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Archive for settembre 2014

RAGE 16

VolkovA dire il vero, le visite mediche furono alquanto approssimative. Una guardia accompagnò Volkov nell’infermeria della prigione. Il russo aprì la borsa ed estrasse un camice, che indossò dopo essersi tolta la giacca. Tirò fuori anche uno stetoscopio, ovatta, una boccetta di alcool, sei siringhe monouso e un barattolo privo di etichette, che conteneva sei grosse pastiglie. Da altrettante fialette aspirò un particolare liquido incolore, man mano che i terroristi si presentavano, ciascuno ammanettato e scortato da due guardie.
Volkov parlò in arabo, in modo non perfetto ma sufficiente per farsi capire. Spiegò a ognuno dei fondamentalisti che gli era stata concessa la grazia, che entro poche ore sarebbero stati liberi e che il suo compito era quello di accertarsi che fossero in buona salute e non avessero subito maltrattamenti. Dichiarò che le iniezioni servivano a munirli di potenti anticorpi; era un vaccino dell’ultimissima generazione ad ampio spettro, rafforzato da un integratore vitaminico ad alto dosaggio. Le compresse, combinate con il vaccino, assicuravano il massimo effetto. Riley, la guardia anziana che lo assisteva, inarcò un sopracciglio. Volkov praticò le iniezioni, poi si limitò ad applicare al torace dei sei lo stetoscopio per pochissimi secondi e a porgere pastiglie e bicchiere d’acqua. A causa delle dimensioni, le compresse vennero inghiottite a fatica.
Riley si rese perfettamente conto che l’operato del dottore era abbastanza ridicolo. Non li faceva neppure spogliare per verificare se portavano segni di percosse, ecchimosi, vecchie ferite o altro. E l’uomo in questione non aveva affatto l’aspetto di un medico. Che mi importa?, si disse.
Venti minuti più tardi, agli increduli terroristi furono forniti abiti normali, e i quattro uomini in grigio li accompagnarono fuori dal carcere, dove era parcheggiato un grosso furgone. Volkov li seguiva a distanza. E fu lui a scorgere un tale che stava armeggiando con una macchina fotografica.
Questo non andava bene.
L’agente del SVR con molta calma prese la Glock 18C, mirò e fece fuoco. Mezzo secondo dopo, la pallottola intrisa di veleno concluse la carriera del giornalista italiano Giovanni Raimondini. “Panorama” non avrebbe mai pubblicato il suo articolo e le sentenze cassate dal giudice Carnevale sarebbero rimaste avvolte nell’oblio, malgrado tali decisioni avessero sempre favorito mafiosi della peggior specie.
Gli uomini in grigio non batterono ciglio; avevano ricevuto il preciso ordine di assecondare in tutto e per tutto il russo e, sebbene almeno in teoria questi fosse un loro nemico, erano abituati a ben di peggio, dato che appartenevano alla CIA.
Volkov scomparve.
Alle nove, ora locale, era al telefono con Yarbes.
Alle quattordici, fuso orario di Washington, Yarbes dava la buona notizia a O’Connor.

E, dall’altra parte del mondo, erano passate da poco le ventuno di quella stessa domenica, quando Ibrahim al-Ja’bari seppe di aver vinto. Non che ne avesse mai dubitato: avrebbe comunque vinto, in una circostanza o nell’altra, sia che gli americani avessero ceduto al ricatto, sia nel caso contrario. Ma l’operazione non era ancora conclusa. In attesa di sferrare un colpo micidiale ai danni di Israele, fece scattare la seconda parte del piano. Quella che avrebbe messo in ginocchio la meretrice che dallo Studio Ovale progettava e perpetrava le azioni più subdole e malvagie, contro il volere di Allah.
Allah è grande e Maometto è il suo profeta, pensò mentre impartiva le istruzioni necessarie a Danielle Williams.
Sopra di lui le stelle brillavano nel cielo, mentre a Washington erano le quattordici e trenta di uno splendido giorno di sole, freddo ma sereno.

Nata e cresciuta a Melbourne, in Australia, Danielle Williams aveva trascorso un’infanzia e una giovinezza felici. I suoi genitori stravedevano per lei, in quanto figlia unica, e dal canto suo Danielle li ripagava eccellendo negli studi. Era appassionata di rugby e fiera che la nazionale del Paese dei canguri fosse costantemente al primo o al secondo posto della graduatoria mondiale. Escludendo Inghilterra e Sudafrica, che peraltro erano squadre toste, l’unico motivo di disappunto erano gli All Blacks della Nuova Zelanda, che sembravano provare un gusto particolare a sconfiggere gli australiani.
Per il resto, si era dedicata al nuoto e a vari flirt, fino al giorno in cui aveva incontrato Damon, un ragazzo forte e atletico, che praticava lo sport della palla ovale e che a letto era fantastico.
Incominciarono a frequentarsi, a passeggiare mano nella mano, a parlare dei libri e dei film che preferivano, seduti negli accoglienti caffè all’aperto di Albert Park: non era solamente il sesso che li univa. Danielle scoprì con piacere che il mondo interiore di Damon era vasto e profondo, e che la sua sensibilità era pari ai muscoli sviluppati da ore e ore di duri allenamenti. Avevano i loro scherzi segreti, un senso dell’umorismo simile e lo stesso amore per la vita. Si tuffavano nell’oceano e facevano surf, sfidandosi ad affrontare l’onda più alta.
Formavano una bellissima coppia, che attirava sguardi di benevole invidia.
Si erano innamorati e avevano progettato di sposarsi, mettere al mondo quattro o cinque bambini e vivere felici e contenti per cento anni; a Natale lui le aveva donato l’anello di fidanzamento e Danielle aveva presentato l’uomo che amava al padre e alla madre, che lo avevano immediatamente adorato.
Damon stava per laurearsi in medicina ed era atteso da un futuro brillante. Nel corso di un viaggio in Africa, per metà un premio, per metà un impegno nel campo del volontariato (e un’occasione di studio), aveva visitato un nuovo ospedale, piuttosto all’avanguardia secondo gli standard locali.
Purtroppo, la CIA lo aveva scambiato per un deposito di armi. L’ospedale era stato bombardato e distrutto, e Damon era morto, assieme a molte altre persone.
Da allora, Danielle era cambiata. Aveva perso l’amore, i sogni, la gioia. Le era rimasta la rabbia, una rabbia cieca che aveva fomentato, che era cresciuta, e che infine l’aveva indotta a lasciare Melbourne, a imparare a usare pistole e fucili, e a mettere i propri talenti a disposizione di chi combatteva contro gli Stati Uniti. In seguito, aveva preso lezioni da un maestro giapponese ed era diventata un’esperta di combattimenti senz’armi. Era fredda come il ghiaccio e non conosceva la parola “rimorso”.
Presto si dimostrò una fuoriclasse, e un giorno conobbe Ibrahim al-Ja’bari.
Ora aveva trentadue anni e sapeva dominare la rabbia e incanalarla nell’azione. Il fatto che, grazie alla sua attività, fosse divenuta anche molto ricca era soltanto un particolare irrilevante, che non avrebbe ridato la vita a Damon.

“Non mi fido!”, sibilò O’Connor al telefono. “Quando sentirò la notizia alla radio, allora forse le crederò.”
“Può darsi che io non sia stato chiaro, anche se ne dubito.”, ribatté tranquillamente Yarbes. “Il presidente degli Stati Uniti, che per inciso è mia moglie, non ha la minima intenzione di concedere la grazia ai suoi amici, né di intavolare trattative di alcun genere con voi. Per questa ragione, almeno per un giorno o due, la radio non darà nessun annuncio. Ma io ho mantenuto la mia promessa. E prima di notte saremo in condizione di effettuare lo scambio, qui, a Washington, nel luogo che avrà la cortesia di indicarmi. Mi richiami fra due minuti, il numero è…”
O’Connor richiamò. Era ancora sospettoso. “Chi mi assicura che non si tratta di una trappola?”
“Si metta in contatto con il suo capo. Lo informi. Per tagliare la testa al toro, le comunico un altro numero: parlerà direttamente con uno dei sei, il quale le confermerà che è vivo e vegeto, e soprattutto libero, come gli altri cinque compari.”
Ci fu un breve silenzio. “Se è come dice, fra un’ora la informerò circa il luogo.”
“Bene.”, disse Yarbes. Poi la sua voce divenne gelida. “A scanso di equivoci, desidero che lei sappia che, se verrà torto un solo capello a John, io la ucciderò.”

Monica si lavò le mani, le asciugò con cura e si osservò a lungo nello specchio. Le avevano sempre detto che dimostrava al massimo cinquant’anni, e lei sapeva che non era un complimento: il fisico asciutto, il viso esente da troppe rughe, la vitalità, tutto stava a indicare che era vero. Ma non più, adesso. Soltanto lei poteva penetrare a fondo nel proprio cuore, e trovare abissi di terrore; soltanto lei poteva dare un nome all’angoscia che le toglieva il respiro. Indugiò nel bagno ancora per un attimo, pensando al figlio che amava più di se stessa, e alla caparbia ostinazione con cui aveva rifiutato ogni compromesso, e infine uscì dal locale con un profondo sospiro.
Benché fosse domenica, avrebbe presieduto il consueto appuntamento del “comitato d’emergenza”. L’incontro era stato solamente posticipato per permettere ai pezzi grossi di pranzare con la famiglia.
Nella Situation Room c’erano tutti, tranne Yarbes, Milton Brubeck e Brian Stevens. In compenso, era presente un elemento nuovo, il DDI, Bruce Underwood. Aveva insistito per partecipare alla riunione, chiamandola personalmente al telefono.
E chiese subito la parola. “Sono sotto inchiesta”, disse con voce pacata, “perché mi si accusa di aver insabbiato due documenti, rispettivamente del Mossad e del SVR russo. In realtà, li stavo studiando a fondo; e comunque sono vaghi e non riguardano direttamente quello che sta succedendo qui. Si riferiscono a un fanatico, del quale a tempo debito sarà bene occuparsi, sempre che non ci precedano gli amici israeliani. Ma il motivo per cui ho chiesto di conferire con lei, signora, e con le altre personalità che mi onoro di conoscere, è un altro. Stando alle mie fonti, che sono del tutto attendibili, la CIA ha allestito un’operazione in nero. In questo momento, signora, è molto probabile che i sei terroristi si trovino a bordo di un aereo, liberi e diretti a Washington. Non credo che questi fossero i suoi ordini.”
“Ma è illegale!”, esclamò il ministro del Tesoro.
Underwood si strinse nelle spalle.
Il vice direttore delle Operazioni esaminava con grande attenzione il soffitto. Patrick Fowley dell’FBI fissava il vuoto.
Monica guardò Underwood, allibita. “Ma chi lo avrebbe deciso?”, domandò.
Margaret Collins trattenne un sorriso. Ora comprendeva la ragione per cui Yarbes l’aveva sostituita al telefono. Che fottuto bastardo!, pensò ammirata.

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RAGE 15

Sarah GabaiNegli Stati Uniti esistono le carceri federali, che in genere mancano di torrette, filo spinato, agenti costantemente armati di fucile. A disposizione dei detenuti vi sono biblioteche, campi sportivi, sale da gioco. Perlopiù, i reclusi sono stati condannati per reati amministrativi, frodi, concussione, falso in bilancio, insider trading, e non sono considerati pericolosi; potrebbero scappare, però non lo fanno: lì la vita scorre noiosa ma tranquilla, quasi come in un college. Le risse sono praticamente inesistenti e i televisori, privi di telecomando, con i programmi da vedere scelti da una guardia, sono un efficace deterrente per evitare litigi. I detenuti svolgono piccoli lavoretti per una modesta paga sotto forma di buoni per lo spaccio e per i francobolli o le telefonate, e si dedicano a vari hobby.
Esistono poi le prigioni statali, e qui la musica è molto diversa, i regolamenti più rigidi, le restrizioni più numerose, e il trattamento assai meno cordiale. Esistono le carceri di massima sicurezza, riservate ai delinquenti peggiori, in cui l’esistenza è un inferno e gli atti di violenza sono all’ordine del giorno. La gente destinata a trascorrere lunghi anni dietro a quelle sbarre ormai non ha più niente da perdere.
Nei trentasette Stati dove è prevista la pena capitale (in un caso solamente per reati precedenti il luglio del 2009), c’è infine il braccio della morte. Nel Nevada attualmente ottantasette persone aspettano il giorno fatale. I tempi sono sempre molto lunghi a causa del principio americano che prima di morire il colpevole deve rendersi conto di quello che ha fatto e di conseguenza pentirsi.
Alle otto di domenica ventiquattro febbraio, il direttore di una di queste strutture era già nel suo ufficio. Affermare che era spaventato sarebbe un eufemismo. Non si era sbarbato, perché gli tremavano le mani. Era vestito in qualche modo e meditava amaramente sul suo futuro. Prima di uscire di casa, aveva bevuto di nascosto un paio di bourbon.
D’Amico non voleva perdere la moglie, il lavoro e il rispetto dei suoi due figli. Non intendeva diventare un reietto, deriso e schernito da tutti. Ma era ciò che lo attendeva, gli avevano spiegato con garbo i due uomini in grigio che lo avevano sorpreso a letto con un ragazzo. Avrebbero anche potuto chiudere un occhio, aveva detto il più anziano dei due; in cambio, lui avrebbe dovuto fare quello che gli veniva ordinato di fare. E ora D’Amico si accingeva a obbedire. Aveva preso in considerazione l’idea del suicidio, ma gli mancava il coraggio e non lo avrebbe mai trovato.
Alle otto e dieci minuti, cinque uomini furono introdotti nell’ufficio da una guardia. I primi due purtroppo li conosceva già. Si sedettero davanti alla scrivania. Gli altri rimasero vicino alla porta, anche loro vestiti di grigio, tranne uno che indossava jeans, blazer blu e camicia azzurra con i bottoni del colletto slacciati. Con sé aveva un’elegante borsa, del tipo di quelle che usano i medici. Fu lui a parlare. “Sono un dottore.”, affermò. “Prima del trasferimento, devo visitare i prigionieri per accertarmi che siano in buone condizioni di salute.”
D’Amico annuì, sollevò il ricevitore e impartì le disposizioni del caso.
Volkov lo guardò con disgusto.

Carnevale era un genio, pensò il giornalista italiano che, sebbene non potesse saperlo né lontanamente immaginarlo, stava lavorando all’ultimo reportage della sua vita. Era una sua caratteristica strana, della quale non finiva di stupirsi. A tratti, gli balenavano nella mente le idee più disparate, che nulla c’entravano con quello di cui al momento si stava occupando. Era sempre stato così, fin da ragazzo.
Scrollò le spalle e considerò la faccenda. Grazie a una conoscenza vasta e profonda della legge, una conoscenza enciclopedica, nel corso degli anni Corrado Carnevale era riuscito a cassare circa cinquecento sentenze, trovando immancabilmente in ognuna di esse un vizio di forma, talvolta pressoché invisibile, però presente. E lui lo individuava. Peccato che la straordinaria bravura di quello che era stato un autentico enfant prodige, laureatosi a soli ventun anni con il massimo dei voti, e in seguito diventato un assoluto fuoriclasse, non fosse stata rivolta a fin di bene.
Giovanni Raimondini finì di bere la spremuta d’arancia e gettò uno sguardo velenoso al titolo del suo articolo, pubblicato su “Repubblica”: La Lady d’Acciaio. Quanta fantasia!, si disse acidamente, e non per la prima volta. Che licenziassero simili idioti, gli stessi che adoperavano il termine “stangata” in continuazione, quasi fosse una prescrizione medica. Poiché lavorava come free-lance, li avrebbe puniti, non inviandogli il nuovo pezzo su Monica Squire. Era famoso, quindi in grado di proporsi a chiunque. Stabilì che avrebbe scelto “Panorama”; poi, soddisfatto, si dedicò alle uova, trovandole troppo cotte.
Come ogni giornalista di spessore, aveva importanti agganci fra gli alti papaveri degli Stati Uniti, che da cinque anni costituivano il suo terreno di caccia preferito. Abbandonato Carnevale, rifletté su ciò che gli era stato confidato, durante una piacevole cena a base di pesce, dal DDI della CIA, il traballante (le voci correvano), ma imperturbabile Bruce Underwood.

Mentre il direttore del carcere deponeva la cornetta e Raimondini addentava il bacon, in Israele erano le diciotto di una tiepida giornata allietata dal sole. Nella nuova sede del Mossad, che non è a Tel Aviv benché molti credano che si trovi ancora in King Saul boulevard, il corpulento, abile e spietato Aaron Ben-David fissava la giovane donna, immerso nei suoi pensieri.
Sarah Gabai aspettava in silenzio. “I nostri amici americani non sanno cavare un ragno dal buco.”, disse infine il capo del servizio segreto israeliano. “Sono intervenuti i russi, non si sa bene il perché. Conosciamo i loro inimitabili metodi.” C’era del sarcasmo nella sua voce, ma pure qualcos’altro, come un’ombra di riluttante rispetto. Probabilmente stava pensando al tenente generale Vasiliy Melnikov, primo vicecapo del SVR, il Maestro della Disinformazione, secondo una definizione della CIA che lui condivideva. Ben-David si accese una Noblesse, aspirò una boccata di fumo, tossì e aggiunse, come parlando a se stesso: “In un modo o nell’altro, i russi risolveranno la questione.”
Sarah fece un cenno d’assenso con il capo.
“Ma a me tutto questo interessa relativamente. E’ giunto il momento di regolare i conti con il pazzo che ha organizzato il sequestro. Sta per attaccarci, quindi va fermato, e molto in fretta anche. A Langley hanno un nostro rapporto, un po’ vago a essere sinceri; non me ne sono nemmeno occupato io… noi badiamo ai fatti nostri. E comunque, ci metterebbero un anno a scovarlo, sempre che ci riescano. Ti affido questo compito, Sarah. Ho fiducia in te, perciò non deludermi.”
“Non fallirò.”, disse Sarah Gabai in tono fermo.
“Molto bene.” Ben-David le porse una cartelletta. “Vita, opere e miracoli di Ibrahim al-Ja’bari.” Poi si alzò e si avvicinò zoppicando a una grande carta geografica che occupava buona parte di una parete. Era anziano e malato, ma la sua mente era ancora acutissima e la sua perspicacia intatta. Apprezzato anche se con numerose riserve da metà Likud e detestato dall’altra metà e dall’intero partito laburista, a causa di alcune iniziative giudicate opinabili, nessuno si sarebbe comunque sognato di mandarlo in pensione anzitempo: Ben-David rappresentava lo Scudo della nazione. D’altro canto, aveva la cassaforte che rigurgitava di dossier dedicati a tutti i membri della Knesset.
Mentre camminava, tossì nuovamente. Il medico gli aveva vietato le sigarette, Aaron aveva preso alla lettera quel divieto… ma solo per il giorno del sabato. Indicò due punti sulla mappa. “Qui o qui.”, dichiarò. “Buon lavoro.”
Sarah Gabai si congedò. Bruna e atletica, aveva ventotto anni; era entrata nel Mossad dopo aver prestato il servizio militare occupandosi di controspionaggio. Terza di cinque figli, aveva perso i due fratelli maggiori, entrambi uccisi dalle bombe. Da sempre era la prima, in qualsiasi campo: un punto d’onore in un Paese assediato da innumerevoli nemici e che tuttavia reagiva colpo su colpo agli attentati con uguale ferocia.
Sarah eccelleva nell’arte dei travestimenti: poteva apparire in una strada vestita con un elegante tailleur e un istante dopo trasformarsi in una mendicante coperta di stracci. Parlava correntemente sei lingue, conosceva ogni genere d’arma e di lotta. Si era classificata al secondo posto in una prova assai poco piacevole dell’addestramento: resistenza agli interrogatori “speciali”. Non si considerava graziosa, anche se lo era.
L’anno prima, aveva ricevuto l’Israel Security Prize, un’onorificenza destinata a chi ha operato con valore per la sicurezza d’Israele. Quando affrontava una nuova missione, sapeva di rischiare la morte e atroci torture; ciò non le impediva di agire con determinazione e coraggio. La sua migliore amica si era fatta catturare: le avevano stritolato le articolazioni delle dita delle mani e dei piedi; salvata in extremis da un commando, adesso svolgeva un noioso lavoro d’archivio. Era un ricordo che non la abbandonava mai. Conosceva la paura, ma la teneva a bada.
Donne e uomini in Israele pari sono, tutti devono essere pronti a combattere per la patria, e nel Mossad le donne rivestono un ruolo importante quanto quello dei maschi. Una donna è stata vicedirettore generale per sette anni.
Quando Sarah era partita per l’Iran, il suo capo le aveva detto: “Tu sarai gli occhi dello Stato nei Paesi nemici.” Lei aveva provato un forte senso di orgoglio. In tale occasione, aveva riportato notizie di importanza vitale sugli esperimenti nucleari degli iraniani. Qualche mese più tardi, a Damasco, aveva ucciso Imad Mughniyeh, il capo militare di Hezbollah. E in seguito era stata nominata comandante, che nell’esercito israeliano equivale al grado di colonnello.
Raggiunse il suo piccolo ufficio, si sedette alla scrivania e lesse per tre volte il fascicolo relativo a Ibrahim al-Ja’bari. La prima velocemente per ottenere un quadro generale affidato all’istinto, la seconda con maggiore attenzione soffermandosi a rileggere interi paragrafi, la terza con in mano un lapis blu con cui sottolineò i passi che le sembravano più rilevanti. Nemico giurato di Israele e degli Stati Uniti, sprezzante nei confronti di Hamas, mezzo arabo e mezzo palestinese, da parte di madre, assetato di morte, vendetta, sterminio. Amava farsi chiamare “il figlio del deserto”.
Sarah si tolse le desert boots e appoggiò i piedi sulla scrivania. Un pazzo, come lo aveva dipinto Ben-David?
Scosse la testa. No. Un grande pericolo.

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RAGE 14

Margaret Collins 2A dispetto delle ultime previsioni del tempo, il sole splendeva alto nel cielo, e benché il ventuno marzo fosse ancora lontano, si respirava quasi aria di primavera. Se l’alba era stata livida, con le strade lastricate di ghiaccio, ora il clima era mutato. Non tengono conto del vento, pensò Margaret mentre si cambiava. E, in effetti, il vento, oltre a contraddire il servizio metereologico, soffiando tiepido da sud, allontanava le nubi e innalzava la temperatura.
Margaret indossò una tuta sportiva, calzature adeguate, e uscì di casa per fare una lunga corsa: era un modo per combattere l’ansia e per sfogare il risentimento. Certo, avrebbe potuto imporre a Yarbes la sua autorità, la più alta in America dopo quella di Monica, ma si era detta che lui era il padre di John ed era giusto concedergli uno spazio.
Ciò nonostante, lei possedeva una solida formazione di base grazie alle nozioni apprese studiando Scienza del Comportamento e all’esperienza maturata sul campo a Quantico prima di entrare in politica… beh quella non mancava neppure a Martin. E poi a cosa avevano portato quei brevi colloqui? A niente, considerò con amarezza. Chissà se il ragazzo stava bene, se gli davano da mangiare a sufficienza, se aveva paura, se si sentiva solo?
Abbandonò i pensieri negativi e si concentrò sulla corsa, aumentando progressivamente il ritmo delle falcate, attenta a non scivolare. Washington è una città magnifica, pensò. Nella bella stagione era piena di verde, di alberi, di prati, di fiori. Eppure, proprio lì, quattro farabutti avevano commesso uno dei reati più ignominiosi che possano esistere, pur nella vasta gamma di delitti che la mente malata di troppi uomini e troppe donne riesce a partorire.
A un tratto, un ragazzino le si affiancò. Sprintarono insieme, e lei lo lasciò vincere; lui assunse un’aria trionfante, Margaret gli scompaginò i capelli.
Tornata a casa, fece una doccia, si cambiò, preparò un frullato, mangiò un sandwich, e salì sull’auto che l’avrebbe condotta alla consueta riunione nella Situation Room. All’appello mancavano solamente Brubeck e Stevens. Yarbes riferì in tono piatto quanto era successo: la telefonata non era stata rintracciata e, a causa di un inspiegabile disguido tecnico, nemmeno registrata.
Monica scrollò le spalle. Per quel che serviva!
“Però”, mentì Yarbes, “ho ottenuto una proroga di tre giorni. Nel frattempo, speriamo di prenderli.”
Gli altri lo fissavano con lo sguardo cupo; l’atmosfera generale era gelida e tendeva al pessimismo più completo.
Margaret Collins sospirò.
Venti minuti più tardi chiese un colloquio a Monica e si scusò per il comportamento del giorno precedente. Non ci furono problemi.
“Tu sei un’amica”, le sorrise Squire, invitandola a sedersi, “e in privato puoi dirmi quello che vuoi. Sono perfettamente consapevole del fatto che la mia posizione non è condivisa da moltissimi americani.” Le indicò un giornale. “Un sondaggio.”, disse. “Se si votasse domani, sarei sconfitta. Da un lato, guadagnerei molti voti conservatori, ma da quell’altro perderei il sostegno del trenta per cento dell’elettorato democratico. Ma non intendo cambiare idea. Cara Margaret, farò mia una frase di James Freeman Clark: Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione. E la mia fermezza, voglio credere, sarà di esempio. Gli Stati Uniti non si devono mai arrendere!”
Margaret pensò bene di non ribattere.
Notò che al contrario del solito le tremavano le mani, ma non se ne sorprese minimamente.

Quel pomeriggio, all’ora convenuta, le sedici in punto, Yarbes entrò in una cabina telefonica, situata in una strada secondaria con poco traffico. La chiamata arrivò quasi subito. Yarbes trasse un profondo respiro. “Bene, amico.”, disse. “Mi ascolti attentamente. Questa mattina ho fatto in modo che la sua telefonata non venisse intercettata, e soprattutto che non fosse registrata. Questo significa che possiamo parlare tranquillamente, perché nessuno sa dove adesso io mi trovo. In ogni caso, fra due minuti le fornirò un altro numero. E’ una postazione che posso raggiungere in meno di sessanta secondi. E dopo altri due minuti, ci sarà un terzo numero. Per cui lei è al sicuro.”
“Non le credo.”, replicò bruscamente O’Connor. “E’ uno sporco trucco!”
“Amico mio, lei sa chi sono?”
“Non che mi interessi.”, borbottò l’irlandese.
“E invece deve interessarla. Mi chiamo Martin Yarbes… sono il padre di John. Pensa che metterei a repentaglio la vita del mio unico figlio? Domani, i sei uomini saranno liberati. Mi richiami a questo numero…”
Yarbes riagganciò e raggiunse una cabina che distava una quarantina di metri. Al primo squillò sollevò il ricevitore.
“Ora le spiegherò per filo e per segno la procedura che seguiremo. Per tranquillizzarla ulteriormente, le comunico che sto agendo – e con me altre persone, molto, molto potenti – contro l’autorità costituita degli Stati Uniti d’America. Ma è tutto organizzato, fino all’ultimo dettaglio. Si deve fidare, amico. Io sono l’unico che può aiutarla.”

Verso sera, dopo un volo di quattro ore e venticinque minuti e un successivo trasferimento in taxi, un uomo alto, con le spalle larghe, esibì al portiere di un piccolo albergo del Nevada un documento perfetto che lo identificava come un imprenditore di Boston. Prese una camera per la notte, saldò il conto in anticipo e salì nella stanza con l’unica valigia che aveva con sé.
Si rasò, si concesse una lunga doccia; quindi, in accappatoio, depose la valigia sul letto, la aprì e tirò fuori un capo di vestiario che sicuramente avrebbe stupito il portiere, oltre a una serie di oggetti quanto meno singolari. Sebbene non avesse dubbi al riguardo, controllò con attenzione che non mancasse nulla, quindi ripose tutto nell’armadio, che chiuse a chiave.
Poi si vestì e scese nel ristorante, dove consumò un’ottima cena.
Molto prima di mezzanotte, dormiva già.
Aveva puntato la sveglia alle sei e trenta. Il tempo di lavarsi, di mangiare qualcosa e di bere un paio di caffé, e sarebbero sopraggiunti quattro uomini.
Gli avrebbero consegnato ciò che non era assolutamente consigliabile portare sugli aerei.
Loro, però, avevano la facoltà di farlo.

In quel momento, mentre il cliente dell’albergo spegneva la luce e poco dopo si addormentava, a una ventina di chilometri di distanza, gli uomini in questione stavano giocando a carte nel salotto di una “casa sicura”. Avevano ricevuto degli ordini precisi e avrebbero portato a termine il lavoro che gli era stato affidato. Se anche erano sorpresi, non erano abituati a mettere in discussione le decisioni dei superiori per quanto strane potessero apparire.

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RAGE 13

Martin YarbesUn’ora dopo Yarbes si incontrò con quei due uomini, in un altro locale tranquillo dove ognuno badava ai fatti suoi. Presero posto a un tavolo d’angolo, lontano da orecchie indiscrete e ordinarono tre caffè.
Martin si espresse in modo chiaro e conciso, riferendo la proposta di Volkov.
Brian Stevens fece una smorfia. “Quel russo è un illegale! Andrebbe arrestato immediatamente.”
Yarbes spostò lo sguardo su Milton Brubeck.
Il direttore dell’FBI stava fissando il soffitto. Forse pensava alla dura gavetta che da giovane si era dovuto sobbarcare. Alle innumerevoli ore dedicate al lavoro d’indagine, non importa se sotto la pioggia, la neve o con quaranta gradi. O forse a quando aveva coordinato l’attività di altri uomini, che a seguito dei suoi ordini mettevano a repentaglio la vita. O forse al fatto che adesso era a capo di tutto, in cima alla piramide, senza le paranoie, gli archivi segreti, i ricatti, che erano stati propri di John Edgar Hoover. Parlò con calma. “Lei, Martin, non rischia il divorzio, almeno per i prossimi quattro anni se non otto: sua moglie non potrebbe permetterselo. Io perderò la mia attuale carica e quasi certamente… togliamo il “quasi”… sarò incriminato e condannato. Ma a cosa sarebbe servito dedicare tutti questi anni al mio lavoro, se ora pensassi alla mia condizione personale, e non alla vita di un ragazzo innocente, che in questo preciso momento rischia la morte? Che razza di uomo sarei?”
Martin Yarbes non fumava più da almeno un ventennio. Quel giorno, però, aveva acquistato un pacchetto di sigarette. Ne estrasse una e l’accese. Se anche il barista o gli altri avventori se ne accorsero, nessuno ci fece caso.
“Due mandati, senza ombra di dubbio.”, interloquì Brian Stevens. “Con la sua fermezza che francamente io giudico assurda, alle prossime elezioni la signora Squire prenderà la metà dei voti dei repubblicani. D’altro canto”, sospirò, “se ben ricordate, quella era la mia idea iniziale. Mi fa solo specie che venga attuata a causa del suggerimento di un agente del SVR. D’accordo, sono della partita, costi quel che costi.”
Aveva ripreso a nevicare e la città sembrava di nuovo paralizzata.
Yarbes guardò fuori dei vetri della finestra, nel buio incombente. Le automobili procedevano in coda. Qualche clacson suonava inutilmente, frutto di nervosismo e di stanchezza.
“A Volkov servono solo quattro uomini.”, disse. “E certe sostanze.”

Non si saprà mai perché fra tutti gli Stati dell’Unione americana dove non è prevista la pena capitale, per effettuare il loro sanguinoso raid i sei terroristi avessero scelto proprio il Nevada, che invece la prevede, sebbene le esecuzioni siano sospese dal 2007. Una teoria al riguardo, avanzata da un giornalista di “Time”, ne indicava il motivo nel fatto che nel Nevada la prostituzione è legalmente ammessa; ma appunto si trattava di una teoria. Secondo altri, la morte per loro rappresentava un premio, dato che Allah li stava aspettando.
Quello che invece si sa con certezza è che all’interno del braccio della morte che li ospitava, se la passavano molto meglio dei terroristi reclusi nel Campo di prigionia di Guantánamo, che sicuramente non è il luogo più piacevole del mondo. Indicative erano state le parole pronunciate da Donald Rumsfeld, all’epoca Segretario della Difesa: “Questi prigionieri sono combattenti irregolari cui non si applica alcuno dei diritti della Convenzione di Ginevra.” E a poco era valso un appello dell’Alto Commissario per i Diritti dell’Uomo dell’ONU, Mary Robinson, nonché molteplici proteste giunte da Amnesty International.
Nel 2009 il predecessore di Monica Squire firmò l’ordine di chiusura del carcere, ma per ora tale decisione è rimasta lettera morta. E sono ancora previste gabbie nelle quali rinchiudere i prigionieri, e in certi casi l’uso del waterboarding (una tortura che Monica ben conosceva, dato che l’aveva subita in passato), oltre ad altre simili delizie.
Ma questo non riguardava gli uomini per la cui liberazione era stato rapito John Yarbes. A migliorare ulteriormente la loro situazione era la circostanza che il direttore del carcere, William D’Amico, era noto per la tolleranza e il, relativo, buon cuore.
D’Amico, nipote di emigranti italiani che avevano prosperato nel commercio, poteva considerarsi soddisfatto della sua carriera, e in effetti lo era; ciò, tuttavia, non lo esimeva dal trovare noioso il ruolo che ricopriva e tediose le mansioni burocratiche che quotidianamente doveva svolgere. Si applicava diligentemente, ma aveva bisogno di una valvola di sfogo.
Sposato con due figli, entrambi studenti universitari, era fiero della sua virilità, che nessuno si sarebbe sognato di mettere in discussione. Però, gli piaceva esercitarla anche in un altro modo, meno convenzionale. Riservava una sera alla settimana, per la precisione il venerdì, a tale lato della sua sessualità, che aveva origini lontane, quando ancora andava a scuola. Allora, era stato costretto a subire… adesso, in un grazioso monolocale, che aveva affittato con un nome fittizio, sfogava la sua passione nascosta, sodomizzando, dietro pagamento, giovani attraenti ed efebici, alcuni dei quali – non tutti – gradivano molto quelle attenzioni.
Quella sera era entusiasta della sua ultima “conquista”.
Mentre accarezzava il corpo superbamente bello del ragazzo, e fremeva ascoltando i suoi ansiti, qualcuno bussò alla porta. Poiché D’Amico indugiava, la porta parve scardinarsi e due uomini vestiti di grigio fecero irruzione nella stanza. Erano grandi e grossi, e il rigonfiamento sotto l’ascella sinistra non lasciava adito a dubbi su ciò che era nascosto sotto la giacca. I volti dei due erano privi di espressione; ma si dimostrarono estremamente gentili e comprensivi.

Il mattino seguente, sabato ventitré febbraio, il telefono squillò alle undici precise. Un’ora prima, con grande stupore di Margaret Collins, Yarbes aveva insistito perché si prendesse un giorno di libertà. “Lei è troppo tesa.”, aveva sostenuto Martin. “E il litigio con mia moglie lo prova. D’altra parte, è una cosa del tutto plausibile, viste le circostanze. Comunque, benché abbia operato al meglio, a questo punto ritengo utile un cambio di interlocutore.”
Margaret lo fissò perplessa. Era l’esatto contrario di quello che le aveva detto in precedenza.
“Psicologia.”, aggiunse vagamente Yarbes.
Malgrado fosse poco convinta, Margaret se n’era andata.
“Dov’è la donna?”, domandò bruscamente O’Connor.
“Liquidata per inefficienza.”, rispose Yarbes con calma. “In compenso, ho buone notizie per voi. Lo scambio si farà. Domani stesso. Mi richiami nel pomeriggio, ma non qui.” E gli fornì il numero di una cabina.
O’Connor grugnì qualcosa e riagganciò.
In quel momento gli addetti alle intercettazioni avevano pensato bene di scendere al bar per bere un caffé. E un attimo prima era stata bloccata la registrazione della telefonata.
“Un terribile disguido tecnico.”, si sarebbe giustificato più tardi il responsabile del centro d’ascolto.

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RAGE 12

VolkovQuella stessa mattina, poco dopo le nove, cominciò a nevicare. Poiché non era stato previsto dai servizi metereologici, Washington fu colta impreparata e gli spazzaneve tardarono a mettersi in moto. A peggiorare la situazione, la neve continuò a cadere incessante, e presto fu chiaro che si trattava della nevicata più abbondante dell’anno, almeno fino a quel giorno. Il traffico divenne più caotico del solito: ovunque si formavano ingorghi.
Volkov si era svegliato alle sette e venti, aveva fatto la doccia e si era rasato; poi aveva consumato una colazione a base di caffè, spremuta d’arancia, uova fritte e bacon. Quindi, era uscito dall’albergo.
Attese che i negozi aprissero, bevendo un secondo caffè in un piccolo bar e leggendo tranquillamente il “Washington Post”. In seguito, effettuò alcuni acquisti. Alle undici era fermo ai margini di uno spiazzo situato in periferia. Prima si era guardato a lungo intorno, nascosto dietro a una catasta di legname. Per lui, neve o sole non facevano differenza ed era abituato a ben altro, dato che era nato e cresciuto in Siberia.
Quindici minuti più tardi, arrivò Sean. “Ho buone notizie.”, annunciò quest’ultimo. Volkov lo fissò in silenzio. “Le persone che hanno sequestrato il ragazzo sono rintanate in una vecchia casa decrepita, a circa trenta chilometri da qui.”
“Dove, esattamente?”, chiese il russo.
Sul volto di Sean comparve un sorriso astuto. “Tu mi capisci.”, disse. “Un’informazione del genere vale molto più di mille dollari.”
“Quanto?”, domandò Volkov.
Sean alzò una mano con le cinque dita protese. “Cinquemila.”
“Mi sembrava che i nostri patti fossero diversi.”, osservò con calma il capitano del SVR.
“I patti… i patti possono cambiare, a seconda delle circostanze. Non è stato semplice scoprire il loro rifugio in poche ore.”
Volkov annuì, pensieroso.
“Forse, non ti credo.”, disse in tono pacato. “Forse, stai mentendo.”
“Assolutamente no!”, protestò l’altro. “In cambio di cinquemila dollari, saprai con esattezza dove è tenuto John Yarbes. E’ quello che volevi, no?”
Volkov annuì ancora. “Già. E’ quello che volevo.”
Lanciò un’occhiata distratta al piazzale, come se stesse meditando.
“Se cinquemila sono troppi, potrei scendere di qualche bigliettone.”, disse Sean. “Oggi mi sento buono.”
Volkov lo guardò e sorrise. “Grazie.”
Un istante dopo, si chinò, prese una manciata di neve e gliela ficcò in bocca, spingendola a fondo nella gola. Nel frattempo, lo teneva fermo con una presa di judo. E’ uno dei tanti modi per uccidere che si apprendono durante l’addestramento Spetsnaz: in gergo, si chiama “bjelaja smert”.
Sean sarebbe morto soffocato, poi il calore del corpo avrebbe sciolto la neve. Un decesso dovuto a cause naturali. Era inutile sprecare una pallottola.

Anche John si era svegliato presto. Aveva perso la nozione del tempo, ma cercava di regolarsi in base ai pasti che l’uomo con il cappuccio gli portava. Non era facile, perché in linea di massima il cibo era sempre lo stesso, però aveva capito che il caffè con latte rappresentava la prima colazione: da questo era in grado di ricostruire il trascorrere delle ore. A giorni alterni gli veniva concesso di lavarsi. Una bacinella di plastica, colma d’acqua, saponetta e spugna, sotto il controllo del bandito che lo sorvegliava con una pistola in mano. Erano gli unici momenti piacevoli.
Aveva paura. Molta. Quando il timore superava il livello di guardia, per farsi forza, pensava a Shakira. Immaginava di ballare con lei, bellissima e scalza, in Sud Africa. Waka Waka. All’epoca aveva undici anni; ciò non gli aveva impedito di sognarla. Benché non gli fossero indifferenti alcune graziose ragazzine della scuola, nessuna di loro poteva essere paragonata alla cantante colombiana. Sinuosa, felina, affascinante: erano i primi aggettivi che gli venivano in mente. Altrimenti, visualizzava un rovescio a due mani o una volée di Flavia Pennetta, la sua tennista preferita (e la più bella, per lui). Canticchiava One, two, bukle my shoe. Three, four, knock at the door. Five, six, pick up sticks. Seven, eight, don’t be late. Nine, ten, start again.
Oppure si concentrava sulle migliori partite di basket che aveva giocato, rivedendo, come in un film, i canestri decisivi. O, ancora, si dedicava all’esercizio fisico, nei limiti che gli venivano imposti dalla piccola stanza, dove era segregato. Deliberatamente, evitava di soffermarsi su quello che i suoi genitori stavano provando. Sarebbe stata una ragione di sofferenza in più.
Le rare volte in cui pensava a loro, vedeva con gli occhi della mente la figura del padre. Veniva a liberarlo.

Al termine della riunione nella Situation Room, dalla quale non era trapelato niente di positivo, Margaret prese in disparte Monica. Per la prima volta da quando le due donne si conoscevano scoppiò un litigio. E fu un litigio aspro.
“Non intendi dimetterti, e mi sta bene.”, disse Margaret con voce alterata. “A me il tuo posto non interessa. in ogni caso, sarà mio fra otto anni. Quello che non riesco a comprendere è perché ti ostini a non voler cedere! Credi, forse, che i cittadini americani non ti capirebbero? Ti sbagli. Non leggi i giornali? Non senti l’amore, la trepidazione, l’ansia con cui tutti seguono questo dramma?” Margaret si sforzava di trattenere le lacrime.
Monica le girò le spalle. “Cedere… se lo fai, diventa un precedente; e quando è diventato un precedente, ci sarà sempre il rischio che qualcosa di simile si ripeta. Non posso. Non voglio che questo accada.”
“Ma non ami tuo figlio?”, urlò Margaret Collins, paonazza in volto.
Monica si voltò verso di lei. “Non osare mai più! Non ti permetto di mettere in dubbio il mio amore per John. E ora scusami.”
Margaret la guardò allontanarsi. Scosse la testa. Altro non poteva fare.

Come molti avrebbero detto e scritto, dopo la sua morte, avvenuta dieci anni più tardi, Martin Yarbes era stato il più grande agente della CIA.
Le imprese che aveva portato a termine con successo erano innumerevoli, e per i giovani che le studiavano, a Langley, egli rappresentava un mito. Poco importava che talvolta avesse abbracciato il lato oscuro della forza, secondo una definizione scherzosa, ma non troppo, di Monica.
Peraltro, come a ogni mito, anche a lui venivano attribuiti successi che in realtà non gli appartenevano. Quel pomeriggio, mentre la neve sembrava concedere una pausa alla città paralizzata dal traffico, non poté fare a meno di sorridere, quando Danil Volkov gli domandò com’era riuscito a uccidere Aleksandr Stavrogin, nome in codice Matrioka, l’icona del KGB.
“Non sono stato io.”, ripeté per l’ennesima volta. “Lo ammazzò mia moglie. Io ci andai solo vicino. Mi fermarono quelli dello SDECE.”
“Deve essere una donna eccezionale.”, commentò il russo.
“Altrimenti non l’avrei sposata.”
Volkov cambiò argomento. “La mia fonte era fasulla.”, disse. “L’ho eliminata.”
Yarbes sorseggiò il caffè, il decimo di quel giorno, se non ricordava male. Parlò a bassa voce. “Intercettare le telefonate non è un problema. Però arriviamo sempre in ritardo.”
Volkov lo fissò. Poi guardò fuori, attraverso la vetrata del bar rivolta a ovest. Era apparso un pallido sole e il cielo andava schiarendosi. Se il russo fosse stato un uomo che amava perdersi in congetture superflue, avrebbe potuto dire che ai tempi dell’Unione Sovietica sarebbe stato possibile richiedere l’estradizione, inventando reati inesistenti, dato che i sei terroristi erano originari di un territorio che era appartenuto all’Urss; ma non era quel tipo d’uomo.
“Intercettazioni… funzionano e non funzionano. C’è un altro metodo.”, affermò.
Spostò di nuovo lo sguardo su Martin e, freddo come il ghiaccio, espose il suo piano.
Yarbes lo ascoltò attentamente, gli occhi ridotti a due fessure.
Mentre ascoltava, passava in rassegna i volti dei pezzi grossi che avevano partecipato all’ultima inutile riunione del “comitato d’emergenza”. Solo chiacchiere e distintivi, gli venne da pensare. Se li figurò lì, gli alti papaveri, e immaginò le loro reazioni alle parole di Volkov; gli sembrò addirittura di vedere le espressioni dei loro visi: sgomente, sconcertate, atterrite. Due persone soltanto avrebbero approvato. Milton Brubeck e Brian Stevens. FBI e CIA.
C’era dell’ironia in questo.

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