Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for agosto 2014

UnderwoodL’italiano liberò l’arma dall’involucro e la spostò sotto la luce della lampada. Volkov la impugnò, osservandola con attenzione, poi annuì. “Bene.”, disse. La pistola disponeva di un caricatore da 33 colpi. Sulla parte zigrinata del carrello c’era un selettore di fuoco; era dotata di sicura sul grilletto, che consisteva in una levetta; premendo entrambi veniva tolta la prima sicura e continuando nella trazione si armava il percussore, togliendo le due sicure interne. Continuando a premere il grilletto scattava solo il percussore già armato, mentre rilasciando completamente il doppio grilletto si riazionavano automaticamente le sicure.
Era a fuoco rapido con culatta bloccata e rinculo assai ridotto. Lunga 186 millimetri, pesava circa 630 grammi. Di fabbricazione austriaca, era un Glock 18C, una delle migliori armi esistenti, cui l’italiano aveva apportato alcune modifiche richieste dal suo cliente, che la rendevano – se possibile – più micidiale. Tali modifiche contravvenivano alle  disposizioni della Convenzione di Ginevra, principalmente per via delle pallottole.
Volkov pagò la cifra dovuta, fece chiamare un taxi, disponendo che si fermasse a due isolati di distanza e uscì nella notte. Mentre aspettava, assicurò l’arma alla cintura dei pantaloni, coperta da giacca e cappotto.
Raggiunse il suo albergo, si coricò e si addormentò dopo pochi minuti.

Era quasi mattino, ma Monica era ancora sveglia.
Sapeva che il dovere le imponeva di essere intransigente; ciò non le impediva di provare una sofferenza indicibile.
Benché avesse partorito a un’età relativamente avanzata, l’aspetto giovanile, la mentalità aperta e lo spirito vivace avevano creato un legame che lei non esitava a definire magico. Talvolta si vedeva più come una sorella maggiore che come una madre. Con John aveva giocato, riso, pianto davanti alla televisione assistendo a un film commovente; si era sforzata di comprendere e amare la sua musica, aveva fatto il tifo per lui quando giocava a basket. Gli aveva cucinato torte di mele. Avevano mangiato insieme Cap’n Crunch e bevuto enormi bicchieri di latte; aveva esaminato con occhio critico le ragazzine che gli piacevano. A causa dei suoi impegni, il tempo che riusciva a dedicargli non era mai sufficiente, però era intenso. Speciale.
John aveva un buon rapporto con Martin. Ma era comunque un rapporto diverso. C’erano stima e affetto, forse anche amore: mancava il senso di complicità, mancava quel filo che legava indissolubilmente mamma e figlio. E adesso quel filo… poteva spezzarsi da un momento all’altro.
Se le fosse apparso un angelo e le avesse domandato cosa desiderava di più dalla vita, avrebbe risposto: “Fermare il tempo, tornare indietro e perdere le elezioni presidenziali.” Margaret Collins le aveva suggerito con garbo di dimettersi. Monica escludeva che fosse mossa dall’ambizione, la conosceva troppo bene. Semplicemente, le sarebbe subentrata e avrebbe accolto le richieste dei sequestratori; nessuno avrebbe osato criticarla, perché John non era suo figlio. Monica scosse la testa. Gli Stati Uniti non dovevano piegarsi a quell’infame ricatto. Mai.
Ignorava l’esistenza di Volkov. In caso contrario, avrebbe pregato per lui, per il russo gelido giunto da lontano con il preciso scopo di salvare John.

Il ventidue febbraio, venerdì, il sole sorse alle  sei e cinquantasette. A quell’ora, Brian Stevens, Milton Brubeck, Patrick Fowley e Martin Yarbes, accompagnati da tre funzionari dell’Office of Security, che erano stati strappati dal letto, piombarono a Langley.
La sera prima c’era stata una discussione: Brubeck avrebbe voluto agire subito.
Proponeva un’irruzione nell’ufficio del DDI, Bruce Underwood, e dato che la cassaforte era a prova di scasso l’uso di un esplosivo plastico per aprirla. A Fowley l’idea del direttore dell’FBI piaceva, ma Stevens aveva obiettato che poche ore non cambiavano niente e che, per vari motivi, sarebbe stato preferibile attendere le prime luci del giorno e affrontare direttamente Underwood, il quale era notoriamente puntuale.
Il primo vice direttore per l’intelligence era comunque un uomo potente, terzo nella gerarchia della CIA, e godeva di solidi appoggi politici e di agganci nel mondo della finanza, legami coltivati con abilità e consolidati nel tempo. Occorrevano cautela e prove sicure.
Il DDI si presentò esattamente venti minuti più tardi. Come sempre, era vestito in modo inappuntabile con il consueto completo grigio, la camicia bianca fresca di bucato, cravatta in tono e scarpe italiane.
Poiché era tutto tranne che uno stupido, comprese immediatamente la ragione per cui i sette uomini lo stavano aspettando; se avesse nutrito qualche dubbio, gli sarebbe bastato guardare i tre dell’Office of Security, che conosceva di vista: l’OS aveva il compito di controllare l’operato degli uomini dell’Agenzia. La presenza di Brubeck tagliava la testa al toro.
Si accomodarono nel suo ufficio, ma sedettero solo i pezzi grossi. Underwood aprì la cassaforte e porse a Stevens due fascicoli. Uno proveniva dalla Russia, l’altro dal Mossad. Entrambi facevano un chiaro riferimento a un pazzo assetato di sangue di nome Ibrahim al-Ja’bari, che a suo tempo aveva lavorato per Hamas ma che ora si muoveva da solo. Sembrava che non piacesse neppure alle altre organizzazioni fondamentaliste, che giudicavano i suoi atti fini a se stessi (il che non era vero).
Brian Stevens lesse gli incartamenti con calma, li passò a Yarbes e guardò Underwood, inarcando un sopracciglio.
“Stavo preparando un’approfondita relazione.”, dichiarò con voce tranquilla il DDI. “Al più tardi oggi pomeriggio l’avrei consegnata.”
“Bruce, lei conosce l’urgenza della situazione.”, ribatté Brian Stevens.
“A vaghe linee.”, disse Underwood. “Non partecipo alle vostre riunioni e non sono informato degli ultimi sviluppi.” Sebbene detestasse il suo capo, non lo lasciava trapelare minimamente.
“Ma questo è materiale scottante!”, esclamò Brubeck.
Underwood lo fissò in modo gelido. “Solo voci.”, affermò. “E in ogni caso mi piace lavorare in maniera accurata; per quello quei documenti erano ancora nella mia cassaforte. A parte questo, io non rispondo ai federali, i nostri campi sono diversi.”
Brubeck gli avrebbe dato molto volentieri un pugno. Si limitò a lanciargli un’occhiata di fuoco.
Se anche la colse, Underwood rimase impassibile. “Esistono dei problemi che riguardano la mia persona?”
“Questo lo vedremo, Bruce. Questo lo vedremo.”, disse il direttore della CIA.

Ibrahim al-Ja’bari, l’uomo che era appartenuto ad Hamas, scrutava la linea ondulata del deserto, indifferente alle immagini evocate dalla Fatamorgana.
Era concentrato sui suoi piani, il primo dei quali si avviava ormai a compimento. A breve sarebbe scattata una seconda operazione, questa volta diretta contro Israele, e poi una terza, rivolta di nuovo al Satana americano.
Prima, però, aspettava il trionfo della geniale intuizione che lo aveva spinto a progettare e a organizzare il rapimento del figlio della prostituta che stava a capo degli Stati Uniti.
Sollevò gli occhi al cielo, incredibilmente azzurro, e percepì l’aria del cambiamento: il sole splendeva luminoso, ma presto sarebbe arrivato lo shamal. La tempesta di sabbia avrebbe sconvolto tutto il panorama circostante, in un inferno di vento ululante.
Ibrahim al-Ja’bari sorrise cupamente. Era ciò che sarebbe toccato agli infedeli.
“Allah è grande.”, mormorò. “E Maometto è il suo profeta.”

UN BREVE RIASSUNTO DELLE PRIME DIECI PUNTATE:
Monica Squire viene nominata direttore della CIA e poco più tardi si presenta alle elezioni presidenziali come candidata del partito democratico. Dopo un acceso confronto televisivo con il senatore repubblicano, suo antagonista, viene eletta, sia pur d’un soffio.
Nel mese di febbraio dell’anno successivo, suo figlio, il quattordicenne John, viene rapito, e la scorta che lo proteggeva sterminata. Ciò che i sequestratori chiedono è la liberazione di sei terroristi condannati a morte. Monica, sebbene disperata, rifiuta. Milton Brubeck, il direttore dell’FBI, promette che riuscirà a scovarli e a liberare il ragazzo.
Dietro a tutto questo c’è un uomo, un fanatico che aveva abbandonato Hamas in quanto troppo tollerante nei confronti di Israele e che adesso agisce in proprio, Ibrahim al-Ja’bari.
Per volere di Putin, il servizio segreto russo interviene… ma un dirigente della CIA, a causa di risentimenti personali, insabbia il documento che gli è stato trasmesso da Mosca.
Allora, l’SVR (ex KGB) invia negli Stati Uniti Danil Volkov, il migliore agente.

Annunci

Read Full Post »

RAGE 10

Margaret CollinsMentre il capitano Danil Volkov usciva dal bar, dopo aver “convinto” Sean a darsi da fare in certi ambienti che lui bazzicava da sempre, Pierce O’Connor ritelefonò, questa volta da una località distante circa sessanta chilometri da Washington. Un’attenta perlustrazione della zona lo aveva indotto a scegliere quel luogo perché era piuttosto distante dall’ufficio dello sceriffo; inoltre non aveva visto pattuglie in movimento.
Questo gli dava un margine un po’ più consistente di tempo. Calcolò di avere a disposizione dai due ai tre minuti; non di più, però.
Per sua sfortuna, c’era una cosa che O’Connor, come gli altri tre, ignorava; se l’avesse saputa o anche solo lontanamente immaginata, tutto sarebbe andato in modo molto diverso.
Quando Ibrahim al-Ja’bari aveva organizzato il suo piano, aveva messo in conto un fatto per lui incontrovertibile. L’ex uomo di Hamas era certo che, mediante il National Crime Information System o fonti diverse o a causa della semplice fortuna, l’FBI oppure la CIA presto o tardi (più presto che tardi) avrebbero scovato gli irlandesi. Possedevano i mezzi per farli parlare oltre alla mancanza di scrupoli necessaria per applicarli, sottoponendoli a ogni genere di tortura o di procedimento chimico. Non si preoccupava minimamente della propria incoluminità personale, distante com’era migliaia di chilometri, attraverso un immenso oceano e un vasto mare, e nascosto in un rifugio inaccessibile, ma della sua rete di contatti, in particolare di chi aveva trattato con O’Connor. Conosceva il cuore degli uomini e la debolezza insita negli animi più pavidi.
Perciò aveva disposto la loro eliminazione. Sarebbe avvenuta non appena fosse stato effettuato lo scambio… o nell’altra ipotesi. Poiché aveva studiato a fondo la mentalità americana, e la maniera di procedere delle forze dell’ordine e dello spionaggio, aveva indicato un termine massimo di quattro gorni, trascorso il quale sarebbe risultato chiaro che dall’altra parte tergiversavano in attesa di catturare gli irlandesi; in questo caso, avrebbero ricevuto una risposta durissima. Entrambe le soluzioni non rappresentavano che un inizio, ed entrambe – per ragioni diverse – erano soddisfacenti.
Al telefono O’Connor fu esplicito. Tre giorni. Dopo quella scadenza, il ragazzo sarebbe morto.
Margaret Collins protestò inutilmente. I suoi inviti a pazientare e ad avere fiducia caddero nel vuoto. La voce aspra di O’Connor la ammonì: non ci sarebbero state proroghe. “Ci sentiamo.”, concluse.
Quando riagganciò, Margaret convocò una riunione per quella stessa sera.

Esistono romanzieri dotati di fervida fantasia che scrivono storie molto spesso inattendibili; altri, invece, sanno descrivere l’animo umano, i suoi tormenti, patimenti, l’angoscia più profonda: ma per penetrare a fondo ciò che provava Monica Squire occorrerebbe la penna di Dostoevskij, la quale purtroppo non è più reperibile.
Da un lato sentiva forte il senso di appartenenza alla nazione che aveva l’onore e l’orgoglio di rappresentare; dall’altra parte, era comunque una madre che adorava il figlio. Avrebbe sacrificato la vita, senza esitare, per salvare John. Margaret la informò per prima, in privato, con tutto il tatto possibile, anche se si rendeva conto che questo serviva a ben poco.
La riunione si svolse due ore più tardi. Margaret riferì ai partecipanti – erano tutti presenti – l’intransigenza dimostrata dal sequestratore e il suo fallito tentativo di farlo ragionare.
Milton Brubeck guardava il soffitto con aria cupa, immerso in pensieri assai poco gradevoli. Il Segretario di Stato scuoteva la testa, incredulo. Patrick Fowley rimpiangeva di non poter fumare: una sigaretta lo avrebbe aiutato a concentrarsi; era abituato a riflettere e in seguito ad agire in tempi rapidi, l’inazione gli pesava. Gli altri tenevano lo sguardo fisso sul tavolo.
Dopo un lungo silenzio, furono pronunciate molte parole inutili. Come spesso succede in casi simili, iniziarono le recriminazioni e diverse paia di occhi si spostarono su Brubeck con scarsa benevolenza. Era stata sua l’idea dei dieci giorni… e le indagini erano ancora a un punto morto.
Poi intervenne Yarbes. Sebbene fosse dilaniato dalla sofferenza, al pari della moglie sapeva mascherare bene i propri sentimenti interiori; il suo viso appariva impassibile. Con calma, disse: “Qualcuno mi ha rintracciato. Come ci sia riuscito è un fattore irrilevante, lo stesso vale per la sua identità; quello che conta è ciò che mi ha comunicato, mezz’ora fa, in un posto che non indicherò, perché così ho promesso. In sostanza, sarebbe accaduto qualcosa di estremamente grave. Mancano le prove, ma, qualora l’informazione fosse vera, non sarà difficile raccoglierle; inoltre, se la mia esperienza conta, poco o tanto che sia (non era il caso di ricordare che era stato un fuoriclasse dell’Agenzia, dato che lo sapevano tutti), io credo in quanto mi è stato detto.” Spostò lo sguardo sul direttore della CIA, Brian Stevens. “Ho usato il condizionale per un eccesso di prudenza”, aggiunse, “ma avrei potuto benissimo adoperare il presente.”
Il ministro del Tesoro si agitò sulla sedia. “Non ci tenga sulle spine.”
Yarbes annuì. “In via non ufficiale, un rapporto è pervenuto a Langley… ehm… dalla Russia. Contiene notizie importanti. Il signor Bruce Underwood, al quale era indirizzato, ha deciso di insabbiarlo.”
Stevens non si trattenne: balzò in piedi, furibondo. “Quell’uomo è impazzito?”
Margaret lanciò una breve occhiata a Monica e capì che stava cominciando a perdere i primi pezzi.

A quell’ora, il capitano Danil Borisovic Volkov aveva finito di consumare una cena eccellente: una prelibata costata alla brace, patatine fritte croccanti, torta di mele e Diet Coke. A differenza di moltissimi russi, era astemio.
La giornata lavorativa, però, non era ancora terminata.
Pagò il conto, uscì dal ristorante e trovò un taxi che lo condusse all’estremità opposta della capitale, dove aveva un appuntamento che era stato fissato nel pomeriggio.
Per il pasto serale aveva scelto un buon ristorante, ma non era abituato a sperperare i soldi del SVR, anche se ce n’erano in abbondanza; giunto quasi a destinazione, saldò il costo della corsa, senza lasciare alcuna mancia.
Quindi si avviò a piedi. Svoltato l’angolo della strada, proseguì per circa cento metri, attraversò e scrutò l’edificio che si trovava di fronte. La visibilità non era granché, tuttavia, grazie ai lampioni, sufficiente per consentirgli di scorgere un eventuale passante. Non c’era nessuno. Dieci minuti dopo, riattraversò e suonò un citofono. “Peter.”, mormorò. Quando il portone si aprì, salì al sesto piano, evitando l’ascensore.
L’uomo che lo invitò a entrare nell’appartamento era italiano; si vociferava che appartenesse a Cosa Nostra, peraltro non esistevano prove sicure al riguardo.
Quello che era certo era l’incontestabile fatto che fosse un Maestro.
Le armi che preparava e smerciava potevano essere paragonate a un vestito di Giorgio Armani oppure a una Ferrari uscita da Maranello.
Volkov lo seguì, lungo un corridoio, fino a una piccola stanza, rischiarata da una lampada posata sopra a un tavolo, accanto all’unica finestra, le cui persiane erano accuratamente chiuse. Il tavolo, rivestito da un panno scuro, sembrava sgombro, ma uno sguardo attento avrebbe sicuramente notato un involucro dalla forma strana. All’interno di esso vi era una pistola.

Read Full Post »

RAGE 9

VolkovI quattro uomini erano irlandesi ed erano stati pagati profumatamente per svolgere il loro compito. Soldi che sarebbero serviti, quando fossero tornati in patria. Del ragazzo non gli importava nulla, e nei limiti del possibile lo trattavano bene, anche se il cibo che gli fornivano era invariabilmente sempre lo stesso: salsicce e uova. Donagh Lynch, un energumeno di oltre novanta chili che si occupava di preparargli e servirgli i pasti, entrava nella camera in cui era rinchiuso con un cappuccio stile Ku Klux Klan, però nero. Posate e piatti erano di plastica.
Dei quattro, il più sospettoso era il capo, l’unico dotato di un quoziente intellettivo decente, il quarantenne Pierce O’Connor. Pierce, o Piaras, non si fidava minimamente della sua interlocutrice telefonica, sapeva molto bene che la cabina da cui effettuava le chiamate sarebbe stata rintracciata nel giro di pochi secondi e che poco dopo sarebbe arrivata la polizia. Ma aveva una certa esperienza e, sebbene fosse abituato a “lavorare” a Londra, o dintorni, conosceva molti trucchi, utili anche in America.
La causa di Ibrahim al-Ja’bari lo lasciava del tutto indifferente, perché non era la sua, ma il denaro che aveva ricevuto era buono, e per questo avrebbe fatto quello che gli era stato detto di fare.

Negli Stati Uniti, era notte inoltrata ma a Mosca era già mattino. Un pallido sole si affacciava nel cielo, illuminando le distese di neve che coprivano gran parte delle strade.
Il tenente generale Vasiliy Melnikov accolse freddamente Gennadiy Rybakov, non lo invitò a sedersi e si rivolse a lui chiamandolo per cognome; in altre circostanze probabilmente avrebbe usato nome e patronimico. “Mi risulta”, esordì, “che dal suo ufficio è stato trasmesso un rapporto confidenziale alla CIA, però non tramite i canali consueti, e soprattutto senza averlo sottoposto preventivamente a me.”
Rybakov rimase per un attimo in silenzio, poi con riluttanza annuì. “Un favore a un amico.”, mormorò.
Melnikov lo squadrò. “Un amico!”, ribatté in tono ironico. “Un amico che per ragioni di egoismo personale, tipico dei borghesi servi del capitalismo, ha deciso di insabbiare il suo prezioso dossier, e tutto a causa di una mancata promozione, che non penso che meritasse.”
Il primo vicecapo del SVR aveva un informatore ai piani alti di Langley, che trattava unicamente con lui, e un sistema di comunicazione assolutamente sicuro; la sera precedente si era trattenuto in ufficio fino a tardi, mentre in Virginia era pomeriggio.
“Io…”
“Lei, Rybakov, per il momento è sospeso dal servizio. Più tardi sarà sottoposto a un coscienzioso esame, in base al quale si vedrà se procedere anche in altro modo. Non ha motivo di trattenersi ancora qui.”
Dopo aver congedato il sottoposto, rifletté a lungo.
Sapeva che quelle informazioni non erano state passate a chi di dovere, perciò era ovvio che il DDI le avesse insabbiate. Eppure erano importanti, e Putin non sarebbe stato contento se avesse appreso che l’SVR non collaborava adeguatamente, come da lui promesso.
Però, preferiva agire a modo suo, fuori dal controllo di FBI e CIA.
Mandò a chiamare il capitano Danil Borisovic Volkov, il più promettente giovane ufficiale del direttorato “S”, che ben conosceva dato che lo aveva visto crescere e affermarsi.
Volkov si presentò venti minuti più tardi. Rigido, sull’attenti, si dispose ad ascoltare ciò che Melnikov aveva da dirgli. L’alto dirigente gli fece cenno di sedersi.
Nativo di Omsk, figlio di un ingegnere edile e di un’interprete, Volkov parlava l’inglese correntemente ma con un lieve accento americano, precisamente bostoniano; aveva già svolto con successo tre missioni negli Stati Uniti, di cui conosceva a fondo usi, costumi, topografia delle principali città. Disponeva di tre passaporti perfetti che lo identificavano come cittadino americano. Al termine dell’addestramento Spetsnaz era risultato il primo del suo corso: in parole povere, la sua specialità era uccidere. A mani nude (era esperto in ogni tipo di lotta), con la pistola, il coltello e qualsiasi oggetto che potesse servire all’uso. Non lo aveva mai considerato un piacere, ma semplicemente il dovere.
Melnikov parlò per mezz’ora, quindi si alzò e gli strinse la mano, un gesto insolito per lui. “Buona caccia, Dania!”

Il telefono squillò alle dieci del mattino successivo.
Erano presenti sia Yarbes sia Collins. Martin indicò alla donna di rispondere; era meglio non cambiare interlocutore.
“Allora?”, chiese la voce che già conosceva.
“Prima aspetto una risposta.”, disse con calma Margaret.
“Shakira. Shakira è la sua fottuta cantante preferita.”
“Bene. Le vostre richieste sono state accettate. Entro dieci giorni i sei uomini saranno liberati e procederemo allo scambio.”
“Dieci giorni?” La voce ora era brusca.
“Sono tempi tecnici, ci sono delle questioni burocratiche da sistemare.” Margaret trattenne il fiato.
“Quattro giorni, non di più. Richiamerò in giornata.”
O’Connor riagganciò.
Aveva usato un cellulare usa e getta, con scheda prepagata.
Dal suo posto d’ascolto Milton Brubeck bestemmiò. Il Segretario di Stato non avrebbe certamente apprezzato, ma non lo sentì; lo udì solo Fowley che imprecò a sua volta.
O’Connor quel giorno non ritelefonò con grande disapppunto di Margaret che dovette pazientare fino al tardo pomeriggio dell’indomani.
A quell’ora, mentre il sole si apprestava a tramontare (erano le diciassette e cinquanta del ventun febbraio), un uomo alto, con le spalle larghe e la vita sottile, entrò in un bar situato alla periferia di Washington, nei pressi di Swann Street. Sotto il cappotto, indossava un blazer blu, pantaloni grigi e una camicia azzurra che portava aperta senza cravatta. Era arrivato venti minuti prima e aveva trascorso quel tempo sull’altro lato della strada; da lì aveva osservato con la massima attenzione ciascun passante, ogni macchina che percorreva la via, nonché l’andirivieni dei clienti che entravano e uscivano dal bar. Se qualcuno lo avesse notato (ma nessuno badò a lui), lo avrebbe visto intento a leggere il “Washington Post” e avrebbe pensato che aspettava un amico, un collega di lavoro o una donna. Poiché era attraente, l’ultima era l’ipotesi più probabile.
Si diresse verso il fondo del locale, dove un individuo dai capelli color sabbia stava bevendo una birra. Questi alzò la testa e scrutò il nuovo venuto con uno sguardo privo di espressione. L’uomo alto prese posto al suo tavolo e ordinò un caffè. “Qualcuno ha fatto il cattivo.”, disse, dopo che una cameriera piuttosto carina lo servì, riservandogli un’occhiata maliziosa.
L’altro scrollò le spalle. “Non è una novità, Peter.”
“E tu ne sai qualcosa?”
“Forse. Dipende da quanto sei disposto a pagare.”
“Mille dollari.”
“Tempo perso.”
Peter gli rivolse un sorriso amabile. “E in aggiunta la tua vita, caro Sean. Quanto vale quella per te?” Si era espresso con voce piatta, incolore, quasi stesse parlando del risultato di un incontro di basket.
A parte il sorriso falso, considerò fra sé Sean, in Peter non vi era proprio niente di amabile.
Volkov sorseggiò il caffè, trovandolo pessimo.

Read Full Post »

RAGE 8

SVRQuando, dopo aver mangiucchiato un panino e bevuto due caffè,  Margaret Collins entrò  nella Situation Room erano presenti le stesse persone della prima volta, compresi Brubeck e Fowley: per telefono erano stati avvisati che i sequestratori si erano rifatti vivi ed avevano avanzato le loro richieste.
“Quanto chiedono?”, la interrogò il ministro del Tesoro, mentre Margaret si sedeva. Se in apparenza dava l’impressione di essere un freddo e flemmatico tecnocrate, attento solo ai bilanci, in realtà era un uomo particolarmente emotivo. Nei corridoi circolava la voce che avesse pianto assistendo assieme alla nipotina alla proiezione di “Bambi”.
La donna scosse la testa. Fissò Monica Squire, e a voce bassa scandì sei nomi.
Nella sala scese il gelo.
Tutti guardarono Monica. Era impallidita, ma parlò con calma. “Signori?”
Ci fu un silenzio che alla fine venne rotto dal Segretario di Stato. “E’ una cosa che mi ripugna.”, disse. “Ma non vedo altre soluzioni.”
“Sono d’accordo.”, dichiarò il responsabile del Dipartimento della Sicurezza Interna.
Milton Brubeck si guardava le unghie. Da sempre era astemio, ma pensava che quella sera si sarebbe sbronzato.
Margaret annuì. “Voto a favore.” Il ministro del Tesoro annuì a sua volta, varie volte.
“Li liberiamo e poi io li prendo.”, disse Brian Stevens della CIA.
Johnson, il procuratore generale texano, lo guardò con aria scettica. “Molto spesso queste iniziative sono destinate al fallimento.”, commentò, poi preferì osservare il soffitto senza pronunciarsi. Yarbes taceva, scuro in volto.
“Vi ringrazio per il contributo.”, disse Monica. “Ma la risposta è no.”
Margaret chinò il capo. Lo sapevo!, pensò. Se potessi darle una botta in testa e sostituirla per quindici giorni!
“Il governo degli Stati Uniti d’America non può cedere a un volgare ricatto.”, continuò Monica. “Se si fosse trattato di una richiesta di denaro, sarebbe stato diverso e forse l’avrei presa in considerazione.” Era sempre più pallida ma si esprimeva in tono pacato, fermo ma pacato. “Quei sei uomini sono dei terroristi, degli assassini; su di loro pesa il ricordo di sette vittime innocenti, fra cui due bambini e tre donne. Sono stati riconosciuti colpevoli e condannati a morte. Non intendo cambiare il corso della giustizia, nel modo più assoluto.”
Il tragico episodio era accaduto quattro anni prima. Un commando formato da nove fondamentalisti islamici aveva preso in ostaggio le maestre, gli scolari e i bidelli di una scuola situata vicino al Silver Lake, nel Nevada. Era intervenuta la Delta Force (impropriamente chiamata in causa… ma a mali estremi, estremi rimedi) guidata da un ufficiale che successivamente era stato degradato. Era seguito uno scontro a fuoco, nel corso del quale i terroristi avevano ucciso parte degli ostaggi, perdendo a loro volta tre elementi. Alla fine i superstiti si erano arresi. La motivazione di quella strage insensata era rimasta oscura: durante il processo non era emerso nulla. Il capo della banda aveva rilasciato un’unica dichiarazione: avevano agito in nome di Allah e del suo profeta.
“E la mia proposta?”, domandò il direttore della CIA.
Monica gli rivolse un sorriso tirato. “Siete stati molto gentili… è in gioco la vita di mio figlio e comprendo pienamente il motivo per cui vi siete dichiarati pronti ad accettare lo scambio, ve ne sono riconoscente, come madre, ma la risposta rimane no.”
Intervenne Milton Brubeck. “I tempi?”, chiese.
“Richiamerà domani.”, rispose Margaret. “Ho preteso una prova. Gli ho fatto una domanda, alla quale solamente John può rispondere. E domani io dovrò indicargli i tempi.”
“Sta bene.”, disse Brubeck. “E’ ovvio che esistono delle difficoltà tecniche, non è una cosa che si può fare dall’oggi al domani.” Johnson annuì. “Dica che occorrono almeno dieci giorni. Li tranquillizzi. Dica che non ci sono problemi. Fissi degli altri rendez-vous telefonici. Sostenga che è per tenerli al corrente delle varie procedure in tempo reale, in modo da dimostrare che non stiamo bluffando. Insista sul fatto che vogliamo John vivo: in cambio riavranno i loro sei fottuti compagni. E cazzo, entro una settimana, io metterò le mani su quei bastardi!” Preferì non aggiungere particolari sul trattamento che gli avrebbe riservato. C’erano persone sensibili in quella sala.
Il Segretario di Stato sollevò un sopracciglio. Non Monica. “D’accordo.”, disse. “Procediamo così. E ora scusatemi.”
Si alzò, imitata da tutti, e lasciò la Situation Room.
Sta andando a piangere, comprese Margaret.

In quel momento a Mosca era sera inoltrata e un vento gelido spazzava le strade coperte di neve. I sobborghi della capitale erano lastricati di ghiaccio e nelle campagne circostanti il freddo avrebbe ucciso qualsiasi sprovveduto che avesse osato avventurarsi fuori di casa, privo di indumenti più che adeguati.
Nonostante l’ora tarda il tenente generale Vasiliy Melnikov, primo vicecapo del SVR, era ancora in ufficio, a Yazenevo, immerso in profondi pensieri. Si era verificata un’irregolarità, però non era tanto questo a stupirlo: lo sorprendeva piuttosto l’assoluta mancanza di reazione da parte della CIA. Avevano ricevuto un messaggio importante, che avevano inspiegabilmente ignorato. Nessuna richiesta di chiarimenti.
Sebbene i rapporti fra Stati Uniti e Russia non fossero esattamente idilliaci (e lo sarebbero stati ancor meno l’anno successivo, a causa della questione ucraina), erano comunque di gran lunga migliori rispetto ai tempi dell’Unione Sovietica e del comunismo. Inoltre, certi nemici erano comuni. Tra questi, rientrava Ibrahim al-Ja’bari, un pazzo furioso che aveva abbandonato Hamas per dedicarsi allo sterminio fine a se stesso.
Quando, trent’anni prima, Melnikov era entrato a far parte del KGB, l’America era il nemico da odiare e da combattere, e per quanto lo riguardava la situazione non era cambiata di molto. Sapeva, però, che Putin era in procinto di recarsi a Washington e che per qualche strana ragione il marito della signora Squire gli era simpatico. Lo “zar” aveva promesso tutto il suo aiuto.
A parte questo, Vasiliy era un individuo meticoloso, abituato a mettere ogni tassello al posto giusto. Si era fatto da sé, senza agganci politici, unicamente grazie alle proprie doti; ed era perspicace, tenace e risoluto. Prima di essere promosso all’attuale altissima carica, era stato per cinque anni il responsabile del direttorato “S”, che si occupava degli agenti illegali, cioè quelli che agivano privi di copertura diplomatica, rischiando ogni giorno la pelle. In precedenza, aveva operato nell’ambito della Direzione KR, infiltrando falsi traditori all’interno della CIA; prima ancora era stato un brillante agente operativo.
A Langley lo chiamavano il Maestro della Disinformazione; c’era dell’ironia in quella definizione, dato che ora si accingeva a fare l’esatto contrario. Infatti, malgrado l’antipatia che provava per gli americani, non approvava il sequestro di un ragazzino, anche se era il figlio di un ex cekista; inoltre detestava ancor più gli arabi.
Telefonò personalmente a Gennadiy Rybakov, convocandolo per l’indomani mattina.
Era un individuo che non gli piaceva. La lunga permanenza a New York lo aveva corrotto, insinuandogli nei lombi i perversi piaceri tipici dei Paesi decadenti dell’Occidente.
Ma non era quello il problema.

Read Full Post »

LETTERA DI UNA MADRE

lettera di una madreFiglia mia, vorrei augurarti di trascorrere una vita felice, ma forse è chiedere troppo. Sarebbe già bello se tu trovassi e conservassi nell’animo la serenità, la fiducia in te stessa e l’amore per il prossimo, a qualunque etnia appartenga: tieniti alla larga dai razzisti e ricorda sempre che siamo tutti uguali, ricchi e poveri, bianchi e neri. Io non credo in Dio, ma credo nel messaggio di Gesù, che considero il più grande uomo mai esistito.
Non influenzerò in alcun modo le tue scelte: starà a te decidere in base alla tua coscienza se credere o meno; ciò che conta è che tu non tradisca mai chi ti ama. La strada dell’inganno è la peggiore, e non guardare ai malfattori che nel nostro Paese vengono premiati con cariche e onori, come se una condanna penale, anziché motivo di biasimo e vergogna, fosse una nota di merito.
Cerca di studiare con profitto, perché è importante apprendere, ma non pensare che una laurea ti darà un buon lavoro; ciò accade altrove ma purtroppo non qui. Sappi comunque che qualsiasi lavoro, anche il più umile, è degno di rispetto. Svolgilo con impegno e la notte dormirai bene. Ti auguro un amore felice. Non dimenticare, però, che ogni matrimonio presenta delle difficoltà: non arrenderti alle prime, lotta sempre per proteggere la tua casa, e la tua casa è dove vivrà tuo marito e, in seguito, i tuoi figli.
Rispetta il tuo uomo e pretendi uguale rispetto. Non cedere alla prima passione della giovinezza e attendi che scocchi una vera scintilla. Il divorzio, per fortuna, esiste, ma non è un traguardo gioioso, né un passo da compiere alla leggera. E’ l’ultimo rimedio.
In base alle tue possibilità, aiuta sempre il prossimo tuo. Che siano soldi, un sorriso o una stretta di mano. Questo è uno degli scopi dell’esistenza; chi lo ignora ha il cuore gelido dell’egoismo. Non aspettarti riconoscenza, non è per quello che devi compiere il bene.
Ama gli animali: sono gli amici più sinceri. Disprezza e combatti chi li maltratta, persone che meritano soltanto disgusto.
Camminerai scalza sulla sabbia, contemplando il mare infinito, e le barche dalle vele sgargianti, e le navi lontane, e i gabbiani. Raccoglierai conchiglie e gli affiderai i tuoi sogni.
Verrà anche il tempo delle piogge.
Conoscerai la tristezza. Rammenta che dopo l’inverno giunge sempre la primavera, dopo la grandine il sole, dopo i fulmini il cielo stellato, perciò non lasciarti abbattere. Conoscerai la gioia, forse solo attimi sporadici: conservali in un cantuccio del cuore, ti riscalderanno nei momenti più bui.
Sii sempre fiera di te stessa, e se sbaglierai ammettilo e non nasconderti in un manto di indifferenza; impara, invece, dai tuoi errori per diventare una donna migliore.
Cercherò di guidarti, bambina mia, ma poi sarai tu a tracciare il tuo cammino.
Che sia il migliore possibile!
Buon Ferragosto, tesoro.
La tua mamma.

Read Full Post »

RAGE 7

UnderwoodIl ragazzo era terrorizzato. Pallido in viso, o più esattamente bianco come uno straccio, tremava e sembrava sul punto di vomitare. Gli sgualciti pantaloni di flanella erano bagnati sul davanti.
A Milton Brubeck non faceva nessuna pena. Mentre lo inchiodava con uno sguardo che avrebbe fatto rabbrividire il più incallito dei criminali, il direttore dell’FBI specificò che non gli rompeva le ossa solo perché era minorenne.
“Come sapevi di Flavia Pennetta?”, gli chiese Patrick Fowley.
“L’ho immaginato.”, rispose il giovinastro che rispondeva al nome di Daniel Simpson, Danny per gli amici, posto che ne avesse veramente. “Un giorno John mi ha mostrato una sua foto, la teneva nel portafoglio. Ricordo che disse che era brava, ma soprattutto bella. Stravedeva per lei.”
“E le due squadre?”, lo incalzò il responsabile della Divisione Indagini sulla Criminalità.
“Beh, di quelle abbiamo parlato molte volte.”
“Ascoltami bene, pezzo di merda!” Brubeck era paonazzo per la collera. “Volevi rubare due milioni di dollari, passando sulla testa di John, ignorando il dolore di una madre e di un padre; ti posso assicurare che la pagherai cara, bastardo.”
“Era soltanto uno scherzo.”, protestò Danny, ma era chiaro che stava mentendo. “I miei genitori mi ammazzeranno!”
“Ottima idea, viscido escremento brufoloso.”, sentenziò Milton Brubeck.
“Inoltre, sei un imbecille.”, intervenne di nuovo Fowley. “Come potevi pensare di farla franca? Ti sei fatto beccare in una cabina telefonica e credevi di riuscire a intascare i soldi senza che ti mettessimo le mani addosso un secondo dopo?”
“Era uno scherzo, lo giuro!”, ripeté Danny, balbettando.
“Uno scherzo di cui non finirai di pentirti, ammesso che sia vero e io non lo credo.” Brubeck abbassò la voce. “Delle due l’una.”, disse in tono gelido. “O sei un idiota o un delinquente. Io propendo per idiota-delinquente.” Si rivolse a Fowley. “Lei come la vede, Patrick?”
“Un imbecille.”, rispose Fowley. “E un figlio di puttana.”
Danny cominciò a piangere. “John è il mio miglior amico.”

In genere, il direttore della CIA svolge un ruolo prevalentemente politico. Si occupa dei fondi, dei rapporti con la Casa Bianca e con i membri del Congresso, osserva dall’alto le operazioni più importanti, ma di rado interviene personalmente, sebbene siano esistite delle eccezioni.
Chi lavora sul campo sono il DDO, cioè il vice direttore per i piani, il cui compito è quello di controllare l’operato degli agenti e di stabilire le principali missioni, e il DDI, il primo vice direttore per l’intelligence che analizza i dati forniti dall’altro.
Insieme rappresentano l’equivalente di quella che un tempo era la prima direzione centrale del KGB, in seguito ribattezzata SVR. In teoria – molto in teoria – alla CIA non è consentito di agire sul territorio americano, ciò che invece, in Unione Sovietica, faceva la seconda direzione centrale del KGB, adesso chiamata FSB. La sicurezza interna degli Stati Uniti è affidata all’FBI e ad altre organizzazioni.
Brian Stevens, il nuovo direttore scelto da Monica Squire, in precedenza era stato DDO. Vantava una carriera piena di successi, era esperto e intelligente, e godeva della stima e della fiducia di Monica.
Tuttavia, Bruce Underwood, il DDI, era entrato a far parte della Central Intelligence Agency quattro anni prima di lui, e anche il suo stato di servizio risultava impeccabile. Affermare che la decisione di Squire l’avesse entusiasmato sarebbe un eufemismo; anche se lo mascherava bene, era ancora furibondo. Il fatto che lo avesse previsto non cambiava la sostanza delle cose: era stato scavalcato. Monica proveniva dallo stesso settore di Brian, e aveva voluto favorire un suo protetto; d’altro canto, lei era stata la pupilla del precedente direttore e a questo si doveva la sua ascesa. Così funzionava il mondo, pensava pieno di risentimento. In realtà non era vero. Squire aveva deciso in base alla meritocrazia, ma il DDI era un narcisista maniacale con un’altissima considerazione di se stesso.
Underwood avrebbe preferito che la nomina fosse ricaduta su un elemento esterno a Langley, come in passato sovente era già accaduto; per lui non sarebbe cambiato nulla, a parte un fattore: detestava Stevens.
Come di consueto, era vestito elegantemente: indossava un impeccabile completo grigio, una camicia bianca, stirata alla perfezione, e una cravatta di una tonalità di grigio più scura, però, contrariamente alle sue abitudini, quella mattina non si era rasato. Aveva anche rinunciato a uova, toast imburrati e spremuta d’arancia, limitandosi a due caffè.
Mentre Brubeck e Fowley torchiavano Danny, Underwood stava esaminando un rapporto inviato dal Mossad israeliano, che curiosamente era molto simile a un analogo documento pervenuto la sera prima da Mosca. Si erano rivolti direttamente a lui perché erano due contatti personali, coltivati nel tempo. Aveva conosciuto il russo quando questi era il rezident del SVR a New York e, per quanto strano possa apparire, i due avevano simpatizzato ed erano diventati quasi amici. Gennadiy Rybakov apprezzava le donne americane e Underwood con grande discrezione gli aveva procurato qualche stuzzicante appuntamento. Cose che succedevano anche ai tempi del KGB. Gennadiy era dotato di un certo fascino e aveva saputo sfruttare al meglio quei rendez-vous. L’uomo del Mossad aveva visitato gli Stati Uniti in diverse occasioni; l’ultima risaliva a sei mesi prima: il suo soggiorno si era concluso con una cena molto piacevole.
Underwood si alzò per andare a riporre l’incartamento nella cassaforte. Se si fosse affacciato alla finestra, avrebbe potuto osservare il Potomac rilucere ai raggi del pallido sole invernale, uno spettacolo che lo affascinava sempre.
Ma tornò a sedersi dietro alla scrivania e meditò a lungo.

La seconda telefonata del “vero” rapitore arrivò il giorno seguente, ancora intorno all’ora di pranzo. Anche questa volta fu Margaret Collins a rispondere.
L’uomo parlò per cinquantadue secondi, esponendo le sue richieste, quindi annunciò che avrebbe richiamato l’indomani e interruppe la comunicazione. Margaret riuscì solo a porre una domanda per avere la conferma che John fosse  vivo. Udì un grugnito d’assenso.
La cabina fu rintracciata in undici secondi. Si trovava in aperta campagna, nei pressi di un distributore di benzina, a circa quaranta miglia da Washington. Quando giunse un’auto della polizia, il sequestratore era scomparso e l’addetto alle pompe dichiarò di non aver visto anima viva: guardava la televisione che stava trasmettendo un appello del pontefice. Di origini irlandesi, il benzinaio era un cattolico praticante e non si sarebbe perso nemmeno la replica serale, nell’orario di massimo ascolto.
Nel frattempo, Margaret fissava sconvolta il ricevitore. Il prezzo per riavere John Yarbes non era costituito dal denaro, poco o tanto che fosse; conoscendo bene Monica, la costernata Margaret era quasi certa che avrebbe respinto la richiesta, considerandola inaccettabile.
Se non fosse stata un’idiozia, e se i tempi non fossero stati così ristretti, si sarebbe forse appellata al Venticinquesimo Emendamento, che prevede il decadimento del presidente in carica quando viene giudicato non più idoneo a svolgere le sue mansioni, e le sarebbe subentrata… e poi?
Collins aveva sperato che volessero soldi; anche se la cifra fosse stata alta, non sarebbe stato un problema: Squire non era ricchissima (guadagnava quattrocentomila dollari all’anno, benefit esclusi), ma miliardari, fondazioni, Ong, lobby di ogni parte d’America, perfino un noto mafioso si erano già offerti di provvedere, e questo valeva anche per un filantropo inglese, un industriale tedesco e un magnate indonesiano. E si era ancora all’inizio. Senza contare l’intervento del ministro del Tesoro.
Ma i banditi che avevano in custodia John non chiedevano dollari, né sterline, euro o altre valute.
Due ore più tardi, Margaret Collins si recò alla Situation Room con l’animo gonfio di paura. Per lei John era come un fratellino minore. Benché il riscaldamento fosse azionato al massimo, si sentiva gelare.

Read Full Post »

Marirò

Chi mi legge sa che ogni tanto parlo di libri e quello che vorrei presentare oggi è un bel libro che ho appena finito di leggere: “ Ilcrepuscolo della Lubjanka”, di Alessandra Bianchi, Ed.Youcanprint.

bianchi

Seguo da un paio d’anni  il blog di Alessandra Bianchi, lo seguo con interesse perché mi piace: un blog con una garbata padrona di casa, sempre attenta ai vari commenti e a ciò che i suoi tanti ospiti scrivono nei propri blog,  uno spazio frequentato da  gente gradevole che interviene  con argomenti pertinenti, attenti, anche di ampio respiro, un blog  dove si scherza persino, ma dove soprattutto si parla di libri, di scrittori e di scrittura, un blog  dove fondamentalmente si legge.

Alessandra è molto generosa con noi lettori e offre tantissime sue proposte : racconti, storie brevi, racconti lunghi, racconti a più mani, interi libri a capitoli, storie e poesie di…

View original post 458 altre parole

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: