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Archive for dicembre 2014

Il lato oscuro“Il Cinghiale!”, disse con voce fredda, una sorta di rabbia contenuta.
Indossava un completo blu che a occhio e croce costava quattromila dollari e calzava scarpe italiane fatte a mano. Capelli grigio ferro, occhi verdi e un fisico ancora atletico per la sua età.
Catherine lo fissò in attesa del seguito.
“Mia figlia, la mia unica figlia si chiama… si chiamava come lei, anche se per me era semplicemente Cate.”
Un silenzio. Poi Warren Penn proseguì. “Era bella, molto bella, e, mi creda, non è perché io fossi suo padre; semplicemente è così.”
Come per confermare ciò che asseriva, estrasse da un’elegante borsa in pelle un prezioso album con la copertina a motivi floreali, opera di un artigiano della Toscana, Leonardo della L.C. Pistoia, da cui prese un’istantanea. La foto raffigurava una ragazza che Catherine giudicò di aspetto alquanto scialbo; non che questo contasse, naturalmente.
“Ma era matta come un cavallo.”, continuò Penn. “A quindici anni primeggiava in tutto: scuola, sport, numero di spasimanti. Due anni più tardi fui costretto a rinchiuderla in un istituto, il più caro, il migliore. Uscì dopo sei mesi. Completamente disintossicata, secondo il parere di quei luminari. Invece, riprese a farsi. La mandai in un altro posto. Risultati identici. Se ho una colpa, è che le passavo mille dollari alla settimana… sa la mancetta.”
“Un po’ tanti.”, osservò Catherine.
“Forse. Dipende dai punti di visti. Io guadagno venti milioni di dollari netti all’anno. Comunque, non è questo il punto. Posso fumare?”
“Certo, signor Penn.”
Si accese una sigaretta, aspirò una boccata di fumo, scosse la testa e continuò. “Ciò che è straordinario è che Cate ne venne fuori da sola. Aveva ascoltato un disco di un certo John Lennon, una canzone orribile in verità. Preferisco mille volte i Beach Boys oppure Carole King. Per farla breve, si rinchiuse nella sua camera, urlò, pianse, strepitò, strisciò sul pavimento. Il personale era disgustato: ovunque c’erano tracce di vomito, e feci. Ne uscì pulita, veramente pulita. Non fu grazie a me. Si era innamorata di un ragazzo che non tollerava né droga, né alcool. Susan, mia moglie, manifestò una blanda soddisfazione. Lei va avanti a venti gin al giorno. Io ero al settimo cielo. Ma il Cinghiale non intendeva rinunciare a tutti quei soldi. La presero, la portarono in un luogo isolato e le praticarono un’iniezione mortale.”
Penn estrasse un fazzoletto e si asciugò il viso. Trasse un profondo respiro, spense la sigaretta, fumata a metà, e guardò Catherine. “Naturalmente, sono andato alla polizia. Nessuna prova, soltanto congetture. Di conseguenza, Cate è morta e il Cinghiale è vivo.”
“Signor Penn, cosa vuole esattamente da me?”
L’uomo le porse una foto che ritraeva un volto ottuso, brutale e malvagio.
“La sua fine.”, dichiarò.
“E’ fuori questione, signor Penn. Io sono un’investigatrice privata, non un’assassina.”
“Già. Sembra una scena del “Padrino”, rammenta?”
“No.”
“In ogni caso, mia bella signora, ho svolto numerose ricerche. Con il denaro si può arrivare a tutto, o quasi. Lei e le sue tre amiche non siete propriamente angioletti; esistono dei precedenti. Ora, non è assolutamente mia intenzione ricattarla. Le offro cinquanta milioni di dollari, in cambio della vita di quel miserabile.”
Catherine deglutì. Erano già ricche, ormai lavoravano solo per passione; però la cifra era immensa. D’altro canto, lei aveva evirato a sangue freddo un uomo, testimoniato il falso in tribunale per permettere a Meg di uccidere un individuo spregevole che altrimenti se la sarebbe cavata con qualche anno di prigione, e poi… quanti “precedenti”?
Si alzò e prese a camminare per l’ufficio.
Alla fine, una domanda. “Perché noi? Lei potrebbe assoldare chiunque. Ci sono mille killer che non chiederebbero di meglio.”
“Per tre ragioni.”, rispose Penn. “La prima che un assassino professionista potrebbe non accontentarsi della ricompensa, sebbene essa sia altissima. Conoscendo il mio patrimonio, non è da escludere una continua e reiterata richiesta di denaro e in tal caso sarei costretto ad assumere un altro killer. Il secondo motivo è legato al fatto che preferisco non fidarmi dei criminali. Poi c’è una terza ragione. Lei sicuramente non ricorda, comunque un giorno Cate l’ha conosciuta. Circostanze casuali, non lo so. Forse aveva aiutato una sua amica, forse si trattò solamente di una coincidenza; ma, benché mia figlia amasse gli uomini e non le donne, nel suo diario ho letto una poesia dedicata a lei. Per quello sono venuto qui.”
Catherine si fermò davanti a lui. “Io non credo…”
“Mi ascolti.”, la interruppe Warren. “Ebbene, lo confesso: le ho mentito.” Si passò una mano sui capelli. Accese un’altra sigaretta. “Grazie alla mia influenza, nel caso di un processo, che avrei sicuramente ottenuto, non sussisteva il minimo dubbio che il Cinghiale sarebbe stato condannato. Avrei potuto schierare venti avvocati, i migliori d’America. Pagarli a peso d’oro. E sborsare soldi a poliziotti, agenti federali, giudici. Il risultato? Una condanna esemplare, vent’anni, magari venticinque, di reclusione. Lei sa che questo significa che fra un paio di lustri sarebbe uscito… e avrebbe ricominciato?”
Warren Penn guardò la finestra che dava sull’oceano. L’acqua riluceva al sole dell’estate. “La prego, faccia giustizia!”

Il Cinghiale consumava abitualmente i suoi pasti in un piccolo e sudicio locale, dove peraltro si mangiava discretamente bene e a prezzi contenuti.
Stava ingurgitando un’enorme fetta di hamburger, quando la ragazza prese posto al suo tavolo.
Lui la scrutò. Si riempì la bocca, già piena, di patatine, quindi l’apostrofò in modo sgarbato. “Cazzo vuoi?”
“Indovini.”
“Sparisci!” L’energumeno rovesciò sulle patatine una quantità impressionante di ketchup e maionese e si ficcò in bocca un altro pezzo di hamburgher, seguito da mezza ciambellla. Divorò il cibo senza masticare. Bevve un sorso di birra, si pulì la bocca con il dorso di una mano e ruttò. Prima di attaccare nuovamente le patatine, fissò in modo ostile Meg. “Hai capito? Sgombra!”
Una busta si materializzò dal nulla. Meg la posò sul tavolo. Nessuno ci fece caso. Notando che era voluminosa, il Cinghiale la afferrò, lanciò un’occhiata diffidente al contenuto, poi la infilò in tasca. “Mmmm?”, grugnì.
“Roba.”, proferì Meg.
“Ce n’è abbastanza per un esercito.”
“Io e alcuni amici.”, spiegò la giovane. “E siamo di gusti buoni. Se resteremo soddisfatti, potremmo vederci ogni mese.”
Il Cinghiale scosse la testa. “Non hai l’aria della tossica. Magari dell’atleta, ma non della tossica. E io non smercio quelle schifezze. Sei una federale?”
Meg si guardò attorno. I pochi avventori non badavano a loro. E, anche se lo avessero fatto, non avrebbero provato il minimo interesse; lì ognuno pensava ai fatti propri. Si tolse le scarpe e appoggiò i piedi nudi sul tavolo; un attimo dopo esibì il braccio sinistro. Quindi si ricompose.
Il Cinghiale annuì. Subito, però, tornò a essere sospettoso. “Ok, niente FBI, ma perché vuoi cambiare… uhm… fornitore?”
“Mi ha truffata.”
“Già. Succede.”, mormorò lui. “Esistono tipi tanto avidi da essere idioti. Chi ti ha mandata da me?”
Meg scrollò le spalle.
“D’accordo. Ci troveremo qui questa sera. E stai attenta: non amo gli scherzi. Capisci a me?”
“Certamente.”, lo rassicurò lei.

L’idea, piuttosto malvagia, venne a Patricia, l’intellettuale del gruppo. Maniaca di pc, adorava anche leggere. I libri che acquistava non erano scelti a caso: rientravano, benché forse in maniera vaga, in un dato schema che le riusciva d’aiuto nel suo lavoro. Sir Arthur Conan Doyle, Agatha Christie, Andrea Camilleri, Patricia Cornwell, Georges Simenon, Thomas Harris. In realtà, detestava quest’ultimo, perché nei romanzi che scriveva trionfava sempre il male, ciò che lei abborriva. Tuttavia, trasse ispirazione proprio da lui.
Dotata di una memoria eccezionale, ricordava molto bene un certo particolare, e aveva caldeggiato quella soluzione per evitare di uccidere. Meg e Heather si erano dimostrate perplesse, Catherine aveva approvato. Si sarebbero accontentate di un terzo del compenso, non avrebbero ammazzato, ma giustizia sarebbe stata fatta. Era quello che contava.
All’orario convenuto, avvenne lo scambio. Il Cinghiale non era stupido: avrebbe potuto tenersi i soldi, perdendo così un’ottima cliente; solamente un imbecille avrebbe preso in considerazione tale possibilità.
Quando, soddisfatto, uscì dal locale, non si accorse dell’ombra.
Fu seguito fino alla macchina. Mentre apriva la portiera, venne tramortito con una mazza da baseball. Dato che pesava più di novanta chili, risultò estremamente difficile trasportarlo fino al furgoncino dove Patricia aspettava al volante con il motore acceso. Heather scivolò e finì a terra; toccò a Meg e a Catherine l’ingrato compito.
E a un tratto, il bestione si riprese. Ruggì e si liberò con un potente strattone. Catherine evitò per un soffio un diretto destro che l’avrebbe stesa (se non peggio). Meg non ebbe la stessa fortuna. Il Cinghiale si avventò su di lei, la trascinò al suolo, soffocandola, e cominciò a strangolarla. Intervenne Heather che si beccò un manrovescio che la fece volare. Stessa sorte toccò a Catherine.
Meg agitava invano le gambe. L’uomo aumentò la stretta, la ragazza capì che stava per morire.
Strani ricordi si affacciarono alla sua mente, e visioni folli… si vide nell’oceano, mentre un giocoso delfino le procurava l’ebbrezza di una nuova forma di sci nautico. Chiuse gli occhi, abbandonandosi ai sogni che precedono la morte.
Fu la dolce Patricia a salvarla. Scese dal furgoncino, si avvicinò circospetta e sferrò un violento colpo con il cric.
Questa volta il Cinghiale svenne.
Due ore più tardi, fu costretto ad assumere alcune pastiglie.
Era legato e non poteva opporsi.
Trenta minuti dopo, le ragazze sciolsero i nodi che lo immobilizzavano.
Lui aveva gli occhi radiosi.
Con un gesto aggraziato Catherine gli porse una grossa scheggia di vetro.
“Scarnificati la faccia.”, suggerì.
Il Cinghiale ritenne che fosse un’idea eccellente.
La notizia del suo suicidio passò praticamente inosservata.

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Racconto di NataleEra la sera del 25 dicembre.
Stefano De Gregorio guidava per le vie del centro, in preda a una profonda insoddisfazione. Aveva scritto un libro, strappando le ore al sonno, rubando ogni attimo possibile alla giornata, finendo per perdere Silvia, che si era stancata dei suoi continui sbalzi d’umore e del suo atteggiamento distratto e lontano, come perso in altri mondi.
Aveva scritto un libro bellissimo, e lo sapeva: in quel romanzo era riuscito a riversare le sue più profonde emozioni, aveva dato vita a personaggi che sembravano vivere sulla carta, tanto erano credibili e ben caratterizzati. La sua storia aveva un senso, era avvincente e ricca di poesia. Poi lo aveva mandato a dieci case editrici e, con l’eccezione di una che non si era nemmeno degnata di rispondere, aveva ricevuto nove risposte praticamente identiche. “La ringraziamo per averci inviato il suo manoscritto. Purtroppo siamo spiacenti di comunicarle che…”
Stefano detestava il monotono lavoro di ufficio che gli era toccato in sorte, non amava i suoi colleghi, e aveva sognato di dedicare la sua vita alla scrittura. Ma evidentemente non stava scritto nelle stelle. Perso in quei cupi pensieri, sbagliò strada e si ritrovò a percorrere il lungolago. Era una serata gelida, sferzata dal vento del nord: nemmeno le luci e gli addobbi natalizi riuscivano a infonderle un minimo di calore. Si guardava distrattamente attorno quando notò il mendicante. Lo aveva visto molte volte su quella panchina, proprio di fronte al lago. Ora l’homeless sedeva tutto intirizzito, stringendosi nel sudicio cappotto che lo accompagnava da anni. “Poveretto!”, pensò Stefano.
Spinto da uno strano impulso, rallentò, parcheggiò la  macchina e si avviò in direzione del vecchio mendicante. “Vieni.”, gli disse. “Stasera voglio offrirti una buona cena, al caldo.” Fece salire sulla Punto l’incredulo vecchio e lo condusse a casa sua. Quando entrarono nel piccolo appartamento, Stefano stappò una bottiglia di vino, e offrì un bicchiere al suo ospite. Poi apparecchiò la tavola, e preparò una cena a base di ravioli in brodo, salmone, cestini gastronomici, prosciutto crudo e insalata russa. Il mendicante mangiò avidamente, e bevve quasi tutta la bottiglia di vino. Quando Stefano lo riaccompagnò sul lungolago e gli porse un biglietto da cento euro, il vecchio gli sorrise e gli disse: “Sei un uomo buono. Sicuramente la tua vita è bella e piena di soddisfazioni, perché te lo meriti.” Stefano alzò le spalle. Non intendeva sciupare l’atmosfera di quella serata parlando delle sue frustrazioni, del meraviglioso libro che aveva scritto e che nessuno avrebbe mai letto. Si salutarono, entrambi vagamente impacciati.

Due giorni dopo, Stefano De Gregorio andò a controllare la posta. C’era una lettera. Riconobbe immediatamente il marchio della casa editrice, l’unica che non gli aveva ancora risposto, la più importante. “Un  altro rifiuto!”, pensò mentre apriva la busta. Scorse rapidamente il foglio. C’era scritto: “Siamo lieti di comunicarle…”

Buon Natale, miei cari amici 🙂

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Il lato oscuro CatherineConsumarono il pranzo nell’ufficio di Catherine, perché Steve non se la sentiva di andare in un ristorante o in un bar. Mentre mangiavano un panino al prosciutto e bevevano acqua minerale, l’avvocato la mise al corrente della sua triste storia.
Biondo, con gli occhi azzurri, quando avevano avuto la loro relazione, durata un anno, era un uomo atletico, sportivo e aitante. Indossava giacche blu, che mettevano in risalto le spalle larghe, e pantaloni grigi dal taglio classico, perfetti per le gambe lunghe e muscolose. Le cravatte erano sempre annodate alla perfezione, le camicie, in genere bianche, fresche di bucato e ben stirate. Adesso era dimagrito, vestito francamente male e aveva due profonde occhiaie che lo invecchiavano, così come la barba di tre giorni e i capelli arruffati. Non portava cravatta e aveva l’espressione stanca, quella di un uomo sconfitto.
“Ho lavorato quattordici ore al giorno per più di un anno.”, disse. “Ho dato l’anima.”
Catherine annuì. Sapeva che era un grande professionista (e un ottimo amante, sebbene la tradisse, e per questo lei aveva troncato la relazione).
“Per farla breve”, continuò Steve, “abbiamo ottenuto una straordinaria vittoria. E avevo contro degli autentici mastini, i meglio pagati d’America. Ma la giuria ha ecceduto in entusiasmo: due milioni come risarcimento alla vedova e cinquanta milioni di dollari per danni punitivi. In ogni caso, i bastardi della LD Company disponevano di quei soldi; però, c’erano in agguato almeno venti colleghi e varie class-action. Aspettavano solo il verdetto del mio caso; ma anche se si fossero scatenati si poteva arrivare a un accordo stragiudiziale: cento milioni di dollari, forse centocinquanta, e la LD li aveva. E’ vero, le azioni erano crollate, e ragionevolmente si poteva prevedere un ulteriore netto calo per una perdita complessiva di ottocento milioni, forse novecento. Peraltro, prima o poi, le azioni risalgono; addirittura avrebbero potuto venderle allo scoperto in attesa di riacquistarle. D’altro canto, non avevano mai pagato alcuna polizza assicurativa, e quel denaro rientrava a bilancio. Erano in grado di sopravvivere e in seguito di rifarsi. Esisteva, inoltre, la possibilità di appellarsi alla Corte Suprema: un milione di dollari può far cambiare idea a un giudice. In effetti, era quello che temevo. No. Hanno scelto una strada più facile.”
Steve addentò di malavoglia il sandwich. “Non possedevo più un soldo – tutti investiti nel dannato processo – ma ero tranquillo. Direi euforico. Era stata fatta giustizia e io avevo guadagnato circa quindici milioni lordi. Roba da record!”
“E poi?”, chiese Catherine.
Steve esibì un sorriso tirato. “E poi”, rispose, “la LD Company presenta un’istanza di fallimento. La società appartiene a un gruppo lussemburghese, la maggioranza delle azioni del quale sono di proprietà di una holding che ha sede nei Caraibi. L’unica persona nota è l’amministratore delegato, che pensa bene di scomparire in Sud America. E non è finita qui: un mese più tardi riaprono un nuovo stabilimento in Messico, ovviamente con un altro nome, altri soci, tutti misteriosi. Lo stabilimento è grande il doppio. Lì non esistono leggi, perciò continueranno a inquinare l’acqua e altra gente morirà, come il marito e la figlia di Suzie Phan, la mia cliente.”
Catherine lo guardò con aria sinceramente rattristata. Se anche Steve l’aveva tradita più di una volta, era comunque un uomo buono, di saldi principi morali (sesso a parte).
“Ora”, concluse Steve, “io posso fare a meno di tutti quei soldi, a malincuore, certamente, perché mi avrebbero cambiato la vita; ma non posso accettare una simile ingiustizia nei confronti della signora Langlton, maritata Phan, e delle altre vittime di quei porci.”
“Mi dispiace molto.”, dichiarò Catherine. “Però, oltre alla mia personale comprensione non ho altro da offrirti.”
Steve scosse il capo.
“Ti sbagli.”

Mentre risaliva in macchina, dopo aver trascorso la notte in un pessimo motel, che serviva colazioni ignominiose, Catherine trasse un profondo sospiro.
C’è un uomo al di sopra di tutto questo, aveva spiegato Steve, un uomo il cui patrimonio personale ammonta a dieci miliardi di dollari. E’ nei top venti di Forbes, possiede pozzi petroliferi, alberghi di lusso, società di assicurazioni, cantieri navali… e la ex LD Company, di cui probabilmente non sapeva nemmeno l’esistenza, o quasi. Ha mille interessi, fra politica e affari, mille diversificazioni; sicuramente è abituato a delegare il compito di dirigere le sue scatole cinesi a dirigenti capaci ed esperti, cioè squali. In molte aziende non figura ufficialmente, in altre sì: quelle più “pulite”. Lui tira le somme e muove le fila a Washington, fra lobbisti e senatori.
Ha ville sparse in tutto il mondo. E adesso – lo so per certo, ho anch’io le mie conoscenze – si trova per qualche giorno in vacanza a Sausalito, forse l’unico luogo dove è possibile avvicinarlo. Possibile, capiscimi bene, non probabile.
“Perché proprio io?”, aveva domandato Catherine.
Una breve risata. “Perché sei intelligente e bella. E il vecchio Paxton stravede per le ragazze attraenti. Quattro matrimoni, sei figli, un centinaio di amanti. Nella sua scala di valori, al primo posto viene il potere, al secondo il denaro e al terzo le donne. Paga un medico personale solamente per potersi procurare tutti i prodotti presenti sul mercato (e anche fuori mercato) che gli assicurino ancora un minimo di virilità. Ed è vanesio. Sommamente vanesio.”
“Fantastico.”, aveva commentato Catherine.
Accese il motore e si diresse, con molta riluttanza, verso la villa.
Prima di partire, si era consultata con le tre investigatrici – ormai socie a tutti gli effetti -, che lavoravano con lei: Meg la dura, Heather la sfrontata, Patricia la perspicace. Meg e Heather erano amanti. Patricia un vero hacker; all’infuori del pc non risultavano altri amori. Formavano un’equipe fantastica. Catherine aveva sollevato vari dubbi, nella segreta speranza che la dissuadessero. In risposta, sei occhi l’avevano fulminata.
Piccole bastarde, pensò con un sorriso.
Almeno era una radiosa mattina di sole e ciò valse, almeno in parte, a rasserenare il suo umore. Lanciò un’occhiata alla busta commerciale posata sul sedile del passeggero, poi calcò con forza il piede sull’acceleratore.
In quanto a misure di sicurezza, la “villa” di Paxton non aveva nulla da invidiare a Fort Knox. Era circondata da un alto muro di recinzione e sorvegliata, notte e giorno, da guardie armate. Sofisticati sistemi di allarme erano in grado di cogliere anche il minimo segnale di pericolo. Sul lato opposto a quello della strada, il panorama era a dir poco stupendo: un ampio terrazzo si affacciava sulle verdi acque dell’oceano; ormeggiato a cento metri dalla costa, uno yacht di dimensioni esagerate (in gergo un giga-yacht: vale a dire di categoria superiore a un mega-yacht e a un banale super-yacht), provvisto di ogni confort, si dondolava pigramente al vento, in attesa di feste, ricevimenti, riunioni di affari. Poco distante dalla sontuosa abitazione, l’aereo privato di mister Paxton scintillava alla luce della California, simile a un gioiello, quale in effetti era.
Catherine si fece forza e suonò il citofono, l’unico che individuò.
Il massiccio cancello si aprì subito e due energumeni dall’aria scontrosa le rivolsero uno sguardo inquisitorio.
“Desidera?”, abbaiò uno dei due.
“Desidero parlare con il signor Paxton”.
Cellulare all’orecchio, poche frasi. Catherine venne perquisita, in un modo che non apprezzò particolarmente, quindi fu scortata all’ingresso.
Nuova perquisizione, ancora più intima.
La giovane strinse i denti.
Infine, una segretaria dall’aspetto matronale.
“Mister Paxton la aspetta?”
“No.”, ammise Catherine.
“Beh, allora…”
“Per cortesia, gli consegni questa busta.” Catherine le porse la rozza busta commerciale che le aveva consegnato Steve.
La receptionist inarcò un sopracciglio, diffidente. “Vediamo.”, disse in tono antipatico.
Una telefonata, una seconda.
Dopo un’ora, comparve un tipo vestito di tutto punto. “Mi segua.”, proferì con l’accento classico di un bostoniano.
Percorsero infiniti corridoi e, quando giunsero davanti a una porta, che – suppose Catherine – conduceva al sancta sanctorum, dovette sottoporsi a una terza ispezione. Quando le ficcarono le mani nelle mutandine, meditò di reagire con violenza: a trattenerla fu il pensiero della signora Suzie Phan.
Entrò in uno studio immenso, che rigurgitava ricchezza. Quadri d’autore alle pareti, scaffalature di libri – prime edizioni – mai letti, né sfogliati. Una finestra aperta, situata dietro alla scrivania, dava sul Pacifico. Una piacevole brezza penetrava nell’ambiente.
Paxton non si alzò per salutarla.
“Cos’è questa merda?”, le chiese. Indossava un paio di shorts e una maglietta dei Red Sox. Tenuta da relax. Catherine notò anche l’orologio e la catena d’oro, che un operaio non avrebbe potuto acquistare nemmeno se avesse lavorato per cent’anni. Lei era in minigonna e, nonostante l’atmosfera ostile, captò un’occhiata avida diretta alle sue cosce.
Senza essere invitata a farlo, si sedette di fronte a lui. “Vietnam.”, rispose. “Se non vado errata, il giovane a destra era il capitano Paul Paxton. Il muso giallo, a sinistra nella foto, si chiamava Bao Phan. Sorridono, perché Bao salvò la vita a suo figlio. Entrambi, purtroppo sono deceduti. Paul a causa di un brutto male, Bao per via delle acque inquinate da una delle sue aziende.”
“Stupidaggini! Calunnie! Non so niente dell’azienda di cui lei farnetica.”
“Ma davvero?”
“Oserebbe mettere in dubbio la mia parola?” Paxton la guardò, disgustato. “Lei sa chi sono io? Quanti posti di lavoro ho creato? Quanto benessere ho assicurato? Mi chiamo Edward Paxton, sciacquetta!”
Catherine scattò in piedi, all’improvviso furiosa.
“E lei, lei, mister Paxton, ha scelto di far fallire quella fottuta fabbrica per evitare di dare un dollaro alla vedova!”
“Non le permetto di parlarmi in questo modo. Se ne vada.” Paxton era paonazzo in volto.
“Certo.”, replicò Catherine. “Me ne vado con gioia, brutto figlio di puttana!”
Si diresse all’uscita. Poi si fermò. Girandosi in direzione del miliardario, agitò un dito. “Ma verrà un giorno…” Sorrise, sprezzante. “I Promessi Sposi, the Betrothed. Non li hai letti, miserabile! Ma capirai. Presto o tardi capirai. Ricordati che Paul ti guarda dall’alto.”
Sbatté la porta, riattraversò i corridoi, oltrepassò nuovamente il cancello e risalì in macchina.
Fallimento su tutta la linea, considerò amareggiata, durante il viaggio di ritorno.
Una settimana più tardi, Steve fece irruzione nel suo piccolo ufficio, sventolando un assegno.
“Cento milioni di dollari!”
Catherine lo fissò sconcertata.
“E dieci sono tuoi.”, aggiunse l’avvocato.
“Oltre a un invito a cena, si intende.”
Catherine rise.
“Niente dopocena, però.”

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PROSSIMAMENTE SU QUESTI SCHERMI

LondraSono cresciuto in un orfanatrofio perché mia madre – una prostituta – mi abbandonò davanti a una chiesa. Scoprii più tardi, in circostanze del tutto casuali, chi era e che mestiere faceva. Da viva, comunque, non l’ho mai incontrata; mio padre probabilmente era un marinaio o forse un uomo facoltoso, chi può dirlo?
Nel corso degli anni ho assistito a diverse scene di sodomia, di altre mi hanno parlato con mio profondo disgusto. Ma io sono rimasto puro, e credo che ciò valga anche per l’unico amico della mia vita, sebbene, durante il nostro primo incontro, pensai – e lo dissi apertamente – che era un depravato, poiché anche lui aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza in uno di quei tristi luoghi.
Non amo il genere umano, però Lord Alexander Alliston è una persona speciale.
Adesso dovrà cavarsela da solo: ci riuscirà, grazie a ciò che gli ho insegnato; questa almeno è la mia speranza.
Credo di poter affermare di aver sempre operato per il bene anche se a volte ho percorso le vie del male, ma era necessario.
Ho un unico rimpianto. Avrei voluto vedere per l’ultima volta il mare e il cielo di Nizza.

CARRICK – IL ROMANZO

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RAGE 26

Danielle WilliamsIl messaggio che, in varie lingue, Ibrahim al-Ja’bari trasmise al mondo, tramite internet, era conciso e chiaro, nella sua brutale esposizione.
Ibrahim rivendicava il rapimento e l’esecuzione di John Yarbes. Era un primo passo, sottolineava, solamente un primo passo.
Allah il misericordioso era con lui. Tutti i veri credenti dovevano seguire gli insegnamenti del Corano e unirsi a lui in quella grande e sacra guerra; non era sufficiente pregare e comportarsi da uomini probi: era necessario uccidere gli infedeli, ovunque essi si trovavano.
“In verità io vi dico”, concludeva Ibrahim al-Ja’bari, “che annienteremo il Satana americano e i suoi servi israeliani. Questo per volere di Allah e di Maometto, il suo profeta. Non temete la morte!”, erano le ultime parole. “Perché vi attende il paradiso.”
Per Monica Squire fu troppo. Era reduce da un estenuante negoziato con Putin e da un aspro confronto con Martin. Quando, alla sera si coricava, non riusciva a trattenere il pianto e le sue notti erano perlopiù insonni.
Ma si fece forza e convocò per l’indomani CIA, Delta Force, Pentagono, National Reconnaissance Office, il ministro degli Esteri, quello del Tesoro e il segretario alla Difesa. Volle che fossero presenti anche Milton Brubeck dell’FBI e Margaret Collins.
Ignorava che Yarbes si trovasse già in Israele.
Per quanto la riguardava, il loro matrimonio era finito.
La riunione si svolse in un clima teso. Nessuno toccò i sandwich – un’idea di Margaret. Il caffè invece scorse a fiumi.
Dopo un breve preambolo di Monica, fu soprattutto Bill Kline del NRO a parlare. I precedenti non gli interessavano, anche se sollevò un sopracciglio quando apprese che erano intervenuti i russi. In tono piatto espose le potenzialità dei Global Hawk, spiegando che avevano capacità illimitate: da un’altezza incredibile erano in grado di controllare un territorio di più di cinquantamila chilometri quadrati; nel contempo, potevano focalizzare la propria attenzione su una zona più ristretta, individuare il bersaglio e trasmetterne le immagini in tempo reale. Funzionavano con l’oscurità e con la luce e rilevavano ogni fonte di calore corporeo. Ne avrebbe utilizzati due.
“Mi basta una foto di quel porco.”, dichiarò. “Poi toccherà a Jim.”
Jim Patterson della Delta Force annuì cupamente.
“E la foto c’è!”, annunciò Milton Brubeck.
Se qualcuno gli avesse domandato come se l’era procurata – ma nessuno glielo chiese – avrebbe risposto che Ibrahim al-Ja’bari aveva studiato in America.

Dopo aver girovagato senza una meta per un tempo che lei stessa non sarebbe riuscita a definire – quanti giorni erano trascorsi? Dove e quando si era fermata da qualche parte a mangiare? – Danielle Williams fece ritorno alla sua abitazione.
Si guardò a lungo intorno, ma non c’era nessuno.
Entrò furtivamente in casa, tendendo l’orecchio e poi esplorando ogni stanza. L’unica presenza era quella dell’uomo che aveva ucciso, l’altro evidentemente se n’era andato. D’altro canto, se l’aveva risparmiata, perché avrebbe dovuto cambiare idea? Conosceva bene gli esseri umani e quel russo dall’aspetto freddo non era il genere di persona abituata a rimettere in discussione ciò che aveva deciso di fare o, nella fattispecie, di non fare.
Come mai non era ancora arrivata la polizia? Scoprì che le era indifferente.
Sotto alla doccia, rifletté sul fatto che l’agente del SVR aveva rifiutato un milione di dollari, ciò nonostante alla fine si era mosso a compassione e l’aveva graziata. Mentre si asciugava e indossava abiti puliti, si rese conto che il crollo nervoso che l’aveva portata a inginocchiarsi e a implorare pietà era stato sostituito da un senso di profonda amarezza, da un’angoscia tanto forte quanto lo era stata la paura. Per la prima volta da quando aveva scelto la strada senza ritorno della vendetta fu catturata dalle immagini, la maggior parte delle quali nebulose, come avvolte in una densa bruma, delle persone che aveva ammazzato… uomini, alcune donne… e un ragazzo. Un incarico, quest’ultimo, che l’aveva resa ancora più ricca. Per i genitori di John nutriva un sentimento d’odio: rappresentavano gli Stati Uniti. Ma lui, il ragazzo, era esente da colpe.
Non poteva importarle di meno del dolore della madre, una sgualdrina ipocrita che pronunciava discorsi altisonanti sul valore della pace ma che in realtà presto avrebbe sganciato bombe, distrutto villaggi, seminato il panico e annientato vecchi, bambini, donne indifese. Non era migliore di chi l’aveva preceduta, solo più falsa. L’avrebbe strangolata con le sue mani, in nome di Damon.
Ma il ragazzo? Aveva una fidanzatina? Era bravo negli sport? Quali sogni coltivava? Forse avrebbe seguito le orme della mamma, entrando in politica una volta completati gli studi; però non era detto. Era possibile che scegliesse un futuro diverso, che rifiutasse il credo degli americani. Danielle ne dubitava, non era un’ipotesi probabile, ma era pur sempre un’ipotesi. E se fosse diventato un medico, se avesse scelto di lavorare in Africa, rifiutando la logica della violenza? Quanti bimbi avrebbe salvato in tal caso?
Quanti milioni di dollari valeva la sua vita?
Un ripensamento tardivo, si disse in modo acido.
Un russo glaciale aveva avuto pietà di lei. Lei non aveva avuto pietà del ragazzo.
Poi fu raggiunta da un pensiero orribile che in precedenza non l’aveva mai sfiorata. Se Damon avesse potuto vederla, assistere alle sue azioni, l’avrebbe approvata? Rivedendo il viso dell’uomo che aveva amato, ricostruendo mentalmente l’insieme di convinzioni, ideali, progetti che riguardavano il suo e il loro futuro, assemblando tutto questo, tassello dopo tassello, in un mosaico sempre più vasto – rammentava certe sue parole, certi suoi sogni – comprese che no, Damon l’avrebbe lasciata. Non avrebbe mai accettato un cammino lastricato di morte, di sangue, di dolore.
Si aggirò per il soggiorno contemplando i mobili, il divano, la scrivania, senza tuttavia vederli; scorgeva soltanto un grande buio, benché fuori, alto nel cielo limpido, splendesse il sole. Cercava di analizzare le motivazioni che l’avevano spinta a diventare un’assassina. Le parvero vaghe, labili, insulse. Non erano servite a ridare la vita a Damon ma solo a spargere terrore, lo stesso terrore che lei aveva provato, inginocchiata per terra a invocare pietà.
Damon possedeva un altro concetto della vita, le attribuiva un significato che lei – lo capiva ora – non era stata in grado di assimilare.
Sebbene di tanto in tanto non disdegnasse una grossa bistecca cotta alla brace, in genere mangiava riso, frutta e verdura. Non proprio vegetariano ma sulla via per diventarlo. Amava i delfini, la natura, tutti gli animali e disprezzava chi li trattava male, così come detestava la violenza, che lui chiamava “cieca e stupida violenza”. Possedeva forti ideali ed era sicuro che fossero condivisi da entrambi.
Danielle andò in bagno. In uno scomparto segreto trovò ciò che cercava. Ingerì le pastiglie. Riempì nuovamente il bicchiere e tornò in soggiorno. Seduta accanto alla finestra, fissò lo sguardo sul giardino.
E aspettò.

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TRILOGY

TrilogyL’appuntamento era al solito bar per le sette di sera. Marco Pistoni arrivò trafelato, era rimasto bloccato nell’ingorgo del traffico e temeva di essere in forte ritardo. Prima di entrare, consultò l’orologio, notando con sollievo di essere in perfetto orario. Fece il suo ingresso nel locale, ordinò un Negroni e si diresse verso il tavolino d’angolo, dove Milena lo stava aspettando fra un sorso di succo di pomodoro e una patatina.
Era seduta con le gambe incrociate, un vezzo che lui trovava irresistibile; i capelli castani lievemente ondulati incorniciavano il suo viso dai lineamenti sottili, illuminato da due splendidi occhi grigi, che contenevano le sfumature del mare invernale. Marco la baciò su una guancia, prese posto accanto a lei e frugò nervosamente nella tasca destra della giacca.
Da quattro mesi non usciva più con gli amici alla sera, aveva rinunciato anche alle partite di calcio sui maxischermi, per non parlare del cinema, che pure amava tanto. E adesso lo aveva con sé: avvolto in un’elegante confezione, un regalo forse piccolo, ma ai suoi occhi ugualmente stupendo. Un meraviglioso anello di fidanzamento, che avrebbe commosso Milena e che rappresentava l’anticamera di un altro genere di anello, quello che lo avrebbe reso felice per tutta la vita. Con la salivazione azzerata a causa dell’emozione sfilò la mano dalla tasca per dare il pacchettino a Milena; ma in quell’istante si presentò il cameriere con la sua consumazione.
Rimise la mano in tasca e sorseggiò l’aperitivo. Quindi rivolse un sorriso dolce alla ragazza, ripetendosi per l’ennesima volta che era l’uomo più fortunato della terra: Milena era bellissima, fine, delicata; inoltre disponeva di un’intelligenza pronta e vivace; era buona d’animo e aveva un carattere tranquillo che escludeva a priori le liti banali che a volte rovinano anche i rapporti più felici.
Rimise la mano nella tasca. “Milena…”, esordì emozionato.
La giovane lo bloccò con un cenno. “Marco, ti devo parlare.”
Lui annuì. “Va bene.”, ribatté. “Ma prima lascia che…” Finalmente tirò fuori il prezioso regalo, appoggiandolo sul tavolino, fra i bicchieri, le patatine e le olive. Milena sembrò non accorgersi del pacchetto. “Devo parlarti.”, ripeté con un’espressione distaccata del volto, che Marco non le conosceva. Con una certa timidezza sospinse il regalo verso di lei, ma il suo gesto passò nuovamente inosservato. Fu colto da uno strano presentimento, ma non ebbe il tempo di focalizzare i suoi pensieri. Milena si sporse verso di lui e disse con voce molto bassa: ”Amo un altro.”
Marco si sentì ghiacciare il sangue nelle vene. Fu colto da un giramento di testa. Un’ondata di angoscia si riversò nel suo cuore, simile a un’onda di acqua gelida. “Ma… io ti amo!”, esclamò disperato.
“Lo so. E mi dispiace molto di farti soffrire. Ma è finita.” Milena si alzò e, con il suo passo elastico e sensuale, si diresse verso l’uscita del bar. Marco rimase immobile a guardarla andare via. Le sue mani giocavano nervosamente con il pacchetto. Che conteneva uno stupendo trilogy. Tre piccoli diamanti.

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