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Archive for aprile 2013

LebedevNovikov e Golubev si appartarono per discutere fra loro, all’ultimo piano di Yazenevo, nello studio del responsabile del terzo dipartimento ; le due guardie del corpo rimasero nell’ufficio di Lebedev.
Il colonnello si alzò per andare a servirsi una vodka. La offrì agli altri, ottenendo un solo rifiuto, quello di Yarbes. Stando ai regolamenti, gli uomini della seconda direzione centrale avrebbero dovuto declinare gentilmente l’invito, ma era difficile resistere a una vodka rara e costosissima che in pochi potevano permettersi.
Lebedev pensava al suo rapporto.
La “leggenda” riguardava un agente non particolarmente sveglio che Piotr aveva ereditato dal suo predecessore. Non era mai stato preso dal MI5 per un motivo preciso: in quegli anni non aveva fatto assolutamente nulla, tranne riscuotere il suo modesto compenso e dare la caccia alle fanciulle inglesi. Lebedev non lo aveva rimandato in Russia perché si era detto che, prima o poi, anche un simile incapace, in qualche strano modo voluto dagli dei dello spionaggio, forse avrebbe potuto rendersi utile. E, puntualmente, ciò si era verificato, anche se in maniera del tutto singolare.
“La necessità di non sapere”: l’uomo in questione conosceva a malapena la disposizione dei locali dell’ambasciata sovietica, e probabilmente ignorava l’ubicazione della Special Branch, del MI6 e del MI5. Un idiota. Però, un utile idiota, che per un caso fortuito Lebedev aveva spedito un giorno in America. Lo aveva mandato, affinché consegnasse un messaggio in codice non particolarmente importante, e si era servito di lui proprio in considerazione del fatto che se lo avessero acciuffato non sarebbe stata una grande perdita.
Per un puro caso, la missione aveva avuto successo, il documento era giunto a destinazione e lo sprovveduto era tornato trionfante a Londra. La circostanza che si chiamasse Aleksandr era un autentico abominio. Nel KGB quel nome rappresentava un’icona: Aleksandr Stravrogin, “Matrioska”, il più grande agente sovietico di tutti i tempi. L’utile idiota vantava un unico asso a proprio favore. Era figlio di un generale che aveva combattuto valorosamente a Leningrado e successivamente nella Prussia Orientale e a Berlino, guadagnandosi varie medaglie sul campo. Questo gli aveva permesso di entrare a far parte della prima direzione centrale e, dato che parlava l’inglese correntemente, qualcuno aveva pensato bene di sprecare una “leggenda”.
Lebedev aveva ascoltato il resoconto della trasferta oltre oceano, lo aveva elogiato e si era immediatamente dimenticato di lui.
Due giorni dopo Patrick Keynes era venuto a trovarlo.
E da qui era nata l’idea del “Rapporto Lebedev”.
Se quanto aveva scritto con fervida fantasia nelle precedenti due ore fosse stato vero, le previsioni di Novikov si sarebbero dimostrate, a dir poco, limitate e pessimistiche, poiché il “Rapporto Lebedev” era un’autentica bomba, destinata a passare agli annali, e Piotr avrebbe potuto ambire a una carica ben più alta di quella di responsabile della terza sezione.
D’altro canto, non c’erano molte ombre. Lebedev era uscito tranquillamente da casa sua, come era suo diritto, e se gli uomini della Lubjanka non lo avevano fermato, era una cosa che non lo riguardava. Nessuno sapeva dove poi si fosse recato e a quale scopo, ma di questo, dato l’alto grado che ricopriva, non era tenuto a rispondere se non in seguito ad accuse precise e motivate. La presenza di Yarbes era legata indissolubilmente alla visita di Patrick Keynes, così come il suo inaspettato ritorno a Mosca… per quella di William Weber avrebbe dovuto inventarsi un pretesto (nel rapporto, Weber non veniva citato); ma l’immaginazione non gli mancava.
Non aveva risposto alla convocazione di Kryuchkov, ma si riprometteva di farlo al più presto, e il ritardo era dovuto alla necessità di elaborare il materiale che aveva ricevuto da Langley, in maniera da offrire al presidente un quadro completo ed esaustivo. Aveva mancato di rispetto a Kryuchkov? No, dato che gli avrebbe offerto uno splendido dono, su un piatto d’argento.
Le parole di Olga erano prive di valore. Una segretaria segretamente innamorata e gelosa della legittima moglie, una piccola donna vuota e troppo ambiziosa. Una nullità, destinata a scontare il giusto castigo a Lefortovo.
Il colonnello Piotr Ivanovic Lebedev sorseggiò la vodka e attese con calma che Novikov e Golubev tornassero per cingerlo d’alloro (e per prendersi qualche merito, niente affatto dovuto).
Poi si sarebbe occupato del golpe.

Monica Squire fissava il corpo senza vita del russo.
Magdalina si alzò e la abbracciò. Con un gesto distratto Monica le accarezzò i capelli. Non riusciva a distogliere lo sguardo dal cadavere.
Chi erano i buoni e chi i cattivi? John Lodge, il suo compagno d’azione di un tempo, l’uomo che era stato ucciso da Matrioska, l’avrebbe rimproverata per quei pensieri che lui giudicava “inutile filosofia”. Forse era vero, forse era inutile, però questo non significava che la realtà fosse diversa da com’era. CIA e KGB erano le due facce della stessa medaglia, utilizzavano metodi identici, non conoscevano il senso dell’etica. I buoni non esistevano se non nella propaganda americana, pronta a giustificare qualsiasi azione, purché fosse coronata da successo.
Era vietato perdere, e lei lo sapeva bene: aveva sperimentato sulla sua pelle il significato della parola “sconfitta”. Se non era finita in prigione, non era stato grazie alle attenuanti, alla comprensione di quello che aveva subito. Quante donne sarebbero riuscite a resistere alla tortura feroce che le aveva inflitto Aglaja? No, il direttore della CIA aveva preso una decisione politica. Monica ne aveva discusso con Yarbes, e Martin si era dichiarato d’accordo.
Il capo di Langley non aveva voluto che lei comparisse nell’aula di un tribunale. Se questo fosse accaduto, sarebbe crollato il castello di menzogne che era stato costruito per negare ciò che era successo veramente. Bisognava nascondere, occultare, fuorviare.
Se Monica non avesse raggiunto Matrioska in Francia e non lo avesse ucciso, sarebbe comunque rimasta per sempre una paria. Ricordava i sorrisetti di scherno che la accompagnavano lungo i corridoi di Langley. All’inizio, anche Yarbes non era stato carino con lei, ironizzando sulla sua scarsa capacità di sopportare il dolore. Poi aveva imparato a stimarla.
Per molto tempo Monica aveva creduto nel suo lavoro. Alcuni dubbi, certo, qualche riserva; però dubbi e riserve scomparivano se solo guardava la bandiera stelle e strisce. Lei operava a favore della pace, per il trionfo della giustizia, per sconfiggere il comunismo, fonte di ogni male.
Ma era poi tanto diversa dall’uomo che aveva appena ammazzato?

I due dirigenti lasciarono l’ufficio di Lebedev visibilmente soddisfatti, scortati dalle guardie del corpo di Golubev, altrettanto compiaciute anche se per ragioni diverse. Erano rigide come sempre, però meno ossequiose del solito.
Martin Yarbes si rivolse al colonnello. “Cosa c’era scritto in quel dannato rapporto?”, gli domandò.
Piotr si concesse un sorriso. “Una notizia che ha suscitato il loro scalpore.”, rispose. “Non esistevano altre strade, se non l’arresto, gli interrogatori, la fucilazione o la deportazione.”
“Ebbene?”, intervenne William Weber.
“Semplice.”, disse Lebedev. “In quel rapporto è riportato un fatto senza precedenti. Patrick Keynes è stato “arruolato”, e da oggi, anzi diciamo da ieri, lavorerà per l’Unione Sovietica. E lei, signor Yarbes”, aggiunse guardando l’americano, “rappresenta il suo tramite. Se ha pure commesso qualche peccatuccio, questo è irrilevante in confronto all’acquisizione di uno dei massimi esponenti della CIA. Ecco tutto.”
“E le hanno creduto?”, chiese Weber dubbioso. Patrick Keynes era uno degli uomini più potenti del mondo, da sempre irriducibile nemico dell’Urss; sopra di lui, a Langley, c’era soltanto il direttore in persona.
“Certo. Perché ho esposto fatti reali, tutti facilmente controllabili… tranne il “tradimento” di Keynes, ovviamente. Il resto è perfetto. Compresi un paio di particolari che avrei potuto apprendere solamente da lui.”
Weber lo fissò incredulo. Yarbes scoppiò a ridere. “Keynes che si vende! E’ più facile che gli Utah Jazz vincano il campionato”.
Piotr assunse un’aria modesta. Sapeva di essere un grande giocatore di scacchi, tuttavia il senso di trionfo era mitigato da una considerazione. Se Gorbaciov avesse vinto, sarebbe finita un’era. Lo sentiva dentro di sé, come un cane avverte l’arrivo del temporale. Il segretario generale avrebbe fatto a pezzi il KGB. Lebedev aveva dedicato tutta la sua vita al “Centro”; se ora si opponeva alle decisioni di Kryuchkov, era perché non le reputava sensate.
E, se invece, Michail avesse perso?
In quel momento, bussarono alla porta.
Entrò Olga. Aveva l’aria sconvolta.
Si prostrò per terra.
“Pietà!”, implorò.
Weber, che conosceva bene la mentalità russa, represse un sorriso davanti a quella scena melodrammatica.
“Stai tranquilla: non hai nulla da temere.”, disse Lebedev in tono pacato.
Il che significa che è spacciata, pensò Weber notando lo sguardo gelido del colonnello.

Quella sera Pomarev andò a letto presto.
Prima di addormentarsi si chiese se Kuznetsov era riuscito a trovare l’americana, ma fu un pensiero fugace. Altro occupava la sua mente. Puntò la sveglia alle quattro del mattino. Una colazione sostanziosa e sarebbe stato pronto per occupare la Duma.
Amava la sua casa, presto però ne avrebbe avuta una più grande: una dacia a ovest di Mosca, dove vivevano i ricchi. E lui sarebbe diventato ricco e influente. Come era giusto che fosse.
Mancavano otto ore al colpo di Stato.

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La bambina che leggeva libri fantasyNemmeno da vecchia riusciva a leggere libri fantasy.
Eppure disponeva di molto tempo libero: i nipotini venivano a trovarla di rado, dato che suo genero, un uomo avido e di scarsa umanità, la detestava cordialmente. Tutto era incominciato molti anni prima, quando Margherita aveva preso le difese della figlia, arrivando a suggerirle la separazione. Molta acqua era passata sotto i ponti, ma l’odio dell’uomo persisteva.
Margherita curava il suo piccolo giardino, andava a fare la spesa al supermercato dietro l’angolo, e leggeva. Fin da piccola aveva amato leggere, era una lettrice onnivora e la più assidua frequentatrice della biblioteca comunale. Leggeva di tutto: saggi, romanzi d’amore, raccolte di poesie, ma non libri fantastici.
La bibliotecaria, una donna anziana e mite, sempre disposta al sorriso e a un buon consiglio, le aveva suggerito di provare almeno con “Il Signore degli Anelli”, che lei giudicava un capolavoro assoluto. Margherita aveva tentato, ma, sebbene si rendesse conto della bontà dell’opera, dopo poche pagine aveva deposto il voluminoso tomo. Si era alzata, era andata alla finestra e aveva guardato la neve scendere, il suo piccolo giardino riempirsi di un soffice manto bianco, e il cielo di gennaio farsi sempre più freddo. Poi, aveva pianto.
Il giorno dopo restituì il libro.
Mentre guardava fuori della finestra, in attesa che il caffè fosse pronto, il libro abbandonato sul divano a fiori e le sue amate piante disposte con cura nel soggiorno, aveva rivisto una bambina. La finestra della bambina naturalmente era diversa, poiché a quell’epoca viveva in un paese vicino; ma le lacrime di quella bimba erano le sue. La bambina aveva paura dei temporali. E quel giorno il cielo era nero e minaccioso, pioveva a dirotto e i lampi si rincorrevano disegnando figure spaventose. La bambina tornò a letto, si rannicchiò sotto le coperte e prese dal comodino un romanzo fantasy. Incominciò a leggere. La trama era avvincente, la scrittura scorrevole, gli eroi caratterizzati con perizia; ma non era quello che lei voleva. La bambina aveva bisogno di amore. I suoi genitori possedevano un emporio, e tutto il loro tempo era dedicato al lavoro.
La vita funziona così, e non c’era nulla di male in questo; tuttavia il cuore della bambina era ricoperto di gelo. Detestava la solitudine. Abitavano distanti dal centro, e nei paraggi non c’erano altri bambini con cui poter giocare. La bambina avrebbe tanto voluto che sua mamma fosse lì con lei, ad abbracciarla, a tenerla stretta a sé, a colmarla di calore. Invece, la sua stanza era triste e solitaria; e mentre, all’esterno il maltempo infuriava, l’animo della bimba era percorso da brividi che non erano dovuti al freddo degli elementi, ma a un sentimento interiore, che in certi momenti sembrava morderla, simile a uno di quei mostri di cui parlavano i libri fantasy.
Un giorno, prima che sua madre si recasse al lavoro, la bambina le chiese di tenerla sulle ginocchia; era incollata al suo collo, la riempiva di baci sulla guancia e le chiedeva di dirle “ti voglio bene.” La madre rise. “Non ti vergogni? Una signorina come te?”
La signorina aveva otto anni, e un cuore più bisognoso di altri di affetto. Da quel giorno non riuscì più a dire a nessuno “ti voglio bene”, neppure a suo marito, quando era ancora in vita.
A volte si fingeva malata, nell’ingenua speranza di trattenere i genitori a casa. Ma non potevano, e perciò le regalavano libri fantasy, in modo che le tenessero compagnia.
Quando arrivava la primavera, la bambina usciva in cortile e si siedeva sotto a una pianta di fichi; portava con sé uno specchio, e passava il tempo a specchiarsi, forse per cercare una risposta nei suoi occhi, che erano dolci e profondi, ma avvolti dalla malinconia.
Un mattino nel cortile approdò un gattino.
Divenne il suo più fedele amico.
Finalmente la bambina abbandonò tutte quelle storie di fate e di draghi, di negromanti e di impavidi cavalieri. Aveva trovato un amico, e da quel giorno la sua vita si trasformò, simile a un cielo che all’improvviso si schiarisce: le nubi scure scompaiono, il tuono tace, e il prodigio dell’arcobaleno penetra nei cuori delle persone più sensibili, mentre di lì a poco, trionfante, riapparirà il sole.
La bambina era felice: non aveva bisogno di maghi e di streghe. Solo d’amore.
Margherita spense la fiammella del gas, poi, prima di bere il caffè, chiamò a raccolta i suoi amici.
Sei gattini corsero immediatamente da lei.
“E’ pronto il latte!”, disse Margherita.

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Il crepuscolo della Lubjanka 28La prima parte del rapporto di Lebedev si soffermava in maniera piuttosto pedante sul significato di due concetti che sia Novikov sia Golubev conoscevano fin troppo bene. Le definizioni riguardavano la parola “leggenda” e il termine “la necessità di non sapere”.
Una “leggenda” è la meticolosa costruzione di una falsa identità. A tale scopo si individua un soggetto morto in circostanze non chiare, lontano dai confini della nazione di appartenenza, oppure scomparso da tempo. La scelta richiede molto impegno e moltissima pazienza, poiché alcune caratteristiche sono preferibili ad altre, e altre ancora – se presenti – portano all’esclusione dell’uomo o della donna presi in esame. Se si sta lavorando alla “leggenda” di un suddito britannico, il caso ideale è quello di una persona non sposata, assente da tempo dall’Inghilterra, con pochi amici e possibilmente nessun parente vivo.
Una volta individuato un soggetto consono, inizia la fase della ricerca. Dove ha trascorso l’infanzia, quali scuole ha frequentato, chi erano gli insegnanti, che sport praticava, che genere di ragazze preferiva, di quale squadra di calcio era tifoso, che musica ascoltava. Era un giovane equilibrato che si applicava negli studi e rispettava i professori o un ribelle scarsamente dotato d’intelletto e dedito a svaghi che gli procuravano il biasimo di genitori e docenti? E, in seguito, aveva trovato una buona occupazione? Perché era andato all’estero? E via dicendo. Completate queste due fasi, si sceglie un agente adatto a quel ruolo (talvolta, la procedura è inversa e in questo caso tutto diventa ancora più complicato). L’agente dovrà imparare a memoria ogni singolo dettaglio della vita presa in esame. Nel frattempo, verranno preparati documenti d’identità, aperti conti in banca, acquistate e vendute macchine, stipulate polizze di assicurazione.
Quando l’agente farà il suo ingresso in Gran Bretagna, avrà alle spalle un’esistenza perfettamente ricostruita. Va da sé che per preparare una buona “leggenda” occorrono anni.
La “necessità di non sapere” è legata all’eventualità che un agente segreto privo di copertura diplomatica venga catturato e interrogato. Se egli non è a conoscenza dei reali motivi della sua missione chiaramente non potrà svelarli.
E alla prima direzione centrale del KGB erano tutti ben consapevoli che un conto era finire nelle mani dell’FBI o del MI5, altro essere presi dal controspionaggio di certi Paesi dell’America del sud, dell’Africa o dell’Asia.
Mentre il generale Golubev leggeva sbuffando, Yarbes fissava il soffitto, Weber studiava con attenzione le sue unghie e Novikov si aggirava inquieto per l’ufficio. Lebedev sedeva impassibile.
Dopo l’ampio e noioso prologo ( tipico di una certa mentalità burocratica russa, pensò Golubev), Lebedev veniva finalmente al dunque.
Golubev iniziò a leggere più lentamente, spesso tornando al capoverso precedente. Scrollò il capo due o tre volte come se quel documento fosse inverosimile. Ciò nonostante, arrivato al’ultima riga, lo rilesse da capo. Poi lo consegnò a Novikov. “Riguarda il suo settore, compagno.”, disse prima di andare alla finestra per riflettere su quanto Lebedev aveva scritto. Yazenevo è situata sul raccordo anulare, a ovest di Mosca, e dalle sue vetrate si gode la visione di un magnifico bosco, oltre al quale c’è un lago; ma lo spettacolo della natura gli riuscì indifferente.
Novikov era abituato ai rapporti di Lebedev, che riceveva regolarmente ed esaminava sempre con grande attenzione, dato che la Gran Bretagna era il principale avversario della sua divisione. Lo stile prolisso lo stupì, perché non rientrava nelle caratteristiche del rezident. Ma, a differenza di Golubev, il responsabile della terza sezione della prima direzione centrale andò oltre, cercando di capire le ragioni del noioso excursus iniziale. Seguitò a leggere e, man mano che apprendeva quelle notizie fantastiche, comprese anche il significato della premessa. In pratica, Lebedev sembrava dire: prima vi spiego come funzionano le cose, poi – con la giusta dose di modestia – vi racconto cosa ho ottenuto.
C’era dell’altro, naturalmente: cautela, preparazione a ciò che suonava come uno scacco matto ai danni dell’imperialismo americano, amore per la precisione e per la cura dei particolari. Era anche possibile che Lebedev avesse voluto procedere con calma per frenare l’impazienza di chi è latore di una notizia importantissima. C’è chi corre per quaranta chilometri, fino a farsi scoppiare il fiato, e chi invece medita accanto a un fuoco, in attesa di dire a Cartagine che ha distrutto l’esercito romano.
E se si fosse trattato di un inganno? No. Ogni particolare combaciava alla perfezione, la “leggenda”, la “necessità di non sapere”…
Novikov alzò gli occhi dal fascicolo e per un lungo momento li posò sul viso di Martin Yarbes.
Incredibile, pensò.
Patrick Keynes!
Il pensiero successivo fu rivolto a Ivan Verchovenskij, il capo del primo dipartimento (Stati Uniti e Canada). Era vecchio, ormai, e pronto per la pensione. La sua mente accolse con entusiasmo l’idea che gli yankee passassero a lui, mentre Lebedev avrebbe potuto succedergli alla guida della terza sezione. Dopotutto, senza la lady di ferro, Londra sonnecchiava e molti stimoli erano venuti a mancare: combattere la CIA rappresentava una prospettiva certamente più interessante. Senza contare che da quella posizione avrebbe potuto spiccare un balzo anche più alto.
Infine, si chiese se sarebbe stato opportuno continuare ad appoggiare Kryuchkov, come da tempo aveva deciso di fare, o se forse sarebbe stato meglio seguire l’esempio di Vladimir Putin. Cioè, attendere, senza muovere un dito. Sapeva di non rientrare nel novero dei protetti del presidente del KGB e, benché una sua partecipazione fattiva al golpe (di cui era stato comunque informato) avrebbe potuto fargli guadagnare dei punti, era però possibile che risultassero insufficienti per consentirgli di prendere il posto di Verchovenskij.
Novikov rimandò la decisione e si concentrò nuovamente sul fascicolo che aveva in mano.
Nelle ore successive, quello che venne definito “Il Rapporto Lebedev” parve destinato a passare alla storia.

Il destino muove le sue pedine in modo strano.
Magdalina non avrebbe mai immaginato che Mitja, in apparenza un uomo inoffensivo, più interessato ai suoi traffici che al comunismo, nonché vagamente religioso, fosse in realtà un maiale.
Dopo pochi chilometri, Dmitrij incominciò a molestare Monica Squire. Monica tenne a bada la lingua – era troppo importante per lei tornare a Mosca -, ma quando le mani del sudicio si intrufolarono nei suoi slip, reagì esattamente come era stata addestrata a fare.
Messo fuori combattimento Mitja, scese dal camion e tornò indietro. Si aggirò per il bosco, perdendo spesso la strada e a tratti fermandosi per autocompiangersi. Alla fine, ciò la irritò. Era stata lei a proporsi a Patrick Keynes, lei a subire il durissimo addestramento di Susan Cooper, lei a sognare rivincite, e comunque lei a uccidere Matrioska.
Sul far della sera, giunse alla baracca dove abitava Magdalina. Era stanca, affamata e desiderava soltanto un letto dove poter dormire.
Quello che vide la turbò profondamente. La giovane russa era per terra, davanti alla casa, il volto terreo e cosparso di lividi; gli occhi riflettevano paura e dolore. A gambe larghe, sopra di lei, un uomo la prendeva meticolosamente a calci. In lui non vi era traccia di sadismo: era simile a una macchina programmata per ferire, distruggere, demolire. Sebbene fosse esausta, Monica colse tutto questo in un attimo. Ricordò più nitidamente di quanto volesse che anche Matrioska non cercava la sofferenza altrui, non bramava infliggere sofferenza. Si limitava a compiere il suo dovere, quale che fosse.
Quando si entra nel “grande gioco”, è necessario assimilarne ogni aspetto, capire i nemici, in qualche oscura misura entrare nei loro pensieri, non sfuggirgli bensì affrontarli, e se possibile ucciderli.
Facile a dirsi, considerò lei. A Langley aveva appreso di tutto, anche come sparare alle spalle. Che fosse giusto o meno, non aveva importanza; contava il fine. E chi non accettava questa filosofia – volendo considerarla tale – era destinato alla porta.
Magdalina si accorse della sua presenza e le rivolse uno sguardo supplice, che l’uomo non notò. Era intento a rivolgerle sempre la stessa domanda, con un tono di voce piatto e monotono che contrastava con la violenza dei suoi atti.
Se Monica prese la pistola che le aveva dato il capitano Anatolii Vasilyev e sparò alla schiena di Nikolaij Kuznetsov non fu per gli insegnamenti ricevuti, ma per un sentimento. Amicizia? Riconoscenza? Affetto?
Non era importante saperlo.
Il sole tramontò all’improvviso.
Come la sua purezza perduta, pensò lei.

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LA VALLE DI PHIL 3

La valle di PhilQuando Patsy aveva annunciato che sarebbe andata a vivere per un anno in un luogo sperduto fra le montagne, suo padre aveva cercato in tutti i modi di dissuaderla. Era un uomo abituato a programmare ogni cosa. Voleva che sua figlia finalmente si laureasse, si trovasse un fidanzato e si sposasse. Ma Patsy si era dimostrata irremovibile.
Naturalmente aveva taciuto il fatto che sarebbero stati in tre, un uomo e due donne, e aveva parlato vagamente di un gruppo di amici. Sul resto non aveva mentito, perché pensava che un’esperienza di dodici mesi fosse più che sufficiente. Sapeva che avrebbe dovuto affrontare una vita priva di comodità, che probabilmente sarebbe stata costretta a lavorare e che a volte avrebbe rimpianto quella decisione. Tuttavia voleva provare. Era affascinata da Phil e le piaceva molto Elizabeth.
Patsy non era mai stata con un’altra donna, la sola idea la disgustava; ma quando aveva fatto l’amore con Liz era rimasta sorpresa. Era stato Phil a convincerla. Quella sera aveva fumato uno spinello ed era entrata nel letto con una certa riluttanza. Elizabeth le aveva procurato cinque orgasmi, uno più devastante dell’altro.
Anche Phil era un amante straordinario, perciò pregustava un anno di sesso sfrenato e di vita all’aria aperta. A Los Angeles si annoiava spesso e negli ultimi tempi si era accorta di non avere più stimoli. Una lunga vacanza l’avrebbe fatta tornare quella di prima.
Poi la situazione era cambiata.
Da un lato si era accorta di detestare Elizabeth, da quell’altro aveva capito che amava Phil. Era un uomo dotato di una personalità eccezionale, aveva un carisma magnetico, era intelligente e risoluto. Fino ad allora non si era mai innamorata seriamente, anche se aveva avuto numerosi flirt; ma Phil era diverso da tutte le persone che aveva conosciuto. Non sarebbe riuscita a vivere senza di lui. Per questo decise che il suo piano iniziale andava sostanzialmente modificato: non avrebbe abbandonato la valle dopo un anno, sarebbe rimasta lì per sempre. Avrebbe accettato i disagi e sarebbe stata felice.
Il problema era Liz. Non la sopportava. Aveva pensato di chiedere a Phil di scacciarla, ma sapeva che lui non avrebbe mai acconsentito. Doverlo condividere con lei diventava sempre più intollerabile. Patsy aveva cercato di dominarla, però aveva scoperto che aveva un carattere molto forte. Si divertiva a provocarla, con il risultato di esasperare Phil. Si prendeva la rivincita a letto, trovando quasi sempre il modo per fare l’amore con lui per prima. Dopo averla appagata, Phil si dedicava a Elizabeth. Tuttavia si trattava di una ben misera vittoria: avrebbe gridato per la frustrazione sentendola ansimare e gemere. Si costringeva a non guardare, tentava di pensare ad altro, ma era soffocata dalla gelosia. Durante i primi mesi aveva fatto sesso con lei anche in assenza di Phil; in qualche occasione era perfino accaduto che lo escludessero. Ultimamente, invece, andava a letto con Elizabeth soltanto se Phil glielo chiedeva. Era ancora un’esperienza eccitante, sebbene facessero l’amore quasi con rabbia, senza dolcezza.
Elizabeth pretendeva che si adattasse a svolgere i lavori più umili. Patsy riteneva che non spettassero a lei. Era più colta, più intelligente e proveniva da una famiglia ricca. Non era nata per fare la serva.
Liz rientrò nel capanno. Patsy si stava arrovellando il cervello per trovare una soluzione. Avrebbe escogitato un modo per mettere Phil con le spalle al muro. Costringerlo a una scelta. O lei o Elizabeth. Sarebbe stato difficile, difficilissimo, ma doveva riuscirci.
E se le avesse risposto che preferiva l’altra? Sarebbe stata un’eventualità terribile, ma non si sarebbe rassegnata tanto facilmente. Era disposta a tutto pur di non perderlo.

Phil era appoggiato al bancone del bar e sorseggiava una Lone Star. Aveva sete, ma era anche ansioso di ripartire. Non si sentiva a suo agio lontano dalla valle. E poi era eccitato. Guidare lo annoiava, perciò lungo il tragitto si era abbandonato a varie fantasticherie. Con gli occhi della mente aveva rivisto i corpi delle sue donne, molto diversi ma entrambi superbi. Aveva immaginato di possederle. Prima gli sarebbe piaciuto assistere a qualche giochino. Appoggiò la bottiglia e corrugò la fronte. La sensazione che qualcosa non stesse girando per il verso giusto non lo abbandonava. Liz e Patsy litigavano troppo spesso. Quando facevano l’amore non si baciavano. Non gli piaceva quel clima ostile, voleva che la sua famiglia fosse felice.
Si ripromise ancora una volta di parlarne con Elizabeth. Le avrebbe ricordato la loro filosofia di vita: avevano scelto la strada della purezza, dell’armonia e dell’amore libero; si erano lasciati alle spalle ipocrisie e falsità. Con il suo atteggiamento aggressivo Liz rischiava di sciupare tutto. Ma era una ragazza intelligente e avrebbe capito. Patsy andava presa com’era, perché quello era il segreto che li poteva tenere uniti: avevano rifiutato il conformismo, i sorrisi di circostanza, le ambiguità. Ciascuno di loro aveva il diritto di comportarsi come meglio credeva, senza doverne rispondere agli altri. Il primo inverno era stato duro, non si erano organizzati bene e, quando erano rimasti bloccati da una bufera di neve, avevano patito la fame. Malgrado l’aspetto fragile, Patsy aveva affrontato con coraggio quella prova. Era una ragazza un po’ viziata, abituata agli agi, eppure aveva stretto i denti guadagnandosi il suo rispetto. D’altra parte, anche Liz non era esente da difetti.
Finì la birra e tirò fuori il portafoglio per pagare.
“Amico, il secondo giro lo offro io!”
Phil si voltò.
Jack Straw gli rivolse un sorriso smagliante. Era cresciuto sulla strada e sapeva come si conquistava la gente. Sapeva molte altre cose: quando c’era da picchiare bisognava colpire per primi, se si incontrava un avversario più debole andava sottomesso senza pietà, se era più forte occorreva comportarsi con astuzia rendendoselo amico. Le donne servivano solo per scopare e apprezzavano chi si dimostrava capace a letto. Era una filosofia spicciola, che però funzionava.
Ordinò due birre, ignorando lo sguardo perplesso dell’hippy. “Mi chiamo Paul.”, disse tendendogli la mano. “Paul Ribbens. Ma gli amici mi chiamano Sugar.”
Phil gli restituì meccanicamente la stretta. “Phil Weir.”
“Bene, Phil Weir”, disse Jack dopo aver bevuto un sorso di Lone Star, “da dove vieni di bello?”
Phil inarcò le sopracciglia. Avrebbe voluto chiedergli perché gli aveva offerto da bere e rispondergli che veniva dal postochenonso, ma decise di essere gentile. Fece un gesto vago. “Abito nella Green Valley. E’ piuttosto distante da qui. E tu?”
“Santa Maria. Sto cercando di scrivere un maledetto libro, però non trovo l’ispirazione. Ho guardato una carta geografica e cosa ti vedo? Proprio la Green Valley! Deve essere un posto tranquillo, quello che serve a me.”
“Hai già pubblicato dei libri?”
Jack esitò un attimo. Era una domanda insidiosa. Poi si disse che ogni giorno uscivano centinaia di libri, e nessuno poteva pretendere di conoscerli tutti. “Due.”, rispose. “Romanzi d’azione.”
“Come si intitolano?”
Jack fissò con attenzione il suo interlocutore. Lui sapeva conquistare la gente perché la capiva. In genere, le persone erano superficiali, parlavano a vanvera e non ascoltavano quello che dicevano gli altri. Jack era diverso. Si metteva sempre nei panni di chi gli stava di fronte e cercava di ragionare nello stesso modo. Capì di non essere simpatico all’hippy, e comprese anche che non era un tipo da prendere alla leggera. Era acuto e perspicace. Sottovalutarlo sarebbe stato un grosso errore. Ma lui era Jack Straw, e non aveva mai conosciuto nessuno che fosse alla sua altezza. Era l’uomo più dannatamente in gamba della California.
Improvvisò. “Strage a New York e Le notti dell’inferno.” Poi cambiò subito discorso. “Mi servirebbe appunto un luogo isolato, dove poter lavorare in santa pace. Mi chiedevo se tu magari…”
Phil scosse la testa. “Non ci sono stanze libere su da me. Mi dispiace.”
Jack annuì, come se si aspettasse quella risposta. “Peccato.”, commentò. “Sono sicuro che avrei scritto delle buone pagine. Vorrà dire che mi cercherò un altro posto.”
“Già.” Phil posò la bottiglia e gli strinse la mano. “A buon rendere, amico!”
Uscì dal locale, pensando che Sugar non gli piaceva. Quel tizio non aveva affatto l’aria dello scrittore e probabilmente gli aveva raccontato un sacco di balle. In ogni caso, non voleva estranei nella sua valle e comunque non aveva camere da affittare.
Jack Straw pagò le consumazioni.
Ma davvero?”, disse.

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LobanovskyIl viaggio che li riportò a Mosca, già lungo di per sé, fu reso ancora più lungo dalle deviazioni.
Il colonnello Piotr Ivanovic Lebedev conosceva molte strade, poiché in un passato ormai lontano si era recato spesso a Kiev, passando per Kharkiv. All’epoca apparteneva alla seconda direzione centrale e gli era stato affidato il singolare incarico di sorvegliare strettamente un allenatore di calcio, nell’eventualità che questi fosse in contatto con la CIA.
Tutto nasceva dalla richiesta di un computer.
Era un periodo di cupa paranoia e bastava un nonnulla per generare sospetti. Il più delle volte, poi, si trattava di tempo perso. Indagini inutili, soldi sprecati, risorse umane gettate al vento.
L’uomo in questione, raccontò Lebedev, era un perfezionista, per certi versi un fanatico. Egli partiva dal presupposto che era possibile creare una squadra ideale, dove tutti si esprimessero al meglio, dove i ruoli si confondessero, dove le capacità dei singoli, affinate ai massimi livelli, e le loro doti atletiche, condotte a vertici assoluti mediante allenamenti durissimi, formassero un’alchimia magica in grado di rendere quella squadra pressoché imbattibile. Per conseguire tali risultati, proseguì il colonnello forse per tenere svegli gli altri due, Lobanovsky si affidava ai numeri, ai minimi dettagli fisici: forza, resistenza, velocità, in modo da introdurre tipologie di preparazione diversificate, studiate caso per caso.
Per questo gli serviva un computer.
E vinse. Stravinse. La Dinamo Kiev diventò la regina del campionato dell’Unione Sovietica; non solo: si aggiudicò anche la Coppa delle Coppe, nonostante da sempre le competizioni internazionali costituissero un problema per le squadre russe, a causa della lunga sosta invernale che a marzo le vedeva in scarse condizioni di forma. In seguito, Lobanovsky avrebbe vinto anche i campionati mondiali, quando lui era commissario tecnico della nazionale, ma purtroppo i Paesi imperialisti avevano tramato per impedire che ciò accadesse.
Yarbes pensava ad altro: il calcio non lo interessava minimamente. Si augurava che Monica Squire fosse viva.
William Weber, invece, che tifava per il Liverpool, lo ascoltò con attenzione. “E’ vero.”, ammise (ma senza grande entusiasmo). “La Dinamo Kiev era una squadra speciale. Ma come finì con i sospetti?”
“In niente.”, rispose Lebedev. “Come d’altronde era ovvio. Intanto, però, io vidi molte belle partite a spese del KGB. E Lobanovsky ormai è una leggenda, soprattutto in Ucraina”. Guardò fuori del finestrino e concluse: “Mi piace il gioco inglese, a Londra seguo l’Arsenal”.
Alla fine, il sonno ebbe la meglio. Weber accostò il fuoristrada e i tre uomini si concessero alcune ore di riposo.
Quando arrivarono a Yazenevo e Lebedev li condusse nel suo ufficio, passarono davanti alla scrivania di Olga. La donna impallidì. Lebedev la salutò cordialmente – era un maestro della simulazione e della dissimulazione, né poteva essere altrimenti visto l’incarico che ricopriva – e, introdotti gli ospiti, si chiuse la porta alle spalle.
“Mi ha tradito.”, osservò con calma, indicando l’uscio. Prese posto alla scrivania, invitò Yarbes e Weber ad accomodarsi su due poltrone e scosse il capo. “Talvolta mi chiedo se Giuda era davvero un uomo.” Sembrò perdersi nei suoi pensieri, ma ridivenne subito lucido e attento. “Presto riceveremo una visita. Voi state zitti e limitatevi ad annuire, qualsiasi cosa, per assurda che sia, mi sentiate dire.”
Weber lo ascoltò distrattamente. Pensava a Jill. Si domandava chi, nel loro caso, avesse tradito: lei che lo aveva lasciato o lui che non aveva voluto rinunciare al suo lavoro? Jill era venuta meno a un patto, Weber le aveva regalato fredde notti solitarie. Entrambi colpevoli o entrambi innocenti?
Trascorsero due ore, durante le quali Lebedev scrisse a mano, riempiendo numerosi fogli, poi Olga bussò. “Compagno colonnello,”, annunciò, “Il generale Golubev desidera parlarle in privato.”
Lebedev scosse la testa. “No.”, rispose. “Lo riceverò qui.”
La segretaria uscì per riferire. Si udì il suono di una voce alterata, quindi quattro uomini entrarono nell’ufficio. Il primo era il generale Antonin Golubev, capo del Secondo Direttorato Centrale (controspionaggio e sicurezza interna) della seconda direzione centrale del KGB. Con lui c’erano due guardie del corpo e Konstantin Novikov, il responsabile della terza sezione della prima direzione centrale (Regno Unito ed Australia, Nuova Zelanda, Scandinavia), cioè il superiore diretto di Lebedev.
Il generale aveva un atteggiamento gelido, Novikov l’espressione vagamente turbata, le guardie del corpo erano prive di espressione. Parlò per primo Novikov. “Perché sei rientrato senza autorizzazione, Piotr?”
Lebedev, che si era alzato in piedi al loro ingresso, prese dalla scrivania una grossa busta e gliela porse. Si rivolse a Golubev. “Compagno generale, il KGB sta forse indagando su di me, prego?”
Golubev spostò lo sguardo su Weber, che naturalmente conosceva, poi su Yarbes, che invece non aveva mai visto. Dato che ufficialmente era un diplomatico, l’inglese aveva seguito l’esempio di Lebedev, alzandosi a sua volta; l’agente della CIA non aveva nemmeno preso in considerazione l’idea.
A differenza di Weber, che al massimo rischiava l’espulsione dall’Urss, Yarbes rischiava la vita; comunque l’istinto gli suggeriva di fidarsi del colonnello. C’era senz’altro un motivo se Patrick Keynes si era rivolto proprio a lui.
“Il compagno presidente Vladimir Aleksandrovic Kryuchkov raccomanda la massima cautela.”, proferì Golubev, senza rispondere direttamente alla domanda. “Suppongo per motivi famigliari.”, aggiunse sarcastico. “Tuttavia, credo di doverla invitare a seguirmi. Conferiremo meglio alla Lubjanka.”
“Sarà un piacere.”, disse Lebedev. “Prima, però, vi pregherei di leggere il mio
rapporto.” E puntò un dito sul plico che aveva consegnato a Novikov.

A bordo di una motocicletta, il capitano Nikolaij Kuznetsov seguì le istruzioni di Pomarev, percorrendo e ripercorrendo il tragitto che presumibilmente Squire doveva aver compiuto. “Era debilitata, stanca, reduce da un trattamento non proprio piacevole. Non può essere andata lontano.”, gli aveva spiegato il maggiore del Gruppo Alpha.
Kuznetsov aveva annuito e ora studiava la strada in cerca di indizi. Non prove materiali, ovviamente, ma qualche particolare che richiamasse la sua attenzione, un luogo, una casa, un bosco. Sviluppò varie congetture e al quarto passaggio decise di incominciare con un vecchio casolare abbandonato. Agli occhi dell’americana poteva costituire un rifugio ideale. Lo esplorò da cima a fondo, ma era vuoto. Risalì sulla motocicletta e due minuti più tardi osservò il bosco, che in quel punto costeggiava la strada. Ritenne che una persona frastornata e confusa, sfuggita per miracolo (e per l’opera di un traditore) alla tortura e alla morte, avrebbe potuto cercare un rifugio all’ombra delle piante. Scese di nuovo dalla moto e si avviò a piedi. Il bosco costeggiava la strada soltanto per un centinaio di metri, ma si estendeva in profondità.
Kuznetsov imboccò un sentiero tortuoso che si inoltrava nel fitto, in direzione sud.
Fra le possibilità che passò in rassegna, non era da escludere che l’avrebbe trovata morta ai margini del sentiero oppure in stato comatoso sotto a qualche albero. In tal caso, pensò, Pomarev avrebbe accolto la notizia con soddisfazione. Camminava piano, guardandosi costantemente attorno. Man mano che procedeva il terreno, che d’inverno sarebbe stato sommerso dalla neve, al punto da fermare i carri armati tedeschi nel terribile dicembre del 1941, diventava più soffice e in alcuni tratti era quasi melmoso, per via dell’umidità. Poi distinse nitidamente le impronte. Appartenevano a una donna, era fuori di dubbio. Guardò meglio e vide che erano le impronte di due donne.
Qualcuna l’aveva aiutata.
Pìù per abitudine che altro, Kuznetsov controllò la sua pistola. Conteneva sei proiettili, sparava a cinquanta metri di distanza ed era del tutto silenziosa, sebbene non disponesse di un silenziatore. Inoltre, non produceva alcun tipo di vampa. La rimise nella fondina e seguì le tracce.
Fu semplice, anche perché la casa distava meno di un chilometro.
Stava a una dacia come una vecchia megera sta a una splendida ragazza, considerò fra sé Kuznetsov, scrutando quella costruzione dimessa. Bussò, ma nessuno venne ad aprire. Con un calcio spalancò la porta ed entrò. L’ambiente era modesto, però pulito. Due locali in tutto, che richiesero una brevissima ispezione. Kuznetsov non notò niente di rilevante, un segno, un dettaglio che rivelasse la  presenza di Squire.
Uscì e perlustrò i paraggi. Non c’erano altre abitazioni.
Tornò sui suoi passi e si dispose all’attesa.
La sua pazienza fu premiata. Era il tardo pomeriggio e il cielo era ancora luminoso, quando una giovane rincasò, inconsapevole della presenza dell’uomo che, anni prima, aveva prelevato suo padre – come in un gioco del destino.
Mancavano poche ore al colpo di Stato.

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UNA NOTTE DI VALE

Una notte di ValeValentina uscì di casa e scese in spiaggia. Era una notte stupenda: il firmamento costellato di stelle trasmetteva sensazioni magiche, un lieve soffio di scirocco increspava la distesa del mare illuminata dai raggi della luna piena. L’odore della salsedine si mischiava agli aromi portati dal vento. La giovane donna si tolse le scarpe e camminò scalza sulla sabbia ancora tiepida. Aveva comprato quella grande villa con i proventi del suo primo libro, un romanzo che aveva venduto più di tre milioni di copie in Italia, Francia e Spagna. Era un libro incentrato sull’amore, che però mancava di un lieto fine. Quello era il suo stile, il suo modo di intendere la scrittura: niente sconti. Ciò nonostante, era stato acquistato e divorato da una quantità di ragazzine, di donne adulte e persino da qualche uomo, forse più romantico o propenso alle storie drammatiche di altri.
Vale fissò lo sguardo sulle acque scure e profonde, un tappeto su cui si rifletteva la luce del cielo, mentre la sua mente ricordava una notte simile.
“Sei bella come una dea!”, le aveva detto Massimo. Valentina era molto attraente: i fluenti capelli neri incorniciavano un viso dai lineamenti dolci, le gambe lunghe e slanciate erano state modellate da anni di nuoto, il seno era pieno e perfettamente diritto; aveva i fianchi larghi e la vita sottile. “Sei nata per mettere al mondo almeno cinque figli.”, le aveva sussurrato lui. Poi si erano abbracciati e con gesti febbrili le aveva tolto il bikini bianco. Per un istante l’aveva guardata quasi stupefatto con occhi pieni di passione. Stesi sulla spiaggia avevano fatto l’amore; ed era stato talmente bello, completo e intenso che lei più tardi aveva pianto. “Ti amo!”, si erano ripetuti a vicenda. “Ti amo!” Non si stancavano di dirlo, e avevano riso di gioia e di complicità.
Vale entrò nel mare. Amava il contatto con l’acqua. Camminò a lungo, traendo respiri profondi e regolari. Ogni tanto alzava lo sguardo al cielo, dove sembrava possibile trovare la chiave per esaudire ogni più recondito desiderio. Guardò la stella che Massimo le aveva regalato per il suo compleanno. Ripensò alla data delle nozze. “Manca poco!”, si disse con uno strano sorriso.
Tornò sulla spiaggia e si sedette incrociando le gambe. Ripensò alle foto che Massimo le aveva scattato. Grazie alla capacità di cogliere in un lampo il mondo interiore di una persona era diventato un affermato fotografo. Erano foto meravigliose, che debitamente ingrandite spiccavano nell’ampio soggiorno della villa. Non aveva mai conosciuto nessuno come Massimo, rifletté: tenero e sensibile ma anche intelligente e risoluto. Dopo un anno di convivenza, aveva pensato che fosse per sempre. Neppure gli dei avrebbero potuto separarli.
“L’uomo della mia vita.” Lo aveva capito fin dal primo giorno, quando si erano conosciuti a una presentazione di “Gabbiani”, il best seller che lei aveva scritto. Non era particolarmente aitante, ma possedeva in larga misura la bellezza dell’anima. Era simpatico e divertente; sapeva farla ridere, e per Vale questa era una cosa importantissima.
Si rialzò e abbandonò la spiaggia, risalendo i gradini che portavano alla villa. Lo scirocco le accarezzava i capelli. Valentina compì il percorso agilmente, senza sforzo, mentre nel frattempo la sua mente vagava.
Rientrata in casa, dopo un attimo di esitazione prese posto alla scrivania. Sistemò un foglio bianco davanti a sé. Scriveva sempre a mano, con una penna stilografica; la sua segretaria poi provvedeva a ricopiare il testo sul pc. Aveva rimandato troppo; era giunto il momento di incominciare il nuovo libro.
La sua mano si mosse veloce, e nell’elegante grafia che le apparteneva scrisse: “Non si seppe mai il motivo per cui l’aereo sul quale viaggiava Massimo Ghioni precipitò al suolo subito dopo il decollo.”
Una lacrima scivolò sul foglio confondendo l’inchiostro ancora fresco.

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LA VALLE DI PHIL 2

La valle di PhilElizabeth si svegliò per prima, uscì e si recò al ruscello. D’inverno, una volta alla settimana riempivano una tinozza d’acqua e la facevano bollire; ma era più piacevole lavarsi all’aperto, in mezzo alla natura. Si spogliò completamente e si immerse fino al collo. L’acqua era gelida e per un attimo le tolse il fiato; incominciò a insaponarsi, cercando di ignorare i brividi e dopo qualche minuto si sentì meglio.
Quella notte aveva fatto un sogno strano. Era stato così vivido che le era sembrato di viverlo veramente. Nel sogno, attirava Patsy al ruscello con una scusa qualunque, poi la spingeva nell’acqua, si metteva a cavalcioni sopra di lei e la immobilizzava. Patsy scalciava furiosamente, ma Elizabeth era più forte e non aveva problemi a tenerle la testa sotto. La lasciava andare solo quando capiva che era morta. Nel sogno aveva svolto anche dei ragionamenti logici: l’avrebbe seppellita in un luogo isolato e, quando Phil fosse tornato con le provviste, gli avrebbe detto che Patsy se n’era andata. Ma c’era un problema: Phil non era uno stupido e non le avrebbe mai creduto. Patsy non era il tipo di donna disposta ad affrontare una camminata interminabile su e giù per le montagne. Se avesse voluto davvero lasciare la valle, si sarebbe fatta portare in paese con il pick-up. Era una storia che non reggeva.
Mentre lavava i capelli, Liz ripensò al sogno. Non avrebbe mai ucciso una persona, questo era fuori questione; ma in quei momenti si era sentita felice. A dispetto dei discorsi di Phil sulla loro unione perfetta, avrebbe preferito vivere da sola con lui. All’inizio era stato diverso: aveva creduto nelle sue parole, perché le condivideva. Pensava che un amore a tre fosse un atto di libertà; detestava le convenzioni ed era sicura che in quella valle si sarebbe sentita libera ed avrebbe affrontato ogni nuovo giorno con la consapevolezza di aver compiuto la scelta più giusta.
La gelosia si era insinuata simile a un viscido serpente. Elizabeth aveva tentato di scacciarla. Se Patsy fosse stata diversa, forse ci sarebbe riuscita. Ma Patsy apparteneva a una classe sociale più elevata, e non mancava di farlo notare, anche se in maniera molto sottile. Era un atteggiamento malizioso che contrastava con i loro principi e le poneva su un piano di competizione. Patsy cercava di mostrarsi superiore agli occhi di Phil. Per questo motivo la irritava quando si metteva quelle stravaganti scarpe o si presentava tutta agghindata con la gonna lunga e una camicetta elegante. Liz si vestiva in modo pratico: pantaloncini corti o blue-jeans e semplici canotte. Patsy voleva apparire diversa, era una radical-chic e probabilmente la disprezzava. Quando erano a letto assieme sosteneva di amarla; ma non c’erano sentimenti fra loro, solo l’intesa sessuale. Inoltre, Patsy non era adatta a quella vita. Liz aveva pensato che non avrebbe resistito a lungo e che un giorno li avrebbe lasciati, poi aveva capito che non sarebbe successo. Patsy era innamorata di Phil e non si sarebbe mai staccata da lui.
Guardò le montagne illuminate dal sole. Il cielo era perfettamente limpido, l’erba ancora verde, il paesaggio talmente bello da far male al cuore. Quel luogo era il paradiso terrestre e avrebbe voluto condividerlo solo con l’uomo che amava.
All’improvviso capì che se non poteva avere Phil tutto per sé, l’unica alternativa accettabile era che fosse lei la numero uno. Ed esisteva un modo per riuscirci. Patsy spesso diventava capricciosa e intrattabile, era pigra e si rifiutava di svolgere i compiti più impegnativi. Elizabeth reagiva aggredendola, però era un grosso errore. Phil non sopportava i litigi e così finiva per irritarlo. Doveva essere più scaltra: sopportare in silenzio le lamentele di Patsy, sobbarcarsi tutto il lavoro con il sorriso sulle labbra e dimostrarsi sempre disponibile nei confronti di Phil. Se lui avesse voluto fare l’amore, lo avrebbe accontentato anche se in quel momento non ne aveva voglia. Se l’atmosfera fosse stata tesa a causa di Patsy, avrebbe detto una battuta scherzosa.
Phil era quasi sempre allegro, ma nei suoi rari momenti di malinconia lo avrebbe abbracciato e stretto forte a sé. Prima o poi lui avrebbe notato quanto era diversa da Patsy, e il loro legame si sarebbe rafforzato. Liz voleva arrivare al punto in cui lei avrebbe deciso se Patsy poteva fare sesso con lui e, in ogni caso, dopo che lo avesse fatto lei.
Uscì dall’acqua e si asciugò strofinandosi vigorosamente. Era soddisfatta del suo piano e certa che con un po’ di pazienza sarebbe riuscita a realizzarlo. Avrebbe incominciato quella sera stessa.

Jack Straw era nato e cresciuto ad Ashbury. Mentre i suoi coetanei passavano il tempo davanti ai computer, giocando a basket o strimpellando musica, lui si dedicava ad attività molto più redditizie. Aveva rubato il primo portafoglio a quattordici anni e ammazzato la prima persona a sedici. Era privo di istruzione, ma possedeva un’intelligenza diabolica. Non aveva scrupoli, perché era uno psicopatico. La polizia non gli aveva mai messo le mani addosso: solo gli stupidi si facevano prendere. Aveva rapinato piccoli negozi, distributori di benzina, bar e ristoranti.
Aveva spacciato eroina di pessima qualità. Poi era passato alle banche. E aveva commesso l’unico errore della sua vita, scegliendosi come socio un idiota. L’ultimo colpo era fallito per colpa di Tom che si era fatto cogliere dal panico. Erano morti due agenti, e adesso tutte gli sbirri della California li stavano cercando. Jack aveva consultato una carta geografica. A poche ore di macchina c’era una valle isolata: se fosse riuscito a raggiungerla, si sarebbe rintanato lì per qualche mese. Quando le acque si fossero calmate, avrebbe deciso cosa fare. Poteva andare in Canada oppure in Messico, o forse addirittura in Sudamerica. Prima, però, doveva svanire per un po’ di tempo, e quella valle gli era sembrata perfetta. Affrontò il viaggio di notte e riuscì a evitare tutti i posti di blocco. Era sempre stato fortunato.
Si fermò in un paese sperduto per bere un caffè. Anche se le televisioni avevano mostrato il suo identikit, non pensava che lo avrebbero riconosciuto: si era tagliato i capelli a zero e aveva una fisionomia piuttosto comune. Era di statura media e non aveva né cicatrici, né segni particolari sul viso. Stava per risalire sulla Chevrolet, quando vide un uomo alto che attraversava la strada. Sembrava una specie di hippy. Il suo sesto senso lo mise immediatamente in guardia; si disse che forse, forse, quell’uomo non abitava da quelle parti. Aspettò che uscisse dall’emporio: era carico di provviste. Lo guardò avviarsi verso un pick-up, e capì che aveva trovato la persona giusta. Avrebbe scommesso la testa di Tom che l’hippy veniva dalla valle che lui stava cercando.
Tuttavia esitò un attimo di troppo. Il tizio stava già sistemando la spesa nel bagagliaio, fra un momento sarebbe ripartito, e non aveva senso seguirlo senza avere la certezza che fosse diretto veramente lì. Ma l’hippy attraversò nuovamente la strada ed entrò da Sally. Jack tirò un sospiro di sollievo. Si sarebbe bevuto una birra con lui ed avrebbe appreso quello che voleva sapere.
“Tu aspettami qui.”, disse a Tom.
Poi si diresse a sua volta verso il bar.

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