Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for gennaio 2012

MATRIOSKA 14

Se durante la notte Monica aveva patito il freddo, adesso sudava.
Il vento aveva sgombrato il cielo da ogni nube e il sole picchiava come un fabbro sull’incudine.
Inoltre, a causa dei suoi indumenti, Monica si sentiva a disagio. Non portava il reggiseno e attraverso il sottile tessuto della canotta si scorgevano i capezzoli. D’altro canto, l’uomo che l’aveva rapita non sembrava interessato a lei: continuava a guardare la valle sottostante. Monica pensò che, almeno per il momento, non l’avrebbe uccisa. Altrimenti non avrebbe avuto senso portarla fin lì. Assunse un tono di voce petulante, che non le apparteneva, nella speranza che in qualche maniera potesse esserle utile. “Mi fanno male i polsi! Se mi sleghi, ti giuro che non tenterò di scappare.”
Non ottenne risposta.
“Ho sete!”, annunciò. Non era nel suo carattere dimostrarsi lamentosa, ma voleva rompere il muro che li separava in modo da capire qualcosa di più sul suo conto. “Tu sei Matrioska, vero? Io mi chiamo Monica. Monica Squire.”
L’uomo si girò, sorpreso. Rimise il binocolo a tracolla, prese la borraccia e la fece bere. “Conosco il tuo compagno.”, affermò. “John Lodge. Ci siamo già incontrati, molti anni fa.” Si esprimeva in un buon inglese, però l’accento era inequivocabilmente russo. Gli occhi erano grigi, freddi, tuttavia era un bell’uomo, malgrado l’espressione dura.
“Ho i piedi gonfi.”, disse Monica. “Per favore, toglimi le scarpe.”
Aleksandr la fissò, poi sorrise. “Non ti slegherò i polsi e non ti toglierò le scarpe.”, dichiarò. “Tu sei un’agente della CIA, al servizio dell’imperialismo, e questo significa che hai dovuto affrontare un addestramento estremamente impegnativo. E se ti hanno mandata qui vuol dire che ti considerano un ottimo elemento; perciò sei in grado di sopportare qualche minimo disagio.” Sorrise ancora. “Abbiamo lottato e sai batterti, quindi è meglio che io sia cauto.”
Si allontanò e tornò a concentrarsi sulla valle.
Monica disse: “Cosa vuoi da me?”
Aleksandr non le rispose subito, e Monica pensò che non glielo avrebbe detto. Invece, lui si voltò di nuovo. “Voglio Massoud.”
Monica scosse la testa. “Hai scelto la persona sbagliata: so che ha lasciato il campo, ma ignoro dove sia diretto.”
“Tornerà.”, replicò Aleksandr. “Per via degli Stinger. Sono troppo preziosi per lasciarli nelle mani di due ribelli ignoranti.”
“Ma perché sequestrarmi?”
“Perché tramite te arriverò a Lodge. E ora taci! Voglio riflettere.”
Devo assolutamente liberarmi, si disse lei.
Ma sembrava impossibile.
I nodi erano fatti alla perfezione e non sarebbe mai riuscita a scioglierli, dato che aveva le mani legate. Avrebbe potuto offrirsi a Matrioska, ma dubitava fortemente che lui anteponesse il sesso alla sua missione, senza contare che non era affatto stupido e che avrebbe capito subito che lei stava cercando di ingannarlo. E comunque, in uno scontro fisico, non aveva una sola possibilità di vincere: era una donna forte, ma lui era un uomo estremamente forte.
Scartò quella soluzione.
Riconsiderò il problema dei nodi.
A qualche metro di distanza vide una pietra piuttosto appuntita: se avesse strisciato fino a lì, poi avrebbe potuto sfregare la corda contro il sasso. In tal modo avrebbe liberato le mani.
Ma per fare ciò occorreva che Matrioska non fosse presente. Se lui fosse sceso al villaggio, ci sarebbe riuscita. Però non conosceva i suoi piani e in che modo intendesse servirsi di lei per colpire Lodge. Era possibile che prima di muoversi aspettasse la notte.
John non si sarebbe lasciato sorprendere nel sonno, di questo era certa, anche se temeva che per qualche misteriosa ragione lui fosse come soggiogato psicologicamente dal russo. Forse a causa di quanto era successo a Roma. Lodge le aveva detto che quello era stato il suo unico fallimento e questo in effetti poteva incidere sulla sua psiche.
Tuttavia, se Matrioska era il miglior agente del KGB, lo stesso si poteva affermare di Lodge: per Monica lui era indiscutibilmente il numero uno della CIA, perciò sarebbe stato capace di reagire con prontezza. Si domandò se in quel momento la stava cercando e se aveva capito che era stata rapita da Matrioska.
Aleksandr interruppe le sue riflessioni.
“Mi dispiace essere scortese.”, disse. “Ma devo assentarmi per un po’, e sono pronto a scommettere che, una volta sola, saresti in grado di liberarti nel giro di cinque minuti. Stai rimuginando su come riuscirci e magari hai già trovato il sistema per farlo.” Lanciò un’occhiata al sasso che Monica aveva guardato. “Pertanto sono costretto a prendere le mie precauzioni.”
“Sarebbe?”, chiese lei, allarmata.
“Starai scomoda, ma non sarà per molto.” Con gesti rapidi ed efficienti la incaprettò, poi le ficcò un fazzoletto in bocca.
Monica si dibatté invano.
“Mi dispiace.”, ripeté Aleksandr. “Sei una donna coraggiosa, ma non avevo alternative.” Aveva un tono di voce stranamente gentile.

Lodge esaminò attentamente la camera di Monica.
Scorse vaghi segni di lotta, poi notò che tutti i suoi vestiti erano lì. Non era difficile appurarlo, visto che entrambi viaggiavano molto leggeri. Questo significava che era uscita con indosso i soli indumenti intimi.
Era impossibile, specie dopo la sgradevole esperienza del lago, quando l’avevano bastonata.
Perciò, era stata rapita.
Da chi?
Si guardò ancora attorno. Mancavano le scarpe e un rotolo di corda. “Le scarpe per camminare, la corda per legare.”, mormorò fra sé.
L’uomo che l’aveva sequestrata era intelligente, forte, determinato e silenzioso. Matrioska.
Lodge corrugò la fronte. Infine, era arrivato. Aveva sperato che, considerate le difficoltà legate al territorio ostile, avrebbe desistito e sarebbe andato a Kabul; ma in cuor suo sapeva invece che il russo non si sarebbe mai arreso. Avrebbe ucciso Massoud o sarebbe morto nel tentativo di farlo.
Perché aveva sequestrato Monica?
Per indurlo a uscire allo scoperto. Se Matrioska lo avesse eliminato, poi si sarebbe impadronito facilmente degli Stinger, avrebbe ammazzato i Mujaheddin e avrebbe atteso che Massoud tornasse al campo. Nel frattempo, avrebbe preparato una trappola.
Tornò con il pensiero a quel giorno di Roma.
Matrioska aveva scoperto dove si nascondeva Boris, aveva studiato il residence individuando chi serviva i pasti, aveva ucciso uno dei due camerieri e terrorizzato l’altro, era entrato nell’appartamento e, malgrado la presenza sua e di Crotalus, aveva giustiziato il traditore.
Poi era scomparso.
Era l’avversario più temibile che avesse mai incontrato.
Lodge uscì dalla casa e guardò verso la montagna. Matrioska e Monica si trovavano lì e probabilmente non erano molto lontani. C’era un unico sentiero che portava in alto. Il russo doveva averlo seguito per un tratto per poi scegliersi un nascondiglio. Pensò a Monica. Era ferita? Matrioska l’aveva seviziata? Tendeva a escluderlo. Matrioska agiva solamente in base alla logica. Ogni sua azione era dettata dalla razionalità: torturare Monica non gli sarebbe servito a niente e, se avesse voluto ucciderla, l’avrebbe strangolata nella stanza.
Si incamminò in direzione del sentiero.
Il caldo era intenso, il sole lo feriva agli occhi. Lodge cominciò a salire. Quasi certamente, in quel momento Matrioska lo stava osservando. Gli avrebbe sparato non appena fosse giunto a portata di tiro.
John abbandonò il sentiero e continuò a salire, inizialmente fiancheggiandolo, poi seguendo una linea che divergeva come la lama di una forbice aperta rispetto all’altra. Non c’era una vera e propria pista, e neppure una mulattiera; ma in quel punto il pendio era meno scosceso e arrampicarsi era relativamente agevole. Per di più, uno sperone di roccia lo copriva, celandolo alla vista del russo, a meno che non fosse proprio sopra di lui. Ma era improbabile.
Lodge contava di prenderlo alle spalle.

Read Full Post »

ALESSANDRA: LA CASA IN RIVA AL MARE

Conosci la solitudine?
Io l’ho conosciuta da bambino. Ricordo lunghi pomeriggi trascorsi a giocare da solo in un cortile che mi appariva simile a un carcere. Ricordo tanti libri, letti, divorati, perché mi portavano in mondi incantati e bellissimi. Ricordo le assenze di mio padre e i silenzi di mia madre. Ricordo le sue pastiglie colorate e i professori che mi sembravano cattivi. Spesso soffrivo di mal di pancia, e ancora più spesso i miei compagni di scuola mi deridevano. Poi sono cresciuto e ho affrontato la vita; ho cercato di vincere, ma non ci sono riuscito. Avevo una moglie che adesso è andata ad abitare lontano. Mi piace scrivere, e mi piace anche stirare. Faccio tanti lavoretti in casa, mi aiutano a non temere l’arrivo della sera. Almeno, in parte.
Mi affaccio alla finestra e lo vedo passare. Filippo cammina sempre con un walkman. Forse mi assomiglia. Non conosco i suoi pensieri, non c’è molto che io possa dire di conoscere veramente. Lui è strano. Si alza sempre all’alba. Io invece mi sveglio con il buio, e conto le ore che mi separano dalla luce.
Vuoi giocare con me?
Sicuramente la mamma ti avrà detto di non fermarti a parlare con gli sconosciuti, di non acccettare caramelle o cose del genere. Ma io non sono cattivo e anche tu mi sembri solo. E’ bello qui nel parco. Ci vengo per respirare, per guardare i grandi alberi, il verde del prato, la cupola del cielo. L’aria è buona, sa di primavera, di fiori che sbocciano, di venti misteriosi che provengono dall’Africa. Qui il tempo trascorre più lentamente, anche se prima o poi le ombre si allungheranno sul sentiero. E arriverà il tramonto. Ho tanta paura, sai? Ho sempre avuto paura, sebbene cercassi di mascherarla, di vestirmi da guerriero per lottare contro il fantasma che mi segue passo dopo passo. Il vuoto. Parlo troppo difficile? Hai ragione. Però, ti prego, non avere paura di me. Noi due ci assomigliamo; ma il tuo futuro sarà migliore del mio. Troverai certamente una brava ragazza, forse la sposerai. Non ti alzerai all’alba come Filippo, e non conterai le ore che ti separano dall’alba.
Vuoi giocare con me?
Quando ci conosceremo meglio potrei condurti nel bosco; lì esistono posti strani e meravigliosi. Se avremo fortuna potremmo vedere gli gnomi oppure una volpe argentata. E se incontrassimo il male, lo straccerei con la fantasia. Per te riuscirei a farlo.
Altrimenti potrei raccontarti una favola. Ne conosco tante, ma non solo: io so anche inventarle. Quando scrivo mi dimentico della paura, dell’oscurità, della solitudine che mi opprime come se fosse un macigno che pesa sul cuore. Ascolto anche molta musica, benché a volte mi renda ancora più triste. Quando la musica è vera ti entra nell’anima, evoca ricordi e crea suggestioni crudeli che hanno il sapore delle lacrime. E’ come se all’improvviso tu ti ritrovassi nudo. Nudo al cospetto di te stesso. Sto morendo da quando sono nato e me ne accorgo solo adesso. Ma tu  conoscerai giorni più felici. Hai degli occhi buoni, buoni ma tanto malinconici. Non essere triste: sono certo che riuscirai a farcela; diventerai un uomo leale e generoso, la tua vita sarà serena, avrai una casa comoda e spaziosa con grandi finestre che si affacceranno sul mare. Nei miei sogni, c’è sempre il mare. E sono convinto che se il destino non mi fosse stato avverso, ora vivrei in un piccolo paese sotto a una collina. La mia casa sarebbe vicina al porto. Un piccolo porto, qualche peschereccio, poche barche a vela; e una strada parallela alla spiaggia. La mia casa sarebbe piena di fiori e di piante, e avrebbe le tende azzurre. Con me ci sarebbe Elisa. Alla sera, tornando dal lavoro, il buio sarebbe dolce, e la musica non così triste. Scriverei storie che parlano di leoni e di cacciatori, oppure fiabe di principesse e di elfi. La notte sarebbe calda, e il mattino radioso. Alla domenica andrei a passeggio con lei, mano nella mano, gli occhi di entrambi fissi sull’orizzonte luminoso. Il mare attraversato dai bagliori del sole, accarezzato dalla brezza di sud-ovest, scintillante di vita. Lei si toglierebbe le scarpe e camminerebbe scalza, ridendo come può farlo una bambina. Io la osserverei con il mio sorriso più trasparente. Poi la abbraccerei.
Vuoi giocare con me?
Sì.

PAPPINA: PSICOPATOLOGIA DELLA PAPPA QUOTIDIANA

Non si finisce mai di imparare
Non si finisce mai di mettere a posto
Per esempio i sanitari del bagno di una certa età (L’Entropia dell’Universo)
Stirare non è male: ho comprato un ferro da stiro con una piastra che è la morte sua
Sto morendo da quando sono nato e me ne accorgo solo adesso
Come inizio non c’è male
Non si finisce mai di pagare
Fare sesso allunga la vita
Potrei morire prima del previsto
Aveva camminato tanto sulla spiaggia, ma tanto. Finché non era finito coi piedi nell’acqua e aveva sentito il freddo ed il bagnato e aveva scoperto che poteva continuare a camminare e che aveva un certo tono. E che il veleno era la cosa più facile del mondo. Crearlo, tenerselo dentro, farlo crescere. Il veleno si poteva creare dal nulla. A buon mercato. Ma il veleno era un padrone, non uno schiavo. Un padrone che arrivava travestito da schiavo.
Dove saranno le Alpi Cotiche?
Forse erano le Alpi Cozze
Qualcosa del genere
Vaghi ricordi
Mi sento quasi sempre in ritardo
Come se tutto fosse avanti a me
Il presente gli altri il progresso la vita
E io il necessario conguaglio del tutto, una bolla della scia che c’è perché c’è la nave (nolentes trahunt)
Beh sempre meglio di niente
Il fatto di chiudere le finestre appena sembra che faccia buio. Il fatto del telegiornale. Il fatto di preparare la minestra con le dosi più uguali possibili, tutte le sere. Il fatto degli ottant’anni. il fatto che quelle cose sembrassero un certo ordine, un certo fermarsi. Mentre l’onda dei giorni passati si ingrossava fino a diventare un dolce gigantesco richiamo, rossastro, come un tramonto. Un’onda in cui scomparire, abbracciati.
La vita è quella cosa che più cerchi il sogno e più trovi la realtà, e più cerchi la realtà e più trovi il sogno
Vuoi giocare con me?
Vuoi giocare con me?
Mi senti? Ho detto: vuoi giocare con me?
Era difficile prendere la palla. Era una palla strana con dei pesci colorati. Come erano colorati quei pesci. E quella palla non si lasciava prendere. E poi aveva un modo di cadere. Cadeva e risaltava, cadeva e risaltava e poi d’improvviso si fermava o si nascondeva dietro qualche tenda. Profumava di plastica, ma non sapevo ancora quanto sarebbe durato quell’odore nel mio naso. E non sapevo che un giorno non sarebbe stata più così grande e bella e colorata. E profumata.
Le valigie non si chiudono mai
C’è sempre qualcosa che devi portari appresso
Mi piaceva guardare quei recinti in Trentino
Pali di legno e poi a primavera escono le gemme
Era difficile starsene in silenzio. Ma prima o poi doveva decidersi. Era tutto lì. Spense la tv. La vita cambiava appena, ma restava inutile. Uscì sul balcone. il balcone s’affacciava sul traffico del corso. Rumore e polvere per i primi piani, nessun controviale. Solo rumori per lui. 10.30. Una volta aveva posseduto qualcosa. Aveva capito che le cose inutili sono quelle che valgono di per sé. Che fossero inutili era la migliore garanzia che valessero veramente qualcosa, senza aver bisogno di appoggiarsi a qualcos’altro. E più inutile di tutto, la vita. Quel gioco. Ma ora non aveva molta forza. Una carenza d’organo. Il papà del suo amico balbettava perché gli mancava il potassio. Rientrò in casa. Aveva visto abbastanza. Il rossiccio del paramano e il verde scuro dei tigli. Ritrovò le pareti color crema della sala con un sollievo. Era stanco. Avrebbe voluto dormire e rilassarsi, come dopo l’ipnosi. S’affacciò alla finestra. Vide passare Filippo. Lo conoscevano tutti in città. S’alzava all’alba e continuava a camminare col walkman nelle orecchie. Ammirava la sua disciplina. Forse era una droga come un’altra. Chissà che draghi aveva Filippo in testa. Se li faceva uscire camminando. Era tentato di fare il paragone, tra loro due. Di chi stesse vivendo di più.
Vuoi giocare con me?
Sì.

Read Full Post »

MATRIOSKA 13

Lodge si svegliò in preda al panico.
Aveva rifatto quell’orribile sogno e anche questa volta aveva visto in volto l’uomo.
Solo che adesso ricordava perfettamente chi era.
Si alzò e uscì di casa. Il sole era appena sorto e non faceva ancora caldo. Lodge si diresse verso un ruscello che scorreva lì accanto e si lavò. Scacciò dalla mente l’immagine di Matrioska per pensare a Monica: il ricordo di quanto era avvenuto la notte precedente, o meglio di ciò che non era accaduto, nel contempo lo colmava di orgoglio e di rimpianto. Non aveva tradito Sherilyn, non aveva offeso i sentimenti di Susie, e questo era bello. Si era dimostrato un uomo vero, capace di mantenere la parola data e di tenere unita la propria famiglia.
Però, aveva perso Monica. In un certo senso, l’aveva ingannata e di questo era dispiaciuto. L’aveva ferita, ma lei era libera e lui no. Quando l’aveva allontanata con garbo da sé, spiegandole che amava sua moglie, lei aveva reagito con freddezza. Lo aveva pregato di tornare nella sua camera, troncando sul nascere le giustificazioni con cui lui voleva motivare il suo comportamento. Lodge era andato a letto, ma per molto tempo non era riuscito a dormire; continuava a interrogarsi, chiedendosi se aveva fatto bene a respingerla. Alla fine era scivolato in un sonno inquieto.
E aveva sognato l’uomo dagli occhi di ghiaccio.
Osservò le montagne che circondavano la valle. Poi si guardò attorno. Il panorama era aspro, tuttavia aveva un che di maestoso. Era un peccato che quella terra fosse devastata dalla guerra. Chi avrebbe vinto? In apparenza, la superiorità dell’Unione Sovietica era schiacciante. I guerriglieri afghani disponevano di poche armi ed erano divisi tra loro. Ma se Massoud fosse riuscito a prendere il comando di tutti i Mujaheddin, con l’aiuto degli Stati Uniti avrebbe potuto resistere fino allo sfinimento dei russi… proprio come era successo in Vietnam, sebbene a parti invertite.
Per questo era importante che Massoud vivesse.
Tornò al villaggio e trovò i guerriglieri che lo aspettavano: quel giorno sarebbe cominciato l’addestramento. Si recarono in un luogo isolato, a ridosso della montagna. Pochi minuti dopo Monica li raggiunse. Lodge la guardò. Aveva un’espressione distaccata, non lo degnò di uno sguardo e si mise subito al lavoro. Prima della pausa di mezzogiorno, avevano già individuato i due elementi più dotati, e nel pomeriggio si concentrarono soprattutto su di loro. Lodge si rallegrò notando che progredivano rapidamente. Gli altri, invece, erano un po’ scarsi; ma, d’altra parte, per quel piccolo gruppo erano sufficienti due uomini ben preparati.
Al crepuscolo arrivò Massoud per assistere all’ultima parte dell’esercitazione. Sorrise e si dichiarò soddisfatto.
Ricominciarono il giorno dopo. Il morale degli afghani era alto, in particolare quello dei due prescelti, Ayoub e Shaban ; Lodge era contento perché le cose funzionavano decisamente meglio del previsto, tuttavia anche dispiaciuto a causa dell’atteggiamento gelido di Monica. Lo evitava e gli rivolgeva la parola soltanto quando era strettamente necessario. Lodge si consolò, pensando che, se fossero riapparsi gli orribili Hind, Ayoub e Shaban se la sarebbero cavata egregiamente.
Quella sera cenarono con Massoud, che annunciò che sarebbe partito durante la notte e domandò a Lodge se poteva proseguire l’addestramento ancora per un giorno o due. Lodge acconsentì. Durante il pasto, assai frugale, Monica parlò solo con il capo dei Mujaheddin, ignorando deliberatamente John. A Lodge parve che Massoud fosse affascinato dalla personalità e dal temperamento di Monica, e forse anche dal suo aspetto fisico, e gli sembrò che quell’attrazione fosse reciproca. Si disse acidamente che Monica sapeva consolarsi molto in fretta, poi si pentì di quel pensiero: lui l’aveva respinta e lei aveva tutto il diritto di fare ciò che voleva. Tuttavia, si sentiva di escludere che si sarebbero spinti oltre, almeno nelle prossime ore. Restò sveglio, vicino al fuoco, finché Massoud non si allontanò, seguito da tre guerriglieri, poi augurò la buona notte a Monica e andò a coricarsi.
Si svegliò prima dell’alba. Fece ritorno al torrente e si trattenne a contemplare il paesaggio circostante. Quando tornò al campo, Ayoub e Shaban erano già pronti, ansiosi di riprendere l’addestramento; fra loro era in atto una tacita sfida: ciascuno dei due voleva dimostrare di essere il migliore. Lodge lo aveva capito e la cosa lo divertiva; inoltre, approvava lo spirito competitivo.
A metà mattina, Monica non si era ancora fatta vedere.
John mandò Shaban a chiamarla.
Era strano, pensò, dato che lei era sempre puntuale ed efficiente. Forse quella notte aveva dormito male, ma non era una spiegazione che lo convinceva: si sarebbe presentata in ogni caso.
Shaban tornò con l’aria cupa.
Lodge gli rivolse uno sguardo interrogativo.
“La donna è scomparsa!”, disse Shaban in dari.

Monica non aveva paura.
Quando era entrata a far parte della CIA, aveva messo in conto che sarebbe potuta morire. Naturalmente sperava che non accadesse, e di certo avrebbe fatto tutto quanto era in suo potere per evitarlo, ma non si sarebbe mai lasciata sopraffare dal panico.
L’uomo che l’aveva rapita non parlava.
Dall’altura in cui si trovavano scrutava la valle.
Monica era seduta spalle a una roccia, legata mani e piedi. Si biasimava per essersi fatta sorprendere nel sonno, come una dilettante. Quando aveva aperto gli occhi, nel buio assoluto della stanza, aveva avvertito il contatto di una lama che premeva sulla sua gola.
“Dov’è Massoud?”, le aveva chiesto una voce sconosciuta.
Monica non aveva risposto e la lama era risalita fino agli occhi.
“E’ partito.”, disse affannosamente lei. “Poche ore fa.” Non temeva la morte, ma il pensiero di venire accecata la terrorizzava.
Seguì un breve silenzio. Evidentemente lo sconosciuto stava riflettendo. Poi l’uomo le sferrò un violento pugno in faccia e lei perse i sensi.
Quando si riebbe, era intirizzita dal freddo perché indossava soltanto gli slip e una canotta. Capì confusamente che lui stava risalendo un sentiero, portandola in spalla come un sacco. La luce era flebile, nel cielo c’erano poche stelle e la luna era coperta dalle nubi. Ciò nonostante, l’uomo procedeva sicuro e rapido. Monica sentiva il suo respiro assolutamente regolare, benché lei non fosse una donna minuta e sebbene il pendio fosse alquanto ripido.
Monica lo aggredì, graffiandogli il viso.
Lui se la scrollò di dosso, facendola ruzzolare al suolo.
In quel momento, il vento trascinò via le nuvole e Monica riuscì a vedere con chiarezza il suo rapitore. Era alto, con le spalle imponenti. Monica si  rialzò di scatto e lo affrontò. Era cintura nera di judo, giovane e vigorosa: si avventò contro di lui… e un istante dopo si ritrovò a terra, schiacciata dal suo peso.
Vide balenare la lama del pugnale. Ancora una volta puntava agli occhi.
“Mi arrendo!”, esclamò in preda alla frustrazione.
“Bene.”, disse lui.
Le gettò un paio di scarpe, quindi la costrinse a rialzarsi e la pungolò con il coltello. Il fatto che al buio si fosse dato la pena di cercare le scarpe, considerò lei, significava che la attendeva una lunga camminata: scalza sarebbe stata d’intralcio.
Monica salì stancamente il sentiero con il cuore gonfio di amarezza.
Si sentiva umiliata e sconfitta.

Read Full Post »

PICNIC AL PARCO

Gli dissi che se mai avessi fatto il filo a una ragazza, avrei scelto Giulia. Matteo sorrise. “Perché proprio lei?”, mi chiese. “Non lo so.”, risposi. Era vero: Giulia era graziosa e simpatica, ma non particolarmente bella né di intelligenza superiore alla media. Era sincera, però. E non aveva pregiudizi. Questo per me era molto importante, forse decisivo. In ogni caso, la questione naturalmente non si poneva.
Eravamo seduti a gambe incrociate nel parco, a quell’ora deserto e silenzioso. Presi il sacchetto che conteneva un pollo arrosto e un sacchetto di patatine, tirai fuori dalla sacca sportiva stoviglie di plastica, una bottiglia di vino bianco ancora fresca e due bicchieri di carta, e preparai il nostro picnic. Mangiammo con appetito, scaldati piacevolmente dal sole primaverile. Era una bellissima giornata, con il cielo sgombro da nubi, appena un filo di brezza, e il profumo di maggio che penetrava nelle narici, suscitandomi lontani e felici ricordi che appartenevano alla mia infanzia. Ero stato un bambino felice; le cose erano peggiorate dopo. Il ricordo più brutto era legato ad un fatto che aveva sconvolto la mia adolescenza. Fui aggredito da una manciata di bulli di periferia, fieri della loro mascolinità, e finii con la testa in un cesso sporco dove poco prima aveva defecato uno di loro. Un’altra volta mi spogliarono e mi infilarono un tubo nel sedere, riempiendolo d’aria.
Quel giorno avevo rischiato di morire. Loro non si rendevano conto della gravità della cosa,  ma non so se avrebbe fatto differenza. Intendo dire che per la loro logica insana, un frocio poteva anche tirare le cuoia, senza che ciò costituisse un gran danno per la comunità. Ancora oggi esiste sulla terra qualcuno che ritiene la fine  di un omosessuale come un giusto castigo, dato che, per definizione, egli è un pervertito. Distolsi la mente da quei pensieri sgradevoli e mi dissi che in seguito la mia vita per fortuna era migliorata. Crescendo, ero diventato alto e sufficientemente forte per difendermi. Non avevo più subito umiliazioni fisiche, sebbene quelle morali abbondassero. E un giorno avevo conosciuto Matteo.
Si era trattato del classico colpo di fulmine: entrambi amavamo un certo tipo di cinema, la letteratura americana, la musica classica. Come me, lui adorava la natura, e stravedeva per gli animali. Avevamo una sensibilità comune, e poi Matteo era veramente bello. Le vie che conducono all’amore sono sempre misteriose; ma capii subito che eravamo fatti l’uno per l’altro. Ambedue vergini, lasciammo passare molto tempo prima di andare a letto assieme. Io ritenevo che dovessimo conoscerci bene, a fondo; era importante che le nostre anime trovassero il loro esatto punto di congiunzione, in quei luoghi apparentemente composti di astrazione ma in realtà vivi e pulsanti dove i cuori si uniscono, creando quella simbiosi che per me è l’amore. Matteo ragionava allo stesso modo. Quando finalmente ci concedemmo l’uno all’altro, scoprimmo cosa significa esattamente la parola felicità.
“Sono geloso!”, disse Matteo mentre finiva di mangiare il pollo.
Io scoppiai a ridere. “Giulia è un’amica, lo sai benissimo. Io non piaccio a lei, non in quel senso almeno, e lei non interessa a me. Parlavo così, tanto per dire. E, comunque…”
“E comunque?”, mi sollecitò.
Accesi una sigaretta e aspirai una boccata di fumo. “E comunque amo te.”, risposi a bassa voce, guardandolo negli occhi. Erano scuri, profondi, specchio di un’anima che io giudicavo straordinaria. I miei erano celesti, e li avevo sempre considerati un po’ slavati, da pesce lesso, benché Matteo sostenesse che invece erano splendidi. Lui sorrise, poi si sdraiò sul prato. Per qualche minuto restammo in silenzio.
“Ho trovato un monolocale.”, dissi all’improvviso.
Matteo si rialzò di scatto.
“Quattrocento euro al mese.”, spiegai. “Abbastanza spazioso e ben arredato. E c’è anche una specie di giardino… giardino, diciamo qualche metro di terra, ma potremmo comprare un cane.”
Il viso di Matteo era il ritratto della felicità. “Vivremo insieme!”
Annuii. “L’unico problema è la tua famiglia.” Mio padre era morto e mia mamma conosceva la verità, ma i genitori di Matteo erano all’oscuro di tutto.
“Sono maggiorenne!”, sentenziò lui deciso. “Mi troverò un lavoro, così avremo due stipendi.” Io facevo il commesso in una libreria, Matteo invece frequentava l’università. Scossi la testa. “Non è necessario. Al limite potresti dare qualche lezione privata.”
“Beh, vedremo. L’importante è che vivremo insieme.” Ripeté quella frase, come per assaporarla. Si capiva che era al culmine della gioia. Mi commossi e allungai un braccio per accarezzargli i capelli.
Poi ci baciammo sulla bocca.

Stefano sputò per terra. “Luridi maiali!”, esclamò con disprezzo. Guardò gli altri. “Siete pronti?” Stefano era il capo, e nessuno avrebbe osato discutere i suoi ordini: ma in quel caso erano comunque tutti concordi. Avevano individuato da tempo le due checche e le seguivano da giorni, in attesa del momento propizio. Ora era arrivato. Scesero dalla piccola collina che sovrastava il parco, muniti di spranghe di ferro. Camminavano in fila indiana senza fare rumore. Dietro a Stefano, c’era Luca, un colosso dall’espressione bovina. Il terzo era Simone, che invece era piccolo ma aveva lo sguardo di un lupo. Il quarto, Franco,  era l’ultimo arrivato. Si avvicinarono ai due froci, allargandosi per formare un cerchio attorno a loro. Quando si trovarono a pochi metri di distanza si fermarono.
Li osservarono in silenzio, finché uno dei due, quello più effemminato, un ragazzo biondo con gli occhi chiari, non si accorse di loro. Allora Stefano scattò, brandendo la spranga di ferro. Gli altri tre lo imitarono prontamente. Incominciarono a picchiare, abbaiando insulti e provando un’euforia che era quasi sensuale. Non smisero, se non quando era troppo tardi.

P.S. Io non riesco più a commentare su blogspot! (Senza offesa, io non credo che sia una buona piattaforma: primo, perché lì non ti striscia nessuno; secondo perché non funziona bene).

Read Full Post »

Da molti anni non faceva così freddo. Il vento del nord soffiava con furia, investendo i rari passanti. Era la vigilia di Natale, ma tutti si erano affrettati ad acquistare gli ultimi regali per guadagnare in fretta il tepore delle loro abitazioni. Avvolti nei pesanti cappotti, quei pochi che non erano ancora rincasati la ignoravano.
Giada aveva tre fiammiferi.
Tremando per il gelo, accese il primo. Nella sua vita aveva coltivato molti sogni, e c’era stato un periodo, un periodo che ricordava assai bene, in cui era stata molto vicina a realizzarli.
(Ma non era successo).
Aveva amato un uomo, che tuttavia l’aveva ripagata solo in apparenza. Più tardi avrebbe scoperto che la tradiva regolarmente, e che stava con lei solo per il sesso.
(Allora era bella).
Giada osservò la fiammella, mentre mille ricordi la attraversavano, simili a luci lontane, a venti colmi di squisite fragranze che portavano con sé il calore del sud e l’odore del mare. Ripensò a quando era stata felice. Il fiammifero si spense.
Giada ne accese un secondo. Questa volta il suo sguardo fu proiettato sul futuro, tuttavia non era un futuro vero: rappresentava ciò che sarebbe potuto avvenire, ma che non era accaduto. La cruda realtà l’aveva vista battere su una strada desolata per procurarsi i soldi necessari a comprare una nuova dose. Il futuro lo aveva immaginato molto diverso. Non erano sogni impossibili, falsi ideali di successo e di fama. Non le interessava diventare una velina, un’attrice del cinema, una giornalista. Cercava solo una vita normale. Una casa normale. E lui. Questo secondo fiammifero durò un po’ più a lungo, permettendole una fugace visione di un camino acceso, una tavola imbandita, un albero di Natale. Poi si spense.
Gliene restava uno solo. Si soffiò sulle dita nel vano tentativo di combattere il gelo. Adesso il vento era ancora più freddo, il cielo appariva spettrale, le stelle erano lontane e irraggiungibili. Un uomo molto grasso passò accanto a lei, ma ignorò le sue mani tese. Un vecchio barbone transitò sull’altro lato della strada diretto chissà dove.
(Se vuoi rimanere con me devi battere).
E lei aveva obbedito. Un tempo era stata forte, ma poi, per quei motivi che conoscono solo le fate, aveva perso ogni volontà di lottare.
(Ti regalerò qualcosa che ti renderà felice).
La prima volta aveva vomitato. Si era ripromessa di non farlo più.
Guardò il terzo fiammifero. Era stata una bambina felice, protetta. Aveva trascorso un’adolescenza serena. Contava su poche ma fidate amiche, Loredana, Donatella, Michela… e aveva un ragazzo che amava, Piero. Poi era arrivato lui, un uomo talmente sicuro di sé, così affascinante, ammaliatore, carismatico, da farle perdere la testa. Aveva lasciato Piero, scordato le sue amiche; era entrata in un mondo nuovo, un caleidoscopio di emozioni, che le aveva permesso di conoscere il paradiso.
(“Ti amo.”, disse Piero. Lei girò la testa dall’altra parte).
Ma era un artificio, un vuoto artificio costruito su un castello di menzogne. Non aveva tardato a scoprirlo.
(La schiaffeggiò. “Non volevo.”, disse. “Ma mi hai costretto.” Le porse la siringa, e lei volò in alto, dimenticando quel presente insensato).
Un’anziana signora impellicciata le rivolse uno sguardo vagamente commiserevole. Ma affrettò il passo per allontanarsi da lei.
Giada aveva tanto freddo. Il gelo più tremento era quello che provava nel cuore.
Accese il terzo fiammifero. Rivide suo padre. “Vieni, piccola mia.”, le disse.
Incominciò a nevicare.
Il suo papà la prese per mano. E la condusse lontano da lì.

Read Full Post »

MATRIOSKA 12

C’era stato un tempo, per la verità ormai lontano, in cui Aleksandr esitava prima di uccidere un uomo e, quando era possibile, cercava di raggiungere i propri scopi senza sacrificare  vite umane. Naturalmente, se era indispensabile allora ammazzava; poi, però, provava sempre un forte senso di disagio, talvolta avvertiva l’impulso di vomitare e, alla notte, il suo sonno era pervaso dagli incubi. Ce n’era uno in particolare che lo tormentava: nel sogno l’uomo che aveva ucciso gli parlava, senza rancore e con un tono di voce pacato: e ciò per lui era ancora peggio. Avrebbe preferito che quello gridasse, che lo insultasse e lo maledicesse; invece gli raccontava piccoli fatti che riguardavano la sua vita domestica: aveva una moglie che si chiamava Helen e che la domenica preparava torte squisite; il figlio, Tom, era un asso del basket, sicuramente destinato alla carriera professionistica; Melanie era una dolce bambina di dodici anni che amava leggere le fiabe e sognare a occhi aperti. Aleksandr si svegliava in un bagno di sudore.
Poi morì Klavdiy, l’unico amico che aveva. Klavdiy era intelligente, forte e spiritoso. A differenza di Aleksandr, era un “bon vivant” : amava il cibo, la vodka, le belle macchine e le donne; ma comunque era un ottimo agente, il migliore del KGB dopo Aleksandr stesso. Insieme avevano fatto la lotta, erano usciti in barca a vela e si erano sfidati al gioco degli scacchi. Gli spararono a Berlino, in una gelida notte invernale. Aleksandr reagì con un eccesso di violenza, molte volte gratuita. Poi anche questo finì. Alla sua naturale freddezza si aggiunse uno stato mentale di pura razionalità: reagiva agli eventi come una macchina, senza provare alcuna emozione. Se era necessario, uccideva; se non lo era, evitava di farlo: l’unica cosa che contava era conseguire il suo obiettivo e gli avversari, per lui, erano simili alle pedine degli scacchi; la loro sorte gli era del tutto indifferente.
Da allora non ebbe più un incubo.
Dopo che l’afghano gli ebbe rivelato dove si trovava Massoud, Aleksandr lo pugnalò, quindi nascose la salma nella grotta. Mantenne la promessa e non lo avvolse nella pelle del cinghiale, anche perché sarebbe stata una fatica inutile. Poi cercò un sentiero che lo conducesse al valico. All’inizio fu fortunato e poté procedere speditamente. Raggiunse la terrazza naturale dove aveva ucciso un guerrigliero e catturato l’altro, e proseguì di buona lena.
Dopo circa un’ora, però, il sentiero semplicemente scomparve e Aleksandr si trovò di fronte a un muro di roccia. Prese la borraccia e bevve un sorso d’acqua, mentre rifletteva. Se fosse tornato indietro, prima o poi avrebbe individuato un altro sentiero; ma senza la garanzia che fosse quello giusto. La carta geografica di cui disponeva non indicava tutte le piste, tutte le grotte e tutti i passaggi segreti che lo circondavano. Sotto questo profilo, la perdita di Farrin era stata grave.
Alla fine decise di scalare la montagna.
Gli restavano due ore di luce e calcolò che fossero sufficienti: dal punto in cui si trovava era molto vicino alla vetta. Inoltre, le prime ombre lo avrebbero protetto da eventuali sguardi di osservatori. Quando fosse giunto in cima si sarebbe riposato.
Si liberò del kalashnikov che aveva sottratto al ribelle, e di tutto quello che era superfluo. Conservò soltanto la borraccia, la pistola e il pugnale; quindi si aggrappò a una sporgenza della roccia e iniziò l’ascesa.
Aleksandr era un eccellente scalatore e, benché non avesse con sé una corda e dei chiodi, in breve tempo si avvicinò moltissimo alla cima. Aveva un fisico perfettamente allenato e non avvertiva la fatica. Usava le mani e i piedi e saliva quasi agevolmente. Si disse che aveva fatto bene a non tornare indietro, con il rischio di smarrirsi e di girare a vuoto per ore.
Ma a un tratto non trovò più appigli. La roccia era assolutamente liscia: niente fenditure, nessuna sporgenza. Si fermò e si guardò attorno. Sulla sua destra, a qualche metro di distanza, scorse un canalone sufficientemente stretto per consentirgli di continuare a salire, sebbene a prezzo di un notevole sforzo.
Tuttavia era impossibile raggiungerlo.
Considerò la sua situazione. Non era in grado di proseguire la scalata e non sarebbe stato semplice scendere. D’altro canto, non poteva rimanere lì in eterno. I muscoli cominciavano a dolergli e la stanchezza affiorava. Ma, se avesse cercato di spostarsi lateralmente, sarebbe precipitato.
La luce diminuiva: il sole stava calando. Si levò un vento freddo, che lo intirizzì. Restò fermo a fissare il canalone. La morte non lo spaventava, ma reputava insulso finire i suoi giorni in quella terra di selvaggi.
Respirò profondamente.
Chiamò a raccolta tutte le sue forze, poi si slanciò, mulinando le gambe.
Con le dita sfiorò uno spuntone di roccia.
Perse la presa.
Scivolò, ma toccò con i piedi una piccola lastra che arrestò la caduta. Si protese e questa volta si ancorò saldamente allo sperone. Riprese a salire. Man mano il canalone si allargava e questo facilitava il suo compito; tuttavia le estremità erano lisce e, se il varco si fosse ingrandito ulteriormente, lui si sarebbe bloccato di nuovo.
Il sole tramontò, ma era una notte di luna piena, il cielo era limpido e pieno di stelle: la visibilità era buona.
Aleksandr era spossato.
Strinse i denti e proseguì, utilizzando le braccia e le gambe alternativamente sui due lati del canalone. Trovò un appiglio e si arrestò per riprendere fiato. La tentazione di fermarsi a riposare per qualche minuto era fortissima; però sapeva che quella sarebbe stata l’anticamera della morte.
Continuò imperterrito a salire, ignorando la fatica e il dolore; ma era allo stremo delle forze.
E a un tratto i suoi peggiori timori si avverarono. La distanza tra una parete e l’altra aumentò in modo tale da impedirgli di andare avanti. Si aggrappò a una fenditura e tastò sopra di sé con una mano, appurando che la roccia era liscia come una palla da biliardo. Restò aggrappato a quell’ultimo appiglio, in attesa di cadere.
In quei momenti rivolse un pensiero fugace a Tamara: non avrebbe più fatto l’amore con lei. Quindi pensò alla sua casa isolata, a ridosso del mare, al vecchio dragone e al piacere che provava quando lo armava per poi affrontare la sfida con il vento del nord.
Infine, rifletté sull’importanza della sua missione e a quanto sarebbe giovata alla causa dei russi la morte di Massoud.
Fu questo a spingerlo a non arrendersi.
Da sempre riteneva che i perdenti erano bravi a escogitare una quantità di scuse per giustificare i loro insuccessi; i vincenti, invece, cercavano la soluzione migliore per risolvere i problemi. Tuttavia, la sua situazione rimaneva disperata. Esaminò attentamente la roccia, ma non vide possibili appigli. Era arrivato al limite.
Una folata di vento lo investì, facendolo vacillare. Aleksandr non lasciò la presa. Girò la testa in direzione contraria al vento e scorse una sottile fenditura, che fino a un attimo prima non aveva notato: ma ora era illuminata dalla luna. Trasse un sospiro di sollievo.
Si issò a forza di braccia, lottando contro il desiderio di cedere, di sottrarsi a quella fatica immane. Malgrado la salvezza adesso fosse vicina, molti uomini anche forti si sarebbero arresi ; ma Aleksandr non era un uomo come gli altri. Scovò dentro di sé un’ultima riserva di energia e con lentezza estenuante, centimetro dopo centimetro, proseguì la scalata, svuotando il cervello da ogni pensiero.
E raggiunse la vetta della montagna.
Si gettò a terra su un ampio cornicione; avrebbe voluto dormire ma resistette alla tentazione. Prima doveva trovare un rifugio più sicuro.
Si rialzò e scrutò a lungo la valle del Panjshir che si stendeva maestosa ai suoi piedi.

Monica era sveglia.
Lodge bussò alla porta e lei lo invitò a entrare nella stanza. Era un locale piccolo e fatiscente, come la camera di Lodge; ma in quel momento gli parve una reggia. Monica stava leggendo al lume di una candela. Depose il libro e lo guardò. Lodge capì che Monica sapeva benissimo perché lui era lì; comprese anche che ne era felice e compiaciuta.
Tuttavia non osava compiere la prima mossa.
Non era soltanto per timidezza. Era ancora combattuto. Se avesse fatto l’amore con lei, e lo desiderava pazzamente, avrebbe perso sua moglie. Era una strada senza ritorno. Come avrebbe reagito Sherilyn? Conoscendola, escludeva scene isteriche, piatti scaraventati per terra, pianti disperati o parole velenose. Si sarebbe comportata in maniera composta. Però avrebbe sofferto moltissimo.
E Susie?
Susie forse lo avrebbe odiato, disprezzato; si sarebbe chiusa in se stessa, fingendo che tutto andava bene, si sarebbe detta che quella non era la prima né l’ultima volta che due genitori decidevano di divorziare. Molte sue amiche avevano un nuovo papà che magari detestavano oppure una mamma che tirava avanti da sola. Ma, in realtà, avrebbe subito un trauma fortissimo. Susie era intelligente e giudiziosa: Lodge non pensava che avrebbe cominciato a frequentare sbandati, a bere di nascosto o a drogarsi. Non avrebbe rubato nei negozi e avrebbe continuato a studiare con impegno.
Ma avrebbe sofferto ancor più di Sherilyn.
E lui sarebbe stato la causa di tutto ciò. Avrebbe deliberatamente reso infelici le due persone più importanti della sua vita.
In cambio, avrebbe avuto Monica.
Questo lo portò a pensare che Sherilyn era attraente e che pertanto avrebbe trovato presto un altro compagno. Un professore mite e colto, o forse un avvocato di successo. Questi si sarebbe dimostrato un uomo fedele e devoto, e un ottimo patrigno. Sherilyn lo avrebbe avuto sempre vicino, al contrario di quanto accadeva adesso; e Susan, dopo una breve ritrosia iniziale, gli avrebbe voluto bene e lo avrebbe stimato.
Sono bravo a inventarmi scenari perfetti, si disse amaramente. Quella visione rappresentava semplicemente un alibi, e anche piuttosto vile. Sherilyn non era il tipo di donna capace di sostituire un uomo con la stessa facilità con cui avrebbe potuto cambiare un paio di scarpe. Forse, in futuro. Ma era un futuro lontano.
Nel frattempo, lui avrebbe perso il rispetto di Susie e l’amore di sua moglie.
Inaspettata, un’immagine si presentò all’improvviso alla sua comprensione, sostituendo, almeno per un momento, il pensiero di Sherilyn e  di Susan. Lodge involontariamente rabbrividì.
Con gli occhi della mente vide un uomo alto, con lo sguardo di ghiaccio e l’ espressione crudele; e seppe, senza il minimo dubbio, che stava per arrivare.
Poi Monica si alzò e gli venne vicino.

NOTA: in linea di massima, i prossimi capitoli di “Matrioska” saranno editati alla domenica, mentre durante la settimana posterò dei racconti. Ciò renderà più vario questo blog, consentendo ai lettori di seguire agevolmente le vicende di Aleksandr, Monica e Lodge, e nel contempo offrendo un’alternativa a chi non ama le storie a puntate, né l’argomento in questione.

Read Full Post »

ALESSANDRA BIANCHI

E’ una notte limpida e le stelle brillano nel cielo di questa strana primavera. Sembrano lontane, remote in universi sconosciuti, ma in realtà sono molto vicine perché, semplicemente allungando una mano, io ne prenderò quattro e formerò una ghirlanda per fartene dono. Senti il vento soffiare? Gli affiderò le mie parole, e questa notte verrà da te a sussurrartele mentre dormirai; il vento ha grandi poteri: entrerà nei tuoi sogni rendendoli felici.
E domani… domani splenderà il sole, e io gli chiederò di scaldare il tuo cuore. Consegnerò il mio messaggio alle rondini e alle delicate farfalle; ti consegneranno il mio invito. Se lo vorrai la tua vita sarà illuminata dal mio sorriso; ti condurrò lontano, oltre le miserie quotidiane, al di là dei rimpianti e dei rimorsi, dei sensi di colpa e delle passioni bugiarde. Verrai con me nei boschi, e camminerai al mio fianco, mentre tutte le creature magiche da me convocate sorveglieranno il sentiero, rendendolo sicuro, abbattendo ogni forma di male, scacciando insidie e tradimenti. Verrai con me al mare e le onde ti lambiranno i piedi sulla spiaggia; giungeranno i delfini per farti giocare, riderai con l’innocenza di una bimba e loro ti porteranno oltre la barriera corallina ad osservare pesci meravigliosi, e gabbiani, e cieli sterminati, e fondali dai colori stupefacenti.
Verrai con me sulle colline a guardare il tramonto. Scriverò poesie che solo tu conoscerai, e canterò canzoni che soltanto tu potrai capire. Ti racconterò i miei segreti e ascolterò i tuoi, e resteremo abbracciate incuranti del mondo, delle bassezze e delle meschinità, dell’invidia e del rancore. Parleremo per tutta la notte, e al nuovo sorgere del sole ti addormenterai su un prato che io avrò trasformato in un cuscino di fiori. Veglierò su di te, e al tuo risveglio mi troverai vicina. Ti accarezzerò il volto, mangeremo il pane degli elfi e berremo l’acqua delle sorgenti. Per te imparerò a suonare; e se all’inizio la mia mano si dimostrerà incerta, evocherò tutti i poteri della natura e alla mia musica si uniranno il suono dello scirocco, lo stormire delle fronde, il canto dell’usignolo, il rumore della risacca, l’armonia di una cascata, che la trasformeranno nella melodia più bella che tu abbia mai sentito. Danzerò per te e, quando gli accordi lentamente svaniranno nel silenzio dei campi rilucenti, ti prenderò per mano e riprenderemo il nostro cammino.
Raggiungeremo la mia casa. L’avrò colmata di candele profumate; ovunque vedrai candidi gigli e verdi piante. Le finestre saranno spalancate sullo stupore del nostro amore. Non ci saranno più treni e fredde stazioni, né tristi addii, perché io fermerò il tempo: i giorni diventeranno infiniti, e ogni notte si rivestirà di magia. Dimenticherai le ombre e conoscerai l’incanto dell’aurora.
Ma se tu non mi vorrai, allora ti guarderò da lontano. Non sarò invadente e saprò rendermi invisibile. Gioirò per ogni tuo sorriso, applaudirò i tuoi successi, condividerò la tua felicità per un altro incontro.
Però, forse, in un giorno di pioggia, rammenterai i miei occhi e per un momento, un unico breve momento, ti ricorderai del mio amore.

MEHREGIAH

 Prendimi per mano in questa lunga notte

regalami un sogno, il mio sogno che sei solo tu.

Fammi sentire pulsare il tuo cuore

per questa nostra grande storia di vita senza fine.

Donami il calore delle tue carezze, dei tuoi abbracci

stringimi sul tuo cuore per farmi  sentire più tua.

Prendimi per mano e conducimi verso la luna argentata,

che con un liscio sorriso blando, siede lassù nel cielo

serenamente, in compagnia  delle meteore.

Avanziamo insieme, con passi decisi, verso

le vuote e oscure altezze delle mie paure.

Fai in modo che le mie lacrime non

indeboliscano mai la nostra grande storia.

Rimani sempre al mio fianco, prendimi per mano.   

Read Full Post »

CASTIGO

Ho una foto che conservo, anche se non ne capisco il motivo.
Sono molto fiera dei miei capelli che ricordano il colore delle foglie autunnali, ma per il resto non mi piaccio. Alcuni mi considerano attraente, altri graziosa, altri ancora addirittura bella: tuttavia, se avessi una bacchetta magica, quella delle fate per intenderci, mi trasformerei immediatamente in un clone di Naomi Watts. Le donne non mi interessano sotto il profilo sessuale; con questo non trovo affatto scandalosa l’omosessualità. Ciò nonostante confesso che per lei sarei disposta a fare un’eccezione. L’ho vista per la prima volta in Mulholland Drive, un film alquanto complicato di cui ho compreso ben poco, però sono rimasta letteralmente stregata da lei: bella, sensuale e magnetica.
Ma non è di Naomi Watts che vi voglio parlare, né del mio aspetto fisico. Non credo che siano argomenti interessanti, o meglio: la Watts è certamente interessante, ma io non sono una critica cinematografica e neppure una grande esperta di bellezza femminile, anche perché, come ho già detto, non sono attratta dalle donne. Mi piacciono gli uomini. Non tutti, naturalmente. Anzi, pochi, pochissimi, dato che ho gusti molto personali e difficili. Non guardo mai all’aspetto fisico, a parte gli occhi; sono altre le cose che cerco in un uomo: intelligenza, sensibilità, bontà d’animo. Poi, che sia atletico o meno, biondo o moro, alto o basso, mi è indifferente. L’importante è che sia provvisto delle tre qualità di cui sopra. E, credetemi, non è facile incontrare un ragazzo così. La maggior parte dei giovani che ho conosciuto aveva come tratto distintivo la banalità. Aggiungerei la mancanza di cultura. Per non parlare degli interessi: calcio, moto, donne.
Stefano, però, era diverso.
Nella foto, lui è in mezzo, capovolto: quando fu scattata lo trovai un fatto divertente, adesso invece mi deprime.
Mi innamorai di lui. Fra l’altro era anche bello, il che comunque non guasta. Lo conobbi a una festa, mi piacque subito e capii che la cosa era reciproca. Perciò non provai il minimo stupore quando mi invitò a cena e ovviamente accettai. A conti fatti sarebbe stato molto meglio se avessi declinato quell’invito: avrei evitato tutta la sofferenza che mi piombò addosso come un macigno quando mi lasciò per Laura, ma allora non potevo saperlo. Per inciso, Laura era la mia migliore amica e questo è un fatto sconfortante, visto che persi in un colpo solo amore e amicizia. Se Stefano mi avesse lasciato per una sconosciuta sarei corsa a piangere tra le braccia di Laura; in questo modo, invece, cercai di consolarmi da sola. Ma era difficile. Molto difficile!
Nella foto, lei è a destra. Io sono a sinistra. Lei ha uno sguardo indecifrabile, io una specie di mezzo sorriso compiaciuto. A posteriori, quel sorriso appare del tutto incongruo; e, sempre a posteriori, immagino che il suo sguardo celasse le trame perverse che stava ideando. E una mano di Stefano è posata sulla sua spalla.
Sono una persona orgogliosa e mi comportai di conseguenza. Non implorai Stefano, non mi abbassai a supplicare Laura: troncai i rapporti con entrambi. Li detestavo. Odiavo soprattutto lei, perché mentre fingeva di volermi bene stava tramando per rubarmi Stefano. “Tramando” è il termine giusto, dato che fin dall’inizio sviluppò la sua perfida strategia, circuendolo a furia di moine, di atteggiamenti svenevoli, che ingenuamente io non colsi.
Laura è più bella di me. Ha un fisico più snello e armonioso, gambe più slanciate; e in più è bionda: Stefano ha sempre avuto un debole per le bionde. Stefano è sì intelligente, sensibile e buono, ma purtroppo anche superficiale e cadde nella trappola preparata da quell’arpia. Non trascorse molto tempo prima che se ne pentisse e scoprisse il vero carattere di Laura, ma ormai era troppo tardi. E, comunque, sebbene lo rendesse infelice, lei lo teneva in pugno grazie alle prodezze sessuali di cui era capace. Fu Marco, un amico comune, a raccontarmi queste cose, benché io non gli avessi chiesto niente. Stefano si era confidato con lui. Laura era dispotica, capricciosa, spesso intrattabile. Avrebbe voluto lasciarla ma sapeva che non ci sarebbe mai riuscito perché quando andavano a letto insieme gli sembrava di toccare il cielo con un dito, di essere in paradiso, e allora sopportava le angherie, i soprusi, forse anche i tradimenti.
Però rimpiangeva me. “Silvia mi amava veramente.”, aveva detto a Marco. “Laura, invece, si prende gioco di me, mi tratta come un burattino, e io non ho il coraggio di reagire.”
Accadde qualcosa di strano. Le parole di Marco sedimentarono nel mio animo. All’inizio non fui consapevole di ciò che avevo deciso di fare, provavo solo una gran rabbia: avevo dato tutta me stessa a Stefano, lo avevo colmato di attenzioni, gli ero stata vicina nei momenti difficili, lo avevo coccolato, mi ero adoperata in tutti i modi perché si sentisse amato, perché fosse felice. E con me lo era stato. Laura me lo aveva rubato per pura malvagità. Era una donna falsa e meschina, e ora lo stava facendo soffrire. Come avevo fatto a non accorgermi della sua vera natura e considerarla l’amica del cuore? Semplice. Perché era abile, scaltra, priva di scrupoli, bravissima nel sapersi mascherare dietro a quel viso d’angelo.
Ma un bel giorno compresi finalmente che dovevo punirla.
E sarebbe stata una punizione severa.
Laura era estremamente vanitosa, compiaciuta della propria bellezza come può esserlo un musicista a riguardo della propria bravura.  Bene.  Non sarebbe più stata bella.
Abitava in una casa isolata, avuta in eredità dai suoi genitori. Era un posto incantevole a ridosso del mare: davanti c’era una spiaggia privata, dietro un piccolo bosco attraversato da un viale che si collegava alla strada statale.
Sono molto più vigorosa di Laura ed ero pressoché certa che non avrei avuto problemi a sopraffarla; tuttavia decisi di essere prudente: avevo il sospetto che si sarebbe difesa come una gatta selvatica, scalciando, graffiando e mordendo e non intendevo correre rischi inutili, perciò portai con me un grosso coltello da cucina.
Lasciai l’auto in uno spiazzo a circa un chilometro di distanza dalla casa, che raggiunsi camminando sulla sabbia. Era una giornata calda e afosa, senza un filo di vento; presto fui madida di sudore. Mi appostai dietro a una siepe che fiancheggiava il viale d’ingresso. Aspettai con pazienza. Avevo letto in un romanzo che per un cacciatore il momento dell’attesa è forse quello più emozionante; mi resi conto che era vero: mentre scrutavo il bosco tendendo le orecchie per sentire il rumore della macchina che si avvicinava, avevo tutti i sensi vigili, pregustavo il castigo che le avrei inflitto, la immaginavo in ginocchio stravolta dalla paura mentre mi chiedeva pietà.
Arrivò alle sei del pomeriggio. Sapevo già che si sarebbe presentata da sola: Stefano era partito per un viaggio di lavoro. Non a caso avevo scelto proprio quel giorno. Laura parcheggiò l’auto, scese e si guardò intorno, come se avesse avvertito la mia presenza. Poi si diresse verso la porta. Infilò la chiave nella serratura… e io le balzai addosso. Non ebbi bisogno del coltello. Le afferrai un braccio torcendolo con forza dietro la schiena. Lei urlò per il dolore. La sospinsi in casa, trascinandola in camera da letto. Devo dire che restai quasi delusa dalla mancanza di una sua reazione. Sebbene fosse più debole di me, pensavo che avrebbe lottato, che si sarebbe dibattuta; invece si lasciò legare senza ribellarsi: probabilmente era paralizzata dalla paura o forse dalla cattiva coscienza. Quando fu completamente immobilizzata, la guardai negli occhi e le annunciai che avevo con me una certa quantità di acido muriatico, aggiungendo che era destinato al suo viso.
Laura divenne mortalmente pallida. Come avevo previsto, mi implorò di perdonarla, giurò che avrebbe lasciato Stefano, disperata si spinse fino ad offrirmi dei soldi. Io la osservavo soddisfatta. Uscii per recuperare la borsa e quando tornai nella stanza vidi che se l’era fatta addosso. Non credo che esista un’umiliazione più grande, anche se quella strega aveva già perso tutta la sua dignità supplicandomi.
In un primo tempo mi ero gingillata con l’idea di portarmi dietro anche un imbuto e una bottiglia di whisky. Le avrei tappato il naso e l’avrei costretta a ingurgitare l’intero contenuto della bottiglia. Ma sarebbe stata un’enorme sciocchezza: Laura avrebbe perso i sensi o, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe ubriacata. In tal modo l’avrei come anestitizzata, rendendo vaghe le sue emozioni; viceversa, doveva essere lucida e presente.
Mi avvicinai al letto.
Laura tremava.
Incominciò a piangere.
Naturalmente la capivo. Per una donna giovane, bella e vanitosa non può esistere castigo peggiore. Mi divertii a tormentarla. Le dissi che nessuno l’avrebbe più guardata, che lei stessa avrebbe provato orrore se mai avesse avuto il coraggio di avvicinarsi a uno specchio. Ancora una volta assaporavo il sottile piacere dell’attesa. In una circostanza analoga un uomo probabilmente avrebbe agito subito, spinto dall’impazienza; ma era più solleticante prolungare l’agonia di Laura, figurarsi il suo panico soffocante, non staccare lo sguardo da lei, soggiogandola e dominandola. Era una sensazione squisita.
“Ti prego, perdonami!”, ripeté con voce stridula, simile allo squittio di un topo.
“Temo che non sia possibile, cara.”, risposi in tono falsamente mieloso.
Malgrado fosse sconvolta, era veramente leggiadra. Indossava dei pantaloncini corti, sicuramente scelti per mettere in risalto le lunghe gambe abbronzate e le caviglie sottili. Durante la breve colluttazione aveva perso le scarpe: i piedi erano aggraziati con la pianta rosea. Sotto la camicetta estiva si intravedeva il seno. Laura non metteva il reggipetto. L’avevo vista nuda, dopo una doccia: forse era un po’ piccolo, ma sodo e privo di smagliature con capezzoli rosa da ragazzina. Ciò che colpiva di più era comunque il viso. Il pallore faceva risaltare il colore degli occhi, un castano scuro della tonalità di un bosco al tramonto ; i lineamenti erano regolari e fini, la fronte ampia, il naso perfettamente proporzionato. La bocca sensuale avrebbe indotto qualsiasi uomo a desiderare di baciarla, e anche qualche donna.
Pensai a Stefano. Li immaginai mentre facevano l’amore, magari lì, sul letto dove ora lei giaceva. Laura mi aveva sottratto la felicità. Le lanciai un’occhiata malevola. Lei distolse lo sguardo. A causa della sua cattiveria, avrebbe rimpianto per sempre quella bellezza.
Ritenni che fosse giunto il momento del castigo.
Mi protesi su di lei. Laura si dimenò sul letto, tentando di liberarsi; ma i nodi erano perfetti e non ci sarebbe mai riuscita, nemmeno in un mese.
Mentre la fissavo, colsi la spaventosa angoscia che la attanagliava, il terrore che la stava dilaniando… e a un tratto provai compassione per lei. Scossi la testa incredula, come risvegliandomi da un sogno: l’atto che stavo per compiere era mostruoso. Come avevo potuto concepire una vendetta così crudele? Grazie al cielo ero tornata in me prima che fosse troppo tardi. Mi ritrassi e dissi a Laura che avevo solo voluto spaventarla, non l’avrei mai sfigurata. Adesso piangeva per il sollievo.
Tornai alla macchina, camminando come una sonnambula, in preda ai sensi di colpa e ancora confusa e disorientata. Mi sentivo strana, scissa in due. Era come se vaste zone d’ombra si fossero impossessate di una parte della mia testa, simili a nuvole che oscurassero il sole.
Nei giorni che seguirono cercai di cancellare per sempre dalla memoria quell’episodio tremendo. All’inizio non fu semplice. Ero tormentata dal ricordo dei suoi occhi colmi di angoscia, mi sembrava di risentire le sue implorazioni, e mi domandavo quale diabolico influsso mi avesse portata a concepire una vendetta così atroce. Poi, per fortuna, riuscii a dimenticare. Tutto si trasformò in un sogno. Mi convinsi che non era successo niente: l’appostamentro dietro la siepe, l’aggressione, la minaccia di sfregiarla, erano solo parti di tale sogno. Ritrovai la serenità.
C’era tuttavia un particolare che mi inquietava: non un pensiero cosciente, ma come un’ombra sfuggevole però presente, benché celata in qualche oscuro anfratto del mio cervello. Avevo scordato qualcosa e sentivo che era una cosa importante, però per quanto mi sforzassi rimaneva lontana dalla mia comprensione.
Passarono due settimane. E, come spesso accade, si materializzò quando smisi di pensarci, lasciandomi sgomenta.
Laura era ancora legata al letto.
Uscii dall’ufficio senza salutare nessuno, saltai sulla macchina e guidando come una pazza raggiunsi la casa sul mare. Vidi un’auto della polizia… e Stefano… e un’ambulanza.
A parte le strisce rosse, era bianca.
Come questa stanza e come i camici degli infermieri.

Read Full Post »

MATRIOSKA 11

Massoud a suo modo era bello, pensò Monica. Inoltre aveva un’aria carismatica e uno sguardo che rivelava intelligenza, determinazione e forza. Era rimasta colpita dai suoi modi garbati e dal tono fermo ma pacato con cui impartiva gli ordini ai Mujaheddin che lo accompagnavano.
Era autorevole senza essere autoritario.
“Noi non abbiamo paura di morire.”, dichiarò l’afghano. “Se dovessi cadere in battaglia o venire ucciso da un sicario, il mio unico rammarico sarebbe quello di non poter continuare la lotta.”
Monica sorseggiò il the verde. Era stanca, accaldata e madida di sudore: non riuscì a trattenere il suo spirito polemico. “Siete sicuri di combattere dalla parte giusta?”, gli domandò guardandolo negli occhi. “Il regime sostenuto dai russi stava realizzando importanti riforme democratiche.”
Lodge la fulminò con lo sguardo. Imperterrita, lei proseguì: “Scuole, ospedali, maggiore dignità per le donne.”
Massoud  non rispose subito. Lodge pensava che quelle parole lo avessero irritato, ma si sbagliava. Il capo dei guerriglieri sorrise. Forse era affascinato da Monica, si disse Lodge, e divertito dalla sua impudenza: una donna afghana non avrebbe mai osato esprimersi in quei termini, né rapportarsi alla pari con un uomo. “Sono stranieri.”, affermò con calma dopo un momento. “Questa è la nostra terra, e loro vogliono conquistarla… renderci schiavi. Hanno ammazzato donne, vecchi e  bambini, hanno distrutto interi villaggi, e continuano a farlo: è giusto questo?”
Seguì un silenzio. Monica avrebbe voluto ribattere, ma considerò fra sé che sarebbe stato inutile. Era vero ciò che aveva sostenuto Massoud, però era altrettanto vero che l’Unione Sovietica era intervenuta in seguito a una richiesta d’aiuto del legittimo governo di Kabul. Tuttavia, si rendeva conto che le loro posizioni erano inconcialibili, e comunque lei non si trovava lì per discutere bensì per portare a termine un compito che le era stato affidato dalla CIA. Insistere sarebbe stato controproducente: l’unico risultato che avrebbe ottenuto sarebbe stato quello di alienarsi la simpatia di Massoud. In ogni caso, si era sfogata esprimendo il suo pensiero e di questo era soddisfatta.
Lodge cambiò discorso. “Credo di conoscere l’uomo che si è spacciato per americano.”
Massoud lo osservò con interesse.
“E’ il miglior agente del KGB. Non conosco il suo nome, so soltanto che lo  chiamano Matrioska.” Fece una pausa, mentre suo malgrado ripensava a ciò che era successo a Roma, quindi aggiunse: “Io l’ho già incontrato.”
Massoud annuì. “L’ho visto per pochi attimi, prima che il traditore cercasse di pugnalarmi; però mi è bastato: ha un’aura crudele, e certamente è un avversario formidabile. Tenterà di nuovo di uccidermi, ma non lo temo.”
Io, invece, sì, pensò Lodge; ma non replicò. A differenza di Monica Squire non gli interessava discutere: era tempo perso.
In realtà, c’era stato un periodo in cui era stato attraversato dai dubbi. Aveva disapprovato la guerra del Vietnam e guardato con scetticismo a molte azioni della CIA. Pensava ai bambini dilaniati dalle bombe, agli uomini terrorizzati dal rumore degli elicotteri che si avvicinavano, alla devastazione prodotta dal napalm. Sherlyn lo aveva aiutato. E da molto ormai pensava unicamente a svolgere il suo lavoro con efficienza, senza porsi domande per le quali non esistevano risposte.
Massoud si allontanò per conferire con un guerrigliero appena arrivato.  Si trovavano in un piccolo villaggio – meno di cento case – a ridosso di una montagna. Lì accanto scorreva un fiume. Lodge levò lo sguardo al cielo, chiedendosi se la sua missione era finita; avevano messo in guardia Massoud, che peraltro aveva già visto l’agente del KGB: non restava granché da fare. Come aveva detto a Monica, non  era in cerca di rivincite; ciononostante gli sembrava che ci fosse qualcosa di irrisolto, sebbene non avesse le idee chiare in proposito.
A un tratto udì un rumore terribile.
E da un momento con l’altro la tranquilla mattina di sole si trasformò in un inferno. Gli abitanti del villaggio corsero verso la montagna, Latif gli fece cenno di scappare. Lodge e Monica lo seguirono; Massoud e i suoi uomini erano già davanti a loro… e comparvero gli Hind. Erano quattro. Scesero, simili a orride creature deformi, falcidiando i più lenti, perlopiù gli anziani del villaggio oltre a due donne impedite dai bimbi che tentavano di salvare. Quindi, puntarono sui guerriglieri: ne uccisero sei. I superstiti trovarono rifugio in una grotta. Era per questo che Massoud aveva scelto un paese vicino a una montagna, si disse Lodge. Monica arrivò per ultima, rossa in faccia per lo sforzo: tuttavia non era spaventata.
Massoud era calmo. Indicò due Stinger. “Forse siete più pratici di noi. I nostri uomini meglio addestrati sono caduti.”
John prese uno dei due lanciamissili e si sporse per mirare. Un Hind si alzò sopra di loro. John sparò. Il missile centrò la presa d’aria dell’elicottero, l’Hind si schiantò contro il fianco della montagna e precipitò a terra avvolto dalle fiamme.
Gli altri tre Hind scelsero traiettorie diverse. Era una buona tattica, pensò Lodge mentre ricaricava lo Stinger. Un elicottero tornò indietro per distruggere il villaggio ed eliminare gli afghani che si trovavano ancora allo scoperto. Un Hind si alzò volteggiando, come un orribile mostro alato. Il terzo puntò su di loro.
Lodge prese accuratamente la mira. Se avesse mancato il bersaglio, sarebbe morto. Il cannoniere russo puntava proprio lui e il pilota aveva manovrato l’elicottero in modo tale da consentirgli il miglior angolo di tiro possibile.
John sparò di nuovo e ancora una volta il missile raggiunse la presa d’aria. I  Mujaheddin gridarono trionfanti.
Ma l’Hind che stava più in alto scese velocemente, come un falco che punta un coniglio. Si sentì un fragore assordante, poi John vide Latif stramazzare al suolo con il corpo orrendamente dilaniato. Un istante dopo fu colpito un altro guerrigliero.
Lodge cercò di ricaricare lo Stinger, ma capì che non avrebbe fatto in tempo. L’elicottero sembrò invadere tutto il suo campo visivo. Il cannoniere era pronto a far fuoco. Lodge si gettò a terra, benché sapesse che era inutile.
Poi l’ Hind sbandò, perse rapidamente quota e si fracassò al suolo.
Lodge si guardò intorno, stupito.
Monica aveva un ginocchio a terra, il secondo Stinger saldamente fra le mani e un’espressione compiaciuta in volto.
John l’avrebbe abbracciata.
Scrutò il cielo e vide l’elicottero superstite che si innalzava per allontanarsi e fare ritorno alla base.
Questa volta anche Lodge gridò assieme ai Mujaheddin. Soltanto Massoud restò impassibile.

L’indomani erano distanti da quello che rimaneva del villaggio.
Monica e John avevano conquistato il rispetto e l’ammirazione di Massoud. Il comandante dei guerriglieri chiese a Lodge se era disposto a insegnare la tecnica migliore per usare gli Stinger ai sopravvissuti di quel gruppo, pochi in realtà: si erano salvati in otto. Questo naturalmente facilitava il compito. Lodge acconsentì di buon grado. Dopo un attimo di esitazione Massoud rivolse la stessa domanda a Monica, che annuì con un sorriso: per quanto diverso dalla maggioranza degli afghani, Massoud era pur sempre un maschilista. Avrebbero incominciato il giorno successivo.
Quella sera, dopo una cena frugale a base di pane e yogurt, si ritirarono presto. Massoud gli aveva riservato una casetta lievemente isolata dal resto del paese; era situata proprio sotto alla montagna, in prossimità di un ruscello.
Lodge era eccitato.
Aveva nitida in mente l’immagine di Monica con un ginocchio a terra e l’aria trionfante. Per qualche motivo, ciò lo stordiva. Gli aveva salvato la vita, ma non solo: aveva dato una grande dimostrazione di forza, di coraggio e di destrezza.
Dormivano in camere separate; era stata una giornata faticosa, ma Lodge era troppo inquieto per prendere sonno. Pensava a Sherilyn e veniva assalito dai sensi di colpa, pensava a Susan e provava un forte rimorso per i pensieri lascivi che non riusciva ad allontanare.
Voleva Monica.
E la voleva ora.
Se fosse entrato nella sua stanza, che reazione avrebbe avuto?
Si sarebbe indignata e lo avrebbe scacciato oppure lo avrebbe preso tra le sue braccia, avida di passione? John pensava di non esserle indifferente, ma cosa poteva offrirle? Non certo un futuro in comune.
Si soffermò a riflettere.
Sherilyn era sua moglie e lui la amava, però Monica era una donna speciale – se ne rendeva chiaramente conto adesso. Era superiore a tutte le donne che aveva conosciuto… inclusa Sherilyn. A quel pensiero provò una fitta d’angoscia. Poi immaginò di vivere con Monica e l’angoscia fu sostituita dal desiderio folle di averla sempre con sé: dormire con lei, svegliarsi con lei, fare l’amore tutte le notti con lei.
Sono un dannato egoista, si disse. Un matrimonio è per sempre. E poi cosa penserebbe Susie di me? Provò un senso di malessere quasi fisico all’idea della sofferenza che avrebbe arrecato alla figlia.
Non si sarebbe mosso dalla camera, decise. E avrebbe smesso di baloccarsi con quelle fantasie assurde. Però, non riusciva a stare fermo.
Uscì di casa e attraversò il piccolo villaggio. Era una notte luminosa, piena di stelle. Lodge rammentò che ne aveva regalata una, forse la più splendente, a Sherilyn. In seguito, anche Susie aveva preteso di possederne una.
Si vergognò profondamente.
Poi rientrò in casa e andò da Monica.

Read Full Post »

MATRIOSKA 10

I cinque Mujaheddin confabularono con la loro guida. Parlavano in fretta e Monica non capì cosa dicevano: era chiaro però che si riferivano a lei e a John. Guardò Lodge e lui alzò le spalle.
Finalmente l’uomo che li accompagnava, Latif, spiegò ciò che era successo. Un “americano” e un traditore avevano cercato di uccidere Massoud. Per fortuna, Massoud era incolume; ma il problema era un altro: chi poteva garantire che loro due fossero veramente amici dei guerriglieri?
Lodge disse: “Sapete descrivermi l’uomo che si spacciava per americano?”
Latif interrogò gli altri, quindi fornì una descrizione molto vaga. Lodge rifletté per alcuni istanti. “Noi ci troviamo qui proprio per questo. Siamo stati anticipati e non per colpa nostra. Se Massoud ci avesse ricevuto subito, lo avremmo messo in guardia. Comunque, grazie al cielo, l’attentato è fallito.”
“Tuttavia, non è cessato il pericolo.”, interloquì Monica. “Ci riproveranno.” Non era nel suo stile essere drammatica, ma incominciava a credere veramente che alla base di tutto ci fosse quel Matrioska.
Latif annuì, pensieroso. “In ogni caso, sarà Massoud a giudicare. Lui sa leggere nel cuore della gente. Se siete in buona fede, non avrete nulla da temere.”
“Bene.”, disse Lodge. “Non vedo l’ora di incontrarlo.”

Il fiume era profondo.
L’impatto gli svuotò l’aria dai polmoni. Sebbene fosse estate, l’acqua era talmente gelida che gli ghiacciò i testicoli.
Durante la caduta era riuscito a coordinarsi come un atleta olimpionico: ne era conseguito un tuffo perfetto. In pochi ci sarebbero riusciti, ma Aleksandr sapeva di essere eccezionale.
Il fiume parve risucchiarlo in una morsa d’acciaio.
Aleksandr scrollò la testa, si spinse rabbiosamente in alto e riaffiorò in superficie. Sopra di lui c’era una cascata spumeggiante che il sole al tramonto illuminava fiocamente. Aleksandr nuotò verso la riva. Quando uscì dall’acqua, si accasciò respirando affannosamente. Rabbrividiva per il freddo. Dopo qualche minuto, con un grande sforzo di volontà si rialzò e si allontanò da lì, seguendo una mulattiera che sembrava puntare verso il cuore della montagna. Raggiunse una grotta e si fermò per riposare; piombò in un sonno profondo, pervaso da strani sogni che riguardavano la sua infanzia. Si svegliò il mattino dopo, mangiò una tavoletta energetica che conservava in una confezione di polietilene, abbandonò la caverna e scese a valle.
Si preannunciava una giornata calda e luminosa. Le montagne spiccavano nel cielo perfettamente blu, solcato da pochissime nubi.
Aleksandr camminò per più di due ore, poi vide il cinghiale.
Muovendosi con cautela, lo raggiunse, lo uccise e lo scuoiò. Nascose la pelle dell’animale in un anfratto della montagna. Prese nuovamente in considerazione l’idea di recarsi a Kabul o, meglio ancora, a Charikar che era più vicina, ma ancora una volta la scartò. A parte il fatto che Massoud poteva essere ovunque, avrebbe dovuto fare i conti con la burocratica lentezza dell’esercito sovietico. Prima o poi sarebbe riuscito a stabilire un collegamento con il KGB, ma intanto avrebbe perso tempo prezioso e, quando finalmente gli avessero messo a disposizione un Hind, sarebbe stato certamente troppo tardi. Inoltre, anche se avessero individuato il rifugio del capo dei ribelli, non era detto che sarebbero riusciti a uccidere proprio lui: il margine di rischio era eccessivo. Decise una volta per tutte che avrebbe proseguito la missione da solo, come del resto da sempre era abituato a fare. Aleksandr amava agire in piena libertà, senza dover rispondere a nessuno e avvalendosi di mezzi non sempre ortodossi. Ciò che contava, alla fine, era il successo: ai suoi capi non doveva interessare altro. Meno sapevano di ciò che faceva, meglio era.
Imboccò uno stretto sentiero che conduceva alla terrazza naturale dove Farrin aveva tentato invano di uccidere Massoud.
Era pronto a scommettere che questi aveva già levato il campo.
Ma, al momento, non era lui che cercava.
Faceva molto caldo. Il sole splendeva alto nel cielo e non c’era un filo d’aria. Aleksandr abbandonò il sentiero e trovò un modo per aggirare il punto dove aveva incontrato le sentinelle.
A un tratto sentì una voce e subito dopo una seconda. Si fermò e rimase in attesa. Due uomini stavano parlando fra loro. Trascorsero dieci minuti, mentre Aleksandr aspettava di udire una terza voce e magari una quarta: ma evidentemente i Mujaheddin erano soltanto due.
Avanzò silenziosamente, trattenendo il respiro.
Poi li vide.
Erano seduti, intenti a fumare. Entrambi avevano un Kalashnikov, però erano distratti.
Aleksandr biasimava la mancanza di disciplina. Se Massoud fosse stato eliminato, quel branco di animali si sarebbe disperso tra le montagne e i russi avrebbero occupato senza problemi la valle del Panjshir.  Era il punto nevralgico della resistenza dei guerriglieri, dato che gli altri capobanda non possedevano l’intelligenza e l’acume di Massoud.
Non era il caso di usare la pistola: il rumore degli spari avrebbe richiamato altri Mujaheddin. Aleksandr impugnò un coltello dalla lama lunga e affilata, poi uscì allo scoperto. I ribelli lo fissarono, sorpresi.
Imbracciarono i Kalashnikov, ma lui fu più veloce.  Balzò sul guerrigliero più vicino e con un rapido movimento gli tranciò la gola.
Il secondo cercò di far fuoco.
Aleksandr doveva impedirglielo.
Si gettò su di lui e lo stordì con un pugno. Gli strappò l’arma dalle mani, quindi lo prese a calci finché non cadde riverso al suolo.
Attese che si riprendesse, quindi lo pungolò con il Kalashnikov, indicandogli la valle sottostante. Mentre scendevano, Aleksandr disse: “Dove si trova ora Massoud?”
L’afghano non rispose.
Aleksandr gli rivolse un sorriso crudele. “Tranquillo. Fra poco me lo dirai.”
L’afghano sputò per terra.
Aleksandr sapeva valutare gli uomini.
Quasi sicuramente quel ribelle era molto coraggioso e avrebbe resistito a ogni tortura: per un Mujaheddin era inammissibile tradire Massoud. Ma esistevano altri metodi per costringerlo a parlare.
Continuarono a scendere. Imbruniva e il caldo si era fatto meno soffocante; adesso spirava una lieve brezza che Aleksandr accolse con sollievo.
Giunti davanti alla grotta dove era nascosta la pelle del cinghiale, Aleksandr ordinò all’afghano di fermarsi.
“Dov’è Massoud?”, ripeté.
L’altro lo guardò con aria di sfida.
Aleksandr disse: “Bene. Non importa. Allora morirai.”
Intuiva che per il guerrigliero sarebbe stato un onore sacrificare la propria vita per salvare il suo comandante, e infatti colse una luce fanatica nei suoi occhi. Aveva visto giusto: era un uomo coraggioso e inflessibile.
Tenendolo a bada con il Kalashnikov, si sporse per recuperare la pelle del cinghiale.
“Quando sarai morto”, disse, “scaverò una fossa e ti seppellirò. Prima, però, ti avvolgerò in questa pelle.”
L’afghano impallidì e incominciò a tremare.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: