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Archive for ottobre 2016

cristina-khay-2Eventuali commenti del tipo “lo ricordavo”, “l’ho già letto”, etc. saranno rimossi. Il mondo è grande. Capito mi hai, Genoveffa?

Il nonno gli aveva trasmesso la passione. Quella per i rapaci notturni s’intende: gli allocchi, le civette, i barbagianni. Anche se il nonno era riuscito ad addomesticare un gufo reale solo per andarci a caccia. E Stelvio ancora se li ricordava quei giorni: era uno spettacolo osservare l’animale lavorare la preda. Il gufo si levava in ampi giri morbidi sfruttando il vento e le termiche che lo spingevano improvvise da sopra gli specchi d’acqua al sole. E poi si gettava a capo fitto verso il coniglio selvatico o il leprotto attardatosi fuori dalla tana. Era un volo pieno di silenzi ma con la rapidità della morte negli artigli aperti a ghermire la vita. Un attimo ed era tutto finito. Stelvio però preferiva guardarli, i rapaci. E se fosse riuscito a catturarne uno ne avrebbe avuto cura per sempre. È per questo che aveva costruito un riparo di legno posizionandolo a sud, come andava fatto, sui rami alti della quercia più frondosa. E aveva atteso per settimane, fino a quando quel giorno non trovò alla base del tronco un bolo di pelo e ossa. Il suo rifugio era stato colonizzato, ne era certo.
“Domattina andiamo dal Marchese.” gli comunicò lo zio arrivandogli alle spalle. Invidiava quel suo modo di camminare nel bosco, da lupo, senza fare il minimo rumore. “Martino sta male. E ho bisogno che tu mi dia una mano con le foglie del viale.”
Stelvio non disse nulla. Assentì cercando di riuscire a intravedere tra i rami il ‘suo’ strigide. Non c’era bisogno di dire nulla, del resto, non sarebbe servito. Lo zio comandava e basta e non c’era modo di contrastarlo. Tanto valeva fare come diceva lui, da subito.
Così al mattino seguente si era fatto trovare pronto alle cinque. La tenuta ‘I Geti’ del Marchese, di centottanta ettari, era a due ore di furgone da casa. Il nonno gliene aveva parlato diverse volte, quand’era piccolo, e sempre con gran rispetto. In quella foresta c’erano daini, caprioli, lepri, cinghiali, cervi. Il paradiso del cacciatore. Al nonno brillavano sempre gli occhi quando ne parlava e finalmente, ora, l’avrebbe visto. Ma aveva bisogno di un paio di stivali per il fango, così diceva lo zio, e lui non ne aveva. Frugò allora tra le cose del nonno. C’era ancora tutto nella sua stanza: i vestiti, il necessario per fare la barba, i cappelli, le scarpe, la busta per il tabacco. Ogni cosa era ben riposta, in ordine, persino senza polvere, come se avesse dovuto tornare da un momento all’altro. E invece una mattina, aveva preso il suo sovrapposto più bello ed era uscito senza più tornare. La sensazione era però che, pur dopo tanti anni, l’avrebbe visto una sera affacciarsi allo specchio della porta e chiedere, come se nulla fosse stato, cosa ci fosse per cena.
E dopo tanto cercare li trovò in fondo all’armadio: un paio di stivali neri, consumati, che a lui, che non aveva compiuto diciassette anni, stavano davvero larghi. Il nonno era infatti un omone di quasi due metri di altezza, grosso come un monumento ai caduti, una roccia d’uomo che nulla sembrava poter scalfire. Gli stivali gli servivano, e questo era tutto, e lui li prese.
Il furgone s’inerpicò per la strada sterrata sobbalzando a ogni buca. I rastrelli, la scala, le pale e ogni altro strumento da lavoro sbattevano sul pianale del furgone con gran fracasso. Lo zio se ne stette muto, per tutto il tempo: sembrava godersi quel concerto di ferraglia. Quando cominciarono ad avvicinarsi alla tenuta, tanto da poterla veder sbucare, tra il verde cupo dei lecci, come un animale curioso, cominciò a fargli un mucchio di raccomandazioni. Doveva parlare solo se gli altri gli avessero rivolto la parola, non doveva entrare nella Casa, né sputarsi nelle mani in presenza di qualcuno prima di usare il rastrello e, soprattutto, non avrebbe dovuto lamentarsi mai. Stelvio lo ascoltò per i primi cinque minuti, poi si mise a fissare alla sua destra due cavalli che correvano liberi al galoppo con il collo rigido e le froge al vento a fiutare gli odori grassi della pioggia che nella notte aveva reso scura e fredda la terra della campagna. Le luci del parco, ancora accese, consentivano una certa visibilità.
“Hai capito? Sono stato chiaro?” gli chiese alla fine lo zio mentre stavano ormai entrando nella tenuta.
“Sì sì, certo, zio.”
Appena scese dal furgone gli si parò innanzi, inaspettata, la più grossa voliera di rapaci che avesse mai visto. Vi si avvicinò come rapito. C’era una poiana codarossa, una di Harris, un falco pellegrino, un astore e… e un tenero assiolo. Che meraviglia. Non ci poteva credere di poterli vedere tutti insieme in un solo momento.
“Stelvio! Stelvio!” lo zio lo chiamava facendogli gli occhi severi. “Prendi gli attrezzi sul furgone, presto, e seguimi: non fare lo scemo come al tuo solito”.
Lui tornò indietro, in fretta, saltando sul pianale del furgone. Afferrò i rastrelli, un forcone e il secchio. Poi si fermò a guardare lo zio che, più avanti, si era messo a parlare con un signore ben vestito. Da lassù poteva vedere l’ingresso della foresta, il maneggio, le stalle e l’andirivieni della gente, ognuno con un suo compito preciso. Guardò la casa che si ergeva accanto a lui, forte e austera come un monito. Era grigia, di pietra granitica, con modanature in legno quasi nero, che ne sottolineavano l’imponenza solenne. Guardò verso le finestre al primo piano. E fu lì, che nella semioscurità, la vide. Poteva avere la sua età. Una ragazza dai lunghi capelli biondi, il viso appoggiato sul mento, lo stava osservando attraverso i vetri della finestra. Lo sguardo era triste, annoiato, ma era diretto proprio verso di lui. Stelvio provò ad abbozzare un sorriso e alzò una mano, per salutarla, ma lei non contraccambiò. Stelvio si mise subito al lavoro.
Sebbene fosse un ragazzo, era molto forte per la sua età ed era abituato alla fatica. Cominciò a levare le foglie con metodo.
A est una pallida striscia luminosa preannunciò il sorgere del sole. Qualche minuto più tardi, il cielo diventò azzurro e tutta la campagna circostante si rivestì di un morbido colore dorato. A causa della pioggia della notte precedente, si erano formate vaste pozzanghere che, però, presto asciugarono.
Un vento fresco che proveniva da occidente accarezzava le cime degli alberi e scompigliava i capelli di Stelvio.
Il ragazzo procedette con impegno per le successive due ore. Mentre adoperava il rastrello, pensava a quando avrebbe visto volare il suo rapace. Forse goffo e incerto, i primissimi tempi, poi sempre più sicuro e arrogante, come lo spirito di un predatore richiedeva. Di tanto in tanto lo zio lo controllava, ma si limitava ad annuire: il ragazzo stava facendo un buon lavoro. Man mano, Stelvio si allontanò – la tenuta era assai vasta – fino a quando lo zio scomparve alla vista.
A un tratto, il vento cessò. Adesso faceva caldo. Stelvio sostò per qualche istante e si deterse il sudore dalla fronte. Fu allora che udì una voce che gli ricordava qualcuno. “Ti stanno proprio bene quegli stivali! Sembrano fatti su misura.”
Stelvio si voltò di scatto e vide un uomo grande e grosso, con una folta barba grigia e occhi azzurri e penetranti.
Un momento dopo lo riconobbe.
“Nonno!” esclamò in preda a una viva gioia.
Aveva amato molto suo nonno, forse più dei genitori, e quando era scomparso ne aveva sentito profondamente la mancanza. Adesso appariva invecchiato, ma era sempre dritto e solido, simile a una poderosa quercia.
“Dove sei stato per tutto questo tempo?”, gli domandò.
“Oh, in vari posti.”, rispose il nonno. “Ho girato il mondo. Volevo vedere foreste più grandi, e le ho viste!” C’era una luce sognante nel suo sguardo. Rimase in silenzio per alcuni istanti, come se stesse rivivendo quei giorni e vedendo nuovamente le foreste di cui parlava.
“Ho visto una quantità di animali.”, riprese il vecchio. “Non soltanto daini, caprioli, lepri, ma anche lupi, volpi e un cervo che aveva un palco di straordinaria bellezza. Era veramente un esemplare maestoso. E, poi, ogni genere di rapace. Però, mi sei mancato, figliolo.”
Stelvio era commosso. “Anche tu, caro nonno!” Gli raccontò del suo sogno di avere un rapace e di come forse fosse riuscito a realizzarlo. Il nonno lo ascoltò con attenzione, quindi gli impartì alcuni consigli pratici, che il ragazzo memorizzò. Stelvio accennò anche a una certa Matilde, una giovane maggiore di lui di un anno. Aveva dei magnifici occhi verdi e soffici capelli biondi che le arrivavano alle spalle; purtroppo, però, non lo degnava di uno sguardo, forse a causa della differenza di età. Il nonno si sedette su una roccia che affiorava dal terreno, proprio sul limitare del bosco, tolse il cappello e lo depose con cura in un punto perfettamente asciutto. “Presto Matilde ti amerà.”, commentò dopo un momento. “Vi sposerete, avrete tre figli e sarete molto felici insieme. Lei si dimostrerà una moglie fedele e devota, e tu sarai un marito appassionato e premuroso. Vivrete a lungo insieme.”, concluse sorridendo. “Ma ora riprendi il tuo lavoro, altrimenti lo zio si arrabbia.”
Stelvio avrebbe voluto parlare ancora con il nonno, però obbedì. Continuò a sgombrare il lungo viale dalle foglie, mentre il sole saliva alto nel cielo. Ogni tanto, si lanciava un’occhiata alle spalle come per accertarsi che il vecchio fosse ancora lì. Il nonno riposava tranquillo. Il ragazzo provava una dolce sensazione di calore che non era dovuta al sole.
Doveva essere circa mezzogiorno quando lo zio lo venne a cercare. Era ora di pranzo.
“È tornato il nonno!”, lo informò Stelvio, tutto eccitato.
“Non dire sciocchezze.”, replicò lo zio. “Che ti ha dato di volta il cervello?”
“Ma guardalo, zio, è lì!” E indicò la roccia dove il nonno si era seduto.
Ma su quella roccia non c’era nessuno.
Stelvio fece girare lo sguardo. Non vi era traccia del nonno.
Lo zio lo prese sottobraccio. “E’ ora che tu lo sappia.”, disse in tono gentile. “Nonno è morto da molto tempo.”
“Ma… ma…” Stelvio scosse il capo, frastornato.
Si avviarono per tornare al furgone dove avrebbero consumato una colazione al sacco.
Stelvio camminava a testa bassa.
Non si voltò più.
Se lo avesse fatto, avrebbe visto un cappello depositato con cura su un punto perfettamente asciutto del terreno.

Più tardi, il Marchese li mandò a chiamare. Sebbene fosse un ricco nobile, era anche un uomo alla mano. Intendeva congratularsi per la solerzia con cui zio e nipote avevano svolto il lavoro di Martino. Lo zio aveva colto un mazzo di fiori. Lo porse al Marchese. “Un piccolo omaggio.”, dichiarò.
In quel mentre, sopraggiunse la figlia del Marchese.
“Questi fiori sono per me?” chiese.
Il Marchese sorrise. “Credo proprio di sì.”
Matilde fece un piccolo inchino. “Grazie!”, disse rivolta allo zio, ma il suo sguardo si fissò su Stelvio.
Lui la ricambiò ed entrambi arrossirono.

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DAVANTI AL MARE

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La grande distesa del mare arrivava fino all’orizzonte: era grigia, del colore dell’acciaio, battuta dalla pioggia e attraversata dal vento di settentrione. I gabbiani disegnavano traiettorie diseguali a caccia di pesci; una barca di pescatori procedeva lentamente diretta al piccolo porto. L’aria sapeva di salsedine, e di pioggia, e del fumo del venditore di caldarroste. Pochi passanti infreddoliti camminavano stringendosi nei cappotti; un bambino osservava curioso lo spettacolo incomparabile della natura, capace di creare prodigi in ogni stagione, a seconda di stati d’animo eterni che puntualmente si rinnovano anno dopo anno.
Viviana distolse lo sguardo dalle acque profonde percorse dalla tramontana e tornò a rivolgere la propria attenzione a Fabio. In quegli ultimi minuti aveva viaggiato nel tempo, componendo un quadro che era fatto di mille tessere, un mosaico che adesso le appariva chiaro e comprensibile, ma che in passato le era sempre sfuggito, troppo frammentario e oscuro per poter essere realizzato.
“Ma perché?”, mormorò a voce bassa, appena percettibile.
L’uomo esibì un sorriso stanco che non arrivava agli occhi. “Non ho mai avuto il coraggio.”, disse.
Viviana scosse la testa, facendo ondeggiare i capelli. “Ma è assurdo! Ti rendi conto?”
“La mia vita è sempre stata assurda.”
La donna era frastornata. Come in un film rivisse tutto: le poesie che trovava nella cassetta della posta. Erano scritte su foglietti sgualciti, tracciate da una grafia incerta, quasi infantile: ma erano le più belle poesie che avesse mai letto. La dipingevano come un angelo, i cui lunghi capelli neri ricordavano l’incanto della notte, e gli occhi verdi la meraviglia del mare, e la voce la suggestione di una suonata di Mozart. Rilette a posteriori forse erano un po’ ingenue, ma poi ne erano arrivate altre, e si erano succedute nel corso degli anni, diventando sempre più mature e profonde. Parlavano di un amore senza confini, assoluto, destinato a durare per sempre, trovando linfa nella disperazione di chi non viene corrisposto, irrobustendosi per la sofferenza, sino a diventare qualcosa di mistico. Un giorno le poesie si trasformarono in prosa, ed erano lettere che svelavano l’animo di un uomo colto, intelligente, sensibile, un uomo perdutamente innamorato, tuttavia come per un sortilegio maligno destinato a rimanere solo, in una vita desolata i cui unici sprazzi di sole erano quelli serali, quando, dopo aver cenato, si sedeva alla scrivania, prendeva un foglio bianco e scriveva.
Viviana incominciò a desiderare quelle lettere, a cercarle nella cassetta della posta quasi con ansia, rimanendo delusa se non ne trovava una nuova, e felice come una bambina se riconosceva l’inconfondibile busta.
Si sposò a trent’anni, e le lettere continuarono ad arrivare. Diventarono un raggio dorato che in qualche modo illuminava un’esistenza infelice, causata da un matrimonio sbagliato. Viviana compì i quarant’anni, e le lettere arrivavano ancora. Avrebbe voluto rispondere, svelare a sua volta i misteri del proprio cuore, raccontare le miserie della quotidianità: ma era impossibile. Iniziò a scrivere su un diario, che custodiva gelosamente in un cassetto, nascosto sotto una pila di maglioni. E nel diario parlava a lui, rispondeva a quello che lui le diceva.
E in questo trovava conforto.
Poi le lettere non arrivarono più.
Quel meraviglioso flusso di emozioni si interruppe, simile a un ruscello che all’improvviso rimane privo d’acqua. Per Viviana non fu facile elaborare il lutto; era come se una parte di lei fosse morta, e forse quella parte era stata la più bella della sua vita.
Trascorsero dieci lunghi anni. Una sera squillò il telefono. Era Fabio Campari, il suo compagno di banco al liceo. Desiderava rivederla. Viviana acconsentì con piacere. Si ricordava ancora di lui: un ragazzo intelligente, timido, sensibile. Benché fosse generalmente taciturno, era anche simpatico. E indubbiamente bello. Viviana si era presa una cotta per lui, ma senza trovare il modo per scalfire le sue difese. Fissarono l’appuntamento per l’indomani, davanti al mare.
“Ma perché solo ora?”, gli chiese quasi con rabbia.
Fabio spostò lo sguardo sulla grande distesa d’acqua che arrivava fino all’orizzonte, grigia del colore dell’acciaio. La barca dei pescatori aveva guadagnato il rifugio sicuro del porto, i gabbiani disegnavano traiettorie diseguali a caccia di pesci.
“Sto per morire.”, disse. “Cancro.”

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repubblica-31-05“Alla domenica andavo a comprare la Repubblica. Durante la settimana, a causa del lavoro, non avevo mai il tempo per leggerla; inoltre, l’edizione domenicale contiene l’editoriale di Eugenio Scalfari ed è mediamente più ricca di pagine, sull’esempio dei giornali inglesi. Ricordo molto bene certe mattine estive, profumate di vento e della pioggia della notte prima, con il cielo limpido e il verde brillante dei prati che costeggiavano la strada. Quando rincasavo, mi accoglieva l’odore del caffè che Maddalena aveva appena preparato. Lo bevevamo assieme, mentre io sfogliavo il quotidiano e commentavo ad alta voce le notizie. Io sono di sinistra e intransigente nei confronti di Berlusconi; mia moglie ha vaghe idee politiche e non vota mai.”
Alessandra alzò lo sguardo dal libro e osservò quel perfetto sconosciuto che era venuto a sedersi accanto a lei, sulla sua panchina preferita, all’estremità settentrionale del parco. Le era già successo di essere abbordata, in un altro parco e su un’altra panchina, e in quel caso si era trovata di fronte a un autentico pazzo che credeva di essere un marziano. Tutte a me capitano!, pensò risentita. Stava leggendo Mondo senza fine di Ken Follett, e non amava essere interrotta quando leggeva, soprattutto in un momento di suspense. E poi, in quel punto del romanzo, era di scena Caris Wooler, la sua eroina preferita.
“Mi chiamo Massimo Tani.”, disse l’uomo. “Mi dispiace di averla disturbata.”, aggiunse subito dopo, quasi le avesse letto nel pensiero. “Ma vede, io la conosco. O, per essere più precisi, conosco il suo libro. Credo che lei sia una persona sensibile, e forse sarà disposta ad ascoltarmi. Io… non ho nessuno con cui poter parlare.” Le tese la mano. “Posso chiamarla Ale, o preferisce Sandra?”
“Ma come…” Poi Alessandra ricordò di aver portato con sé Lesbo è un’isola del Mar Egeo. Non lo aveva fatto per una ragione precisa: in ogni caso, era appoggiato sulla panchina, accanto alla borsetta.
“Drole de combination! Anche mia moglie, la mia ex moglie, si chiama Maddalena. Abbiamo qualcosa in comune: un amore finito male.”
Alessandra gli rivolse uno sguardo più approfondito. Era un uomo alto, stempiato, con sorprendenti occhi blu e un viso, se non bello, sicuramente gradevole. Dimostrava circa quarant’anni. Di modi cortesi, era tuttavia vestito in modo trasandato e aveva la barba lunga di almeno tre giorni. “Lei ha letto il mio libro?”, disse finalmente. “Certo.”, rispose lui. “Me lo consigliò un mio amico. Mi è piaciuto molto. Complimenti. Sa, all’inizio pensavo che fosse la solita storia di lesbiche.”
“Grazie.”, replicò meccanicamente Alessandra. Poi decise di mostrarsi cortese. “Mi stava dicendo?”
“Che oggi è domenica, e dopo molto tempo ho comprato nuovamente Repubblica.” Gliela mostrò, come se fosse una prova della sua sincerità.
“E?”
Massimo si schiarì la voce. “E mi è venuto il magone, ecco quanto!” Piegò il giornale e lo infilò in una tasca della giacca. “Vede, c’è stato un periodo in cui sono stato immensamente felice. Era bella la vita con Maddy!” Scosse la testa e proseguì: “Tutto per quei maledetti camion! Io avevo una piccola ditta di trasporti; non ero esattamente ricco, però guadagnavo bene, anche se le spese erano molte. Un giorno mi è venuta la pessima idea di prendere in leasing due camion nuovi. Volevo ingrandirmi e pensavo che fosse il momento giusto per farlo. Maddalena me lo sconsigliò. Ma io mi dimostrai cocciuto come un mulo, e feci di testa di mia. Ero convinto che le cose sarebbero andate bene: avrei aumentato il mio giro, acquisito nuovi clienti, avrei reso più solida la posizione della ditta, e un domani magari mi sarei potuto comprare una casa al mare. Una casetta sulla spiaggia con un terrazzo. Alla sera avremmo mangiato una buona grigliata di pesce, inaffiata da una bottiglia di vino renano. Avremmo fatto l’amore sulla spiaggia, sotto le stelle. Maddy le assomiglia un po’, sa? Anche se forse è più bella di lei.” All’improvviso diventò tutto rosso. “Non si sarà offesa? Forse mi sono espresso male: intendevo dire che Maddalena ha un corpo… insomma, è più voluttuosa.” Se possibile, adesso era ancora più rosso.
Alessandra rise “Figuriamoci! Ma continui, la prego.” Quella storia la interessava relativamente, però le piaceva ascoltare i discorsi della gente. Spesso è più facile aprirsi con uno sconosciuto, si hanno meno remore; per questo motivo non escludeva di trovare lo spunto per un nuovo racconto da pubblicare sul suo blog. Alessandra aveva un blog su WordPress.
“All’inizio tutto sembrò andar bene.”, riprese Massimo. “Presi una Bmw, sempre in leasing: una 320 turbo-diesel color argento. Era una meraviglia! Poi l’Unicredit comprò la Banca di Roma. Fu allora che cominciarono i guai. Avevo un bel fido e me lo revocarono. Nel frattempo, il lavoro stava iniziando a calare. Se avessi potuto disporre ancora del fido me la sarei cavata, invece mi trovai con l’acqua alla gola. Per farla breve, mi portarono via i camion e poi anche la macchina, perché non stavo più pagando le rate. La mia ditta fallì. E Maddalena mi lasciò. Ormai eravamo ridotti in miseria. Nessuno volle aiutarmi: questo mi ha insegnato molto dell’animo umano.”
Alessandra lo fissò in silenzio. Si sentiva in colpa. Quel pover uomo la stava rendendo partecipe della tragedia della sua vita, e lei si gingillava con l’idea di trasferirla sul pc. E’ questo lo scopo di uno scrittore?, si chiese. Beninteso, non si era mai considerata una scrittrice, ma più correttamente una persona che ama scrivere: ma in quel frangente non sottilizzò più di tanto. Era dunque questo lo scopo? Impossessarsi dell’esistenza degli altri, sfruttare il loro dolore, la loro angoscia, per creare una storia? Si sentiva simile a un vampiro, ugualmente attratta dal sangue degli sconfitti, di coloro che hanno smarrito la strada della felicità per imboccare la via della sofferenza e del degrado. Dove era l’etica in questo meschino procedimento mentale? Chi scrive non dovrebbe cercare sempre una morale, quantomeno una parvenza di morale che nobiliti quello che altrimenti sarebbe solo un banale flusso di parole ? Oppure è così che funziona? Ognuno per la sua strada, indifferente della sorte di chi soffre?
Guardò ancora Massimo Tani. Aveva lo sguardo assente, come perso nel vuoto. Si era sfogato e ora sembrava aver esaurito ciò che restava delle sue energie. “Le manca molto sua moglie, vero?” Era una domanda stupida, se ne rese conto subito, ma altro non le era venuto da dire. E poi pensava che se lui avesse pianto avrebbe in qualche modo esorcizzato il dolore. Forse per poco tempo, ma se fosse stato meglio anche per un solo minuto ne avrebbe tratto comunque un giovamento, sebbene minimo. D’impulso lo abbracciò e, come aveva previsto, lui scoppiò in lacrime.
Tuttavia si riscosse immediatamente. Si staccò da lei, tirò fuori il fazzoletto da una tasca dei pantaloni e si soffiò il naso. Adesso era pallido, con una strana luce negli occhi. “Mi scusi.”, disse a bassa voce. “Ho perso il controllo.” Si alzò dalla panchina. “Lei è stata molto gentile”, proferì con calma. “In questo momento non ho un lavoro, né soldi, né casa. Ma tutto ciò mi è indifferente. E’ a Maddalena che penso, perché quando hai conosciuto l’amore, non puoi scordartelo. Lo vivi sempre dentro di te, sapendo che non ti appartiene più. Affronti le giornate come un soldato che sa che la guerra è persa, ma che non può tornare a casa fino a quando l’esercito nemico non arriverà con i suoi micidiali carri armati e gli aerei e i missili, e allora sì, allora ogni cosa verrà distrutta; e lui, il soldato, combatterà in nome di una causa inutile, però lo farà fino all’ultimo respiro, non già per scelta ma perché non esiste un’altra possibilità. Anche la sua casa è stata bombardata, è ridotta a un cumulo di macerie: perciò non avrebbe senso intraprendere il cammino del ritorno. Poi infine giunge la sera, e io ho ancora Maddalena nella mente, nel cuore, nell’anima, e so che non la rivedrò mai più. Mai più, capisce?”
Lanciò un’occhiata distratta al cielo. “A volte sogno topi morti.”
Le rivolse un sorriso triste e si allontanò lentamente.
Fu allora che Alessandra capì.
Ma prima che potesse fare qualcosa, il rumore dello sparo la trascinò all’inferno.

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LA DEA

la-deaUn ciuffo ribelle cadeva sulla fronte ampia e ben disegnata. I lineamenti del viso erano fini e regolari, gli occhi verdi. Tom Roberts sarebbe stato sicuramente un bel ragazzo, e in effetti lo era: ma aveva le gambe paralizzate. Sebbene fosse intelligente, sensibile e spiritoso, non era mai stato con una donna. Le giovani di San Diego non lo degnavano di uno sguardo. Tom faceva ricorso all’autoironia: “Non è che io non piaccia”, si diceva, “solo che per loro sono uno straniero. Mi vorrebbero, ma diffidano di me.” Naturalmente si trattava di un artifizio, di un ingannare se stessi, dato che avrebbe tanto voluto avere una compagna, non importa se bionda o bruna, magra o grassa; un corpo caldo che gli trasmettesse amore. Si consolava con la musica, in particolare con i dischi della dea. Di lei aveva tutto: ogni singolo cd, manifesti, poster, oltre a una ragguardevole collezione di riviste con recensioni, interviste, servizi fotografici.
Quella sera Tom era al settimo cielo. Anche se aveva abbandonato il concerto dopo appena dieci canzoni, quello che aveva visto, e sentito, lo aveva entusiasmato oltre ogni misura. La dea era fantastica dal vivo.
Ora aspettava davanti al camerino, che aveva faticosamente raggiunto impietosendo il servizio d’ordine. Man mano che lo show si avviava al termine, la confusione aumentava; presto si trovò circondato da una calca di giovani vocianti, e smaniosi di vederla da vicino. Sarebbe passata di lì, ma Tom incominciava a dubitare di riuscire a chiederle un autografo. Probabilmente non lo avrebbe notato in mezzo a tutta quella gente, e poi sarebbe andata di fretta come tutte le star che si rispettino.
“Serata comunque vincente!”, pensò. “Ho assistito allo spettacolo più bello del mondo.” Sul palco lei emanava energia selvaggia; la voce era splendida, le movenze feline. Un conto era ascoltare un disco, altro vivere intensamente il live-act più emozionante della sua vita. A parte il genere diverso, la preferiva anche ai Metallica, che pure amava molto. Lo spettacolo finì, e alcuni energumeni scortarono la cantante giù dal palco. Distribuendo insulti e spintoni alla marea di fans adoranti, le fecero strada verso il camerino. Tom era in una buona posizione. Non per altro aveva lasciato il concerto in anticipo. Quando la vide passare a qualche metro di distanza, gridò il suo nome. Lei si girò. Incredibilmente, ignorò tutti gli altri. I suoi occhi corsero alla sedia a rotelle. Prima di scomparire nel camerino, mormorò qualcosa a un gigante tatuato. Il tatuato si fece largo per raggiungere Tom. Abbaiando frasi irripetibili agli scalmanati che lo attorniavano, sospinse la sedia di Tom fino alla porta del paradiso. Bussò, quindi lo introdusse in un ambiente vasto e lussuoso. La dea stava bevendo champagne; con un gesto della mano congedò la sua corte. Adesso erano soli.
Tom la guardò estasiato. “Sei la numero uno!”, disse arrossendo. Lei gli rivolse uno strano sguardo. Frugò su un tavolo pieno di giornali, prese una foto e una penna. “Come ti chiami?”
“Tom Roberts.”
Lei scarabocchiò un autografo, tuttavia non gli diede la foto. “Non hai una ragazza?”, gli chiese invece. Tom scosse la testa. “No.” Gli sembrò di scorgere una luce triste in quegli occhi meravigliosi, ma forse era solo una sua idea. Era talmente emozionato che gli tremavano le mani. Lei lo fissò in silenzio per alcuni istanti. “Non sei mai andato a letto con una donna?”
“No.”, rispose Tom, congratulandosi con se stesso per aver evitato un tono di autocommiserazione. Non era semplice, ma in quel momento si sentiva l’uomo più felice dell’universo. La dea era davanti a lui e GLI STAVA PARLANDO. Lei versò dello champagne in un bicchiere; glielo porse. Tom aveva sete. Bevve avidamente. La donna gli tolse il bicchiere dalle mani, si liberò con un calcio delle scarpe e si levò la minigonna. Tom Roberts sgranò gli occhi. Forse c’era un allucinogeno in quello champagne. Senza dire una parola, lei gli sbottonò i pantaloni. Tom si vergognò. Aveva un’erezione immensa. Gli fece scivolare i boxer lungo le gambe, poi si mise a cavalcioni su di lui. Incominciò a muoversi nel modo sinuoso che le apparteneva. Il ragazzo non avrebbe mai dimenticato il viaggio nell’estasi che quella notte lei gli donò.
Tom Roberts non poteva sapere che la dea era stata su una sedia a rotelle fino all’età di quattordici anni.
Nessuno al mondo lo sapeva.

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IL POSTINO DI CIMAGROTTA

mario-cipolliniQualche anno fa in un paesino della Toscana c’era un postino. Si chiamava Giacomo Fabbri ed era molto brutto. Oltre a non essere bello di natura, a causa dei lineamenti del viso sgraziati, era anche tutto storto. Ogni cosa nel suo corpo era fuori posto, quasi fosse stato creato da uno scultore pazzo. Di normale aveva soltanto le gambe, che erano muscolose e ben fatte; il resto induceva a pensare a un incubo, oppure al protagonista di un film dell’orrore. Giacomo Fabbri consegnava sempre la posta in bicicletta e, sebbene pedalasse con vigore, rappresentava uno spettacolo grottesco, la caricatura di un uomo con quella postura assurda da personaggio dei cartoni animati: nessuno andava in bicicletta in modo tanto ridicolo.
Ci furono pressioni perché venisse licenziato, dato che disonorava il paese con la sua sola presenza; ma naturalmente non era possibile. Inviperiti, gli abitanti di Cimagrotta, questo è il nome dello sperduto villaggio immerso nel verde della campagna toscana, lo aspettavano sull’uscio di casa per insultarlo e schernirlo. I bambini lo inseguivano lungo le vie del paese, deridendolo e prendendolo a sassate. Indifferente a tutto ciò, ogni mattina Giacomo inforcava regolarmente la sua vecchia bici e incominciava il giro delle consegne. E ogni giorno, puntualmente, veniva bersagliato dal sarcasmo feroce e senza cuore di grandi e piccini. Persino le ragazze lo prendevano in giro, e solo una di esse, una timida biondina di nome Silvia, gli aveva parlato gentilmente, consigliandogli di abbandonare la bicicletta, e di consegnare la posta a piedi o con un motorino. In questo modo, forse le molestie sarebbero cessate. Ma Giacomo l’aveva ringraziata scrollando le spalle ricurve, e aveva continuato imperterrito a svolgere il suo lavoro in bici. Con il sole e con la pioggia, d’inverno e d’estate. Sempre accompagnato, giorno dopo giorno, da lazzi e da insulti.
Poi ci furono i campionati mondiali di ciclismo. Vinse un italiano, Mario Cipollini, che i tifosi chiamavano affettuosamente “Re Leone”. Quando si trovò sul palco della premiazione, Cipollini alzò una mano per salutare la moltitudine di fans che lo acclamava, quindi parlò brevemente al microfono dell’operatore della Rai. Disse che desiderava dedicare quel grandissimo successo a un ragazzo che aveva incominciato con lui, e che era tre volte più bravo di lui. Purtroppo era stato investito da un camion, e la sua carriera era finita prima di nascere; inoltre aveva riportato lesioni gravissime che lo avevano rovinato per sempre. “Sei nel mio cuore, Giacomo Fabbri!”, concluse prima di portarsi alla bocca la rituale bottiglia di champagne.
Il mattino dopo, il postino incominciò il giro delle consegne. Era una giornata fresca, allietata dal cielo azzurro e da un sole garbato; una brezza leggera accarezzava gli alberi allineati lungo la strada principale di Cimagrotta. Gli abitanti del paese lo attendevano fuori di casa, così come avevano fatto per mesi e mesi. Giacomo si incurvò ancor più del solito e continuò a pedalare, aspettando il consueto coro di schiamazzi, offese e volgarità. Ma attorno a lui c’era un grande silenzio. Quando arrivò a metà via si udì un timido applauso. Era stato un vecchio, noto per la sua crudele ironia, generalmente fra i primi a deriderlo. Dopo qualche secondo fu imitato da una donna. Poi da un ragazzino. E infine si levò un unico immenso applauso che lo accompagnò mentre procedeva ingobbito.
Un applauso interminabile. Infinito.
Giacomo Fabbri continuò a pedalare. Se possibile, più curvo che mai.

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lauraLAURA

1 Laura 15 su 15

2 Nadia 14 su 15

3 Rodixidor 13 su 15

NOTA: Sebbene la risposta esatta relativa a Phil Weir fosse un narcisista all’ennesima potenza, ho accettato per valide tutte le risposte in quanto era anche un pazzo furioso (a causa delle droghe che assumeva), nonché un egoista e un idealista.

A Laura va (sperando sia gradita) una copia di “Alex Alliston”, con dedica. Pregasi darmi indirizzo a sandraoale@gmail.com

PREMIO DELLA GIURIA per la simpatia delle risposte: Nadia, a cui va un’enorme confezione di ciupa ciupa. (L’indirizzo lo so già… purtroppo.)

1 le piace il suono DEL VENTO
2 uno scrittore che predilige J.R.R. TOLKIEN
3 cosa ama IL MARE
4 cosa non manca mai sulla sua scrivania UNA BOTTIGLIA DI EVIAN
5 quale piatto le piace particolarmente PESCE ALLA GRIGLIA
6 chi gliele ha suonate NADIA (grrrrr… a buon rendere!)
7 Ale calza più volentieri SCARPE DA GINNASTICA
8 Quale tortura è sbagliata SOLLETICO AI PIEDI
9 lieto fine LO SPECCHIO DELL’ANIMA
10 blogger prediletto BRICIOLANELLATTE
11 il più odiato POMAREV
12 Phil Weir VEDI SOPRA
13 città CANNES
14 uomo politico PUTIN
15 chi non ha mai scritto con lei DELON

GRAZIE PER AVER GIOCATO CON ME! SIETE STATI TUTTI BRAVISSIMI 🙂

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cannes1 LE PIACE IL SUONO
A del vento
B dei treni
C della sveglia
D dei clacson
2 UNO SCRITTORE CHE PREDILIGE
A Alessandro Manzoni
B Licia Troisi
C Alessandro Baricco
D J.R.R. Tolkien
3 COSA AMA
A la montagna
B le grandi città
C il mare
D i laghi
4 COSA NON MANCA MAI SULLA SUA SCRIVANIA (PC A PARTE)
A penne e matite
B un bottiglia di Evian
C la foto di Totti
D un ampio assortimento di ciupa ciupa
5 QUALE PIATTO LE PIACE PARTICOLARMENTE
A pizzoccheri
B pasta con i broccoli
C coniglio
D pesce alla griglia
6 ALE E’ STATA PICCHIATA DA DUE DONNE (IN TEMPI E RACCONTI DIFFERENTI). UNA E’ MONICA SQUIRE, UNA PROTAGONISTA DEI SUOI ROMANZI DI SPIONAGGIO; L’ALTRA INVECE E’ UNA PERSONA “REALE”. CHI E’ QUESTA SIMPATICA E MANESCA SIGNORA?
A Laura
B Marirò
C Nadia
D Suzieq
7 ALE CALZA PIU’ VOLENTIERI
A scarpe con i tacchi 10\12 cm
B ballerine
C anfibi
D scarpe da ginnastica
8 QUESTA E’ DIFFICILE: NEL SUO LIBRO “LESBO E’ UN’ISOLA DEL MAR EGEO” ALE SUBISCE VARI TIPI DI TORTURA. FRA QUESTI QUATTRO, UNO E’ SBAGLIATO. QUALE?
A le fanno un clistere
B le praticano a lungo il solletico ai piedi (cosa che non riesce proprio a sopportare)
C la sculacciano con molta forza
D la frustano
9 UNA CARATTERISTICA DI ALE E’ IL LIETO FINE DEI SUOI RACCONTI 😀 😀 😀 FRA I SEGUENTI QUATTRO UNO FINISCE VERAMENTE BENE (E QUEL GIORNO NEVICO’). QUALE?
A Dopo il ponte di K
B La pioggia della vita
C Un, due, tre!
D Lo specchio dell’anima
10 QUI SI ESULA UN ATTIMO DAL TEMA VERO E PROPRIO. CON IL MASSIMO RISPETTO PER TUTTI, DA OLTRE 10 ANNI ALE STRAVEDE PER UN BLOGGER. CHI E’?
A Addolorato Carmine Piselli
B Briciolanellatte
C Il mattino della notte
D Marmellata, fragole, frutti di bosco
11 QUAL E’ IL PERSONAGGIO PIU’ ODIATO DEI SUOI ROMANZI?
A Martin Yarbes
B Monica Squire
C Miloslav Pomarev
D Alex Alliston
12 QUESTA E’ DI CONCETTO… AHAHAH 🙂 PHIL WEIR (“UN SOGNO AMERICANO”) VI FA PENSARE A
A uno spirito indipendente e libero
B un egoista
C un pazzo
D un narcisista all’ennesima potenza
(ALE LO ADORAAAA MA CIO’ NON CONTA)
13 LA CITTA’ DI ALE
A Venezia
B Cannes
C New York
D Pechino
14 QUAL E’ L’UOMO POLITICO CHE ALE PREFERISCE, E CHE SPESSO APPARE NELLE SUE STORIE?
A Clinton
B D’Alema
C Blair
D Putin
15 ULTIMA DOMANDA: CHI NON HA MAI SCRITTO UN RACCONTO CON ALE (ALE NON AMA IL TERMINE “A QUATTRO MANI”).
A Lady Nadia
B Briciolanellatte
C Delon (blog “Io vi racconto”: un grande)
D Pappina/Quou
BUON DIVERTIMENTO E CHE VINCA IL MIGLIORE 🙂

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LE ULTIME ORE DI RILEY

cristina-khay-2Riley contemplò a lungo il camion fermo in mezzo alla strada. Si trattava evidentemente di un guasto e aveva già provocato una lunga coda. Gli automobilisti stizziti pigiavano i clacson, senza esito alcuno, come d’altronde era ovvio. Pioveva, il cielo era del colore dell’ardesia, un vento freddo calava dalle montagne, su a ovest; Riley si strinse nel giaccone. Lanciò un ultimo sguardo al camion (il conducente era sceso e stava trafficando con il motore) e si incamminò in direzione dell’unica piazza del paese. Era un paese piccolo e povero, l’economia era basata sull’agricoltura e sui manufatti che alcuni artigiani tentavano di vendere con scarso successo all’annuale fiera di maggio. Per il resto, c’era una vecchia fabbrica che aveva conosciuto tempi migliori: la mandavano avanti il vecchio proprietario con l’aiuto dei due figli e di un operaio. Dieci anni prima aveva contato venti dipendenti, compresa una segretaria; ma quando le vendite avevano cominciato a diminuire, e i soldi a scarseggiare, era stato ineluttabile ridurre la manodopera: ciò aveva rallentato la produzione, causando nuovi licenziamenti e un ulteriore passivo. Era un cane che si mordeva la coda, e non si intravedeva la possibilità di un miglioramento, né a breve, né a lungo termine. Quando fosse morto Hawk, il padrone, i figli avrebbero chiuso i battenti e si sarebbero trasferiti in una città.
Nella piazza su un lato c’era un edificio vetusto che ospitava la biblioteca (da anni non venivano acquistati nuovi libri, la polvere regnava sovrana e la responsabile percepiva in modo saltuario lo stipendio); sul lato opposto erano allineati quattro negozi, un bar e un decrepito ristorante, gestito da un italiano che si diceva fosse fuggito da Palermo perché la sua cosca mafiosa aveva riportato la peggio in una guerra tra bande.
Riley aveva fame ed entrò nel locale.
La sala era scarsamente illuminata e dalle finestre non penetrava luce; l’arredamento era squallido, però – Riley lo sapeva – si mangiava bene, anche se la scelta si riduceva a due primi, due secondi e due contorni. Carmelo arrivò asciugandosi le mani nel grembiule sporco ed elencò il menu. Riley scelse spaghetti al pomodoro, bistecca e patatine fritte. Al momento, era l’unico avventore.
Gli spaghetti erano cotti al dente, e la salsa era assai saporita. Riley li divorò. Mentre aspettava la bistecca, si domandò non per la prima volta che senso aveva spendere i suoi ultimi dollari in cibo. Sempre meglio che portarli nella tomba, era l’immancabile risposta che si dava. Ciò non lo esimeva dal porsi il quesito di nuovo. Poi pensò a sua madre, segretaria e amante di Hawk, un perfetto imbecille, a giudizio di Riley. Riposava in pace al camposanto, e lui una volta al mese le portava dei fiori. Quindi, si soffermò a ricordare il sorriso di Helen, quando ancora sorrideva e non lo aveva lasciato per un agente di commercio, il quale aveva pensato bene di spassarsela con lei, prima di abbandonarla in un motel.
Arrivarono la bistecca, alta e al sangue, e un piatto di patatine croccanti. Fuori, la pioggia aveva aumentato di intensità e il cielo si era fatto ancora più scuro. Riley vide un lampo saettare e udì il rombo di un tuono. Un tempo perfetto, meditò addentando un pezzo di manzo. Un’esistenza inutile, si ripeté. Un lavoro di merda, una casa che stava andando a pezzi e, quello che contava di più, era solo come un cane. Eppure un tempo Helen lo amava. Era un tempo ormai lontano, affiorava a stento dalla nebbia dei ricordi, privo di sapori, di profumi, di colori… però era possibile ricostruire almeno le immagini, e rivivere i momenti felici. Riley aveva un buon impiego, era un bravo meccanico e non aveva paura di sgobbare anche dodici ore al giorno. Prima di uscire per recarsi all’officina, Helen tagliava un grosso pezzo di pane, vi deponeva una spessa fetta di prosciutto, incartava il sandwich e lo poneva in un sacchetto insieme a una borraccia piena di tè. Sull’uscio lo baciava e gli diceva: ti amo. Riley aveva il cuore gonfio di felicità. Alla sera, facevano l’amore, guardavano la tv, giocavano, ridevano e scherzavano.
Un due tre: tu sei il mio re, gli sussurrava Helen.
Poi l’officina aveva chiuso. Riley aveva trovato lavoro in una città vicina, ma per poco. Era andato più lontano; avrebbe accettato qualsiasi impiego, però incombeva la recessione. Gli stabilimenti riducevano il personale, le fabbriche chiudevano, il denaro liquido mancava. Helen era stata assunta da un commercialista e licenziata dopo un mese perché aveva rifiutato sdegnata le attenzioni del laido porco. Spesso saltavano la cena e i pranzi erano miseri. E infine Helen aveva incontrato il dannato rappresentante. Fine della storia.
Riley finì di mangiare, pagò il conto e uscì nella pioggia.
Stava per scatenarsi un uragano vero e proprio, si scorgevano già le avvisaglie. Presto, Riley fu fradicio. Percorse le vie del paese fino al confine estremo, oltre il quale si stagliava un bosco. In quel bosco Riley aveva tagliato la legna. E in un momento di disperazione aveva disposto trappole per scoiattoli.
Procedendo verso il cuore della foresta, ripercorse mentalmente gli ultimi anni. Sebbene delusa e forse pentita, Helen non era tornata da lui: era una donna troppo orgogliosa per farlo. Riley l’avrebbe riaccolta con gioia. Aveva cambiato casa per andare a vivere in un tugurio ed era riuscito a trovare un lavoro umile, nel quale le sue capacità di provetto meccanico risultavano del tutto inutili. Raccoglieva la merda dei vicini, sacchi colmi di schifezze: preservativi usati, confezioni di birra, carne andata a male, tubetti di dentifrici per metà ancora pieni, mutande incrostate, perfino qualche gatto stecchito. Scosse la testa, irritato con se stesso. Desiderava che la sua ultima ora fosse serena, almeno un poco. Si concentrò sul sorriso di Helen e le lacrime gli rigarono il volto.
Quella notte aveva sognato topi. Ricordava vagamente un grosso ratto, grande quasi come un gatto di strada, che inseguiva una bambina. Lei era terrorizzata, ma lui, sebbene lo avesse voluto, non poteva aiutarla. Infine la bambina incespicò, e il topo le fu sopra, incominciando a divorarla. Riley si era svegliato di soprassalto, con il cuore che batteva forte.
Era un incubo. Uno stupido incubo.
Ma adesso ciò che lo aspettava non era un incubo, bensì la pace.
Riley era un uomo alto e robusto, non bello ma in una certa maniera attraente: avrebbe potuto trovare un’altra donna, ricostruirsi la vita. Ma, dopo una fanciullezza infelice, dopo aver conosciuto la miseria più abbietta, dopo aver perduto Helen, si era come smarrito, simile a un bambino perso in un labirinto di ghiaccio. L’angoscia lo assaliva improvvisa, rendendolo incapace di difendersi. Anche lavarsi era diventata una fatica. Riley avrebbe avuto la volontà per reagire: ma gli mancava la forza; non erano sufficienti il coraggio e l’orgoglio. Forse era stato abbandonato dall’alito della vita, smarrito chissà dove, e ormai introvabile.
A un tratto, la pioggia cessò di cadere. Spirali di fumo si alzavano dagli avvallamenti del terreno. Il cambiamento fu graduale. Gli alberi sembrarono rinascere… e apparve il sole. Fulgido, maestoso. Portò con sé l’arcobaleno in un prodigio di colori.
Riley osservò estasiato lo spettacolo della natura trionfante.
Questo è il paradiso, pensò.
Questo è il luogo in cui è giusto vivere. Si asciugò le lacrime e trasse un profondo respiro.
Un giorno, quando era ancora piccolo, suo padre lo aveva portato a vedere l’oceano. Rammentava di aver sgranato gli occhi davanti all’immagine dell’acqua increspata dal vento, con mille barche a vela che volteggiavano aggraziate come ballerine, e il profumo intenso del mare che penetrava nelle narici.
Adesso era lo stesso. Quasi fosse un miracolo predisposto solo per lui.
Guardò per un’ultima volta il cielo.
Era tanto bello e azzurro da far male al cuore.
Un due tre: tu sei il mio re.
Riley sorrise.
Poi con calma tirò fuori la pistola dalla tasca del giaccone.

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coppia-gioca-con-fragole-sul-lettoLADY NADIA Oggi ho il piacere di intervistare per il blog “Giallo e cucina” la star di Cannes in ambito letterario (non del cinema, certo che no!) ALESSANDRA BIANCHI.
Alessandra, sei ormai una veterana di WordPress e ancora prima di Splinder, i tuoi blog annoverano da sempre milioni di visitatori, e hai all’attivo la pubblicazione di 4 libri. Ci fai un velocissimo elenco e ci spieghi come e quanto i blog possano influire sulla carriera di scrittrice?
ALE Milioni… forse un tempo, adesso saranno dieci o dodici. Da sempre non considero i “like” perché per me non significano nulla. Se ti è piaciuto, o se non ti è piaciuto, un post puoi anche scriverlo no? O forse è troppa fatica? Questo solo per puntualizzare che non ricambio mai le visite di chi lascia solamente “like”. Per quanto ne so, potrebbero lasciare 100 like all’ora in 100 blog diversi. Non capisco, ma mi adeguo, e non ricambio 😀
Ciò premesso, inizialmente il mio blog ha influito. Borelli mi trovò su Splinder e mi invitò a scrivere un romanzo erotico (“Lesbo è un’isola del Mar Egeo”). In seguito, però, non è più successo niente.
NADIA Parliamo appunto di Lesbo. Uno dei tuoi primi romanzi di successo che, proprio in questi giorni, è tornato disponibile in versione ebook scaricabile da … al modico prezzo di…
ALE Il prezzo è 3,99 euro. Scaricabile da… boh. Credo Amazon.
NADIA Oggi sei ospite di un blog culinario quindi mi viene spontaneo chiederti se hai mai descritto uno dei tuoi personaggi attraverso una particolarità o una caratteristica riguardante il cibo?
ALE Mmm. Molto interessante. A livello specifico no; ma ho comunque spesso parlato di cibo. Non mi piacciono i romanzi asettici: quando leggo un libro voglio sapere cosa mangiano, se si lavano, se fumano, cosa bevono, etc. Poi, spesso, corro in cucina… mi è capitato anche di uscire a sera tarda per mangiare un hamburger con patatine. Una storia non deve essere un’arida successione di fatti, e neppure fermarsi all’analisi degli stati d’animo. Secondo me, deve andare oltre. In questo, Stephen King era grande. Mi piacciono meno le continue descrizioni dell’abbigliamento: indossava di qui, indossava di là; una mania di Ken Follett. Deve esserci un motivo che giustifichi tale ossessione, altrimenti è solo fine a se stessa. Tornando al cibo, a mio avviso è importante, anche perché non può prescindere dai luoghi dove viene ambientato il racconto. Come dimenticare, infine, il grande Simenon (Maigret)!
NADIA Qual’è il tuo piatto preferito?
ALE La lista è lunga e può anche variare, a seconda dei giorni. Soprattutto pesce, alla griglia o fritto. Patatine, cozze, ostriche, cotoletta alla milanese, bouillabaisse. (La bouillabaisse è una zuppa di pesce. La ricetta base comprende l’uso di almeno quattro pesci: scorfano (in francese rascasse), triglia (rouget), grongo (congre) e gallinella (in francese grondin), ma è uso aggiungere anche dentice, rombo, bottatrice, cefalo, nasello, nonché invertebrati come ricci, cozze e granchi. Nelle versioni più lussuose ed elaborate viene aggiunto anche il polpo e addirittura l’aragosta).
NADIA Mangeresti les escargots à la Bourguignonne?
ALE Forse no. Non mi attirano.
NADIA A chi offriresti ostriche e champagne in un hotel con veranda sulla battigia?
ALE Vediamo. A te, chérie, a Frederick Forsyth, a Wilbur Smith, a Margaret Mazzantini. Sono (siete) tutti scrittori che amo. Fuori dalla narrativa, vorrei Francesco Totti (senza la Ilary, ove fosse possibile). Fra gli attori, Johnny Depp. E Keith Richards dei Rolling Stones. Potrei amarlo alla follia (e follia, infatti, sarebbe).
NADIA Per conquistare un amante ti è capitato di ricorrere ad un piatto speciale cucinato con le tue delicate manine?
ALE Una volta. Preparai il fegato alla veneta. Sul resto, stendo un velo pietoso. Peraltro, il fegato era buono.
NADIA Cosa ti sovviene alla mente se nomino le fragole?
ALE Strana domanda, però credo che la risposta lo sia ancora di più: fate e sesso. Mondi immaginari e bellissimi e torridi amplessi. Un mix intrigante, tipo cioccolato e limone. Esiste uno sfizioso giochino che vede coinvolte le nostre fragole; non credo tuttavia che sia opportuno parlarne qui. Tu hai una fantasia smodata, cara Lady Nadia, alias Black Lady, e sono sicura che hai compreso… V.M.
NADIA Se dovessi paragonare Lesbo ad una pietanza sarebbe…
ALE Ostriche! Ca va sans dire.
NADIA E se la pietanza fossi tu… saresti?
ALE Mumble, mumble… spaghetti al pomodoro. Sono una persona molto semplice. Ma gli spaghetti al pomodoro sono buoni!
NADIA Inviti a cena Renzi e poi Putin.
Due menù personalizzati, che proporresti per l’occasione?
ALE Be’ con Putin è molto difficile; in genere lui si porta tutto dalla Russia: cibo, acqua, posate. Renzi? Una fiorentina? Da mezzo chilo.
NADIA Ti è simpatica Cristina Parodi? E Cristina d’avena? Stiamo divagando?
ALE Divaga pure. Mi sono simpatiche come l’erba gramigna! La Parodi rappresenta l’esempio dell’inutilità fatta donna. D’altronde, ha i suoi santi in paradiso.
NADIA Il tuo libro e il tuo autore preferiti?
ALE “Il Signore degli Anelli”. J.R.R. Tolkien. E pure lì si parla di cibo! Ricordo un capitolo basato sul coniglio al ragù cucinato con erbe aromatiche. Gli hobbit avevano sempre fame.
NADIA Il tuo cuoco preferito?
ALE Il cuoco dell’Auberge Provencale. Un vero Maestro.
NADIA Ti piacciono le banane?
ALE Ahahah 🙂 Domanda tendenziosa? Comunque, sì, molto. Fanno bene alla salute.
NADIA Compri ancora ciupa ciupa e se sì a che gusto?
ALE Li lascio a te, golosona.
NADIA Chi lasceresti (sinceramente) tre settimane a digiuno?
ALE Salvini, Grillo, la sindaca di Roma, Cristina Parodi, Marine Le Pen, Trump… e molti altri 😀
NADIA Chi obbligheresti invece a mangiare cipolle per 3 mesi?
ALE Però a me piacciono! E piacciono anche al signor Addolorato Carmine Piselli (detto dagli amici Dolores o Piso), che sarà protagonista di un mio prossimo racconto. L’alito fresco? Bastano una caramellina alla menta e fare la cacca tutti i giorni 🙂
NADIA Segui una dieta particolare per restare così in forma?
ALE Grazie, biondina! Mi muovo, faccio sport, ma a dire il vero mangio un po’ di tutto. Se non ingrasso è forse per una questione di genetica. In caso contrario, mi metterei a dieta.
NADIA Qual’è il tuo ristorante preferito?
ALE L’Auberge Provencale. E’il più antico ristorante di Cannes, situato in Rue Saint-Antoine, sopra al Porto Vecchio. Costa meno di un ristorante di Milano, Como, Lecco, Erba, Inverigo e Bellagio! Qualità super! Prima ne avevo citato il cuoco. Una menzione è d’obbligo anche per Pierrot con i suoi cesti di ostriche fresche in bellavista, fuori dal locale. Si trova in Rue Félix Faure, sempre a Cannes.
NADIA Dai gusti alimentari si può capire molto di una persona. Usi molto aglio?
ALE Io no. Però abitando a Cannes…
NADIA Quando perde la Roma su cosa ti lanci? Patatine fritte, nutella, cioccolato, pistacchi… dai confessa!
ALE Birra. E ultimamente ne bevo troppa 😦 Mi consolo con il Nizza. E con Super Mario.
NADIA Il nome di una cuoca/cuoco che riuscirebbe ad invitarti a cena?
ALE Il nostro ospite?
NADIA Quale cibo non dovrebbe mancare mai dopo una lunga e folle notte di sesso?
ALE Quattro uova al bacon, marmellata, croissant, spremuta d’arancia, caffè americano.
NADIA E per lasciare un degno saluto ai nostri amici di Giallo e cucina voglio da te una ricetta speciale.
ALE Eccovi una ricetta della mia amica Laura. Ingredienti: 1 kg di piccole pere mature, sbucciate, private del torsolo e affettate non troppo finemente / 2-4 cucchiai di succo di limone / 200 g di farina / 2 cucchiaini di cannella in polvere / 1 presa di sale / 3 grosse uova / 1 cucchiaino e mezzo di lievito in polvere / 150 g di zucchero / 120 g di burro fuso / 90 ml di marsala secco (se la torta e’ destinata a dei piccoli usate tranquillamente il latte) per guarnire : 3 cucchiai di burro / 1 cucchiaino di cannella in polvere / 80 g di zucchero. Io ho utilizzato lo zucchero di canna in minore quantita’ e meno burro, la torta e’ buonissima anche cosi’,🙂 Per prepararla fate cosi’: spruzzate il succo di limone sulle pere affettate per evitare che diventino nere mentre preparate l’impasto. Preriscaldate il forno a 180° C. Imburrate una tortiera a cerniera.
Mescolate la farina, il lievito, la cannella e il sale. Sbattete le uova e lo zucchero fino ad ottenere un composto omogeneo. Aggiungete la base di farina, alternando con il burro e il latte (o marsala se avete fatto questa scelta). Mescolate fino ad ottenere un composto omogeneo. Mettete meta’ dell’impasto nella tortiera e coprite con le pere. Spargete il burro a fiocchetti, la seconda dose di cannella e meta’ della seconda dose di zucchero. Coprite con l’impasto rimasto. Non vi preoccupate se le pere non sono completamente coperte dall’impasto.Spolverizzate con lo zucchero rimasto e fate cuocere per 30-40 minuti o fino a quando uno stuzzicadenti infilato nel centro non risultera’ asciutto. Fate raffreddare nella tortiera.
NADIA E per finire una citazione.
ALE Non tutto quel ch’è oro brilla,
Né gli erranti sono perduti;
Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza,
Le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L’ombra sprigionerà una scintilla;
Nuova sarà la lama ora rotta,
E re quel ch’è senza corona.
(J.R.R. Tolkien)

Ciao da Lady Nadia e dalla mitica Alessandra Bianchi.
Bacioni a tutti da Ale.

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simonaPoi arrivò la ragazza con la valigia colorata.
Avevo visto solo una sua foto: era bella, capelli bruni, gambe atletiche; camminava scalza sulla spiaggia e indossava dei pantaloncini corti di jeans.
Però conoscevo piuttosto bene la sua anima. Prima di incontrarci ci eravamo scambiati una quantità di e-mail, e avevamo parlato più volte al telefono. Da quel punto di vista sapevo cosa aspettarmi. In quanto al resto, esisteva un’incognita.
Da quanto avevo appreso di lei, Simona possedeva un mondo interiore ricchissimo. Lo avrei paragonato alle stagioni: poteva essere calda come l’estate, dolcemente nostalgica come l’autunno, gelida come l’inverno, spensierata e gioiosa come la primavera. Nella sua vita, aveva sperimentato l’appagamento dell ‘amore, la trasgressione dei sensi e la solitudine dell’abbandono. Era stata investita dalla tramontana, bagnata dalla pioggia, e riscaldata dal sole; non necessariamente in quest’ordine.
Con me si era dimostrata franca e aperta. Se devo essere sincero io un po’ meno, molto meno.
Ma quel giorno ciò che contava era incontrarla. Mi sentivo ansioso, tuttavia anche impaziente di vederla, di percepire una presenza reale, di parlarle guardandola negli occhi. Era da molto tempo che non mi succedeva.
Le andai incontro.
Simona mi abbracciò.
C’era stato un momento, proprio mentre veniva annunciato l’arrivo del treno, in cui avevo pensato di andarmene. Avrei lasciato la stazione, sarei salito in macchina e sarei tornato a casa. Simona non sapeva dove abitavo, il mio numero di telefono è riservato e avrei spento il cellulare. Per lei sarebbe stata una grande delusione: aveva speso un sacco di soldi per prenotare l’albergo e comprare il biglietto. Si era sobbarcata un viaggio di molte ore. Mi avrebbe aspettato invano, poi avrebbe compreso.
Ma fu solo l’idea di un istante. In realtà, desideravo conoscerla. Più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Quella mattina, mentre bevevo il caffè, avevo ascoltato i Led Zeppelin. Era un triplo cd dal vivo che avevo appena acquistato. Quando volevo sognare mettevo nel lettore un disco dei Jethro Tull; se, invece, avevo bisogno di una scarica di adrenalina optavo per il gruppo di Jimmy Page. E ciò che mi aveva spinto a incontrare Simona era proprio il bisogno di adrenalina.
Un gioco perverso?
No. Nel modo più assoluto. Era qualcosa di diverso, di molto più profondo; lei mi aveva colpito veramente: in caso contrario, non mi sarei esposto in quel modo. Perché immaginavo quello che sarebbe potuto accadere, e sebbene mi augurassi di non arrivare a quel punto, non ignoravo che forse era proprio ciò che lei desiderava.
Io so come mettere a proprio agio la gente: è un mio dono innato. So affascinare le donne, dato che riesco a essere galante senza risultare mai invadente; riesco a intromettermi in una discussione fra perfetti sconosciuti, e un istante dopo tutti penseranno di conoscermi da una vita; faccio ridere i bambini; e in un momento posso conquistare la fiducia di un cane, oppure persuadere il vigile più intransigente a levarmi una multa. In realtà, non sono molto interessato alle persone, ma mi diverto a dimostrarmi superiore a loro. A scuola studiavo poco, tuttavia prendevo voti altissimi perché ci so fare.
Con Simona funzionò subito, e non solo perché io volevo che funzionasse, ma per il semplice motivo che ero realmente attratto da lei.
Avevo capito che era una persona speciale. Lo avevo capito immediatamente. Fin dalla prima telefonata.
Trascorremmo quattro giorni stupendi. Le mostrai la mia città, visitammo musei e chiese, cenammo sempre nello stesso ristorantino, un locale delizioso dove servono il miglior caciucco di Livorno, e soprattutto parlammo.
Era inevitabile che prima di partire lei volesse vedere la mia casa.
Quando la feci accomodare sul divano, si strinse a me. Sapevo che sarebbe successo. E stranamente non restai indifferente al profumo del suo corpo, al suo abbraccio morbido. Intuii che stava per baciarmi.
Fu allora che le raccontai tutto.
Le parlai di Paolo.
Al telefono non avevo taciuto per viltà. Se fossi stato sposato e non glielo avessi detto, il mio comportamento sarebbe stato peggiore, in quanto avrebbe dimostrato che nutrivo intenti lascivi o che comunque ero pronto a tradire due donne contemporaneamente. Ma Paolo era morto da tre anni, e dopo di lui non c’era stato nessun altro. E nemmeno prima, dato che mi ero innamorato di lui in seconda liceo. Inizialmente non mi aveva corrisposto; mi considerava il suo migliore amico, e frequentava la più bella ragazza della classe. Ma troppe furono le ore che passammo assieme a studiare, troppi i libri che ci scambiammo, troppo forte l’intesa che, giorno dopo giorno, venne  a crearsi fra noi. Paolo era intelligente, bello e sensibile. Biondo con gli occhi chiari lui, bruno con gli occhi grigi io; piccolo e mingherlino l’uno, alto e muscoloso l’altro. Quante volte lo difesi e quante volte feci a botte per lui! Sebbene all’epoca non fosse (ancora) omosessuale, o più precisamente ignorasse la sua vera natura, aveva un aspetto fine e delicato che dava fastidio ai bulli della scuola. Stava con Stefania, ma questo non gli evitava il sarcasmo feroce di cui siamo capaci noi toscani.
Quando finimmo a letto, lui si innamorò di me. Io lo amavo già da sempre.
Simona mi ascoltava in silenzio. Notai che non si era scostata. Non scorsi alcun segno di delusione o di fastidio. Era possibile che fosse sconcertata, ma non lo diede a vedere.
Quando finii di parlare, si accese una sigaretta. “Non sei mai stato con una donna?”
Scossi la testa.
“Perché hai voluto conoscermi?” La sua voce era dolce. Non c’era traccia di risentimento. La guardai. Era bella; mi rendevo conto di desiderarla, ma avevo paura. Temevo che il contatto con il suo corpo mi disgustasse. “Perché”, risposi lentamente, “tu gli assomigli. Non fisicamente, intendo…” Lasciai in sospeso quelle parole, rendendomi conto che erano stupide. Mi sforzai di farle capire quello che provavo, di aprirmi veramente. Infine, dissi la cosa che al momento mi sembrava più giusta. “Io amavo Paolo perché era “lui”, e ora credo, penso, di amare te. Siete così simili, quasi foste fratello e sorella: la stessa sensibilità, i medesimi tormenti dell’anima, il bisogno di essere capiti, protetti, difesi da tutto quello che c’è di orribile là fuori.” Indicai la finestra spalancata sul mare. Le stelle rilucevano nella notte e la luna splendeva, un lieve vento disegnava forme fantastiche sull’acqua scura. “Quello è bello.”, dissi. “Il mondo è bello. Però, esistono anche l’invidia e la cattiveria, l’ignoranza e la violenza più ottusa.”
Trassi un profondo respiro. “Io… ti aspettavo da quando è morto Paolo.”
Non mi chiese come era successo.
Mi baciò sulla bocca.
Fui sul punto di ritrarmi, ma dopo un istante ricambiai il bacio. All’inizio con dolcezza, poi in modo quasi selvaggio, disperato. La sua lingua era morbida, calda. Si staccò da me e cominciò a spogliarsi.
Io rimasi incantato a guardarla.

Quando la riaccompagnai alla stazione, sapevo che sarebbe tornata.
E sapevo anche un’altra cosa.
Che questa volta non sarebbe più ripartita.

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