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Archive for novembre 2011

GUINNEVERE

Ascoltavamo country-rock. Io avevo un buffo cappello da cowboy che non riusciva a trattenere i miei lunghi capelli biondi, alti stivali neri e minigonna. Non era l’abbigliamento di una signora, ma io non sono mai stata una signora. E poi a quei tempi ero giovane. Stefano diceva che ero molto bella, però sapevo che non era vero. Attraente. Una che non passa inosservata. Questo sì: ma non bella. La bellezza è un’altra cosa. E anche la classe, se è per questo. La mia famiglia era povera, perciò smisi di studiare dopo la terza media. Fui assunta in un negozio come commessa, ma una sera rubai dei soldi dalla cassa. Non era una grande somma: bastava appena per due dosi; in ogni caso, fui licenziata. Il proprietario non mi denunciò, però la voce si sparse e così l’unico impiego che riuscii a trovare fu quello di donna delle pulizie. Non esistevano le colf allora. Pulivo cessi pieni di merda, trattenendo a stento il vomito. Ma alla fine ci si abitua a tutto.
A me piaceva tanto Claudio Baglioni, ma Stefano mi fece conoscere la musica americana. Non conoscevo i nomi di quei complessi, ma quel suono finì per entrarmi nelle vene, sostituendo l’ero. Ricordo bene la copertina di un disco: c’era un vecchio divano con tre tipi seduti sopra. Il primo a sinistra stava sullo schienale, quello in mezzo aveva la chitarra fra le mani, il terzo a destra portava dei bei baffoni. C’era una canzone in particolare che mi piaceva moltissimo, di quella ricordo anche il titolo, “Guinnevere”. Stefano diceva che ero io Guinnevere. Forse perché, come la protagonista, anch’io ho gli occhi verdi. Un’altra canzone parlava del Marocco. Quanto mi sarebbe piaciuto andarci. “E un giorno io ti ci porterò.”, diceva Stefano. “Ci faremo tante canne, andremo a nuotare nell’oceano, visiteremo dei posti che neanche ti immagini, Monica!”
Stefano è morto in un incidente stradale. Stava venendo a casa mia a prendermi ed era già ubriaco. Si schiantò contro un muro.
Io ho continuato a vivere. Ma certi amori non si scordano. Stefano era strano, era “fuori”, ma era il ragazzo più fantastico di questo mondo. Stefano mi amava e non gliene fregava niente che io fossi una sguattera ignorante. Lui invece era ricco, e aveva girato tutta l’Europa. Aveva letto un sacco di libri e ogni tanto me ne parlava: ma io capivo ben poco di quelle storie complicate. Però stavo ad ascoltarlo, perché mi piaceva sentirlo parlare. Mi piaceva la sua voce, come muoveva le mani, la luce dei suoi occhi. E non ho mai più fatto l’amore con nessuno. Non mi andava. Sapevo già in partenza che non avrei provato quello che mi faceva provare lui. Ho continuato a sgobbare, risparmiando lira su lira; sono invecchiata prima del tempo, ma alla fine ce l’ho fatta: mi sono comprata una casetta fuori città, ai margini di un fiume. Era una specie di catapecchia, ma l’ho rimessa a nuovo. Ho cambiato le tende, l’ho riempita di fiori, e ho appeso a una parete una grande foto di Stefano. Proprio davanti al mio letto, così al mattino era la prima cosa che vedevo.
Gli anni sono passati, più o meno tutti uguali; mi sono venuti i reumatismi; mi sono spaccata la schiena a forza di spazzare pavimenti, pulire finestre, lavare cessi. Ma non mi sono mai lamentata. Questo era il mio destino. Un giorno sono stata da una chiromante, e lei ha detto che ero fortunata perché avevo un grande amore nel cuore. E ci ha proprio azzeccato. Ho sempre amato Stefano, lo amerò fino all’ultimo giorno della mia vita. Una volta venne a prendermi alle tre di notte. “Ma sei pazzo!”, gli dissi. “Se si sveglia mio padre, mi ammazza.” Lui sorrise. Quando sorrideva, mi scioglievo. “Vieni con me!”, disse. E io che ero “fuori” come lui mi vestii in fretta e furia, uscii di casa e salii sulla sua Mini. “Dove andiamo, Ste?”
“Tu non ti preoccupare.” Mi portò a Cannes, in Francia. Arrivammo alle sette del mattino. Scelse un albergo bellissimo, di quelli che si vedono nei film. Era proprio davanti al mare. Ordinò la colazione. Avevo fame e mangiai come un lupo: pane, burro, marmellata e dei croissant deliziosi. Poi facemmo l’amore. “Lo sai che ti sposerò, Monica?”
“Ma va!”, risposi. “Tu sposerai una ragazza ricca e istruita. Una del tuo ambiente.”
“Non dirlo neanche per scherzo, Guinnevere!”
A mezzogiorno uscimmo, visitammo la città, poi tornammo in albergo per fare di nuovo l’amore. Quella sera cenammo in un ristorante meraviglioso. Ste scelse anche per me. Io non capivo una parola di francese ed era inutile che guardassi il menu. Dopo andammo in spiaggia. Mi tolsi le scarpe ed entrai nel mare. L’acqua era tiepida, nel cielo c’erano tante stelle. Ste me ne indicò una. “Quella è tua, Guinnevere!” Io mi commossi, era come se mi avesse regalato un gioiello, non so se mi spiego. “Ti amo, Ste!” Ci abbracciammo e restammo lì a baciarci, ad accarezzarci, a sussurrarci parole che appartenevano soltanto a noi. E’ stato il giorno più felice della mia vita. Come avrei potuto amare un altro dopo Ste?
“Le ho fatto perdere tempo, vero? Mi scusi sa, ma quando si è vecchi si diventa noiosi, lo so. Ecco, ce l’ha quel cd con tre tipi seduti sul divano? Io il titolo non lo so. Però so che c’è una canzone che si chiama Guinnevere.”

Guinnevere had green eyes
Like yours, my lady like yours…

(David Crosby)

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LA SCORSA NOTTE HO SOGNATO…

La scorsa notte ho sognato di tornare nella casa vicina al bosco. Questo sarebbe dovuto essere l’incipit del mio nuovo racconto. Il fatto che esista già un inizio simile (La scorsa notte ho sognato di tornare a Manderley di Daphne du Maurier) non mi avrebbe comunque frenata, anche perché poi non avrei scritto di Rebecca ma qualcosa che riguarda me.
Tuttavia in questo momento mi sento bloccata. Il 24 novembre ormai è prossimo e con esso – pare – anche la fine di Splinder. Ignoro la ragione di quella data, so invece quale sarà il futuro di questa piattaforma, almeno stando alla voce di molti: diventerà una specie di emporio virtuale. Non più storie, non più poesie, non sogni né pagine di diario: bensì un luogo dedito al commercio, del tutto insensibile a quanto, in questi anni, abbiamo riversato con partecipazione, impegno, gioia o tristezza in un contenitore di speranze, ricordi, frammenti, che nascevano dall’anelito di tanti e tanti cuori, accomunati da due grandi passioni: scrivere e leggere.
Il mio blog è nato l’8 marzo 2006. Inizialmente fu solo un gioco, poi, giorno dopo giorno, si trasformò in una delle cose più importanti della mia vita. Allora abitavo proprio vicino a quel bosco, ed ero felice, amavo ed ero riamata; oggi vivo altrove e non sono felice, dato che difficilmente la solitudine rende felici. In questo lungo tratto di vita – quasi sette anni – ho editato molti racconti e alcune “serie” – Alex Alliston resta la mia preferita, cui ho dato tutta me stessa; ho conosciuto virtualmente una grande quantità di persone, la maggior parte delle quali è man mano scomparsa, peraltro sostituita da nuovi amici, tutti per me importanti, come lo sono stati quelli ormai svaniti.
Al momento, questo sito conta 418.784 visite, un dato assai rilevante – scusate l’immodestia – ma soprattutto un dato che è testimone del grande affetto con cui in molti mi hanno seguita, chi per brevi tratti di strada, chi più a lungo. Un affetto che ha scaldato il mio cuore, e non è una frase fatta: credetemi!
Dietro a ogni numero del contatore esiste un essere umano, fatto di sangue, carne, aspettative, speranze e delusioni: una persona “reale”. Dove finiranno quelli ancora rimasti? L’esodo è già cominciato. In questi giorni, per me assai tristi, blogspot, wordpress, iobloggo, e altre piattaforme stanno imbarcando i profughi.
La vita continua.
E’ caduto l’impero romano, è crollato il muro di Berlino. Sparirà Splinder. Nulla di eccezionale, e nemmeno di particolarmente insolito. Tranne per me, ma forse anche per altri: perché qui io ho vissuto, amato, sofferto, scritto con dedizione talvolta ossessiva – un’ossessione che nasceva dal desiderio di dimenticare un’infelicità profonda, ma che scaturiva anche dalla volontà di migliorarmi, di raccontare buone storie, che ho sempre cercato di scrivere in modo semplice e lineare, poiché il mio intento non era quello di stupire, ma – se possibile – di regalare emozioni.
Se ci sono riuscita, anche in minima parte, ciò significa che non ho sprecato questi anni. E’ l’unico conforto che ora riesco a trovare.
Non so se continuerò a scrivere. Per il momento, comunque, sarò qui, https://annehecheblog.wordpress.com , dove troverete anche queste righe.
Un caro abbraccio a tutti!
E tanta, tanta, buona fortuna 🙂

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LA MALINCONIA DEL LUPO

Sapete cos’è una lupata? No. Non potete saperlo: ci sono cose che ci appartengono, e delle quali solo due persone possono essere a conoscenza. Si chiama linguaggio di coppia. E’ quel filo invisibile che unisce due anime, che le accomuna più di qualsiasi altra cosa. Supera i gusti comuni, le predilizioni letterarie o cinematografiche, la condivisione di principi e di idee politiche, forse perfino il sesso.
Ma andiamo con ordine.
Per lavoro io giro spesso in macchina. E in ogni paese trovo almeno una farmacia. Quando vedo quella inconfondibile luce intermittente, non riesco a non pensare a lei. Ci provo, sapete. Eccome se ci provo! Ho messo in atto tutta una serie di meccanismi di autodifesa, che io stesso ho elaborato, ma sempre senza esito. Ho studiato meccanismi nuovi, in apparenza assolutamente efficienti, però non ha funzionato lo stesso. Certi giorni in cui mi sentivo particolarmente forte, ho parcheggiato l’auto, sono sceso e sono entrato. In genere non ho bisogno di medicinali, tuttavia ho varcato quella soglia, ho atteso pazientemente il mio turno e poi ho comprato dell’aspirina. Pensavo che fosse un buon metodo, invece si è rivelato fallimentare.
Alcuni amori sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Quando uscivo di casa al mattino, spesso lei mi chiedeva una lupata. In quei momenti sembrava una bambina, e il mio cuore quasi scoppiava per l’intensità dei sentimenti che provavo. A volte, come me, come tutti, anche lei era antipatica o scostante; ma quando mi chiedeva la lupata era l’essere più incantevole del mondo. Lupata significava acquistare una certa medicina che necessita di una ricetta.
Ma io ho l’aspetto di una persona posata, matura, equilibrata; so sorridere nel modo giusto; non ho minimamente l’aria del tossico o dello sballato. Perciò a me davano quel sonnifero senza ricetta. Non tutte le farmacie, certo, ma la gran parte sì, e in ogni caso ormai avevo individuato i posti più sicuri dove andare, dove avrei potuto prendere la lupata senza problemi. Poi, alla sera, talvolta fingevo di essermi dimenticato di averla acquistata, però solo per un attimo. Un attimo brevissimo, perché non volevo leggere la delusione in quello sguardo.
Io volevo che fosse felice, e sapevo che la lupata l’avrebbe resa tale.
L’amore non è un castello avvolto fra le nuvole e neppure un giardino incantato colmo dei più bei fiori del mondo; non è una spiaggia bianca lambita dalle onde del mare, né una poesia di Leopardi. L’amore è un’altra cosa. E’ un’alchimia misteriosa, è chimica non filosofia. Si compone di gesti quotidiani, di presenza e di un’empatia del tutto speciale, che non è riconducibile ad altri amori, dato che ogni alchimia per definizione è unica.
Credo di poter affermare che probabilmente erano più le cose che ci dividevano di quelle che ci univano. Beninteso, quelle che ci univano non erano poi così poche: capitava che nemmeno noi le sapessimo cogliere sempre e comunque. Ma, se mi passate il paragone, la nostra vita in comune era simile a un bosco, dove, se cerchi con la dovuta attenzione, scoprirai magie su magie. Magie impalpabili, quasi invisibili, fate nascoste dietro a un faggio che ti sorridono e, se in quel momento un raggio di sole rischiara l’intrico di piante, è possibile che tu le scorga, solo per un istante, ma quell’istante, quel breve, unico istante, vale una giornata, e la vita è la somma di tante giornate, che sedimentano nell’animo, che entrano nel sangue e nel cuore, per non uscirne mai più.
Capite, adesso? La lupata apparteneva a un nostro rito; in apparenza un rito banale, ma a saper leggere dentro le righe, era il rito della nostra esistenza in comune, come quando mi augurava “buona giornata”, come quando, stringendomi forte a sé, mi sussurrava che non mi avrebbe mai cambiato con nessun altro.
Alcuni amori sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Io non ho scordato il mio, cerco di sopravvivere e a volte ci riesco; la natura mi è di grande aiuto, così come la musica: ma, nelle pieghe più profonde del mio essere, il suo ricordo non cesserà mai di esistere. In qualche modo, ho continuato ad affrontare la vita, spesso matrigna beffarda, raramente amica capace di donarti una piccola porzione di gioia, o almeno di serenità. La si affronta e basta, questa è filosofia spicciola, e perciò filosofia vera, reale, quella che compone il tuo cammino, fra strade piene di visi sconosciuti, fisionomie accattivanti o vagamente ostili, fra i pensieri di tutti, le gioie e i dolori che accompagnano, in parti dissimili, questo viaggio che troppo spesso mi sembra interminabile. A volte, vorrei semplicemente non esserci. Poi reagisco, salgo in macchina e vado a lavorare.
Il mio mestiere mi porta a girare in molti paesi.
E in ogni paese c’è sempre una farmacia.
Vorrei evitarlo, ma non ne sono capace: quando noto quella luce intermittente, la rivedo, con gli occhi della mente, incamminarsi verso la macchina, un cappellino in testa e un grazioso ombrello per ripararsi dalla pioggia di quella mattina, distante millenni e vicina come se fosse stata ieri.
La rivedo e so che non tornerà mai più.
Non ci saranno più lupate.
Lei mi chiamava lupo.

 

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UN CARO SALUTO A TUTTI

Questo è un post provvisorio, in attesa di trasferire qui il mio vecchio blog.

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