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Archive for agosto 2013

La valle di Phil 2Dopo aver parcheggiato il pick-up di Weir vicino al suo, Liz entrò nella confortevole tenda che aveva piantato in un luogo isolato e protetto. Prima di sceglierlo aveva perlustrato a fondo la foresta. Da una roccia scaturiva una piccola sorgente che le avrebbe permesso di lavarsi, di bere e di cucinare. Inoltre, nessuno avrebbe potuto prenderla di sorpresa, perché dietro alla tenda si innalzava una rupe. Preparò un sandwich, mangiò con appetito, si tolse le scarpe e si coricò sulla branda da campo.
Era stanca, tuttavia non riusciva a prendere sonno. Per scacciare il rimorso ricordò a se stessa che Patsy Legrange era una donna arrogante e superba. Cionondimeno si sentiva inquieta. In palestra, l’istruttore aveva spesso parlato di etica. Era un concetto strettamente legato all’idea di sport. Per vincere un confronto occorreva essere più forti, più rapidi e più resistenti. Se l’avversario si dimostrava superiore, bisognava accettare la sconfitta, ringraziarlo, e aumentare i carichi di lavoro.
Quando aveva lottato con Patsy, Liz si era dimostrata più forte; ma in quel frangente si era dovuta difendere da un attacco proditorio. In questo caso, invece, le era arrivata alle spalle di sorpresa, l’aveva tramortita e legata: Patsy non aveva avuto una sola possibilità.
Sarebbe stato più leale sfidarla a mani nude, anche se l’istruttore avrebbe obiettato che fra loro due c’erano almeno dieci chili di differenza.
Aveva odiato Patsy a causa di Weir… ma ora Weir era il suo nemico.
Si trovava in uno stato di confuso dormiveglia quando fu raggiunta da un’idea. Era un’idea strana, ma anche intrigante. La mise lentamente a fuoco, soppesandola.
Poi saltò giù dalla branda, improvvisamente sveglia ed eccitata.
 
Nicole era una ragazza interessante.
Era ignorante, ma anche Liz non aveva brillato per cultura. E, comunque, quando Phil sentiva il bisogno di parlare di arte o di filosofia, si rivolgeva a Patsy, che era pronta ad ascoltarlo e a rendere vivace e stimolante la conversazione. Ogni lato del triangolo doveva essere diverso. Chiacchierando con lei, Phil intuì molte cose. Nicole aveva forti appetiti sessuali. Probabilmente le piacevano anche le ragazze, e Weir era quasi certo che Patsy l’avrebbe attratta. In quanto a lui, era sufficiente vedere il suo sguardo adorante per capire che era già stracotta.
Le parlò del karma: si rese conto che non capiva, e cercò di esprimersi nel modo più semplice possibile, ricorrendo a facili esempi che anche un bambino sarebbe riuscito a seguire. Notò una luce di interesse, ma presto cambiò argomento. Le cose andavano fatte per gradi; prima di approfondire questa e altre questioni, se la sarebbe portata a letto. La prima volta con lui solo. La seconda anche con Patsy. A Weir piacevano i contrasti. Nicole era alta, prosperosa, con la pelle chiara e i capelli rossi. Patsy era snella, bionda, con la carnagione leggermente  ambrata. Il suo pensiero corse a Liz. Provò una fitta di rimpianto, ricordando quel corpo superbo che d’estate diventava color cioccolato. Con gli occhi dell’immaginazione rivide le sue lunghe gambe, le cosce forti e muscolose, i piedi arcuati, il seno perfetto.
Phil non conosceva il rimorso, ciò nonostante si chiese se non era stato un errore ucciderla.
Dovevo salvare Patsy.
Era  vero, però esistevano anche altri modi per farlo.
Allontanò da sé il seme del dubbio che poteva portare alla negatività e si protese sul bancone del bar.
Sfoderò il suo sorriso più irresistibile.
“Stasera.”, disse.
Nicole arrossì per la gioia.
 
Liz si chinò su Patsy, afferrò il topo per la coda e lo scaraventò lontano.
Patsy era svenuta. Aveva la fronte imperlata di sudore. Liz prese un fazzoletto di carta e le asciugò delicatamente il viso. Patsy aprì gli occhi. Quando vide Elizabeth incominciò a piangere per il sollievo. Liz si sedette vicino a lei. “Ascoltami attentamente.”, disse. “Ti offro un’opportunità per salvarti. Hai davanti a te due scelte; a seconda di quello che deciderai, me ne andrò nuovamente e questa volta per sempre, oppure ti libererò e considererò chiusa la faccenda fra noi due. Prima di rispondere, pensaci bene, perché non avrai una seconda possibilità.”
“Acqua! Per favore, acqua!” La voce di Patsy era un rantolo.
Liz tirò fuori una borraccia dalla sacca e l’aiutò a bere. Patsy era disidratata. Mugolò quando Elizabeth allontanò la borraccia. “Poi ti farò bere ancora, ma non devi esagerare: troppa acqua ti farebbe male.” C’era un’insolita gentilezza in Liz. Patsy pensò di vedere una luce compassionevole nei suoi occhi. Aveva dimenticato che era stata lei a ridurla in quelle condizioni; in quel momento provava solo riconoscenza. Liz le spiegò i termini dell’accordo. Grazie all’innato intuito femminile sapeva già che Patsy avrebbe pagato qualunque prezzo in cambio della vita.
Però voleva sentirselo dire.
 
Quando Patsy si fu ripresa, Liz andò a riempire un secchio d’acqua, si munì di una saponetta e la lavò. Cercò di essere molto delicata, perché era rimasta esposta per troppe ore al sole ed era piena di brutte ecchimosi. Si occupo’ delle parti intime senza fare commenti e non mostrando disgusto per la poltiglia di feci ormai essicata. Vide che Patsy arrossiva e la tranquillizzò: “Non ti devi vergognare, Honey. Sarebbe successo anche a molti uomini grandi e grossi.”
Dopo averla lavata, le spalmò il corpo di crema idratante; poi l’aiutò a vestirsi. Le mise le ballerine, ma Patsy aveva i piedi gonfi. Se le tolse e la seguì scalza nella foresta.
“Non provare a scappare.”, l’ammonì Liz. “Sono molto più veloce di te.”
Imboccarono un sentiero  tortuoso che a un tratto si interrompeva bruscamente. Procedettero a fatica fra gli alberi, quindi trovarono un’altra pista, più larga e agevole. “Coraggio, siamo quasi arrivate.”, disse Liz. “Ormai conosco questo posto come le mie tasche.” Patsy le arrancava dietro, stringendo i denti per lo sforzo.
Elizabeth chiacchierava allegramente. Si era levata un peso dalla coscienza, ma non era solo questo che la rendeva euforica: riteneva di avere avuto un’idea geniale e pregustava ciò avrebbero fatto insieme. La sua vendetta sarebbe stata totale. Prese Patsy per mano. “Forse più tardi ti scoperò, Honey.”
La bionda annuì stancamente. “Come vuoi tu, Liz.”
Forse fu il contrasto fra amore e morte, ma quella notte Patsy conobbe il paradiso.
Liz la prese fra le braccia: con una mano le accarezzava il seno, con l’altra giocava con il suo clitoride. Non smise finché non sentì Patsy gemere e le sue dita non furono colme del suo nettare. Poi la penetrò, e la portò con lentezza esasperante a un nuovo orgasmo. Infine, si stese sopra di lei, conducendola all’estasi con lo sfregamento dei due sessi. I suoi baci erano caldi e appassionati; la dolcezza con cui si occupava di lei squisita e travolgente.
Patsy non riusciva a credere che quella fosse la stessa ragazza aggressiva e spietata che soltanto poche ore prima  l’aveva legata e cosparsa di miele, come una vittima sacrificale destinata alla più orribile delle fini. Se all’inizio era stata tesa e incerta, poi si rilassò, assaporando con gioia lo stupendo flusso di emozioni che Liz le regalava.
Quando furono sazie, si stesero una accanto all’altra.
“Mi dispiace per quello che è successo oggi, Honey.”, disse Elizabeth stuzzicandole un capezzolo.
“Ti prego, non chiamarmi così.”
“Ok. Se ti dà fastidio, eviterò di farlo. Comunque, nei prossimi giorni staremo insieme. Ti addestrerò, Patsy, e ti insegnerò a non avere pietà. Lui non la merita. Tu credi che ti ami… ma l’ho visto con un’altra donna. Proprio questa mattina, in un bar. Phil ama soltanto se stesso. E’ un uomo egoista. Se si stancasse di te, ti lascerebbe senza il minimo rimorso. E adesso raccontami quello che è successo quel giorno. E perché, invece di dividerci, ha pensato bene di spararmi.”
Quella notte rappresentò una specie di spartiacque nella relazione fra le due donne, e i giorni successivi confermarono questa nuova tendenza.
Elizabeth non vedeva più in Patsy una rivale. Finalmente l’aveva sottomessa. Inoltre, le vicissitudini le avevano avvicinate, accomunandole: entrambe erano state a un passo dalla morte. Liz incominciò a provare un senso di compassione e di empatia, che gradatamente si trasformò in affetto. Affetto che fu rafforzato dall’antica attrazione sessuale.
I sentimenti di Patsy erano più complessi. Da un lato, aveva paura di Elizabeth: era una ragazza focosa, sempre pronta a battersi, che difficilmente dimenticava un torto.
Era rimasta sorpresa quando l’aveva accudita come una bambina e le era grata per quell’atto di gentilezza; tuttavia si chiedeva cosa le avrebbe fatto se lei non avesse mantenuto i patti.
Inoltre, c’era la disperazione per ciò che sarebbe accaduto. Ma questo portava a un altro anello della catena, un anello molto sottile che per il momento le sfuggiva, se non a livello inconscio, ma che era destinato a irrobustirsi e, prima o poi, a manifestarsi con chiarezza. Alla fine, le sarebbe rimasta solo Liz. Avrebbe cercato rifugio fra le sue braccia. Paradossalmente, soltanto lei avrebbe potuto alleviare il suo dolore.
La dolcezza con cui sapeva donarle piacere costituiva la materia prima dell’anello. Patsy intuiva, sebbene in modo ancora vago, che Liz sarebbe riuscita a scaldarle il cuore, sottraendolo al gelo del rimorso e dell’angoscia. La mancanza di conflittualità l’avrebbe spinta sempre più a cercare in lei calore e protezione. Una volta messo da parte l’antagonismo, sarebbe riuscita ad amarla fino a prendere in considerazione l’idea di trascorrere la vita con lei.
Era brutto pensarlo, e infatti non lo pensava apertamente; però sentiva che Elizabeth avrebbe sostituito Phil.
La morte di Weir le avrebbe legate indissolubilmente.

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1) Magari posso prenderle da due energumene, però certe battaglie le vinco: a quanto pare, cambieranno il pessimo titolo della loro rubrica, cioè “di merda”.
2) Newwhitebear, in effetti ha sbagliato un paio di congiuntivi in un suo post – non ricordo quale, onestamente – ma avete letto tutti i suoi racconti? Sono scritti benissimo, con grande capacità di dialogo e di rapporti fra i personaggi.
3) Discutere Briciolanellatte? Beh, è come dire che Gesù fosse musulmano.
4) Mari. Scrive poesie stupende. Mi suscitano forti emozioni, grandi sensazioni, mi commuovono. Se poi non le so commentare, è colpa mia: per me la prosa è più facile. Perché ti piace un gelato al limone?
5) Ciò che ho scritto io. “Lesbo è un’isola del Mar Egeo” non è, secondo me, un porno-soft; casomai è un erotico-soft, e le parti iniziali di sesso, pur divertendomi, erano “su commissione”. La seconda parte del libro – come splendidamente recensito da Newwhitebear – è introspettiva.
“Sognate con me” – autoprodotto – ha avuto un successo per me inaspettato, dato che erano tutti racconti già editati su Splinder, e senza una prefazione – e di questo mi scuso. Comunque, rimasi commossa dall’accoglienza di quel testo.
“Alex Alliston” è uscito per una casa editrice a pagamento: in effetti, mi aspettavo maggiore pubblicità e promozione; però ho venduto le mie copie a fruttivendoli, panettieri, librai, pescivendoli, e alla fine ci ho guadagnato.
6)) Se una Licia Troisi pubblica per Mondadori, perché non sperare in “Matrioska” o nel “Crepuscolo della Lubjanka”?
7) “I Discutibili” sono bravi, ma un po’ spocchiosi. Ricordo su Splinder un blog analogo, “L’Antiblog”. Anche lì litigai, ma c’era  più umorismo. Alla fine io e una di loro aiutammo una loro “nemica” ad apririre un nuovo blog, poiché non ne era capace. Si chiama amicizia, cameratismo, pur fra lazzi e frizzi.
8) Ho scritto un racconto con Intesomale, perciò è evidente che lo stimi. Gli voglio anche bene, tzè! E poi lui apprezza il grande Quou – ex Pappina.
9) Stimo anche gli altri. Soprattutto Max e Bleachedgirl, malgrado il loro atteggiamento che a volte mi ricorda quello di un branco di lupi famelici – animali, che peraltro amo.
10) Non cancellerò gli insulti. Mi riservo solo di non rispondere ai commenti troppo complessi, dato che sono notoriamente ignorante. 😛
Questa è per te Brumbru: la tua “diplomatica” ^^

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Quando finisce un amoreMARI:
Resterò fermo
come roccia su cui scorre l’acqua tua
resterò fermo
ma non annegherò in te
nella tua saggezza
nella tua disperazione
Troverò la forza
sentirò scorrere l’acqua
come sangue nelle vene
resterò fermo
mi scivolerai addosso
nel tuo passato
nel mio passato
indifferente
indifferente a tutto

ALESSANDRA:
Quando finisce un amore vorresti nasconderti nella grotta più buia del mondo.
Quando finisce un amore a nulla vale la ragione che ti incita a proseguire, a nulla servono le manifestazioni di affetto, più o meno sincere, degli amici, o presunti tali. In realtà non credo all’amicizia, non credo più a niente. Credo solo al mio dolore.
Una volta ero famoso. Il mio libro, “Le Creature della Notte”, fu tradotto in varie lingue e vendette milioni di copie. Diventai molto ricco, ma in un tempo assai breve riuscii a dilapidare il mio patrimonio. E poi la bottiglia sostituì il computer. Adesso vago nelle terre dell’apatia, mi rifugio nei ricordi e aspetto la fine, contando i giorni. Giorni tutti uguali, che non regalano altro se non amarezza e rimpianto.

Elisa si affacciò alla grande finestra che dava sul mare. Era stanca ma felice. Per quanto stressante, la cerimonia della consegna del Premio Strega rappresentava il grande coronamento della sua carriera: dopo tre romanzi di buon successo, con il quarto era riuscita a realizzare un capolavoro, che ora aveva raggiunto la consacrazione definitiva. Senza contare che da “Ombre sul lago” avrebbero tratto un film con Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno. Quella sera aveva parlato a lungo con l’attrice, perché Giovanna voleva calarsi nel migliore dei modi nei panni della protagonista femminile e perciò desiderava conoscere a fondo la psicologia della scrittrice.
Elisa assaporò con piacere l’aria fresca della notte, lanciò uno sguardo distratto alle stelle e si apprestò a raggiungere Luca in camera da letto. Erano sposati da un anno e, sebbene lui non amasse leggere i suoi libri (e in generale nessun tipo di libro) con lui si sentiva felice e appagata. Luca dirigeva una grande agenzia immobiliare, aveva un animo imprenditoriale, ma era molto più vicino a lei di quanto non lo fosse mai stato Mauro.
Per qualche strana ragione, il suo pensiero andò al giorno in cui aveva conosciuto il suo ex marito. Mauro cercava una laureata cui affidare tutta una serie di incombenze legate al best-seller che aveva appena realizzato, “Le Creature della Notte”. Elisa aveva trovato detestabile l’uomo e pessimo il libro, una storia d’orrore e di sangue che era estranea alla sua sensibilità. Inoltre, non gli piaceva la sua scrittura, che giudicava stereotipata. Lavorando con lui, aveva lentamente cambiato idea: non sulle sue capacità letterarie, ma sulla sua anima. Si era presentato in maniera arrogante, però con il tempo aveva capito che quell’arroganza celava una sensibilità che malgrado fosse nascosta tuttavia esisteva; e aveva scoperto molto altro su di lui. Ma il matrimonio si rivelò un fallimento. Con orrore crescente Elisa vide Mauro cadere a ruota libera, perdere tutti i soldi che aveva e smarrire l’ispirazione, che benché fosse commerciale o forse proprio per questo, lo aveva portato al successo e alla ricchezza. Non sopportava che lui bevesse, e non accettava l’abulia che sembrava essere diventata il suo tratto caratteristico. Alla fine lo aveva lasciato.
Mentre attraversava il soggiorno, una lacrima apparve nei suoi occhi. Ignorava dove adesso si trovasse Mauro, cosa facesse e che pensieri gli attraversassero la mente.
Però ricordava una cosa.
A lui piaceva ciò che lei scriveva. E amava leggerla.

Cammino nella notte a caccia di fantasmi. A tratti penso a lei, a come è finita. Mi sento simile a Marmeladov, il padre di Sonja in Delitto e Castigo di Dostoevskij. Come lui mi compiaccio dei miei fallimenti, come lui getto al vento le migliori occasioni, traendone un piacere perverso. Stringo fra le mani una bottiglia, ormai quasi vuota. La notte mi è amica, e il fiume che costeggia la strada mi attrae in maniera irresisibile. Acque scure accarezzate da un vento lontano. Quante storie mi racconta il vento! Solo lui ne è capace, solo lui non mi annoia. E mi sussurra inviti cui è difficile resistere. Mi suggerisce la risposta al mistero della mia vita. E’ una risposta sensata, logica e inappuntabile. E’ la risposta. Cammino barcollando. Mi accendo una sigaretta. Scanso con fastidio una coppia invadente che cerca improponibili romanticherie nell’assurda convinzione che il loro innamoramento poi si trasformi in amore. Per quanto mi riguarda potrei anche augurarglielo, ma sarebbe un inganno, dato che ogni amore è destinato a finire.
Penso a Elisa. Rammento che la conquistai definitivamente quando una sera comprai per lei una rosa da una sordomuta. Non fu il fiore in sé a colpirla, ma un gesto che forse non credeva potesse appartenermi. All’epoca ero famoso, e mi trinceravo dietro a una facciata per nascondere la mia timidezza. Bevevo già molto e, sul finire della mia breve carriera, insultai una giornalista che si ostinava a rivolgermi domande idiote. Lasciai quell’insulso party, sbattendomi la porta alle spalle, suscitando scandalo e probabilmente perdendo proprio in quell’occasione mia moglie.
Quello che ho fatto dopo non è interessante. A dirla tutta, c’è ben poco di interessante nella mia vita. A mia volta, non provo interesse per gli altri. Vorrei Elisa, ma so che non è possibile. Questa sera l’ho vista in televisione: era bellissima, raggiante; accanto a lei Giovanna Mezzogiorno scompariva. Irradiava energia positiva. Quello che manca a me. Comunque, non è un problema.
Sta salendo un po’ di nebbia, adesso è il fiume che mi parla ed è l’unica cosa che in questo momento conti. Ho la barba lunga di tre giorni, gli occhi iniettati di sangue, e indosso una giacca che ormai è diventata troppo larga per me. Mi fermo. Voglio ascoltare bene. Con attenzione.
Il fiume racconta.
E’ talmente bravo a narrare che mi sembra di vedere un film. Però, è un film strano, a due dimensioni. Sul lato sinistro dello schermo vedo un bambino infelice, che cresce in una famiglia che tutto è tranne quello che dovrebbe essere. Il padre del bambino tradisce la madre. La madre del bambino beve e si riempie di psicofarmaci. Alla sera, il bambino mette la testa sotto il cuscino e piange.
Schermo destro: il bambino vive in una famiglia felice, unita. Alla domenica pranzano all’aperto, nel giardino davanti a casa. Arrosto di vitello e patate al forno. Crostata di mele. Io so che per il bambino quella crostata è fondamentale, è un simbolo, è la prova della serenità e dell’amore che regnano in quella famiglia. Scena tagliata, dice il fiume, trasformatosi in regista. Buona la prima.
Schermo sinistro: nuova scena. Un uomo scrive un libro di successo, conosce una donna di straordinaria sensibilità e di vasto talento letterario. Si sposano, ma il matrimonio fallisce. L’uomo annega nell’alcool le sue frustazioni e il suo odio nei confronti della vita.
Schermo destro: un uomo scrive un libro di successo, conosce una donna di straordinaria sensibilità e di vasto talento letterario. Vivono insieme felici. Lui la porta ad abitare in un un luogo bellissimo, a ridosso del mare. Invecchiano insieme. Serenamente. Nella comunanza di un affetto e di una complicità senza eguali. Scena tagliata. Buona la prima.
“Avrei preferito che il film fosse diverso.”
“E invece non è diverso.”, ribatte il fiume. “Non si può cambiare il passato, e anche se lo volessi non sarei in grado di fartelo rivivere, né di trasformarlo secondo i tuoi desideri. In ogni caso, non è questo il mio compito.”
“Qual è il tuo compito?”, gli chiedo, conoscendo in anticipo la risposta.
“Aiutarti.”, dice il fiume. “Aiutarti a dimenticare. Alleviare il tuo dolore. Cancellare passato, presente e futuro. Non ti aspetta nulla di buono, lo sai vero?”
Annuisco. Mi accendo l’ultima sigaretta. La fumo con calma.
Poi accolgo il suo invito.
L’acqua è gelida, ma stranamente mi sembra tiepida.
Prima di finire sotto, gli rivolgo un’altra domanda.
“Dimmi se Elisa sarà felice.”
Però la risposta mi sfugge.
Infine, l’ultima.
“Ma a volte sente la mia mancanza?”
“Sì.”, disse il fiume.

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PRIMO IN CLASSIFICA

Primo in classificaChiedo scusa ai miei amici lettori, poiché sono costretta a rimandare a domenica prosssima il nuovo capitolo di “Il fatttore B”.
Mi tremano le mani e faccio molta fatica a scrivere.
Questa mattina due ragazze su un motorino per poco non mi hanno messa sotto sulle strisce pedonali. Io le ho mandate al diavolo. Loro hanno inchiodato, sono scese e mi hanno presa a sberle e a pugni. Ho cercato di difendermi, ma erano sui vent’anni. Inoltre erano più alte e robuste di me.
Per fortuna un gentile signore ha visto la scena ed è intervenuto. Non intendo sporgere denuncia perché tanto non servirebbe a niente. (E poi magari mi verrebbero a cercare).
Adesso mi sento meglio, ma per scrivere queste poche righe ci ho messo una vita.
Prima di sera mi auguro di aver superato lo schock e di poter rispondere ai commenti. Comunque,  fisicamente sto bene.
Vi propongo un racconto che qui è inedito, ma che è stato già postato tempo fa su “Caffè Letterario”.

Si addormentò mentre scriveva.
Succedeva spesso perché lavorava di notte, al fioco lume di una lampada, dopo una giornata di lavoro che lo aveva visto imbottigliato nel traffico per la gran parte del tempo. Per effettuare quattro consegne Simone doveva fare ricorso a tutte la sua pazienza, che non era poca, preso com’era fra due fuochi: da un lato, la città che sembrava impazzita; da quell’altro, la voce stridula di Laura che dall’ufficio lo tempestava di telefonate, invitandolo a muovere il culo. Simone detestava Laura, anche se l’avrebbe portata a letto volentieri. A volte la immaginava mentre godeva e gli sussurrava che lo amava, lo aveva sempre amato, e che da quel giorno non lo avrebbe più tormentato.
Aveva la sensazione netta che lei non gli credesse e che attribuisse i ritardi delle consegne alla sua pigrizia. Ma cosa ne sapeva del traffico, visto che passava tutto il giorno in ufficio a ragliare?
Simone stava scrivendo un grande libro, il suo libro. Era certo che quando lo avesse finito, sarebbe stato pubblicato, avrebbe ricevuto una quantità di recensioni positive e sarebbe balzato in testa alle classifiche di vendita. Poi ne avrebbero tratto un film, di cui lui avrebbe curato la sceneggiatura. Sarebbe diventato ricco e avrebbe potuto portare Livia in America. Lì sarebbe stata operata dalla migliore equipe del mondo e finalmente sarebbe guarita. Avrebbe ripreso a camminare, dapprima lentamente e a fatica, in seguito sempre più agevolmente. Forse sarebbe addirittura tornata a correre. Quando l’aveva conosciuta, Livia aveva appena vinto i campionati italiani dei cento metri e si stava preparando per le Olimpiadi. Poi il destino aveva mischiato le carte.
Quella notte Simone fece un sogno bellissimo. Era al mare con sua moglie. Nuotavano, facevano l’amore, alla sera bevevano un drink al bar della spiaggia. Si svegliò di soprassalto e guardò l’orologio. Erano le quattro e aveva scritto solo poche righe. Le rilesse, corrugando la fronte per la concentrazione.
Il suo concetto di scrittura esulava da regole che prevedessero mille o duemila parole al giorno: ciò che contava era la qualità. Tuttavia si rendeva conto che stava procedendo con eccessiva lentezza. Le gambe di Livia non potevano aspettare i suoi tempi. Se voleva farla operare, doveva accelerare e scrivere di più. Si alzò sbadigliando, andò in cucina e si preparò un caffè. Livia dormiva nella sua stanza. Il silenzio della notte era perfetto. Non riusciva a lavorare di giorno, a causa dei rumori che gli toglievano l’ispirazione; aveva bisogno di pace e di tranquillità.
Decise che avrebbe scritto fino al mattino. Avrebbe recuperato il sonno perso nella pausa di mezzogiorno. Il libro era a buon punto, doveva solo accelerare. Accelerare in modo da portarlo a termine entro un mese. Poi lo avrebbe subito spedito a dieci case editrici. Sarebbe stato immediatamente contattato. Gli avrebbero dato un anticipo consistente. Avrebbe prenotato l’ospedale.
Mentre tornava a sedersi sorrise, il cuore gonfio d’amore e di tenerezza. Livia non sapeva che stava lavorando a un best seller, non immaginava che fra poco avrebbe ricominciato a vivere. Quando avrebbe ripreso a camminare, avrebbero fatto un figlio. Simone sarebbe stato felice di avere una bambina, una Livia in miniatura, ma anche un maschio lo avrebbe reso contento. Alla domenica sarebbero andati a vedere assieme la Roma. Suo figlio avrebbe studiato; grazie ai soldi del libro si sarebbe laureato.
Erano pensieri bellissimi, ma ora doveva scrivere. Scrivere.
Prese la penna e aprì il quaderno su una pagina bianca. La mano si muoveva veloce per trasformare in parole le mille idee che gli affollavano la mente.
Barbara entrò nella casa chiedendosi se suo marito la perdonerà. Lo aveva tradito ma era sicura che quando le spiegherà perché lo aveva tradito lui la perdonerà. Perché“, esitò un attimo, quindi aggiunse: “perché era il più migliore degli uomini.”
Lavorò tutta la notte.

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La valle di Phil 2NOTA DELL’AUTRICE: A causa del contenuto scabroso, consiglio alle persone più sensibili e impressionabili di non leggere le ultime cinque righe di questo post.
 
Patsy aprì gli occhi. Aveva male alla testa e provava un forte senso di nausea. Riconobbe il luogo in cui si trovava: era un ampio spiazzo privo di alberi, situato nel cuore della foresta. Era passata di lì durante una passeggiata; ricordava di essersi stesa per crogiolarsi al sole. Cercò di sollevarsi da terra, ma scoprì di essere legata. Una robusta corda le bloccava i polsi e le caviglie. Poi fece una scoperta ancora più traumatica: era completamente nuda. Rimpianse di non essere tornata a casa per cercare l’aiuto di Phil. Era nelle mani di un maniaco, del tutto impotente. Pensò con raccapriccio a quello che avrebbe potuto farle; tuttavia la rivelazione peggiore doveva ancora arrivare.
“Ciao, Patsy!”
Liz incombeva su di lei, una Liz in carne e ossa, che non aveva affatto l’aspetto di un fantasma. Era abbronzata e in perfetta forma. I capelli scendevano lucidi e fluenti sulle spalle superbamente modellate. Patsy si chiese come avesse potuto sopravvivere dopo che Phil le aveva sparato alla testa.
Elizabeth si sedette sui talloni. “Lo sai cosa ti succederà adesso, tesoro?”
Patsy non rispose. Cercava disperatamente di trovare una via di uscita. Liz aveva già tentato di ucciderla. Ricordava troppo bene quella lotta spasmodica, il panico che l’aveva colta quando aveva capito di essere più debole di lei, la presa micidiale alla gola: non era stata una comica baruffa fra donne, ma uno scontro per la vita e la morte. E adesso era sola: Phil non avrebbe potuto salvarla.
Elizabeth indossava dei pantaloncini corti e una canotta. Aveva una borsa sportiva a tracolla. La posò per terra e tirò fuori un grosso barattolo di miele. “Sei così dolce!”, disse con un sorriso. “Ti dovresti chiamare Honey”. Aprì il barattolo, intinse un dito nel miele e incominciò ad accarezzare il pube di Patsy. Poi entrò in lei con estrema delicatezza. Spalmò il miele accuratamente. Passò alle cosce, ai polpacci, ai piedi…
“Liz, non farlo!”
“Non farlo?” Elizabeth rise. “Ma io lo sto già facendo! Voglio raccontarti una favola, Honey. C’era una volta una principessa bionda. Questa principessa era molto cattiva. Un giorno una ragazza decise di punirla. La portò in un bosco, la spogliò e le cosparse il corpo di miele. La principessa aveva la pelle chiara ed era delicata. E quel giorno c’era un forte sole. Quando la ragazza se ne andò, la principessa incominciò a ricevere visite. Arrivarono dei simpatici insetti. Le punsero il viso, le gambe, il seno. La principessa gridava, ma non c’era nessuno a sentirla. E, prima di sera, impazzì.”
Patsy era bianca in viso, ma si impose di parlare con calma. Non sarebbe servito a nulla implorarla; avrebbe solo perso il rispetto di se stessa. “Non capisco la ragione di tanto accanimento. Non è colpa mia se Phil ti ha sparato. D’altra parte stavi per uccidermi.” Usò un tono di voce pacato e persuasivo come se si stesse rivolgendo a una bambina ostinata.
“Hai la memoria corta.”, ribatté Liz. “Fosti tu ad aggredirmi per prima. Peccato che avevi fatto male i tuoi calcoli.”
“Ti eri messa dalla parte di Sugar! Io volevo solo difendere Phil. Se parlassimo in modo ragionevole, da donne mature…”
“Mi dispiace, Patsy. Lo so che ti piacerebbe parlare. Ma non ti è concesso.”
Patsy fece per replicare, ma Elizabeth glielo impedì. La costrinse ad aprire la bocca e la riempì di miele fin quasi a soffocarla. La tenne ferma per qualche minuto, guardandola negli occhi. Sebbene non fosse difficile indovinare quello che stava provando, pensava che grazie all’espressione del suo sguardo sarebbe riuscita a cogliere con assoluta chiarezza la tempesta di emozioni che si agitava in lei. E in effetti scorse la disperazione e assaporò l’inconfondibile odore della paura.
Quando si rialzò, vide che stava urinando.
Contrariamente a quanto aveva immaginato, non provò nessun senso di trionfo. In un primo momento, aveva deciso di restare nei paraggi per assistere alla sua agonia; ma era una prospettiva che adesso la metteva a disagio. Patsy Legrange era debole e codarda, però non aveva tutti i torti: non era stata lei a spararle.
Esitò, incerta.
Alla fine, decise di liberarla. Naturalmente Patsy non se la sarebbe cavata a buon mercato. Meritava comunque di soffrire. Con una mano le avrebbe bloccato una caviglia, con l’altra avrebbe esercitato una forte pressione sul ginocchio fino a rompere l’articolazione. Sarebbe stata una punizione severa, ma non così disumana.
Era già sul punto di slegarla, quando ripensò al terrore che l’aveva assalita in quella orribile tomba. Si rivide trascinarsi nell’inferno del Santa Ana. La sua mano andò involontariamente nel punto in cui avrebbe dovuto esserci l’orecchio.
No, non avrebbe avuto pietà. Patsy era responsabile di tutto quello che le era successo, al pari di Weir.
Perciò doveva morire.
Si allontanò chiedendosi per quanto tempo sarebbe riuscita a resistere.
 
Negli occhi di Saryo balenò un lampo divertito. Malgrado Paola avesse rifiutato tutte le sue avances, le era molto affezionato. E lavorando con lei aveva imparato a non sottovalutare mai le sue intuizioni.
“Perché prendere una multa per eccesso di velocità, se si è in vacanza?”
“Alla gente piace correre.”
Paola annuì. “E’ vero, ma in precedenza questo Antonio Garcia non aveva mai infranto un divieto.”
Saryo rise. “C’è sempre una prima volta.”
La donna guardò fuori dei vetri della finestra. Era un pomeriggio sereno; una piacevole brezza mitigava il caldo afoso degli ultimi giorni. Nel cielo terso poche nuvole galleggiavano pigramente. Paola provava una profonda simpatia per Sidney Saryo, tuttavia non lo amava. In attesa di un principe azzurro che non si era ancora manifestato, pensava soltanto al suo lavoro. Appartenere all’ FBI significava aver coronato un sogno. Anche se suo padre non era povero, lei era pur sempre la figlia di un immigrato, perciò la soddisfazione era doppia.
Si rivolse nuovamente a Saryo. “Lo so.”, disse. “Mi sto aggrappando a un fuscello quasi inesistente, ma è tutto quello che ho. Domani andrò nel Táysha.” Nel linguaggio degli indiani significava amici: da qui era nata la parola Texas.
“Sarà un viaggio inutile.”, disse Saryo, scuotendo la testa. “Però ti ammiro: tu non ti arrendi mai.”
 
Il sole salì presto all’orizzonte.
Benché non fosse ancora piena estate, era una giornata incredibilmente calda. Patsy incominciò a sudare. Aveva le gambe divaricate con le caviglie assicurate a due paletti fissati nel terreno; le dolevano i muscoli delle cosce. A un tratto fece una risatina nervosa. Pensò che Liz fosse tornata e che le stesse facendo il solletico ai piedi. Forse aveva cambiato idea e si era resa conto della follia del suo gesto. Ma perché le faceva il solletico? Per tormentarmi, si disse rassegnata. Era una tortura ingannevolmente soft, che nelle sue forme più esasperate poteva condurre una persona al delirio. In ogni caso, preferiva subire il solletico piuttosto che rimanere lì da sola, immobilizzata a cuocere sotto il sole. Sollevò la testa a fatica.
Elizabeth non c’era.
Aveva le ascelle fradice di sudore. Erano depilate e fu lì che sentì il primo, piccolo, morso. Il solletico ai piedi continuava. Alzò di nuovo il collo, tremando per lo sforzo. Un enorme ragno stava risalendo le sue gambe nude. Si muoveva piano, ma si avvicinava inesorabilmente al pube, dove Liz aveva spalmato la maggior parte di miele.
“Vattene, maledetta bestiaccia!”
Cercò di liberare le mani, usando tutta la forza che aveva; ma Elizabeth aveva fatto un nodo perfetto.
Un disgustoso insetto planò sul suo volto. Le morse un labbro.
Poi sentì una puntura sulla pelle delicata dell’interno delle cosce.
“Ti prego, Liz, torna! Farò qualsiasi cosa, ma toglimi da questo inferno!”
Si sentì pungere nuovamente, questa volta all’altezza del ginocchio.
Rifletti, Patsy! Ci deve essere un modo per liberarti.
Guardò ancora e non vide più il ragno.
Si lasciò ricadere con un sospiro di sollievo.
Sarebbe stata una giornata incredibilmente lunga, ma Patsy aveva paura della notte. Era immobilizzata, e se dalle montagne fosse calato un animale feroce…
Malgrado fosse in un bagno di sudore, rabbrividì. Si aggrappò a una speranza: Phil si sarebbe chiesto dov’era, l’avrebbe cercata. Era un uomo straordinario, sicuramente sarebbe riuscito a trovarla. Gli occhi le si colmarono di lacrime. Phil pensava che fosse andata a Los Angeles e che non sarebbe tornata prima dell’indomani sera. Non aveva motivo di cercarla. Forse qualcuno sarebbe passato di lì: un contadino, un ragazzo a caccia di uccelli, una coppia di innamorati.
“Per favore. Per favore!”
Il tempo non passava mai, il caldo diventava sempre più intenso. Percepiva la vicinanza di una moltitudine di orribili insetti. Ma, per fortuna, non la pungevano più. Anche il solletico era cessato.
Si stava assopendo, stordita, quando sentì qualcosa di pesante premere sul suo ventre. Poi scendere.
Era un topo. Il più grosso topo che avesse mai visto in vita sua.
Il topo si fermò all’altezza del clitoride.
Incominciò a leccare.
Dopo qualche minuto si spinse dentro.
Patsy perse il controllo.
Lo sfintere si rilasciò, mentre le sue urla echeggiavano nella foresta.

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Patsy LegrangeQuando Liz si fu ripresa del tutto, ricominciò a frequentare la palestra di arti marziali. Praticava judo e kick-boxing. Al mattino andava a correre, poi consumava una robusta colazione a base di cereali e si recava al lavoro: aveva trovato un buon impiego come commessa in un negozio di dischi. Prima di cena, nuotava per un’ora. Benché avesse sempre amato l’oceano e non le piscine, faceva di necessità virtù. Non nuotava per divertirsi, ma per raggiungere uno stato di forma ottimale. Dopo aver cenato, raccoglieva i capelli a coda di cavallo, senza curarsi della cicatrice che le deturpava la parte destra del viso. Era comunque ampiamente compensata dalle lunghe gambe atletiche, dal seno alto e pieno e dagli splendidi occhi verdi. Indossava una tuta aderente e degli scarponcini da pugile, e usciva di casa.
Alla Johnsson’s Fitness non c’era più una ragazza disposta ad allenarsi con lei: doveva confrontarsi con i maschi, e spesso li metteva in difficoltà. Era abbronzata, forte e in piena salute. La pelle del viso era luminosa, le braccia muscolose, le gambe scattanti e toniche. L’attesa non la disturbava. Al contrario, pregustava ogni giorno che sarebbe passato prima che si sentisse pronta.
Infine, si fece prestare il vecchio pick-up di suo fratello e tornò alla Green Valley. Mentre guidava, ripassava mentalmente il piano che aveva ideato. La Legrange non costituiva un pericolo, ma Weir era intelligente e imprevedibile. Ricordava un vecchio testo di storia, l’unica materia che non la disgustava completamente. C’era stato un generale francese, Bona… qualcosa, che quando doveva affrontare due eserciti nemici, li attaccava separatamente. Fu sconfitto a causa della negligenza di un suo sottoposto: per la prima volta, infatti, fu costretto a combattere simultaneamente contro gli inglesi e i messicani… forse non erano messicani, ma il concetto non cambiava. Avrebbe applicato quella tattica.
Il posto di blocco la colse alla sprovvista. Un soldato antipatico, armato di tutto punto, le intimò di andarsene immediatamente. La valle apparteneva all’esercito, e non erano ammessi i ficcanaso. Liz era sconcertata. Phil e Patsy erano stati cacciati dalla Green Valley: come avrebbe fatto a trovarli?
Il giorno dopo si presentò a casa Legrange.
Patsy assomigliava moltissimo a suo padre: gli stessi capelli biondi, gli occhi chiari e la medesima arroganza. La differenziava da lui soltanto l’altezza. William Legrange, infatti, era un omone di almeno un metro e novanta. Ricevette Liz nel suo studio privato, palesemente infastidito; ma quando l’ebbe esaminata con attenzione cambiò immediatamente atteggiamento. Elizabeth indossava una minigonna inguinale, alti stivali neri, e portava i capelli sciolti sulle spalle. Il seno premeva orgogliosamente sulla camicetta parzialmente sbottonata. Era una giornata calda e lungo il tragitto aveva sudato. Emanava un buon odore di giovane donna sana.
Legrange le disse senza problemi dove si trovava sua figlia. La presenza della moglie (Liz non la vide, ma la sentì chiamarlo da un altro locale) gli impedì di spingersi oltre. Si capiva lontano un miglio che avrebbe fatto carte false per portarsela a letto.
Elizabeth risalì sul pick-up con il sorriso sulle labbra.
 
Paola Chianese doveva la sua brillante carriera nell’FBI all’istinto. Era un dono innato: dove i suoi colleghi si rompevano la testa a furia di congetture, analisi linguistiche, estenuanti ricerche al computer, pedinamenti e indagini, lei riusciva a risolvere la maggior parte dei casi grazie a un’ intuizione. A detta di suo padre, che era nato a Pescara, ciò dipendeva dal fatto che, malgrado fosse cittadina americana a tutti gli effetti, nelle sue vene scorreva copioso sangue italiano. E gli italiani erano più immaginifici degli anglosassoni.
Paola aveva trentasei anni, era intelligente e determinata, ma non eccelleva in altri campi. Non era una grande tiratrice, nelle esercitazioni sportive riusciva a cavarsela solo per il rotto della cuffia, non era particolarmente abile negli interrogatori. Però, aveva quel quid in più che le era valso il soprannome di “Magic Paula”. Era graziosa più che bella. Non curava molto l’aspetto esteriore, eccezion fatta per i capelli cui dedicava infinite cure. Erano castani, e si intonavano agli occhi, scuri e profondi.
Lesse ancora il rapporto.
Jack Straw era stato visto per l’ultima volta in uno sperduto paesino di montagna. Qualcuno ricordava che Straw aveva offerto una birra a una specie di hippy che abitava nella Green Valley. Un investigatore aveva compiuto un sopralluogo, ma la valle adesso era una base dell’esercito. Il sergente Fowley aveva detto di aver mandato via una coppia di abusivi. Dalle descrizioni l’uomo era l’hippy, la donna una biondina. C’era qualcosa che non quadrava. Le frontiere erano sorvegliate; foto segnaletiche dei due banditi erano state distribuite negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie. Senza contare i posti di blocco e le soffiate degli informatori. Jack Straw e Tom Collins non potevano essere svaniti nel nulla. Avevano commesso una serie di reati gravissimi, fra cui l’uccisione di un agente di polizia: andavano arrestati e puniti.
Comunque fosse, ormai era trascorso troppo tempo. E se non li aveva trovati il collega che l’aveva preceduta, come poteva sperare di riuscirci lei?
“Perché sei Magic Paula.”, l’aveva blandita il suo capo ridendo.
Paola Chianese lesse per la terza volta il rapporto.
Più tardi andò a bere un caffè con Sidney Saryo. Saryo la corteggiava invano da un anno. Era alto, biondo, con luminosi occhi azzurri. Aveva la capacità quasi diabolica di estrapolare le rare informazioni utili dal computer di Quantico. Il problema era che quel mostruoso ingranaggio conservava un numero talmente elevato di dati che risultava difficilissimo trovare ciò che realmente poteva essere utile ai fini di un’indagine. Paola gli parlò della Green Valley. Sidney sorseggiò la bevanda bollente. “Niente da fare.”, disse. “E’ una base dell’esercito.”
“Lo so.”, replicò la donna. “Ma io cerco qualcosa… qualcosa di strano o di singolare che sia avvenuto prima che l’esercito arrivasse.”
Saryo la fissò, pensieroso. “Hai già delle idee?”
Paola rispose con prontezza: “Naturalmente, no. Non ho la minima idea.”
 
Patsy uscì di buon’ora per andare a Los Angeles. Non aveva molta voglia di sobbarcarsi quattro ore di macchina, ma sapeva che era indispensabile. Suo padre stravedeva per lei, ma era anche intransigente: se non avesse rispettato i patti, avrebbe chiuso i cordoni della borsa. Quella notte avrebbe dormito a casa dei suoi; sarebbe tornata l’indomani, viaggiando con il fresco della sera.
Accese il motore e imboccò l’unica strada che conduceva fuori dalla Bush Valley. Attraversò un ponte e si diresse verso la montagna. Ai lati della strada c’era una vasta foresta.
Fu costretta a frenare bruscamente per non andare a sbattere contro un tronco d’albero che ostruiva il passaggio. Tirò il freno a mano e scese dalla macchina imprecando. Si era vestita in maniera elegante e ai piedi aveva delle ballerine di Armani. E adesso avrebbe dovuto sporcarsi per spostare quel dannato tronco! Pensò di tornare indietro per farsi aiutare da Phil, poi alzò le spalle e si chinò per spingere via l’ostacolo.
Fu in quel momento che udì un rumore di passi. Fece per rialzarsi, ma qualcosa di duro la colpì alla nuca. Non provò molto dolore, perché perse subito i sensi.

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IL FATTORE B 5

Alexsandr Alexsandrovic StavroginIn una democrazia occidentale uccidere un uomo politico non è un’impresa impossibile, anche se il soggetto in questione è un autentico pezzo grosso, apparentemente invulnerabile. Un esempio su tutti è rappresentato dall’assassinio di John F. Kennedy. Anzi, tutto sommato, è un’azione relativamente semplice.
Ma a una condizione. Che il sicario sia disposto a intraprendere una missione suicida. In caso contrario, le cose sono molto più complicate. Gli uomini dell’OAS erano molto in gamba – rappresentavano l’elite dell’esercito francese – eppure, malgrado vari tentativi, non riuscirono a eliminare Charles De Gaulle. E la ragione è semplice: nessuno di loro era pronto all’estremo sacrificio; perciò tentarono, ma fallirono.
Josè Lopez intendeva trascorrere il resto della sua vita in qualche sperduta isola dell’Atlantico meridionale, godersi i due milioni di dollari oltre a quello che aveva già guadagnato in precedenza, e che non era poco, e concedersi tutte le donne che voleva. Di conseguenza, escludeva a priori l’idea di comportarsi da kamikaze. D’altro canto, non agiva per motivi ideologici, bensì per denaro e per il sottile piacere di eliminare un essere umano. E un domani, magari, avrebbe creato una propria organizzazione.
Pertanto, la situazione era complessa. Complessa, meditò mentre addentava un sandwich, ma non irrealizzabile.
Il piano andava studiato accuratamente: non l’attentato in sé, quanto la via di fuga. Conosceva bene la Germania, dove aveva già lavorato con successo, e questo era un primo punto a favore. Sapeva cambiare aspetto nel giro di qualche secondo, ed era un secondo vantaggio. Il terzo asso nella manica sarebbe stata l’azione diversiva: una bomba in una scuola, in una metropolitana, in una piazza affollata. Ciò avrebbe creato panico e confusione, e gli avrebbe permesso di scappare, subito dopo l’attentato. Naturalmente avrebbe sparato da lontano, utilizzando la migliore arma presente sul mercato mondiale. Però non era ancora sufficiente. Non si sarebbe potuto concedere il benché minimo errore; la pianificazione doveva essere di precisione… teutonica. Sorrise fra sé per l’ironia di quell’esempio.
Poi alzò gli occhi dal piatto per ordinare ancora caffè e notò l’uomo seduto all’altro lato del locale.
Ciò che vide non gli piacque.
Si guardò attorno. In apparenza, lo sconosciuto non era diverso dagli altri avventori. Due signore anziane intente a sorseggiare con garbo un tè. Una ragazza che indossava pantaloncini da ciclista di lycra nera accompagnata da un giovane dall’aspetto vigoroso, anch’egli in tenuta sportiva. Un uomo d’affari che trafficava con un portatile. Altre tre o quattro persone. Tutte comuni.
Ma l’individuo che aveva attirato l’attenzione di Lopez non era “comune”.
Josè non avrebbe vissuto tanto a lungo, considerata l’attività cui si dedicava, se non avesse posseduto quello che molti chiamano “il sesto senso”.
E ora sentiva come un campanello d’allarme. Forse si stava sbagliando.
Ma ne dubitava.
Ognuno dei presenti gli aveva lanciato almeno un’occhiata. Distratta, da parte delle signore anziane; interessata, quella della ragazza atletica; infastidita, quella del suo accompagnatore; più o meno lunghe, quelle degli altri.
L’uomo non lo aveva mai guardato.
Tuttavia, Lopez era sicuro che in qualche modo lo aveva scrutato. E poi, le spalle larghe, lo sguardo freddo, il portamento militaresco.
Perché si trovava lì?
Cosa voleva da lui?
A un osservatore distratto o scarsamente abituato a viaggiare, un particolare sarebbe passato inosservato.
Non a Lopez.
Di sicuro, pensò, non era italiano, e neppure un occidentale. Sebbene non bevesse nella loro maniera tipica, con il mignolo alzato tenendo la tazzina del cappuccino fra pollice e indice, portava il colletto della camicia fuori dalla giacca.
Era un russo.
Se – come aveva motivo di presumere – apparteneva a quella che un tempo era stata la prima direzione centrale del KGB, non poteva non conoscere certe regole.
Semplicemente, aveva deciso di ignorarle.
Questo lo sconcertò.
Lopez non era abituato a trascurare le coincidenze.

Mentre l’assassino rifletteva, Silvio Berlini accolse con un sorriso Massimo D’Arco e lo accompagnò nel suo studio, invitandolo ad accomodarsi.
D’Arco era uno dei leader più importanti della sinistra, cioè lo schieramento che si opponeva a Berlini; ma, in seguito a vari intrighi interni e soprattutto a causa del suo carattere, non ne era più il capo indiscusso. Questo, però, non gli impediva di condizionare la politica del partito. Come ai tempi del medioevo, egli in pratica era “un grande elettore”: se non poteva assurgere al potere assoluto, poteva però favorire una carriera oppure distruggerla.
“Mio caro amico e squisito rivale”, disse Berlini, quando si furono seduti, “mi auguro che tu stia bene.”
D’Arco annuì con aria pensierosa. In parlamento si davano del “lei” e si combattevano, ma nel corso degli anni fra loro si era sviluppata una profonda simpatia. In diverse occasioni D’Arco aveva lodato le attività industriali di Berlini e pubblicava i suoi libri presso la casa editrice dell’imprenditore.
“Sono preoccupato per te.”, dichiarò dopo aver deposto la tazzina del caffè sul tavolino posto accanto alla poltrona. Erano stati serviti da una graziosa cameriera, vestita in modo alquanto succinto. “Le vicende giudiziarie…”
Berlini scrollò le spalle. “Non mi interessano.”, replicò. “Non mi interessano più. Ciò che sto per fare mi permetterà di passare alla storia, alla faccia delle toghe rosse.”
D’Arco inarcò un sopracciglio, perplesso. Giravano strane voci sulla salute mentale dell’ex premier. “Ci sono accuse gravi.”, osservò a disagio.
“Consentimi, Massimo.”, lo interruppe Berlini. “Hitler andava fermato, e così fu fatto. Ora, la Germania crede di aver già vinto la terza guerra mondiale, ma anche Hitler pensava di aver trionfato, quando prese la Francia e arrivò alle porte di Mosca. E adesso la situazione è simile, sebbene si combatta senza armi. Io… io sono il generale Patton di questo secolo! Io ridarò equilibrio e giustizia all’Europa. Poi che i magistrati facciano ciò che vogliono… se ci riusciranno, naturalmente. Il che non è detto.”
Massimo D’Arco lo fissò. “Stai preparando una solida strategia, però il governo… e quello di Firenze…” In realtà, il paragone con Patton lo aveva allibito.
Berlini tagliò corto. “Né l’attuale governo, né il bamboccio di Firenze potranno fermarmi.”
A D’Arco non sfuggì la luce messianica, da profeta dell’Antico Testamento, che ardeva nello sguardo del suo interlocutore. Neppure in televisione, era mai apparso così. Se rimase sconcertato, da consumato politico, non lo diede a vedere.
In quanto a Berlini, valutava freddamente le probabili conseguenze.
Quasi sicuramente, Lopez, dopo aver portato a termine il suo compito, sarebbe stato catturato. Avrebbe parlato, svelando il nome del mandante? Era pressoché certo. E quindi? Berlini sarebbe stato applaudito da Atene a Londra, attraverso tutto il continente. Ed era esattamente quello che voleva.
Si rivolse a Massimo D’Arco sorridendo.
“Ti fermi a cena, stasera? Risotto giallo, cotoletta alla milanese e torta dello chef. Il dolce è da non perdere!”

In Italia era quasi l’alba, ma a Langley mezzanotte era passata da poco.
Martin Yarbes trasse un profondo respiro. Sua moglie Monica non apparteneva più alla CIA e ciò che lui stava per fare contravveniva a ogni regola.
D’altronde, Monica era una donna provvista di un’intelligenza e di una perspicacia fuori del comune, l’unica persona con la quale desiderava confidarsi.
Si versò un goccio di bourbon e le rivolse uno sguardo ammirato. Ai suoi occhi, era ancora bellissima.
Monica intuì che qualcosa lo angustiava. Ormai conosceva bene il marito. “Se vuoi aprirti con me, caro, io sono qui.”, disse prendendogli il bicchiere dalle mani e bevendo un sorso di Jack Daniel’s. Yarbes se ne versò un altro.
“Già.”, affermò pensieroso. “E’ successa una cosa molto strana. Ho riflettuto a lungo, senza venirne a capo.” Esitò per un istante. “Sono stato a Mosca e ho conferito con Vadimir Putin.”, aggiunse subito. In fretta, prima di cambiare idea.
“Ebbene?”
Yarbes le spiegò il motivo della visita, quanto si erano detti e l’accordo finale che avevano stipulato. Dollari, macchinari fra i più sofisticati, assistenza tecnica. In cambio, la vita di un uomo. Per il bene dell’Europa.
Monica Squire con il passare degli anni stava assumendo posizioni sempre più liberal. Storse il naso, però evitò commenti.
“Il viaggio era stato programmato e preparato con tutte le cure del caso.”, proseguì Yarbes. “Chiaramente l’argomento era top-secret, ma chi di dovere “sapeva” che non dovevano fermarmi, interrogarmi né tanto meno perquisire i miei bagagli. E, invece, ciò è accaduto. Sono stati molto gentili, certo, comunque hanno trovato – e credo fotografato – documenti che erano riservati al solo Putin.”
“Strano, davvero!”, commentò incredula Monica.
“L’ordine è partito dall’altro.”, continuò Yarbes. “Ma di sicuro non dal presidente. Io penso che un dirigente abbia deciso di sabotare la missione che Putin ha affidato a un capitano del’SVR. E sto cercando di capire perché. Soprattutto devo scoprire chi è quest’uomo, e in che modo intende far naufragare il nostro piano. Abbiamo una talpa a Mosca, di grado elevato. Attendo notizie. Però, sono preoccupato. Se il capitano dovesse fallire, sarebbe il caos. Noi dobbiamo impedire che si verifichi una simile, terribile, eventualità. Ma per riuscirci mi occorrono al più presto informazioni.”
Preferì non accennare al fatto che “il capitano” in questione era il figlio di Matrioska. Sapeva quello che era successo nel cottage vicino al lago, sua moglie non gli aveva nascosto nulla. Anche se poi era stata proprio lei a uccidere la mitica spia russa. Ciò nonostante, Martin sospettava che l’agente del KGB dallo sguardo di ghiaccio fosse stato il vero, unico, amore della sua donna.
“Avvisa Putin.”, disse Monica.
Yarbes scosse la testa. “E’ un uomo imprevedibile. Sarebbe capace di mandare tutto a monte, in attesa di scovare il traditore. E’ questione di giorni, Monica. Forse di ore.”

Quaranta minuti più tardi Maruska Filippovna Baraskova atterrò all’aeroporto della Malpensa con un volo dell’Aeroflot e sbrigò ogni formalità alla dogana senza problemi.

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IL FATTORE B 1/4

Alexsandr Alexsandrovic StavroginDomani ci sarà il nuovo capitolo.
Questo, più che altro, serve a me come punto di riferimento. Comunque, per chi lo volesse leggere, buon ripasso 🙂

1
Vladimir Vladimirovic Putin accolse con un sorriso il direttore della CIA e lo invitò ad accomodarsi.
“Quanti anni!”
“Davvero troppi.”, confermò l’americano restituendo il sorriso.
In realtà, sarebbe dovuto essere in pensione già da tempo: se, malgrado l’età avanzata, continuava a dirigere Langley era per una ragione precisa. Come altri suoi predecessori, e a differenza della Gran Bretagna dove si privilegiava la professionalità, Obama avrebbe voluto mettere a capo dell’Agenzia un politico. Alla base di quel desiderio c’era lo stesso motivo che aveva indotto altri inquilini della Casa Bianca ad effettuare tale scelta: un politico avrebbe svolto il proprio compito nel rispetto della legalità, riferendo sempre e comunque ogni cosa a Washington. Soprattutto non avrebbe mai preso decisioni azzardate, senza una preventiva autorizzazione.
Ciò non accadeva con i direttori che provenivano “dal campo”, i quali si sentivano liberi di organizzare segretamente azioni avventuristiche e spesso pericolose. L’elenco era lungo.
Tuttavia questo avrebbe causato problemi con i vertici della CIA. Perciò il presidente degli Stati Uniti tergiversava. Avrebbe potuto imporsi, ma preferiva evitare una controproducente serie di polemiche. Quando i tre o quattro papaveri più grossi si fossero ritirati a vita privata, sarebbe cessata ogni opposizione e lui avrebbe nominato il proprio candidato. Dato che mancava poco, nel frattempo Barack Obama pazientava.
Per quanto lo riguardava, il direttore sarebbe stato felice di trascorrere le sue giornate con la moglie, l’unico figlio e i suoi amati boschi. Però, conosceva il suo dovere.
Putin guardò con curiosità l’uomo che era arrivato a Mosca con un passaporto falso. Il nome riportato sul documento era William Baldwin e naturalmente era falso come il passaporto. “A cosa è dovuta la sua visita in Russia?”
Il direttore della CIA tolse dalla borsa un fascicolo e lo posò sulla scrivania. “Abbiamo un problema.”, disse.
Putin lo scrutò attentamente. “Di che genere?”.
“Riguarda due Paesi che rientrano nella nostra sfera d’influenza. Questo e quest’altro. Ma, per certi motivi, sarebbe preferibile un intervento… diciamo, esterno.”
“Russo?”
“Se fosse possibile, signor presidente. Naturalmente, ricambieremmo il favore. Sarà sufficiente una sua parola.”
“La ascolto.”
Yarbes parlò per circa venti minuti.
“Un compito per l’SVR.”, mormorò alla fine il russo. Prima di arrivare alla presidenza, era stato un agente del KGB e in seguito il capo del FSB, l’organizzazione che, dopo il fallito colpo di Stato del 1991, per volere di Gorbaciov aveva sostituito la seconda direzione centrale. L’SVR era succeduto alla prima direzione centrale. L’SVR agiva all’estero, l’FSB si occupava della sicurezza interna, della repressione e del controspionaggio entro i confini della Russia; in pratica quello che faceva un tempo il KGB, ma con minori poteri.
Putin aveva esperienza da vendere nel campo dello spionaggio e dei suoi diversi aspetti, anche quelli più oscuri. Forse, meditò, era preferibile un uomo abituato ad agire da solo. Nel SVR c’erano troppi spifferi. Represse un sospiro, rammentando che un tempo Yazenevo e la Lubjanka erano due inaccessibili fortezze. D’altro canto, allora gli Stati Uniti erano il nemico numero uno, ed era necessaria la massima allerta. Adesso tutto era cambiato.
“E volete qualcosa di definitivo?”
Yarbes chinò il capo.
Entrambi erano consapevoli che il politico da eliminare era un vecchio amico del russo. Oltre all’amicizia e alla simpatia reciproca, c’erano in gioco varie questioni di affari. Come sempre la Russia era affamata di soldi, ma realisticamente i dollari facevano più gola dell’euro.
“Potremmo sabotare l’operazione, senza uccidere l’uomo.”, osservò Putin meditabondo.
Yarbes scosse la testa. “Ci riproverebbe. Per lui questa è divenuta un’ossessione. E nella sua attuale situazione non ha nulla da perdere.”
“E’ anziano. Non vivrà ancora a lungo.”, obiettò il russo.
“Abbastanza a lungo per fare un secondo tentativo, e un terzo, se necessario.”
“Dovrò consultarmi.”, disse Putin.
Yarbes rimase impassibile. Tutti sapevano che Vladimir governava come un monarca assoluto. Politburo? Comitato centrale? Chi erano costoro? Per ironia della sorte era stato Boris Eltsin a dare tutti i poteri al presidente della Russia, proprio l’uomo che aveva salvato la democrazia in occasione del fallito putsch.
“Il risultato finale sarebbe un governo di destra. Senza la sua ingombrante presenza, quel che resta della sinistra perderebbe sicuramente le prossime elezioni.”, considerò fra sé Putin.
Yarbes scrollò le spalle. “E’ il nostro ultimo pensiero, signor presidente. Un esecutivo vale l’altro. Il problema è il concreto rischio di una tremenda destabilizzazione che riguarderebbe tutta l’Europa occidentale, e di conseguenza anche gli Stati dell’est.”
Putin si alzò e andò alla finestra. Cominciava a nevicare. Rifletté a lungo, quindi si voltò e fissò Yarbes.
“Lei si presenta sempre con notizie sorprendenti.” Si riferiva a quando l’americano lo aveva informato delle intenzione di Kryuchkov e Janaev, all’epoca del golpe.
“Però, vere.”, replicò Yarbes.
Putin annuì. “D’accordo. Provvederemo.”
Convocò la prima segretaria e le impartì alcuni brevi ordini.
“E adesso le offrirò una buona cena.”, disse all’americano, quando la donna si chiuse la porta dell’ufficio alle spalle.
Uscirono nell’inverno gelido e, scortati da quattro macchine, raggiunsero un piccolo locale posto alla periferia orientale di Mosca. Yarbes lo ricordava bene. Lì i due si erano conosciuti.
Il ristorante era vuoto. Se a qualcuno fosse venuto in mente di gustare il buon cibo di quella locanda, sarebbe stato gentilmente dissuaso dal farlo.
Mentre finivano di mangiare, una guardia del corpo annunciò che Aleksandr Aleksandrovic Stavrogin era arrivato.
“Harasciò.”, disse Putin.

Il capitano Stavrogin era alto più di un metro e ottanta, indossava un lungo cappotto, aveva i capelli scuri e non assomigliava ai suoi genitori.
Si avvicinò al tavolo dove sedevano i due commensali e scattò, rigido, sull’attenti.
Putin gli fece cenno di sedersi. Incredulo, il capitano obbedì.
Era nato in Germania, figlio illegittimo. Sua madre non usava contraccettivi e, a differenza di due altri “incidenti di percorso”, quella volta si rifiutò di abortire. Il piccolo Aleksandr crebbe senza conoscere il nome del padre. Elke si dimostrava sempre molto vaga al riguardo. Ciò che apprese fu soltanto che era un soldato russo. La mamma lo amava moltissimo, tuttavia gli impartì un’educazione teutonica. Se altri bambini erano viziati, lui non lo era. Crescendo, si distinse negli studi, nello sport e trascorse le vacanze svolgendo mille lavoretti, sebbene Elke fosse ricca e non avesse bisogno del suo contributo. Quando compì quindici anni, scoprì finalmente chi era suo padre. Era morto nove mesi prima che lui nascesse. Da quel giorno studiò assiduamente il russo, che ora conosceva come il tedesco.
“Aleksandr Aleksandrovic”, esordì Putin guardandolo negli occhi, “tutto quello che le dirò questa sera, e in un successivo incontro, è un segreto di Stato.”
“Signor presidente!”
“Nessuno dovrà venire a conoscenza del piano che lei preparerà, attuerà e porterà a termine. Mi auguro con successo.”
Il capitano sostenne lo sguardo. Ogni risposta, pensò, era superflua.
“Questa operazione”, proseguì Putin, “non riguarda l’SVR, né l’FSB, né qualsiasi altra organizzazione. Non riguarda i suoi superiori. Riguarda solo lei. E lei riferirà soltanto a me. L’ho scelta perché la considero il migliore… un futuro generale.”
“Signor presidente!”
A diciotto anni, Aleksandr si era recato in Russia. Con sé aveva una lettera di sua madre, indirizzata personalmente a Vladimir Putin. Dopo tre mesi, Putin acconsentì a riceverlo, lesse la lettera, manifestò un certo stupore, dopodiché lo sottopose a un duro interrogatorio, degno di Lefortovo. Venti giorni più tardi, sostenuti gli esami del DNA oltre a innumerevoli visite mediche, e superata brillantemente una prova ostile con la macchina della verità, il giovane ottenne la cittadinanza russa, il diritto di portare il nome di suo padre e fu ammesso all’accademia preparatoria del SVR, dove risultò primo in tutti i corsi. Compì la sua prima missione a ventidue anni. Fu promosso capitano sei anni dopo.
“Dovrà andare in un Paese straniero. Per sua fortuna, non gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o qualche letamaio arabo. Una nazione poco organizzata, con servizi segreti e polizia alquanto inadeguati: ciò le faciliterà il compito. Anche se, comunque, non sarà un compito semplice.”
Putin fece una pausa.
Poi gli porse l’incartamento che Yarbes aveva portato dall’America. Il direttore della CIA si chiese che reazione avrebbe avuto il giovane ufficiale, se avesse saputo che era stata sua moglie, Monica, a uccidere suo padre.
“Studi attentamente questi fogli, si imprima tutto nella memoria e quindi li bruci. Nessuno, insisto nessuno, dovrà mai vederli. Se avrà successo, sarà promosso. Ma se, malauguratamente, dovesse fallire, io sarò costretto a dimenticarmi di chi è figlio.”
“Non fallirò, signor presidente.”

2
La Brianza è un territorio situato nell’Italia settentrionale. I suoi confini sono, a nord, Asso, un paese posto sulla strada che conduce a Bellagio, dove i due rami del lago di Como, quello descritto da Manzoni e quello occidentale, si congiungono per formare un unico bacino; e a sud la città di Monza. Ai lati è delimitata da due fiumi, l’Adda e il Seveso. Sebbene non sia propriamente una regione, molti la considerano tale. I suoi abitanti hanno in comune tre caratteristiche: sono estremamente laboriosi, forti risparmiatori e piuttosto chiusi di carattere. L’industria prevalente è quella del mobile. In un’epoca di crisi, cittadine come Meda e Cabiate prosperano grazie ai ricchissimi acquirenti arabi.
Erba è una delle località più belle, immersa nel verde e in una cornice di ridenti colline. Dista pochi chilometri da Asso. La villa più grande di Erba è circondata da un vasto parco, delimitato da uno spesso muro, alto più di due metri, e sormontato da un reticolato di filo spinato. Il parco, così come il bosco, orientato a settentrione e a sua volta cintato, è sorvegliato giorno e notte da guardie armate. Al tramonto, vengono liberati i cani. Un sistema di telecamere controlla ogni centimetro della proprietà. Due macchine dei carabinieri stazionano in permanenza davanti all’unico ingresso. Da lì un lungo viale porta alla villa.
Silvio Berlini possedeva case a Milano, Roma, in Sardegna, in Giamaica, ma considerava la dimora di Erba il suo rifugio e vi trascorreva quasi tutti i fine settimana. Quando arrivava con l’elicottero personale si liberava dell’abito doppio petto blu, della camicia, della cravatta e indossava una comoda tuta da ginnastica.
Figlio di un dirigente di banca, Berlini aveva costruito un impero nel campo delle telecomunicazioni. Ma, in realtà, le sue attività erano talmente numerose e diversificate nei settori più disparati che era difficile stendere una mappa precisa dei campi di cui si occupava.
Anticomunista viscerale, mentre in Italia infuriava lo scandalo di tangentopoli e la Democrazia Cristiana si dissolveva, Berlini aveva fondato in tre mesi un partito, era riuscito nell’incredibile impresa di dar vita a un’alleanza con i neofascisti e la Lega – vale a dire, cani e gatti – e aveva vinto le elezioni. Successivamente, le aveva perse salvo poi rivincerle. Alla fine, era stato il presidente della repubblica a togliergli l’incarico di primo ministro.
Metà del popolo italiano lo amava, l’altra metà lo detestava. Ciò aveva reso l’Italia ingovernabile.
Negli ultimi tempi, il luminare che fungeva da suo medico personale a tempo pieno era alquanto preoccupato. Le dosi massicce di ormoni, uniti ad altri medicinali, che Berlini assumeva, contro il suo volere, per potersi permettere frequenti incontri sessuali con ragazze più giovani di quarant’anni, stavano minando il suo equilibrio mentale. Questo, almeno, era il pensiero del dottore.
Vero o meno che fosse, era comunque indubbio che da mesi Berlini coltivava un’ossessione quasi patologica.

Il capitano Stavrogin parlava correntemente quattro lingue. Oltre al russo e al tedesco, l’inglese e il francese. Con l’italiano se la cavava, ma con qualche difficoltà. Per questo, quando varcò senza problemi la frontiera di Ventimiglia, aveva con sé un passaporto perfetto a nome di Julien Leblanc, agente immobiliare di Antibes. Nel doppiofondo della valigia, ve n’era un secondo, intestato a Patrick Driver, un mobiliere di Manchester.
Stavrogin non aveva un aspetto tipicamente russo. Aveva preso dai nonni, in particolare quelli materni che erano originari della Baviera: poteva sembrare un tedesco, un austriaco, un inglese o un francese.
Era a bordo di una Bmw 320 turbo diesel di seconda mano, regolarmente acquistata a Nizza da un rivenditore di auto usate. Meno regolare era ciò che aveva nascosto nel bagagliaio; ma anche la perquisizione più attenta e scrupolosa molto difficilmente sarebbe servita a scoprire quello che era stato celato con grande abilità sotto la cassetta degli attrezzi.
E comunque non c’era motivo per cui la polizia lo fermasse e ispezionasse l’auto. Stavrogin rispettava i limiti di velocità, viaggiava sulla corsia di destra e aveva tutta l’aria del turista intento a godersi una bella vacanza in Italia. In Russia era ancora pieno inverno, con i fiumi ghiacciati e i giardini coperti di neve; in Liguria il clima era già primaverile, sebbene fosse soltanto l’otto marzo. Stavrogin immaginava che probabilmente, più a nord, il tempo sarebbe stato meno mite. Ma il capitano amava il freddo.
Si fermò per fare il pieno e per mangiare un sandwich nei pressi di Pavia. Come aveva previsto, pioveva e il cielo era grigio. Giunto a Milano, imboccò l’autostrada dei laghi, prese la deviazione per Como e uscì al casello di Lomazzo. Aveva studiato attentamente tutta la zona e sul sedile del passeggero c’era una carta geografica. Il panorama, bello nei mesi caldi, dava una sensazione di tristezza. Passò per Cermenate, evitò Cantù svoltando a sinistra e, quando fu a Olmeda, girò a destra. Dieci minuti più tardi era a Montorfano. Posteggiò la Bmw e attraversò la strada per bere un caffè al bar Crème.
Si sedette a un tavolino d’angolo, dove fu servito da una ragazza molto carina.
Decise che avrebbe aspettato l’indomani per andare a Erba a effettuare una prima ricognizione. Era abituato a preparare i suoi piani con estrema cura, senza tralasciare il minimo aspetto; quando tutti i tasselli combaciavano e il quadro era completo, allora sferrava il colpo… e non falliva.
Lanciò un’occhiata alla ragazza del bar. Era alta e flessuosa, ma non era il momento di pensare al sesso. Si limitò a ordinare un secondo caffè.
Quella sera cenò da Sonia, una pizzeria vicina al lago di Montorfano, e si coricò presto, all’hotel Albavilla, dove aveva prenotato una camera telefonando da Nizza.

Benché fosse alquanto sorpresa, Maruska non manifestò in alcun modo il suo stupore.
Si limitò ad ascoltare, ad annuire e a prendere nota mentalmente di ogni dettaglio. Il mondo era strano, pensò, ma il suo compito non era quello di filosofeggiare, bensì di obbedire agli ordini e di agire.
Maruska aveva ventotto anni, era alta un metro e settantacinque, pesava sessantasei chili ed era in condizioni di forma invidiabili. Era anche decisamente attraente, anche se non graziosa. Soprattutto aveva un quoziente d’intelligenza elevatissimo. Questo le aveva permesso di affrontare con successo molte prove, e in un prossimo futuro – ne era certa – l’avrebbe fatta salire molto in alto. Se aveva un difetto era l’eccessivo orgoglio, che però a conti fatti poteva essere un pregio. Erano le due facce della stessa medaglia.
L’uomo seduto di fronte a lei non le fornì spiegazioni e Maruska non fece domande.
Quando uscì dall’ufficio, andò a casa a preparare i bagagli.

3
Il generale Boris Nikolaevic Vatutin, direttore delle Operazioni del SVR, lesse incredulo la breve nota firmata da Putin, e lasciata sulla sua scrivania, che autorizzava il capitano Stavrogin a prendersi un mese di ferie.
Era a un tempo perplesso e contrariato.
Entrambe le reazioni nascevano dallo stesso motivo: il presidente lo aveva scavalcato senza neppure prendersi la briga di informarlo in anticipo. Il generale si alzò e andò alla finestra. Guardò la neve scendere dal cielo e intanto rifletteva. Non era il tipo d’uomo da lasciarsi sopraffare dalle emozioni, quali che fossero: ira, paura, risentimento, frustrazione. In questo aveva preso da suo padre, l’eroe di Stalingrado: il comandante del Fronte Sud-Ovest Nikolaj Vatutin. E, come l’illustre genitore, era abituato a ponderare ogni questione, valutandola non per ciò che “sembrava” ma per ciò che “era”.
Tornò alla scrivania e osservò pensoso un rapporto che in teoria non avrebbe dovuto riguardarlo, ma che un collega e amico del FSB gli aveva fatto pervenire la sera prima. Benché fosse un’ora tarda, Vatutin come d’abitudine stava ancora lavorando. Sua moglie, ormai, non protestava più.
Ora lo esaminò nuovamente.
Era accaduto qualcosa di strano. Di molto strano.
Il mattino precedente, Martin Yarbes, famigerato cekista della CIA, era arrivato a Mosca provvisto di documenti perfetti, sebbene falsi, e il personale dell’aeroporto aveva finto di non vederlo, a causa di ordini giunti dall’alto. A semplice titolo informativo era stato seguito con discrezione. Si era appurato che aveva cenato in un ristorantino con il presidente della Russia e che nel corso della serata era sopraggiunto il capitano Stavrogin.
Poche ore più tardi il capitano veniva gratificato con una licenza che non gli spettava. Tutto questo, si disse Vatutin, non era affatto casuale. Esisteva un preciso nesso che collegava i quattro avvenimenti: la presenza a Mosca del direttore della CIA, l’incontro con Putin in un locale assai modesto e fuori mano, la convocazione di Stavrogin e il mese di vacanza. Aveva tutta l’aria di un’operazione all’estero, gestita personalmente da Putin, e dalla quale l’SVR era indebitamente e volutamente escluso.
Boris Nikolaevic Vatutin escludeva a priori un’accusa di avventurismo. Putin era troppo freddo, calcolatore e abile per cadere nella trappola che gli americani avevano preparato per Nikita Kruscev. Quello che invece non escludeva affatto era che si stava preparando un’azione congiunta, o qualcosa di simile, con la CIA.
Questo era inaccettabile. Vatutin detestava gli americani e rimpiangeva i tempi in cui il vecchio e glorioso KGB li combatteva in ogni angolo del mondo.
La CIA era un’associazione a delinquere. Allende era uno dei tanti nomi che gli venivano in mente, ma quante erano state le vittime di quei cekisti? Il primo capo di Langley si era avvalso dell’operato degli scienziati tedeschi che per conto della I.G. Farben avevano creato lo Zyklon-B, ottimamente utilizzato ad Auschwitz. Non avrebbe mai collaborato con loro!
Una telefonata effettuata con un apparecchio ultra sicuro gli permise di apprendere che Yarbes avrebbe preso il volo della British Airways per Londra-Heathrow quel pomeriggio stesso. Naturalmente, gli ordini non erano cambiati: si sarebbe dovuto fingere che fosse chi sosteneva di essere. Cosa andasse a fare in Gran Bretagna gli era indifferente. Però voleva scoprire quello che portava con sé, di qualsiasi cosa si trattasse.
Chiamò l’autista personale e fissò l’orario in cui si sarebbe fatto condurre all’aeroporto di Domodedovo.
Si presentò in largo anticipo rispetto al volo. Il responsabile del FSB di Domodedovo lo accolse con stupore, poi lo ascoltò freddamente. “Impossibile.”, dichiarò dopo che Vatutin gli disse ciò che voleva da lui. “E ora, generale, ho molto lavoro da svolgere. Se vuole scusarmi…”
Vatutin non accettò il commiato. “Lei sa chi sono io?”, gli chiese con calma.
“Certamente, generale!”
“Lei conosce il ruolo che ricopro?”
L’uomo non rispose. Era una domanda retorica. Si limitò ad annuire.
“Bene.”, disse Vatutin. “Io ho la facoltà di impartirle questo ordine. E lei ha l’obbligo di obbedire.”
Era un’affermazione alquanto dubbia, e Vatutin lo sapeva.
L’ufficiale del FSB posò una mano sul telefono.
“Mi ascolti con molta attenzione.”, disse Vatutin indicando l’apparecchio. “Se lei telefonerà a chicchessia, trasgredendo a un mio preciso comando, le posso garantire che domani si troverà a dirigere gli inservienti che puliscono i bagni di Chabarovsk, in Siberia.”
L’uomo del FSB tolse la mano dal telefono, tuttavia non sembrava per nulla convinto. “Io ho anche la facoltà di farla promuovere.”, continuò Vatutin. “In cambio, le chiedo poco. Due sole cose: una breve perquisizione. Valigia. Borsa. Sicuramente ci sarà un doppiofondo in una delle due. E discrezione. Massima discrezione. Sto agendo in base a una disposizione personale e privata del presidente Putin. Il presidente non vuole che la faccenda trapeli, e lui soltanto sa il perché. In quanto al cekista americano, con lui sarete gentili e cordiali. Se troverete dei documenti – come è pressoché certo -, li fotograferete, dopodiché tante scuse e arrivederci.”
Vatutin era perfettamente consapevole di correre un enorme rischio. Non aveva alcuna autorità sul suolo russo. Se Putin fosse venuto a conoscenza di quella iniziativa, di sicuro non ne sarebbe stato entusiasta. Avrebbe potuto destituirlo, degradarlo, o peggio ancora. Ma l’uomo del FSB finiva il suo turno di lì a un’ora. E purtroppo per lui sarebbe stato vittima di un pirata della strada. Se i subalterni avessero parlato, la colpa sarebbe ricaduta sullo sfortunato ufficiale.
“Domani stesso lei sarà promosso.”, concluse. Altro non aveva da aggiungere.
Si augurò di averlo finalmente persuaso. Lo fissò, in silenzio. Vatutin conosceva a fondo gli uomini. Era il suo lavoro. Intuì che il suo interlocutore era in preda a forti dubbi. Era ancora titubante, ma la prospettiva di una promozione e il timore di sgradevoli conseguenze stavano inclinando il piatto della bilancia nella direzione da lui voluta.
Dopo un momento, l’altro annuì. “Saremo estremamente cortesi.”, affermò. “Io, comunque, non risponderò di questa iniziativa.”
“Naturalmente.” D’altro canto, gli sarebbe stato molto difficile farlo dal luogo dov’era diretto.
Quella sera, il generale Boris Nikolaevic Vatutin studiò con la massima attenzione il “Rapporto B”. Capì il senso della missione di Stavrogin.
E decise di sabotarla.

4
Silvio Berlini aveva già incontrato quattro uomini, e li aveva scartati tutti e quattro.
Durante quelle conversazioni si era mantenuto sul vago, ma gli era stato sufficiente esaminarli, ascoltare le loro risposte, valutare come si muovevano e come lo guardavano per giungere alla conclusione che, ciascuno per un motivo diverso, non andavano bene. Benché i loro curriculum, in apparenza, fossero ottimi, in essi c’era qualcosa che non lo soddisfava. Nonostante fosse alle prese con alcuni fastidiosi problemi giudiziari, che avrebbero potuto distrarlo offuscando la sua capacità di giudizio, fidava molto nel suo istinto.
Li aveva comunque pagati per il disturbo, raccomandandogli di tenere la bocca chiusa, sebbene non sapessero nulla di ciò che lui avrebbe voluto da loro. Per prudenza, li aveva destinati a piccoli incarichi, in modo che non provassero qualche risentimento. Due avevano accettato, due no.
Quel sabato mattina – il nove marzo – atterrò con l’elicottero alle dodici precise. Si cambiò, andò nel suo studio e venti minuti più tardi ricevette il quinto uomo. L’agenzia che li procurava, un’organizzazione piccola ma molto efficiente, si faceva pagare cifre consistenti, però garantiva riservatezza assoluta, i migliori elementi sul mercato – su questo Berlini cominciava a nutrire qualche dubbio – e la tipica solerzia britannica. L’uomo che la dirigeva era un ex membro del Sas.
Il quinto candidato si chiamava Josè Lopez.
Era nato in un paesino a sud di Madrid. Fin da piccolo aveva dimostrato una grande capacità di apprendimento: in particolare per le lingue. Poiché era di famiglia benestante, aveva potuto compiere studi regolari in una scuola privata esclusiva. In seguito, si era laureato. Conosceva alla perfezione l’italiano, il francese, l’inglese e il tedesco. Come un madrelingua, riportava il dossier che lo riguardava.
Suo padre possedeva un’azienda agricola. José non era minimamente interessato a trascorrere la vita in mezzo ai campi. Né intendeva dedicarsi all’insegnamento, al turismo o a cose simili. Aveva altre idee.
Per un po’ girovagò, scegliendo località calde e piacevoli: Ibiza, Alicante, la Costa Azzurra, Amalfi, Cipro; presto, però, si stancò, malgrado avesse sedotto un discreto numero di donne attraenti.
Tramite un contatto, non conosciuto casualmente, ma dopo un’assidua ricerca protrattasi per diciotto mesi, ottenne il primo incarico sulla soglia dei trent’anni. Lo portò a termine senza problemi. Seguì il soggetto per tre settimane, studiandone abitudini, vizi e frequentazioni. L’uomo amava i film porno.
Una sera, Josè Lopez era entrato nello stesso cinema, si era seduto dietro di lui e, mentre la prosperosa protagonista fingeva alquanto maldestramente un orgasmo (se fosse stata una brava attrice, sarebbe apparsa in un diverso genere di film), lo aveva strangolato con un filo di nylon. Aveva aspettato che l’orgasmo finisse, quindi era uscito dal locale. Sei mesi più tardi, si era dedicato a una moglie infedele, e l’anno successivo a un magnate dell’industria.
Non falliva mai.
E non esisteva alcuna traccia in nessuna polizia europea che potesse riguardarlo. Il motivo per cui Lopez era considerato fra i primi tre killer del vecchio continente non era legato al denaro, che pure gli piaceva, bensì al fatto che amava il suo lavoro. Inoltre, era freddo, cauto, intelligente e astuto.
A Berlini bastarono pochi minuti per capire che quello spagnolo dallo sguardo gelido era esattamente l’uomo che faceva per lui, l’uomo che non lo avrebbe deluso.
Gli parlò con franchezza, poi attese una reazione. Sapeva che le probabilità di un rifiuto erano molto alte, data la complessità della missione e i pericoli che essa comportava.
Lopez non batté ciglio. Non manifestò stupore. Non fece domande. “Due milioni.”, disse in tono calmo. “Uno subito. L’altro, a eliminazione avvenuta.”
Silvio Berlini annuì. “D’accordo. Due milioni di euro.”
L’altro scosse la testa. “Dollari”.

Stavrogin si alzò alle sei, fece la doccia, consumò una colazione a base di spremuta d’arancia, tè e uova con le salsicce, dopodiché salì sulla Bmw e si recò a Erba. Individuare la villa fu semplice, ma, come aveva previsto, era più complicato avere un quadro completo di tutto il territorio circostante.
Alle nove si presentò all’hangar della Heliduebi, a Lurate Caccivio, un paese distante venti chilometri da Erba. L’elicottero che aveva noleggiato tre giorni prima era già pronto.
Diversamente dal giorno precedente, il cielo era limpido e splendeva il sole. Le montagne spiccavano, a nord, come grandi sagome di velluto verde. Non c’era neve, all’infuori di qualche piccolo residuo invernale.
Sorvolarono la tenuta, Stavrogin scattò numerose foto e scrutò con la massima attenzione ogni particolare.
Alle dodici era di ritorno, questa volta con la macchina.
Nella vita serve fortuna. Dalla postazione elevata che si era scelto vide con il binocolo militare sopraggiungere una Lancia nera. E notò l’uomo che ne scese. Di statura media, passo elastico, fisico asciutto e solido. Ma furono soprattutto gli occhi ad attirare la sua attenzione. E il modo di muoversi, da felino. Considerò fra sé che poteva trattarsi della prima persona di cui avrebbe dovuto occuparsi. E andava fatto lì, non nella villa, naturalmente, ma nelle immediate vicinanze. Non aveva tempo per inseguirlo fino a dove era diretto, perché la mossa successiva riguardava l’imprenditore italiano.
L’uomo se ne andò dopo circa un paio d’ore.
Stavrogin aveva spostato la Bmw per trovarsi nei pressi del viale d’accesso. Lasciò che la Lancia si allontanasse, quindi la seguì, badando a non essere il primo dietro all’automobile. Non fu difficile, a causa del traffico sostenuto.
Evidentemente, lo sconosciuto aveva fame. Si fermò a Montorfano ed entrò nello stesso bar, dove Aleksandr aveva bevuto due caffè il pomeriggio del giorno prima. Berlini non gli aveva offerto il pranzo, si disse Stavrogin. C’è un limite a tutto, anche per un miliardario impazzito.
Il capitano parcheggiò la macchina sul lato opposto del piazzale rispetto alla Lancia. Guardò l’orologio e, trascorsi dieci minuti, entrò a sua volta nel bar Crème. Ordinò cappuccino e pizza.

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Danzerò per teE’ una notte limpida e le stelle brillano nel cielo di questa strana notte di agosto. Sembrano lontane, remote in universi sconosciuti, ma in realtà sono molto vicine perché, semplicemente allungando una mano, io ne prenderò quattro e formerò una ghirlanda per fartene dono. Senti il vento soffiare? Gli affiderò le mie parole, e questa notte verrà da te a sussurrartele mentre dormirai; il vento ha grandi poteri: entrerà nei tuoi sogni rendendoli felici.
E domani… domani splenderà il sole, e io gli chiederò di scaldare il tuo cuore. Consegnerò il mio messaggio alle rondini e alle delicate farfalle; ti consegneranno il mio invito. Se lo vorrai la tua vita sarà illuminata dal mio sorriso; ti condurrò lontano, oltre le miserie quotidiane, al di là dei rimpianti e dei rimorsi, dei sensi di colpa e delle passioni bugiarde.
Verrai con me nei boschi, e camminerai al mio fianco, mentre tutte le creature magiche da me convocate sorveglieranno il sentiero, rendendolo sicuro, abbattendo ogni forma di male, scacciando insidie e tradimenti.
Verrai con me al mare e le onde ti lambiranno i piedi sulla spiaggia; giungeranno i delfini per farti giocare, riderai con l’innocenza di una bimba e loro ti porteranno oltre la barriera corallina ad osservare pesci meravigliosi, e gabbiani, e cieli sterminati, e fondali dai colori stupefacenti.
Verrai con me sulle colline a guardare il tramonto. Scriverò poesie che solo tu conoscerai, e canterò canzoni che soltanto tu potrai capire. Ti racconterò i miei segreti e ascolterò i tuoi, e resteremo abbracciate incuranti del mondo, delle bassezze e delle meschinità, dell’invidia e del rancore. Parleremo per tutta la notte, e al nuovo sorgere del sole ti addormenterai su un prato che io avrò trasformato in un cuscino di fiori. Veglierò su di te, e al tuo risveglio mi troverai vicina. Ti accarezzerò il volto, mangeremo il pane degli elfi e berremo l’acqua delle sorgenti. Per te imparerò a suonare; e se all’inizio la mia mano si dimostrerà incerta, evocherò tutti i poteri della natura e alla mia musica si uniranno il suono dello scirocco, lo stormire delle fronde, il canto dell’usignolo, il rumore della risacca, l’armonia di una cascata, che la trasformeranno nella melodia più bella che tu abbia mai sentito.
Danzerò per te e, quando gli accordi lentamente svaniranno nel silenzio dei campi rilucenti, ti prenderò per mano e riprenderemo il nostro cammino.
Raggiungeremo la mia casa. L’avrò colmata di candele profumate; ovunque vedrai candidi gigli e verdi piante. Le finestre saranno spalancate sullo stupore del nostro amore. Non ci saranno più treni e fredde stazioni, né tristi addii, perché io fermerò il tempo: i giorni diventeranno infiniti, e ogni notte si rivestirà di magia. Dimenticherai le ombre e conoscerai l’incanto dell’aurora.
Ma se tu non mi vorrai, allora ti guarderò da lontano. Non sarò invadente e saprò rendermi invisibile. Gioirò per ogni tuo sorriso, applaudirò i tuoi successi, condividerò la tua felicità per un altro incontro.
Però, forse, in un giorno di pioggia, rammenterai i miei occhi e per un momento, un unico breve momento, ti ricorderai del mio amore.

Dedicato a M
(Even if it is an impossible dream)
Buon Ferragosto a tutti, amici cari.

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Un, due, tre!La città era tappezzata di manifesti.
Questa sera grande spettacolo senza rete!
“Mi porti, papà?”, chiese il bambino, rosso in viso per l’eccitazione.
“Va bene, Micky!”, rispose il padre soffocando uno sbadiglio annoiato. Da molti anni il circo aveva perso ogni attrattiva per lui.

“Devi capire, Amilcare.”, disse Gloria alzando gli occhi dalla scodella fumante. “Non è più come una volta, quando la gente faceva la coda per venire ad assistere ai nostri spettacoli. Il cinema, la televisione, le polemiche continue sugli animali: adesso navighiamo in cattive acque, e io sono costretta a ridurre i costi. E poi siamo sinceri, sono anni che non fai più ridere nessuno. Hai fatto il tuo tempo, è nell’ordine naturale delle cose. Ma devi stare tranquillo: ho sempre pagato i contributi, avrai una discreta pensione e una buona liquidazione. Ecco, questo è l’ultimo stipendio.” Gli porse una busta che Amilcare prese con riluttanza. “Allora questa sera ci sarà il mio ultimo show?”
Gloria alzò un sopracciglio. “Veramente ho chiuso i conti a stamani.”
Amilcare scosse la testa. “Vorrà dire che lavorerò gratis, prendilo come il mio dono d’addio.” Intascò la paga e uscì dalla roulotte.
Più tardi, mentre si preparava per lo spettacolo, rimuginava cupamente. “Ho fatto ridere i bambini di tutta Europa. Mi hanno applaudito a Roma, Parigi, Londra. E adesso mi considerano finito, un ferro vecchio da buttar via!” Per lui il circo era la vita; aveva incominciato a dieci anni, inizialmente come garzone, in seguito aveva fatto di tutto: l’acrobata, il giocoliere, sino a diventare un clown, probabilmente il ruolo che gli si addiceva meglio. Ma, se c’era da sostituire qualcuno, se un altro artista era infortunato o malato, era sempre stato lui a prenderne il posto, senza mai sfigurare. Il padre di Gloria lo adorava, la figlia aveva un carattere diverso, era una donna fredda e attenta ai bilanci, tuttavia non si era mai lamentata di luì. Anche se, nel profondo del suo animo, Amilcare sapeva di aver perso lo smalto del passato, avvertiva che le risate diminuivano, che gli applausi diventavano sempre più scarsi.
Un, due, tre! Ma quella sera avrebbe dato il meglio di se stesso, sarebbe riuscito a colmare i bambini di gioia e di entusiasmo. Lui adorava i bimbi, ed era felice quando li rendeva contenti.
Un, due, tre. Questa sera!

Quando toccò a lui, raggiunse la pista emozionato come un novellino. Come sempre incominciò a marciare in modo buffo, una sorta di parodia del passo dell’oca che terminava quando lui fingeva di inciampare, cadendo poi rovinosamente a terra. A quel punto, un altro clown sopraggiungeva e gli sferrava un potente ceffone, naturalmente falso; quindi, lo invitava a proseguire.
Un, due, tre. Ma nessuno rideva. Amilcare passò al numero successivo. E nessuno rise, solo un timido applauso accompagnò i suoi lazzi. Un istante dopo, la voce metallica del direttore annunciò gli acrobati. Amilcare conosceva a memoria i tempi e si rese conto che lo avevano interrotto almeno una decina di minuti prima del previsto. Eppure aveva fatto ridere i bambini di tutta Europa.
Si ritirò in disparte ad osservare le prodigiose evoluzioni di Max, Giorgio e Sandra. Erano suoi amici, come tutti al circo del resto. Dopo un momento di esitazione, salì la scaletta di corda che portava a una delle due piattaforme. Durante l’ascesa finse due volte di perdere l’equilibrio e di cadere, era un giochetto che gli riusciva bene, malgrado l’età avanzata conservava ancora buone doti di agilità. Il pubblico trattenne il fiato, poi capirono che quelle mosse maldestre costituivano una parte dello show. Ci furono applausi, i bambini finalmente risero. Quando fu in alto, a fianco di Max, Amilcare fece il segno convenuto a Sandra. La ragazza esitò, non sapeva nulla di quel fuori programma che esulava dalla precisa organizzazione dei loro spettacoli. Guardò interrogativamente Max. Lui annuì.
Sandra si lanciò, elastica e bellissima nel body trasparente. Il clown la imitò gettandosi nel vuoto. La gente trattenne nuovamente il fiato. Lei lo raggiunse, afferrandogli saldamente un polso.
Un immenso applauso si levò dal pubblico sottostante. Il numero era riuscito perfettamente. Amilcare sorrise, mentre nel suo cuore riecheggiavano mille applausi simili, che aveva ricevuto in mille città diverse. Quindi diede uno strattone. Sebbene Sandra fosse forte, perse la presa.
Il clown volteggiò in aria, illuminato dalle luci magiche del circo.
Un, due, tre!

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