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Archive for dicembre 2012

IL MIO CONIGLIETTO

Il mio conigliettoLa scorsa notte – in realtà era già mattino, sebbene il cielo fosse ancora scuro – ho fatto un sogno terribile.
Era legato a un ricordo vero, che non finisce di straziarmi il cuore: la morte del mio coniglietto, dopo che il veterinario mi aveva assicurata che ormai era fuori pericolo.
Il mondo è pieno di bastardi. Chi abbandona un animale su un’autostrada è un bastardo. Nessuno lo aveva obbligato a prenderlo, poteva farne a meno. E, invece, per capriccio, per stupidità o altro, se lo è portato a casa, forse per la gioia di figli scemi.
Un animale non ti chiede niente. Ti offre amore. Un amore assoluto che è superiore a quello di un’altra persona umana. Un po’ di cibo, qualche carezza: in cambio, la dedizione totale.
Il mondo è pieno di bastardi. Sono tali coloro i quali giudicano in base al colore della pelle, all’etnia, alle preferenze sessuali, alla consistenza del conto in banca, casa, barca, auto di lusso. Sono tali quelli che giudicano, condannano o assolvono soltanto in base a pregiudizi. Vanno in chiesa e poi rifiutano il minimo aiuto, scansano con fastidio i mendicanti, tradiscono la moglie per soddisfare il basso ventre, scordando dignità e pudore.
Io, che sono laica, conosco il Vangelo meglio di loro.
Erano fascisti, certo, ma subito dopo la liberazione diventarono partigiani in modo da regolare vecchi conti in sospeso. E i loro figli, oggi, parlano con sussiego degli arabi ignoranti e sporchi – quando è risaputo che si lavano più di noi, e che mentre qui c’era il Medioevo, da loro fioriva la civiltà: matematica, filosofia, poesia, la costruzione di edifici splendidi.
Il mondo è pieno di bastardi, che accedono ai siti web più sporchi per vedere o comprare bambini; per conoscere donne disperate e metterle incinta salvo poi scomparire. Senza il minimo rimorso. Senza un barlume di coscienza. Ed eccoli al bar a disquisire in maniera ignorante dei grandi problemi: Monti, Berlusconi, Renzi, la crisi, la gente che non arriva alla fine del mese, i negozi che chiudono, la disoccupazione dilagante… ma loro i soldi ce li hanno. E lo yacht. E il conto all’estero. Dichiarano un reddito di diecimila euro all’anno. E gli credono, o fingono di farlo.
Si danno molte arie e deplorano l’arrivo dei neri e degli slavi. Dato che non possiedono cultura, non sanno che agli inizi del Novecento gli italiani andarono a cercare lavoro in America, Stati Uniti e Argentina. E più tardi in Germania. Razzisti che credono al mito della superiorità nordica. Come Hitler.
Amavo molto il mio piccolo coniglio.
Nessuno mi ha amata più di lui.
Quanto conforto mi ha dato nelle ore più tristi! Io e lui soli in casa, mentre fuori si alzava la nebbia; un cd che ricordava momenti più felici, un libro abbandonato sul divano. E tante carezze, tanti bacini, un mondo di tenerezza che mi aiutò più di quanto non abbiano fatto gli “amici” umani.
Quell’incubo mi ha sconvolta. E’ tutto il giorno che soffro. Perciò, scusatemi lo sfogo, se potete. Questo forse dimostra che non sono fredda, come alcuni pensano.
Comunque, se mai dovessi incontrare qualcuno nel momento in cui scaccia il suo animale, lo ucciderei.
Perché non si può perdonare un simile bastardo. Mai!

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L’INVIDIA DEI FIORDALISI

L'invidia dei fiordalisi“Sei un fenomeno!”
Glielo dicevano tutti ed era vero perché segnava cinque gol a partita. Naturale che fosse destinato al calcio, quello autentico, e infatti a diciotto anni giocava in serie C e a ventidue in B. Ma non arrivò mai in A. Aveva dei chiari limiti, tecnici, fisici, di personalità. Trascorse la carriera fra seconda e terza serie, non andando mai oltre le otto reti a stagione.
Quando compì i trentaquattro anni, aveva le caviglie in disordine e meditava di ritirarsi. Ma quell’estate si ritrovò protagonista involontario di un complicato giro di acquisti e di vendite, e finì alla Roma.
Firmò un contratto per lui più che sontuoso e naturalmente si vide tutto il campionato dalla tribuna.
Andava bene così. Da tempo ormai sapeva di non essere un fenomeno, ma solo uno dei tanti, tantissimi, ragazzi baciati dalla passione ma non dal talento, quantomeno non da “quel” talento necessario per imporsi ad alti livelli.
L’otto maggio ci fu la finale di Champions League. Zeman si ritrovò senza Totti, squalificato, Destro, Lamela, De Rossi, tutti infortunati. Marco Palestrione, il “fenomeno”, per la prima volta si accomodò in panchina. Da lì vide Xavi fare un lancio di quaranta metri, Iniesta addomesticare la palla e involarsi, Messi mettere in rete. Il Barcellona sfiorò due o tre volte il raddoppio, poi si limitò a controllare la partita senza affanni. La Roma ruminava gioco in modo inconcludente. La sorte di quella finale era già segnata: il Barcellona sarebbe tornato campione d’Europa.
Palestrione non seguiva più la partita. Sognava.
Un piccolo prato alla periferia della città. Marco era orgoglioso della sua maglietta rossa, dei calzoncini bianchi, ma soprattutto del numero nove stampato sulla schiena. Aveva già fatto tre gol e mentre ciondolava per il campo, vagamente insuperbito, incontrò lo sguardo di una ragazzina bionda. Era piccolina, magra, ma con degli occhi straordinari. Lei si accorse che lui l’aveva notata, e gli rivolse un sorriso timido. Marco ricambiò, ignorando il passaggio del mediano e perdendo la palla. Non era importante. Due minuti dopo scartò quattro avversari, portiere compreso, e depositò il pallone in rete con un tocco felpato. Poi si disinteressò completamente del gioco per guardare la biondina.
Si chiamava Sonia, abitava nel suo stesso quartiere, lavorava come commessa in un supermercato. Faceva l’amore in modo divino. La prima volta fu in spiaggia, di sera, mentre lo scirocco increspava le onde del mare, creando giochi magici illuminati dalla luna.
Si sposarono, e lei lo seguì in tutte le città dove la sua professione lo portava. Era una presenza costante, era il vero significato della sua vita: ben oltre il calcio.
Si trovava talmente assorto in quei pensieri che non si accorse che la Roma aveva pareggiato. Fu riportato alla realtà dall’entusiasmo degli altri giocatori che sedevano in panchina con lui. Finse di esultare, anche se a dire il vero non gli importava molto. Perché era arrivato a un’altra pagina della sua vita. Il giorno più brutto. Quando quell’orribile dottore gli aveva detto che non c’erano più speranze. A distanza di poche ore Sonia lo lasciò per sempre. Nel vuoto della solitudine e dell’infelicità.
Del rimpianto di un amore unico, assoluto, meraviglioso.
Una mano si posò sulla sua spalla facendolo sobbalzare. Era l’allenatore. “Mancano due minuti.”, disse. “Entra.”
Palestrione lo guardò sconcertato. “Io?”
“Sì, tu.”, rispose Zeman con calma. “Sei fresco e sai tirare bene i rigori. Andrai sul dischetto per ultimo. Non pensarci troppo, tira una gran botta e segna.” Poi si girò per richiamare l’attenzione del quarto uomo.
Palestrione fece il suo ingresso in campo un istante prima che l’arbitro fischiasse la fine. La finale si sarebbe decisa ai rigori. Lui fece qualche corsetta, giusto per scaldarsi un po’.
“Sai tirare bene i rigori.”
Lo sapeva. Non ne aveva mai sbagliato uno. Quando vedeva la palla rotolare in rete, cercava sempre lo sguardo di Sonia. Poi… poi non aveva cercato più niente. Si era sempre allenato con impegno, aveva giocato, bene o male a seconda dei casi, ma non aveva più tirato dal dischetto.
“Sei un fenomeno!” Sorrise, ma più che un sorriso il suo risultò un ghigno. Anche Sonia gli diceva che era bravo. I compagni lo chiamarono. Toccava a lui. Alzò gli occhi verso il tabellone luminoso. Gli spagnoli avevano trasformato quattro rigori su cinque, la Roma non aveva fallito i suoi. Se lui avesse segnato, la Roma avrebbe vinto la Champions League.
Raccolse il pallone e lentamente si avviò verso il dischetto.
Il pubblico tratteneva il fiato.
Come sempre, Palestrione era calmo. Depositò con cura la palla, trasse un profondo respiro e si allontanò per prendere la rincorsa. In quegli attimi non pensava che sarebbe potuto passare alla storia, lui, mediocre calciatore di provincia. Non pensava che avrebbe potuto sbagliare, sottraendo la vittoria alla sua squadra.

La prima volta fu in spiaggia, di sera, mentre lo scirocco increspava le onde del mare, creando giochi magici illuminati dalla luna. Ci furono molte altre volte, così belle da far invidia ai fiordalisi, così dolci da ricordare il profumo di una serata di maggio. “Ti amo!”, diceva lei. “Ti amo!”, rispondeva lui.
“Avremo un bambino e assomiglierà a te.”, diceva Sonia. “No, tanti bambini, e saranno come te.”, rispondeva Marco. Si stringevano e restavano abbracciati, mentre le stelle si spegnevano una ad una, mentre il vento sussurrava le sue fiabe agli alberi, e la notte avvolgeva il mondo con il suo manto intessuto di sogni. L’alba li vedeva ancora abbracciati, e il suo primo sorriso era per lei. Bevevano il caffè pregustando l’incanto di una nuova giornata. Ridevano e parlavano del futuro. Lei scherzava, prendendolo in giro per il naso troppo lungo. Lui ribatteva che esistevano delle proporzioni segrete, note soltanto ai saggi, e che un naso lungo era assai importante. Lei lo baciava. Lui le accarezzava il viso. Gli occhi di Sonia splendevano di felicità. Gli occhi di Sonia si sarebbero chiusi per sempre.

Ma non doveva pensare. Scrollò la testa, come per sgombrare la mente. Guardò il portiere avversario.
Corse verso il pallone.
Ci furono molte altre volte, così belle da far invidia ai fiordalisi.

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RACCONTO DI NATALE

Racconto di NataleEra la sera del 25 dicembre.
Stefano De Gregorio guidava per le vie del centro, in preda a una profonda insoddisfazione. Aveva scritto un libro, strappando le ore al sonno, rubando ogni attimo possibile alla giornata, finendo per perdere Silvia, che si era stancata dei suoi continui sbalzi d’umore e del suo atteggiamento distratto e lontano, come perso in altri mondi.
Aveva scritto un libro bellissimo, e lo sapeva: in quel romanzo era riuscito a riversare le sue più profonde emozioni, aveva dato vita a personaggi che sembravano vivere sulla carta, tanto erano credibili e ben caratterizzati. La sua storia aveva un senso, era avvincente e ricca di poesia. Poi lo aveva mandato a dieci case editrici e, con l’eccezione di una che non si era nemmeno degnata di rispondere, aveva ricevuto nove risposte praticamente identiche. “La ringraziamo per averci inviato il suo manoscritto. Purtroppo siamo spiacenti di comunicarle che…”
Stefano detestava il monotono lavoro di ufficio che gli era toccato in sorte, non amava i suoi colleghi, e aveva sognato di dedicare la sua vita alla scrittura. Ma evidentemente non stava scritto nelle stelle. Perso in quei cupi pensieri, sbagliò strada e si ritrovò a percorrere il lungolago. Era una serata gelida, sferzata dal vento del nord: nemmeno le luci e gli addobbi natalizi riuscivano a infonderle un minimo di calore. Si guardava distrattamente attorno quando notò il mendicante. Lo aveva visto molte volte su quella panchina, proprio di fronte al lago. Ora l’homeless sedeva tutto intirizzito, stringendosi nel sudicio cappotto che lo accompagnava da anni. “Poveretto!”, pensò Stefano.
Spinto da uno strano impulso, rallentò, parcheggiò la  macchina e si avviò in direzione del vecchio mendicante. “Vieni.”, gli disse. “Stasera voglio offrirti una buona cena, al caldo.” Fece salire sulla Punto l’incredulo vecchio e lo condusse a casa sua. Quando entrarono nel piccolo appartamento, Stefano stappò una bottiglia di vino, e offrì un bicchiere al suo ospite. Poi apparecchiò la tavola, e preparò una cena a base di ravioli in brodo, salmone, cestini gastronomici, prosciutto crudo e insalata russa. Il mendicante mangiò avidamente, e bevve quasi tutta la bottiglia di vino. Quando Stefano lo riaccompagnò sul lungolago e gli porse un biglietto da cento euro, il vecchio gli sorrise e gli disse: “Sei un uomo buono. Sicuramente la tua vita è bella e piena di soddisfazioni, perché te lo meriti.” Stefano alzò le spalle. Non intendeva sciupare l’atmosfera di quella serata parlando delle sue frustrazioni, del meraviglioso libro che aveva scritto e che nessuno avrebbe mai letto. Si salutarono, entrambi vagamente impacciati.

Due giorni dopo, Stefano De Gregorio andò a controllare la posta. C’era una lettera. Riconobbe immediatamente il marchio della casa editrice, l’unica che non gli aveva ancora risposto, la più importante. “Un  altro rifiuto!”, pensò mentre apriva la busta. Scorse rapidamente il foglio. C’era scritto: “Siamo lieti di comunicarle…”

Buon Natale, miei cari amici 🙂

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Dark StarALESSANDRA:
La musica scorreva fluida.
Accovacciata sul divano, scalza e in pantaloncini corti, guardavo fuori della finestra. Era una bella serata di settembre, il cielo era luminoso, cosparso di stelle; la luna era perfettamente visibile. Una brezza leggera recava con sé il profumo del bosco. La chitarra di Jerry Garcia disegnava arabeschi, accarezzava l’anima; poi tutto il gruppo si univa a lui e “Dark Star” si trasformava in un sortilegio, un viaggio magico che mi incantava e mi faceva sognare. I ricordi del passato emergevano vividi, e il forte senso di malinconia che essi portavano in dono veniva stemperato dalla sublime bellezza di quei suoni.
Chiusi gli occhi, lasciandomi trasportare lontano. Vidi una bambina felice che correva incontro al suo papà. Aveva sentito l’inconfondibile rumore della sua macchina ed era corsa fuori di casa per abbracciarlo. Era stato a Parigi per tre giorni, e la sua assenza le aveva pesato moltissimo. La bambina voleva bene alla mamma, ma adorava suo padre. Lui parcheggiò l’auto, scese e la prese fra le braccia, stringendola forte. Alla bambina piaceva molto la fragranza del suo dopobarba: anche se fosse stata bendata, lo avrebbe riconosciuto fra mille. Quel pomeriggio aveva giocato nel giardino, fingendosi Robin de Bois, e combattendo contro lo sceriffo di Notthingam. Aveva una piccola spada, un arco e una faretra piena di frecce colorate. Quando il sole era calato, era rincasata per cenare, e la mamma le aveva promesso che l’indomani l’avrebbe portata al cinema. Poi sarebbero andate al piccolo porticciolo, e avrebbero fatto il bagno in una linda spiaggetta che generalmente era poco frequentata, dato che si trovava lontana dalla Croisette. Sarebbe stata una giornata stupenda, la bambina lo sapeva, nello stesso modo in cui era stupenda quella serata. Il mare riposava tranquillo, appena mosso dal Mistral, in lontananza si scorgeva il profilo di una nave, le palme erano illuminate dalle luci di Cannes.
Fu quella sera che suo padre le raccontò la fiaba della piccola scimmia e del grande leone. Ora non la ricordava più, però rammentava che era una storia dolce, colma d’amore, serena. Così come era serena la bambina, in quella sera, seduta sul prato con le gambe incrociate, le ginocchia tutte sbucciate, mentre papà parlava, narrava, la conduceva per mano in Africa, dove si udivano mille suoni diversi, si vedeva il veld passare nel giro di pochi minuti dal crepuscolo alla notte, si percepiva la presenza di una quantità di magnifici animali.
Mi alzai per far ripartire il cd, e ancora una volta la stanza si colmò di quella musica straordinaria; di nuovo la chitarra che inseguiva tramonti e aurore, e poi il basso pulsante di Phil Lesh che trovava sentieri sconosciuti per raggiungerla, creando altre magie, perché a ogni ascolto, quella incredibile canzone assumeva sfumature inedite, armonie che si componevano e si scomponevano come trascinate dal vento, per giungere infine a toccare il cuore.
Non so se fu per quella musica o per il ricordo di una bambina serena che ascoltava la fiaba del leone e della scimmietta: so solo che incominciai a piangere. Le lacrime bagnarono il mio viso, mentre ripercorrevo strade che erano ben distanti da quel lontano tempo felice. La bambina era diventata una ragazza. La ragazza era diventata una donna. La donna aveva conosciuto l’amore per poi perderlo. Aveva guardato il mondo con occhi diversi, e molto di quello che aveva visto non le era piaciuto. Aveva capito che la vita non è una fiaba, che il tempo dei giochi era finito, che invidia e malvagità avevano scacciato gli elfi dalle foreste, i nani dalle loro grotte, le fate dai giardini incantati. La donna aveva lottato, sebbene sapesse che la sua battaglia era già persa in partenza, contrastata da folate di aria gelida, da piogge incessanti, dal cupo rombo del tuono.
La donna aveva camminato a lungo, aveva cercato di ritrovare la serenità di un tempo, si era imbattuta in mendicanti che conoscevano antichi segreti, e in uomini avidi dal cuore di ghiaccio. Aveva scoperto che l’amicizia di altre donne celava sentimenti meschini. Invano, aveva continuato a lottare ostinatamente, mentre gli dei ridevano di lei.
Ma la donna aveva bisogno di sognare. La donna sapeva che da qualche parte, in un angolo sconosciuto e remoto del mondo, avrebbe trovato gli elfi, e i nani, e le fate.
Fu così che un giorno decise di scrivere.
In questo modo, non sarebbe stata più sola, perché a Lorien, nella terra dove risiedono gli ultimi elfi, la solitudine non esiste.

MICHELLE:
A Lorien
nella terra dei sogni
abitata da elfi e fate
il cielo s’illuminava
ammantato di stelle
nell’intensa meraviglia 
colma di memorie
dove gioco o leggenda
diventava vita
su aurore di sole
tramonti a colori
nel cuore d’una bambina
diventata ragazza
 
 /che ascoltava le fiabe e amava suo padre/
 
Aspersa dai ricordi
scorreva fluida la musica
su rimbalzi di corde
cantava l’aria
– suono di chitarra –
emozioni di note
di riso e di pianto 
di vento nel vento 
ritratti d’un tempo
di dolci magie – di tristi allegrie
e fu cosi che – la ragazza
diventata donna  – custode dei sogni
decise di scrivere

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Il crepuscolo della Lubjanka 13Quando Pomarev uscì per ultimo dall’appartamento, era immerso in profondi pensieri. L’americano era stato messo in guardia e in fondo questo poteva essere spiegabile, dato che godeva della protezione dell’Organizacija.
Ciò che gli sfuggiva era il motivo di quell’appoggio. Soldi, si disse. Ma esisteva un’altra domanda. Come aveva fatto a venire in contatto con loro? Un traditore, ai vertici del KGB o del GRU. Un traditore contrario a ciò che Kryuchkov e gli altri stavano progettando di fare. Un uomo che intendeva sabotare l’operazione. Ma allora perché Yarbes non si era ancora incontrato con il segretario generale? Poi rammentò che Gorbaciov era appena partito per trascorrere le vacanze in Crimea. Questo spiegava tutto.
La vecchia giaceva sul pavimento del soggiorno. Ci avrebbero pensato quei bastardi a seppellirla. Ma la sua morte rappresentava una ben magra consolazione. Per la seconda volta, Yarbes gli era sfuggito. Lo avrebbe trovato, pensò. Lo avrebbe trovato e lo avrebbe eliminato. Intanto, fra breve, avrebbe avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con la sua complice. Era interessato a conoscere quanto alta fosse la soglia del dolore di una cekista americana.
Gli uomini del Gruppo Alpha cominciarono a scendere le scale. Pomarev si apprestò a seguirli.
Nessuno di loro aveva preso in considerazione l’idea di controllare il ballatoio, in fondo al quale c’era l’unico servizio del quarto piano. Mentre il maggiore era di spalle rispetto alla porta che conduceva fuori, l’uscio si socchiuse.
Una mano perfettamente salda, la mano di un soldato, puntò l’arma contro di lui.
Un istante dopo, premette il grilletto.

Martin Yarbes si era allontanato da Mosca, un’ora prima dell’irruzione del Gruppo Alpha. A bordo dell’auto di Sasha, accompagnati da Sonja, si erano diretti a est.
Viaggiarono fino alle undici di sera, quando raggiunsero una strada sterrata che si inoltrava per un lungo tratto in una vasta foresta. Sasha posteggiò la macchina in uno spiazzo davanti a una piccola dacia, nascosta dalla vegetazione.
Il russo era palesemente contrariato.
Durante il tragitto, aveva dichiarato senza mezzi termini che era stanco di proteggere l’americano, che lo avrebbe comunicato a Putin, e che entro due giorni Yarbes avrebbe dovuto andarsene. Era disposto a fargli passare il confine, ma se questi aveva altre idee per la testa allora si sarebbe dovuto arrangiare da solo. Non accennò a sua nonna, sebbene immaginasse che avesse passato un brutto quarto d’ora, e tutto a causa di una maledetta spia americana! Non poteva sapere che Miloslav Pomarev era andato molto oltre.
Martin rispose che aveva ragione. Lui non poteva lasciare l’Unione Sovietica – Sonja gli lanciò un’occhiata ostile -, ma avrebbe rispettato il termine di due giorni, dopodiché avrebbe levato il disturbo. E comunque gli era profondamente grato.
Poi pensò alla follia di Tarasov.
Forse non avrebbe mai dovuto dirgli che sua moglie e suo figlio erano stati uccisi.
Una volta entrati nella casa, Sasha prese in mano il telefono ed effettuò una chiamata. Era una linea sicura e in Germania l’ora era ancora accettabile. Sebbene capisse il russo, a Yarbes sfuggirono molte parole, dato che Sasha si esprimeva in modo concitato e probabilmente usava anche termini dialettali. Seguì un lungo silenzio. Yarbes aspettò con pazienza. Quando riappese il ricevitore, Sasha si voltò verso di lui. “D’accordo, Amerikanskiy.”, disse scontento. “Vladimir Putin ha deciso altrimenti, e io gli obbedirò.”
Yarbes si strinse nelle spalle.
Lo sguardo che gli rivolse Sonja questa volta fu velenoso.
“Ho fame.”, annunciò Sasha. “Guarda cosa c’è nella dispensa di Roman. E porta una bottiglia di vodka.”
La giovane andò in cucina.
Yarbes chiese se poteva telefonare a Langley.
“Tranquillo, Amerikanskiy. E’ un apparecchio anti-intercettazione. Uno dei gingilli di Roman.”

Se Leonid Tarasov era un uomo del GRU, Miloslav Pomarev apparteneva al Gruppo Alpha.
Un addestramento Spetsnaz non si limita alle marce estenuanti, alle tecniche di lotta, al nuoto subacqueo, al lancio con o senza paracadute, all’uso di esplosivi e di IM, all’acquisizione della resistenza a qualsiasi clima e temperatura.
Questo è solo il primo passo.
Successivamente, ci si immerge nello studio del comportamento animale.
Immergersi è il termine corretto, dato che si assimila l’innata predisposizione, poniamo di un lupo, a percepire la presenza di un nemico in mancanza di un contatto visivo o di un particolare rumore. Ciò avviene grazie alla capacità di cogliere la presenza di feromoni. Questo non è frutto di magia, bensì di allenamenti ripetuti fino allo sfinimento fisico e psicologico.
Nel contempo, si acquisisce il metodo per ridurre il battito cardiaco, allo scopo di evitare che un agente del SAS o della Delta Force riesca ad applicare le stesse tecniche. In molti romanzi di spionaggio, ai protagonisti vengono attribuite doti straordinarie, però di pura fantasia. La realtà è ancora più sorprendente.
Leonid Tarasov non era certo a digiuno di tali nozioni, ma il suo compito era sparare.
E sparò.
Era un tiratore eccezionale, la sua preda si trovava a pochi passi di distanza e dalla porta dell’appartamento, lasciata aperta, filtrava la luce. Era impossibile sbagliare.
All’ultimo istante, Pomarev avvertì il pericolo.
Si gettò a terra, evitando di un soffio la pallottola.
Preso alla sprovvista, Tarasov esitò un istante di troppo.
Tese il braccio per sparare di nuovo, ma due agenti del Gruppo Alpha si voltarono di scatto e fecero fuoco quattro volte.
Tarasov si accasciò. Mentre agonizzava, Pomarev gli fu sopra. “Tua moglie ti aspetta, traditore. Desidero che tu sappia che, prima di morire, ha strillato come un maiale. Eppure, i miei uomini le avevano fatto un sontuoso regalo d’addio. Se la sono sbattuta tutti. E tuo figlio…”
Fortunatamente per lui, Leonid Tarasov si trovava già in un altro mondo.

Il mattino dopo, Kryuchkov lasciò Mosca per trascorrere quattro o cinque giorni in completo isolamento nella sua lussuosa dacia di Usovo. Disse che non intendeva essere disturbato: non avrebbe risposto al telefono nemmeno se gli Stati Uniti avessero invaso l’Unione Sovietica. Poi partì, accompagnato soltanto dalle guardie del corpo.
Doveva concentrarsi, riflettere con calma, rivedere ancora una volta nella mente il complesso piano studiato da lui e dai suoi colleghi negli ultimi mesi.
La situazione era drammatica. Gorbaciov stava conducendo alla rovina quella che fino a pochi anni prima era la più potente nazione del mondo. Glanost e  perestrojka erano un fallimento, al pari del resto di tutta la politica dell’uomo di Stavropol. E nuvole ancora più fosche si addensavano all’orizzonte. A causa dello scellerato nuovo patto federativo, l’impero era sul punto di dissolversi. L’economia languiva, la povertà aumentava. I governi occidentali erano compiaciuti, sebbene fingessero di voler aiutare l’inesistente processo di crescita portato avanti con pervicacia dal segretario generale. Presto, se non si fosse posto tempestivamente rimedio, l’Urss sarebbe stata schiacciata dalla mafia e dagli americani, i due nemici mortali del popolo russo.
Kryuchkov rimpiangeva Stalin; benché fosse un pazzo, Josif aveva saputo vincere la guerra e conquistare mezza Europa. Bisognava tornare a quei tempi. Ricreare un’invincibile Armata Rossa, costruire nuove armi sempre più potenti. In questo modo, si sarebbe eliminata la disoccupazione che dilagava, tutti avrebbero avuto un lavoro, uno stipendio e una casa. Sarebbero tornati ordine e disciplina, i cardini su cui si fonda il benessere di una nazione. Se Gorbaciov fosse rimasto al potere, le strade delle città si sarebbero riempite di uomini disperati, bambini affamati, donne disposte a vendersi pur di ottenere in cambio il cibo necessario alla famiglia.
Il presidente del KGB guardò il calendario.
Entro quindici giorni, tutto sarebbe cambiato.
A tarda sera, il maggiore Pomarev accolse con estrema soddisfazione la notizia della partenza di Kryuchkov. Ora, era libero di agire come meglio credeva. Pensò a Susan Cooper, ma subito dopo fu raggiunto da un’idea migliore: per il bene di tutti, avrebbe eliminato Monica Squire.
Poi avrebbe escogitato una scusa plausibile per giustificarsi con Kryuchkov.

Il cinque agosto si rivelò una giorno particolarmente afoso. Le nubi erano basse, il cielo di un grigio indistinto e il sole nascosto da quella coltre.
Entrambe le donne erano madide di sudore. Ciò, tuttavia, non era sufficiente per interrompere quello che stavano facendo.
Contrariamente alla sua volontà, e ai suoi desideri coscienti, Nadiya aveva accettato definitivamente il nuovo ruolo che l’americana le aveva assegnato. Talvolta, rigirandosi nel letto in attesa di prendere sonno, si era domandata se non fosse proprio questa la sua vera, e principale, inclinazione. Si ribellava a quella deprimente prospettiva, ripetendosi che lei amava dominare: suscitare piacere o infliggere dolore, oppure tutti e due; che era nata per comandare, umiliare, sottomettere. Però, la realtà si stava dimostrando decisamente diversa. Squire faceva di lei ciò che voleva. A volte – ma raramente – era dolce, molto più spesso dura e autoritaria. Nadiya la preferiva nella seconda veste, sebbene in certi momenti Monica le procurasse un dolore talmente devastante da costringerla a invocare pietà. Mentre la implorava, sapeva già che non sarebbe servito a niente… ed era questa consapevolezza che la faceva impazzire di piacere.
Era un piacere perverso, degradante. Ma mai, prima di allora, aveva conosciuto orgasmi così intensi. Era sbalordita di se stessa. In più di un’occasione era entrata nella camera dell’americana intenzionata a porre fine a quel gioco, e a ristabilire la sua autorità. Squire le rideva in faccia, poi le ordinava di tacere e la costringeva a pratiche sempre più dolorose e umilianti.
La russa comprese che era diventata una schiava e smise di pensarci.
In quanto a Monica, non era per nulla soddisfatta di se stessa, ma si era imposta di seguire soltanto la ragione, ignorando emozioni, sentimenti, compassione. Stava funzionando ed era l’unica cosa che contava. Non le piaceva vedere un’altra donna sottomessa e tremante, e poco contava che quel tremore fosse dovuto solo in minima parte alla paura e soprattutto all’eccitazione. Si sentiva sgradevole e volgare, e non era bello. Però, doveva continuare: anzi, accelerare. Era l’unico modo che, forse, le avrebbe permesso di tornare libera.
Il passo successivo fu rappresentato dalle crudeli punizioni che le impartiva, se solo osava supplicarla.
Ormai, suo malgrado, Nadiya Nicolajevna Drosdova viveva per questo.
Quel pomeriggio di caldo soffocante, mentre la accarezzava in maniera insolitamente gentile, Monica Squire le parlò per la prima volta dell’America.
Nadiya la ascoltò con attenzione, sebbene fosse in preda a una forte ansia: temeva – e allo stesso tempo desiderava – il castigo che immancabilmente avrebbe subito più tardi.
La sera prima, infatti, Monica si era lamentata per la qualità del cibo e le aveva preannunciato per l’indomani una punizione più severa del solito.

“Il Crepuscolo della Lubjanka” tornerà con l’anno nuovo.
I miei primi auguri di buone feste (ne seguiranno altri, con i prossimi post).

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PomarevVedere in azione gli uomini del Gruppo Alpha può spaventare. Non hanno nulla da invidiare alle squadre speciali del SAS britannico, alle unità del Mossad israeliano o al servizio d’azione dello SDECE francese. Per far parte di tale gruppo è necessario un addestramento durissimo, che soltanto in pochi riescono a sopportare e in pochissimi a portare a termine con successo. Naturalmente, l’identica cosa vale anche per le analoghe organizzazioni del Regno Unito, d’Israele e di Francia. Ma con una differenza: l’alone di mito che in Russia avvolge il Gruppo Alpha. Questo non ha riscontro con gli altri Paesi.
I sei agenti salirono le scale di corsa, abbatterono senza problemi la porta dell’appartamento ed entrarono con le armi spianate. Erano tutti muniti di giubbotto antiproiettile.
C’era un corridoio, su cui si affacciavano cinque porte. Il corridoio non rappresentava problemi, in quanto era diritto e terminava contro un muro. Inoltre era illuminato. Sebbene non fosse particolarmente largo, permetteva il passaggio contemporaneo di due persone.
I primi due si introdussero nel locale più vicino. Era il soggiorno ed era vuoto. “Nessuno!”, urlò uno dei due. Nel frattempo, il terzo e il quarto erano già nella camera da letto adiacente, anch’essa deserta; e il quinto e il sesto in un’altra stanza. Anche qui non videro anima viva. Con sincronia perfetta, la prima coppia entrò nella cucina. Erano operazioni che avevano studiato e ristudiato, provandole infinite volte in circostanze sempre diverse. Una casa in campagna, un appartamento in città, un garage situato in periferia. Gli ambienti venivano riprodotti con qualche piccola modifica, affinché non fossero tutti uguali. Ciò che comunque contava era la rapidità di esecuzione e la prontezza nel rispondere all’eventuale fuoco nemico. Quando giunsero nell’ultimo locale, il più piccolo, trovarono una vecchia che dormiva su una sudicia branda. La svegliarono bruscamente per interrogarla.
Ma l’anziana donna era palesemente una ritardata mentale.
Due minuti più tardi fecero rapporto a Pomarev. “L’appartamento è vuoto, all’infuori di una vecchia rimbambita.”
Il maggiore era furibondo, ma possedeva un grande autocontrollo. “Perquisitelo.”, ordinò con calma. Cassetti, armadi. Guardate ovunque: sotto ai tavoli, ai letti, alle sedie.”
La perquisizione fu effettuata con estremo scrupolo. Non diede alcun risultato.
“Perché la luce del corridoio era accesa?”, domandò a se stesso Pomarev, parlando a voce alta.
“La vecchia si era dimenticata di spegnerla o forse ha paura del buio.”, gli rispose il comandante della squadra.
“No.”, ribatté Pomarev. “Il motivo è un altro. Avevano fretta di scappare. Qualcuno li ha informati.”
Rifletté per qualche istante, poi in tono pacato disse: “La vecchia è rimbambita? Ma davvero? Spaccatele le gambe.”
Gli uomini esitarono. Era solo una povera vecchia.
Pomarev gli rivolse uno sguardo gelido. “Disobbedire a un ordine è un caso di grave negligenza. Può portare alla corte marziale.”
In quel momento non poteva saperlo, ma gli sarebbe successo di ripetere esattamente le stesse parole.
Dopo un attimo, gli obbedirono, anche se con scarso entusiasmo.

Quella mattina, il Bastardo si era svegliato abbastanza presto, aveva fatto la doccia e aveva consumato una prima colazione a base di caffè e spremuta d’arancia. Poi aveva chiesto al portiere di passargli la camera della signorina Kelly Wright; ma era già uscita.
John Wyman sostò per un po’ nell’atrio, rileggendo gli appunti che aveva preso durante la conversazione con Boris Eltsin: un uomo interessante che gli aveva fornito diversi spunti degni di nota. Quindi decise di fare una passeggiata. Passò davanti ai due agenti della seconda direzione centrale e rivolse loro un sorriso smagliante. I due distolsero lo sguardo. Uno studiò con interesse il soffitto, l’altro si guardò le unghie. Susan era sorvegliata da due coppie che si alternavano: giorni pari e giorni dispari. Non era un comportamento molto astuto, si disse il Bastardo. D’altro canto, da sempre erano abituati a spadroneggiare, perciò non si preoccupavano minimamente di passare inosservati, come invece avrebbero fatto gli inglesi.
Wyman varcò l’ingresso dell’albergo e attraversò la strada. Vide una giovane bionda vestita piuttosto bene per gli standard sovietici. Mentre si incrociavano, le scivolò la borsetta per terra. Il Bastardo si chinò per raccoglierla e gliela restituì con garbo. Lei sorrise e gli tese la mano. Quando si allontanò, Wyman scrutò pensoso il piccolo foglio di carta. Una calligrafia frettolosa aveva indicato un’ora e l’indirizzo di una chiesa ortodossa. Il biglietto era firmato “S”.
Quando si incontrarono, Susan disse che voleva essere invitata fuori a cena; era stanca della cucina dell’hotel. Il Bastardo acconsentì di buon grado e non le domandò come avesse trascorso la giornata, né perché avesse scelto un modo così strano per fissare un appuntamento. Lui aveva scritto e il suo articolo era quasi finito. Dal canto suo, Susan gli fu grata per la riservatezza tipicamente britannica.
Wyman la condusse da Yar, uno dei migliori ristoranti di Mosca, dove Susan mangiò con entusiasmo i finferli in coccio con patate novelle e sfogliatine tiepide con porcini e il fagiano ripieno di mirtilli.
Tuttavia, mentre il Bastardo sorseggiava una vodka, perse d’un tratto il buon umore. “Sono stanca di essere pedinata! E ho un presentimento, John. Questa notte non voglio tornare in albergo. E’ la ragione per cui ti ho inviato quel messaggio.”
Wyman sollevò un sopracciglio. “Un’intrepida agente della CIA che crede ai presentimenti? Che idea! Sono tutte sciocchezze, Susan. E poi ci sarò io a proteggerti.”
L’americana annuì, poco convinta.

Agniya sapeva che stava per morire, ma sapeva anche un’altra cosa: che non avrebbe mai tradito Sasha.
Agniya era nata a Stalingrado. I suoi genitori morirono fra le macerie della città, quando lei era ancora una ragazza. Agniya si salvò per miracolo. Vagò senza una meta, ascoltando in preda al panico il rombo dei cannoni e scorgendo, in lontananza, i mostruosi carri armati dei tedeschi. Poi incontrò Ivan, un giovane che all’incirca aveva due o tre anni più di lei. Fu lui a prendersi cura di lei, a procurare il cibo per entrambi, a consolarla e a infonderle fiducia. Fecero l’amore, mentre infuriava la guerra, nascosti in un bosco, e se nel loro atto esisteva un profondo significato, superiore alla malvagità degli uomini, alla sofferenza e alla paura, forse soltanto gli angeli avrebbero saputo coglierlo e, per una volta, si sarebbero rallegrati.
Agniya concepì una figlia due anni dopo, quando finalmente i panzer erano stati scacciati e l’Unione Sovietica si avviava alla vittoria. Ivan era stato reclutato sei mesi prima e ora stava combattendo con valore in un reparto di carristi. Alla fine della guerra, entrò a far parte del KGB. Era un uomo che credeva nei principi del comunismo, amava la sua patria ed era fiero di essere russo. Un uomo meraviglioso. Fu ucciso per ordine di Stalin, a causa di accuse totalmente infondate. Da quel giorno, una donna un tempo graziosa e piena di entusiasmo nei confronti della vita si trasformò in una maschera cupa e impassibile. Detestava il regime, e non faceva distinzioni fra Gorbaciov, Eltsin o chi si opponeva alle riforme. Nel suo animo semplice, erano tutti uguali. Tutti spregevoli. E ora ne aveva la conferma.
Sarebbe morta, però non avrebbe mai tradito suo nipote.
Un fiotto di sangue le uscì dalla bocca. Due uomini la tenevano in piedi, un terzo le sferrava violenti pugni allo stomaco. Pomarev la fissava.
Agniya gli sputò in faccia.
Pomarev rimase impassibile. Estrasse un fazzoletto da una tasca e si asciugò il viso. Ripeté la medesima domanda per l’ennesima volta.
Ormai Agniya non poteva più rispondergli.

La seconda unità del Gruppo Alpha entrò nel Radisson Slavyanskaya Hotel. L’uomo che li guidava si diresse verso il portiere. Cingeva una Makarov da 9 millimetri. “Kelly Wright”, chiese a voce alta. Il dipendente dell’albergo, terrorizzato, gli indicò il bar. “E’ lì con un signore inglese.”, rispose.
I quattro attraversarono a grandi passi la hall.
Davanti alla porta del bar, furono fermati da un individuo di media statura, ma con le spalle molto larghe. Esibì il suo tesserino. “Cosa credete di fare?”, domandò in tono freddo.
“Obbediamo agli ordini!”
“Gli ordini di chi?”, chiese l’agente del KGB. Nel frattempo, il suo collega lo aveva raggiunto.
“Del maggiore Pomarev.”, dichiarò il capo della spedizione.
“Interessante. Io, invece, obbedisco agli ordini del compagno presidente Kryuchkov. Mi sembra che stia più in alto.”, replicò l’uomo della seconda direzione centrale con una nota beffarda nella voce. Era ancora risentito per la sgradevole telefonata che aveva ricevuto da Pomarev. “E tali ordini sono chiari: non va toccata, in nessun modo e per nessuna ragione.”
I quattro del Gruppo Alpha si guardarono, indecisi.
“Buona notte!”, disse seccamente l’agente del KGB. E mostrò loro la porta dalla quale erano entrati.
Sebbene fosse concentrato sul compito di sedurre Susan, e avesse deciso di portarsela a letto quella notte stessa, il Bastardo non aveva perso nulla di ciò che era accaduto a pochi metri da lui.
Sogghignò. “Paradossale!”, pensò fra sé.
Poi si rivolse all’americana. “Hai due angeli custodi che ti proteggono, tesoro.”
“Tesoro?”
Qualche ora più tardi, Susan Cooper scoprì con grande soddisfazione che gli inglesi, o almeno quell’inglese, possedevano doti sorprendenti e una fantasia sconosciuta agli americani.
Erano le due di notte e mancavano quindici giorni al golpe.

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LA PACE DEL LUPO

la pace del lupoE’ arrivato il luna park.
Ogni anno torna, sempre in questo periodo. Ricordo quando ci andammo assieme. Lei che, a causa delle mie orecchie, mi chiamava sempre “lupo”,  rideva e passava a “lupo pauroso”, perché non la seguivo sulle attrazioni più spericolate. Lei si divertiva a rimanere ferma a testa in giù, sospesa nel cielo; io venivo assalito dal panico solo a guardarla. Anche da bambino era così. Non so se questa fobia abbia un nome: io ho il terrore delle altitudini, è qualcosa in più rispetto a una comune vertigine, c’è la stessa differenza che intercorre fra il mare e un lago; vengo assalito da ondate di angoscia che non è esagerato definire devastanti. A me piace il trenino nel castello delle streghe, e lei rideva anche di questo.
Quando c’era.
Oggi è una magnifica giornata di sole e di vento; la brezza ha scacciato le nubi del mattino, il cielo è limpido. Tornando in anticipo dal lavoro, fermo la macchina. Per alcuni istanti esito, poi svolto e la parcheggio nel grande piazzale. Scendo e mi avvio lentamente. Ho sempre amato il luna park. E’ simile a un sogno colorato; mi ricorda i momenti più belli dell’infanzia.
Mi ricorda lei.
Gira, la giostra gira. Come la vita. Ma la giostra poi si ferma, mentre la vita prosegue, con i suoi tradimenti e le sue amarezze, con le sere spalancate sul nulla e i risvegli pervasi dall’eco dell’ultimo incubo, sognato nella fredda ora che precede l’alba.
Gira, la giostra gira. La vita è un grande inganno. Quello che promette non mantiene: elargisce rimorsi e rimpianti a piene mani, sottrae gli istanti più felici trasformandoli in buchi desolati, dove vorresti nasconderti per sempre. Nasconderti agli altri, ma soprattutto a te stesso, incapace come sei di voltare pagina, di dimenticare una volta per tutte che non sai dimostrare il tuo amore, fra silenzi e mezze frasi sospese, fra gesti pensati e non compiuti, fra sorrisi immaginati ma non portati alla luce. A volte crescono muri che sembrano fatti di indifferenza; in realtà, sono composti da un’apparente freddezza, che non corrisponde alla vera intensità dei sentimenti. Però con il tempo si trasformano in blocchi di granito, in torri di cemento che potrebbero essere tuttavia abbattute, sgretolate, distrutte, ma a costo di uno sforzo che per noncuranza o egoismo si finisce per rimandare in eterno. Basterebbe una carezza. E il muro scomparirebbe. Adesso vorresti abbracciarla ma adesso è tardi.
Gira, la giostra gira. A ogni nuovo giro corrisponde un pensiero diverso. Sono tutti pensieri cupi, viaggi in abissi profondi simili a un inferno personale, senza diavoli, poiché i diavoli non servono; il ghiaccio e il fuoco te li porti dentro, e un corvo nero è appollaiato sulla tua spalla. Ti parla di continuo e quello che dice è sgradevole. La primavera irrobustisce la malinconia, perché rappresenta la stagione della rinascita e tu sei già morto dentro; lo sai, e lo sa bene anche il corvo. La giostra gira su giorni avari, e speranze sepolte nell’animo. La giostra non si ferma e ti costringe a proseguire, passo dopo passo, lungo la strada della desolazione. Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria. L’ho studiato a scuola tanti anni fa. Rammento che era uno dei miei canti preferiti, assieme all’ultimo del Paradiso. Ma per me non esiste un paradiso. Le emozioni appartengono a un altro tempo.
Ignoro il mio trenino prediletto e raggiungo l’ottovolante. Compro tre biglietti.
Un giro per pensare, un giro per sognare, un giro per morire.
Sento arrivare la prima fitta al cuore, e mentre mi comprimo il torace riesco finalmente a sorridere.
Donami la pace.

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I LOVE JANINE 9

I love Janine 9Sarah indugiò ancora un attimo. Aveva già suonato quattro volte al citofono e nessuno le aveva risposto: evidentemente Marcus non era in casa. Sebbene fosse ben coperta, aveva freddo. Spirava un vento insistente e si preannunciava una serata gelida. Sarah stava per tornare alla macchina, quando vide Marcus arrivare.
La donna corrugò la fronte.
Non era solo: con lui c’era Janine. Dopo la pessima giornata trascorsa in sala di incisione, era l’ultima persona al mondo che desiderava incontrare. Marcus le rivolse un sorriso, che come al solito non si estese agli occhi. Janine era pallida e tesa e non osò guardarla. Con uno sforzo, fu Sarah a parlare per prima. “Ciao, Leblanc.” Era una calcolata perfidia chiamarla per cognome. Sarah si sentiva piena di risentimento nei suoi confronti. Perché si trovava lì? Janine non amava drogarsi; inoltre, a quanto le risultava, non conosceva Marcus. D’altro canto lui non sapeva che lei lo avrebbe cercato proprio quel giorno: perciò non poteva trattarsi di un complotto. Ciononostante, quella inopportuna coincidenza la irritava non poco.
“Ciao Sarah.”, disse Janine con una voce flebile, che la stizzì ancor più. Se non altro la presenza del pusher le avrebbe impedito di implorarla. Sarah non sopportava le scene madri, mentre Janine aveva un certo istinto drammatico, forse dovuto agli anni passati nel mondo del cinema, anche se come semplice controfigura.
Marcus le guidò nel suo appartamento, invitandole ad accomodarsi sull’unico divano presente in soggiorno. Sarah aspettò che Janine si sedesse per prima, in modo da sistemarsi il più lontano possibile da lei. Per fortuna il divano era grande, pensò. Decise di ignorarla e di sbrigarsi. “Cinque.”, disse a Marcus. Lui annuì e iniziò a preparare la cocaina.
“Bene. Cosa ci fai qui?” Sarah avrebbe preferito evitare di parlare con Janine, tuttavia la curiosità era troppo forte.
“Ho bisogno di denaro. Ultimamente ho speso molto per rinnovare il negozio. Ho chiesto un prestito alla banca, ma me lo hanno rifiutato. Lavorando per qualche mese con Marcus riuscirò a sistemare ogni cosa.”
Sarah era incredula. “Tu?”
Janine alzò il mento in un gesto di sfida. “Sì. Io. Cosa c’è di strano?”
Sarah la fissò esterrefatta. Cosa c’era di strano? La conosceva come una ragazza sana, sportiva, pulita… e adesso si metteva a spacciare droga? Un conto era acquistarla per uso personale, altro venderla: era un un atto irresponsabile e immorale che faceva di lei una criminale. “Devi essere impazzita.”, commentò in tono duro. “A questo punto, benedico il cielo per averti lasciata.”
Janine abbassò lo sguardo, senza ribattere. Intervenne invece Marcus. Posò i suoi occhi gialli su quelli di Sarah e disse: “Sei ingiusta. Io ho varie attività e Janine non si occuperà di polverine o di pastiglie. Mi farà da contabile.”
Sarah non riuscì a trattenersi. “Ma come avete fatto a conoscervi?”
“L’ho cercata io.” Marcus indicò I love Janine. “Quella foto era troppo intrigante. E, senza offesa, a livello di bellezza lei ti surclassa. Con questo non intendo dire che il mio fine sia portarmela a letto, e Janine lo sa benissimo. E’ per il piacere di collaborare con una donna avvenente, dalla forte personalità e dotata di notevole intelligenza.”
Sarah non fece commenti, sebbene fosse risentita per il paragone. Nutriva molti dubbi, poi, sulla cosiddetta “personalità” di Janine; ma era inutile rimarcarlo. Guardò l’orologio. “Ho fretta.”, annunciò.
“Solo un momento.” Marcus le consegnò la solita busta. Mentre Sarah gli porgeva i soldi, lui disse: “Comunque, non puoi presentarti così all’improvviso. Lo dico per te. Sarei un pazzo se conservassi grandi scorte qui, a casa mia. Oggi ti è andata bene per puro caso, ma d’ora in avanti sarà meglio fissare un appuntamento.”
“Non ci sarà una prossima volta.”, dichiarò Sarah alzandosi.
“Già.” Marcus accolse quelle parole con un sorrisetto ironico. “Se però ci fosse, dovrai telefonare a Janine e concordare con lei il giorno e l’ora.”
“Ho detto che non ci sarà una prossima volta!”, ribadì seccamente Sarah. Quindi, uscì senza salutare.
Tornando a casa, rifletté su quanto era appena accaduto. Non era affatto convinta che Janine le avesse detto la verità. Janine era una persona oculata che non sperperava il denaro. Non era da lei ristrutturare il negozio se le mancavano i fondi necessari; inoltre, Sarah sapeva che aveva un conto in banca largamente attivo. Janine abitava in un appartamento dignitoso ma non sfarzoso, vestiva con gusto però senza senza ricorrere a capi firmati, non frequentava ristoranti costosi, non giocava d’azzardo… e non si drogava. Perciò aveva mentito. Le motivazioni di Marcus erano pretestuose. Non si sceglie una collaboratrice in base alla copertina di un cd. L’aveva deliberatamente provocata, sostenendo che Janine era più bella di lei; ciò che contava non era se fosse vero o meno, ma il motivo di quell’inutile paragone. Era il senso di tutto questo che le sfuggiva. L’unica ragione che le sembrava vagamente plausibile si riallacciava al monito di Marcus: per prendere un appuntamento con lui avrebbe dovuto chiamare Janine. Ma Janine doveva essere ben stupida se sperava di riconquistarla così.
E Janine non era stupida.
Posteggiò la macchina e, più che mai perplessa, percorse a piedi l’ultimo tratto di strada. Ripensò a Janine. L’irritazione che provava per lei era venata di tristezza. Dire che non l’aveva trovata in forma era un eufemismo. Era dimagrita, pallida, insicura. Provò una fitta di rimorso. Janine soffriva moltissimo, soltanto un cieco non se ne sarebbe accorto. La immaginò in lacrime nella sua stanza mentre guardava e riguardava le foto che le ritraevano assieme, se la figurò insonne a rigirarsi nel letto. Era chiaro che l’amava ancora profondamente. Eppure non riusciva a perdonarla, la sua presenza la infastidiva, il suo autocompatimento la portava a disprezzarla, la fragilità emotiva di cui dava prova le confermava che aveva fatto bene a lasciarla.
Arrivò davanti al portone e vide che due persone la stavano aspettando. Non si stupì per la presenza di Micky Thomas. Forse era venuto a darle il benservito. Ma si sorprese enormemente riconoscendo la donna che era con lui.
Meaghan O’Reilly era una star di livello mondiale. Cantante, scrittrice, poetessa, aveva inciso dieci album e per quattro volte consecutive era riuscita nell’exploit di raggiungere il primo posto in classifica sui due lati dell’oceano: prima negli Stati Uniti e prima in Gran Bretagna. Era trasgressiva, polemica e anticonformista. Si era scagliata contro politici, giornalisti e colleghi. La sua musica era un inebriante cocktail che aveva come solida base la tradizione folcloristica irlandese, non disdegnando tuttavia contaminazioni di ogni genere, che era in grado di combinare in modo assolutamente perfetto e personale. A seconda dell’umore, si esibiva dal vivo con gonne lunghe e caste oppure seminuda; ogni suo spettacolo era un happening, dato che il pubblico non sapeva mai in anticipo ciò che avrebbe cantato e come si sarebbe posta. Fra lei e Susan Driver intercorreva la differenza che c’è fra una pantera e un timido gattino. Quanto a Sarah Taverner, non sussistevano proprio paragoni. Notoriamente lesbica, di recente aveva rotto con la sua fiamma dopo una relazione tormentata che però era durata cinque anni.
Sarah la guardò sbalordita.
Cosa ci faceva lì?
Era una giornata alquanto singolare, pensò.
Micky Thomas esibiva un sorriso a trentadue denti. Le presentò e poi disse: “Meaghan ha molto apprezzato I love Janine.”
“Grazie!” Sarah era euforica.
“Ma quale grazie!” Meaghan si accese una sigaretta. “Mettiamoci subito al lavoro, piuttosto!”

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Kim PhilbyI motivi che possono indurre un agente segreto a tradire il proprio Paese sono sostanzialmente tre: l’avidità, un ricatto o le ragioni ideologiche.
L’avidità è il caso più ricorrente ed è facile da spiegare. Passare informazioni riservate a uno Stato nemico o comunque a un’altra nazione non necessariamente avversa (il Mossad israeliano è uno specialista in questo campo) porta a enormi guadagni in tempi molto brevi, soprattutto se l’agente in questione è a conoscenza di fatti rilevanti.
Il ricatto in genere è legato a una questione di sesso: inclinazioni particolari, foto compromettenti, quando non si tratta di un tranello messo in atto mediante l’uso spregiudicato di una donna attraente o di un giovane vigoroso da chi intende assicurarsi i servigi del futuro traditore.
Il terzo caso è il meno diffuso, ma il più pericoloso. Questo perché chi tradisce a causa della fede politica o dei principi, una volta scoperto, difficilmente sarà disposto a collaborare, anche se sottoposto a tortura, dato che ha già messo in conto la possibilità di perdere la vita. Ciò rende assai difficile la cosiddetta “valutazione del danno”, vale a dire un inventario delle informazioni trasmesse. In sintesi, gli agenti bruciati, la dislocazione delle postazioni missilistiche o i nuovi progetti aerospaziali, oppure le manovre diplomatiche più riservate. Sebbene tardiva, la valutazione del danno può servire almeno in parte a porre qualche rimedio, laddove sia ancora possibile. A un fanatico è sempre preferibile un uomo venale oppure una persona con dei segreti da nascondere, amanti, omosessualità, droga.
Il più celebre esponente di questa terza categoria, motivata dall’ideologia, fu senza alcun dubbio Kim Philby. Egli era una delle “cinque stelle”, assieme a Donald MacLean, Guy Burgess, Anthony Blunt, John Cairncross. Questi personaggi avevano due tratti in comune: appartenevano a famiglie ricche ed erano comunisti. Inoltre, tutti e cinque avevano studiato a Cambridge.
Philby si dimostrò la stella più fulgida, rendendosi estremamente utile al KGB, prima di trasferirsi definitivamente in Unione Sovietica. Le circostanze della sua fuga per certi versi sono sorprendenti. A Londra sospettavano già da tempo di lui, ma quando ebbero le prove definitive del suo tradimento, anziché arrestarlo, mandarono a Beirut, dove in quel momento egli si trovava, un vecchio amico, Nicholas Elliott del MI6, il quale si limitò a interrogarlo con molto garbo. Poi, incredibilmente, Elliott fissò un nuovo appuntamento, lasciandogli tutto il tempo per andare in Russia.
Americani, sovietici e israeliani avrebbero reagito in modo molto diverso.
Addirittura paradossali furono le dichiarazioni di Graham Greene, suo collega e amico, il quale in seguito disse che non avrebbe denunciato Philby in nessun caso, anche se avesse avuto la certezza che fosse colpevole.
E’ indubbio che Philby avesse un grande fascino, tuttavia in seguito diventò un alcolizzato. E’ comunque fuori questione che nessuno – prima o dopo di lui – produsse danni così ingenti alla Gran Bretagna. Philby è passato alla storia grazie al romanzo “La talpa” di John le Carrè, un ex agente segreto costretto a dimettersi proprio a causa sua. In Unione Sovietica gli fu conferito l’Ordine di Lenin.

Robert Applegate non divenne famoso come Philby, ma comunque causò seri problemi agli Stati Uniti. Fu “reclutato” a Roma, dove lavorava all’ambasciata americana in qualità di addetto culturale. Nel corso di un ricevimento conobbe Ivan Bogdanov, che ricopriva l’analoga posizione all’ambasciata sovietica. Entrambi sapevano chi era l’altro, cioè una spia. Applegate esagerò con il whisky e si lasciò andare ad alcune esternazioni che suscitarono l’interesse di Bogdanov. Applegate nutriva un vivo disprezzo per la classe politica del suo Paese. Non esisteva un vero partito riformatore: i democratici non si distinguevano dai repubblicani, se non per qualche dettaglio marginale. Alcuni senatori democratici del sud erano più a destra dei repubblicani. La legge privilegiava i ricchi, perché gli onorari degli avvocati erano altissimi. Mancava un servizio sanitario che tutelasse i ceti meno abbienti, e via dicendo.
Bogdanov lo ascoltò attentamente e in seguito fece in modo di rivederlo. I due parlarono ancora, a lungo, e un mese dopo Applegate diventò una talpa del KGB. Tornato in patria, intraprese una brillante carriera, arrivando ai vertici della CIA. Fornì una quantità di notizie, sempre più importanti man mano che saliva nella scala gerarchica. Quindici anni dopo l’incontro di Roma con Bogdanov informò Mosca che gli americani erano al corrente del complotto che si stava preparando in Unione Sovietica, e pochi giorni più tardi fu lui a smascherare Ivanna Myskina.
Le ricompense non gli interessavano, ciò nonostante accettava i dollari che il KGB generosamente gli elargiva e che lui depositava in vari conti all’estero.
Fu questo a perderlo.
La sua carriera di doppiogiochista finì il tre di agosto.
Dopo un’indagine che si era protratta per dieci mesi, Laura Jones dell’Office of Security trasmise i risultati del suo lavoro a Patrick Keynes. Alle due del pomeriggio Robert Applegate fu tratto in arresto.

Alle sei del mattino, ora locale, a Mosca il sole si era già levato nel cielo, però l’aria era ancora fresca. Susan Cooper uscì dal Radisson Slavyanskaya Hotel, ben sapendo che sarebbe stata seguita da due uomini della seconda direzione centrale del KGB. Ciò che i due russi invece non sapevano era che, mentre l’americana saliva sulla macchina di Sasha, un furgone avrebbe sbandato improvvisamente, a causa di una foratura, e sarebbe andato a sbattere contro la loro Chaika parcheggiata davanti all’albergo. Il conducente si produsse in mille scuse. Intanto, Sasha guidava veloce per raggiungere al più presto la casa “sicura”.
Susan era affamata, poiché non aveva ancora potuto consumare la sua consueta, abbondante, colazione. Perciò accolse con estrema soddisfazione il ricco piatto di salumi che un’anziana signora le servì, accompagnato da una tazza di tè bollente. Mentre mangiava avidamente, rispose a tutte le domande di Yarbes, talvolta a bocca piena. Keynes, gli disse, aveva deciso di mandare un secondo agente in Unione Sovietica. La scelta era ricaduta su Monica Squire, ma visto che la sua forma fisica lasciava a desiderare – lei stessa lo aveva appurato: e si dilungò in vari dettagli -, aveva preferito inviare una coppia. Scopo della missione era contattare Eltsin. Purtroppo Squire era stata presa in consegna dal KGB.
Yarbes assunse un’aria cupa. “Monica prigioniera! Questa è davvero una pessima notizia. Quella donna così graziosa alla Lubjanka!” Scosse il capo.
“Se ti piace il tipo.”, replicò Susan. Poi proseguì: lei era riuscita ugualmente a parlare con Eltsin. Sebbene non conoscesse il russo, all’infuori di quattro o cinque frasi, era stata aiutata da un giornalista inglese, che si esprimeva perfettamente in quella lingua. Boris Eltsin aveva acconsentito con piacere a farsi intervistare, ma non le aveva prestato molta fede. “Impossibile!”, aveva detto. “Gorbaciov è troppo potente.”
Yarbes la ascoltò con attenzione. Quindi, corrugò nuovamente la fronte.
“A quanto pare, è difficile farsi credere.”, commentò. “Io ho incontrato Putin. Secondo me, lui è al corrente di tutto quello che sta per succedere; credo però che preferisca tenere il piede in due scarpe, in modo da ricavarne in ogni caso un beneficio. E’ astuto e assetato di potere.”
Bevve un sorso di tè, riflettendo.
“Conferire con Gorbaciov è impossibile. Ma esiste un’altra strada.”
“Quale?”, domandò Susan, mentre si accingeva a divorare un piatto di aringhe affumicate. Evidentemente l’anziana signora l’aveva presa in simpatia.
Non altrettanto Yarbes, che le rivolse uno sguardo duro. “Improvvisare! Improvvisare, agente Cooper. Non te lo hanno mai insegnato? O a Langley hai imparato solo la lotta libera?”

Quello stesso giorno, Miloslav Pomarev fu promosso maggiore.
Festeggiò l’avvenimento leggendo con grande soddisfazione il rapporto relativo a Yarbes e Tarasov. I due erano riusciti a scappare, ma la moglie e il figlio dell’uomo del GRU erano stati individuati, presi e fucilati. Lui stesso aveva impartito l’ordine.
Se Tarasov lo avesse saputo, sarebbe venuto allo scoperto. Dopo aver letto il dossier che lo riguardava, Pomarev non aveva dubbi in proposito.
Benché quelli non fossero strettamenti compiti del Gruppo Alpha, Pomarev era l’anima nera di Vladimir Kryuchkov, il presidente del KGB, al quale era profondamente devoto; in cambio di tale devozione era abituato a prendersi varie libertà.
Sebbene appartenesse a un diverso settore del servizio segreto, egli viveva nel mito del più grande agente russo di tutti i tempi: Aleksandr Stavrogin, meglio noto come Matrioska. Di lui sapeva tutto: ogni impresa compiuta, ogni pericolo sfidato, ogni successo ottenuto. Nessuno era mai riuscito a eguagliarlo, ed era un’autentica infamia che fosse stato ucciso da una cekista americana.
Anche Stavrogin avrebbe preso in considerazione la forte eventualità che, appresa la notizia della morte dei suoi cari, Tarasov avrebbe cercato di vendicarsi. Ma poteva succedere che non lo venisse a sapere subito. Inoltre, quasi certamente avrebbe agito da solo. E per Pomarev lui era il pesce più piccolo.
Annotò quattro nomi sull’agenda. Monica Squire, Martin Yarbes, Susan Cooper, Leonid Tarasov. Prima del diciannove di agosto, sarebbero morti. Tuttavia per ottenere questo risultato non era sufficiente attendere e vigilare.
Pomarev trascorse il resto della giornata al telefono. Interpellò alcuni esponenti del GRU, gli agenti della seconda direzione centrale che non avrebbero mai dovuto perdere di vista l’americana che alloggiava al Radisson Slavyanskaya Hotel e che invece se l’erano fatta sfuggire sotto il naso; parlò con i loro colleghi che il giorno precedente l’avevano seguita fino alla casa di Eltsin, prese informazioni su John Wyman, il giornalista inglese. Non emerse nulla di significativo.
Poi ebbe un colpo di fortuna.
Prima di sera, si incontrò con un losco individuo. L’uomo apparteneva alla mafia cecena e come tutti i suoi connazionali detestava i russi. Però, non detestava il denaro che Pomarev gli passava in abbondanza quando aveva qualcosa di importante da comunicargli. E, oltre alle autorità costituite, alla polizia e ai servizi segreti, odiava ferocemente la malavita di Mosca.
Il ceceno gli disse dov’era andata quella mattina Susan Cooper, specificando che la casa in cui era entrata era un covo della mafia russa.
Diversamente da quanto in genere si creda, l’Organizacija non è nata in tempi recenti ma è antica quanto la mafia siciliana. Nemmeno Stalin riuscì a debellarla. Josif Stalin non era precisamente un tipo accomodante: spedì una quantità di delinquenti nei gulag, dove peraltro essi assumevano il controllo della situazione. Dopo la caduta del comunismo, la mafia russa avrebbe aumentato enormemente il proprio potere. Ciò che la differenzia dall’analoga organizzazione italiana è la mancanza di una “cupola”, il che porta a rivalità per il controllo del territorio.
Da tempo Pomarev aveva deciso che li avrebbe liquidati tutti, compreso l’informatore ceceno. La soluzione era semplice: pena di morte. Un interrogatorio fatto come si deve e una condanna esemplare, anche in mancanza di prove certe. In fondo, perfino dai nazisti si poteva imparare qualcosa.
Pomarev era un uomo ambizioso, non soltanto a livello personale, e coltivava il sogno di occupare l’Europa occidentale, quello che avrebbero dovuto fare Stalin e i suoi successori, che avevano avuto i mezzi necessari per riuscirci. Ma era anche realista. Kryuchkov, Janaev e gli altri erano molto prudenti. Troppo, forse. E, a causa di Gorbaciov, adesso gli Stati Uniti si trovavano in vantaggio.
Il ceceno si allontanò e Pomarev tornò immediatamente in ufficio.
Fingeva di ignorare che Kryuchkov, per motivi politici, non sarebbe stato soddisfatto del suo raid, soprattutto riguardo alla donna. Tarasov era un traditore e Yarbes un assassino o il complice di un assassino. Cooper invece era in possesso di documenti falsi, ma non si era macchiata di altre colpe, e il giornalista inglese… era un giornalista. In ogni caso, egli aveva la facoltà di agire come meglio credeva, dato che al momento prestabilito sarebbe stato lui, Miloslav, a guidare gli uomini del Gruppo Alpha che avrebbero occupato il parlamento.
Per questo era libero di operare come meglio preferiva.
Se Pomarev aveva una dote, era la capacità di agire con estrema prontezza. Si munì del telefono e impartì istruzioni brevi e chiare. Tre macchine. Due dovevano dirigersi verso l’abitazione che gli aveva indicato il ceceno, una al Radisson Slavyanskaya Hotel. Dodici uomini in tutto. Lui avrebbe seguito le prime due automobili. Era ovvio che l’americana non era andata lì per una gita di piacere. Nel giro di un’ora, avrebbe preso i primi tre piccioni. In quanto al quarto, che per Pomarev era il principale, per il momento era sotto controllo, alla Lubjanka.
Sessanta minuti più tardi, l’operazione ebbe inizio. Pomarev ordinò a sei degli otto agenti del Gruppo Alpha di scardinare la porta della casa e di salire al quarto piano. Gli altri due restarono di guardia, sulla strada.
Nel frattempo, la terza Chaika bloccava l’entrata dell’albergo. Scesero tutti e quattro e fecero irruzione.
Erano le nove di sera e mancavano sedici giorni al golpe.

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LA NEBBIA DELLA SOPRAVVIVENZA

IvanaIl mare verde e trasparente, il cielo azzurro solcato da poche nubi simili a grandi batuffoli di cotone, la sabbia bianca che quasi scotta i miei piedi.
Voglio vedere i pesci nuotare sotto la superficie dell’acqua. Voglio sentire l’acqua sulla pelle. E poi tornare sulla spiaggia, rosolarmi al sole e guardare pigramente il panorama, mentre una brezza gentile asciuga il mio corpo. Più tardi arriverà Ivana e faremo l’amore. Sarà bello ed eccitante come sempre. Lei è la mia bionda compagna e non mi stanco mai di desiderarla.
Ma non mi basta. Io sogno anche le montagne innevate, grandi sagome lontane che spiccano distintamente in una splendida giornata autunnale. Tappeti di foglie bruciate, l’inconfondibile odore della resina, gli alberi che sussurrano tra loro, raccontandosi fiabe incantate che ricordano un tempo lontano, quando elfi e fate popolavano ancora i boschi. C’è uno spiazzo, in mezzo alle piante, rialzato rispetto al terreno sottostante, quasi una piccola collina dove gli ultimi ciuffi d’erba attendono la pace dell’inverno; da bambino ci venivo con mio nonno, lui fumava la pipa e mi narrava storie meravigliose.
Da qui si vedono i monti dai profili candidi, l’aria è così tersa che sembrano vicini, forse potrei accarezzarli con una mano, sfiorare la soffice distesa innevata, magari costruire un buffo pupazzo.
Mentre rincaso, camminando con calma, la sera incomincia a scendere recando con sé la bruma. Ho sempre amato la nebbia dell’autunno; una volta rientrato, al caldo davanti a un camino acceso, assaporerò il senso di pace che mi infonde. E so già che, trascorsa la notte percorsa dagli ultimi fremiti della natura, ritroverò il sole, e una nuova giornata da inventare.
E rivedrò Ivana. Uno di questi giorni le chiederò di sposarmi. Guarderemo insieme un lago incuneato in una valle verde e ombrosa, e le stelle di notte, e ascolteremo musica, e rideremo di tutto e di niente.
Nella mia immaginazione, adesso osservo un fiume che scorre placidamente in mezzo alla campagna. Lo risalgo a mio piacimento, e lo vedo trasformarsi in ruscello. Arrivo fino alla sorgente, respirando l’aria pura e fresca. Lì, sereno e felice, ascolto il suono del vento, e lascio che il mio pensiero vaghi lungo percorsi indistinti. Mi chino, prendo un piccolo sasso e lo getto nell’acqua. Mi siedo e mi sento parte del mondo. E’ una sensazione talmente bella che i miei occhi si colmano di lacrime.
Solo quando la guardia annuncia che è ora di cena, mi sovviene che dovrò trascorrere altri vent’anni in prigione.

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