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Archive for gennaio 2013

L’ERESIA DI PADRE RAMON

La chiesa di padre RamonPadre Ramon pensò di fuggire.
Avrebbe potuto nascondersi nella cripta. Da lì sarebbe uscito a notte fonda, e forse avrebbe trovato un modo per far svanire le sue tracce. Dio mi ha chiamato a una missione, si disse, e non sarebbe giusto sacrificarmi invano. Ho ancora tante cose da fare, tante anime da salvare. Comunque, anche volendolo, non avrebbe potuto aiutare quei poveracci che avevano cercato un rifugio nella chiesa.
Ma poi si sovvenne di Thomas Becket. Thomas Becket era l’arcivescovo di Canterbury e il primate d’Inghilterra. Sebbene in passato fossero stati amici, da tempo era in contrasto con il re Enrico II. Un giorno, in un momento di malumore, il sovrano esclamò: “Nessuno mi libererà mai di questo prete?!” Era una frase dettata dalla rabbia; ma quattro cavalieri la presero alla lettera, si recarono a Canterbury, penetrarono nella cattedrale e uccisero l’arcivescovo. Si stava facendo buio; Becket avrebbe potuto rifugiarsi in qualche angolo oscuro, tuttavia disse: “Dovrei nascondermi? Nella mia chiesa?”, e attese i suoi carnefici. Fu fatto santo due anni dopo dal papa di allora, Alessandro III.
Thomas Becket aveva ancora grandi compiti da svolgere, era un personaggio potente in grado di contrastare le decisioni della corona, e più volte aveva litigato con il re salvo poi riappacificarsi. Sarebbe stato logico se avesse cercato di mettersi in salvo. Eppure non lo fece.
Dovrei nascondermi? Nella mia chiesa?
Padre Ramon si chiese se l’arcivescovo aveva provato paura. Forse sì, dato che ciò che contraddistingue gli eroi non è la mancanza di paura, bensì il coraggio di affrontarla.
Gli uomini della Direcion Nacional de Inteligencia nel frattempo avevano fatto irruzione nella chiesa.
Ramon li osservò dall’altare. Benché l’edificio fosse avvolto nella penombra, era in grado di distinguere i loro visi. Avevano fisionomie ottuse e brutali. Incominciarono a spingere fuori la gente che inutilmente aveva sperato di salvarsi nella casa di Dio. Ramon sapeva che presto sarebbe toccato a lui; le sue prediche infiammate, le parole indignate che aveva pronunciato dal pulpito non erano passate inosservate, e la veste che indossava non avrebbe potuto proteggerlo. Troppe volte si era scagliato contro il regime di Pinochet, chiedendo che venissero ripristinate le libertà soppresse e che cessasse il terrore. Era diventato un punto di riferimento per molte persone che si opponevano alla dittatura, senza rendersi conto dei pericoli che stava correndo. E quando lo aveva capito, ormai era troppo tardi.
Una volta Ramon aveva commesso un peccato.
La mente umana è strana e se ne ricordò proprio in quel momento di angoscia. Era più giovane, allora.
Patricia era molto bella e si era invaghita di lui. Ramon era un sacerdote provvisto di saldi principi religiosi e morali, però aveva maturato una pericolosa forma di eresia. Era convinto che l’insegnamento di Gesù fosse stato frainteso, e che l’amore predicato dal Cristo non andava inteso solo in un senso. Per Ramon anche l’amore per una donna rientrava nel disegno di Dio, esattamente come quello per la gente, per i bambini, per gli animali e per la natura. Ma naturalmente un conto erano i suoi pensieri, altro la realtà: perciò aveva combattuto una lunga battaglia interiore.
Alla fine l’amore aveva vinto. Era stato con Patricia, e non avrebbe mai dimenticato quell’esperienza.
Avevano fatto l’amore in una radura verde, accanto a un ruscello gorgogliante. Ramon era vergine, ma Patricia gli aveva insegnato tutto quello che doveva fare. Quel luogo era diventato il loro rifugio segreto. Si incontravano tutti i giorni, parlavano, ridevano, facevano l’amore, e ogni volta era più bella di quella precedente. Ramon non pensava di peccare. Per questo motivo non aveva mai confessato la sua relazione. Era certo che Gesù lo approvava, mentre il suo confessore non avrebbe capito.
Patricia lo lasciò per sposarsi con il figlio di un ricco agricoltore della zona. Ramon soffrì molto.
Rimpiangeva i baci ardenti che si erano scambiati, le carezze, i sorrisi, la loro straordinaria intimità.
Trovò sollievo nella preghiera.
Stava ricostruendo il viso di Patricia nella memoria, quando lo afferrarono e lo portarono fuori della chiesa.
Il sole stava tramontando. Spirava una brezza tiepida che proveniva dal mare. Ramon aveva molta paura: sapeva che quella notte stessa lo avrebbero ucciso; poi il suo cadavere sarebbe scomparso come quello di tanti altri. Si disse che non doveva avere timore, dato che andava a congiungersi con Gesù.
Non gli avrebbero lasciato confessare i suoi peccati, ma questo non lo preoccupava: erano pochi e irrilevanti.
Amare Patricia non era stato un peccato. Perché amando lei, aveva amato il Signore.
Fu portato via insieme a una quantità di gente tremante, sopraffatta dal panico e dalla disperazione. Ramon cercò di portare una luce di speranza, parlò del paradiso e della felicità eterna. Qualcuno lo ascoltò con le lacrime agli occhi, altri erano troppo terrorizzati per trovare giovamento da quello che diceva, altri ancora si vergognavano perché si erano bagnati i pantaloni.
Infine, Ramon tacque. Sapeva che il suo ultimo pensiero sarebbe stato per Patricia.
E sapeva anche un’altra cosa.
Quello non era un peccato.
Era la grazia di Dio.

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I LOVE JANINE 14

ElkMarcus consultò l’orologio e prese atto che Janine non sarebbe andata da lui. Si alzò dal divano per versarsi da bere. Era un fatto strano, ma non del tutto sorprendente. Strano, se pensava al trasporto con cui lei aveva fatto l’amore, alla passione, alla sensualità quasi selvaggia che aveva rivelato, agli sguardi adoranti che gli aveva rivolto. Non del tutto sorprendente, perché sospettava che ci fosse di mezzo Sarah Taverner.
Sarah l’aveva vista nuda in casa sua, come lui aveva fatto in modo che accadesse, e rosa dalla gelosia si era successivamente recata da lei. Quella mattina o quel pomeriggio, non faceva differenza. Evidentemente era riuscita a convincerla a riprendere la loro storia, e questo Marcus non l’aveva previsto: perciò era contrariato.
Secondo i suoi piani, le cose sarebbero dovute andare diversamente. Aveva immaginato la reazione di Sarah, tuttavia non l’arrendevolezza di Janine, non così immediata almeno. Sebbene fosse un ottimo psicologo, l’aveva sopravvalutata considerandola più forte e risoluta di quello che era. Questo lo rendeva perplesso, dato che generalmente non sbagliava mai. Si figurò l’incontro fra le due donne, chiedendosi a quali mezzi fosse ricorsa la cantante: aveva pianto, l’aveva implorata? Lo escludeva. Non era quel tipo di persona. Probabilmente aveva fatto leva sui molti ricordi condivisi, l’aveva avvolta in una tela impalpabile fatta di miele e di tenerezza o forse l’aveva sedotta, trascinandola a letto. Comunque fosse, la debole Janine aveva ceduto, e ora Marcus avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo. Andare a letto con Janine Leblanc era stata un’esperienza impagabile, ma egli voleva di più, molto di più. Le voleva entrambe e assieme. Solo allora sarebbe stato soddisfatto.
Chiuse gli occhi, lasciandosi trasportare dalla fantasia. Sarah avrebbe succhiato i capezzoli di Janine, Janine l’avrebbe leccata in mezzo alle gambe; una delle due – non importa quale – avrebbe posseduto l’altra con il dildo che si era procurato. E poi… le avrebbe amate ambedue.
Però, Janine l’aveva tradito: doveva essere castigata. Con un fremito di eccitazione la immaginò mentre si contorceva per il dolore. Questo sarebbe accaduto dopo, naturalmente, e a infliggerle una sofferenza atroce non sarebbe stato lui, bensì Sarah. Marcus “sentiva” che Sarah Taverner non sarebbe più ricorsa alla droga. Non c’erano elementi certi per prevederlo, soltanto il suo intuito, che gli suggeriva che avrebbe dovuto ricorrere ad altri metodi per indurla a seviziare Janine. D’altro canto, anche se Sarah avesse avuto un disperato bisogno di eroina, non l’avrebbe mai torturata allo scopo di ottenerla. Ma questo era ininfluente.
Inserì I love Janine nel lettore e trasse un profondo sospiro.
Si sbottonò i pantaloni con la fronte imperlata di sudore.
Iniziò ad accarezzarsi.
Sapeva che esisteva un modo infallibile per costringere la cantante a eseguire i suoi ordini, per obbligarla a martoriare il corpo dell’altra, facendola urlare e invocare pietà.
Tale consapevolezza lo portò in breve tempo all’orgasmo.

Janine giaceva sul letto in preda all’ansia.
Accanto a lei, Sarah dormiva serenamente.
Malgrado avesse ricevuto, e dato, piacere, Janine si sentiva ancora confusa. Aveva fatto la scelta giusta? Non avrebbe rimpianto Marcus? Fino a quella sera la sua esistenza in fondo era stata semplice. Non si era mai trovata davanti a un bivio; quando aveva deciso di legarsi a una donna, si era sentita intrepida e coraggiosa, dato che in molti l’avrebbero disapprovata: ma l’unica persona che avrebbe potuto fermarla – suo padre – ormai non c’era più, e il parere degli altri non contava nulla per lei.
Amava ancora Sarah? La amava veramente? O aveva ceduto alla libidine? Nonostante avesse fatto da poco l’amore con lei, provava ancora del risentimento nei suoi confronti. Non poteva scordare la mattina in cui l’aveva lasciata, e la maniera sprezzante con cui si era comportata. Ma anche se avesse voluto vendicarsi, non ci sarebbe riuscita: se avesse detto a Sarah che non voleva più stare con lei, questo non l’avrebbe distrutta. Sarah avrebbe lottato, non si sarebbe arresa e, quando avesse infine capito che la sua era una battaglia persa, non si sarebbe disperata; avrebbe cercato conforto in qualche paradiso artificiale o magari avrebbe riprovato con Susan Driver, e forse questa volta sarebbe andata bene.
Si rigirò nel letto. Il basket era così semplice! Certo: esistevano mille schemi, mille tipi di difesa, comunque alla fine vinceva chi aveva segnato un canestro di più. La vita era molto più complicata.
Si rese conto che quelli erano pensieri meschini. Non desiderava vendicarsi, voleva che Sarah fosse felice.
Però aveva paura.
Alla fine si assopì, ma era un sonno inquieto popolato da sogni sgradevoli. Poi avvertì che qualcuno le stava accarezzando dolcemente i capelli; dopo un momento capì che era Sarah e nel dormiveglia sorrise.

Dieter Haller consumò una cena leggera nel ristorante dell’albergo. Pioveva ancora, pertanto rinunciò a fare quattro passi e tornò in camera. Si sedette sul letto e tirò fuori dal portafoglio la foto di Elke.

Quando aveva ripreso i sensi per un lungo momento non aveva ricordato dove si trovava, né perché fosse stato aggredito. Aveva un male atroce alla testa e una profonda ferita all’orgoglio: prima di quella notte nessuno lo aveva mai sorpreso alle spalle e non avrebbe mai pensato che ciò potesse accadere. Era una situazione umiliante. Si tirò su a fatica, poi barcollò.
“Hai bisogno di una bevanda calda e di due aspirine.”
La donna era emersa dal buio, come un fantasma. La luce di un lampione gli permise di scorgere il suo viso. Era graziosa, non bella. Bionda. Gli occhi forse erano chiari; era piccola e minuta.
“Come ti chiami?”, le domandò.
“Elke.”, rispose lei. “Seguimi. Abito qui vicino.”
Faceva molto freddo; era una classica notte invernale berlinese. Dieter guardò l’orologio. Le quattro del mattino.
“Ho finito di lavorare.”, disse Elke, senza un motivo preciso. Si incamminò e Dieter le andò dietro. “Hai visto chi mi ha colpito?”
Lei si voltò. “Certo.”, disse. “E’ stato un poliziotto. Lo conosco: è un bastardo, si chiama Karl.”
Dieter annuì. Karl era un agente corrotto. La disciplinare non era riuscita a raccogliere prove sufficienti per incriminarlo, e Dieter aveva deciso di occuparsene di persona. Karl era scaltro, però quella notte aveva commesso un grave errore: avrebbe dovuto ucciderlo. Probabilmente era stata questa la sua intenzione, ma la presenza di Elke glielo aveva impedito. Adesso avrebbe cercato di espatriare, ma Dieter non gliene avrebbe dato il tempo.
Percorsero una stradina buia. Dieter si accorse che stava sanguinando. Elke sembrò avergli letto nel pensiero.
“Siamo arrivati.”, disse. “Ora ti medicherò.”
Elke abitava in un modesto monolocale, situato al secondo piano di un vecchio stabile. C’era un angolo cottura ma non il bagno, che era fuori sul ballatoio. I mobili erano dozzinali, tuttavia l’ambiente era caldo e confortevole, oltre che assolutamente lindo. Fece sedere Dieter, esaminò la ferita e disse: “Niente di grave.” Prese dell’ovatta e una boccetta di alcool. Aveva le mani molto delicate. Lo medicò, poi gli porse le aspirine.
“Grazie.”, disse Dieter. La guardò. Elke gli stava sorridendo, ma nei suoi occhi c’era una luce triste. “Perché non ti cerchi un lavoro normale?”, le chiese.
“Quando potrò andarmene da qui lo farò.”, rispose lei. Esitò per un istante, quindi aggiunse: “Sono stata dentro, perciò nessuno mi vuole assumere.”
“Perché?” Il tono di Dieter fu più brusco di quanto volesse.
“Ho rubato in un supermercato e mi hanno presa. Avevo fame.” Il sorrise si spense. “Se avessi saputo quello che mi attendeva in prigione, mi sarei tenuta la fame.”
Dieter poteva immaginare cosa le era successo in carcere. In linea di principio, lo trovava giusto: era come una punizione aggiuntiva, e i criminali la meritavano. Ma Elke non aveva l’aspetto di una criminale. Distolse lo sguardo. Sicuramente era stata violentata, picchiata, umiliata; eppure non gli sembrava indurita: piuttosto, era rassegnata, amareggiata, e certamente mentiva a se stessa pensando che un giorno le cose sarebbero cambiate. Ma forse quell’illusione la aiutava a vivere.
Dieter si alzò. Doveva tornare immediatamente alla centrale e predisporre l’arresto di Karl.
Ma, per qualche strana ragione, era riluttante a lasciare quel monolocale.

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OlgaPiotr Ivanovic Lebedev era sposato da molti anni. Ciò nonostante, aveva un’amante, la sua segretaria personale a Yazenevo. Non era affatto un caso insolito: molti ufficiali di alto grado tradivano regolarmente le mogli. In una società afflitta dalla povertà, essi garantivano alla famiglia un tenore di vita che in pochi potevano permettersi – membri del Politburo, a parte – e questo tacitava la loro coscienza. In genere, le mogli lo sapevano ma per gli stessi motivi chiudevano entrambi gli occhi. In realtà, Lebedev aveva un’amante anche a Londra, ma Rita Thompson rappresentava soltanto un piacevole diversivo; Olga, invece, era qualcosa di più.
Dato che era il rezident del KGB nella capitale del Regno Unito, Lebedev doveva accontentarsi di frequentarla saltuariamente, nei suoi rari rientri in patria. Olga aveva un marito e due figli, una bambina di sette anni e un bimbo di cinque. Naturalmente, se Lebedev lo avesse voluto, avrebbe potuto costringerla a trasferirsi in Gran Bretagna, però non gli sembrava giusto separarla dai figli. Erano ancora piccoli e sarebbe stata una crudeltà privarli dell’amore materno; se avessero avuto qualche anno in più, il discorso sarebbe stato diverso.
Benché fosse un uomo riservato, quella sera decise di confidarsi con lei.
Era l’unica persona di cui si fidava. Considerava sua moglie una sciocca; aveva un animo buono, ma non sapeva conservare un segreto, perciò la escludeva da ogni aspetto della sua attività. Nella valigia diplomatica aveva portato dei costosi capi d’abbigliamento, che avrebbe diviso equamente fra le due donne. Erano di foggia e colori diversi, e secondo Piotr l’uno si adattava alla bellezza bionda e algida della moglie, l’altro alla più focosa Olga. Le consegnò i regali, invitandola a indossare gli indumenti che aveva scelto per lei. Olga andò in bagno a cambiarsi.
Quando tornò e si sedette a gambe larghe davanti a lui, per un attimo il colonnello trattenne il fiato, rimpiangendo il fatto che quella notte non avrebbero potuto giacere assieme. Olga lo guardava con un’espressione sfrontata e seducente.
Poi Lebedev le raccontò tutto.
In sintesi, fece il resoconto dell’incontro avuto a Londra con un importante dirigente della CIA, di quanto l’americano gli aveva comunicato e delle perplessità che lo avevano turbato. Infine, le svelò che probabilmente sarebbe andato in Crimea, malgrado i rischi che ciò comportava.
“Il nostro è un grande popolo.”, affermò. “Abbiamo sconfitto il nemico più feroce e potente di tutta la nostra storia.” Aveva un’espressione turbata, come se stesse rivivendo nell’anima quella tremenda guerra. All’epoca era un bambino, ma suo padre aveva combattuto ed era stato fra quelli che avevano conquistato Berlino.
“I nazisti”, continuò, scegliendo  con cura le parole, “sterminarono milioni di ebrei, eliminarono zingari, malati di mente, portatori di handicap. Massacrarono i nostri concittadini e, se avessero vinto, oggi il mondo sarebbe un luogo terribile: disumano e crudele; però abbiamo vinto noi!”
Dopo una breve pausa, riprese a parlare con grande concentrazione, imponendosi di ignorare la splendida donna che sedeva di fronte a lui e i pensieri di sesso che gli suscitava. “Tuttavia, a causa di Stalin e dei suoi successori spesso abbiamo commesso atrocità simili. Ma con una differenza sostanziale: l’ideologia nazionalsocialista era abberrante, quella comunista  è giusta. Gorbaciov può ridare al comunismo il suo vero significato.”
Trasse un profondo sospiro. “Per questo i cospiratori vanno fermati.”
Tacque e fissò Olga.
La donna restituì lo sguardo, annuendo convinta e mostrandosi ammirata.
Dentro di sé coltivava pensieri ben diversi.
Olga detestava Lebedev.
Andava a letto con lui perché in cambio riceveva doni lussuosi che non si sarebbe mai potuta permettere. Inoltre, aveva una posizione di prestigio e godeva di molti privilegi. Se il marito nutriva qualche sospetto, non lo aveva mai palesato. Era un semplice operaio e la tavola sempre imbandita, le bottiglie di scotch e le stecche di sigarette americane valevano un peccatuccio femminile.
Quando Lebedev uscì dall’ufficio, Olga sollevò il ricevitore e compose un numero. Sapeva che sarebbe stata adeguatamente ricompensata e che non avrebbe più avuto bisogno di Lebedev.
Ironicamente, pensò che quella era una linea protetta.

Il giorno seguente, dopo aver consumato un’abbondante colazione, Susan invitò Wyman a fare quattro passi con lei. Sprofondati in due comode poltrone nell’atrio del Radisson Slavyanskaya Hotel, i due agenti della seconda direzione centrale si alzarono per seguirli. Dato che si alternavano, quella non era la coppia guidata da Ivan Vorobyov. Come sempre, il Bastardo li salutò con un sorriso. Mentre stavano per uscire dall’albergo, squillò un telefono della reception e il portiere agitò una mano per richiamare la loro attenzione. Indicò la cornetta del telefono e poi una cabina. Uno dei due andò a rispondere, l’altro lo attese.
Vorobyov non si sarebbe comportato così. Mentre il collega rispondeva alla chiamata, avrebbe seguito l’inglese e l’americana. Il secondo agente lo avrebbe raggiunto dopo. Ma Vorobyov possedeva una vasta esperienza e svolgeva da anni quel lavoro. La coppia di quel giorno, invece, era composta da elementi giovani, non propriamente novellini, però certamente non veterani. La telefonata fu lunga e, a giudizio dell’uomo del KGB, del tutto inutile. Una donna dalla voce annoiata gli rivolse tutta una serie di domande che esulavano dal caso di cui si stava occupando: questioni burocratiche e irrilevanti. Quando riagganciò, si diresse verso la porta e fece segno al collega di seguirlo. Uscirono dall’hotel, accolti da un sole sfavillante, e si guardarono attorno. Wyman e Cooper erano scomparsi.
Un individuo dall’aria scaltra li osservò e annuì. Aveva atteso con pazienza finché non aveva visto i due stranieri varcare la soglia dell’albergo: a quel punto, aveva inviato il segnale convenuto e con tempismo perfetto era arrivata la telefonata. Girò le spalle e si allontanò, soddisfatto.
Gli agenti del KGB scelsero una strada a caso, che si rivelò essere quella sbagliata; tornarono indietro e presero per un vicolo, ma ormai era chiaro che avevano perso le tracce delle persone che avrebbero dovuto sempre sorvegliare.
Si fermarono, incerti.
Susan stava commentando gli avvenimenti del pomeriggio precedente. Il Bastardo la ascoltava in silenzio e senza particolare attenzione; nella sua mente si figurava il reportage diventare sempre più consistente e significativo e più che mai meritevole di svariati premi. Si limitò a osservare che i sovietici erano alquanto strani: l’Urss era un Paese allo sbando e ciò che era successo lo confermava. Annunciò di voler tornare  in Inghilterra, poiché il suo compito era finito. Susan accolse la notizia con dispiacere. Sebbene fossero molto diversi, o forse proprio per quello, incominciava a pensare di essersi innamorata di lui.
John era terribilmente snob, troppo pieno di sé, la redarguiva con arroganza per i suoi modi a tavola e a tratti appariva freddo e distante; tuttavia era un amante straordinario, ed era intelligente e coraggioso. D’altro canto, era difficile immaginare un futuro insieme, a meno che Wyman non si fosse trasferito in America. Come giornalista free-lance avrebbe potuto farlo e quasi sicuramente avrebbe anche guadagnato di più. Forse, però, era ancora presto per proporglielo. Gli domandò quando avesse intenzione di partire. In base a questo, avrebbe scelto il momento adatto per dichiare che lo amava e per sottoporgli la sua idea. Sebbene ritenesse che molto difficilmente avrebbe accettato, confidava nella sua buona stella.
Wyman aprì la bocca per risponderle e in quel momento quattro uomini che indossavano abiti civili li circondarono.
Susan li guardò, allarmata, e alle loro spalle scorse Pomarev.
Con calma il maggiore del Gruppo Alpha impartì un ordine. Il Bastardo venne preso per le braccia, strattonato e condotto via. Wyman protestò, sostenendo che si sarebbe rivolto all’ambasciata britannica. Tutti i suoi documenti erano in regola ed egli era uno dei più famosi giornalisti del mondo. Esigeva di essere liberato immediatamente.
Pomarev lo ignorò. Trascinarono Susan verso una Chaika nera posteggiata a una cinquantina di metri di distanza e la costrinsero a salire a bordo. Prima di chiudere la portiera, Pomarev disse all’autista che aveva aspettato con il motore acceso: “Portala dove sai.” Quindi si rivolse agli altri due. “Spaccatele le gambe. Per inciso, se dovesse morire, non sarebbe un problema.”
L’auto partì e Pomarev si incamminò verso la Lubjanka.
Kryuchkov era tornato in anticipo e lo aveva convocato.

Susan Cooper stava morendo, e lo sapeva.
Fino a pochi attimi prima, la sofferenza era stata atroce. Adesso si era come attenuata. Era accasciata a terra, e non sentiva quasi più i calci al ventre, sferrati dagli scarponi militari, né quelli alla testa, ridotta a una maschera di sangue. Aveva le gambe rotte, la milza spappolata, i denti spezzati.
Quando Patrick Keynes le aveva detto che sarebbe andata in Russia con Monica Squire si era sentita felice e orgogliosa; però non rimpiangeva niente. Era cresciuta con ideali saldi e forti, aveva affrontato addestramenti durissimi ed era sempre stata consapevole che essere un’agente della CIA, oltre che rappresentare un motivo di soddisfazione, poteva anche significare una fine orribile. Ma non aveva mai avuto paura, nemmeno ora.
Solo un vago senso di rimpianto.
Non avrebbe più rivisto il Bastardo.
Quell’uomo pieno di sé, quell’uomo altezzoso tuttavia adorabile, quell’uomo che l’aveva fatta innamorare.
Chiuse gli occhi, pensando: “Brutti figli di puttana, non mi avete strappato un lamento!”
Poi il buio la avvolse nel suo manto caritatevole.
Subito dopo scorse in lontananza una luce, all’inizio vaga poi sempre più forte.
Si sentì stranamente felice.

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I LOVE JANINE 13

Dieter HallerIl mattino dopo, Janine fu svegliata dal suono insistente del citofono. Andò a rispondere e con grande stupore sentì la voce di Sarah. “Posso salire?” Janine pensò cinicamente che volesse un nuovo appuntamento con Marcus. Era preoccupante: ciò significava che consumava enormi quantità di droga. Poi fu raggiunta da un altro pensiero. Forse si era recata da lei per farle una scenata di gelosia. Ma con quale diritto, visto che era stata lei a lasciarla? Però la conosceva bene e sapeva che era una donna possessiva. Pure egoista, si disse; e, se fosse stato proprio quello il motivo della visita, si sarebbe dimostrata anche prepotente e prevaricatrice. In ogni caso, le aprì e si vestì in fretta; per qualche ragione non intendeva mostrarsi in pigiama.
Sarah entrò nell’appartamento con un sorriso suadente, che Janine considerò del tutto immotivato. Indossava un giaccone rosso, che le donava molto, una sciarpa nera e stivali dello stesso colore. Janine le lanciò un’occhiata ostile. Sarah non aveva alcun diritto di piombare in casa sua senza il preavviso di una telefonata.
“Sei già pronta.”, disse Sarah. “Bene, ti offro una colazione.”
Janine era combattuta. Avrebbe voluto declinare quella proposta. D’altra parte, se Sarah era invadente, lei era educata: respingere un invito rivolto con garbo andava contro la sua natura. La esaminò con occhio critico, trovandola estremamente affascinante. Questo rendeva un rifiuto ancora più difficile. Lei non aveva avuto il tempo di truccarsi; lo specchio del soggiorno le rimandò l’immagine di un volto pallido e smunto, e ciò la irritò. Per fortuna era pulita, dato che si era fatta una doccia prima di andare a coricarsi. Scrollò le spalle. “D’accordo.”, disse.
Era una mattina di sole e non faceva molto freddo. Mentre camminavano dirette verso Joe’s, un piacevole locale che serviva eccellenti breakfast e che si trovava a soli due isolati di distanza, Sarah disse: “Io credo che dovremmo perdonarci a vicenda.”
Janine trasse un profondo respiro. Era sorpresa: non se lo sarebbe aspettato. La vita era curiosa, meditò: se solo si fosse presentata due giorni prima…
“Dopo il concerto con Susan Driver, tu mi hai insultata.”, proseguì Sarah in tono pacato. “Però, avrei dovuto capire che in quel momento eri in preda a un’emotività eccessiva e, sebbene tu avessi torto, eri comunque in buona fede; il tuo errore è stato di non ragionare. Dal canto mio, sono stata troppo dura e intransigente, a causa di un ricordo orribile che tu ben conosci. Entrambe abbiamo sbagliato, ma non è troppo tardi per rimediare.”
Quelle parole stupirono Janine; quante volte aveva sperato di sentirsele dire! Ma ora le cose erano cambiate. Le rivolse uno sguardo gelido. “Rammenti cosa mi dicesti quella mattina? Dovevi pensarci prima. Forse adesso questo vale per te: sai bene cosa è successo ieri.”
“Sei andata a letto con Marcus. Eri sola ed era un tuo diritto farlo, benché lui sia un essere ignobile… un delinquente!”
“Del quale non esiti a servirti.”, commentò acidamente Janine.
Sarah scosse la testa. “Non più.”
“Marcus sostiene che…”
“Che tutti dicono così, ma poi tornano da lui, lo so. Non io, però.”
Entrarono da Joe’s, scelsero un tavolo appartato e ordinarono: un’abbondante colazione Sarah, un the Janine. Sarah la guardò interrogativamente. “Ho lo stomaco chiuso.”, disse Janine. “Non credo che sia stata una buona idea venire qui con te.”
“Perché?” Sarah le prese una mano, ma l’altra la ritrasse. Attese il the in silenzio, cercando di far luce sui suoi sentimenti, su ciò che pensava veramente, su quello che sentiva.
Alla fine diede libero sfogo al suo risentimento. “Per te”, disse con la voce che le tremava, “ho lasciato l’America, gli amici, le amiche; ho accettato di vivere nella tua ombra – ed ero felice di farlo. Non mi ponevo alcun tipo di problema. Sarah Taverner, la famosa cantante, degna di ogni attenzione. Janine Leblanc una ex giocatrice di pallacanestro, una ex controfigura di grandi attrici. Mi andava bene, desideravo unicamente il tuo amore, sognavo un futuro che ci avrebbe viste sempre insieme; e invece tu mi hai liquidata brutalmente, dopo che avevi baciato sulla bocca un’altra donna, davanti agli sguardi di tutti. Non ti sei curata della mia infelicità, dell’angoscia che pativo; non hai pensato alle notti in bianco passate a rigirarmi nel letto, allo strazio, alla disperazione. E di punto in bianco ti presenti da me, e io lo so il perché: mi hai sorpresa con un uomo, hai compreso che non ero più tua, e il tuo ego smisurato non riesce ad accettarlo. Perdonarci a vicenda? Non c’è problema, ma questo non significa che io sia disposta a tornare con te.”
Sarah imburrò una fetta di pane tostato. “In linea di principio, non posso darti torto. Però voglio farti una domanda. Non ti sei chiesta come mai la porta dell’appartamento di Marcus era aperta?”
“Certo.”, replicò Janine. “Ne ho parlato con lui. Si era dimenticato di chiuderla.”
Sarah fece una breve risata, priva di allegria. “Quanto sei ingenua, Janine! Un pusher che si scorda di chiudere la porta! E, guarda caso, mentre tu sei nuda e io sto per arrivare; non a sorpresa, bada bene, ma all’esatto orario che lui mi aveva indicato. E’ chiaro come il sole che Marcus voleva che io ti vedessi nuda. Non sono ancora riuscita a capire il suo scopo, ma sicuramente non è stata una coincidenza, bensì un piano accuratamente preparato.”
Janine storse la bocca. Non sembrava convinta, eppure, pensò Sarah, era talmente ovvio che anche uno sprovveduto sarebbe pervenuto a quella conclusione. Janine non era una sprovveduta, ma un’ingenua sì. Sarah sorseggiò la spremuta d’arancia, quindi aggiunse: “Marcus non è un uomo che crede nei sentimenti; se pensi che sia innamorato di te, sei destinata a subire una grandissima delusione. Lui ti ha usata, e di certo non gli interessa la tua felicità.”
“E a te interessa?”, scattò Janine.
“Io ti amo.”, rispose Sarah. “Voglio tornare con te.”
Alzò una mano per impedirle di ribattere. “Quando ti ho vista… quando ti ho vista lì, mi sono sentita morire. Poi sono tornata a casa e ho buttato via la droga; sono uscita a correre, anche se non mi sentivo bene. Oggi sto molto meglio. Forse avrò ancora qualche ricaduta, però ne dubito: a Marcus è mancato il tempo necessario per rendermi una vera tossica. Mentre correvo, ho ripensato a una gara che vinsi da ragazza. Ciò mi ha dato una grande forza. Ho riflettuto sulla mia carriera, che si trova a un bivio; avrei dovuto incidere un disco con Meaghan O’Reilly, ma temo che questo non accadrà. Non importa. Riprenderò da dove avevo lasciato, dai temi del mio ultimo album: non sono destinata a diventare una rockstar, e comunque ho un pubblico che mi apprezza. Avevi ragione a criticare le mie nuove idee, erano alquanto discutibili.”
Si interruppe per un attimo. “Poi inevitabilmente ho pensato a te, a quanto mi manchi, a quanto ti manco.”
Janine distolse lo sguardo.
Sarah le sfiorò delicatamente il viso.
“Io ti amo.”, ripeté.
Scrutò gli occhi di Janine, in attesa della sua risposta.

A Londra gli improvvisi cambiamenti di tempo sono frequenti come gli sbalzi d’umore di una ragazza viziata. Le nuvole si presentarono all’improvviso, cominciò a piovere e l’aria divenne fredda. I passanti si affrettavano per raggiungere il tepore delle loro abitazioni o degli uffici nei quali lavoravano. A causa del vento era difficile tenere gli ombrelli aperti.
L’uomo alto non si mosse.
Non aveva con sé un ombrello, perché quando era uscito dall’albergo splendeva un sole radioso ed egli aveva pensato che il bel tempo sarebbe perdurato. Da quello che sapeva del clima inglese era possibile che entro un’ora avrebbe cessato di piovere e sarebbe riapparso il sole; in caso contrario, sarebbe rimasto sotto l’acqua: ciò gli era indifferente.
Osservava il locale dove Sarah e Janine stavano facendo colazione. Erano sedute vicino alla vetrata che dava sulla strada, perciò malgrado la pioggia riusciva a vederle abbastanza bene anche se non riusciva a distinguere con precisione le loro espressioni. Ma c’era molto altro da guardare. I gesti, la postura delle spalle, i tentativi di approccio dell’una e la ritrosia dell’altra. Nel portafoglio aveva una fotografia che le ritraeva assieme. Come fosse riuscito a procurarsela era uno di quei misteri di cui la sua vita era piena.
Notò che la donna bruna prendeva una mano della bionda, e che costei la respingeva. Era in corso un litigio o forse un tentativo di riappacificazione. Sarah Taverner desiderava riconciliarsi con la sua fiamma ma Janine Leblanc era invece ostile.
Comunque avrebbe scommesso che prima di sera sarebbero finite a letto insieme. Adesso Sarah parlava animatamente e Janine scuoteva il capo con espressione scontrosa. Forse la scommessa andava riconsiderata, pensò, poiché le donne erano più imprevedibili degli uomini; non che questo gli importasse. Indugiò ancora per qualche minuto, poi decise di andarsene. Non era interessato a Sarah e a Janine né ai loro bisticci amorosi, però facevano parte del quadro complessivo, e lui era abituato da sempre a tenere conto di ogni singolo dettaglio; ma ora aveva visto a sufficienza.
L’uomo alto si voltò e con calma si allontanò a piedi, incurante degli scrosci d’acqua che lo infradiciavano.

“Tu pensi di amarmi.” Il tono di Janine era brusco e freddo. “In realtà ti comporti come una bambina cui hanno sottratto un giocattolo. Fino a un momento prima quel giocattolo giaceva abbandonato in un angolo e lei si era scordata della sua esistenza, ma ecco che all’improvviso diventa importante.”
“Non sei un giocattolo, Janine! Non certo per me.”
Janine la fissò. Provava emozioni contrastanti e, benché apparisse risoluta a respingere Sarah, i suoi pensieri correvano in mille direzioni, e lei faticava a comprendere quale fosse quella giusta. Una parte del suo cuore avrebbe desiderato abbracciare Sarah, baciarla, ricominciare. Fino al giorno prima non avrebbe chiesto altro. Non aveva dimenticato i giorni meravigliosi che avevano trascorso assieme. Un’altra parte, tuttavia, la spingeva a ricordare quello che aveva provato facendo l’amore con Marcus. E c’era una vocina, sottile ma insistente, che le sussurrava che, sebbene si fosse infatuata di Sarah, lei non era una lesbica, bensì una donna normale. Non aveva mai avuto pregiudizi in tal senso, però ricordava bene com’erano considerate le lesbiche della sua squadra di basket: fuori degli allenamenti, le altre le rifuggivano. Ricordava anche il pensiero di suo padre riguardo agli omosessuali. Erano viziosi, peccatori, destinati all’inferno. Suo padre era un uomo troppo inflessibile e intransigente, e spesso esagerava; ma quelle parole dure avevano comunque sedimentato in lei, causandole sensi di colpa che considerava infondati ma che a volte la tormentavano.
Infine, non si fidava ciecamente di Sarah e riteneva che il paragone con la bambina a cui avevano tolto il giocattolo potesse corrispondere alla realtà dei fatti, anche se una seconda vocina le suggeriva che questo non era vero: Sarah era sincera e il suo unico torto era stato quello di aver aspettato troppo.
“Eravamo molto felici assieme.”, disse Sarah. Per un attimo sembrò volerla accarezzare ancora, poi si trattenne, probabilmente per il timore di essere respinta nuovamente. “E potremmo tornare a esserlo. Io ti ho perdonata. Cosa ti impedisce di fare altrettanto?”
Bella domanda, si disse Janine.
Invece di rispondere, le chiese: “Sei andata a letto con Susan Driver?” Era sicura che Sarah le avrebbe mentito, e lei lo avrebbe capito. Questo avrebbe significato la fine definitiva del loro rapporto.
Sarah le rivolse uno sguardo sorprendentemente franco. Non abbassò gli occhi né assunse un’aria sfuggente. “Sì.”, ammise. “Dopo averti lasciata, e non credo che sia stata una buona idea. Per lei non provavo nulla.”
Janine restò colpita dalla sua sincerità e dal fatto che non avesse indugiato nemmeno per un istante. Inoltre, non si era trincerata dietro a scuse banali, non aveva cercato di giustificarsi e non aveva fatto ricorso a frasi fatte che molti uomini avrebbero usato. Provò un moto di riluttante ammirazione. Sarah era una donna sincera. Dura, ma sincera.
Ed era stata lei a muovere il primo passo…

L’uomo alto tornò in albergo, fece una doccia bollente e indossò indumenti asciutti: una camicia azzurra, pantaloni grigi di flanella, una giacca di panno blu. Non portava mai la cravatta.
Andò alla finestra. Pioveva a dirotto e con ogni probabilità il tempo non sarebbe migliorato fino all’indomani.
Era a Londra da tre giorni; quindi gliene rimanevano sette.
Tornò in bagno per lavarsi i denti. Li lavava molto spesso: una piccola mania che comunque non produceva danni. Si guardò allo specchio senza particolare interesse; vide riflessa l’immagine di un quarantenne in perfetta forma fisica, largo di spalle, ampio di torace, biondo con i capelli tagliati a spazzola. Gli occhi azzurri evocavano lo stesso calore del ghiaccio.
L’uomo alto si chiamava Dieter Haller ed era antipatico a tutti.
Era sempre risultato antipatico alla gente, e questo per un motivo molto semplice: perché era il numero uno. Primo della classe quando andava a scuola, cintura nera di judo, vincitore del torneo di lotta all’università, tiratore infallibile, pugile perfettamente impostato. Si era laureato con il massimo dei voti grazie a una brillante tesi sugli psicopatici che diventano serial killer. I suoi occhi non erano gelidi in quanto azzurri, ma perché lui era gelido. Non perdeva mai la calma, era capace di uccidere un uomo a sangue freddo ed era soprattutto un investigatore straordinario. Aveva sgominato da solo la peggior banda di tagliagole di Berlino e, benché fosse relativamente giovane, era già riuscito a raggiungere un grado assai elevato, e i suoi avversari all’interno della polizia tedesca incrociavano le dita augurandosi che di lì a breve non diventasse il loro capo.
Dieter sovente rimpiangeva di non essere nato novant’anni prima, non a causa di nostalgie naziste, ma per il suo amore per l’ordine, la disciplina e l’assoluta mancanza di indulgenza. Aveva una mentalità calvinista. Non c’era possibilità di salvezza per chi infrangeva la legge, per i delinquenti, le prostitute e i drogati. Per loro non esisteva redenzione. Dovevano finire in prigione, non per riabilitarsi ma per subire il giusto castigo. Non si era mai curato delle loro motivazioni, né aveva preso in considerazione alibi risibili come un’infanzia difficile e sofferta, un padre brutale e violento o una madre distratta e assente. Non aveva mai pensato che potessero tornare sulla retta via, trasformandosi in cittadini onesti, pronti a ricominciare una nuova vita.
Mai.
Tranne una volta.
Un’unica volta.

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La malinconia del lupoALESSANDRA:

Sapete cos’è una lupata? No. Non potete saperlo: ci sono cose che ci appartengono, e delle quali solo due persone possono essere a conoscenza. Si chiama linguaggio di coppia. E’ quel filo invisibile che unisce due anime, che le accomuna più di qualsiasi altra cosa. Supera i gusti comuni, le predilizioni letterarie o cinematografiche, la condivisione di principi e di idee politiche, forse perfino il sesso.
Ma andiamo con ordine.
Per lavoro io giro spesso in macchina. E in ogni paese trovo almeno una farmacia. Quando vedo quella inconfondibile luce intermittente, non riesco a non pensare a lei. Ci provo, sapete. Eccome se ci provo! Ho messo in atto tutta una serie di meccanismi di autodifesa, che io stesso ho elaborato, ma sempre senza esito. Ho studiato meccanismi nuovi, in apparenza assolutamente efficienti, però non ha funzionato lo stesso. Certi giorni in cui mi sentivo particolarmente forte, ho parcheggiato l’auto, sono sceso e sono entrato. In genere non ho bisogno di medicinali, tuttavia ho varcato quella soglia, ho atteso pazientemente il mio turno e poi ho comprato dell’aspirina. Pensavo che fosse un buon metodo, invece si è rivelato fallimentare.
Alcuni amori sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Quando uscivo di casa al mattino, spesso lei mi chiedeva una lupata. In quei momenti sembrava una bambina, e il mio cuore quasi scoppiava per l’intensità dei sentimenti che provavo. A volte, come me, come tutti, anche lei era antipatica o scostante; ma quando mi chiedeva la lupata era l’essere più incantevole del mondo. Lupata significava acquistare una certa medicina che necessita di una ricetta.
Ma io ho l’aspetto di una persona posata, matura, equilibrata; so sorridere nel modo giusto; non ho minimamente l’aria del tossico o dello sballato. Perciò a me davano quel sonnifero senza ricetta. Non tutte le farmacie, certo, ma la gran parte sì, e in ogni caso ormai avevo individuato i posti più sicuri dove andare, dove avrei potuto prendere la lupata senza problemi. Poi, alla sera, talvolta fingevo di essermi dimenticato di averla acquistata, però solo per un attimo. Un attimo brevissimo, perché non volevo leggere la delusione in quello sguardo.
Io volevo che fosse felice, e sapevo che la lupata l’avrebbe resa tale.
L’amore non è un castello avvolto fra le nuvole e neppure un giardino incantato colmo dei più bei fiori del mondo; non è una spiaggia bianca lambita dalle onde del mare, né un fiume o un ruscello. L’amore è un’altra cosa. E’ un’alchimia misteriosa, è chimica non filosofia. Si compone di gesti quotidiani, di presenza e di un’empatia del tutto speciale, che non è riconducibile ad altri amori, dato che ogni alchimia per definizione è unica.
Credo di poter affermare che probabilmente erano più le cose che ci dividevano di quelle che ci univano. Beninteso, quelle che ci univano non erano poi così poche: capitava che nemmeno noi le sapessimo cogliere sempre e comunque. Ma, se mi passate il paragone, la nostra vita in comune era simile a un bosco, dove, se cerchi con la dovuta attenzione, scoprirai magie su magie. Magie impalpabili, quasi invisibili, fate nascoste dietro a un faggio che ti sorridono e, se in quel momento un raggio di sole rischiara l’intrico di piante, è possibile che tu le scorga, solo per un istante, ma quell’istante, quel breve, unico istante, vale una giornata, e la vita è la somma di tante giornate, che sedimentano nell’animo, che entrano nel sangue e nel cuore, per non uscirne mai più.
Capite, adesso? La lupata apparteneva a un nostro rito; in apparenza un rito banale, ma a saper leggere dentro le righe, era il rito della nostra esistenza in comune, come quando mi augurava “buona giornata”, come quando, stringendomi forte a sé, mi sussurrava che non mi avrebbe mai cambiato con nessun altro.
Alcuni amori sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Io non ho scordato il mio, cerco di sopravvivere e a volte ci riesco; la natura mi è di grande aiuto, così come la musica: ma, nelle pieghe più profonde del mio essere, il suo ricordo non cesserà mai di esistere. In qualche modo, ho continuato ad affrontare la vita, spesso matrigna beffarda, raramente amica capace di donarti una piccola porzione di gioia, o almeno di serenità. La si affronta e basta, questa è filosofia spicciola, e perciò filosofia vera, reale, quella che compone il tuo cammino, fra strade piene di visi sconosciuti, fisionomie accattivanti o vagamente ostili, fra i pensieri di tutti, le gioie e i dolori che accompagnano, in parti dissimili, questo viaggio che troppo spesso mi sembra interminabile. A volte, vorrei semplicemente non esserci. Poi reagisco, salgo in macchina e vado a lavorare.
Il mio mestiere mi porta a girare in molti paesi.
E in ogni paese c’è sempre una farmacia.
Vorrei evitarlo, ma non ne sono capace: quando noto quella luce intermittente, la rivedo, con gli occhi della mente, incamminarsi verso la macchina, un cappellino in testa e un grazioso ombrello per ripararsi dalla pioggia di quella mattina, distante millenni e vicina come se fosse stata ieri.
La rivedo e so che non tornerà mai più.
Non ci saranno più lupate.
Lei mi chiamava lupo.

MICHELLE:

E nel brillio d’un insegna
dove si ferma lo sguardo
il sogno si risveglia
sul filo invisibile
d’una luce intermittente

di quando Lei nel ricordo
mi chiedeva __una lupata

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PomarevPomarev scese con calma dalla Chaika senza estrarre la pistola. Per una donna non occorreva.
Susan si avventò su di lui e gli sferrò un calcio di inaudita violenza in pieno ventre. Aveva delle gambe estremamente potenti e nel gesto aveva impresso tutta la sua forza: quel calcio avrebbe distrutto una donna esile, una ragazza robusta, un uomo di costituzione normale e anche un uomo molto forte. Si aspettava di stendere il russo e, una volta che fosse finito a terra, meditava di colpirlo ancora, questa volta alla testa.
Ciò che accadde lasciò increduli sia Wyman, sia Monica che si era girata per assistere alla scena. Per esperienza diretta, Squire sapeva quanto fosse vigorosa la sua giovane collega.
Il maggiore del Gruppo Alpha Miloslav Pomarev non batté ciglio.
Con un movimento elastico, afferrò l’agente della CIA, la costrinse a girarsi come  se stessero danzando, e la colpì di taglio sulla nuca. Si era mosso con incredibile rapidità, con l’agilità di un ginnasta ma letale come un leopardo. Susan perse i sensi e cadde sul prato riarso dal sole che in quel punto fiancheggiava il sentiero. Poi Pomarev si diresse verso i due uomini della seconda direzione centrale. Indicò il giornalista. “Quest’uomo va espulso dall’Unione Sovietica. In quanto alla cekista, che mi ha aggredito davanti ai vostri occhi, verrà con me e con l’altra spia americana.”
Il Bastardo pensò che se l’era cavata più che bene, sarebbe tornato incolume a Londra e avrebbe scritto un articolo sensazionale su quello che era successo. Unito all’intervista a Eltsin e all’analisi della situazione russa, gli avrebbe fatto guadagnare un sacco di soldi e vincere numerosi premi.
Ma Susan Cooper?
Non sapeva ancora se era innamorato di lei, però sapeva che gli piaceva, che la stimava e che le voleva bene. Non era difficile immaginare la triste sorte che la
attendeva: ma lui cosa poteva fare?
Monica Squire avrebbe voluto correre da lei. Aprì la portiera, ma l’autista le puntò una pistola alla testa. “Niet!”, disse. Monica richiuse la portiera.
Quello che tuttavia accadde subito dopo sconcertò il Bastardo.
“I nostri ordini sono diversi, compagno maggiore.”, dichiarò il più anziano dei due uomini del KGB. “E provengono direttamente dal compagno presidente Vladimir Aleksandrovic Kryuchkov.”
“Io ho altre disposizioni.”, ribatté Pomarev. “E voi siete tenuti a obbedirmi.”
“Mi mostri un documento firmato dal compagno presidente.”
Nadiya, a causa della giovane età, si era dimostrata piuttosto ingenua. Non era il caso di Ivan Vorobyov, che era un veterano.
Pomarev sbiancò in viso per la rabbia. “Io vi sono superiore in grado!”
“Questo non conta.”, replicò Ivan senza alzare la voce. I suoi uomini hanno già cercato di sequestrare l’americana e io non l’ho permesso. Adesso lei rientrerà a Mosca con noi. Non solo: questo vale anche per la donna che è nella sua macchina, compagno maggiore. Sono compiti che esulano dalle competenze del Gruppo Alpha. Riguardano esclusivamente la seconda direzione centrale, che risponde unicamente ai propri superiori.”
Wyman capiva perfettamente ogni parola. Per qualche secondo che gli parve un’eternità rimase con il fiato sospeso. Era una situazione di stallo; si domandò chi avrebbe ceduto.
Ivan Vorobyov appariva sicuro di sé e rilassato.
Pomarev lo fissò. Era livido. Però sapeva che Vorobyov era dalla parte della ragione e che, al contrario del tenente Drosdova, sarebbe stato inflessibile. Nelle mani dei due agenti del KGB comparvero due pistole.
“Farò rapporto.”, annunciò Pomarev tanto per salvare la faccia, poi si trasse in disparte. Vorobyov raggiunse la prima Chaika, parlò seccamente all’autista e un attimo dopo Monica Squire poté scendere dall’auto. Lei e il Bastardo soccorsero Susan e la portarono fino alla macchina del KGB. Vorobyov salutò Pomarev, girò sui tacchi e tornò alla sua vettura, mentre l’altro agente saliva sulla macchina di Wyman.
Due minuti più tardi, la Chaika ripartì, seguita dall’auto del Bastardo.
Pomarev li guardò andar via. Il suo sguardo era quello di un serpente.

Il colonnello Piotr Ivanovic Lebedev entrò nel suo ufficio a Yazanevo e si sedette alla scrivania. Durante il volo che lo aveva condotto da Londra a Mosca aveva riflettuto a lungo.
Non c’era ragione per cui un alto dirigente della CIA come Patrick Keynes si fosse preso la briga di venire in Inghilterra, rivelare che l’associazione per la cooperazione tra Stati Uniti e Urss era fasulla, rinunciando così a anni di lavoro, e informarlo che in Unione Sovietica si stava preparando un colpo di Stato, se questo non fosse stato vero. Lebedev aveva preso in considerazione tutte le implicazioni possibili, pervendo sempre alla medesima conclusione: Keynes non aveva nulla da guadagnare da quella faccenda; se gli aveva mentito, significava che aveva perso il lume dell’intelletto. Ma in tal caso, a Langley lo avrebbero già cacciato.
Ora, il problema era: che fare.
La prima direzione centrale non aveva autorità in patria. In Unione Sovietica comandavano quelli della Lubjanka. Inoltre, Keynes gli aveva svelato il nome di alcuni congiurati, ma non di tutti. Questo comportava molte difficoltà, dato che non sapeva di chi potersi fidare. Grazie al suo grado elevato, Lebedev era libero di muoversi come meglio credeva, però avrebbe dovuto pur sempre giustificare il motivo del suo ritorno a Mosca. Si sarebbe inventato qualcosa, pensò. Altri erano i veri problemi.
La cosa più grave in assoluto era che Kryuchkov figurava fra gli artefici del complotto, e ciò voleva dire che quasi tutto il KGB sarebbe sceso in campo, unitamente all’esercito, al GRU e al Gruppo Alpha: era uno schieramento di forze impressionante, invincibile. Quanti, come lui, non avrebbero obbedito agli ordini di Kryuchkov e del ministro della Difesa? Lebedev sospirò. Pochi, si disse. Il fatto che Putin fosse andato in Germania aveva un significato molto chiaro: sarebbe stato alla finestra a guardare per poi salire sul carro del vincitore. Perciò su di lui non si poteva contare.
Il colonnello non stimava particolarmente Boris Eltsin: si era opposto con  ostinazione al segretario generale e beveva troppo. Era inutile fare affidamento sull’orso.
Lebedev aveva una visione molto chiara della situazione. Era leale nei confronti di Gorbaciov, ma non si trattava soltanto di questo. Per contrastare gli Stati Uniti, i predecessori dell’attuale segretario generale – in particolare Andropov – avevano portato la spesa bellica a livelli che erano insostenibili per l’economia sovietica. Ciò significava povertà, fame, disagi e privazioni per il popolo russo (Lebedev non era interessato alle altre etnie). Michail Gorbaciov aveva cercato di porre rimedio a tutto questo con la glanost e la perestrojka, e di fatto aveva chiuso il capitolo della guerra fredda. Se fosse caduto, le cose sarebbero tornate come prima con conseguenze drammatiche.
Per quello bisognava opporsi al colpo di Stato.
Lebedev prese in considerazione l’idea di recarsi in Crimea. Avrebbe informato Gorbaciov. Tuttavia, per intraprendere quel viaggio, avrebbe dovuto escogitare un pretesto sensato, poiché era altamente probabile che anche il responsabile della prima direzione centrale facesse parte dei congiurati.
E questo non era affatto semplice. Qualsiasi informazione avesse appreso a Londra avrebbe dovuto riferirla al suo superiore; non aveva titoli per conferire personalmente con il segretario generale del PCUS, soprattutto mentre questi si trovava in vacanza.
Esisteva una sola soluzione: sebbene fosse assai rischioso, sarebbe dovuto andare in incognito. Lebedev decise di rimandare la decisione all’indomani. La notte portava consiglio.
Uscì dall’ufficio per rincasare e commise un grave errore.

Monica Squire si stupì nel vedere la dura Nadiya in lacrime.
Susan Cooper non aveva riportato danni rilevanti ed era stata riaccompagnata in albergo. Wyman era con lei, benché ignorasse se sarebbe stato espulso dal Paese come ospite indesiderato oppure se gli avrebbero concesso di trattenersi a Mosca per qualche altro giorno.
Monica era tornata alla Lubjanka.
Dalla reazione della sua “carceriera” capì che Nadiya l’aveva data per spacciata; quello che aveva pensato anche lei. “Sono stata una sciocca!”, esclamò la russa dopo aver ascoltato con attenzione il resoconto di Squire. “Avrei dovuto comportarmi esattamente come il compagno della seconda direzione centrale. Quel Pomarev!”
“E’ acqua passata, ormai.”, la tranquillizzò Monica.
D’impulso Nadiya la abbracciò e la baciò sulla bocca.
Monica accolse quella manifestazione di affetto (o di amore) con un profondo senso di gratitudine. Era proprio ciò di cui aveva bisogno.
La russa emanava un profumo delizioso. Era probabile che fosse appena uscita dalla doccia. Monica si vergognò, perché avvertiva che il suo corpo aveva un odore acre e sgradevole, l’odore della paura.
Quando aveva visto Susan balzare addosso all’odioso Pomarev si era detta che la sua collega era impazzita; nel contempo aveva provato un forte moto di ammirazione per lei: Susan Cooper stava rischiando la sua vita per salvarla, e la scarsa simpatia reciproca rendeva ancora più encomiabile il suo coraggio. Il tentativo era fallito, poi però la situazione era cambiata e il maggiore del Gruppo Alpha era stato sconfitto. Ma se non fosse stato per Susan, gli uomini del KGB non l’avrebbero seguita e lei sarebbe morta.
Scacciò da sé il ricordo dell’angoscia che aveva provato.
Quella sera la violenza era esclusa da ogni suo pensiero. “Sarò dolce con te.”, annunciò alla russa con un sorriso. “Da domani sarai nuovamente la mia schiava, ma questa notte no.”
Più tardi, abbracciate l’una all’altra, con grande stupore di Squire, Nadiya disse: “Parlami ancora dell’America.”
Monica si sorprese a pensare che tutto sommato non le sarebbe dispiaciuto vivere con lei. Non riteneva di essere lesbica e certamente avrebbe smesso i panni della “padrona” per indossare quelli più pratici e razionali della “compagna”. Peraltro, non c’erano uomini all’orizzonte, non più dopo la morte di John Lodge e di Matrioska; e, in fondo, cosa significava la parola “lesbica”? Niente. L’amore, per definizione, trascende la differenza o la comunanza di sesso, di cultura, di etnia, di convinzioni politiche.
Nadiya le piaceva. Lo scoprì proprio quella notte, mentre ascoltava il suo respiro pacato e riassaporava l’intensità dei suoi baci. Forse dipendeva dallo shock che aveva subito quel giorno, però non ne era sicura.
Si addormentò con un piacevole senso di aspettativa.
Mentre le due donne giacevano nel tepore della stanza, Pomarev preparava i suoi piani.

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I LOVE JANINE 12

I love JanineSarah la guardò con disprezzo.
Janine le aveva fatto una scenata di gelosia perché lei aveva dato un senso erotico alla sua esibizione con Susan Driver: però quella era solo finzione scenica. Poi, dopo averla pesantemente offesa, l’aveva implorata di non lasciarla. Sembrava che non potesse vivere senza di lei. Ma invece si era consolata molto in fretta. Ciò significava soltanto una cosa: che non l’aveva mai amata veramente.
Non meritava comprensione, né alcuna compassione; il termine “sgualdrina” si adattava perfettamente a lei, e bene aveva fatto Sarah a trattarla con durezza.
Tuttavia vederla nuda, palesemente soddisfatta, con quel lampo di sfida negli occhi, la ferì profondamente. A livello razionale non avrebbe dovuto importarle, ma la vita non si basa solamente sulla razionalità: esistono degli aspetti emotivi, che si sovrappongono alla fredda logica, contrastandola e talvolta (o spesso) avendo la meglio, anche in casi in cui ciò si dimostra palesemente assurdo. Mogli picchiate che non riescono a lasciare il marito, uomini apparentemente decisi e risoluti che soggiacciono ai capricci di un’amante scaltra, genitori che chiudono entrambi gli occhi davanti alle malefatte di un figlio, rifiutandosi di accettare la realtà e polemizzando con gli insegnanti che denunciano i loro misfatti.
Sarah Taverner si rese conto di essere rosa dalla gelosia.
Era una reazione stupida, si disse; però, non poteva farci niente. Janine Leblanc le apparteneva; nessuno aveva il diritto di baciarla, di accarezzarla, di procurarle piacere. Sebbene fossero pensieri insensati, non riusciva a eliminarli.
Janine si alzò dal divano e si rivestì con calcolata lentezza. Anziché tenere gli occhi bassi, la sfidava apertamente fissandola. Sarah colse derisione nel suo sguardo. O forse era un’espressione vendicativa?
Marcus entrò nel soggiorno con un’aria odiosamente compiaciuta, che indusse Sarah a una nuova riflessione. Lui sapeva che lei sarebbe arrivata esattamente a quell’ora. Il citofono guasto? Era pronta a scommettere che si trattava di una messinscena e che invece funzionava perfettamente. Marcus voleva che lei vedesse Janine nuda. Ma perché? Qual era lo scopo che si prefiggeva? Le sembrava un comportamento stravagante. Però, non si trovava nelle condizioni migliori per pensare lucidamente, era scossa e turbata, e desiderava solo uscire subito da quella casa. Gli porse i soldi, prese la busta senza controllarne il contenuto e si diresse verso la porta. Era consapevole di apparire sconvolta, e non voleva che Janine la vedesse in quello stato. Si sentiva umiliata come mai prima in vita sua.
Si impose di reagire.
Raddrizzò le spalle e, prima di aprire la porta, si voltò assumendo un’espressione fredda e distaccata. “Bene.”, disse. “Ora potete proseguire tranquillamente. Buon divertimento!”
Vide che Janine arrossiva e ne fu intimamente soddisfatta.
Poi uscì.

Quando rincasò, esaminò il suo comportamento. Tutto sommato, aveva reagito bene. Inizialmente aveva ceduto all’emotività, però era riuscita a riprendere il controllo: niente scenate, nessun insulto, nessuna aggressione verbale o fisica, benché per un breve momento fosse stata tentata di prendere Janine per i capelli. Si era accomiatata in modo dignitoso e l’aveva costretta ad arrossire.
Tuttavia era un trionfo ben misero.
Quello che contava era come si era sentita dentro, e come stava attualmente. Male, pensò. Decisamente male. Si svestì e si infilò sotto la doccia. Si lavò energicamente, come se questo potesse aiutarla a scrollarsi di dosso tutte le emozioni, le perplessità e i dubbi che si affacciavano alla sua mente. Marcus era uno spacciatore di droga. Se avesse visto Janine nuda nella casa di un ingegnere, di un avvocato o di un operaio, la sua reazione sarebbe stata la stessa? Sì. Marcus non c’entrava niente. Lo escluse dai suoi pensieri. Tutto ruotava solo intorno a Janine.
Quindi era davvero gelosa?
Sì, ammise a denti stretti.
Si asciugò vigorosamente, indossò una tuta da ginnastica e andò in soggiorno. Com’era gelida quella casa senza Janine! Le mancava? Era questo il motivo per cui era tornata da Marcus, pur sapendo nel profondo di se stessa che non le stava più vendendo della semplice coca ma qualcosa di molto più pericoloso?
Sì.
Però, non poteva perdonarla. Lei era a conoscenza di quanto era accaduto fra suo padre e sua madre, lei sapeva che la mamma era morta a causa di una gelosia immotivata. Perciò non avrebbe mai dovuto accusarla ingiustamente, arrivando a insultarla. E adesso l’aveva tradita. Beh, “tradita” non era la parola esatta, visto che non stavano più insieme; cionondimeno non riusciva a dare un significato diverso a quanto era accaduto. E quello sguardo sfrontato, poi! Rappresentava una rivalsa, era chiaro. E se fosse stato dovuto all’amore che ancora provava per lei? Se si fosse concessa a Marcus per tentare di vincere la disperazione, perché si sentiva sola e infelice? E lei, Sarah, non era forse andata a letto con Susan?
Aprì la busta e dispose una grossa striscia su uno specchietto.
Fissò quella polvere bianca, sapendo che fra breve avrebbe scordato ogni cosa, tutto avrebbe assunto un’altra luce e lei sarebbe scivolata nell’oblio.
Il disco con Meaghan O’Reilly, la sua carriera… Janine. Semplicemente, sarebbero svanite dal suo cervello, come fastidiose nubi scacciate da un vento gagliardo.
Arrotolò una banconota e si chinò sul tavolo.

Da ragazza, Sarah si era qualificata per la finale dei giochi studenteschi che quell’anno si svolgeva a Manchester. Era una tiepida giornata primaverile, il cielo era limpido e luminoso. Splendeva un sole quasi estivo.
Quella mattina si era svegliata quando era ancora buio. Si era alzata dal letto e a piedi nudi era andata a guardare fuori della finestra; non aveva visto granché, tranne una pallida striscia di luce che dall’East End preannunciava l’alba. Aveva fame. Si era preparata un’abbondante porzione di porridge, aveva spalmato marmellata di arancie Wilkin & Sons su una grossa fetta di pane tostato e aveva bevuto un bicchiere di latte. Era eccitata e ansiosa: voleva vincere. Durante il tragitto in macchina, circa quattro ore per coprire la distanza che separa Londra da Manchester, non era riuscita a pensare ad altro.
In base ai tempi ottenuti nelle qualificazioni Sarah era la favorita nei quattrocento metri piani. Sarah era brava anche nei cento e nei duecento, ma eccelleva soprattutto nei quattrocento, dato che abbinava potenza a resistenza.
A causa della tensione partì male e una certa Reese Black schizzò davanti a tutte, con una falcata armoniosa che sembrava consentirle di correre quasi senza fatica. Reese era accreditata del secondo miglior tempo e si era già imposta nella gara precedente, gli ottocento metri; non possedeva l’esplosività di Sarah ma in compenso, essendo abituata alle lunghe distanze, era in grado di mantenere lo stesso ritmo fino al traguardo. Per vincere Sarah aveva calcolato di prendere un buon vantaggio iniziale e poi di stringere i denti resistendo alla rimonta di Reese. Contava anche sul fatto che l’avversaria si sarebbe demoralizzata vedendola irrimediabilmente lontana. Ma le parti si erano invertite.
Sarah si lanciò con decisione all’inseguimento, guadagnando terreno e staccando le altre, tuttavia lo sforzo per rimontare fu eccessivo e quando affiancò Reese si rese conto di non avere più energie. Reese invece, benché paonazza in viso, era ancora fresca e non aveva perso la scioltezza iniziale.
Sarah capì che era stata più intelligente di lei: non si era fatta prendere dall’ansia, non si era disunita cercando di resistere a tutti i costi e aveva continuato a correre secondo le sue possibilità come se stesse allenandosi da sola.
Sarah odiava perdere.
In tribuna c’era suo padre, che lei non detestava ancora, e non voleva deluderlo: gli aveva promesso che avrebbe vinto e una sconfitta sarebbe stata intollerabile. Si impose di non cedere. Ma non ce la faceva più. Lanciò un rapido sguardo a Reese e ciò che vide la spronò a dare tutto: malgrado lo sforzo, Reese sorrideva. Restò affiancata a lei ancora per qualche metro, poi cominciò a perdere terreno. Le passò per il cervello che arrivare seconda sarebbe stato comunque un buon risultato – per molte ottimo -, ma quello era il classico atteggiamento mentale dei perdenti.
Lei era una vincente nata. Era sempre stata abituata a primeggiare.
Le sembrava che da un momento all’altro il cuore dovesse scoppiarle, ciononostante riuscì a produrre un ultimo sforzo disperato e affiancò di nuovo Reese; però fu solo questione di un attimo, poi l’altra la staccò ancora. Era finita. Sarah meditò di buttarsi sul prato che fiancheggiava la pista di atletica. Quell’erba di un verde brillante pareva aspettare proprio lei. Si sarebbe stesa a riprendere fiato. Non era più in grado di continuare: aveva chiesto troppo a se stessa, le gambe non rispondevano più. Non le interessava il secondo posto: seconda o ultima non faceva differenza.
Poi ripensò all’odioso sorriso di Reese Black. Le gettò un altro sguardo fugace. Reese era alta, bionda, con la coda di cavallo; se non fosse stato per i denti, vagamente equini, l’avrebbe definita una bella ragazza, di quelle che fanno girare la testa a tutti i maschi della classe. Aveva gli occhi azzurri, gambe lunghe e slanciate, era snella ma con un seno già perfettamente sviluppato. Soltanto i denti stonavano.
Reese non le aveva fatto niente, però in quel momento la odiava.
Si rassegnò. Ma poi scosse la testa con rabbia e, pensando di morire, richiamò anche l’ultima stilla di energia.
La raggiunse a cinque metri dal traguardo.
Si scagliarono simultaneamente in avanti, ma fu Sarah a prevalere, di un centimetro forse.
Poi si accasciò completamente esausta.
Reese Blake non sorrideva più. Era piegata in due spossata e delusa. Tuttavia trovò il coraggio per avvicinarsi a lei e tenderle la mano, aiutandola a rialzarsi. Si abbracciarono, mentre il pubblico di studenti, genitori e insegnanti applaudiva entusiasta.
In seguito il suo allenatore, il professore di educazione fisica, le avrebbe detto che, visto come si erano messe le cose, nessun’altra avrebbe potuto farcela.
Se Sarah non avesse incontrato la musica, sicuramente sarebbe diventata un’atleta olimpionica. Non soltanto per il talento, ma per la feroce determinazione di cui quel giorno aveva dato prova.
Sarah Taverner si stupì per quel ricordo. Era da molto che non pensava più a Reese Black e alla sua fantastica vittoria e trovava strano che le fosse tornata alla mente proprio adesso, mentre si apprestava a viaggiare, a dimenticare, a cercare l’oblio che Marcus le aveva venduto. Rimase ferma a lungo, la banconota in una mano, gli occhi fissi sulla striscia bianca. La attirava nello stesso identico modo con cui l’aveva attratta il prato verde di Manchester.
La attendeva una sconfitta, comunque volesse metterla. Ed era una sconfitta molto più grave, perché non sarebbe stata Reese Black a batterla… ma lei stessa.
Ignorò quel pensiero: la tentazione era troppo forte.
Tornò a chinarsi, assaporando già ciò che avrebbe provato.
Si bloccò all’ultimo istante.
Con la medesima forza che le aveva permesso di tagliare il traguardo per prima si alzò, rimise la polverina nella busta, andò in bagno e gettò nel water quella che sarebbe stata la sua disfatta definitiva.
Non si sentiva per niente bene e nel giro di pochi secondi rimpianse ciò che aveva fatto.
Decise che sarebbe tornata da Marcus.
Poi rivide il sorriso trionfante di Reese Black.
Era già in tuta.
Si infilò le scarpe da ginnastica.
E uscì a correre per Londra.

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eBookLESBO E’ UN’ISOLA DEL MAR EGEO

Il momento drammatico arrivò quando andai a parlare con i miei. Mia madre è sempre stata la mia più feroce critica; credo di non esserle mai piaciuta veramente. Ha avuto costantemente da ridire su tutto quello che facevo: le minigonne troppo corte che indossavo, la scelta di non continuare gli studi, le mie amicizie, i troppi gay che frequentavo. E’ una donna intelligente e razionale, ma estremamente dura e rigida. Penso che sia anche razzista, non certo per ignoranza ( al contrario, è assai colta ), ma come scelta ideologica. Mio padre, invece, ha sempre straveduto per me. Mi ha viziata all’inverosimile, coccolata, difesa e protetta. Io ero la “sua” Ale! Ed era proprio il colloquio con lui che mi terrorizzava; il giudizio di mia madre mi era indifferente.
Cenammo chiaccherando del più e del meno. Quando mia madre portò in tavola il gelato, io dissi: “Papà, ti dovrei parlare.” La mamma mi lanciò un’occhiata penetrante. “Cosa devi dire a tuo padre di tanto segreto?” Assunsi la mia aria più arrogante. “Chi ha parlato di segreti? Ho solo detto che voglio parlargli!” Lei alzò le spalle e incominciò a sparecchiare. Io e lui ci alzammo e ci dirigemmo verso il suo studio. Era un luogo che amavo: alte scaffalature colme di libri, spesso in doppia o tripla fila; una austera scrivania in legno scuro; due comode poltrone in cuoio;  l’inconfondibile odore dei sigari che mio padre fumava dopo pranzo e dopo cena; un mobile bar che conteneva l’immancabile Chivas, il  suo liquore preferito. Sin da bambina ero stata attratta da quella stanza, che per me rappresentava una sorta di misterioso tempio dedicato alla cultura, alla riflessione, alle poesie che babbo scriveva su foglietti sgualciti fra una lettura e l’altra. Era il suo rifugio, ed era la mia meta, benché sapessi di non esserne ancora degna. E forse non lo sarei mai stata. Gli versai uno scotch e glielo porsi, a mia volta mi servii di una porzione più abbondante del solito, e la mandai giù in fretta. Mio padre sorrise. “Devi parlarmi, ma prima sentisti il bisogno di berti un whisky.” Aveva imitato Marlon Brando nella scena del Padrino in cui vengono a comunicargli che Sonny è morto. Ma la sua espressione attenta contraddiceva le parole scherzose. E poi aveva ragione: avevo dovuto cercare un po’ di coraggio nel Chivas.  Decisi di rompere gli indugi. “Papà, non mi piacciono gli uomini.” Lui mi scrutò per qualche istante in silenzio. “Ti sei lasciata con Franco?” Io scossi il capo. “Sì… ma non è questo!” Papà sorseggiò il Chivas e cercò un sigaro, dedicandosi a quel rituale maschile che mi aveva sempre tanto affascinata e incuriosita. Poi disse: “Tranquilla, Ale, troverai un altro ragazzo. E’ solo un momento di amarezza, del resto perfettamente legittimo.” Lo guardai negli occhi. “Papà NON è questo!” “E allora cos’è che ti angustia, piccola?” Per quanto mi sforzassi non riuscivo a trovare le parole adatte; quel pomeriggio mi ero preparata un discorso, ma adesso me ne sfuggiva il senso, non ricordavo nemmeno come avrei dovuto esordire, con quale illuminante frase avrei saputo aprire il mio cuore e raggiungere la sua comprensione. Parlai senza riflettere, mi lanciai come un paracadutista in preda al panico al suo primo tentativo. “Papà… amo una ragazza!”
Quello che mi piacque in lui fu che non fece finta di non capire. Era un uomo troppo intelligente per ricorrere a banali espedienti che sarebbero serviti solo a prolungare la mia agonia. Perciò non disse qualche amenità, del tipo “ma alla tua età è normale affezionarsi alla migliore amica” o sciocchezze simili. In primo luogo, quella particolare età l’avevo già passata da un pezzo, e comunque non mi sarei presa la briga di “convocarlo” nel suo studio per raccontargli tali idiozie. Invece, disse: “Ne sei sicura?” Abbassai il capo in senso affermativo. Mi imitò involontariamente, un riflesso condizionato, quindi indicò la bottiglia di Chivas. “Ce ne vogliono altri due.” Obbedii prontamente e mandai giù una lunga sorsata. Lui si limitò a centellinarlo. Quando riprese a parlare, la sua voce era calma e controllata come sempre. Non ho mai sentito mio padre gridare e non l’ho mai visto perdere le staffe, e questo non significa che non avesse un carattere forte: se mai, l’esatto opposto. Disse: “Ale, non cambia niente. Rimani Alessandra con tutti i tuoi pregi e i tuoi difetti, rimani la mia adorata figlia che fino a oggi mi ha regalato solo soddisfazioni, rimani una giovane donna brillante e intelligente che ha un grande futuro davanti.” Rise sommessamente. “E rimani la mia miglior venditrice.” Ma tornò subito serio. “Non è di me che ti devi preoccupare, figliola. Se questa è la tua natura, devi solo viverla. Stai attenta alla gente, però. Sa essere molto cattiva. Abituati all’idea. Avrai modo di sentire cose molto poco carine sul tuo conto. Spero che saprai essere forte, e che non ti lascerai avvilire.” Io lo ascoltai in silenzio, e il mio amore per lui cresceva ad ogni parola. Il giorno più orribile della mia vita è stato quando mio padre è morto. L’ho sempre amato. Ma quella sera superò se stesso. Bevvi un altro sorso di whisky. “E la mamma?”, chiesi. Lui mi rivolse un sorriso dolce. “Parlerò io con lei. Non sarà facile, perché ha le sue idee, e la capisco; ma alla fine se ne farà una ragione. E’ pur sempre tua madre, e sebbene tu non ne sia convinta, ti vuole tanto bene. Ma faremo le cose con calma. Sceglierò io il momento adatto per affrontare l’argomento.” Gli andai vicino e lo baciai su una guancia. Lui mi abbracciò. Non servivano più parole.

eBook2ALEX ALLISTON 

Il 20 giugno Jane fece colazione in terrazzo con Nancy e Alex. Era sorridente e serena. Confidava nella maturità di Nancy, e perciò le aveva concesso di partecipare alla festa di Bellatrix. Alex andò in ufficio e tornò a casa verso le dodici. Per tutta la mattina si erano succeduti sprazzi di sole e scrosci di pioggia, ma ora il tempo sembrava volgere stabilmente al bello. Il cielo era limpido e l’aria tiepida e fragrante.
Alex trovò sua moglie a letto.
“Non mi sento molto bene.”, disse Jane. “Ma non è nulla di grave; questa sera starò meglio.”
Alex le toccò la fronte. Era innaturalmente calda. Jane era scossa dai brividi, ma non volle che lui chiamasse un medico.
Nel pomeriggio Alex concluse un accordo con Patrick Linney, un mobiliere di Norwich, cedendogli il cinquanta per cento dell’azienda che era appartenuta a Clark. Quei soldi sarebbero serviti per lanciare una nuova linea di mobili, assolutamente all’avanguardia. Alex prevedeva che entro due anni la Pilgrim’s avrebbe quasi raddoppiato il suo capitale. Era un progetto al quale lavorava da due anni. Le trattative con Linney erano state complesse, e Alex aveva incontrato non poche difficoltà a convincere il vecchio Pilgrim, come sempre prudente e restio ai cambiamenti, ma adesso finalmente avrebbe potuto dedicarsi anima e corpo al nuovo progetto.
Rincasò per cena. Jane era ancora a letto, e stava visibilmente peggio: respirava a fatica e aveva la fronte bollente. Alex ignorò le sue proteste e chiamò un dottore.
Durante la notte, Jane peggiorò.
Alex aveva dovuto imporsi per mandare a dormire Nancy. Era seduto sul bordo del letto e teneva una mano di Jane fra le sue, però non sapeva cosa fare. Il medico aveva diagnosticato una lieve forma di febbre cerebrale che, grazie al riposo, sarebbe presto scomparsa. Aveva detto che sarebbe tornato a visitarla l’indomani, ma che in ogni caso Jane non correva alcun pericolo.
Incompetente! pensò, cupo, Alex. D’altro canto, quello era uno dei medici più considerati di Londra, e non sarebbe servito a molto chiamarne un altro.
Jane gli rivolse un debole sorriso. “Mi dispiace”, disse, “di non averti reso felice.”
Alex la guardò con gli occhi colmi di lacrime. “Ti sbagli!”, ribatté. “Mi hai reso immensamente felice, e continuerai a farlo.”
Jane scosse la testa. Poi sembrò assopirsi. Dopo qualche istante, cercò di sollevarsi a sedere, ma le mancavano le forze.
“Devi stare tranquilla.”, disse Alex. “Domani sarai guarita.”
“No, tesoro mio.” Jane tossì, quindi parlò con un filo di voce. “Avrei voluto essere una moglie migliore, ma non sono stata capace di combattere la mia natura. Avrei tanto desiderato darti dei figli, ma…”
“Abbiamo una figlia: Nancy.”
Jane annuì. “Prenditi cura di lei, caro. Oh, lo so che lo farai, ma soffrirà molto… stalle vicino!” Lo guardò negli occhi, e Alex scorse in quello sguardo una luce di profondo amore, un amore che se non le aveva permesso di desiderarlo fisicamente, si era tuttavia manifestato sotto forma di rispetto, di stima, di comprensione.
Ma Alex non voleva ascoltare quelle parole. L’idea di perdere Jane era intollerabile. Sebbene per vari versi fosse singolare, il loro era un matrimonio felice. Forse Jane avrebbe preferito condividere la sua vita con Lucy Parker; ma se ciò non si era verificato non era stato a causa sua. Lui aveva rinunciato a Helen per lei, Jane a Lucy; tuttavia erano riusciti a costruire un rapporto solido e sereno. L’arrivo di Nancy era stato come una benedizione, e Jane si era dimostrata un’ottima madre. Era una donna provvista di saldi ideali, e di una moralità ineccepibile. Nell’educazione di Nancy, aveva dato prova di fermezza ma anche di infinita dolcezza.
“Raccontami una fiaba.”, gli disse.
Alex trattenne le lacrime e incominciò a narrare di una bellissima fata che si chiamava Jane.
Lei sorrise e chiuse gli occhi.
Disperato, Alex si inginocchiò accanto al letto. Anche se sapeva che sua moglie non poteva più sentirlo, continuò il racconto. Riuscì ad arrivare alla fine.
Poi si alzò per baciarle il viso.
“Amore mio, sei stata la migliore moglie del mondo.”, sussurrò. “Non ti avrei mai cambiata con nessun’altra!”
La voce gli si spezzò e non riuscì più a trattenere il pianto.

Sono reperibili su IBS, da Feltrinelli, Mondadori, etc.

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Il Crepuscolo della Lubjanka 15Fu in quel momento che il Bastardo si pentì per essersi vantato con Susan del suo russo perfetto. Erano fermi davanti al palazzo della Lubjanka, a bordo di un’auto che gli aveva procurato un vecchio amico che lavorava all’ambasciata britannica. Dietro di loro, a circa cinquanta metri di distanza, sostava la Chaika del KGB. Il caldo era intollerabile, e John Wyman sognava una doccia gelata, magari assieme alla voluttuosa americana; poi un buon drink, e infine una cena a lume di candele. La macchina era in buone condizioni, ma non era climatizzata.
John si stupiva di se stesso. Era un uomo pragmatico, poco incline ai sogni, alle suggestioni esoteriche e alle premonizioni. Ma Susan Cooper, quando voleva, sapeva essere  molto persuasiva e aveva insistito a lungo.
“Monica Squire”, gli aveva detto, “è una piccola smorfiosa, che si è fatta strada all’interno dell’Agenzia a furia di moine. Non riuscirebbe a sollevare un bilanciere di venti chili, né a guadare un fiume a nuoto; però è una di noi. Appartiene alla CIA!”
“Dunque?”
“Dunque sento che si trova in grave pericolo. Andiamo a dare un’occhiata.”
Il Bastardo acconsentì di malavoglia. Era stanco di Mosca e desiderava tornare in Gran Bretagna. Se non era ancora partito era a causa di Susan: a letto era strepitosa e il suo corpo lo faceva impazzire. Wyman pensava che non si sapesse comportare bene a tavola: mangiava troppo avidamente e parlava con la bocca piena; però faceva l’amore con la stessa avidità e in tali circostanze sapeva usare assai bene la bocca…
Questo, tuttavia, non significava che dovesse fare sempre quello che voleva lei. Stava per riaccendere il motore, quando Cooper gli afferrò un braccio. “Guarda!”, esclamò. Wyman vide due persone uscire dal palazzo: un uomo e una donna. L’uomo era in borghese, la donna era ammanettata. Wyman si girò verso Susan.
“E’ lei! Avevo ragione. La stanno portando via per ucciderla, ne sono certa.”
“Anche se fosse, non possiamo farci niente.”
Susan lo fulminò con lo sguardo. “Dici? Pensa a guidare, piuttosto. E seguili.”
Monica Squire salì su una Chaika priva di contrassegni, e prese posto sul sedile anteriore, l’uomo si sistemò dietro, l’autista accese il motore e partì. Dopo un attimo di esitazione, il Bastardo seguì la vettura. Altrettanto fecero i due agenti del KGB nei suoi confronti. Distanziate di un centinaio di metri, le tre macchine attraversarono Mosca e presero la strada per Minsk.
Imboccarono la M1, ma molto prima che diventasse la E30, l’auto su cui si trovava Squire svoltò verso nord. Dopo un paio di chilometri lasciò la carrozzabile per inoltrarsi in un bosco mediante un sentiero sconnesso che serpeggiava fra gli alberi.
Wyman rallentò, imitato dalla Chaika che gli stava dietro. “Devo fermarmi.”, disse. “Altrimenti capiranno che li stiamo seguendo.”
“Lo hanno già capito da un pezzo.”, ribatté Susan. “Prosegui!”
“Non sei neppure armata!”
“E chi lo dice? Coraggio, vai!”
Lo spirito inglese è particolare e scorreva forte nelle vene del giornalista. Quello spirito aveva permesso alla Gran Bretagna di dominare il mondo per secoli. Benché si sentisse stupido, e malgrado fosse quasi sicuro di andare incontro alla morte, Wyman obbedì e imboccò il sentiero.
Cinque minuti più tardi, l’auto davanti si fermò.
La Chaika del KGB la imitò prontamente, mettendosi di traverso e impedendo ogni possibile via di fuga.
John Wyman frenò e si arrestò a sua volta.
Susan balzò giù dalla macchina.
“Che donna incredibile!”, pensò il Bastardo. “Irlandese dalla testa ai piedi.”

Keynes e Lebedev si incontrarono in un pub, alla periferia di Londra. Davanti a due boccali di birra, l’americano alzò le mani in segno di resa. “E così, mio caro Piotr, le ho consegnato su un piatto d’argento l’associazione per la cooperazione tra Stati Uniti e Urss.”
Lebedev inarcò un sopracciglio.
“E’ fasulla.”, dichiarò Keynes. “E tutte le informazioni che vi abbiamo passato erano false. Da oggi la possiamo chiudere.”
Lebedev lo scrutò, perplesso. “Perché mi ha cercato?”
Il responsabile della divisione sovietica della CIA trasse un profondo sospiro. “Perché”, rispose, “ho mandato tre agenti a Mosca senza copertura diplomatica.”
“E’ impazzito?”
“Forse.”, ammise Keynes.
“E a che scopo?”
“Avvisare Gorbaciov. Il KGB sta preparando un colpo di Stato. Ma non sono riusciti ad avvicinarlo. Hanno parlato con Putin e con Eltsin: tempo sprecato!”
Il colonnello Piotr Ivanovic Lebedev si irrigidì. Lo sguardo che rivolse all’americano era gelido. “Che assurdità è mai questa?! Non mi risulta nulla del genere.”
“E’ possibile che i grandi capi non si fidino di lei, Piotr. Non abbastanza, almeno. Ma la cosa è sicura. Abbiamo smascherato una talpa che da anni lavorava per voi. Una specie di Philby.”
Lebedev fissò a lungo un punto imprecisato della parete. “E cos’hanno detto la volpe e l’orso?”
“Chi?”
“Vladimir Putin e Boris Eltsin.”
Keynes accennò un sorriso. “Putin è andato in Germania.”
“Classico da parte sua.”, commentò Lebedev.
“In quanto a Eltsin non ha creduto alla nostra agente.”
“I suoi uomini sono stati arrestati?”
“Due no, una sì. Ma sorvegliano strettamente l’altra. Il terzo ha trovato un buon rifugio.” Naturalmente si guardò bene dall’aggiungere che, grazie all’intervento di Putin, Yarbes godeva dell’appoggio della mafia russa e che attualmente si trovava nella dacia di un certo Roman Abramovich: Lebedev era pur sempre un uomo del KGB.
Il sovietico rifletté. Ordinò una vodka e un’altra birra, quindi disse: “Perché mi ha raccontato tutto questo, Patrick?”
“Lei è fedele a Gorbaciov?”
“Certamente.”
“E allora deve andare subito a Mosca.”

Per Monica fu un fulmine a ciel sereno.
Nadiya le ordinò di vestirsi perché un maggiore del Gruppo Alpha desiderava interrogarla. Squire fu raggiunta da un cupo presentimento: sarebbe stata uccisa. E prima, probabilmente, l’avrebbero torturata.
Non se lo aspettava, perciò era in preda al panico. In passato, avrebbe reagito diversamente, con maggiore freddezza, ma forse Patrick Keynes aveva avuto ragione, e lei torto: non era più un’agente operativa. Si sentiva anche molto stupida. Aveva cercato di irretire la russa, senza riuscire a portarla dalla sua parte; l’aveva sedotta e dominata, certo, però non aveva ottenuto risultati concreti. E adesso la attendeva una morte orribile.
“Nadiya mi ammazzeranno!”
“No, si limiteranno a rivolgerti qualche domanda nella loro sede, poi ti riporteranno qui.”
Monica sapeva che gli interrogatori erano una prerogativa della seconda direzione centrale. Il Gruppo Alpha si occupava di tutt’altro. Era come se a Langley si fosse presentato un ufficiale della Delta Force e avesse preteso di prendere in consegna un agente del KGB.
“Nadiya…”
La russa distolse lo sguardo a disagio.
Era pallida di collera perché intuiva che era vero.
Monica indossò gli indumenti che portava al momento della cattura e a testa bassa uscì dalla camera. Le tremavano le mani.
Quando Miloslav Pomarev le mise le manette se ne accorse. Notò che la donna era bianca come uno straccio. “Non deve avere paura, signora Squire. Non le verrà torto un capello. Si tratta di normale routine. Credo che funzioni così anche da voi. La compagna Drosdova è un semplice tenente, io un maggiore e sono più esperto in fatto di interrogatori. Tutto qui.”
Monica non gli credette.
Camminando come una sonnambula uscì dal palazzo. Pomarev le indicò una Chaika nera e la invitò a salire davanti. Una volta in macchina, le liberò i polsi. Poi disse all’autista di mettere in moto.
Il tragitto fu lungo e penoso. Monica si chiese dove fosse il quartier generale del Gruppo Alpha, ma a un tratto comprese che non si stavano dirigendo lì. Non aveva idea di dove la stessero portando; però più passavano i minuti, più si rafforzava la convinzione che l’avrebbero uccisa. Si augurava che si limitassero a spararle e che non ricorressero a metodi più brutali.
Cercò di farsi forza, di respirare con calma. Ripensò al suo passato. Avrebbe raggiunto John Lodge… e Matrioska. Per un momento, pensò di gettarsi addosso all’autista: in questo modo, almeno sarebbero morti in tre. Poi, per qualche ragione, accantonò quell’idea. Finalmente riacquistò l’autocontrollo. Era stata in Afghanistan mentre in quel Paese infuriava la guerra, aveva abbattuto un Hind, in seguito aveva vinto lo scontro mortale con Aleksandr Stavrogin, il glaciale killer russo. Sarebbe morta con onore, senza implorare pietà; non gli avrebbe mai dato quella soddisfazione.
All’improvviso, Pomarev scoppiò a ridere. “Indovini chi ci sta seguendo.”
Monica si voltò e scorse una macchina, però non riuscì a distinguere i volti delle due persone che erano a bordo.
“Chi?”, domandò.
“La sua complice, signora Squire.”
“Susan?”
Pomarev sorrise freddamente. “Già. Susan Cooper.”, disse.

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La pioggia nel pinetoALESSANDRA:
Taci. Potevi parlare prima, e forse lo hai fatto: forse sono stata io a non comprendere le tue parole. Detesto la poggia. Amo il sole, il mare e il vento; e i boschi all’alba oppure al tramonto, l’ora più bella per chi ha qualcuno che lo aspetta. Quando rincasare significa percepire il profumo della condivisione, di affetti e abbracci ormai dimenticati, sepolti sotto a coltre di indifferenza, la tua indifferenza… e il mio male di vivere.
Piove dalle nuvole sparse. Un disco evoca sensazioni distanti, come perse nel mare infinito dei ricordi. Oh, quanto è grande questo mare! Quanto è vasto: accoglie rimpianti e rimorsi, in egual misura; racchiude in sé frasi e gesti avventati, di cui ormai è inutile pentirsi.
Piove sui nostri volti, sulle nostre mani. Il cielo è scuro, refrattario a ogni colore. Nessun arcobaleno, soltanto la cadenza infinita dell’acqua che scende, scorre creando rigagnoli, riaprendo antiche ferite, penetrando nell’animo come una spada avvelenata. Quel veleno speciale che porta con sé la morte, e gli infiniti pensieri che sfuggono alla comprensione, ritagli di un tempo andato che pure sembrò felice.
(E lo era).
Poi accadde quello che doveva accadere. Talvolta mi domando se davvero siamo artefici del nostro destino, se la ruota non avrebbe potuto girare in un altro modo. La risposta è desolata. Siamo tutti figli dei nostri errori, palesi, inconfutabili, eppure non voluti.
(La bambina sognava. Sentiva il Mistral sulla pelle, percorreva la Croisette con il cuore gonfio di gioia; sorrideva alla gente e osservava le bandiere garrire al vento.
Il sole c’era sempre.
Il tè del Marocco, il cielo della Tunisia, gli internet-point di Cipro, ti piacevano i Jefferson Airplane: molto da aggiungere, poco da togliere).
Taci.
Non è più il momento di parlare.
Ascolta la pioggia. Può essere musica o dolore, nostalgia o indifferenza. Io non ho più nulla da dire, se non vuote banalità; e non riesco neppure a coltivare i fiori del passato: sono appassiti, come le emozioni che più non mi appartengono, come i desideri che non fanno parte di me. Non ora, e nemmeno domani. Resta il vuoto.
E non è possibile dargli un senso.

MICHELLE:
Di pioggia s’inzuppa l’aria
– scende istancabile –
su sogni rimasti appesi
nell’eco d’un vento
che sferza il viso
e intinge gelido
nell’intimo gemito
– gocce di sale –

/che narrano ad occhi chiusi
l’assenza d’un tempo mancato/

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