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Archive for febbraio 2013

I LOVE JANINE 19

Sarah e JanineNon c’era niente di male ad andare da Marcus per ascoltare quello che aveva da dire… beh, per la verità sì, ma Janine provava anche come un senso di pericolo, una strana premonizione; tuttavia, stupendola, Sarah aveva acconsentito a vederlo.
Janine pensava che fosse ingenua. In realtà, Sarah era mossa dalla curiosità. “Al massimo ci faremo quattro risate.”, disse, prima di sedersi al pianoforte. Da un paio di giorni stava lavorando con grande impegno; aveva già composto quattro nuove canzoni, che a giudizio di Janine erano superbe.
Ma a parte questo, i rapporti fra le due donne erano strani: si comportavano con cautela, erano eccessivamente gentili – mai l’ombra di un litigio, nemmeno un piccolo litigio -, le loro conversazioni si mantenevano sempre sul vago. E a letto c’era molto freddezza. Janine riteneva che fosse dovuta a lei, dato che non l’aveva ancora perdonata completamente e perciò faticava ad eccitarsi. Probabilmente Sarah lo avvertiva, sicché la freddezza era reciproca. Janine sperava che tutto tornasse come un tempo, però temeva che questo non sarebbe stato possibile. In tal caso, alla fine una delle due avrebbe lasciato l’altra. O, forse, avrebbero troncato la relazione di comune accordo.
Sarebbe stato molto triste.
Si vestirono elegantemente. Sarah Taverner indossava un abito di Oscar de la Renta e una preziosa collana Swarovski. Janine Leblanc un miniabito stretch, color rosa con la mezza manica e alcune decorazioni di applicazioni in tono.
Due pellicce ecologiche le proteggevano dal freddo.
Dopo l’incontro con Marcus, infatti, sarebbero andate a cenare alle Les Trois Garçons in Club Row. Era uno dei ristoranti più esclusivi di Londra, e valeva ampiamente i soldi che avrebbero speso. Era stata un’idea di Sarah.
Probabilmente per la cantante quella cena aveva un valore simbolico, rifletté Janine: un nuovo inizio o qualcosa di simile.
Marcus le accolse con un largo sorriso che Leblanc giudicò indisponente. Le invitò ad accomodarsi sul divano e inserì nel lettore I love Janine.
Offrì loro un drink, poi si scusò ed entrò in un’altra stanza.
Dopo pochi istanti ricomparve.
Fra le mani cingeva una frusta.
Le due donne lo guardarono allibite.
“Questo appartamento è insonorizzato.”, disse Marcus con aria soddisfatta. “Nessuno sentirà le urla di Leblanc.”
Sarah scattò in piedi, rossa in viso per la collera.
“Cosa credi di poter fare?!”
Lui rise. “Io? Io non farò proprio niente! Perché sarai a tu a frustare Janine.”

“Ho portato ciò che mi avevi chiesto.”, dichiarò l’uomo.
Elke lo fissò. Presa dall’entusiasmo per la sua nuova vita e dal pensiero di Dieter che costantemente la accompagnava, aveva finito per scordarsi di avergli fatto una consistente ordinazione. In quel periodo, a Berlino era molto difficile trovare roba buona, dato che la polizia vigilava con grande attenzione. Nell’ultimo mese molti spacciatori erano stati arrestati.
Per quello gli aveva domandato una partita più grossa del solito. In questo modo non avrebbe corso il rischio di trovarsi senza droga.
Ma adesso la situazione era cambiata.
Le era addirittura rimasta dell’eroina che peraltro era finita nel water.
“Non mi serve più.”, disse. “Ho deciso di smettere. Ho già smesso, in effetti.”
L’uomo non cambiò espressione. Con calma, replicò: “Ho corso parecchi rischi per accontentarti. Presto lascerò la Germania, perché qui non tira aria buona. Di conseguenza avrei potuto infischiarmene, però io mantengo sempre i miei impegni. Ti avevo garantito un buon rifornimento e ho tenuto fede alla promessa.”
Elke scosse il capo. “Ti ho già detto che non mi serve più.”
“Beh, le cose non sono così semplici: primo, devi pagarmi la fornitura; secondo, devi tenerti la roba. Per me è troppo pericoloso andare in giro con tutta questa eroina. Ho saputo dal mio contatto che sospettano di me. Ecco perché devo svignarmela al più presto, e a mani vuote.”
Elke si augurava che entrassero dei clienti, oppure il proprietario del negozio, in maniera da por fine a quello sgradevole colloquio; ma era una mattinata gelida, la pioggia si stava trasformando in neve e chi non era al lavoro preferiva starsene rintanato in casa. Sbirciò fuori della vetrina e difatti non scorse anima viva. L’uomo non aveva tutti i torti, però era anche vero che avrebbe potuto vendere quella partita senza troppe difficoltà. L’intuito le suggeriva che si divertiva a tormentarla. In questo era decisamente simile a Erna e a molti altri individui che agivano per soddisfare il proprio sadismo.
Disse: “Mi dispiace. Mi sento in colpa con te, tuttavia non cambierò decisione. Voglio diventare pulita, e restare tale.”
L’uomo sogghignò. “Lo dicono tutti e poi…” Si guardò attorno. “Bel posticino.”, commentò. “In ogni caso, tornando a noi, non so cosa farmene delle tue scuse. Ho qui la roba: devi pagarmi e prenderla. Fra l’altro, nel giro di pochi giorni rimpiangeresti amaramente di non averla, e per un bel po’ di tempo non troverai facilmente un altro fornitore.”
“Mi dispiace.”, ripeté Elke, cercando di mantenere un’aria impassibile, sebbene avesse paura. Aveva sentito dire che quell’uomo aveva ucciso una persona: era malvagio e privo di scrupoli. Ma Dieter, pensò, l’avrebbe protetta. Si sforzò di controllare il tremito della voce. “Il mio no è definitivo. Sono sicura che, viste le circostanze, troverai un altro cliente prima di sera.”
“Non intendo uscire da qui con l’eroina. Sarebbe troppo rischioso.”
“E’ il lavoro che ti sei scelto.”, disse Elke con una punta di irritazione per la sua insistenza. Lo temeva, ma non era disposta a cedere. Se avesse avuto fra le mani quella polvere magica, forse non sarebbe riuscita a trattenersi. E avrebbe perso Dieter. Lui non l’avrebbe perdonata, ne era certa. “E adesso ti prego di lasciarmi. Non cambierò idea.”
Sulle labbra dell’uomo riaffiorò il sorriso gelido. “Ma davvero?”, disse.
Quindi, uscì dal negozio, accostando piano la porta dietro di sé.

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IL MONDO PERFETTO

il mondo perfettoIl mondo era cambiato cinquant’anni prima. Le società più evolute erano riuscite ad attrezzarsi per sopravvivere, popoli meno fortunati si erano completamente estinti. La Terra era diventata un luogo grigio e malato, dominato dalle esalazioni scaturite dall’esplosione di tremendi ordigni nucleari. Una cappa permanente impediva di vedere il sole di giorno o le stelle di notte. Ma questo non era un problema, dato che gli uomini ora vivevano in grandi città costruite cento metri sotto il suolo. La luce era artificiale, tutto era freddo e meccanico, uno scenario che ricordava i più terrificanti romanzi di fantascienza.
Ma le generazioni che erano nate dopo quello spaventoso evento, non avevano nulla da ricordare o da rimpiangere. Semplicemente, questa era la loro vita, e l’avevano conosciuta fin dal momento della nascita. Solo qualche vecchio rammentava ancora il profumo dei fiori, l’incanto del mare, l’azzurro del cielo oppure la fiabesca magia di un bosco.
Susy amava molto ascoltare le vecchie storie di suo nonno. Molti lo prendevano per pazzo, ma la bambina sapeva che quello che raccontava era vero, che in un lontano passato la vita era stata incomparabilmente più bella, che i bimbi potevano giocare a pallone sui prati o inventarsi strane avventure lungo i crinali di una collina. Era possibile fare il bagno nei ruscelli, osservare i lunghi tramonti estivi, uscire di casa al mattino accolti dal tepore della primavera oppure dal freddo pungente dell’inverno. L’autunno era un grande pittore, l’estate la stagione della vita.
Susy avrebbe tanto voluto vivere in quel periodo. Attraverso le parole del nonno era riuscita a costruirsi un quadro completo: quando lo stava ad ascoltare, o dopo, mentre rifletteva su ciò che aveva appreso, le sembrava proprio di vedere quel mondo tanto diverso, luminoso e pulsante di vita. Aveva imparato che esistevano animali straordinari, cani affettuosi, gatti eleganti, uccellini che portavano l’allegria con il loro canto. Non capiva perché avessero proibito i libri. Non esistevano infatti volumi che parlassero del passato o illustrazioni che lo raffigurassero. Gli unici testi consentiti trattavano del presente, o di un futuro che le appariva triste e monotono. C’erano mille macchine che potevano aiutare a risolvere qualsiasi tipo di problema; c’erano leggi precise e severe che escludevano la delinquenza; la sicurezza economica di tutti era garantita dalle strutture sociali.
Ma Susy non era contenta.
Avrebbe voluto uscire all’aperto per scoprire di persona il mondo superiore. Tuttavia non era permesso. Inoltre, non c’era nulla di bello da vedere, almeno a sentire i discorsi di quei pochi che un tempo avevano vissuto lassù, fuori da quell’ambiente opprimente e claustrofobico, percorso da luci glaciali, dove anche la temperatura era stabilita in base a una precisa regolamentazione.
Solo suo nonno confidava che, in tutti quegli anni, qualcosa potesse essere cambiato. “Alla fine la natura riprenderà il soppravvento.”, amava dire. “E forse tu, piccola, avrai la grande fortuna di rivedere le stelle.”
Quando lui morì, e venne bruciato secondo le disposizioni vigenti, Susy si chiuse per tre giorni in camera. Ignorò i programmi computerizzati che avrebbero potuto permetterle di vedere cartoni creati a suo piacimento, dove lei stessa avrebbe interagito con il soggettista che altri non era se non un organismo cibernetico capace di assecondare i suoi desideri, sino a realizzare l’epilogo che lei preferiva.
Pianse a lungo, nascosta sotto alle lenzuola, poiché sapeva che in quella società le lacrime erano proibite. Così come le malattie, che erano state debellate. Si moriva solo di vecchiaia. Era un mondo perfetto, decisamente migliore di quel “prima” che tanti danni aveva arrecato all’uomo.
Alla fine, Susy si decise. Un giorno, il nonno le aveva mostrato la via proibita, l’unico modo per evadere dalla città sotterranea e per guadagnare la superficie della Terra, laddove esistevano solo contaminazione e macerie, oltre al ricordo di un mondo sbagliato. I programmi computerizzati che avevano sostituito la scuola ribadivano in continuazione che questo era il mondo perfetto. L’altro non esisteva più, e se fosse rimasto qualcosa, si sarebbe trattato unicamente dell’ultimo ricordo ignominioso.
Nell’ora in cui tutti dormivano, un sonno pesante e privo dell’illusorietà dei sogni, indotto da speciali pillole che era obbligatorio assumere, Susy intraprese quel pericoloso cammino. Se fosse stata scoperta, sarebbe stata annullata. Cancellata dagli annali, in quanto gli errori non erano ammessi e, in tutta evenienza, lei sarebbe stata la prova di un palese errore.
Con il cuore che le batteva forte, affrontò il tragitto che l’avrebbe condotta fuori dal mondo perfetto. Grazie ai suggerimenti del nonno era in grado di passare inosservata, di ingannare i pulsori e tutte le forme di controllo che avrebbero dovuto impedire a chiunque di infrangere la “prima legge”.
E alla fine uscì allo scoperto.
Il primo impatto non fu positivo.
Susy si aspettava di vedere foreste verdi, laghi dalle acque fresche e trasparenti, fiori dai mille colori, teneri ciuffi d’erba. Invece la terra appariva bruciata, qua e là si distinguevano profondi crateri; in lontananza, il panorama si stagliava spoglio: un susseguirsi di burroni e di rocce annerite simili a denti aguzzi protesi verso un cielo soffocato dalla foschia stagnante.
Ma poi la bambina si rese conto che qualcosa stava cambiando. Volgendo lo sguardo a occidente scorse un piccolo bosco. Si incamminò in quella direzione e, man mano che procedeva, percepì distintamente una fragranza nuova nell’aria. Il vento soffiava allontanando la coltre di nubi. Susy comprese che quello era un inizio, che la natura non si sarebbe fermata, e che a poco a poco avrebbe sconfitto l’inferno provocato dall’uomo. Ci sarebbe voluto molto tempo, certo, ma lei ne aveva in abbondanza.
Poi vide un cagnolino. Lo riconobbe immediatamente, dalle descrizioni del nonno. Non aveva paura di lei, si lasciò accarezzare, le leccò una mano. Susy rise di gioia.
Dopo aver giocato a lungo con lui, riprese la via che l’avrebbe portata a ovest.
Il cagnolino la seguì.

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staretsLo starets Zosima era molto più anziano di quanto potesse apparire a un osservatore superficiale. Egli stesso ignorava quanti anni aveva, dato che se sapeva dove era nato – in un piccolo paese vicino ai monti Urali – ignorava però l’anno in cui era venuto al mondo. Figlio di contadini privi della benché minima cultura, aveva lavorato a lungo nei campi finché un giorno d’estate non gli avevano ordinato di recarsi a Mosca – ricordava molto bene quel giorno, come del resto ricordava quasi tutto della propria vita, dato che era provvisto di una memoria eccezionale. Lì era stato arruolato, addestrato e spedito sul fronte occidentale.
Zosima aveva combattuto con valore, ma sembrava che fosse impossibile fermare la marea tedesca. Divisioni su divisioni di carri armati tranciavano le linee sovietiche come fossero burro. Aperto il varco, esso veniva chiuso da grandi manovre a tenaglia che intrappolavano centinaia di migliaia di soldati russi. Ciò che non era riuscito a Napoleone sarebbe riuscito a Hitler.
Non fu così, ma Zosima per molto tempo non lo seppe: ferito gravemente, trascorse un anno in un ospedale militare. Quando si fu ripreso, la luce di Dio era calata su di lui. Finita la guerra, prese i voti.
In Russia, prima e dopo il comunismo, la figura dello starets suscita una particolare suggestione. Egli incute rispetto, guarisce i malati, spesso ha visioni che lo conducono vicino alla soglia della morte, è accolto dalla massa con devozione, ed è in grado di predire il futuro. Non tutti gli starets sono buoni – un esempio negativo è rappresentato dalla figura sinistra di Rasputin -, ma ciò non toglie che qualsiasi vero credente si affiderà sempre e comunque alla loro parola. In questo, è difficile stabilire il limite fra superstizione e fede. Tali personaggi esistono da molto. Inizialmente erano diffusi in Grecia e in Egitto, solo più tardi arrivarono in Russia.
Zosima aveva compiuto miracoli, o almeno così si diceva, non aveva mai accettato il regime comunista in quanto negazione del volere del Signore, e aveva predicato ovunque lo portassero le sue robuste gambe di antico soldato e contadino. Le autorità lo tenevano d’occhio, ma nemmeno Stalin avrebbe preso in considerazione l’idea di farlo arrestare perché poi fosse deportato in Siberia o più semplicemente fucilato. E, in ogni caso, le parole dello starets non riguardavano quasi mai la situazione politica, non per mancanza di coraggio ma a causa di aspettative più elevate. Procedendo per allusioni, Zosima in genere si limitava ad annunciare un nuovo mondo e una nuova verità che presto o tardi sarebbero arrivati. Le allusioni, però, finivano qui: per il resto, lo starets si esprimeva in modo diretto e chiaro, affinché il suo messaggio fosse recepito da tutti, ed era un messaggio che andava oltre una realtà che egli considerava transitoria. Di certo, non temeva minimamente per la propria sorte. Se lo avessero ucciso, avrebbe raggiunto Gesù in paradiso. Non era un intellettuale e di conseguenza sapeva rivolgersi alla gente umile.
Da otto anni viveva a Mosca, venerato dal popolo.
In quel giorno di agosto vide uscire dalla cattedrale di San Basilio quattro persone. Distinse con chiarezza chi erano i persecutori e chi le vittime.
Si eresse in tutta la sua statura – superava il metro e novanta – e puntò un dito su Pomarev.
“Io leggo nel tuo animo!”, dichiarò con voce stentorea. “Esso è nero, macchiato da colpe e nefandezze. In nome di Dio, ti ordino di lasciare libere queste donne. In caso contrario…”
Pomarev non sapeva se essere divertito o irritato. “Togliti dai piedi, vecchio.”, replicò. “Questa è una questione di Stato che non ti riguarda.” L’irritazione prese il sopravvento quando notò che l’uomo che era con lui si stava facendo il segno della croce. Il maggiore del Gruppo Alpha tirò fuori la pistola. “Su quante divisioni può contare il Papa?”, domandò beffardo prendendo in prestito la frase da Josif Stalin. “E dove sono le tue divisioni?”
“Sono dietro di me.”, rispose con calma Zosima.
Pomarev guardò oltre il monaco e vide una moltitudine di fedeli, perlopiù donne e vecchi; ma c’erano anche degli uomini, e le loro espressioni erano dure e minacciose.
Pomarev sorrise, sprezzante. Sarebbe bastato sparare a due o tre persone, scelte a caso, perché quella folla si disperdesse in preda al panico. Erano i metodi che usava lo zar e funzionavano, avrebbero sempre funzionato. Oppure avrebbe potuto mirare al vecchio pazzo.
“Coraggio, non esitare.”, disse Zosima, come se gli avesse letto nel pensiero. “Aggiungi un nuovo peccato alla lista che ti appartiene. Io non nutro timori per la mia anima, ma in quanto a te sappi solo che prima che finisca l’estate…”
“Taci, mentecatto!”, sbottò Pomarev, perdendo per una volta la sua proverbiale, glaciale, calma. Lo starets lo innervosiva. Era abituato a vedere la gente tremare, ma quel vecchio sembrava immune alla paura. Meritava una punizione, decise.
Appoggiò la canna della pistola sotto al suo mento.
Lo starets non batté ciglio.
L’ira aveva reso Pomarev incauto.
Mentre commetteva quel gesto infame, e il suo aiutante lo guardava sbigottito, Nadiya e Monica si allontanarono rapidamente dalla cattedrale.

Negli Stati Uniti esiste una legge di cui pochi sono a conoscenza. Si chiama Comprehensive Crime Control Act. Tale legge, alquanto arbitraria, permette all’FBI di arrestare chiunque abbia ucciso un cittadino americano, in qualsiasi Paese del mondo egli si trovi. Una seconda legge, promulgata in seguito e ancora più arbitraria, dal nome Omnibus Diplomatic Security and Anti-terrorism Act, estende ai corpi speciali la facoltà di intervenire laddove siano stati effettuati atti di terrorismo ai danni degli Stati Uniti, anche senza l’approvazione del governo locale. Ciò portò fra l’altro al caso di Sigonella.
Se, poi, l’intelligence falliva, gli americani erano capaci di distruggere una fabbrica di medicinali, scambiandola per un deposito di armi, in base allo stesso principio che aveva ispirato gli autori di quelle due leggi: che tutto gli era permesso.
Mentre consumava un pasto a base di salsicce, pane nero e cetrioli, in attesa che due uomini di Sasha arrivassero con un fuoristrada, Martin Yarbes rifletteva sull’impossibilità di avvalersi del Comprehnsive Crime Control Act nei confronti del maggiore Pomarev del Gruppo Alpha. Miloslav Pomarev non era né un terrorista né un esponente della malavita, bensì un ufficiale delle forze speciali sovietiche. Però, era anche un criminale e avrebbe meritato di finire i suoi giorni in un carcere americano. Meglio ancora se fosse stato eliminato. Da Sasha era venuto a sapere molte cose sul conto del maggiore, altre le aveva appurate da sé. Il verdetto poteva essere uno solo: era inequivocabilmente colpevole. A causa sua, era stata sterminata la famiglia di Tarasov, era morta la nonna di Sasha, e Yarbes temeva che anche Monica Squire e Susan Cooper fossero state uccise.
Sasha aveva reagito con freddezza quando aveva scoperto che Agniya era stata torturata in modo disumano e non aveva attribuito colpe all’americano: era palesemente più scontento per doverlo portare in Crimea. Nel campo in cui operava non c’era molto spazio per i sentimenti.
Il viaggio per raggiungere Foros, dove era ubicata la dacia del segretario generale, sarebbe durato circa diciotto ore. Dopo aver lasciato Mosca alle due del pomeriggio, giunsero a Kharkiv, in Ucraina, poco prima di mezzanotte; in prossimità della città, Sasha aveva abbandonato la M2, scegliendo una serie di strade alternative che sembrava conoscere alla perfezione, forse perché erano legate ai suoi traffici. 
Avevano mangiato dei panini durante il percorso e Sasha si era fermato soltanto per fare rifornimento di carburante. I due russi erano entrambi taciturni, Yarbes pensava a Gorbaciov. Si chiedeva se avrebbe creduto a Lebedev; Putin non aveva espresso opinioni in merito, il che era tipico, Sasha sosteneva che il colonnello non avrebbe avuto nemmeno il piacere di essere ascoltato. Yarbes era più ottimista, ma non sicuro al cento per cento.
Uscirono da Kharkiv e Sasha condusse la UAZ 469b, cioè il modello che non era destinato all’esercito, il quale non è contrassegnato da lettere, in uno spiazzo isolato, ai margini di un bosco. Spense il motore. “Passeremo la notte qui.”, disse.
Yarbes tardò ad addormentarsi e alla fine scivolò in un sonno profondo.
Alle prime luci dell’alba fu svegliato dal suono di voci concitate. Aprì gli occhi e vide cinque uomini armati di Kalashnikov. Sasha e Lebedev erano in mezzo a loro con le braccia alzate; probabilmente erano stati colti di sorpresa, mentre dormivano. Uno dei cinque gli fece cenno di scendere dalla UAZ.
Martin obbedì, alzando a sua volta le braccia.
Qualche ora più tardi, Putin apprese la notizia e annuì soddisfatto.
Aveva “aiutato” l’americano, senza tuttavia permettergli di informare Gorbaciov.

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L’ESECUZIONE DI FEDOR

DostoevskijLi svegliarono prima dell’alba. Il tempo di scendere dalla branda e di stropicciarsi le mani per il freddo, e furono sospinti fuori, nel gelo quasi irreale della steppa. Il cielo era ancora buio, solo molto lontano, a oriente, si andava tratteggiando una pallida striscia di luce, che poteva forse confondersi con la luminescenza opaca di una stella morente. Camminarono in fila, uno dietro l’altro, tremando di freddo e di paura. Le guardie, pesantemente vestite, li pungolavano con i fucili, incitandoli ad accelerare il passo. Raggiunto uno spiazzo, dove la neve era stata spazzata via, li fecero fermare, allineandoli in un’unica fila. L’ufficiale che comandava il plotone di esecuzione diede l’ordine di prepararsi al fuoco.
Era un uomo alto, imponente, i capelli biondi tagliati corti, baffi folti e ben curati, occhi di un azzurro color del ghiaccio. Con un sorriso sprezzante, osservò i volti angosciati dei condannati, le espressioni sgomente, gli sguardi terrorizzati. Si accese un sigaro e aspirò una boccata di fumo, quindi fece un cenno con la testa.
Fedor teneva il capo chino; indifferente ai preparativi dei soldati, aveva calcolato di avere ancora un minuto da vivere, ed era impegnato a suddividere quel minuto in venti immagini. Tre secondi per immagine, questo aveva stabilito. Un minuto poteva essere un’eternità: spesso, in un’esistenza normale, non ci si rende conto del reale valore del tempo; di quante cose si possono fare in sessanta secondi.
Riservò il primo pensiero all’infanzia, sensazioni più che ricordi, l’odore del latte materno, la forma dei seni di sua madre, un volo di piccioni nel cielo azzurro percorso dai raggi del sole. Poi, la prima volta che era andato a letto con una donna, lo stupore di un ragazzo davanti a quello splendido corpo, il profumo di lei, i baci appassionati, l’esplorazioni di luoghi fino a quel giorno sconosciuti e bellissimi. Una bevuta fra amici, risate, canzoni cantate alla luna, pacche sulle spalle e strette di mano, la complicità maschile.
Presto, il tempo stringe!, pensò Fedor. E, allora, ecco: il suo unico, grande amore, lunghi capelli biondi, sereni occhi celesti, lineamenti fini e delicati, un corpo sottile da accudire e proteggere. Forse, aveva sbagliato i calcoli; soltanto quattro ricordi, e il minuto era già trascorso. I soldati puntarono i fucili, in attesa del comando di sparare. Fedor distolse lo sguardo, fissandolo sull’immensa distesa di neve che si prolungava fino all’orizzonte. Più che paura, provava un forte senso di amarezza, dovuto al fatto che era innocente: abbracciare con il pensiero le giuste idee progressiste non significava avere ucciso. Egli non si era mai macchiato del sangue di alcuno.
A un tratto, udì un suono assurdo, un rumore che in quel frangente era assolutamente privo di significato: la risata di un uomo. Si guardò attorno. Un suo compagno era improvvisamente incanutito, un altro aveva il volto stravolto dalla pazzia, un terzo era scivolato per terra, simile a un fantoccio vuoto. Piantato a gambe larghe davanti a loro, l’ufficiale rideva. “Per ordine dello zar”, annunciò soddisfatto, “da ieri le condanne a morte sono state abolite!” Si voltò, raddrizzando le spalle in modo arrogante, e si allontanò dallo spiazzo. Fedor lo guardò andar via. Non è questo che ha insegnato Gesù!, fu il suo pensiero.
Le guardie intonarono un coro, forse per vincere il freddo. Poi i prigionieri furono riportati alle baracche.

Questo episodio è realmente accaduto. A Fedor Michajlovic Dostoevskij.

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I LOVE JANINE 18

Elke “Vedi”, continuò Marcus, “tutte le persone che acquistarono Sgt. Pepper ricordano perfettamente ancora oggi l’esatto momento in cui lo ascoltarono per la prima volta, e questo è un fatto veramente senza precedenti: non era mai accaduto prima e non è più successo dopo. Il disco, poi, è invecchiato male, tanto che adesso si tende a considerare Revolver il loro miglior album; ciò, tuttavia, non sminuisce quella magia che si impossessò di milioni di ragazzi sparsi in tutto il mondo. Questo perché le sonorità, gli arrangiamenti, le innovazioni presenti in quel disco erano incredibilmente nuovi, al punto da far apparire obsoleti tutti i lavori prodotti in precedenza.”
Janine lo fissava annoiata, chiedendosi dove intendesse andare a parare. Non vedeva alcun nesso fra lei, Sarah, Marcus e quella specie di reperto archeologico. Distolse lo sguardo per osservare una coppia che sedeva accanto a loro. Un modo, forse poco elegante, per fargli capire che non era minimamente interessata ai Beatles. Poi guardò ostentatamente l’orologio.
Marcus le lanciò un’occhiata velenosa. Quando Sarah l’avrebbe frustata, avrebbe perso quell’aria di superiorità. Si immaginò la scena, che non si discostava molto dall’idea iniziale: Janine avrebbe urlato, contorcendosi sul letto, avrebbe dimenato le lunghe gambe, invano avrebbe pianto e supplicato. Era il castigo che meritava, e forse era addirittura più eccitante dell’incontro sessuale a tre, anche perché Marcus si rendeva conto di aver ecceduto in ottimismo: non sarebbe stato facile persuadere le due donne a fare l’amore davanti ai suoi occhi, e successivamente con lui.
Però, sarebbe stato facilissimo costringere Sarah Taverner a far soffrire Janine Leblanc.
“Veniamo al dunque.”, disse, cercando di riconquistare l’attenzione della donna. “Sebbene i generi musicali siano assai differenti, analogamente a Sgt. Pepper, I love Janine presenta straordinarie innovazioni: apre nuove porte sul modo di concepire l’incontro fra il folk e il jazz, ma pochi lo hanno compreso. Io so come rilanciare quell’opera prodigiosa. E se Sarah mi darà ascolto, diventerà la numero uno e non soltanto dell’Inghilterra.”
Janine adesso era incuriosita. Marcus era un millantatore, pensò, però le sarebbe piaciuto sapere quali idee aveva escogitato, posto naturalmente che non si fosse inventato tutto per qualche oscuro motivo.
“Cosa hai in mente?”, gli chiese.
Marcus le rivolse un freddo sorriso. “Lo saprai se e quando convincerai Sarah a venire da me. Ovviamente in tua compagnia.”
Assunse un’espressione compiaciuta, da cui trapelavano arroganza e vanità.
“Riferiscile quanto ti ho detto.”, concluse. “Poi starà a lei decidere. In fondo, non le costerebbe nulla: solo un po’ di tempo perso, qualora io avessi torto; ma dato che invece ho ragione, grazie a me, raggiungerà vette talmente alte che nemmeno nei suoi sogni più sfrenati avrebbe osato immaginare.”
Si alzò per andare a pagare le consumazioni.
Janine lo scrutava perplessa.

Dieter non aveva riportato gravi danni.
La pugnalata non era stata inferta con particolare forza e il poliziotto era stato protetto anche dal pesante cappotto che indossava. Forse se lo avessero aggredito d’estate le cose sarebbero andate molto peggio.
Elke si prese cura di lui.
Era felice. Dieter aveva cambiato definitivamente la sua vita. Inoltre, ormai era sicura che lui la amasse.
Il particolare del preservativo, o meglio: del suo mancato uso, rappresentava già una prova estremamente significativa, ma non era l’unica. La maniera in cui la guardava, i sorrisi, benché rari, che le dedicava, le attenzioni che le riservava, il fatto che per lei avesse affrontato Dolf e soprattutto l’intuito femminile le davano tale certezza.
Quella notte non fecero l’amore. Rimasero abbracciati sul divano. Parlarono poco. Dieter per natura era un uomo piuttosto taciturno, Elke non voleva rompere quel silenzio condiviso che non scaturiva dalla difficoltà di rapportarsi: al contrario, era come se cementasse la loro unione. Elke riempiva quel silenzio. Sogni. Aspettative. Serenità. Forse era troppo audace, si disse: considerando il suo passato, difficilmente Dieter l’avrebbe sposata. Non perché gli mancasse la volontà per farlo, ma per via della sua posizione. Però, non era detto, e comunque a lei andava bene così. Si sentiva protetta, al riparo dalle brutture del mondo, brutture che conosceva fin troppo bene; al sicuro da uomini come Dolf.
Prima di scivolare nel sonno, un interrogativo si insinuò fra i suoi pensieri. Dieter pensava ancora a Sonngard? Era più che probabile. Ma il punto più importante era un altro: la rimpiangeva? Se un uomo viveva nel rimpianto, alla fine ne diventava schiavo, e questo non era in carattere con Dieter, pertanto lo escluse.
Si addormentò fra le sue braccia e, dopo molti anni, tornò a sognare suo padre.
Dieter rimase sveglio a lungo. Era sempre così dopo un’azione in cui aveva messo a repentaglio la propria vita: non per il timore, in lui pressoché inesistente, ma a causa dell’adrenalina.
Elke si era assopita con la luce accesa. Dieter la osservò. Aveva un’espressione serena; forse stava facendo un bel sogno. Il poliziotto si chiese cosa provava per lei. Dopo aver perso Sonngard aveva giurato a se stesso che non avrebbe più avuto un’altra donna, e infatti negli ultimi anni al massimo si era concesso qualche esperienza sessuale, senza alcun coinvolgimento emotivo.
Elke era una tossica e una prostituta.
Lo era stata, si corresse.
In ogni caso, avrebbe dovuto biasimarla e disprezzarla; invece, in un certo senso la ammirava: era forte e coraggiosa. Se aveva delle crisi di astinenza, e Dieter pensava di sì, non lo dava comunque a vedere. Rappresentava un caso più unico che raro: si sarebbe riabilitata. Anzi, era già su quella strada.
La amava?
Corrugò la fronte, mentre cercava di chiarire i suoi sentimenti. Provava una grande tenerezza per lei. Gli piaceva fisicamente. Le accarezzò piano i capelli; Elke si mosse nel sonno.
Sì. La amava.
Se l’avesse sposata, quasi sicuramente sarebbe stato costretto a dimettersi. Era una prospettiva inaccettabile. Però, avrebbe potuto continuare a frequentarla. E con il tempo, chissà, forse le cose sarebbero mutate. Un giorno il fascicolo che la riguardava magari sarebbe scomparso e allora…
Questo avrebbe significato infrangere la legge, ma al riguardo la posizione di Dieter era elastica: i suoi interrogatori non sempre si svolgevano in modo ortodosso, soprattutto se aveva a che fare con un assassino. D’altro canto, il suo dovere era quello di assicurare alla giustizia i delinquenti; alla fine, era l’unica cosa che contava. E i criminali non meritano pietà.
Chiuse gli occhi e aspettò che giungesse il sonno.
L’indomani Elke si svegliò sola. Dieter era andato al lavoro. Fece la doccia, consumò una colazione leggera e uscì per recarsi al negozio. Le piaceva molto quella nuova occupazione e si applicava con grande impegno. Era gentile con i clienti, abile nel consigliare gli indecisi, paziente con gli scorbutici, sempre pronta al sorriso. Non badava agli orari e, sebbene avesse appena cominciato, il proprietario sembrava soddisfatto di lei.
Quando entrò l’uomo, erano circa le undici e in quel momento il negozio era vuoto.
Nel vederlo, Elke impallidì.
Al pari di Dolf le ricordava il periodo più tenebroso della sua vita; ora se lo era lasciato alle spalle: tuttavia rabbrividiva ancora quando pensava che avrebbe potuto perdersi per sempre. Ne era già uscita una volta, ma in prigione Erna l’aveva costretta a ricominciare. Adesso, però, si sentiva molto più forte.
Ciononostante, la presenza di quell’uomo era sinistra, come il gelido sorriso che le rivolse.

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Moscow_StBasilCathedralQuando Nadiya le spezzò il dito, Monica urlò per il dolore e per la sorpresa.
Era stato un gesto totalmente inaspettato. Un istante prima, stavano pianificando la vita della russa in America. Nadiya poneva domande e Squire rispondeva. Entrambe erano rilassate e sorridenti. Nadiya aveva lavorato in Germania e in Austria. Non amava i tedeschi. Si dimostravano sprezzanti nei confronti dei popoli dell’est, malgrado avessero perso la guerra contro l’Unione Sovietica e il muro di Berlino fosse crollato da pochi mesi. “Da noi la gente è più aperta e cordiale.”, l’aveva rassicurata Monica. “E il cibo è migliore. Abbiamo le più grandi bistecche del mondo!” Le aveva accarezzato una mano.
Poi era squillato il telefono. Nadiya aveva ascoltato in silenzio, con aria cupa, quindi aveva riagganciato.
Si era girata verso Monica. “Grida!”
“Perché?”, chiese stupita l’americana.
“Non c’è tempo per le spiegazioni. Grida!”
Monica tervigersò un momento di troppo. Nadiya, spazientita, le afferrò un braccio, lo immobilizzò e le ruppe il dito.
Monica finalmente gridò.
La russa la sospinse verso la porta. Spalancò l’uscio e si rivolse all’uomo di guardia. “La prigioniera mentiva. Mentiva spudoratamente. Continuava a mentire. Ho pensato che meritasse una lezione, ma forse ho esagerato. Avrei potuto prenderla a schiaffi o a pugni, e sarebbe stato meglio. Anche un ferro rovente sulla lingua andava bene, perché non lascia tracce. Invece ho sbagliato, le ho spezzato un dito e adesso temo che il compagno presidente non me la farà passare liscia. La porto subito in infermeria.”
L’agente del KGB annuì e Nadiya si trascinò dietro Monica.
Percorsero un lungo corridoio. Alla fine del corridoio c’era una scala. Salirono due rampe. Monica gemeva. Era sconcertata e impaurita; non riusciva a comprendere il motivo di quel gesto violento. Che Nadiya avesse sempre finto? Si sentiva di escluderlo. Ma allora perché una simile violenza? Camminava piano e Nadiya la spinse rudemente. Monica avrebbe voluto reagire, scagliarsi addosso alla russa, ma sapeva che ne sarebbe uscita distrutta. Non era più la Monica Squire di un tempo – l’addestramento cui l’aveva sottoposta Susan Cooper ne era una chiara dimostrazione – e anche se lo fosse stata, non aveva alcuna chance con quella donna forte e atletica. Attraversarono un nuovo corridoio. Squire distinse la parola “infermeria” su una porta, ma Nadiya non si fermò. La condusse giù per un’altra scala. Aveva un’espressione fredda e impenetrabile, molto diversa dal solito. Squire continuava a non capire. Si lasciò cadere a terra, ansante. “Sto male!”, esclamò.
Nadiya le rivolse uno sguardo duro. “Stringi i denti. Più tardi, ti medicherò. Mi dispiace, però non mi hai dato alternative.”
“In che senso?”
“Il maggiore Pomarev del Gruppo Alpha è qui. Ed è qui per sequestrarti e ucciderti!”
In seguito, Monica Squire si sarebbe domandata se Nadiya non fosse di origini tartare. Non aveva i lineamenti classici di una russa. Le piaceva infliggere sofferenza e adorava subirla. Era stato proprio necessario spaccarle un dito, quando sarebbe stata sufficiente una breve spiegazione? I tartari erano noti per essere crudeli, però questa poteva essere una leggenda. D’altro canto, la crudeltà di Nadiya forse le avrebbe salvato la vita. Secondo Squire, era un’ipotesi alquanto remota. Se ciò, comunque, si fosse verificato, l’avrebbe ospitata per almeno sei mesi nella sua casa, vicino a Langley; non era affatto un’eventualità sgradevole, anzi: i mesi sarebbero potuti diventare otto.

Miloslav Pomarev squadrò con disgusto l’agente di guardia. “Un trucco! Un volgare trucco!”
L’altro scosse il capo. “No, compagno maggiore. L’americana era sconvolta. Piangeva. Conosco bene il carattere del tenente Nadiya Nicolajevna Drosdova. L’ha strapazzata a dovere.”
“Idiota.”, mormorò Pomarev.
Alla Lubjanka, non aveva la facoltà di impartire ordini, altrimenti avrebbe fatto bloccare tutte le uscite. Sebbene fosse certo che era inutile, mandò uno dei suoi uomini in infermeria; all’altro disse di scendere all’ingresso principale.
Con calma si recò a sua volta nel corridoio dell’infermeria, lanciò uno sguardo al sottoposto, alzò le spalle e gli fece cenno di seguirlo. Prese le stesse scale che avevano visto i passi delle due donne. In fondo, si trovò davanti a una porta, presidiata da quattro agenti della seconda direzione centrale. “Sono il maggiore Pomarev.”, dichiarò. Poi li interrogò con arroganza. Sì, Drosdova era appena uscita con una prigioniera inglese – o forse era americana, oppure francese; in effetti, l’aspetto ricordava una francese – dietro autorizzazione del compagno presidente Kryuchkov.
“Vi ha mostrato un documento scritto, debitamente firmato?”
“No, compagno maggiore.”
“Bravi.” Il sarcasmo era sottinteso. Pomarev uscì all’aperto e si guardò attorno.
Seguì l’istinto.
A circa due chilometri dal palazzo della Lubjanka c’è una chiesa ortodossa, la cattedrale di San Basilio.
Fu Vladimir I di Kiev a scegliere per la Russia il credo ortodosso, dopo aver scartato la religione musulmana in quanto proibiva l’assunzione di alcolici e di carne di maiale, quella ebraica poiché gli ebrei erano stati abbandonati da Dio e la confessione cristiana a causa delle cupe chiese tedesche che infondevano un senso di tristezza e di disagio. Al contrario, Costantinopoli era un sogno. E’ probabile che più realisticamente Vladimir intendesse rafforzare i suoi rapporti con l’impero bizantino. Ciò che conta è che, nonostante il comunismo, il popolo russo è profondamente religioso. E se Nadiya credeva in Dio avrebbe pensato di ripararsi in una chiesa.
Pomarev era convinto che fosse un rifugio ideale. Benché fosse ateo e avesse fede soltanto in se stesso e nell’Unione Sovietica, era il posto che anche lui avrebbe scelto, qualora fosse stato un fuggiasco e non un uomo potente. Lasciò l’auto e si avviò a piedi in quella direzione.
Non era necessario mettersi a correre. I casi erano due: o aveva torto o aveva ragione; comunque fosse, in entrambe le circostanze, la fretta era inutile.
Vista dall’esterno, la cattedrale, che fu fatta erigere da Ivan il Terribile dopo la conquista di Kazan, ha un aspetto sensazionale con le sue alte cupole dai colori sgargianti. Il maggiore del Gruppo Alpha si rifiutò di pagare l’ingresso ed entrò nel luogo di culto. Avrebbe potuto interrogare il monaco che riscuoteva gli oboli, però non si fidava di lui: avrebbe protetto le donne. I preti parteggiavano sempre per i più deboli.
Pomarev ignorò i disegni floreali seicenteschi che ricoprono le pareti e le volte e scrutò con attenzione ogni angolo, ma senza vedere anima viva. Perlustrò le otto cappelle – otto come gli attacchi alla fortezza di Kazan, ricordava. Le quattro più grandi sono di forma ottagonale, le altre quattro sono quadrate. Apparentemente priva di simmetria, in realtà la disposizione di tali cappelle risponde a una logica precisa.
Il maggiore continuò a ispezionare con cura quel vasto ambiente.
La chiesa sembrava deserta. Pomarev era sul punto di andarsene, quando udì un gemito. Il gemito di un credente che confessa i propri peccati? Un gemito di paura? Un gemito di dolore? Il ricordo di una persona amata? Oppure l’angoscia di una cekista?
Avanzò di qualche passo e scorse due figure femminili. Erano nascoste in una nona cappella, di cui non era a conoscenza; era stata aggiunta in epoca successiva alla costruzione dell’edificio per raccogliere le spoglie del santo.

Fu Nadiya ad accorgersi per prima della presenza di Pomarev.
Erano avvolte nella semioscurità e forse potevano contare sulla sacralità della cattedrale. Su questo, tuttavia, era scettica. In ogni caso, sperava che lui non le notasse. Lo guardò camminare, esplorare; poi le sembrò che stesse per uscire.
Sospirò di sollievo.
Monica si lasciò sfuggire un gemito.
Nadiya trattenne il respiro.
Pomarev tornò sui suoi passi… e le vide.
Assunse un’aria trionfante.
La russa lanciò uno sguardo di fuoco a Squire. Alla faccia del mito che circondava gli agenti della CIA!
Monica scosse il capo desolata. Era umiliata per la propria inettitudine. Alle loro spalle non avevano vie di fuga, constatò Nadiya; ed erano due donne, una delle quali menomata, contro due uomini. Lei era disarmata, in parte perché con Squire non servivano armi, in parte perché – a voler pensar male – nei momenti in cui l’americana la dominava sessualmente avrebbe potuto farsi venire in mente strane idee. Meglio evitare inutili tentazioni.
Se i due non fossero stati del Gruppo Alpha, si sarebbe battuta a mani nude, li avrebbe affrontati da sola; in palestra, aveva steso più di un maschio. Ma il livello di efficienza che da sempre contraddistingue chi appartiene a quel formidabile reparto speciale è semplicemente leggendario.
Si alzò. “D’accordo.”, disse. “Ci arrendiamo.”
Miloslav Pomarev la osservò, soddisfatto; quindi, spostò i freddi occhi chiari su Squire. “La cekista verrà con me. Tenente Drosdova, lei è in arresto per alto tradimento.” Si rivolse al suo aiutante che aveva estratto una pistola. “Non occorre. Deponi quell’arma.” Sorrise ironicamente. “In fondo, ci troviamo in una chiesa.”
Si diressero verso l’uscita.
Nessuno dei quattro si aspettava quello che sarebbe accaduto un minuto più tardi.

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I LOVE JANINE 17

Dieter Haller“Bene.”, disse Marcus. “Come vedi, tutto si è risolto per il meglio: il mio piano ha funzionato alla perfezione.”
In realtà, non era vero. Lo scopo di Marcus non era stato certo quello di far tornare assieme le due donne. Tuttavia, per il momento aveva fallito. Probabilmente la strategia che aveva messo in atto si era dimostrata eccessivamente complessa, e lui non aveva tenuto conto di alcuni fattori, non ultimo che le donne, anche se lesbiche, erano diverse dagli uomini. Proprio il giorno prima aveva letto su una rivista la ricostruzione della battaglia di Midway. Malgrado avessero un numero maggiore di navi, i giapponesi erano stati sconfitti perché avevano ideato un piano complicatissimo. La fortuna poi non li aveva aiutati, ma Marcus non credeva molto al concetto di fortuna: è l’uomo che diventa artefice dei suoi successi. Comunque fosse, non aveva alcuna intenzione di demordere.
Janine lo osservò, dubbiosa. In effetti era tornata con Sarah, però non credeva che il merito fosse di Marcus. Era ancora attratta da lui, sebbene quegli occhi gialli e freddi la inquietassero. in ogni caso, aveva deciso e la sua scelta era ricaduta su Sarah. Era stata una scelta ponderata, più razionale che emotiva. Marcus era pur sempre uno spacciatore; era difficile immaginare un futuro con lui. Sarah rappresentava la sicurezza. La cantante aveva ragione. Avevano sbagliato entrambe. Janine si era comportata in modo troppo impulsivo; Sarah aveva ecceduto in intransigenza. Però era giusto perdonarsi a vicenda.
Avrebbe preferito non incontrare Marcus, ma lui si era appostato sotto casa e l’aveva fermata quando lei era uscita.
Per il momento Sarah e Janine non erano tornate ad abitare assieme.
Pioveva. Il cielo era grigio e cupo, ma non faceva freddo. Marcus la invitò a bere una cioccolata.
“Mi devi un favore.”, disse quando si furono seduti.
“Perché?”, gli domandò lei, benché sapesse esattamente ciò che lui intendeva.
“Grazie a me, hai riconquistato Sarah Taverner.”
Janine gli rivolse uno sguardo ironico. “Vorresti farmi credere che sei venuto a letto con me solo perché questo accadesse? Ti sei sacrificato? Non è molto lusinghiero.” Non sapeva se essere indignata o divertita; alla fine, Sarah l’aveva convinta che si era trattata di una messinscena preparata da Marcus.
“No!”, ribatté lui. “Io ti desidero, però desidero anche la tua felicità e ho capito che soltanto Sarah può dartela. Per quello mi devi un favore.”
Janine lo scrutò, scettica. “Che genere di favore?”
“Ho bisogno di parlare con Sarah Taverner, in tua presenza. Le ho telefonato, ma lei si rifiuta di vedermi.”
“Vuoi venderle altra droga? Sarah ha smesso.”
Marcus scosse il capo. “Ti sbagli.”, affermò. “Io desidero parlare del disco… I love Janine.”
“Avresti potuto averlo già fatto.”
“Forse. Non ho saputo cogliere l’occasione. Vedi”, si protese verso di lei, “quando uscì Sgt. Pepper dei Beatles successe un fatto senza precedenti nella storia della musica.”
Janine lo fissò incuriosita. Cosa c’entravano i Beatles? Per quanto ne sapeva, erano un gruppo degli anni sessanta, che aveva goduto di vasta fama, ma che successivamente era stato superato da complessi più energici ed attuali. I Metallica, ad esempio, almeno fino al black album.
Janine era alquanto critica nei confronti della musica del passato; lo stesso discorso si applicava ai vecchi film e alle serie tv che venivano riproposte di continuo. Lei amava le novità. E a ben vedere anche i Metallica ormai erano sorpassati.
Marcus le sfiorò una mano.
“Stammi a sentire.”, disse.

Dieter consumò un’abbondante colazione, a base di salsicce, uova strapazzate, patatine e pomodori fritti. Bevve due tazze di caffè e un bicchiere di latte, quindi uscì dall’albergo.
Mentre camminava, diretto a Trafalgar Square, ripensò a Elke.
Si era stabilita nella casa nuova e aveva cominciato a lavorare come commessa.
Dolf l’aveva cercata, minacciandola. Esigeva che riprendesse immediatamente a battere. In caso contrario, avrebbe passato dei brutti guai. Benché fosse spaventata Elke aveva reagito con prontezza di spirito, fingendo di obbedirgli e promettendogli che quella sera avrebbe ricominciato.
Verso mezzanotte, Dolf era venuto a controllare che lei fosse lì.
Dieter lo stava aspettando.
In linea di principio, non avrebbe dovuto occuparsi di Dolf: esulava dai suoi compiti. Dieter era nella polizia criminale, perciò avrebbe dovuto mandare un collega della Sittenpolizei. Ma, quando era il caso, Dieter ignorava le regole.
“Cercavi Elke?”, chiese, sbucando dall’ombra.
“E tu chi saresti?”, lo apostrofò sgarbatamente Dolf. Era un uomo di media statura, con il torace carenato e spalle possenti. Corrispondeva perfettamente alla descrizione che gli aveva fatto Elke.
“Un suo amico.”, Dieter preferiva evitare di ricorrere al suo grado: quella era una questione personale.
“Perché non è venuta a lavorare?”, gli domandò Dolf.
“Perché ha smesso.”, rispose Dieter con calma.
“Oh, ma non può smettere!”
“Certo che può.”
Dolf scrutò Dieter, ma non c’era luce a sufficienza per vederlo bene in faccia; notò che era alto e che aveva un aspetto atletico: probabilmente era forte. Però Dolf aveva con sé la frusta e la sapeva usare con grande abilità.
“Farò conto di non aver sentito.”, disse. “Ma domani sera Elke dovrà essere qui, e così le sere successive.”
“Altrimenti?”, gli chiese in tono freddo Dieter.
Dolf fletté lo scudiscio. “Altrimenti la farò strillare. E’ già successo una volta, e devo dire che la ragazza ha una soglia del dolore piuttosto bassa. Ho mandato in ospedale Ingrid, ma con Elke non sarà necessario: basteranno quattro frustate per rimetterla in riga.”
“Davvero?” Dieter abbozzò un sorriso, che tuttavia non si estese agli occhi. “Ascoltami attentamente.”, disse. “Non sono un uomo molto paziente, perciò non mi ripeterò. Elke non tornerà mai più. Mai più, capisci? D’ora in avanti la lascerai in pace.”
“E chi sei tu per dirmi quello che devo fare?”
“Mi chiamo Dieter.”
“Bene, Dieter: adesso fila! Anch’io non sono un tipo paziente.”
Dieter mosse un passo avanti.
Dolf fece schioccare la frusta, quindi mirò al viso del poliziotto.
Dieter avrebbe potuto sparargli, ma questo avrebbe causato una quantità di problemi. Si spostò agilmente di lato ed evitò la scudisciata, poi afferrò Dolf per il polso torcendolo con violenza. L’uomo urlò e lasciò cadere a terra la frusta. Dieter lo colpì allo stomaco con un pugno, e quando lui si chinò lo colse alla mascella. Dolf finì a gambe levate.
“Se oserai torcere anche un solo capello alla mia amica, io verrò a cercarti e ti stanerò, ovunque tu ti nasconda. Sappi, però, che non mi limiterò a darti due pugni. Così scopriremo quanto è alta la tua soglia del dolore.”
Dolf cercò di rialzarsi, ma Dieter gli sferrò un calcio nei testicoli. “Penso di essere stato chiaro.” disse, e si voltò per andarsene.
Si trovò davanti a tre uomini.
Uno cingeva un coltello fra le mani, gli altri due erano muniti di spranghe di ferro.
Lo circondarono.
“Fate fuori quella carogna!”, biascicò Dolf da terra. Aveva la voce impastata, come quella di un ubriaco.
L’uomo armato di coltello si scagliò su Dieter. Il più grosso degli altri due gli piombò alle spalle calando con forza la spranga sulla schiena. Il terzo, per il momento, si limitava ad assistere.
Dieter agì senza riflettere, come una macchina: si chinò e centrò con una testata Coltello, quindi si girò di scatto e colpì di taglio Spranga. Gli prese il braccio e lo piegò fino a spezzarlo. Spiccò un balzo, raggiunse il terzo e con una presa di judo lo fece volare in aria. Quello atterrò pesantemente. Dieter gli affibbiò un calcio alla testa. Tutto si era svolto in meno di un minuto.
Il poliziotto lanciò un’occhiata a Spranga: rantolava, gemendo.
Dolf era ancora fuori combattimento.
Dieter si rilassò e si allontanò.
Fu un errore.
Coltello gli arrivò alle spalle e vibrò una pugnalata. Lo prese alla schiena.
Dieter barcollò.
Con un ghigno soddisfatto, Coltello si apprestò a finirlo; ma le poderose fasce muscolari di cui il poliziotto era provvisto avevano attutito l’entità del colpo, impedendo alla lama di penetrare a fondo. Dieter reagì con prontezza, sottraendosi a un nuovo assalto e subito dopo sferrando un micidiale diretto destro, che immediatamente doppiò con un sinistro.
Contemplò freddamente i quattro delinquenti, poi tornò alla Bmw.
Con un sorriso pensò che Elke avrebbe dovuto medicarlo per la seconda volta e che la prospettiva non gli dispiaceva affatto.
Risalì in macchina e partì.
Elke adesso poteva stare tranquilla. Dolf non l’avrebbe più molestata.
Dieter ignorava che il pericolo maggiore sarebbe giunto da un’altra direzione.

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Il ragazzo che amava ValentinaI racconti non si sa come nascono. Non vanno mai spiegati. Talvolta sono solo sogni destinati a perdersi nelle onde del mare. Capita che parlino di angeli. O di demoni. Oppure di un ragazzo che amava Valentina.
La sera prima era uscito dalla caserma per fare l’amore con lei. Sebbene i loro incontri sessuali fossero sempre stati passionali e ricchi di un’emotività del tutto speciale, quella volta raggiunsero il culmine, superando definitivamente i vincoli carnali per approdare nella terra dei sogni, oltre le nubi del cielo, dove il desiderio si sublima trasformandosi in poesia e le pulsioni della carne entrano nel cuore, nel sangue, nell’anima, per diventare amore assoluto.
Quando raggiunsero l’orgasmo rimasero a lungo abbracciati, mentre la notte passava leggera, un buio illuminato dalle stelle più vivide quasi la natura volesse celebrare la loro unione che, entrambi sapevano, li avrebbe accompagnati per tutta la vita. I “ti amo” furono detti e ripetuti, ma ogni volta, ogni singola volta, esprimevano un significato più profondo della precedente, simile a una sinfonia che si rafforza in un crescendo celestiale, a un quadro che acquista colori nuovi e sorprendenti a ogni visione, a un libro che scava nelle profondità assolute dell’anima.
Salvo tornò in caserma felice. Pensava al futuro matrimonio, a un’esistenza che Valentina avrebbe colmato di gioia, giorno dopo giorno, sino alla fine.
Trovò i tedeschi che lo attendevano. Inizialmente, richiesero la sua collaborazione in qualità di rappresentante della legge italiana: il maresciallo era assente e lui, come vice brigadiere, aveva il grado più elevato.
Poi, però, le cose mutarono e, assieme ad altri, fu condotto in uno spiazzo, dove vennero muniti di vanghe. Dovevano scavare una grande fossa, sufficientemente profonda per accogliere ventidue persone. Gli ordini del maresciallo Kesselring erano chiari e, in mancanza di un colpevole, sarebbero stati fucilati tutti. Inutilmente Salvo spiegò che non si era trattato di un attentato, perché l’esplosione era stata incidentale. Con i tedeschi non si poteva parlare. Salvo leggeva il terrore negli occhi dei condannati; vide i pantaloni di un giovane macchiarsi di urina, percepì il lezzo degli escrementi, del sudore che nasce dalla paura e dallo sgomento, udì il suono del pianto e della disperazione.
Si estraniò da quel luogo di angoscia per trasferire il suo pensiero altrove, ignorando i vincoli del tempo e dello spazio. Una spiaggia bianca lambita dall’acqua del mare, un cielo di un azzurro commovente. Valentina scalza camminava sulla battigia. Gli si fece incontro, abbracciandolo. Lo strinse forte, confermandogli il suo amore eterno. Avrebbero trascorso insieme la vita, nessun vento del destino sarebbe mai stato in grado di separarli. Salvo le sorrise. Non aveva paura, ma solo l’amaro rimpianto della rinuncia. Provava una smisurata compassione per lei, avrebbe voluto asciugare tutte le sue lacrime, penetrare nel suo cuore per scaldarlo. “Non devi avere freddo, mio grande amore!”, pensò.
Poi parlò. “Sono stato io.”, disse.
L’ufficiale tedesco lo guardò, sorpreso. “Tu? Un carabiniere! Non ti credo.”
“Sono stato io.”, ripeté con calma.
Non aveva paura mentre i prigionieri venivano liberati, mentre il plotone di esecuzione si preparava. Non aveva paura quando sentì dare l’ordine. E non provò nemmeno molto dolore quando le pallottole lo raggiunsero. “Non devi avere freddo, mio grande amore!”
I racconti non si sa come nascono. Non vanno mai spiegati. Talvolta sono solo sogni destinati a perdersi nelle onde del mare. Ma capita che il mare li consegni alla spiaggia perché ci sia una memoria.

Salvo D’Acquisto fu fucilato il 23 settembre del 1943. Per salvare ventidue persone si dichiarò colpevole di un attentato che non aveva commesso. Aveva ventitré anni.

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PomarevDopo la fine della seconda guerra mondiale, il problema maggiore per gli Stati Uniti fu rappresentato dall’atteggiamento aggressivo dell’Unione Sovietica. Stalin aveva messo le mani su tutta l’Europa orientale e, a detta degli strateghi del Pentagono, prima o poi l’Armata Rossa si sarebbe riversata in Germania, e, qualora Tito lo avesse permesso, avrebbe attraversato la Iugoslavia per impadronirsi dell’Italia.
Le truppe della Nato erano forti e ben organizzate, tuttavia almeno inizialmente non sarebbero riuscite a fermare l’esercito russo. Se Bonn o addirittura Parigi fossero cadute, gli USA avrebbero dovuto impiegare tutte le loro risorse; ne sarebbe conseguito un terribile conflitto, più aspro e sanguinoso di quello che aveva visto la caduta di Hitler. Con il tempo, gli americani avrebbero prevalso, inviando divisioni su divisioni, aerei provvisti di missili dotati di intelligenza propria, nuovi ordigni micidiali, carri armati invulnerabili, tutto quello che la loro potente industria era in grado di produrre. Ma soltanto un pazzo avrebbe scelto una strada simile. E, benché a Washington non lo sapessero, ciò valeva anche per Josif Stalin e per chi lo aveva seguito alla guida dell’impero sovietico.
Senza contare lo spettro della bomba atomica, che probabilmente aveva rappresentato il deterrente più efficace.
La conseguenza diretta di quell’intreccio fra ostilità e prudenza era stata la guerra fredda, basata sullo spionaggio, su azioni militari segrete che si svolgevano nel resto del mondo, su sottili giochi diplomatici volti ad assicurarsi alleanze e a incrinare il fronte nemico.
Poi era arrivato Gorbaciov.
A differenza dei suoi predecessori, era un uomo giovane, mentalmente aperto e convinto che l’Urss dovesse mutare registro. La guerra fredda era persa, il popolo viveva in condizioni disagiate, l’economia languiva: non aveva senso continuare la lotta contro i Paesi capitalisti. Era necessario, invece, imboccare una via diversa e concentrare gli sforzi sulla necessità di elevare il tenore di vita e il morale dei cittadini russi. Per conseguire questo obiettivo, bisognava eliminare corruzione e nepotismo, garantire libertà di parola e di pensiero, migliorare l’efficienza delle fabbriche, rilanciare la produzione e ridurre le spese militari.
Questo aveva portato alla glanost e alla perestroika. Trasparenza e ricostruzione. Nel vasto quadro dei suoi progetti, non rientrava – se non marginalmente – l’antagonismo con gli Stati Uniti.
In America, Gorbaciov era molto popolare.
Se fosse caduto, tutto sarebbe tornato come prima.
Bush era preoccupato.
Dato che per ovvi motivi non poteva intervenire in modo diretto, si era affidato alla CIA. Purtroppo le notizie non erano buone. Sembrava che fosse impossibile avvertire il segretario generale.
Eppure gli avevano garantito che Martin Yarbes era un fuoriclasse, il migliore.
Con un sospiro, il presidente uscì dallo Studio Ovale per andare a cena.

Lisa non correva rischi, poiché era cugina di primo grado di Kryuchkov. Per quello, oltre che per il suo alto grado, Lebedev era stato “convocato” e non arrestato immediatamente. Ma se ci fossero stati dei morti le cose potevano cambiare. Pertanto il piano di Yarbes escludeva una rapida azione violenta e si basava, invece, sul modesto salario che percepivano gli agenti della seconda direzione centrale del KGB. I colleghi della prima direzione guadagnavano molto di più anche per il fatto che era difficile controllare quanto realmente spendevano all’estero e quanto finiva nelle loro tasche. Molti, comunque, preferivano lavorare in patria, dove non esistevano pericoli. Inoltre, erano liberi di spadroneggiare, mentre gli agenti che operavano fuori dai confini dovevano guardarsi costantemente alle spalle; se poi non avevano una copertura diplomatica potevano finire in carcere oppure essere uccisi, a seconda dello Stato in cui si trovavano. L’ipotesi peggiore era la tortura. In ogni caso, non stava a loro decidere.
Martin raggiunse la Chaika. Tre dei suoi occupanti dormicchiavano. L’uomo al volante era sveglio e aveva notato lo strano individuo vestito in maniera dimessa che era entrato nell’edificio. Si era ripromesso di fermarlo, e di interrogarlo, quando ne fosse uscito. La presenza di un operaio non aveva senso in quel quartiere di lusso.
Scese dalla macchina ed estrasse una pistola.
Yarbes gli sorrise.
Alzò le mani. “Nella tasca sinistra del mio giubbotto.”, disse in tono cordiale.
L’uomo lo scrutò, perplesso. Evidentemente non si trovava davanti a un operaio: sebbene parlasse un buon russo, lo sconosciuto si esprimeva con un forte accento straniero.
Perquisì la tasca e tirò fuori una grossa busta. All’interno c’era l’equivalente di due anni di stipendio. Mentre fissava avidamente quella somma enorme di denaro, Yarbes gli strappò la pistola dalla mano. “Puoi scegliere.”, disse con calma. “Ti tieni i soldi e torni in macchina oppure ti sparo. Nel caso non volessi gettare al vento una fortuna, poi mi basterà che tu finga di non vedere.”
Se il russo avesse tergiversato o cercato di aggredirlo, Yarbes non avrebbe esitato a far fuoco. Dopodiché avrebbe eliminato gli altri tre. Fu raggiunto da uno strano pensiero: come si sarebbe comportato Aleksandr Sergeivic Stavrogin in una simile circostanza? Prima avrebbe sparato, poi avrebbe studiato nuove alternative. Scacciò l’immagine di Matrioska e cercò di decifrare l’espressione del russo. Non era semplice al buio. Sebbene fosse una notte serena rischiarata dalle stelle, il viso dell’uomo rimaneva in ombra. Sperava di averlo convinto, ma se così non fosse stato, ne avrebbe preso atto, agendo di conseguenza.
Come in tutti i piani provvisti di buon senso, anche nel suo esisteva un’alternativa: svegliare Lisa e portarla con loro.
L’agente del KGB lo guardò. La scelta sembrava molto facile, ma c’era un problema: cos’avrebbe raccontato ai suoi superiori?
Yarbes parve leggergli nel pensiero. “Puoi sempre inventarti qualcosa. Hai almeno cinque ore a disposizione per pensare. Magari potresti dividere il denaro con il tuo capo…”
Dopo un attimo di esitazione, l’altro annuì e risalì sulla Chaika. I suoi compagni non si erano accorti di nulla. Yarbes fece un cenno a Lebedev che lo aspettava fuori dal portone e i due si allontanarono a piedi. L’agente del KGB distinse chiaramente la massiccia figura del colonnello e sospirò, chiedendosi se sarebbe riuscito a vivere abbastanza a lungo per godersi quei soldi. Decise di essere ottimista.
Il piano di Martin prevedeva un nuovo intervento di Putin.
Quaranta minuti più tardi, Yarbes e Lebedev raggiunsero l’abitazione di Sasha. Il giovane stava dormendo e li accolse con fastidio. “Cosa c’è ancora, Amerikanskiy?”, domandò senza nascondere l’irritazione.
“Io e il colonnello dobbiamo andare in Crimea. Puoi accompagnarci?”
Sasha alzò gli occhi al cielo. “Certo che no!”
Martin annuì. “D’accordo.”, replicò gentilmente. Indicò un divano. “Con il tuo permesso ci sistemeremo lì per il resto della notte. Tu torna pure a letto. Domattina chiamerai Putin. E’ probabile che lui ti chieda di aiutarci. In caso contrario, toglieremo il disturbo.”
Sasha bestemmiò e imprecò, ma non mosse obiezioni.
L’indomani, a un’ora decente per la Germania, telefonò a Putin.
Vladimir lo ascoltò in silenzio. Prima di rispondergli prese in considerazione due fattori. In vista dei suoi progetti futuri, era importante rendersi amico degli americani: per questo aveva aiutato Yarbes e per questo avrebbe ordinato a Sasha di condurli in Crimea. D’altro canto, preferiva che il segretario del PCUS non venisse informato. Gorbaciov era giovane e, se i congiurati avessero fallito, sarebbe rimasto al potere almeno per vent’anni. A tempo debito, sarebbe stato molto più semplice sbarazzarsi di Kryuchkov e degli altri. Esisteva un modo per ottenere entrambi i risultati, soddisfare la richiesta di Yarbes ma impedirgli di incontrare Gorbaciov?

Perfino Miloslav Pomarev si rendeva conto che non sarebbe stato saggio uccidere un giornalista inglese. Tuttavia era impensabile lasciarlo libero di tornare in Gran Bretagna. Wyman avrebbe scritto, scritto, scritto…
Sarebbe stato espulso solo dopo il colpo di Stato. Nel frattempo, lo aveva sistemato in una camera confortevole e si era assicurato che gli venissero serviti pasti sostanziosi e che fosse trattato con rispetto. Questo, forse, lo avrebbe ammorbidito. Per la stessa ragione, resistette alla tentazione di riferirgli quello che era accaduto a Susan Cooper. Gli inglesi erano strani, molto più degli americani: avevano una sensibilità particolare, amavano gli animali e seguivano regole e rituali obsoleti. Ma erano perfidi e astuti, quanto gli americani erano ingenui. Il loro servizio segreto era più efficiente della CIA proprio perché rappresentava un popolo imprevedibile. Wyman avrebbe potuto reagire indignandosi oppure fingere di non essere particolarmente colpito. Però, una volta in patria, probabilmente si sarebbe scatenato. Tenerlo all’oscuro della morte della donna gli avrebbe impedito di redigere articoli fondati unicamente su vaghe supposizioni.
Pomarev aveva molti motivi per ritenersi soddisfatto.
Ma il suo compito non era finito.
Mentre Putin riceveva la telefonata di Sasha, il maggiore del Gruppo Alpha uscì di casa e si recò nuovamente alla Lubjanka. Era accompagnato da due uomini. Il cielo azzurro non così frequente a Mosca rispecchiava lo stato d’animo di Pomarev.
Quel giorno non ci sarebbero stati problemi.
Se avessero contattato il presidente del KGB, questi, sia pur contrariato, avrebbe dato il suo avallo a ciò che il maggiore intendeva fare. Pomarev lo dava per scontato: la loro ultima conversazione era stata risolutiva.
Aspettò pazientemente che chiamassero Kryuchkov e, quando il funzionario di turno riagganciò la cornetta, apprese che, come aveva previsto, era autorizzato a prelevare la cekista americana Monica Squire allo scopo di interrogarla.
In realtà, l’avrebbe uccisa.

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E-MAIL

E-MAILQuando Filippo Giorgi tornò dal funerale, aveva il cuore a pezzi. Un genitore non ama il proprio figlio a seconda della sua intelligenza o del suo carattere: è un amore incondizionato. Mentre Laura si chiudeva in camera a piangere, Filippo rispettò il dolore della moglie ed entrò nella stanza di Ettore. Mille ricordi si affacciarono alla sua mente: un bambino che gli correva incontro per abbracciarlo, un bambino buono e dall’animo limpido. Crescendo, Ettore non gli aveva regalato molte soddisfazioni; ma Filippo aveva sperato che prima o poi la crisalide si trasformasse in farfalla. E in ogni caso, era “suo” figlio. Osservò lo scaffale dei libri, sorrise malinconicamente alla vista di un orsacchiotto che gli aveva donato quando aveva compiuto sei anni, e dal quale Ettore non si era mai separato.
Il pc acceso attirò la sua attenzione.
C’era un’e-mail che non era stata ancora spedita.
Sentendosi vagamente in colpa, la lesse.
 
Cara Michela, sto per morire. Ho un male incurabile. Io voglio dirti che ti amo. I tuoi occhi profondi, i capelli biondi, quelle tue grosse tette. Mi hai sempre fatto impazzire! E adesso se saprei dirti quello che…

Non aveva fatto in tempo a finirla.
Filippo la rilesse, mentre gli occhi gli si colmavano di lacrime. Andò alla finestra. Pioveva e il cielo era attraversato da grandi nuvole nere.
Quel giorno avrebbe dovuto scrivere un elzeviro per il quotidiano presso il quale lavorava. “The show must go on”, pensò mestamente. Uscì dalla camera, diretto al suo studio.
All’improvviso, si fermò.
Tornò sui suoi passi, rientrò nella cameretta di Ettore e guardò a lungo quella lettera d’addio per una ragazza che non era venuta neppure al funerale. La conosceva di vista, e non immaginava che suo figlio la amasse.
I tuoi occhi profondi, i capelli biondi, quelle tue grosse tette. Mi hai sempre fatto impazzire! E adesso se saprei dirti quello che…
Corrugò la fronte. Rimase fermo, immobile, a osservare lo schermo del pc. Poi si sedette. Esitò per un istante, quindi cancellò quelle parole.
Incominciò a scrivere, quasi senza rendersene conto.

Forse questa e-mail ti farà del male, più probabilmente la accoglierai con indifferenza. Quando la riceverai io sarò morto: lo avrai già appreso dal giornale e a scuola si sarà parlato di me. Mancavo da molto, e ora non tornerò mai più. Stai tranquilla, non sono un fantasma; molto più semplicemente ho incaricato un mio amico fidato di entrare in camera mia, di accendere il computer e di provvedere all’invio.
Vedi, Michela, sentivo la necessità di “parlarti” per l’ultima volta, che poi in fondo è anche la prima, dato che sono state rare le occasioni in cui ci siamo scambiati qualcosa in più dei soliti convenevoli. Inoltre, io ero lo “scemo” della classe, mentre tu ne eri la regina: sarebbe stato impossibile che le nostre strade potessero incontrarsi; ma non me ne dolgo più di tanto. Il destino ci vuole diversi, e la natura, questa enigmatica entità che potrebbe essere Dio, una sua emanazione, oppure un semplice meccanismo scaturito dal nulla, ha stabilito che tu fossi bella, intelligente, sensibile.
Di contro, si è dimenticata, forse volutamente, di forgiarmi con la dovuta cura. Come uno scultore distratto o un pittore indolente si è limitata a creare un ragazzo scarsamente dotato, che pur studiando con impegno faticava a raggiungere la sufficienza in tutte le materie, con l’eccezione dell’italiano dove ero abbonato al quattro fisso. Ero deriso dai compagni perché mi comportavo in maniera goffa e impacciata, le ragazze mi ignoravano a causa del mio aspetto fisico, così comune da apparire insipido. L’insegnante di lettere era fin troppo indulgente con me: aveva capito che, malgrado tutti i miei sforzi, non ero in grado di scrivere senza commettere una quantità di errori di grammatica e di sintassi. In più mi mancava la fantasia. Bontà sua, alla fine dell’anno trovava sempre un modo per aiutarmi, e immeritatamente mi promuoveva.
Ma non è di questo che voglio parlarti.
Desidero, invece, confidarti un sogno. Io ti ho sempre amata, fin dal primo giorno in cui ti vidi, e, sebbene sapessi di non avere alcuna speranza, ho coltivato il mio sentimento, simile a un bravo giardiniere che vede crescere con orgoglio i suoi fiori. Alla sera, quando mi coricavo, lasciavo la mente vagare, in attesa dell’oblio del sonno. Erano i minuti più felici della mia giornata, perché in quel sogno a occhi aperti, trovavo sempre il sentiero che mi avrebbe condotto a te.
Immaginavo un bosco ombroso, un limpido ruscello dalle acque gorgoglianti che scendeva dalla collina, uno spiazzo erboso, che sarebbe stato il nostro punto d’incontro. Ci saremmo seduti su quel soffice tappeto, tu avresti incrociato le gambe con la tua eleganza innata, e io ti avrei raccontato le fiabe che da sempre mi appartengono. Storie sicuramente ingenue, tuttavia colme dello stupore di un cuore che ha sempre cercato, senza trovarlo, un significato che desse un senso alla sua vita; e perciò quello stupore, nel buio della mia stanza, riusciva a trasformare le sbiadite ore che mi erano toccate in sorte per renderle luminose e ricche di eventi fantastici.
Sarei stato l’intrepido cavaliere che salvava la principessa dal drago, il poeta che riusciva a raggiungere l’animo dell’amata in virtù della sublime bellezza dei suoi versi. Mi sarei trasformato in uno scrittore, e il mio romanzo si sarebbe incentrato sulla tua figura, disegnandola a tutto tondo e conducendola per mano, pagina dopo pagina, verso il più dolce degli epiloghi. Esauriti i miei racconti, avrei ripreso fiato, mentre il vento di settembre sarebbe sceso complice a guardarci, suggerendomi di parlarti di Faramir e di Eowyn: e naturalmente io sarei stato l’uno, e tu l’altra, bionda fanciulla di Rohan, ansiosa di guerre e di battaglie, ma che in ultimo seppe donare il suo cuore al figlio di Gondor.
Non sarei stato io a baciarti per primo, troppo timido per farlo; ma, a un tratto, le tue labbra si sarebbero posate sulle mie. Il tuo abbraccio avrebbe svelato l’amore che anche tu nutrivi per me, non in virtù di un fascino e di un’intraprendenza di cui sono privo, ma perché avresti saputo leggere nella mia anima, cogliendone la purezza e la pacata forza che ti avrebbero protetta per sempre, in un tripudio di giorni illuminati dal sole, riflessi nel cielo di un blu intenso. All’ora del tramonto, saremmo stati ansiosi di donarci reciprocamente l’estasi dell’atto d’amore, quando esso è veramente tale, lontano da ogni inganno e privo di lascivia o di lussuria fine a stessa: ma celebrazione infinita di un’intimità complice, che solo chi ama veramente può provare, gioendone fino al culmine dell’emozione più intensa.
Ti avrei portata al mare e avrei raccolto conchiglie per farti ascoltare il canto delle sirene. Avremmo nuotato, e riso, e giocato. Sul far della sera avrei acceso un fuoco, i cui bagliori avrebbero messo in risalto l’avvenenza del tuo viso. Saremmo tornati sulla collina, e rientrando in casa tu mi avresti detto: “Ti amo!” E io sarei stato il più fortunato fra gli uomini.
Ti auguro una vita felice, mia amata, e ti chiedo solo un unico favore.
Non importa quando, se ora o fra dieci anni, se in un giorno di sole o in un pomeriggio di pioggia, se leggendo un libro o ascoltando il suono del vento notturno, ma per una volta, un’unica volta, pensami.
Tuo, Ettore.

L’indomani il cielo si era rasserenato. Dopo pranzo, Laura andò al cimitero per pregare e accudire i fiori. Filippo sedeva nel suo studio, con la mente vuota, incapace di concentrarsi sul lavoro. Suonarono alla porta. Per un momento pensò di non aprire; la lugubre successione di parenti e di amici che volevano rinnovargli le condoglianze gli era venuta a noia: benché sapesse che si trattava di un gesto sincero, il risultato era quello di acuire la sua angoscia. Suonarono di nuovo. A malincuore si alzò, attraversò il soggiorno e aprì la porta.
La riconobbe subito. Malgrado l’avesse vista soltanto in un paio di occasioni, non era il genere di ragazza che passava inosservata. Tuttavia, quel giorno era pallida, struccata, vestita con dei semplici jeans e una felpa sportiva. Gli occhi arrossati rivelavano che doveva aver pianto. Filippo la ricordava attraente, curata e sicura di sé. La giudicava la classica ragazza ricca e viziata. Michela gli tese la mano. Filippo restituì la stretta, notando un leggero tremore. La invitò ad accomodarsi, lei lo seguì in casa ma rimase in piedi. “Volevo scusarmi per non essere venuta al funerale.”, disse. “Ma è più forte di me: anche quando morì mio nonno mi rintanai nella mia camera. Preferivo restare sola, a pensare a lui. I funerali sono solo una grande occasione di ipocrisia; la gente parla dei propri affari, c’è perfino chi ride e scherza.” Alzò il mento, come in un atteggiamento di sfida.
Filippo annuì, facendo un gesto vago con la mano. “Capisco il tuo punto di vista. E devo dire che in gran parte lo condivido. Perché non ti siedi? Vuoi qualcosa da bere?”
“No, grazie. Adesso scappo. Sono venuta per farle le mie condoglianze e…” Era inquieta, e sembrava imbarazzata.
Ha ricevuto l’e-mail.
“E?”, la sollecitò in modo burbero. Gli riusciva difficile decifrare la personalità di quella ragazza: era bella e sexy, consapevole di avere il mondo ai suoi piedi. Sicuramente non aveva mai degnato di uno sguardo Ettore. Tuttavia ora appariva a disagio, e dava una sensazione diversa. Era come se stesse soffrendo anche lei. Forse l’aveva giudicata male. Spesso si guardano le persone soltanto in superficie: noncuranza e pigrizia impediscono di vedere “dentro”.
“E”, rispose lei, “volevo dirle che Ettore era un ragazzo eccezionale. Un po’ troppo chiuso, se ne stava sempre per i fatti suoi. Credo che fosse insicuro. Ma… io gli volevo bene.” Sorrise, e in quel sorriso c’era un senso di profonda tristezza.
E’ sincera.
Michela si avviò alla porta. “Domani andrò a trovarlo. Buona giornata, signor Giorgi.”
Filippo tornò in studio. Rifletté su quel breve incontro. Aveva fatto bene a mandare l’e-mail, perché quello che aveva scritto rivelava un lato di Ettore che era ancora nascosto. Gli era mancato il tempo, ma era convinto che suo figlio un giorno si sarebbe trasformato in farfalla e avrebbe trovato una ragazza capace di amarlo. Che fosse Michela o un’altra non contava.
Però, con quelle parole, era riuscito a mostrarle il “vero” Ettore.
Ciò che un giorno sarebbe diventato.
E questo era importante.
O, almeno, in quel momento così gli sembrò.

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