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Archive for agosto 2016

IL PROCESSO 9

Il processoEntrambi i legali – Newwhitebear e Rodixidor – avevano espressioni cupe e perplesse, ma un terzo avvocato annuì più volte. Patrick Massy Grifo era sobrio e soddisfatto: aveva fatto tutto quello che poteva; adesso toccava al giudice e al suo strano cliente.
“Le rivolgerò qualche domanda.”, disse Vostro Onore al professor Capehorn, dopo che questi ebbe debitamente giurato. Fra sé Maria Rosaria pensò che quell’uomo andava incarcerato solo per il ridicolo farfallino che portava. Ma forse, erano arrivati alla fine di un processo che aveva detestato dal primo momento. Avrebbe pure condannato con grande gioia ai lavori forzati White e Been, e anche i due azzeccagarbugli; peccato che non fosse possibile.
“Lei conosce la signora Nadia Been qui presente?”, domandò con calma.
Gli occhi di Capehorn corsero alla donna, che evitò il suo sguardo. “Sì.”
“In che occasione vi siete incontrati?”
“Tramite conoscenze comuni venne a cercarmi. Dichiarò che era una scrittrice e che voleva migliorare, sapeva che davo lezioni di scrittura creativa… pagò il conto in anticipo.”
“E queste lezioni?”
“Be’, si svolsero. Mi fece leggere ciò che aveva scritto di recente – un’infamia, se posso permettermi – e poi mi mostrò anche alcune pagine di una sua amica, la signora Alexandra White. Mi chiese chi, a mio avviso, fosse la migliore: una domanda veramente difficile! Le avrei viste bene a lavorare nei campi, con tutto il rispetto per gli agricoltori, si intende. Una peggio dell’altra, era proprio difficile stabilire qual era la meno dotata; in ogni caso, mi aveva pagato: pertanto mi misi all’opera. Si dimostrò piuttosto lenta di comprendonio, inoltre invece di svolgere i compiti che le assegnavo preferiva arrampicarsi sugli alberi e dare la caccia alle lucertole. Un disastro, insomma! Allora, preso dalla disperazione, le diedi da leggere un mio manoscritto. Della serie, guarda e impara.”
“E?”, volle sapere il giudice.
“Non la vidi più. Tempo dopo, entrai in una libreria e vidi…” Il teste tossì convulsamente, diventando rosso in faccia per l’indignazione.
“Si controlli!”, abbaiò Maria Rosaria.
“Sì, mi scusi. Vidi un romanzo, un libro, che avevo scritto io! Era lo stesso che avevo dato da leggere alla signora Nadia, però non era lei che figurava come autrice, bensì la sua amica. Non sapevo cosa fare, alla fine mi consultai con l’avvocato Massy Grifo. Venimmo a sapere che c’era un processo, che Been aveva accusato White di averle rubato il suo manoscritto (cioè il mio) e decisi di farmi avanti. Questo è tutto.”
Marirò annuì. Prese un registratore, lo mise in funzione e lanciò uno sguardo di fuoco ai presenti per imporre il silenzio.
Nell’aula si udirono voci alterate, stridule, insulti vari. Le voci erano quelle di Alexandra White e di Nadia Been. A un certo punto, prima della rissa, White gridava: “Lo sai bene che non l’ho rubato a te, perché non è farina del tuo sacco!”
Vostro Onore spense il registratore. Non era il caso di riascoltare la scena da pescivendole che seguiva.
Tutti la fissavano allibiti. “Vostro Onore…”, era James Rodixidor. “Con il permesso della corte…”
“Nessun permesso!”, latrò il giudice. “La faccenda è deplorevole e chiara. Ci troviamo di fronte a due ladre, che litigano per il bottino. Questi sono i fatti: Nadia Been ha rubato “2693 D.C. al professor Capehorn, dopodiché White l’ha rubato a lei. Obiezioni?”
J.P. Newwhitebear si alzò lentamente in piedi. “Ehm… mi appello alla clemenza della corte.”
“E lei?”, Marirò si rivolse a James Rodixidor.
“Le prove!”, sentenziò il principe del Foro. “Abbiamo la parola del professore contro la parola della mia stimatissima cliente. Un po’ poco per emettere un verdetto!”
“Il nastro lo avete sentito.”, ribatté il giudice. “E, inoltre, il professor Capehorn mi ha portato questi.” E sventolò una fascio di fogli. “E’ l’originale di “2693 D.C.”, scritto di suo pugno, a mano.”
“E chi lo dice che è l’originale? Potrebbe trattarsi di una messinscena.”
“Sì.”, ammise Marirò. “Peccato che questo tagli la testa al toro. Le pagine che qui vedete”, e le agitò ancora per aria, “non sono fogli di cartoleria, bensì ritagli di giornale, scontrini di bar e di centri commerciali, sui quali il professore ha scritto a pennarello.”
Il giudice si concesse un sorriso maligno. “E si vedono le date!”, aggiunse con voce falsamente mielosa.
James Rodixidor tacque, impietrito.
Nadia si coprì il viso con le mani, Alexandra scoppiò in lacrime.
Vostro Onore batté il martelletto e scandì con voce chiara: “In nome del popolo americano, questa corte condanna le signore White e Been al pagamento delle spese processuali. In più, vista la gravità del reato da loro commesso, le condanna altresì a frequentare per un anno il centro sociale del reverendo Collins, dove imbiancheranno i muri e daranno assistenza ad anziani e invalidi. ”
“Ma io…”, protestò Nadia Been.
“La seduta è tolta.”

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GUERRA TOTALE 4

Martin YarbesQuella tiepida sera di giugno il Restaurant Russkie Sezony ospitava solo due commensali. Se a qualcuno fosse venuto in mente di gustare il buon cibo di quel locale, sarebbe stato gentilmente dissuaso dal farlo. Due macchine con otto uomini armati stazionavano fuori, altri quattro uomini del servizio segreto erano divisi in due coppie: la prima controllava l’ingresso, la seconda aveva scelto una posizione da cui poteva vedere sia l’interno della cucina, sia la sala da pranzo. Naturalmente avevano tutti la giacca sbottonata.
Putin mangiò poco, limitandosi a un po’ di caviale. La scorta aveva portato dal Cremlino piatti, posate e tovagliolo, come da consuetudine. Yarbes, invece, aveva appetito. Dopo la tartina, si dedicò all’insalata Olivier (quella che in Italia viene chiamata insalata russa) per poi proseguire gustando una squisita Borsht, una minestra a base di barbabietole, e infine dandoci dentro con un tipico piatto russo di pezzi di manzo saltati, serviti in una salsa con smetana. Chi aveva detto che negli States la cucina era di gran lunga migliore?
Il quadro geo-politico che Martin aveva ricavato dalle numerose letture era complesso come la realtà del medioriente. La religione (intesa anche come forma di potere) dominava su tutto e a questo riguardo gli americani avevano commesso un grave errore attaccando per la seconda volta l’Iraq, uno Stato fondamentalmente laico che fungeva da cuscinetto fra il Paese più popolato, l’Iran (che arabo non è), e le nazioni arabe. Era stato come scoperchiare il vaso di Pandora. Per quanto folle e crudele fosse, Saddam Hussein governava con pugno di ferro, eliminando ogni forma di dissidenza e impedendo ai fondamentalisti di attecchire sul territorio. La sua caduta era assimilabile alla morte di Tito, che aveva portato alla dissoluzione della Jugoslavia, con conseguenze ancora peggiori poiché non circoscritte ai Balcani (dove il petrolio non c’è e pertanto l’interesse della comunità internazionale è minimo).
Non a caso, Abu Bakr al-Baghdadi era iracheno. E lo stesso valeva per il nuovo Califfo, Abu Muhammad al-Adnani al-Shami. Il cuore dell’Islam è comunque l’Arabia Saudita, dove si trovano le città sante, La Mecca e Medina. E sebbene in date circostanze avesse appoggiato gli Usa (o chiesto l’appoggio come ai tempi dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, a causa del pericolo concreto di perdere pozzi petroliferi) manteneva tuttavia un atteggiamento ambiguo.Vi era poi la disputa fra sunniti e sciiti. E infine l’odio generalizzato nei confronti di Israele.
Un bel ginepraio, rifletté Yarbes.
Putin interruppe il corso dei suoi pensieri. Benché di malavoglia, ammise: “Forse anche noi abbiamo sbagliato, anche se al momento ci ritenevamo soddisfatti. Eliminando Abu Bakr pensavamo di aver risolto il problema, ma chi lo ha sostituito si è dimostrato più intelligente e perfido. Se lei lo ammazzerà, avrà reso un gran servigio al mondo intero.”
Yarbes inghiottì l’ultimo pezzo di carne. “Prima devo trovarlo.”
“Non sarà semplice.”, disse Putin. “Noi ci stiamo provando da tempo. Però abbiamo qualche elemento, dati non sicuri, certo, più che altro spifferi che possono corrispondere al vero o risultare del tutto fasulli. A tale proposito, ho il piacere di presentarle una persona che da sei mesi sta lavorando a questo caso. Non sarà Matrioska o il suo vecchio “amico” Pomarev, ma è in gamba. Le interessa avvalersi di un aiuto?”
Fuori, sebbene il sole fosse già tramontato, il cielo era ancora rischiarato da un residuo di luce. Una luce di speranza, forse, pensò l’americano. A quel punto ci si aggrappava a tutto.
Yarbes esitò. In realtà, preferiva lavorare in proprio; peraltro sei mesi, specie se intensi, superavano i suoi pochi giorni. Annuì, quindi rivolse uno sguardo interrogativo allo “zar”. Putin fece un cenno del capo all’agente che stava vigilando accanto alla porta della cucina. Questi si affrettò a uscire. Un minuto più tardi rientrò nel ristorante, accompagnato da un uomo. Dimostrava circa quarantacinque anni, era alto e aveva lo sguardo freddo. Si avvicinò al tavolo e chinò la testa in segno di saluto. Putin lo invitò ad accomodarsi. “Il maggiore Ivan Drozdov.”, lo presentò. Poi si rivolse al nuovo venuto. “Questo signore è… ehm… il generale Martin Yarbes.”
“Credo che Yarbes sia sufficiente.”, replicò divertito Martin.
Drozdov annuì.
“Io ho il compito di uccidere il Califfo.”, disse Yarbes con calma. “Lei ha individuato il suo rifugio?”
Si era espresso in russo. La risposta venne data in un buon inglese, non perfetto come quello di Vladimir Putin, ma più che accettabile. “No. Ho dei contatti, tramite i quali ho potuto farmi delle idee. E sono in procinto di incontrare altri contatti. L’idea è quella di sganciare una bomba sul suo tetto… con al-Baghdadi ha funzionato.”
“Già.”, convenne Yarbes. “Il mio piano è leggermente diverso. Lei saprà certamente ciò che è successo da noi. Una strage. Una strage insensata e infame. Mia… la mia ex moglie è viva per miracolo, pertanto questa è anche una questione personale. Io voglio eliminare il Califfo con le mia mani, e penso di essere in grado di farlo. Lei cosa dice?”
Drozdov lo guardò negli occhi, valutandolo. Quello che vi lesse gli piacque. Scorse come immagini di un passato che lo aveva visto agire in modo implacabile, a volte al di fuori degli schemi, delle leggi vigenti, dell’umana comprensione. C’era in lui un fondo di glaciale durezza e, sebbene non fosse più giovane, c’era pure la capacità di tradurla in pratica. D’altro canto, Putin gli aveva parlato di quel cekista. CIA! I nemici per antonomasia del suo popolo. Però i tempi cambiano, così come le prospettive. E adesso il traguardo era uno soltanto. L’avversario, almeno l’avversario principale, non risiedeva più a Washington, ma in una sperduta località della Siria o dell’Iraq. Se l’uomo della Central Intelligence Agency poteva essere d’aiuto per togliere di mezzo il porco musulmano, allora era il benvenuto.
Ivan Drozdov, agente dell’SVR e prima ancora del KGB, per la prima volta sorrise.

Monica non si sentiva esattamente male, certo non bene. Di quanto era accaduto non ricordava niente, né le interessava assolutamente indagare. Sdraiata sul letto, stava pensando a Martin. Al modo in cui l’aveva guardata, alla tenerezza che aveva colto nella sua espressione. Lo aveva lasciato, incolpandolo per la morte di John. Era stata una decisione giusta? Non si trovava nelle condizioni migliori per esplorare a fondo la vastità dei sentimenti che provava. Erano così diversi l’uno dall’altro! Da un lato, la ragionevole sicurezza di avere agito secondo coscienza; da un altro lato, il dubbio, ora crescente, che esisteva una morale superiore ai risentimenti, per quanto motivati essi potessero essere.
La morale che nasceva dalla condivisione degli affetti. E forse Martin non aveva amato John quanto lei, sia pure in forma differente?
E se aveva sbagliato, non esisteva la parola “perdono”?
Dubbi che non l’avevano sfiorata prima dell’incidente, non avrebbe saputo descriverlo in altra maniera; nessuno le aveva fatto il conto dei morti, e lei era troppo debole per chiedere chiarimenti.
“Perdono”?
Non lo sapeva.
Non lo sapeva ancora.

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IL PROCESSO 8

Il processoChiusa a chiave nel suo studio, Maria Rosaria rilesse attentamente quello che aveva scritto, annuì varie volte, dopodiché firmò utilizzando un nome falso – off course. Si trattava di una lettera durissima indirizzata all’autore del libro di Heidi, nella quale Vostro Onore esprimeva il suo fiero disappunto per le sventure amorose della protagonista. Esortava anche lo scrittore a realizzare immediatamente un nuovo romanzo nel quale venisse fatta finalmente giustizia.
Sentendosi un po’ Annie Wilkes (l’infermiera pazza di “Misery”), nascose la missiva e tornò a fissare con antipatia la cassetta. Già era assurdo che nell’anno di grazia 2016 si utilizzassero ancora strumenti così obsoleti. Inoltre, il contenuto di quel nastro la costringeva a riflettere, e non ne aveva nessuna voglia. Aveva escluso che venisse accettato come prova; questo, però, non toglieva che suscitasse forti dubbi in merito all’intera vicenda.
Decise di riascoltarlo per l’ennesima volta. A titolo di consolazione, sorrise malignamente pensando ai giurati furibondi dopo che aveva provveduto a porli in isolamento.
Ed ecco di nuovo rumori e voci. Un campanello suonava. Alexandra White, che stava “componendo a voce”, andava ad aprire la porta. Nadia Been parlava, ma si capiva poco a causa della distanza. White replicava in maniera alterata. Le parole, tuttavia, sfuggivano. Poi le due donne si avvicinavano al registratore e il dialogo diventava comprensibile. Insulti vari. Quindi, la frase “incriminata”. Voci sempre più concitate, stridule, rabbiose. Strilli.
Di seguito, un rumore di lotta. Pochi minuti. Adesso White gridava: grida di dolore. A un tratto implorava l’altra. Il suono di diversi schiaffi. “Ti prego, basta!” Era di nuovo White.”Oh, abbiamo appena incominciato.” Questa era Nadia. Altre sberle, piuttosto forti a giudicare dal rumore e dai gemiti disperati. Forse due pugni, sebbene fosse difficile da stabilire. White continuava a chiedere pietà; probabilmente era stata immobilizzata e non poteva più difendersi. Infine, la porta che sbatteva. E Alexandra che piangeva. Stop. Risultava chiaro chi aveva vinto quello scontro e chi lo aveva perso. Alexandra White le aveva prese di santa ragione. Al giudice non poteva importare di meno; fra l’altro le trovava entrambe piuttosto antipatiche, diciamo sull’odioso andante.
Ciò che contava era la frase.
Tutto ruotava su quella frase.
Doveva prendere una decisione, ma aveva già mal di testa. Un’emicrania acuita dal ricordo della camicia color crema del marito; prima di metterla a lavare, l’aveva controllata, e non le erano sfuggite le macchie di rossetto. Maledetto Texas!
White era sicuramente colpevole… ma non era l’unica colpevole.
E in base a quanto aveva detto quello strampalato legale esisteva un solo modo per appurare la verità.

Allo scopo di non irritare ulteriormente la giuria, James Rodixidor e J.P. Newwhitebear avevano deciso di non convocare altri testi. Ora ambedue erano concentrati sull’arringa finale.
Rodixidor non aveva dubbi sul verdetto. Era certo di aver dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che “2693 D.C.” era stato scritto da Nadia e che Alexandra lo aveva spudoratamente rubato.
Newwhitebear era quasi altrettanto sicuro del verdetto, ovviamente a parti rovesciate. La sua cliente sarebbe stata scagionata. Magari non grazie a lui: White gli aveva detto che aveva sedotto un giurato influente; se era vero, andava bene così, e al diavolo l’orgoglio professionale! D’altro canto i soldi erano più importanti di un ego (vagamente) insoddisfatto.
In quanto ai giurati, volevano soltanto che quel deprimente processo finisse, in modo da poter tornare a vivere, cosa al momento non possibile visto il regime di isolamento cui erano stati sottoposti dalla nazista. Altro che Vostro Onore! Il solo soddisfatto e tranquillo era Willyco. Avvalendosi di metodi assai subdoli era riuscito a far pendere la bilancia nella direzione da lui voluta. Lo attendeva una bella ricompensa.
Ma tutto questo, ogni pensiero, ogni speranza di vittoria, ogni malumore, scomparve allorchè il giudice fece il suo ingresso nell’aula di giustizia. Contravvenendo decisamente alle norme, annunciò che convocava un nuovo teste per propria libera scelta. Quali norme!, pensò amaramente la donna: quelle che dovrebbero impedire a un marito di andarsene in Texas per affari, vestito da cow-boy con tanto di cappello a tesa larga, stivali, cravatta sottile e camicia color crema?
I due avvocati la fissarono allibiti, il portavoce Willyco corrugò la fronte, perplesso, White e Been sollevarono di scatto la testa. Erano ambedue annoiate e si chiesero cosa diavolo avesse in mente Vostro Onore.
Maria Rosaria intimò il silenzio e, scandendo bene le parole, dichiarò: “Chiamo a deporre il professor Capehorn.”
Poi picchiò con forza il martelletto, fulminando con lo sguardo tutti i presenti.

Ben ritrovati, amici 🙂
A presto con la nuova puntata di “Guerra Totale”

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