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Archive for the ‘i mie ipost preferiti’ Category

la pioggia della vitaCurvo sotto l’ombrello, camminava sballottato dal vento e investito da continui scrosci d’acqua.
Il cielo era una massa grigia e informe, percorsa a tratti da lampi. Con le scarpe ormai del tutto fradicie, Guglielmo raggiunse il portone. Frugò nelle tasche dell’impermeabile, prima di ricordarsi che le chiavi di casa erano nei pantaloni. Le aveva già perse due volte, giungendo infine alla ragionevole conclusione che quello era il posto più sicuro dove tenerle.
Con un mazzo di chiavi non è un problema, si disse mentre faceva scattare la serratura. Si perdono e si ritrovano, e male che vada ci si reca da un fabbro. Salì lentamente le scale fino al secondo piano, entrò nell’appartamento e si cambiò gli indumenti bagnati. Il tempo di preparare un caffè, e il suono del citofono lo sottrasse dal clima calmo e ovattato di quelle mura che da anni costituivano il suo rifugio. Era un rumore che non aveva mai sopportato. Decise di non rispondere: a quell’ora poteva essere solo il postino, e se si era preso la briga di attaccarsi al citofono significava che doveva consegnargli una raccomandata. Raccomandata uguale soldi da pagare, pensò versando la bevanda bollente nella sua tazza preferita.
Il suono si ripeté, acuto e fastidioso. Guglielmo lo ignorò, sorseggiando il caffè. Al terzo trillo, pensò che avrebbe potuto aprirgli, farlo salire e poi ucciderlo. Per certi versi, era un’idea irresistibile. Quando il citofono suonò per la quarta volta, i suoi occhi corsero ai coltelli da cucina. Valutò quale fosse il più adatto per tagliare la gola allo sconosciuto, e una volta individuatolo lo prese soppesandolo fra le mani.
Rispose, ma il rombo di un tuono non gli permise di capire chi gli stava parlando, cosa voleva da lui, e per quale sordida ragione si permetteva di disturbarlo. Comunque, aprì.
Lo ucciderò, decise. Se non fosse il postino, potrebbe essere un venditore ambulante, oppure un predicatore pazzo. In qualsiasi caso, la sua corsa sarebbe terminata quel giorno. Non avrebbe nascosto il cadavere, avrebbe atteso qualche ora, poi avrebbe chiamato la polizia. Anche la prigione poteva essere un luogo calmo e ovattato, qualsiasi posto andava bene, tranne l’ufficio dove lavorava e lo squallido bar che si ostinava a frequentare, malgrado il caffè fosse pessimo e la clientela chiassosa e volgare.
C’era un unico luogo dove avrebbe voluto veramente andare: ma esisteva solo nei suoi sogni. Una casa in riva al mare con le finestre che si affacciavano direttamente sul litorale; un comodo sentiero che conduceva in pochi minuti a una piccola spiaggia; e l’orizzonte sconfinato che alla sera si tingeva di colori prodigiosi. Era un sogno ricorrente, talmente vivido da fargli vivere ogni singola sensazione. Certe volte mangiava una grigliata di pesce sul terrazzo; poi, centellinando il vino bianco, osservava il tramonto, la discesa del sole nel mare, mentre una brezza tiepida gli scompaginava i capelli. Sebbene avesse già compiuto cinquant’anni, erano ancora biondi e folti.
Bussarono alla porta.
Con il coltello nascosto dietro la schiena, Guglielmo aprì.
All’inizio non la riconobbe. Erano trascorsi troppi anni, aveva attraversato troppi deserti, aveva solcato troppi oceani. Si era battuto con la vita, uscendone infine sconfitto. La fissò con aria interrogativa, ignorando la sua espressione perplessa.
“Non mi fai entrare?”, gli disse.
Lui si spostò meccanicamente per permetterle di varcare la soglia. “Chi sei?”, le chiese corrugando la fronte. Non era una brutta donna: benché avesse all’incirca la sua età, conservava lineamenti aggraziati e attraenti. “Mi hai telefonato tu.”, rispose lei in tono rassegnato.
Guglielmo si lasciò sfuggire una risata rauca, completamente priva di allegria. “Io non telefono mai a nessuno.”, proferì a bassa voce. Esitò per un istante, prima di aggiungere: “Solo in ufficio per dire che sto male.” Questo accadeva praticamente tutti i giorni e infatti era stato appena licenziato. Corrugò nuovamente la fronte, cercando una concentrazione che gli riusciva difficile trovare. In effetti non era stato appena licenziato: era successo tre anni prima. Guardò il divano, accanto alla finestra che dava su un cortile interno. “Adesso devo dormire.”, disse. “Non potremmo vederci un’altra volta?”
La donna scosse la testa. “Non ci sarà una prossima volta, Guglielmo.”
Lui la fissò intensamente, chiedendosi il motivo di quella risposta. Era tutto così confuso! “Perché?”, le domandò, senza invitarla a sedersi.
Lei ricambiò lo sguardo, una profonda luce di tristezza negli occhi. “Mi hai telefonato quattro volte, Guglielmo, dicendomi che volevi parlarmi . Ma sono trascorsi trent’anni… sono venuta soltanto per vedere come stavi.”
“Bene.”, replicò lui in tono svagato. “Ultimamente dormo molto.” Non ricordava di averle telefonato, e non sapeva se era più irritante il fatto di averla chiamata oppure che se ne fosse scordato. Dal velo del passato, per alcuni istanti, vide una bella ragazza che scendeva una scala.
“Lui è il mio amico Guglielmo.”, disse il fratello di lei.
“Io mi chiamo Ida.”, disse la ragazza con un sorriso quasi sfrontato, che celava ironia e interesse. Si erano rivisti la sera dopo.
Poi i ricordi si persero, come spesso gli accadeva, e Gugliemo si chiese ancora una volta per quale motivo le avesse telefonato, e soprattutto la ragione per cui se n’era dimenticato. Ida si sedette sul divano. Lui nascose il coltello con un gesto furtivo che passò inosservato, perché nel frattempo la donna si stava guardando attorno. “Da quanto tempo non pulisci questa casa?”, gli chiese notando le ragnatele, le macchie di unto sul pavimento, la polvere. Guglielmo considerò la domanda, sforzandosi di trovare una risposta sensata. Il problema era che non lo sapeva. Era sul punto di dirle che gli impegni di lavoro gli sottraevano troppo tempo; poi si sovvenne di nuovo che era stato licenziato. In realtà, passava gran parte delle giornate a dormire.
“Ma come vivi, Guglielmo?” Ida sembrava preoccupata, e ciò lo stupì, dato che nessuno si era mai preoccupato per lui.
Non rispose. Si avvicinò alla finestra e guardò fuori dei vetri. Stava smettendo di piovere; forse sarebbe tornato il sole. Sarebbe andato ai giardini pubblici. Prima, però, doveva dormire. Sono stanco. Voglio sognare.
Le indicò il frigorifero. “Ho dell’aranciata.”, disse.
“No, grazie.”, rispose lei, accavallando le gambe e scrutando il suo viso con un’espressione che denotava pena, compassione, e chissà cos’altro, si domandò lui che aveva notato la portata di quello sguardo.
Ida portava la fede. Se ne accorse guardandole le mani, appoggiate sulle ginocchia. “Sei sposata?”
“Sì. E tu invece?”
Guglielmo scrollò le spalle. “Un tempo lo sono stato.”
Ci fu un lungo silenzio. Ida si alzò dal divano. “Non abbiamo molto da dirci. Mi sembri confuso…” Gli tese la mano. “Magari ti telefonerò io una volta.”
“Non rispondo al telefono.”, replicò lui accompagnandola alla porta. Si salutarono con qualche impaccio.
Quando Ida fu uscita, Gugliemo andò in bagno. Devo dormire. Voglio sognare. Prima, però…
Aprì il rubinetto, facendo scorrere l’acqua calda. Si spogliò ed entrò nella vasca.
Fu in quel momento che si affacciò alla sua mente un ricordo di tale intensità da fargli dubitare di se stesso e di come potesse averlo smarrito nei meandri del cuore. Quando era morto suo padre aveva incominciato a bere alle sette del mattino di una gelida giornata spazzata dalla tramontana. A mezzanotte, ubriaco fradicio, era riuscito in qualche modo a ritrovare la via di casa. Il funerale si svolse qualche giorno dopo. Terminata la funzione, andò da Ida. Si sentiva depresso e infelice; si svestì e si infilò sotto le lenzuola del suo letto.
“Stammi vicino.”, le disse. “Ho bisogno di calore umano.”
Lei esitò.
Forse lo riteneva sconveniente o forse presagiva quello che sarebbe successo. Alla fine, lo raggiunse nel letto. Fecero l’amore nel modo più dolce e appassionato di sempre; un atto che esulava dal sesso per diventare l’incontro di due anime innamorate, nella simbiosi più assoluta e totale. Come il vento d’estate, quando con dolcezza accarezza un fiore.
Rimasero abbracciati a lungo. Lei gli asciugò le lacrime dal viso. “Non devi vergognarti.”, gli disse, intuendo il nuovo corso che i suoi pensieri avevano preso. “E’ l’amore che trionfa sulla morte. E’ la vita che continua. Tuo padre sarà felice, ne sono certa.”
Il ricordo svanì, ma ne comparvero altri: rammentò che l’aveva lasciata per egoismo. Lei aveva dei problemi e lui non intendeva farsene carico. Ricordò sere umide di pioggia, e trionfi professionali che erano svaniti come neve al sole. La sua vita gli era sfuggita dalle mani insieme all’antica arroganza, come un pugno di sabbia. Non volle ricordare oltre.
Guardò il coltello che si era portato nella vasca.
Devo dormire. Voglio sognare. Ma questa volta voglio sognare il passato. Quel giorno di tanti, tanti anni fa.
Poi si tagliò le vene.

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saliceFu in quei giorni che imparai a dormire in macchina.
A mezzogiorno avevo finito la benzina e non intendevo spendere altri dieci euro. Li avrei conservati per il giorno dopo, sperando in una giornata di lavoro più fortunata. Non avevo i soldi per mangiare due volte al giorno, perciò andavo a parcheggiare la macchina in un grande piazzale, circondato da una quantità di alberi dall’eleganza austera. Il piazzale confinava con un posteggio più piccolo, davanti al camposanto: lì c’era un certo viavai, ma dove stavo io, all’estremità opposta, l’unica compagnia era rappresentata da qualche raro camionista che aspettava l’orario di apertura delle ditte. I primi tempi, mi limitavo a osservare le piante, che rappresentavano una sorta di avamposto di un bosco vasto e ombroso che copriva diverse miglia in direzione ovest.
Poi imparai a dormire.
Il sedile dell’auto si adattò al mio corpo, o forse fui io ad adattarmi a esso: è incredibile come si riesca ad abituarsi a tutto; fatto sta che raggiunsi un grado di comodità molto simile a quello che potevo ottenere dal divano di casa. Osservavo la natura, davo un’occhiata ai camion, guardavo nello specchietto retrovisore, notando che le visite al camposanto incominciavano a rarefarsi, fino a cessare del tutto, almeno per le prossime due ore, e poi mi assopivo. L’abitacolo della macchina non era grande e io sono alto: ma trovai un modo per sistemarmi bene, appoggiando la testa al vetro laterale, con una mano a sorreggerla e l’altra appoggiata sul sedile. Per qualche ragione, prima di chiudere gli occhi, facevo scattare la sicura.
Quelle erano le ore più felici della mia giornata. A tratti un rumore, il suono di un clacson, una voce troppo forte e scomposta, mi destavano, ma non avevo difficoltà a riaddormentarmi subito. In genere, quel momento di estremo benessere, di sogni spesso dolci o comunque innocui, durava circa un paio d’ore, a volte un po’ meno. Quando mi svegliavo, frugavo nel portamonete per appurare se avevo un euro. Raggiungevo a piedi un bar poco distante e bevevo un caffè. Tornando al piazzale, fumavo una sigaretta che aveva un sapore delizioso. Mi piace fumare dopo aver bevuto il caffè, ma non credo di essere molto originale in questo. D’altro canto, non penso proprio che l’originalità sia particolarmente spiccata in me. Magari è un’idea sbagliata, dato che per certi versi possiedo una vena di singolare originalità, tuttavia è talmente nascosta, quasi chiusa nel solaio buio e inaccessibile dell’anima, da apparirmi praticamente irrilevante. Una volta nuovamente in macchina, consultavo l’orologio. Era come un rito: mi attendevano ancora tre ore, e allora le suddividevo in segmenti di trenta minuti l’uno. E’ un metodo efficace, perché in questo modo il tempo sembra meno lungo; e, anche se in realtà la cosa non è affatto vera, esiste pur sempre la teoria della relatività che, almeno a livello psicologico, avvalora in pieno la mia tesi.
Fumavo una sigaretta all’ora. Al di là del piacere del fumo, anche questo rituale accorciava le distanze e mi avvicinava al momento del ritorno. Il lato ironico della situazione (a saperli cogliere, esistono sempre lati ironici) stava nel fatto che non desideravo rincasare. Nello stesso modo, sapevo che il giorno dopo mi sarei ritrovato nello stesso posteggio, davanti agli stessi alberi, che ormai potevo considerare quasi amici, e vicino agli stessi camionisti, o forse erano altri; ma non mi presi mai la briga di appurarlo. Per me i camion sono tutti uguali.
Eppure mi piacciono, e quando ero bambino ne possedevo una bella collezione che mi permetteva di giocare per interi pomeriggi, mentre nel campetto vicino a casa nostra gli altri bambini davano vita a interminabili partite di calcio. Io avrei voluto giocare con loro, ma mi era concesso solo di rado, perché soffrivo d’asma. A volte mi sono chiesto se non sarebbe stata meglio una bella bronchite piuttosto di quella solitudine, che soltanto i camion alleviavano.
ll sole incominciava a tramontare, lunghe ombre coprivano man mano il piazzale; l’aria diventava più fredda, e talvolta, mio malgrado, ero costretto ad accendere il motore, almeno per qualche minuto, in modo da ottenere un po’ di calore. Si avvicinava il momento del rientro, però non guardavo troppo spesso l’orologio, dato che sono gli ultimi minuti quelli più lunghi a passare, esattamente come avviene sotto le armi. Io non ho fatto il militare, ma alcuni miei amici mi hanno raccontato che le ultime settimane, proprio quando sei a un passo dalla meta, rappresentano un’autentica agonia.
E infine giungeva l’ora. Mettevo in moto, abbandonavo con un muto arrivederci il mio piazzale, e rincasavo.
Mi attendeva una serata vuota e solitaria, e una notte percorsa da incubi.
Mi attendeva la solitudine, ed era tanto forte, tanto gelida, da farmi ripensare con nostalgia al mio piazzale. Mi consolavo sapendo che il giorno dopo sarei tornato lì. Ormai era la parte più importante della mia vita. Lo era diventata da quando mia moglie se n’era andata.
Quella sera, mentre accendevo il fornello per cuocere un piatto di pasta, mi venne in mente un’idea talmente bizzarra da farmi sorridere (un ghigno, più che un sorriso).
I miei alberi erano felici, ne ero certo. Ma… cosa pensava un salice piangente? E perché piangeva?
In ogni caso, mentre portavo gli spaghetti alla bocca, mi sentii simile a lui. Se piangeva doveva avere i suoi buoni motivi.
Io li avevo.
Fu allora che finalmente piansi.

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aqualung1Seduto su una panchina del parco osservavo delle ragazzine con cattive intenzioni.
Il campo di pallavolo era distante pochi metri, non a caso avevo scelto proprio quella panchina. Aguzzavo lo sguardo per visionare le cosce, i glutei, i polpacci. Mentalmente, stilavo delle classifiche. Le mie preferite erano due e stranamente non si assomigliavano: ciò che le accomunava, e le distingueva dalle altre, era l’indubbia avvenenza, ma per il resto erano molto dissimili. Alessia era bionda, alta, slanciata; i capelli raccolti a coda di cavallo erano il tratto che più mi affascinava, assieme agli occhi di un azzurro profondo. Laura aveva un fisico più muscoloso, i capelli neri trattenuti da una fascetta e lo sguardo di una gatta malvagia. Dopo aver riflettuto per qualche minuto, stabilii che, se avessi potuto, avrei fatto con lei le mie porcherie. Giocavano nelle squadre opposte ed erano anche le più brave; le compagne le incitavano a gran voce, e non era stato difficile memorizzare i loro nomi. La mia mano si infilò sotto il vecchio cappotto, le dita slacciarono i pantaloni.
Aqualung amico mio
Non allontanarti a disagio
Ma non ci pensavo proprio. Quelle erano solo le parole di una vecchia canzone, una delle più belle della mia vita.

FLASHBACK 1
Ricordo bene quando comprai quell’album. Ero un grande appassionato di musica rock e, nei limiti del possibile, non mi perdevo un concerto. Avevo visto i Jethro Tull al palasport di Varese, credo che fosse il 1972. Allora mi ero appena sposato con Elena, avevo trent’anni, un buon lavoro, e un intero futuro da conquistare. Ricordo che al venerdì sera uscivamo con gli amici; io ero assolutamente orgoglioso di lei, perché era bella e intelligente. Speciale. Il primo “ti amo” me lo aveva detto in riva al mare, l’estate precedente. Eravamo in spiaggia con due lattine di birra e guardavamo le stelle. “Quella è la tua!”, dissi io individuandola fra mille altre. Elena aveva sorriso. “Ora ne scegliamo una per te.” Quando la trovò, me la indicò. “Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.”
Poi la notte si rivestì d’incanto; non andammo a dormire: sarebbe stato stupido farlo. Volevamo assaporare ogni singolo momento di quella magia. Non fu sesso. Non potrei mai chiamarlo sesso. Era semplicemente il trionfo della vita, e se questa frase vi sembra banale sono fatti vostri.
Elena è morta nel 1980 per un male incurabile che degli stupidi dottori non hanno saputo diagnosticare in tempo.
La mano trovò quello che cercava. A dispetto dell’età, era duro come una roccia. Incominciai a masturbarmi, guardando le gambe di Laura. Ogni tanto osservavo anche la coda di cavallo di Alessia, ma era l’altra che mi attizzava. Gatta malvagia. Gatta randagia. Quanti ragazzi ti sei già scopata? E quanti hai fatto piangere? Ti porterei in mezzo alle siepi, piccola sgualdrinella. Sei sudata, non avverti il freddo e io invece a causa tua sto gelando. Se non fosse per te (e in parte per coda di cavallo) me ne tornerei alla vecchia baracca dove abitualmente trascorro le notti. Non c’è il riscaldamento, non c’è la luce, non c’è niente, però è comunque casa mia. E sulla branda, con quattro coperte addosso, si sta quasi bene, malgrado gli spifferi e l’acqua che scende dal tetto quando piove.
Aqualung amico mio ti ricordi ancora
Il gelo nebbioso di dicembre
Quando il ghiaccio che
Pende dalla tua barba
E’ agonia urlante?
Certo che me lo ricordo. Penso che sia proprio difficile dimenticarlo, così come tutto il resto.

FLASHBACK 2
Quando morì Elena, cessai di vivere. (Dov’era Dio quando ne avevo bisogno?) Forse fu una reazione esagerata. Forse se avessi incontrato un’altra donna in grado di capirmi, la mia vita sarebbe stata diversa. Ma le cose sono andate come dovevano andare. Ho fatto alcune scoperte, la più interessante delle quali era che preferivo passare le giornate a bere piuttosto che recarmi al lavoro. Quando mi licenziarono, non mi presi nemmeno la briga di comprare uno straccio di giornale per vedere se cercavano un buon esperto di informatica. Era meglio bere. Poi finirono i soldi. Il problema principale che mi trovai ad affrontare non fu quello di rimediare un posto dove andare a dormire, visto che mi avevano portato via la casa. In qualche modo mi arrangiavo. Per il cibo, dai frati c’era sempre una scodella di minestra calda; perciò, sotto quel profilo, tutto era a posto. Però, non avevo il denaro per comprare il bourbon. E questo era molto grave. Lo risolsi, mettendomi a mendicare. Il più delle volte, entro sera, ero riuscito a raggranellare una somma sufficiente per una bottiglia della peggior marca. Andava bene così.
Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.
E finché c’è stata lei era vero. Come tutte le coppie di questo mondo anche noi litigavamo; a volte Elena si chiudeva in bagno rifiutandosi di parlare. Ma i momenti belli sono stati così tanti che è impossibile sceglierne uno per collocarlo in uno scrigno immaginario. Al mattino ero felice per il solo fatto di vederla, di chiacchierare con lei. Alla sera era sufficiente aprire la porta del nostro appartamento. Mi bastava il suo sguardo. E quando sorrideva, quel sorriso mi riempiva l’anima. Se non avete provato queste emozioni, non potrete mai comprendere.
La schiacciata di Laura è vincente. Gridolini di giubilo. Natiche nude al vento. Ultimi colpi furiosi, e finalmente vengo nei pantaloni. Gatta malvagia. Gatta randagia. Ti porterei in qualche posto oscuro. Vorrei accarezzare quelle tue tette sode, infilarti l’uccello dentro come non lo ha mai fatto nessuno prima di me. Godresti. Riusciresti a ignorare la puzza che emano, la barba incolta, il viso quasi ripugnante. Vivresti una vera esperienza da gatta, che poi ovviamente non racconteresti certo in giro, ma dentro di te, in quella specie di valvola difettosa che è il tuo cuore, ne saresti segretamente compiaciuta.
Ve ne andate? Pazienza. Tornerete domani, e se non sarà domani, sarà domani l’altro o un altro giorno ancora.
In ogni caso, io ci sarò.
Seduto su una panchina del parco a osservare delle ragazzine con cattive intenzioni.

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Gesù“Ti insegnerò i segreti del fuoco.”
Molti anni dopo si sarebbe ricordato di quelle parole. Quando ormai sarebbe stato troppo tardi per apprenderli.
Ma quel giorno il giovane scosse la testa. “Voglio imparare altre cose.”, disse.
“E così sia!”, replicò il vecchio. “Anche tu hai molto da donarmi, e io farò tesoro dei tuoi insegnamenti.”
Nella grotta le fiamme guizzavano simili a serpenti sinuosi. “Tu conosci ogni cosa.”, disse il giovane. Lo pensava veramente: lungo tutte le strade che aveva percorso, aveva sempre sentito parlare di lui e, conoscendolo di persona, si era reso conto che la sua sapienza non aveva limiti.
“Nessuno conosce ogni cosa. Non sarebbero sufficienti tre vite per arrivare a tanto: scoprire i segreti del mondo, entrare nel cuore delle persone, capire in anticipo cosa porterà il vento. Però, io conosco te e so chi sei. Questo mi basta per dichiararmi un uomo felice.”
Ci fu un lungo silenzio, nel quale entrambi si immersero. Si erano conosciuti tre giorni prima, ma era come se si frequentassero da una vita. Spesso non avevano bisogno di parlare; una magia nascosta conduceva i pensieri dell’uno all’altro, e ambedue erano consci di quanto importante fosse stato il loro incontro.
Il vecchio sapeva che un giorno lui sarebbe arrivato. Il giovane aveva affrontato un viaggio interminabile, senza un’idea precisa di cosa avrebbe potuto trovare in quella terra grande e sconosciuta. Ma in qualche modo immaginava che avrebbe incontrato una persona in grado di arricchire la sua conoscenza, sebbene essa fosse già incommensurabile. Lo guardò negli occhi, provando un grande affetto per quella figura scarna, segnata da un’esistenza in cui dolore e comprensione, saggezza e ricerca della verità gli avevano lasciato un solco profondo, nell’anima come nel corpo. Si era sottoposto a digiuni che avrebbero condotto alla morte anche il più forte fra i guerrieri, aveva accettato sfide durissime che se da un lato lo avevano provato irrimediabilmente, da quell’altro lo avevano innalzato sulle vette del sapere.
Conosceva la magia, ma non solo: era in grado di ignorare ogni tipo di sofferenza terrena per elevarsi nel cielo, quale puro spirito. Molti giuravano che era stato in due posti contemporaneamente, altri sostenevano di averlo visto sollevare un masso grande quasi come una montagna unicamente grazie alla forza del suo pensiero.
Il vecchio si alzò per alimentare il fuoco. Il giovane pensò che c’era una sola cosa che li divideva. E sapeva che nessuno dei due sarebbe riuscito a far cambiare idea all’altro. Non ne avevano ancora parlato apertamente, ma prima o poi sarebbe successo. Forse quando si sarebbero lasciati. O forse, si disse, avrebbero evitato l’argomento, dato che si sarebbe trattato di un discorso del tutto inutile. Ma, dentro di sé, invece, sentiva che sarebbe stato il vecchio a sollevare la questione.
Perché gli voleva bene.
Quando il giovane partì, il vecchio pensò che se il falco vuole volare nessuno è in grado di fermarlo. Guardò verso oriente. C’era aria di tempesta. Un cattivo presagio.

Il sole splendeva implacabile nel cielo privo di nubi, arroventando la sabbia del deserto. Yehosua ripensava al giorno in cui si era separato dal vecchio. Alla fine avevano affrontato l’argomento che non avrebbe mai potuto trovarli d’accordo. Il discorso del vecchio non era stato cinico; la sua saggezza non prevedeva il cinismo, dato che nel cuore provava la compassione infinita di chi sa scrutare fra le ombre delle anime perse. Però, le parole erano risuonate aspre. Probabilmente perché Yehosua non poteva accettarle: mettevano in dubbio tutto quello che aveva appreso, rinnegavano il senso della missione che si era prefisso. Capiva che il vecchio desiderava il suo bene, e che il suo intento era quello di metterlo in guardia; tuttavia la portata di quel messaggio lo sgomentava. “Non posso avere sbagliato tutto.”, si ripeté per l’ennesima volta. “Ho un compito da svolgere, e se lui avesse ragione sarebbe come aver attraversato un oceano invano, starebbe a significare che ciò che ho fatto, quello che ho cercato di insegnare, non avrebbe alcun valore, e questo non può essere vero.”
Poi si spinse oltre. Anche se, a puro titolo di ipotesi, il mondo fosse come lui l’aveva descritto, avrebbe proseguito ugualmente il suo cammino, a costo di veder svanire nella nebbia della delusione la luce della speranza che da sempre accompagnava i suoi passi. Non dubitava di se stesso, ma anche se lo avesse fatto, non si sarebbe fermato. Glielo impediva il suo compito, e se avesse dovuto sacrificare la sua vita per quel compito, ebbene non avrebbe esitato.
Un vento improvviso sollevò la sabbia, creando vortici incandescenti. Accadde un fenomeno inspiegabile: alla calura soffocante si sovrappose un manto di gelo, come se il deserto fosse diventato una distesa di ghiaccio.
Fu allora che Yehosua lo vide.
Dapprima si trovò circondato da una quantità di rettili e di scorpioni. Era una situazione raccapricciante, ma il suo cuore rimase saldo. Con calma oltrepassò quelle disgustose creature, diretto verso un’apparizione che non riusciva ancora a distinguere con chiarezza, ma che gli sembrava una figura avvolta nella luce. Man mano che procedeva, la luce crebbe d’intensità, fino a costringerlo a chiudere gli occhi. Quando li riaprì, la bufera si era placata, gli orrendi mostri erano scomparsi e una calma quasi innaturale regnava sul deserto. Anche la luce diminuì, svelando al suo sguardo un angelo bellissimo. Non avrebbe saputo trovare un altro modo per descriverlo. Yehosua non aveva mai visto in tutta la sua vita un essere di tale sconvolgente avvenenza. Sembrava racchiudere in sé tutta l’armonia del creato, e quando parlò la sua voce era limpida come l’acqua di un ruscello.
Yehosua sostenne il suo sguardo, che era fisso su di lui, benché non fosse facile perché la bianca veste che lo sconosciuto indossava risplendeva abbacinante ai raggi del sole.
“Ti offro il mondo.”, gli disse, e Yehosua abbe una rapida visione che racchiudeva tutte le meraviglie della Terra: mari accarezzati dalla brezza del sud, tramonti che incendiavano il cielo, grandi boschi ombrosi, montagne innevate, laghi cristallini, prati ricoperti di fiori, e poi donne di una leggiadria senza pari.
“Tutto questo sarà tuo.”
Yehosua scosse il capo, come a rifiutare quello che gli veniva prospettato.
La sua reazione suscitò un sorriso, che però non era di scherno. Yehosua ebbe l’impressione che la sua scelta non avesse stupito quel misterioso essere. Pensò anche che forse egli addirittura l’approvava, e che non si sarebbe aspettato nulla di diverso, e qualora la proposta fosse stata accettata sarebbe stata accolta con un senso di disdegno. Non erano pensieri chiari, lucidi; non nascevano da un ragionamento: rappresentavano una consapevolezza superiore, che andava oltre il linguaggio delle parole.
“Ti farò un altro dono. E in cambio di questo dono tu mi adorerai.”
Questa volta Yehosua vacillò. Ebbe la nitida visione del cuore degli uomini, e ciò che vide lo sgomentò. Gli tornò alla mente quello che gli aveva detto il vecchio, quando si erano separati. Con un tono di voce che racchiudeva una profonda tristezza lo aveva ammonito, sostenendo che non esisteva alcuna speranza di riscatto per l’umanità. Yehosua aveva scosso la testa sorridendo, e lo aveva incitato ad avere fiducia. Nell’uomo e in Dio. Poi si erano abbracciati e nel lungo percorso di ritorno Yehosua aveva spesso pensato a lui.
Condivideva la gran parte di ciò che il saggio gli aveva detto, ma non quell’ultima frase. Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita.
Ma ora…
“Tu sei stato scacciato dal paradiso.”, proferì con calma, non appena si fu riavuto dall’angoscia di quella visione. Trasse un profondo respiro, e pensò che ciò che gli era stato mostrato era un inganno, il frutto di una magia cattiva. La consapevolezza del vecchio nasceva da convinzioni errate, ma quello che aveva visto adesso, quello che aveva sentito, era un sortilegio, e non gli era difficile capire chi fosse in grado di penetrare così a fondo in lui, al punto da sconvolgerlo per la malvagità evocata.
I suoi occhi sereni riflettevano la certezza di quella conclusione, e si sentiva più forte.
Perché era di fronte al suo Nemico. Il Nemico di sempre.
Ma la replica non si fece attendere. Nuove immagini, che racchiudevano morte e distruzione, che svelavano cupidigia ed egoismo, falsità e invidia. Era dunque questo l’uomo?
“Non fui scacciato.” L’essere luminoso rivolse un sorriso a Yehosua, che questa volta gli parve ironico. “Io non condividevo il progetto di Colui che ha creato l’uomo. L’uomo è nato per compiere il male, per cedere alle tentazioni delle carne e dello spirito, l’uomo è infingardo di natura, corrotto e corruttore. La sua esistenza è priva di senso, e crearlo si dimostrò un errore. Il mio nome è Samhazai e ti posso assicurare che tutto quello che hanno detto di me è sbagliato e ingiusto. Io credo nella purezza dello spirito, e l’uomo ne è totalmente sprovvisto. In quanto a te, mi adorerai perché io sono il portatore della luce, e so che è a questo che tu aneli. Con me sarai felice; dagli umani, invece, riceverai soltanto delusioni e sofferenza.”
Yehosua per un attimo fu ammaliato da quelle parole, per un momento pensò che Samhazai avesse ragione, e desiderò di diventare il suo seguace, il suo più fido discepolo. Non era forse il bene che egli cercava? E Samhazai rappresentava l’essenza stessa del bene. Da lui avrebbe ricevuto amore, a propria volta lo avrebbe amato; con lui avrebbe realizzato il senso della sua esistenza. Avrebbe appreso a cercare l’assoluto, e si sarebbe scordato della meschinità di chi per condizione è destinato all’effimero. Non ignorava che la sua sapienza era infinita, e la sua bellezza rifletteva ciò che egli era interiormente.
Ma fu solo un istante.
Non era quello il suo compito.
E Samhazai aveva molti nomi.
Lui lo conosceva come Helel; e altri lo avrebbero chiamato Lucifer.
Gli voltò le spalle, e si incamminò, ignorando il suo ultimo richiamo.

Ripensò a Helel quando fu davanti al quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
Prima c’era stata quella notte terribile.
Fino ad allora Yehosua non aveva mai conosciuto la paura. Le sue parabole parlavano d’amore, di comprensione, e, sebbene il suo messaggio non fosse sempre recepito nel modo più corretto, l’amore escludeva per definizione qualsiasi forma di timore. La sua vita era stata serena, e anche negli ultimi giorni si era sentito sufficientemente forte per poter affrontare il destino che lo attendeva.
Ma quella notte conobbe l’angoscia, e la sua anima ne fu devastata.
Non lo avrebbe mai previsto, tuttavia le sue certezze incominciarono a vacillare. Il dubbio si insinuò nella sua mente. Si allontanò dai discepoli per pregare. Avrebbe accettato la volontà di Dio, ma se esisteva una sola possibilità di salvezza l’avrebbe colta. Si lasciò cadere al suolo, prostrandosi. Assaggiò il sapore della polvere e della disperazione. Tornò con il pensiero all’India, al vecchio e, seppur rammaricandosene, dovette convenire con se stesso che il saggio aveva avuto ragione, e lui torto. Poi si pentì di quei pensieri. La notte era silenziosa, non c’era vento e le stelle sembravano lontane, irraggiungibili. La paura lo stringeva come una morsa implacabile; il respiro si fece faticoso; le ombre erano simili a demoni ostili. Adesso la solitudine gli pesava.
Fece ritorno dai discepoli e vide che dormivano. Ne fu profondamente rattristato. Nemmeno in quell’ora tremenda riuscivano ad elevarsi dalla condizione meschina dell’uomo? Rimproverò Pietro, e si allontanò nuovamente da loro. Quando tornò ancora, provò una profonda compassione per la debolezza dei loro cuori, e questa volta fu lui a invitarli a dormire. Comprese infatti che avevano avvertito la sua disperazione, e abituati com’erano a vederlo compiere prodigi, ne erano rimasti allibiti e avevano cercato l’oblio nel sonno.
Il tempo passava, e nulla gli era di conforto.
Poi li sentì arrivare.
Pensò di nascondersi, ma sapeva che questa non era la volontà di Dio.
A un tratto si sentì afferrare da una mano.
Si voltò di scatto. Era Pietro. “Maestro, non devono prenderti!”
Yehosua avrebbe voluto dirgli che proprio lui sarebbe stato il primo a rinnegarlo; non ne aveva la certezza, ma lo sentiva dentro di sé, così come le piante avvertono l’avvicinarsi della tempesta. Ciò nonostante, non si oppose. Si lasciò guidare lontano da lì. Il suo discepolo lo incalzava, affinché si muovesse con maggiore rapidità; ma Yehosua lo rimproverò. “Un conto è allontanarsi dal destino, pur sapendo che è inutile, altro agire con viltà. Tu non mi vedrai mai fuggire. Sarebbe come rinnegare la missione che Dio mi ha affidato.”
Comunque, lo seguì nel folto del bosco.
“Presto! Maestro, presto!”, lo incalzava Pietro.
Presero un sentiero nascosto, dove nemmeno la luce della luna riusciva a penetrare. “Sei salvo!”, esclamò Pietro. Poi sentirono dei passi. Erano a pochi metri di distanza. Il bagliore delle torce giungeva fin loro. Svoltarono a destra, addentrandosi in un groviglio di alberi e di rami, che in quella notte sembravano mani adunche, pronte a ghermirli.
In quel momento, ma forse solo in quel momento, Yehosua pensò che Pietro avesse ragione, e che fosse giusto sfuggire i suoi nemici, non già per viltà, bensì per proseguire la sua missione. Aumentarono il passo, però sentirono distintamente il rumore che facevano gli inseguitori. Avevano individuato il loro percorso, e come cani da caccia non mollavano la presa. Infine, raggiunsero uno specchio d’acqua, illuminato dalla pallida luce delle stelle. “Tu puoi attraversarlo.”, disse Pietro. “Maestro, tu puoi fare questo ed altro!” Yehosua sapeva che era vero: se lo avesse voluto, avrebbe camminato su quella superficie, distanziando i suoi nemici. Si sarebbe salvato. Avrebbe potuto tornare in India e godere nuovamente del piacere che la vicinanza del vecchio gli dava. Perché sacrificarsi invano? Perché rassegnarsi a un destino che gli appariva palesemente ingiusto? Forse Dio gli aveva chiesta questa assurdità?
No.
Mosse un passo, e le acque sembrarono scostarsi per agevolargli il cammino. Pietro tirò un respiro di sollievo.
Sì.
Yehosua si fermò. E andò loro incontro per abbreviare l’agonia dell’attesa.
Adesso il quinto procuratore lo interrogava.
Yehosua gli leggeva nell’anima, e non trovò nulla di malvagio in lui. Era un uomo combattuto, spesso irresoluto, probabilmente non all’altezza del suo compito. Ma Yehosua capì che lo riteneva innocente.
“Tu ti consideri il re dei giudei?”, gli chiese. Era una domanda molto importante, dato che a Pilato non interessavano le questioni religiose; il suo compito consisteva nel mantenere l’ordine in una terra ostile e incline alla ribellione. Se il prigioniero avesse negato di aver cospirato contro Roma, ogni accusa sarebbe caduta e, per quanto lo riguardava, lo avrebbe liberato.
Yehosua rispose che aveva cercato solo di far conoscere la verità.
“Cos’è la verità?”, gli domandò il procuratore.
Proprio in quel momento arrivò Claudia, sua moglie. La donna vide la sofferenza di Yehosua e invitò il marito a lasciarlo andare; l’innato intuito femminile le suggeriva che quell’uomo era buono e non si era macchiato di alcuna colpa.
Ponzio Pilato ascoltò distrattamente la risposta: era scarsamente interessato alle questioni filosofiche; inoltre, soffriva di una terribile emicrania, forse congenita e sicuramente acuita dalla permanenza in quella terra abitata da un popolo riottoso che detestava. Non gli fu del tutto chiaro quello che gli disse Yehosua, ma in ogni caso fu più che sufficiente per confermargli che era innocente. Quando il prigioniero finì di parlare, si alzò per andare ad annunciare ai giudei che non aveva ravvisato la colpevolezza di Yehosua. Non aveva complottato contro l’impero, e le sue parole, sebbene fossero confuse e prive di senso comune, escludevano qualsiasi forma di reato.
Davanti all’insistenza dei sacerdoti, ebbe un moto di stizza. Non comprendeva le ragioni di quell’accanimento, ma non voleva neppure che la sua decisione fomentasse disordini. “E’ Pasqua.”, disse. “E l’usanza prevede che in occasione di questa festa sia liberato un prigioniero. Perciò…”
“Libera Barabba!”, fu la risposta di tutti.
Ponzio Pilato li guardò, perplesso. Barabba era un assassino: trovava inconcepibile che dovesse essere liberato. Se una persona era inoffensiva, quella era Yehosua.
Decise di sfidarli apertamente. “Chi volete che rilasci: Barabba o colui che chiamano il Cristo?” Era certo che davanti a una scelta tanto semplice, la risposta sarebbe stata favorevole a Yehosua.
“Barabba!”
Il procuratore era disgustato. Si voltò per lanciare uno sguardo a Claudia, lesse l’ansia sul bel viso di sua moglie, esitò per un istante, quindi con un sospiro si girò nuovamente.
Poi si fece portare un bacile d’acqua.

Il cielo era livido. Il caldo atroce.
Il dolore insostenibile. Un dolore così grande che solo pochi giorni prima non avrebbe mai potuto pensare che esistesse. Dolore fisico. Dolore dell’anima. Un senso di delusione ma anche di pietà. Gli uomini erano così meschini, malvagi. Lui aveva predicato amore, aveva creduto in ciò che diceva, e le sue grandi parabole erano destinate al cuore di tutti. Ma esistono cuori di ghiaccio, insensibili alla sofferenza, cuori che forse non pulsano nemmeno, simili a macigni abbandonati nella sabbia del deserto.
Fu in quel momento che Yehosua comprese che il suo era stato un sogno. Un sogno bellissimo, ma illusorio. Una fiaba. Capì che quando parlava del Padre dava libero sfogo alla sua fantasia, tentava di trasformare una speranza in realtà. L’amore grande che provava si era trasformato in immaginazione. Perché avrebbe voluto che esistesse un Dio pronto ad accogliere fra le sue braccia tutte le persone buone del mondo. Ma sapeva che un Dio non c’era. Ignorava ciò che lo attendeva; improvvisamente immaginò un buio assoluto, privo di suoni, asettico, lontano oltre ogni tempo e ogni spazio.
Pensò al centurione che gli aveva dato una mistura di aceto e d’acqua perché si dissetasse, pensò a Maddalena, pensò ai suoi discepoli, pensò a tutti quelli che lo avevano ascoltato ed amato: avrebbe tanto voluto che ci fosse un paradiso per loro. Un luogo composto solo d’amore. Ma ora sapeva che li attendeva il vuoto. Ebbe una visione, forse dovuta allo strazio della carne e dell’animo. Fu qualcosa di terrificante, che gli procurò un’angoscia smisurata, che superava di gran lunga il suo destino personale, che costituiva la prova certa del suo fallimento. Vide la cattiveria imperante. Nel giro di pochi secondi, lunghi come l’eternità, vide la barbara ferocia che avrebbe dato vita a infinite guerre, sentì il suono di pianti e di invocazioni inascoltate, percepì distintamente la paura dei bambini. Era come se le cortine del tempo si fossero aperte improvvisamente, solo per lui; e sperò, sperò ardentemente che quello che gli appariva davanti agli occhi fosse un incubo causato dalla sofferenza, dalla stanchezza, dall’esaurimento di ogni sua risorsa. Ma sapeva invece che quanto gli veniva mostrato era vero. Vide nascere e svilupparsi una grande istituzione, nata dal suo insegnamento, e si rese conto che per secoli avrebbe tradito il suo messaggio, ricercando oro e potere, ciò che lui disprezzava. Ascoltò il crepitio delle fiamme che avvolgevano i corpi di donne innocenti, sentì l’odore della carne bruciata, scorse milioni di persone ridotte a scheletri che venivano sospinte in un lontano inferno.
Poi, un grande uccello di metallo che sorvolava una città. Uno strano ordigno che precipitava dal cielo. Un’intera popolazione annientata.
Avrebbe voluto urlare per lo sgomento, tuttavia gli mancavano le forze anche solo per parlare.
L’incontro con Samhazai era stato un sogno. Samhazai non esisteva, nello stesso modo in cui non esisteva il Padre. Probabilmente quel sogno era il frutto delle parole del vecchio saggio. Le aveva rifiutate, ma erano rimaste impresse nell’inconscio, e il clima infuocato del deserto le aveva riportate alla luce.
Dio lo aveva mandato proprio per cambiare il cuore degli uomini, e quella era stata la grande speranza della sua vita. Ora che aveva presente il senso del fallimento, ricordò quelle parole, e piangendo le fece sue. Poi gli sembrò di scorgere la splendente figura di Samhazai. Se ne stava in disparte, lontano dalla folla e il suo viso era cupo. Yehosua si chiese se provava compassione per la sua sorte. Sarebbe stato strano, dato che era il Signore del Male e avrebbe dovuto gioire della sua rovina. Nel deserto, Yehosua gli aveva voltato le spalle, rifiutando di adorarlo. Eppure quegli occhi non mentivano… esprimevano una profonda tristezza. Ma anche questa era un’illusione: se non c’era Dio, non poteva esserci nemmeno Samhazai.
All’improvviso si levò un grande vento, mentre una coltre di nubi nere oscurava il sole. Il corso dei suoi pensieri mutò.
Vide altre cose.
Un uomo che amava gli animali, che aveva rinunciato a ogni bene terreno per predicare l’amore. Il suo sguardo spaziò fino all’India, riportandolo in una terra che aveva amato. E scorse una figura avvolta in un manto di bontà che sfidava e sconfiggeva un grande impero unicamente grazie alla forza delle parole, al rifiuto della violenza. Vide infiniti atti di carità, uomini e donne generosi, una minoranza ma che spiccava come la più fulgida fra le luci sull’oscurità dilagante. E allora capì che non aveva fallito. Che il suo vero insegnamento sarebbe stato tramandato per opporsi all’egoismo e alla crudeltà. La barbarie non avrebbe vinto, fino a quando anche una sola persona sarebbe stata capace d’amare.
Chiuse gli occhi, colmi di lacrime. Era sfinito ma accolse la morte senza disperazione. Se aveva inventato un paradiso inesistente, era comunque riuscito a lasciare un seme.
Da quel seme sarebbe nata la pianta dell’amore. E nessuno, nessuno, sarebbe mai riuscito a distruggerla.

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Il ragazzo che amava ValentinaI racconti non si sa come nascono. Non vanno mai spiegati. Talvolta sono solo sogni destinati a perdersi nelle onde del mare. Capita che parlino di angeli. O di demoni. Oppure di un ragazzo che amava Valentina.
La sera prima era uscito dalla caserma per fare l’amore con lei. Sebbene i loro incontri sessuali fossero sempre stati passionali e ricchi di un’emotività del tutto speciale, quella volta raggiunsero il culmine, superando definitivamente i vincoli carnali per approdare nella terra dei sogni, oltre le nubi del cielo, dove il desiderio si sublima trasformandosi in poesia e le pulsioni della carne entrano nel cuore, nel sangue, nell’anima, per diventare amore assoluto.
Quando raggiunsero l’orgasmo rimasero a lungo abbracciati, mentre la notte passava leggera, un buio illuminato dalle stelle più vivide quasi la natura volesse celebrare la loro unione che, entrambi sapevano, li avrebbe accompagnati per tutta la vita. I “ti amo” furono detti e ripetuti, ma ogni volta, ogni singola volta, esprimevano un significato più profondo della precedente, simile a una sinfonia che si rafforza in un crescendo celestiale, a un quadro che acquista colori nuovi e sorprendenti a ogni visione, a un libro che scava nelle profondità assolute dell’anima.
Salvo tornò in caserma felice. Pensava al futuro matrimonio, a un’esistenza che Valentina avrebbe colmato di gioia, giorno dopo giorno, sino alla fine.
Trovò i tedeschi che lo attendevano. Inizialmente, richiesero la sua collaborazione in qualità di rappresentante della legge italiana: il maresciallo era assente e lui, come vice brigadiere, aveva il grado più elevato.
Poi, però, le cose mutarono e, assieme ad altri, fu condotto in uno spiazzo, dove vennero muniti di vanghe. Dovevano scavare una grande fossa, sufficientemente profonda per accogliere ventidue persone. Gli ordini del maresciallo Kesselring erano chiari e, in mancanza di un colpevole, sarebbero stati fucilati tutti. Inutilmente Salvo spiegò che non si era trattato di un attentato, perché l’esplosione era stata incidentale. Con i tedeschi non si poteva parlare. Salvo leggeva il terrore negli occhi dei condannati; vide i pantaloni di un giovane macchiarsi di urina, percepì il lezzo degli escrementi, del sudore che nasce dalla paura e dallo sgomento, udì il suono del pianto e della disperazione.
Si estraniò da quel luogo di angoscia per trasferire il suo pensiero altrove, ignorando i vincoli del tempo e dello spazio. Una spiaggia bianca lambita dall’acqua del mare, un cielo di un azzurro commovente. Valentina scalza camminava sulla battigia. Gli si fece incontro, abbracciandolo. Lo strinse forte, confermandogli il suo amore eterno. Avrebbero trascorso insieme la vita, nessun vento del destino sarebbe mai stato in grado di separarli. Salvo le sorrise. Non aveva paura, ma solo l’amaro rimpianto della rinuncia. Provava una smisurata compassione per lei, avrebbe voluto asciugare tutte le sue lacrime, penetrare nel suo cuore per scaldarlo. “Non devi avere freddo, mio grande amore!”, pensò.
Poi parlò. “Sono stato io.”, disse.
L’ufficiale tedesco lo guardò, sorpreso. “Tu? Un carabiniere! Non ti credo.”
“Sono stato io.”, ripeté con calma.
Non aveva paura mentre i prigionieri venivano liberati, mentre il plotone di esecuzione si preparava. Non aveva paura quando sentì dare l’ordine. E non provò nemmeno molto dolore quando le pallottole lo raggiunsero. “Non devi avere freddo, mio grande amore!”
I racconti non si sa come nascono. Non vanno mai spiegati. Talvolta sono solo sogni destinati a perdersi nelle onde del mare. Ma capita che il mare li consegni alla spiaggia perché ci sia una memoria.

Salvo D’Acquisto fu fucilato il 23 settembre del 1943. Per salvare ventidue persone si dichiarò colpevole di un attentato che non aveva commesso. Aveva ventitré anni.

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Sapete cos’è una lupata? No. Non potete sicuramente saperlo: ci sono cose che ci appartengono, e delle quali solo due persone possono essere a conoscenza. Si chiama linguaggio di coppia. E’ quel filo invisibile che unisce due anime, che le accomuna più di qualsiasi altra cosa. Supera i gusti comuni, le predilizioni letterarie o cinematografiche, la condivisione di principi e di idee politiche, forse perfino il sesso.
Ma andiamo con ordine.
Per lavoro io giro spesso in macchina. E in ogni paese trovo almeno una farmacia. Quando vedo quella inconfondibile luce intermittente, non riesco a non pensare a lei. Ci provo, sapete. Eccome se ci provo! Ho messo in atto tutta una serie di meccanismi di autodifesa, che io stesso ho elaborato, ma sempre senza esito. Ho studiato meccanismi nuovi, in apparenza assolutamente efficienti, però non ha funzionato lo stesso. Certi giorni in cui mi sentivo particolarmente forte, ho parcheggiato l’auto, sono sceso e sono entrato. In genere non ho bisogno di medicinali, tuttavia ho varcato quella soglia, ho atteso pazientemente il mio turno e poi ho comprato dell’aspirina. Pensavo che fosse un buon metodo, invece si è rivelato fallimentare.
Alcuni amori sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Quando uscivo di casa al mattino, spesso lei mi chiedeva una lupata. In quei momenti sembrava una bambina, e il mio cuore quasi scoppiava per l’intensità dei sentimenti che provavo. A volte, come me, come tutti, anche lei era antipatica o scostante; ma quando mi chiedeva la lupata era l’essere più incantevole del mondo. Lupata significava acquistare una certa medicina che necessita di una ricetta.
Ma io ho l’aspetto di una persona posata, matura, equilibrata; so sorridere nel modo giusto; non ho minimamente l’aria del tossico o dello sballato. Perciò a me davano quel sonnifero senza ricetta. Non tutte le farmacie, certo, ma la gran parte sì, e in ogni caso ormai avevo individuato i posti più sicuri dove andare, dove avrei potuto prendere la lupata senza problemi. Poi, alla sera, talvolta fingevo di essermi dimenticato di averla acquistata, però solo per un attimo. Un attimo brevissimo, perché non volevo leggere la delusione in quello sguardo.
Io volevo che fosse felice, e sapevo che la lupata l’avrebbe resa tale.
L’amore non è un castello avvolto fra le nuvole e neppure un giardino incantato colmo dei più bei fiori del mondo; non è una spiaggia bianca lambita dalle onde del mare, né una poesia di Leopardi. L’amore è un’altra cosa. E’ un’alchimia misteriosa, è chimica non filosofia. Si compone di gesti quotidiani, di presenza e di un’empatia del tutto speciale, che non è riconducibile ad altri amori, dato che ogni alchimia per definizione è unica.
Credo di poter affermare che probabilmente erano più le cose che ci dividevano di quelle che ci univano. Beninteso, quelle che ci univano non erano poi così poche: capitava che nemmeno noi le sapessimo cogliere sempre e comunque. Ma, se mi passate il paragone, la nostra vita in comune era simile a un bosco, dove, se cerchi con la dovuta attenzione, scoprirai magie su magie. Magie impalpabili, quasi invisibili, fate nascoste dietro a un faggio che ti sorridono e, se in quel momento un raggio di sole rischiara l’intrico di piante, è possibile che tu le scorga, solo per un istante, ma quell’istante, quel breve, unico istante, vale una giornata, e la vita è la somma di tante giornate, che sedimentano nell’animo, che entrano nel sangue e nel cuore, per non uscirne mai più.
Capite, adesso? La lupata apparteneva a un nostro rito; in apparenza un rito banale, ma a saper leggere dentro le righe, era il rito della nostra esistenza in comune, come quando mi augurava “buona giornata”, come quando, stringendomi forte a sé, mi sussurrava che non mi avrebbe mai cambiato con nessun altro.
Alcuni amori sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Io non ho scordato il mio, cerco di sopravvivere e a volte ci riesco; la natura mi è di grande aiuto, così come la musica: ma, nelle pieghe più profonde del mio essere, il suo ricordo non cesserà mai di esistere. In qualche modo, ho continuato ad affrontare la vita, spesso matrigna beffarda, raramente amica capace di donarti una piccola porzione di gioia, o almeno di serenità. La si affronta e basta, questa è filosofia spicciola, e perciò filosofia vera, reale, quella che compone il tuo cammino, fra strade piene di visi sconosciuti, fisionomie accattivanti o vagamente ostili, fra i pensieri di tutti, le gioie e i dolori che accompagnano, in parti dissimili, questo viaggio che troppo spesso mi sembra interminabile. A volte, vorrei semplicemente non esserci. Poi reagisco, salgo in macchina e vado a lavorare.
Il mio mestiere mi porta a girare in molti paesi.
E in ogni paese c’è sempre una farmacia.
Vorrei evitarlo, ma non ne sono capace: quando noto quella luce intermittente, la rivedo, con gli occhi della mente, incamminarsi verso la macchina, un cappellino in testa e un grazioso ombrello per ripararsi dalla pioggia di quella mattina, distante millenni e vicina come se fosse stata ieri.
La rivedo e so che non tornerà mai più.
Non ci saranno più lupate.
Lei mi chiamava lupo.

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ChiaraChiara Ballerini era una top manager di successo. Risoluta e aggressiva aveva compiuto una brillante carriera. Guadagnava molto, e poteva permettersi di visitare i luoghi più belli del mondo. Ma da quando aveva lasciato Marco aveva scordato il sapore della felicità. Era andata a letto con molti uomini e con qualche ragazza, traendone un piacere effimero. Si trattava soltanto di sesso, in certi casi appagante e in altri deludente, ma comunque sempre privo di una cornice di sentimenti. In passato non era stata una donna cattiva, ma era diventata dura e intransigente, nel lavoro come nella vita privata. Talvolta si era dimostrata anche priva di scrupoli.
Per la notte di fine anno sarebbe stata ospite di un conte che l’aveva invitata a una festa esclusiva. Avrebbe conosciuto gente importante, instaurato nuove relazioni: tutte cose utili per la sua professione. Naturalmente era elegantissima e dato che era molto attraente sarebbe stata la star della serata.
Faceva freddo, la neve era nell’aria e quando scese dalla Mercedes si strinse nella pelliccia incamminandosi verso il palazzo dove all’ultimo piano la attendeva la festa.
Per poco non andò a sbattere contro un vecchio che chiedeva l’elemosina. Indossava un sudicio cappotto che probabilmente non veniva lavato da anni, aveva la barba lunga e i capelli in disordine. Accovacciato per terra, tremava per il freddo. Chiara cercò il portafoglio nella borsetta e gli diede una banconota da cinque euro. Se li berrà tutti, pensò cinicamente. Stava per allontanarsi quando all’improvviso uno strano ricordo si insinuò nella sua mente. Era un fatto che ormai aveva scordato da tempo. Giovanna Arnaboldi era una giovane collega, destinata a un grande avvenire professionale. Nella scala gerarchica della  multinazionale in cui entrambe lavoravano occupava un gradino più alto del suo.
Una sera Chiara l’aveva invitata a cena, l’aveva sedotta e portata a letto. Mentre facevano l’amore, era riuscita a farsi raccontare alcune cose che avrebbero dovuto rimanere segrete e poi le aveva usate per rubarle il posto. Quando Giovanna le aveva chiesto in lacrime perché aveva voluto rovinarla, l’aveva sbattuta fuori dall’ufficio. Non era un bel ricordo. Volevo vendicarmi del mondo, tentò di giustificarsi. Avevo appena lasciato Marco per i suoi continui tradimenti. Lo amavo e stavo soffrendo molto. Comunque non era un buon motivo per fare le scarpe a una brava ragazza. Marco non l’aveva tradita con Giovanna. Chiara si accese una sigaretta. Era perplessa.
Malgrado la notte si fosse fatta gelida non riusciva a muoversi da lì. Stava rivivendo l’infelicità che aveva provato quando aveva lasciato Marco. Le sere vuote e silenziose, la tristezza profonda, i risvegli amari. E poi… come in un film vide i suoi comportamenti successivi, le scorrettezze e gli inganni di cui si era macchiata. Non solo con Giovanna. Adesso era ricca, tuttavia anche arida e vuota. All’improvviso la sua vita le parve priva di senso. Era come stordita. Senza una ragione apparente pensò all’amore. Al mondo non esisteva solo Marco, ma lei aveva deliberatamente escluso l’amore dal suo cuore: l’amore per un uomo, l’empatia per gli altri, la compassione. Aveva dato quei cinque euro al barbone per mettersi la coscienza in pace, ma lui le faceva schifo. Era un fallito, un reietto umano, un essere inutile, un parassita, un peso per la società. Inoltre, emanava un odore sgradevole.
Gli lanciò un’occhiata distratta. La stava osservando. La luce di un lampione le consentì di scorgerne l’espressione. Era un espressione singolare, un misto di comprensione e di saggezza antica, di aspettativa e di consapevolezza. Per alcuni istanti si guardarono in silenzio. Chiara era turbata.
Si rendeva conto che il muro che aveva costruito in tanti anni si stava sgretolando, ed era il muro della sua esistenza, composto da mattoni che aveva sempre creduto solidi ma che invece erano fatti di cartapesta. L’ambizione, l’arrivismo, il denaro. L’egoismo elevato a ragione di vita. Come dormo alla notte?, si domandò parafrasando una frase di una canzone di John Lennon. Come dormo alla notte, che sogni faccio, che ideali ho? Fu colta da un moto di stizza. Era solo un momento di debolezza, andava dimenticato al più presto. Voltò le spalle al vecchio e si diresse verso il palazzo.
Ma dopo pochi passi si fermò.
Tornò indietro. Avvertiva un malessere crescente, inspiegabile e misterioso. Era come percorrere un corridoio buio, disseminato di porte chiuse; se avesse trovato il modo di individuare quella giusta, se fosse riuscita a trovare la chiave e a entrare, allora forse avrebbe capito. Si rivolse al mendicante. “E tu perché non lavori, invece di chiedere la carità?” Era una frase sgarbata che pronunciò in tono duro, quasi offensivo. Per qualche ragione lo riteneva responsabile del suo stato d’animo.
“Perché ho un compito da svolgere.”, rispose il vecchio. “Tutti gli anni, al 31 dicembre, scelgo una persona a cui fare un dono. Il mio regalo è particolare. Uno specchio. Ma non uno specchio qualunque, quelli si possono trovare in qualsiasi negozio. Lo specchio dell’anima. Hai la forza e il coraggio necessari per guardarlo?”
E’ un pazzo!, pensò Chiara. Ma suo malgrado annuì. Ciò che vide la sgomentò. Fu travolta da una serie di immagini e di sensazioni che la fecero barcollare. Una vita squallida, una vecchiaia triste e miserabile. Un cuore gelido, attraversato dal vento dell’inverno. Scosse la testa, come per rifiutare quelle visioni da incubo.
“E adesso la scelta è tua.”, disse il barbone, alzandosi da terra. Non aggiunse altro e si allontanò nel buio della notte.

Chiara era esausta. Aveva imparato a proprie spese che il periodo delle festività era il più duro dell’anno, fatta eccezione per gli ultimi giorni di agosto e per le prime due settimane di settembre, che erano dedicati  alla scolastica: un continuo andirivieni di ragazzi che compravano o vendevano testi usati. Stava spostando una cassa di libri, quando fu colta da un giramento di testa; per un attimo la vista le si offuscò e provò un senso di nausea.
“Signorina, non dovrebbe trasportare questi pesi!” L’uomo prese la cassa e le chiese dove doveva metterla. Era alto, con le spalle larghe, aveva i capelli biondi e gli occhi verdi. Chiara gli indicò il magazzino. “Meno male che siete ancora aperti!”, esclamò lui dopo aver deposto i libri in uno spazio libero. “Comunque, si ricordi sempre di piegare le ginocchia quando solleva qualcosa di pesante.” Non aveva un viso bello, tuttavia era un viso che esprimeva bontà e forza. Studiò Chiara per un momento, come se frugasse nella memoria. “Ma io la conosco!”
“Non mi ricordo di lei.”, disse Chiara augurandosi che si sbrigasse a fare il suo acquisto. Era a pezzi e non vedeva l’ora di chiudere. “E’ del tutto comprensibile.”, replicò lui sorridendole. “Ci siamo visti a una riunione, ma eravamo in venti e io ero seduto in fondo al tavolo. Sono tornato da voi quest’anno per un affare molto importante e mi aspettavo di trattare con lei. Invece ho parlato con una certa dottoressa Giovanna Arnaboldi.”
Chiara annuì stancamente. “Mi ha sostituita.”, disse. “Ora… sto per chiudere, in cosa posso esserle utile?”
“Mi chiamo Bruno Malerba della D&G. E se non rammento male lei è la dottoressa Chiara Ballerini.” Ebbe il buon gusto di non fare domande. In ogni caso, non gli avrebbe certamente raccontato che era stata licenziata per aver riabilitato Giovanna e che nessuna società l’aveva voluta assumere, dato che si era sparsa la voce. Bruno si guardò intorno. “Non le farò perdere tempo. Mi consigli un buon libro, lo compro e me ne vado.”
“E’ per un regalo?”
Bruno sembrò irrigidirsi. Sebbene avesse ancora un’aria cordiale, il suo sguardo era diventato triste. “Nessun regalo. Da quando mi sono separato odio il Capodanno, il fracasso, la finta allegria. No. Questa sera desidero ascoltare un po’ di musica e svagarmi con una buona storia.”
“Qualcosa di impegnato?” Chiara aveva già in mano una novità da mostrargli.
Bruno rise. Era una bella risata, che trasmetteva calore. “No, grazie.”, rispose. “Conosco tutti i classici a memoria e anche gli autori contemporanei più importanti. Vorrei qualcosa di appassionante. Vorrei… immergermi in un altro mondo.”
“Se non l’ha già letto, questo potrebbe fare al caso suo.”, disse Chiara porgendogli  Mondo senza fine  di Ken Follett.
“Mmh perfetto, a cominciare dal titolo! Di lui conosco solo La cruna dell’ago, ma ho sentito parlare bene di questo romanzo.”
“Glielo incarto.”
“No, no. E’ inutile. Non voglio farle perdere altro tempo. Ecco la carta di credito.”
Quando Chiara gliela restituì, Bruno le strinse la mano. Una stretta forte, calda, asciutta. “Buon anno!”, le augurò dirigendosi verso l’uscita del Libraccio. Appoggiò una mano sulla maniglia, ma come per un ripensamento si voltò. “Adesso va a divertirsi, vero?”
Chiara sorrise per la prima volta. Un sorriso amaro. Aveva il viso tirato e le occhiaie, ciò nonostante Bruno la trovò incredibilmente bella. “Vado a casa.”, rispose lei in tono asciutto. Una camomilla e a letto. Anch’io non sopporto il Capodanno.” Avrebbe voluto aggiungere che una volta invece le piaceva.
“Ascolti, allora!” La sua espressione era tornata allegra. In quell’espressione c’era anche dell’altro: dolcezza, sensibilità, calore umano. “Se non ha un fidanzato geloso, perché non viene a cena da me? Ho preso qualcosa in gastronomia, poi potremmo vedere un bel film. Lo sceglierà lei, sempre che riesca a raccapezzarsi nel mio disordine.”
Chiara aprì la bocca per rifiutare l’invito, ma all’ultimo istante si trattenne. Quell’uomo aveva qualcosa di speciale. Probabilmente era uno scherzo della sua immaginazione, dovuto alla stanchezza; ma le sembrò di vedere un’aura dai colori tenui e delicati. Lo osservò con attenzione. Quello non era un uomo a caccia di avventure: era una persona sola, come lei. E, ne era certa, aveva tutto un mondo da donare.
“Mi lascia il tempo di fare una doccia?”
“Certo! Verrò a prenderla alle dieci. Una buona cena e una serata tranquilla. E non si preoccupi: non è mia usanza mostrare collezioni di farfalle né strani reperti archeologici conservati in camera da letto.” Diventò improvvisamente serio. “Non è questo che mi interessa.”
Chiara si perse in quegli straordinari occhi verdi, che le ricordavano il mare.
“Alle dieci.”, disse.
Poi si girò per fare il controllo di cassa.
Non voleva mostrarsi commossa.

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