita dalla mano. Mentre lottava disperatamente, Pomarev sibilò: “Non la ucciderò, non si preoccupi. La accompagnerò personalmente a Kolyma. Un lungo viaggio in treno, e lì… interminabili giornate di lavoro nel gelo, tanto pesanti che lei si augurerà di morire. Un cibo misero che comunque non potrà mangiare perché le altre detenute glielo impediranno per dividerselo. E se si ribellasse commetterebbe un grave errore. Un’americana per quelle prigioniere è il simbolo di una ricchezza mai avuta, soltanto sognata. Le ficcherebbero la testa nelle loro feci. Perderà i denti e i capelli. Alla fine, le verrà il tifo. Purtroppo non avrò il piacere di vederla dormire nei suoi escrementi, né di sentirla piangere. Se è vero che la nostra azione patriottica è fallita, andrò altrove. Ci sono guerre ovunque e uno come me sarà accolto a braccia aperte in qualsiasi luogo.”
Monica non poteva saperlo, ma era possibile che ciò che gli aveva detto Yarbes lo avesse convinto della sconfitta.
Pomarev diede un ultimo strattone.
Monica strinse i denti per resistere. E a un tratto si rivide a Langley: le parve di udire la voce di Susan Cooper mentre, durante l’addestramento, le insegnava alcune tecniche di combattimento. Si contorse per guadagnare un minimo spazio e gli sferrò una violenta ginocchiata all’inguine. Con un grugnito, lui lasciò la presa.
Monica indietreggiò di qualche metro e, ignorando il dolore al polso, sollevò nuovamente la Tokarev.
Mirò a una gamba e Pomarev si accasciò.
Dopo un momento, Monica sparò di nuovo, all’altra gamba.
Miloslav Pomarev non emise un gemito.
La guardò, con un’espressione di stupita e riluttante ammirazione.
Un elicottero passò, volando basso. Risuonarono alcuni colpi d’arma da fuoco, non si capiva da dove, né chi avesse sparato a chi.
Dalla piazza giungevano voci esultanti e cori non particolarmente intonati.
La notte si avviava a diventare mattino. Il cielo a est andava schiarendosi, preannunciando un’altra giornata torrida e afosa. Sarebbe stata la giornata della resa dei conti definitiva.
Pomarev cercò di rialzarsi, senza tuttavia riuscirci: anche per un uomo del Gruppo Alpha esisteva un limite.
Monica si mise a gambe larghe su di lui.
“E’ pronto per l’inferno, maggiore?”

L’UOMO DI GHIACCIO
Indifferente a quando stava accadendo a Yazenevo e a Langley, e ai pensieri rivolti alla sua persona, Matrioska aprì un contenitore di metallo, dal quale estrasse un’arma ultra piatta, priva di munizioni. Prese una manciata di neve e, dopo averla schiacciata e ridotta a una piccola palla, la inserì nel caricatore. Il fucile compattò la neve, come avrebbe fatto con la sabbia. In questo secondo caso, la sabbia si sarebbe trasformata in vetro. La neve invece divenne ghiaccio. Micidiali proiettili di ghiaccio.
Benché le IM, Improvised Munitions, fossero un frutto della tecnologia americana, Matrioska le apprezzava molto.
Prese accuratamente la mira e sparò.
Non è dato sapere ciò che in quel momento Altmann pensava, osservando attonito il fantoccio di stracci che aveva scambiato per il russo. E neppure se, prima di morire, si pentì delle atrocità che aveva commesso nella sua vita scellerata.
Aleksandr gli fu sopra, mentre agonizzava, e lo fissò senza provare alcuna emozione. Aveva svolto il suo lavoro, nient’altro.
Se qualcuno avesse assistito alla scena, ne avrebbe dedotto, non a torto, che se esisteva un Uomo di Ghiaccio, quello era l’agente del KGB.
Matrioska si allontanò nella notte.
Ancora non poteva saperlo, ma un giorno, per volere di Vladimir Putin, Aleksandr Sergeivic Stavrogin sarebbe diventato tenente generale.

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arcobalenoCARRICK – ALEX ALLISTON
Sapeva cosa stava per accadere e accolse la morte con distacco.
La morte non esiste, pensò. Esiste la vita, esistono allegria e sogni, rimorsi e rimpianti; esiste il sole che al tramonto illumina il mare, conferendogli tonalità sorprendenti; esiste il cielo, che può essere azzurro oppure del colore dell’ardesia; esistono inganni e tradimenti, intelligenza e stupidità: ma non la morte, poiché quando si smette di respirare semplicemente non si esiste più, se non nella memoria dei propri cari o di chi, forse per un minuto soltanto, ha attraversato la stessa strada o condiviso un sorriso.
Era un mattino caldo, eppure Carrick provava freddo. Guardò in alto, cercando di scorgere fra le poche nubi che galleggiavano, come grandi batuffoli di cotone, un segno del suo passaggio: era stato simile a un arcobaleno o a una tempesta? O l’una e l’altra cosa? Ripensò a sua madre, ma ora faceva fatica a concentrarsi.
Il dolore aumentò, ma lo lasciò indifferente. Era come se fosse protetto da una corazza, la medesima armatura di cui si era rivestito per affrontare e sconfiggere tutti i suoi nemici. Si chiese se la sua esistenza fosse stata vana, ma era una domanda stupida; ciascuno fa quello che può, opera per il bene o per il male, e i risultati non sempre sono chiari. Forse aveva commesso qualche errore, ma non aveva bisogno di un prete per assolversi: lui si era adoperato per il bene, malgrado a volte i suoi metodi fossero stati discutibili. Si corresse: per la morale dei piccoli uomini, forse, ma non per l’etica superiore, quella che lo aveva spinto a decretare la pena di morte per Jack the Ripper. Era stata la sua più grande impresa e, se solo era vissuto per realizzarla, la sua esistenza aveva trovato un senso pieno e compiuto.
Gli dispiaceva per Alliston. Questa volta avrebbe dovuto cavarsela da solo; ma lui era stato un buon maestro, e forse il giovane Alex qualcosa aveva appreso. In tal caso, se la sarebbe cavata. E comunque non poteva fare di più: il cammino era giunto al termine. Peccato soltanto che non potesse rivedere il mare, le barche dalle vele sgargianti, le onde sospinte dal vento, l’acqua verde e limpida che lambiva la spiaggia.
Stranamente, il suo ultimo pensiero fu per Ginger.
Si rammaricò perché rappresentava il suo unico fallimento.
Poi il sole lo avvolse in una spirale di luce, e Carrick esalò l’ultimo respiro.

PHIL WEIR – UN SOGNO AMERICANO
Avrebbe agito di notte. Abbandonò il valico e ridiscese a valle. Era esausto e la ferita aveva ripreso a tormentarlo.
Devo tener duro! Siamo alla resa dei conti. Camminando per forza d’inerzia, si ritrovò davanti al ruscello che alimentava il tunnel sotterraneo. Si sdraiò per bere. La sete era insostenibile; veniva scosso di continuo da brividi gelati e, al contempo, provava un senso di caldo innaturale. Si assopì, però fu un sonno di breve durata. Riprese la mitragliatrice e si accinse a raggiungere il passaggio segreto, dal quale sarebbe passato per scendere nella Green Valley.
Ma era sfinito. Dopo due passi, stramazzò al suolo.
Odiava la sua debolezza e maledisse ancora una volta Liz.
Con un immenso sforzo di volontà si rialzò, ma, anziché risalire la montagna, seguì barcollando il corso del ruscello. Man mano che scendeva verso valle, si allargava, diventando più impetuoso: calava lungo una pendenza sempre più ripida, infrangendosi infine contro una serie di rocce, turbinando e schiumeggiando, per poi precipitare in un profondo abisso.
Weir osservava affascinato quello spettacolo di incommensurabile bellezza. Era il trionfo della natura, al pari dei boschi, delle foreste, delle grandi distese di verde, dei prati cosparsi dai fiori. Ciò che vedeva era talmente suggestivo che si commosse.
Vorrei che ci fosse Patsy qui con me.
Rivide il suo sorriso radioso, udì nuovamente la sua voce gentile, rammentò le parole che gli aveva detto quando erano stati costretti ad abbandonare la Green Valley. Il sogno continuerà. Gli Stati Uniti sono grandi: troveremo un’altra valle, e se non ci riusciremo, andremo in Canada. Io e te. Insieme. Per sempre.
Pianse, ricordando come era morta.
Volse lo sguardo in alto. La montagna spiccava nel cielo terso, il sole splendeva, il mondo era meraviglioso.
“Patsy, ti amo!”
Poi cadde e le acque lo abbracciarono come la più tenera delle amanti.

ALEKSANDR STAVROGIN – MATRIOSKA
Monica lo guardò sgomenta. Non riusciva a credere di aver trovato il coraggio per sparargli a bruciapelo. Si rannicchiò per terra. Adesso sarebbe morta; però si era riscattata: e forse questo contava più della sua vita.
Matrioska torreggiò su di lei, pensando di ucciderla; ma la testa gli turbinava, si reggeva a stento sulle gambe. Comprese che gli restavano solo pochi minuti. Uscì dalla stanza e barcollando scese le scale dell’albergo.
Monica vide la porta sbattere, si sollevò a fatica e gettò la pistola sul pavimento. Le tremavano le mani. Avrebbe dimenticato quel terribile giorno soltanto molti anni dopo, quando, malgrado l’età ormai avanzata, concepì il suo primo e unico figlio.
Aleksandr passò davanti al portiere, che lo guardò sbalordito: un uomo seminudo, grondante sangue; era un’apparizione raccapricciante che lo colmò di terrore. Matrioska attraversò la Croisette, scavalcò la transenna e percorse lentamente tutta la spiaggia, fino alla battigia.
Il motoscafo si stava avvicinando alla riva. Aleksandr non sarebbe mai salito su quel motoscafo.
Il sole si alzò maestoso nel cielo, disegnando arabeschi sulle onde che scintillavano come gioielli. Poco distante dal punto in cui si trovava il russo, qualcuno aveva acceso un fuoco. L’odore del fumo di legna lo riportò indietro nel tempo, quando era ragazzo e andava per boschi con Sonja. Prima di lasciarsi cadere in ginocchio, scrutò l’orizzonte. Quel mare era bello ma non era il suo mare.
Fu colto da un’angoscia indicibile al pensiero che non avrebbe mai più rivisto il suo dragone.
Con uno sforzo possente della mente lo ricreò nell’immaginazione.
E lo vide, come fosse davanti ai suoi occhi:
La barca virò di prua e fendendo i marosi imboccò lo stretto passaggio che conduceva alla piccola baia.
Fu allora che Matrioska sorrise.
Poi finì nell’acqua, a faccia in giù.
E lì giacque, cullato dal suono gentile del Mistral.

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IL MIO NUOVO LIBRO

IL CREPUSCOLO DELLA LUBJANKAUna storia di spionaggio, ma anche d’amore, nel quadro di avvenimenti reali.
Il nuovo romanzo dell’autrice più letta dai servizi segreti russi 😛
Chi fosse interessato ad acquistare il libro mi contatti qui: sandraoale@gmail.com

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PomarevChi fosse interessato a ricevere il libro completo, in versione cartacea, può contattarmi tramite e-mail: sandraoale@gmail.com

Vedere in azione gli uomini del Gruppo Alpha può spaventare. Non hanno nulla da invidiare alle squadre speciali del SAS britannico, alle unità del Mossad israeliano o al servizio d’azione dello SDECE francese. Per far parte di tale gruppo è necessario un addestramento durissimo, che soltanto in pochi riescono a sopportare e in pochissimi a portare a termine con successo. Naturalmente, l’identica cosa vale anche per le analoghe organizzazioni del Regno Unito, d’Israele e di Francia. Ma con una differenza: l’alone di mito che in Russia avvolge il Gruppo Alpha. Questo non ha riscontro con gli altri Paesi.
I sei agenti salirono le scale di corsa, abbatterono senza problemi la porta dell’appartamento ed entrarono con le armi spianate. Erano tutti muniti di giubbotto antiproiettile.
C’era un corridoio, su cui si affacciavano cinque porte. Il corridoio non rappresentava problemi, in quanto era diritto e terminava contro un muro. Inoltre era illuminato. Sebbene non fosse particolarmente largo, permetteva il passaggio contemporaneo di due persone.
I primi due si introdussero nel locale più vicino. Era il soggiorno ed era vuoto. “Nessuno!”, urlò uno dei due. Nel frattempo, il terzo e il quarto erano già nella camera da letto adiacente, anch’essa deserta; e il quinto e il sesto in un’altra stanza. Anche qui non videro anima viva. Con sincronia perfetta, la prima coppia entrò nella cucina. Erano operazioni che avevano studiato e ristudiato, provandole infinite volte in circostanze sempre diverse. Una casa in campagna, un appartamento in città, un garage situato in periferia. Gli ambienti venivano riprodotti con qualche piccola modifica, affinché non fossero tutti uguali. Ciò che comunque contava era la rapidità di esecuzione e la prontezza nel rispondere all’eventuale fuoco nemico. Quando giunsero nell’ultimo locale, il più piccolo, trovarono una vecchia che dormiva su una sudicia branda. La svegliarono bruscamente per interrogarla.
Ma l’anziana donna era palesemente una ritardata mentale.
Due minuti più tardi fecero rapporto a Pomarev. “L’appartamento è vuoto, all’infuori di una vecchia rimbambita.”
Il maggiore era furibondo, ma possedeva un grande autocontrollo. “Perquisitelo.”, ordinò con calma. Cassetti, armadi. Guardate ovunque: sotto ai tavoli, ai letti, alle sedie.”
La perquisizione fu effettuata con estremo scrupolo. Non diede alcun risultato.
“Perché la luce del corridoio era accesa?”, domandò a se stesso Pomarev, parlando a voce alta.
“La vecchia si era dimenticata di spegnerla o forse ha paura del buio.”, gli rispose il comandante della squadra.
“No.”, ribatté Pomarev. “Il motivo è un altro. Avevano fretta di scappare. Qualcuno li ha informati.”
Rifletté per qualche istante, poi in tono pacato disse: “La vecchia è rimbambita? Ma davvero? Spaccatele le gambe.”
Gli uomini esitarono. Era solo una povera vecchia.
Pomarev gli rivolse uno sguardo gelido. “Disobbedire a un ordine è un caso di grave negligenza. Può portare alla corte marziale.”
In quel momento non poteva saperlo, ma gli sarebbe successo di ripetere esattamente le stesse parole.
Dopo un attimo, gli obbedirono, anche se con scarso entusiasmo.

Quella mattina, il Bastardo si era svegliato abbastanza presto, aveva fatto la doccia e aveva consumato una prima colazione a base di caffè e spremuta d’arancia. Poi aveva chiesto al portiere di passargli la camera della signorina Kelly Wright; ma era già uscita.
John Wyman sostò per un po’ nell’atrio, rileggendo gli appunti che aveva preso durante la conversazione con Boris Eltsin: un uomo interessante che gli aveva fornito diversi spunti degni di nota. Quindi decise di fare una passeggiata. Passò davanti ai due agenti della seconda direzione centrale e rivolse loro un sorriso smagliante. I due distolsero lo sguardo. Uno studiò con interesse il soffitto, l’altro si guardò le unghie. Susan era sorvegliata da due coppie che si alternavano: giorni pari e giorni dispari. Non era un comportamento molto astuto, si disse il Bastardo. D’altro canto, da sempre erano abituati a spadroneggiare, perciò non si preoccupavano minimamente di passare inosservati, come invece avrebbero fatto gli inglesi.
Wyman varcò l’ingresso dell’albergo e attraversò la strada. Vide una giovane bionda vestita piuttosto bene per gli standard sovietici. Mentre si incrociavano, le scivolò la borsetta per terra. Il Bastardo si chinò per raccoglierla e gliela restituì con garbo. Lei sorrise e gli tese la mano. Quando si allontanò, Wyman scrutò pensoso il piccolo foglio di carta. Una calligrafia frettolosa aveva indicato un’ora e l’indirizzo di una chiesa ortodossa. Il biglietto era firmato “S”.
Quando si incontrarono, Susan disse che voleva essere invitata fuori a cena; era stanca della cucina dell’hotel. Il Bastardo acconsentì di buon grado e non le domandò come avesse trascorso la giornata, né perché avesse scelto un modo così strano per fissare un appuntamento. Lui aveva scritto e il suo articolo era quasi finito. Dal canto suo, Susan gli fu grata per la riservatezza tipicamente britannica.
Wyman la condusse da Yar, uno dei migliori ristoranti di Mosca, dove Susan mangiò con entusiasmo i finferli in coccio con patate novelle e sfogliatine tiepide con porcini e il fagiano ripieno di mirtilli.
Tuttavia, mentre il Bastardo sorseggiava una vodka, perse d’un tratto il buon umore. “Sono stanca di essere pedinata! E ho un presentimento, John. Questa notte non voglio tornare in albergo. E’ la ragione per cui ti ho inviato quel messaggio.”
Wyman sollevò un sopracciglio. “Un’intrepida agente della CIA che crede ai presentimenti? Che idea! Sono tutte sciocchezze, Susan. E poi ci sarò io a proteggerti.”
L’americana annuì, poco convinta.

Agniya sapeva che stava per morire, ma sapeva anche un’altra cosa: che non avrebbe mai tradito Sasha.
Agniya era nata a Stalingrado. I suoi genitori morirono fra le macerie della città, quando lei era ancora una ragazza. Agniya si salvò per miracolo. Vagò senza una meta, ascoltando in preda al panico il rombo dei cannoni e scorgendo, in lontananza, i mostruosi carri armati dei tedeschi. Poi incontrò Ivan, un giovane che all’incirca aveva due o tre anni più di lei. Fu lui a prendersi cura di lei, a procurare il cibo per entrambi, a consolarla e a infonderle fiducia. Fecero l’amore, mentre infuriava la guerra, nascosti in un bosco, e se nel loro atto esisteva un profondo significato, superiore alla malvagità degli uomini, alla sofferenza e alla paura, forse soltanto gli angeli avrebbero saputo coglierlo e, per una volta, si sarebbero rallegrati.
Agniya concepì una figlia due anni dopo, quando finalmente i panzer erano stati scacciati e l’Unione Sovietica si avviava alla vittoria. Ivan era stato reclutato sei mesi prima e ora stava combattendo con valore in un reparto di carristi. Alla fine della guerra, entrò a far parte del KGB. Era un uomo che credeva nei principi del comunismo, amava la sua patria ed era fiero di essere russo. Un uomo meraviglioso. Fu ucciso per ordine di Stalin, a causa di accuse totalmente infondate. Da quel giorno, una donna un tempo graziosa e piena di entusiasmo nei confronti della vita si trasformò in una maschera cupa e impassibile. Detestava il regime, e non faceva distinzioni fra Gorbaciov, Eltsin o chi si opponeva alle riforme. Nel suo animo semplice, erano tutti uguali. Tutti spregevoli. E ora ne aveva la conferma.
Sarebbe morta, però non avrebbe mai tradito suo nipote.
Un fiotto di sangue le uscì dalla bocca. Due uomini la tenevano in piedi, un terzo le sferrava violenti pugni allo stomaco. Pomarev la fissava.
Agniya gli sputò in faccia.
Pomarev rimase impassibile. Estrasse un fazzoletto da una tasca e si asciugò il viso. Ripeté la medesima domanda per l’ennesima volta.
Ormai Agniya non poteva più rispondergli.

La seconda unità del Gruppo Alpha entrò nel Radisson Slavyanskaya Hotel. L’uomo che li guidava si diresse verso il portiere. Cingeva una Makarov da 9 millimetri. “Kelly Wright”, chiese a voce alta. Il dipendente dell’albergo, terrorizzato, gli indicò il bar. “E’ lì con un signore inglese.”, rispose.
I quattro attraversarono a grandi passi la hall.
Davanti alla porta del bar, furono fermati da un individuo di media statura, ma con le spalle molto larghe. Esibì il suo tesserino. “Cosa credete di fare?”, domandò in tono freddo.
“Obbediamo agli ordini!”
“Gli ordini di chi?”, chiese l’agente del KGB. Nel frattempo, il suo collega lo aveva raggiunto.
“Del maggiore Pomarev.”, dichiarò il capo della spedizione.
“Interessante. Io, invece, obbedisco agli ordini del compagno presidente Kryuchkov. Mi sembra che stia più in alto.”, replicò l’uomo della seconda direzione centrale con una nota beffarda nella voce. Era ancora risentito per la sgradevole telefonata che aveva ricevuto da Pomarev. “E tali ordini sono chiari: non va toccata, in nessun modo e per nessuna ragione.”
I quattro del Gruppo Alpha si guardarono, indecisi.
“Buona notte!”, disse seccamente l’agente del KGB. E mostrò loro la porta dalla quale erano entrati.
Sebbene fosse concentrato sul compito di sedurre Susan, e avesse deciso di portarsela a letto quella notte stessa, il Bastardo non aveva perso nulla di ciò che era accaduto a pochi metri da lui.
Sogghignò. “Paradossale!”, pensò fra sé.
Poi si rivolse all’americana. “Hai due angeli custodi che ti proteggono, tesoro.”
“Tesoro?”
Qualche ora più tardi, Susan Cooper scoprì con grande soddisfazione che gli inglesi, o almeno quell’inglese, possedevano doti sorprendenti e una fantasia sconosciuta agli americani.
Erano le due di notte e mancavano quindici giorni al golpe.

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eBookLESBO E’ UN’ISOLA DEL MAR EGEO

Il momento drammatico arrivò quando andai a parlare con i miei. Mia madre è sempre stata la mia più feroce critica; credo di non esserle mai piaciuta veramente. Ha avuto costantemente da ridire su tutto quello che facevo: le minigonne troppo corte che indossavo, la scelta di non continuare gli studi, le mie amicizie, i troppi gay che frequentavo. E’ una donna intelligente e razionale, ma estremamente dura e rigida. Penso che sia anche razzista, non certo per ignoranza ( al contrario, è assai colta ), ma come scelta ideologica. Mio padre, invece, ha sempre straveduto per me. Mi ha viziata all’inverosimile, coccolata, difesa e protetta. Io ero la “sua” Ale! Ed era proprio il colloquio con lui che mi terrorizzava; il giudizio di mia madre mi era indifferente.
Cenammo chiaccherando del più e del meno. Quando mia madre portò in tavola il gelato, io dissi: “Papà, ti dovrei parlare.” La mamma mi lanciò un’occhiata penetrante. “Cosa devi dire a tuo padre di tanto segreto?” Assunsi la mia aria più arrogante. “Chi ha parlato di segreti? Ho solo detto che voglio parlargli!” Lei alzò le spalle e incominciò a sparecchiare. Io e lui ci alzammo e ci dirigemmo verso il suo studio. Era un luogo che amavo: alte scaffalature colme di libri, spesso in doppia o tripla fila; una austera scrivania in legno scuro; due comode poltrone in cuoio;  l’inconfondibile odore dei sigari che mio padre fumava dopo pranzo e dopo cena; un mobile bar che conteneva l’immancabile Chivas, il  suo liquore preferito. Sin da bambina ero stata attratta da quella stanza, che per me rappresentava una sorta di misterioso tempio dedicato alla cultura, alla riflessione, alle poesie che babbo scriveva su foglietti sgualciti fra una lettura e l’altra. Era il suo rifugio, ed era la mia meta, benché sapessi di non esserne ancora degna. E forse non lo sarei mai stata. Gli versai uno scotch e glielo porsi, a mia volta mi servii di una porzione più abbondante del solito, e la mandai giù in fretta. Mio padre sorrise. “Devi parlarmi, ma prima sentisti il bisogno di berti un whisky.” Aveva imitato Marlon Brando nella scena del Padrino in cui vengono a comunicargli che Sonny è morto. Ma la sua espressione attenta contraddiceva le parole scherzose. E poi aveva ragione: avevo dovuto cercare un po’ di coraggio nel Chivas.  Decisi di rompere gli indugi. “Papà, non mi piacciono gli uomini.” Lui mi scrutò per qualche istante in silenzio. “Ti sei lasciata con Franco?” Io scossi il capo. “Sì… ma non è questo!” Papà sorseggiò il Chivas e cercò un sigaro, dedicandosi a quel rituale maschile che mi aveva sempre tanto affascinata e incuriosita. Poi disse: “Tranquilla, Ale, troverai un altro ragazzo. E’ solo un momento di amarezza, del resto perfettamente legittimo.” Lo guardai negli occhi. “Papà NON è questo!” “E allora cos’è che ti angustia, piccola?” Per quanto mi sforzassi non riuscivo a trovare le parole adatte; quel pomeriggio mi ero preparata un discorso, ma adesso me ne sfuggiva il senso, non ricordavo nemmeno come avrei dovuto esordire, con quale illuminante frase avrei saputo aprire il mio cuore e raggiungere la sua comprensione. Parlai senza riflettere, mi lanciai come un paracadutista in preda al panico al suo primo tentativo. “Papà… amo una ragazza!”
Quello che mi piacque in lui fu che non fece finta di non capire. Era un uomo troppo intelligente per ricorrere a banali espedienti che sarebbero serviti solo a prolungare la mia agonia. Perciò non disse qualche amenità, del tipo “ma alla tua età è normale affezionarsi alla migliore amica” o sciocchezze simili. In primo luogo, quella particolare età l’avevo già passata da un pezzo, e comunque non mi sarei presa la briga di “convocarlo” nel suo studio per raccontargli tali idiozie. Invece, disse: “Ne sei sicura?” Abbassai il capo in senso affermativo. Mi imitò involontariamente, un riflesso condizionato, quindi indicò la bottiglia di Chivas. “Ce ne vogliono altri due.” Obbedii prontamente e mandai giù una lunga sorsata. Lui si limitò a centellinarlo. Quando riprese a parlare, la sua voce era calma e controllata come sempre. Non ho mai sentito mio padre gridare e non l’ho mai visto perdere le staffe, e questo non significa che non avesse un carattere forte: se mai, l’esatto opposto. Disse: “Ale, non cambia niente. Rimani Alessandra con tutti i tuoi pregi e i tuoi difetti, rimani la mia adorata figlia che fino a oggi mi ha regalato solo soddisfazioni, rimani una giovane donna brillante e intelligente che ha un grande futuro davanti.” Rise sommessamente. “E rimani la mia miglior venditrice.” Ma tornò subito serio. “Non è di me che ti devi preoccupare, figliola. Se questa è la tua natura, devi solo viverla. Stai attenta alla gente, però. Sa essere molto cattiva. Abituati all’idea. Avrai modo di sentire cose molto poco carine sul tuo conto. Spero che saprai essere forte, e che non ti lascerai avvilire.” Io lo ascoltai in silenzio, e il mio amore per lui cresceva ad ogni parola. Il giorno più orribile della mia vita è stato quando mio padre è morto. L’ho sempre amato. Ma quella sera superò se stesso. Bevvi un altro sorso di whisky. “E la mamma?”, chiesi. Lui mi rivolse un sorriso dolce. “Parlerò io con lei. Non sarà facile, perché ha le sue idee, e la capisco; ma alla fine se ne farà una ragione. E’ pur sempre tua madre, e sebbene tu non ne sia convinta, ti vuole tanto bene. Ma faremo le cose con calma. Sceglierò io il momento adatto per affrontare l’argomento.” Gli andai vicino e lo baciai su una guancia. Lui mi abbracciò. Non servivano più parole.

eBook2ALEX ALLISTON 

Il 20 giugno Jane fece colazione in terrazzo con Nancy e Alex. Era sorridente e serena. Confidava nella maturità di Nancy, e perciò le aveva concesso di partecipare alla festa di Bellatrix. Alex andò in ufficio e tornò a casa verso le dodici. Per tutta la mattina si erano succeduti sprazzi di sole e scrosci di pioggia, ma ora il tempo sembrava volgere stabilmente al bello. Il cielo era limpido e l’aria tiepida e fragrante.
Alex trovò sua moglie a letto.
“Non mi sento molto bene.”, disse Jane. “Ma non è nulla di grave; questa sera starò meglio.”
Alex le toccò la fronte. Era innaturalmente calda. Jane era scossa dai brividi, ma non volle che lui chiamasse un medico.
Nel pomeriggio Alex concluse un accordo con Patrick Linney, un mobiliere di Norwich, cedendogli il cinquanta per cento dell’azienda che era appartenuta a Clark. Quei soldi sarebbero serviti per lanciare una nuova linea di mobili, assolutamente all’avanguardia. Alex prevedeva che entro due anni la Pilgrim’s avrebbe quasi raddoppiato il suo capitale. Era un progetto al quale lavorava da due anni. Le trattative con Linney erano state complesse, e Alex aveva incontrato non poche difficoltà a convincere il vecchio Pilgrim, come sempre prudente e restio ai cambiamenti, ma adesso finalmente avrebbe potuto dedicarsi anima e corpo al nuovo progetto.
Rincasò per cena. Jane era ancora a letto, e stava visibilmente peggio: respirava a fatica e aveva la fronte bollente. Alex ignorò le sue proteste e chiamò un dottore.
Durante la notte, Jane peggiorò.
Alex aveva dovuto imporsi per mandare a dormire Nancy. Era seduto sul bordo del letto e teneva una mano di Jane fra le sue, però non sapeva cosa fare. Il medico aveva diagnosticato una lieve forma di febbre cerebrale che, grazie al riposo, sarebbe presto scomparsa. Aveva detto che sarebbe tornato a visitarla l’indomani, ma che in ogni caso Jane non correva alcun pericolo.
Incompetente! pensò, cupo, Alex. D’altro canto, quello era uno dei medici più considerati di Londra, e non sarebbe servito a molto chiamarne un altro.
Jane gli rivolse un debole sorriso. “Mi dispiace”, disse, “di non averti reso felice.”
Alex la guardò con gli occhi colmi di lacrime. “Ti sbagli!”, ribatté. “Mi hai reso immensamente felice, e continuerai a farlo.”
Jane scosse la testa. Poi sembrò assopirsi. Dopo qualche istante, cercò di sollevarsi a sedere, ma le mancavano le forze.
“Devi stare tranquilla.”, disse Alex. “Domani sarai guarita.”
“No, tesoro mio.” Jane tossì, quindi parlò con un filo di voce. “Avrei voluto essere una moglie migliore, ma non sono stata capace di combattere la mia natura. Avrei tanto desiderato darti dei figli, ma…”
“Abbiamo una figlia: Nancy.”
Jane annuì. “Prenditi cura di lei, caro. Oh, lo so che lo farai, ma soffrirà molto… stalle vicino!” Lo guardò negli occhi, e Alex scorse in quello sguardo una luce di profondo amore, un amore che se non le aveva permesso di desiderarlo fisicamente, si era tuttavia manifestato sotto forma di rispetto, di stima, di comprensione.
Ma Alex non voleva ascoltare quelle parole. L’idea di perdere Jane era intollerabile. Sebbene per vari versi fosse singolare, il loro era un matrimonio felice. Forse Jane avrebbe preferito condividere la sua vita con Lucy Parker; ma se ciò non si era verificato non era stato a causa sua. Lui aveva rinunciato a Helen per lei, Jane a Lucy; tuttavia erano riusciti a costruire un rapporto solido e sereno. L’arrivo di Nancy era stato come una benedizione, e Jane si era dimostrata un’ottima madre. Era una donna provvista di saldi ideali, e di una moralità ineccepibile. Nell’educazione di Nancy, aveva dato prova di fermezza ma anche di infinita dolcezza.
“Raccontami una fiaba.”, gli disse.
Alex trattenne le lacrime e incominciò a narrare di una bellissima fata che si chiamava Jane.
Lei sorrise e chiuse gli occhi.
Disperato, Alex si inginocchiò accanto al letto. Anche se sapeva che sua moglie non poteva più sentirlo, continuò il racconto. Riuscì ad arrivare alla fine.
Poi si alzò per baciarle il viso.
“Amore mio, sei stata la migliore moglie del mondo.”, sussurrò. “Non ti avrei mai cambiata con nessun’altra!”
La voce gli si spezzò e non riuscì più a trattenere il pianto.

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