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Archive for the ‘Il Processo’ Category

IL PROCESSO 9

Il processoEntrambi i legali – Newwhitebear e Rodixidor – avevano espressioni cupe e perplesse, ma un terzo avvocato annuì più volte. Patrick Massy Grifo era sobrio e soddisfatto: aveva fatto tutto quello che poteva; adesso toccava al giudice e al suo strano cliente.
“Le rivolgerò qualche domanda.”, disse Vostro Onore al professor Capehorn, dopo che questi ebbe debitamente giurato. Fra sé Maria Rosaria pensò che quell’uomo andava incarcerato solo per il ridicolo farfallino che portava. Ma forse, erano arrivati alla fine di un processo che aveva detestato dal primo momento. Avrebbe pure condannato con grande gioia ai lavori forzati White e Been, e anche i due azzeccagarbugli; peccato che non fosse possibile.
“Lei conosce la signora Nadia Been qui presente?”, domandò con calma.
Gli occhi di Capehorn corsero alla donna, che evitò il suo sguardo. “Sì.”
“In che occasione vi siete incontrati?”
“Tramite conoscenze comuni venne a cercarmi. Dichiarò che era una scrittrice e che voleva migliorare, sapeva che davo lezioni di scrittura creativa… pagò il conto in anticipo.”
“E queste lezioni?”
“Be’, si svolsero. Mi fece leggere ciò che aveva scritto di recente – un’infamia, se posso permettermi – e poi mi mostrò anche alcune pagine di una sua amica, la signora Alexandra White. Mi chiese chi, a mio avviso, fosse la migliore: una domanda veramente difficile! Le avrei viste bene a lavorare nei campi, con tutto il rispetto per gli agricoltori, si intende. Una peggio dell’altra, era proprio difficile stabilire qual era la meno dotata; in ogni caso, mi aveva pagato: pertanto mi misi all’opera. Si dimostrò piuttosto lenta di comprendonio, inoltre invece di svolgere i compiti che le assegnavo preferiva arrampicarsi sugli alberi e dare la caccia alle lucertole. Un disastro, insomma! Allora, preso dalla disperazione, le diedi da leggere un mio manoscritto. Della serie, guarda e impara.”
“E?”, volle sapere il giudice.
“Non la vidi più. Tempo dopo, entrai in una libreria e vidi…” Il teste tossì convulsamente, diventando rosso in faccia per l’indignazione.
“Si controlli!”, abbaiò Maria Rosaria.
“Sì, mi scusi. Vidi un romanzo, un libro, che avevo scritto io! Era lo stesso che avevo dato da leggere alla signora Nadia, però non era lei che figurava come autrice, bensì la sua amica. Non sapevo cosa fare, alla fine mi consultai con l’avvocato Massy Grifo. Venimmo a sapere che c’era un processo, che Been aveva accusato White di averle rubato il suo manoscritto (cioè il mio) e decisi di farmi avanti. Questo è tutto.”
Marirò annuì. Prese un registratore, lo mise in funzione e lanciò uno sguardo di fuoco ai presenti per imporre il silenzio.
Nell’aula si udirono voci alterate, stridule, insulti vari. Le voci erano quelle di Alexandra White e di Nadia Been. A un certo punto, prima della rissa, White gridava: “Lo sai bene che non l’ho rubato a te, perché non è farina del tuo sacco!”
Vostro Onore spense il registratore. Non era il caso di riascoltare la scena da pescivendole che seguiva.
Tutti la fissavano allibiti. “Vostro Onore…”, era James Rodixidor. “Con il permesso della corte…”
“Nessun permesso!”, latrò il giudice. “La faccenda è deplorevole e chiara. Ci troviamo di fronte a due ladre, che litigano per il bottino. Questi sono i fatti: Nadia Been ha rubato “2693 D.C. al professor Capehorn, dopodiché White l’ha rubato a lei. Obiezioni?”
J.P. Newwhitebear si alzò lentamente in piedi. “Ehm… mi appello alla clemenza della corte.”
“E lei?”, Marirò si rivolse a James Rodixidor.
“Le prove!”, sentenziò il principe del Foro. “Abbiamo la parola del professore contro la parola della mia stimatissima cliente. Un po’ poco per emettere un verdetto!”
“Il nastro lo avete sentito.”, ribatté il giudice. “E, inoltre, il professor Capehorn mi ha portato questi.” E sventolò una fascio di fogli. “E’ l’originale di “2693 D.C.”, scritto di suo pugno, a mano.”
“E chi lo dice che è l’originale? Potrebbe trattarsi di una messinscena.”
“Sì.”, ammise Marirò. “Peccato che questo tagli la testa al toro. Le pagine che qui vedete”, e le agitò ancora per aria, “non sono fogli di cartoleria, bensì ritagli di giornale, scontrini di bar e di centri commerciali, sui quali il professore ha scritto a pennarello.”
Il giudice si concesse un sorriso maligno. “E si vedono le date!”, aggiunse con voce falsamente mielosa.
James Rodixidor tacque, impietrito.
Nadia si coprì il viso con le mani, Alexandra scoppiò in lacrime.
Vostro Onore batté il martelletto e scandì con voce chiara: “In nome del popolo americano, questa corte condanna le signore White e Been al pagamento delle spese processuali. In più, vista la gravità del reato da loro commesso, le condanna altresì a frequentare per un anno il centro sociale del reverendo Collins, dove imbiancheranno i muri e daranno assistenza ad anziani e invalidi. ”
“Ma io…”, protestò Nadia Been.
“La seduta è tolta.”

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IL PROCESSO 8

Il processoChiusa a chiave nel suo studio, Maria Rosaria rilesse attentamente quello che aveva scritto, annuì varie volte, dopodiché firmò utilizzando un nome falso – off course. Si trattava di una lettera durissima indirizzata all’autore del libro di Heidi, nella quale Vostro Onore esprimeva il suo fiero disappunto per le sventure amorose della protagonista. Esortava anche lo scrittore a realizzare immediatamente un nuovo romanzo nel quale venisse fatta finalmente giustizia.
Sentendosi un po’ Annie Wilkes (l’infermiera pazza di “Misery”), nascose la missiva e tornò a fissare con antipatia la cassetta. Già era assurdo che nell’anno di grazia 2016 si utilizzassero ancora strumenti così obsoleti. Inoltre, il contenuto di quel nastro la costringeva a riflettere, e non ne aveva nessuna voglia. Aveva escluso che venisse accettato come prova; questo, però, non toglieva che suscitasse forti dubbi in merito all’intera vicenda.
Decise di riascoltarlo per l’ennesima volta. A titolo di consolazione, sorrise malignamente pensando ai giurati furibondi dopo che aveva provveduto a porli in isolamento.
Ed ecco di nuovo rumori e voci. Un campanello suonava. Alexandra White, che stava “componendo a voce”, andava ad aprire la porta. Nadia Been parlava, ma si capiva poco a causa della distanza. White replicava in maniera alterata. Le parole, tuttavia, sfuggivano. Poi le due donne si avvicinavano al registratore e il dialogo diventava comprensibile. Insulti vari. Quindi, la frase “incriminata”. Voci sempre più concitate, stridule, rabbiose. Strilli.
Di seguito, un rumore di lotta. Pochi minuti. Adesso White gridava: grida di dolore. A un tratto implorava l’altra. Il suono di diversi schiaffi. “Ti prego, basta!” Era di nuovo White.”Oh, abbiamo appena incominciato.” Questa era Nadia. Altre sberle, piuttosto forti a giudicare dal rumore e dai gemiti disperati. Forse due pugni, sebbene fosse difficile da stabilire. White continuava a chiedere pietà; probabilmente era stata immobilizzata e non poteva più difendersi. Infine, la porta che sbatteva. E Alexandra che piangeva. Stop. Risultava chiaro chi aveva vinto quello scontro e chi lo aveva perso. Alexandra White le aveva prese di santa ragione. Al giudice non poteva importare di meno; fra l’altro le trovava entrambe piuttosto antipatiche, diciamo sull’odioso andante.
Ciò che contava era la frase.
Tutto ruotava su quella frase.
Doveva prendere una decisione, ma aveva già mal di testa. Un’emicrania acuita dal ricordo della camicia color crema del marito; prima di metterla a lavare, l’aveva controllata, e non le erano sfuggite le macchie di rossetto. Maledetto Texas!
White era sicuramente colpevole… ma non era l’unica colpevole.
E in base a quanto aveva detto quello strampalato legale esisteva un solo modo per appurare la verità.

Allo scopo di non irritare ulteriormente la giuria, James Rodixidor e J.P. Newwhitebear avevano deciso di non convocare altri testi. Ora ambedue erano concentrati sull’arringa finale.
Rodixidor non aveva dubbi sul verdetto. Era certo di aver dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che “2693 D.C.” era stato scritto da Nadia e che Alexandra lo aveva spudoratamente rubato.
Newwhitebear era quasi altrettanto sicuro del verdetto, ovviamente a parti rovesciate. La sua cliente sarebbe stata scagionata. Magari non grazie a lui: White gli aveva detto che aveva sedotto un giurato influente; se era vero, andava bene così, e al diavolo l’orgoglio professionale! D’altro canto i soldi erano più importanti di un ego (vagamente) insoddisfatto.
In quanto ai giurati, volevano soltanto che quel deprimente processo finisse, in modo da poter tornare a vivere, cosa al momento non possibile visto il regime di isolamento cui erano stati sottoposti dalla nazista. Altro che Vostro Onore! Il solo soddisfatto e tranquillo era Willyco. Avvalendosi di metodi assai subdoli era riuscito a far pendere la bilancia nella direzione da lui voluta. Lo attendeva una bella ricompensa.
Ma tutto questo, ogni pensiero, ogni speranza di vittoria, ogni malumore, scomparve allorchè il giudice fece il suo ingresso nell’aula di giustizia. Contravvenendo decisamente alle norme, annunciò che convocava un nuovo teste per propria libera scelta. Quali norme!, pensò amaramente la donna: quelle che dovrebbero impedire a un marito di andarsene in Texas per affari, vestito da cow-boy con tanto di cappello a tesa larga, stivali, cravatta sottile e camicia color crema?
I due avvocati la fissarono allibiti, il portavoce Willyco corrugò la fronte, perplesso, White e Been sollevarono di scatto la testa. Erano ambedue annoiate e si chiesero cosa diavolo avesse in mente Vostro Onore.
Maria Rosaria intimò il silenzio e, scandendo bene le parole, dichiarò: “Chiamo a deporre il professor Capehorn.”
Poi picchiò con forza il martelletto, fulminando con lo sguardo tutti i presenti.

Ben ritrovati, amici 🙂
A presto con la nuova puntata di “Guerra Totale”

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IL PROCESSO 7

Il processo“I membri della sua giuria interagiscono e si scambiano opinioni; peggio ancora: si sono verificati tentativi di, come dire?, influenzarne alcuni.”
La voce al telefono suonava strana, come contraffatta; un brusio sullo sfondo indicava che la chiamata proveniva da un locale pubblico, impressione rafforzata dalle note di una canzone chiassosa e volgare.
Marirò stava godendosi qualche giorno di relax: il marito era tornato in Texas per certi affari (si augurava che fossero puliti, senza averne la certezza assoluta) e lei era intenta a trangugiare un sandwich con burro di arachidi, mentre sullo schermo tv scorrevano le immagini di un episodio di SpongeBob. Ai piedi del divano, accanto alle scarpe scalciate via quando era rincasata, giaceva il libro di Heidi, che l’aveva profondamente delusa, a causa del finale. John John aveva scelto in modo definitivo Sammy Sammy.
Il giudice alzò gli occhi al cielo. “Con chi ho il piacere di parlare, prego?” Per la verità non si trattava affatto di un piacere, dato che il processo di cui si stava occupando era più deprimente di una pioggia di luglio. Anche se almeno quella aveva il potere di rinfrescare l’aria, posto che fosse durata abbastanza.
“Un amico.”, rispose la voce contraffatta, vagamente metallica, ma poteva essere una suggestione da film, si disse Vostro Onore. Era più probabile che lo scocciatore si fosse ficcato un fazzoletto davanti alla bocca. Metallica? Stronzate, concluse la donna, appoggiando il panino sul divano. Un istante dopo, la comunicazione venne interrotta.
Willyco riagganciò e trasse un profondo respiro. La legge dei numeri, pensò distrattamente. Per un curioso caso del destino, proprio lui l’aveva evocata. Solo che poi si era trasformata in realtà, una realtà ben diversa dalle elucubrazioni filosofiche. Al ricordo, rabbrividiva ancora, consapevole com’era che se avesse mantenuto i patti, la ricompensa non sarebbe tardata e quel corpo sinuoso…
Scrollò la testa e ordinò tre caffè. Era sicuro di due cose. La prima che veramente non vedeva l’ora che quella farsa finisse, la seconda che Alexandra White era colpevole. Peccato che avesse doti, chiamiamole così in mancanza di meglio, che esulavano dall’abilità con cui aveva rubato “2693 D.C.”.
White non era stupida, tutt’altro, rifletté Willyco. Aveva capito che J.P. Newwhitebear, per quanto tenace e ostinato fosse, era destinato a soccombere di fronte a James Rodixidor. Un alcolizzato (le voci corrono) contro un fuoriclasse. L’input era stato di White, però la strategia apparteneva a lui, farina del suo sacco. Stressare Paul Wolfghost, in modo da ottenere l’esatto contrario di quanto apparentemente si era prefissato, occuparsi in seguito delle donne per raggiungere infine il risultato richiesto. White scagionata. E poco importava se in tutto questo il concetto di giustizia risultava assente. Chiese un quarto caffè, meditando di nuovo sui numeri. Un numero, per essere precisi, il quale se capovolto formava un secondo numero, assai meno stimolante.
Pagò il conto e uscì nella notte. Le automobili sfrecciavano, a bordo giovani rampanti, spacciatori di droga, vecchi libidinosi, ragazze squillo, delinquenti vari. Simili a vampiri, aspettavano il buio, incuranti del fatto che alcuni di loro avrebbero finito la corsa prima dell’alba. Willyco si avviò lentamente verso la sua Subaru. Vampiri sdentati, ridacchiò.
Mentre Maria Rosaria rimuginava sulla strana telefonata (e finiva il sandwich), stabilendo di mettere in isolamento i giurati, e il portavoce della giuria estraeva il portafoglio dalla tasca, l’avvocato Patrick Massy Grifo afferrò il cellulare e, dopo un attimo di esitazione, compose un altro numero. Il professor Capehorn rispose con una certa lentezza. “E’ sicuro?”, lo interrogò il legale.
Un sospiro. “Certo che sì! Perché avrei dovuto inventarmi una storia così assurda?”
“Appunto! Perché è talmente assurda da sembrare inverosimile.”
“Ciò nonostante, le ho detto solo la verità.”
Massy Grifo fissò il telefonino, indeciso. “Il ritardo…”
“Le ne ho spiegata la ragione. Io vivo in un mondo tutto mio.”
Già, il mondo di Oz, fu sul punto di ribattere l’avvocato. Preferì mordersi la lingua e prendere per buona la versione dello studioso. Sentiva il profumo dei dollari, e secondo lui non esisteva niente di meglio al mondo, nemmeno l’odore delle macchine nuove e quello delle femmine.
Willyco l’avrebbe contraddetto.

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IL PROCESSO 6

Il processoQuando la segretaria bussò alla porta chiusa a chiave, l’avvocato Patrick Massy Grifo stava controllando le quote dei cavalli, annotandole su un block-notes sgualcito con l’intento di scegliere le sue puntate dopo, con la giusta calma e smaltiti i bollori dell’alcool.
Un tempo aveva frequentato le aule dei tribunali, vincendo anche qualche causa; ma quel tempo ormai era finito e con esso la sua carriera: tutto a causa di quel fottuto J.P. Newwhitebear che lo aveva eletto a compagno di bevute. Solo che, mentre l’altro riusciva ancora a esercitare una professione che ora Massy Grifo detestava cordialmente, lui era crollato, finendo in un tunnel buio, le cui pareti erano rivestite di lattine di birra e di bottiglie di pessimo bourbon.
Judy, la segretaria, bussò ancora. Erano quattro mesi che non riceveva lo stipendio e odiava il principale. L’odio era acuito dalla consapevolezza che, se si fosse licenziata, non avrebbe trovato un altro posto. “Cosa c’è?”, abbaiò Patrick. “Un cliente!”, urlò Judy, sebbene fosse consapevole che quell’esemplare raro che aveva varcato la soglia dell’ufficio la sentiva perfettamente; d’altro canto si era dimostrato uno sprovveduto scegliendo un avvocato ubriacone e perciò che ascoltasse pure!
Patrick Massy Grifo si alzò a fatica, sgomberò la scrivania e fece sparire la bottiglia. Quindi, andò ad aprire. “Fallo passare.”, latrò. Non era certo di voler parlare con uno sconosciuto, ma non ignorava che gli avevano staccato il telefono, che la banca ringhiava e che il fottuto Newwhitebear aveva accolto con gelida indifferenza la sua richiesta di un prestito. Peraltro, era anche perplesso: chi mai poteva aver bisogno di un legale fallito?
Lo scoprì due minuti più tardi.

James Rodixidor non aveva pensato che Alexandra White potesse crollare e confessare il furto; una vaga possibilità esisteva, comunque non era quello lo scopo che si era prefisso. Intendeva metterla alle corde, costringerla a mordicchiarsi il labbro, farla balbettare, e ci era riuscito perfettamente. I giurati avevano visto e sentito, e questo bastava. Soddisfatto, annunciò che aveva finito. Newwhitebear rinunciò al controinterrogatorio, Alexandra sembrò sul punto di protestare però si limitò a scuotere la testa perplessa, e il giudice dichiarò che la seduta era aggiornata all’indomani.
Tornarono tutti a casa.
Tranne Willyco.
Sapeva dove abitava Paul Wolfghost. Era una graziosa villetta disposta su due piani, davanti un prato ben curato, sul retro uno spiazzo dove Paul lavava la sua automobile. Willyco suonò il campanello, in spregio alle raccomandazioni di Vostro Onore e alle leggi vigenti, e venne accolto con notevole stupore. Benché fosse sorpreso e forse irritato, Wolfghost lo invitò a entrare e gli offrì una birra, poi lo scrutò, diffidente. “Il giudice…”
“Lo so.”, tagliò corto il portavoce della giuria. “Il problema è che non voglio arrivare a Natale. Dopo la deposizione di oggi, bè, White è colpevole, no?”
Nell’aria si respirava una certa aria di tensione. Willyco assunse un’espressione cordiale. “Io direi proprio di sì”.
Wolfghost prese una lattina per sé, strappò la linguetta e mandò giù una lunga sorsata. “Non saprei.”, rispose infine. “Devo riflettere.”
“Ti va se riflettiamo insieme?”
“Non mi è piaciuto il modo con cui si è comportato Rodixidor.”, osservò Wolfghost.
“E’ il suo lavoro.”
“Wolfghost annuì, poco convinto. “Perché sei venuto da me?” Lanciò un’occhiata alla foto di una bella donna, posta su una mensola, rimpiangendo il fatto che sua moglie fosse andata dai genitori: lei sapeva sempre come consigliarlo. Fuori della vetrata che dava sul prato, si allungavano le prime ombre della sera. Si preannunciava una notte stellata. Un gatto penetrò nel soggiorno, infastidito dall’intrusione di uno sconosciuto. Decise di ignorarlo.
Willyco tolse un pacchetto di Camel da una tasca della giacca, ne tirò fuori una, la ficcò fra i denti e l’accese con un fiammifero. Aspirò una prima boccata, tossì e si scusò. “Maledetta abitudine! Sei consapevole che ti fanno male, eppure non smetti.” Si versò in bocca una generosa quantità di birra. “Tu e quell’Univers siete i giurati più influenti, questione di personalità. Gli altri seguiranno a ruota.”
Wolfghost sorrise al gatto. “La fisiognomica! Samuel non cambierà mai idea.”
“Lo so: per quello sono qui. Bastano nove voti e la faccenda è chiusa.”
“Nadia Been l’ha picchiata.”, mormorò Paul.
“Sicuro come l’oro! E, secondo te, perché? Per un motivo tremendamente semplice: le aveva rubato il libro! Dammi retta, amico, il caso è chiaro e lampante, inutile sprecarci tempo.”
“Ci penserò.”, promise Wolfghost, distogliendo lo sguardo.
Willyco gli affibbiò una pacca sulla spalla. “La notte porterà consiglio.”
Uscì, risalì in macchina e si fermò da McDonald. “Due Big Mac, patatine grandi, ketchup, caffè e frullato.”

A quell’ora Patrick Massy Grifo contrariamente al solito era ancora in ufficio immerso nei propri pensieri. Il professor Capehorn, disse a se stesso. Che uomo singolare!
Allungò la mano verso la bottiglia, ma si fermò, anche se a malincuore.
Doveva restare lucido.

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IL PROCESSO 5

Il processoAlexandra White era vestita in modo semplice, decisamente casual: jeans, sneakers e una felpa verde. Aveva raccolto i capelli biondi in una coda di cavallo e si era truccata in maniera sobria, soltanto un po’ di ombretto blu per evidenziare gli occhi.
James Rodixidor fu la gentilezza fatta persona.
Elegantissimo nell’abito grigio di sartoria, fresco di doccia e rinvigorito dal frullato di frutta ingerito al posto di un pranzo normale, gli occhi celesti ingannevolmente miti, si informò subito sulla situazione psicologica ed emotiva della giovane donna. Se fosse nato a Londra, avrebbe potuto fregiarsi del titolo di Queen’s Counsel, Avvocato della Regina, un’onorificenza tipicamente britannica; in mancanza di questo, sfoggiava un perfetto accento bostoniano.
“Non deve essere stato piacevole venire aggredita e malmenata in casa propria. Come si sente ora, signora?”
J.P. Newwhitebear fissò perplesso l’avvocato: cosa diavolo stava facendo?
Maria Rosaria Ily diventò improvvisamente attenta, dimenticando, almeno per il momento, le disavventure amorose di Heidi.
White si limitò ad annuire.
“Sta meglio?”, insisté Rodixidor.
“Grazie, sì.”
I giurati lo studiavano: la sensazione che dava era quella di un uomo sinceramente preoccupato per le condizioni di Alexandra; se ciò suonava strano ad alcuni, per altri era del tutto comprensibile.
“Mi tolga una curiosità, signora. Perché ha lasciato entrare Nadia Been nel suo appartamento?”
C’erano tutti gli estremi per obiettare, ma Rodixidor si stava scavando la fossa da solo. Newwhitebear si domandò dove intendesse andare a parare.
“Si è finta una postina e ha camuffato la voce.”
“Capisco. Davvero molto increscioso. Altrimenti, non l’avrebbe fatta entrare o sbaglio?”
“Non sbaglia.”, affermò White.
L’avvocato spostò lo sguardo sulla sua cliente. “Le dispiace alzarsi un attimo, signora Been?”
Nadia Been obbedì. Indossava una camicetta di seta che lasciava intravedere le braccia esili.
“Avete più o meno la stessa età e la stessa corporatura.”, osservò il legale. “La signora Been – può sedersi, la ringrazio – non è esattamente un’amazzone, mi sembra anche che abbia le spalle più strette e le braccia meno muscolose, eppure lei non ne è uscita bene, per usare un eufemismo.”
Alexandra White assentì con un cenno del capo. “Era una furia scatenata!”
James Rodixidor ignorò la risposta e proseguì: “Immagino che lei adesso mi dirà che ha riportato la peggio perché è una signora, e come tale non abituata a risse da pescivendola.”
“Infatti!”
James Rodixidor sorrise, comprensivo. “Se lei non avesse aperto la porta…”
In quel momento Newwhitebear ebbe la premonizione di un disastro, e si allarmò. Il suo avversario era tutto tranne che uno stupido; un’intuizione netta gli suggerì che Alexandra White stava per cadere in una trappola.
“Se lei non avesse aperto la porta…” Rodixidor scosse la testa, quasi meditasse sulle alternative poste dal destino e sulle conseguenze di una scelta sbagliata. “…si sarebbe evitata un’esperienza drammatica, non avrebbe subito una violenza immotivata, fine a se stessa, brutale, selvaggia.”
“Avvocato?” Il giudice inarcò un sopracciglio. “Le sto lasciando ampio spazio di manovra, ma qui…”
“Vostro Onore, vengo immediatamente al punto.” Probabilmente Rodixidor si ispirava a Shakespeare e al discorso di Marcantonio, Bruto e Cassio sono uomini d’onore. Tornò a rivolgersi a White. “Se lei non avesse aperto la porta”, ripeté per la terza volta, “Nadia Been non sarebbe entrata. Ma per quale motivo la mia cliente ha dovuto spacciarsi per una postina? Eravate amiche, e perciò avrebbe potuto semplicemente annunciarsi. Ah, già, però così lei non l’avrebbe fatta entrare. E perché? Forse aveva paura?” Il tono non era più cordiale, amichevole, quasi compassionevole; la voce era diventata dura. “Anche Giuda aveva paura.”
“Signor Rodixidor! Ma quale Giuda!”, intervenne Vostro Onore. “I giurati dimentichino questo accostamento.”
Newwhitebear gli lanciò un’occhiata velenosa. “Che individuo spregevole!”, mormorò a se stesso.
“Chiedo scusa.”, disse Rodixidor, senza pensarlo affatto. Sapeva per lunga esperienza che comunque le parole sedimentano, indipendentemente dalle raccomandazioni del giudice, e restano impresse nella mente di chi le ha ascoltate.
“Aveva paura perché si era macchiata di un gesto inqualificabile.”
Alexandra si mordicchiò un labbro. “Avevamo litigato.”
“Sicuro: avevate litigato. Prima ho chiesto alla mia cliente di alzarsi e ora le dico che anche una signora, qualora venga aggredita in casa propria, nel proprio nido, può scordare per una volta le buone maniere, specie se ha le spalle più larghe e le braccia più robuste, e quindi una maggiore forza fisica, a patto però di essere dalla parte della ragione; ma una ladra non è in grado di reagire, attanagliata com’è dai sensi di colpa. E lei ha rubato a Nadia Been “2693 D.C.!”
“Non è vero!”
“Lei è sotto giuramento!”, urlò James Rodixidor.
Alexandra divenne paonazza; le tremavano le mani. “Io…”
“Sta mentendo! Non è forse vero che non ha mai scritto una riga di fantascienza in vita sua? Non è forse vero che, a causa del troppo alcool che ingurgita, aveva smarrito l’ispirazione? E non è forse vero che, in preda allo sconforto, ha sottratto il manoscritto della sua “amica” Nadia Been?”
White lo fissava con gli occhi sbarrati.
La strategia di Rodixidor era stata studiata a fondo. Era valida, ma rischiosa, perché stava tartassando una donna; peraltro colpì nel segno, quantomeno in parte.
Sul palco della giuria, Willyco si coprì la bocca. “Colpevole come il diavolo.”

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IL PROCESSO 4

Il processoMalgrado i due insuccessi precedenti, Rodixidor non mutò di una virgola la sua strategia e chiamò a deporre un terzo perito. Si chiamava Mari Iram, era alta, bionda, con i lineamenti un po’ spigolosi. Lauree, dottorati, pubblicazioni di prestigio. L’avvocato si limitò all’essenziale e la conclusione della teste non si discostò da quelle degli studiosi che l’avevano preceduta, Ivano e Franz. “2693 D.C.” era stato scritto da Nadia Been.
Newwhitebear si alzò barcollando, reduce da una nottata infame; aveva cenato in un ristorante messicano, dove più che mangiare aveva bevuto. Tornato a casa, dopo aver sostituito la tequila con il bourbon, aveva iniziato a scagliare oggetti contro le pareti. In questo, il pensiero del processo non c’entrava niente, né attribuiva importanza al fatto che, secondo lui, White mentiva: non avrebbe potuto importargli di meno, esattamente come a qualsiasi altro avvocato. La sua rabbia era rivolta verso la ex consorte, non perché lo aveva abbandonato ma a causa della sua avidità. Cinque caffè gli avevano schiarito la mente, non altrettanto si poteva dire riguardo alle facoltà motorie e alla capacità di vestirsi con un minimo di decoro.
Dopo uno scambio di battute soft, tornò ai suoi cavalli di battaglia.
“Dottoressa, lei ha letto tutti i libri della mia cliente?”
Mari Iram annuì, vagamente sdegnosa.
“Mi dica: perché Monica Squire era favorevole all’intervento sovietico in Afghanistan?”
“Perché il nuovo regime voleva modernizzare il Paese, elevare la condizione femminile, aprire scuole e ospedali, osteggiato in ciò dalle forze retrogradi, appoggiate dagli Stati Uniti.”
Newwhitebear sorrise. “Certo, ma questa era una domanda già fatta, facile prepararsi su di essa.”
Rodixidor scattò in piedi. “Obiezione!”
“Accolta.” sentenziò il giudice. “La domanda l’ha posta lei, quindi è inutile e superfluo, ai fini del dibattimento, disquisire sul merito di tale domanda.” Maria Rosaria Ily si rituffò nella lettura del suo romanzetto rosa.
“D’accordo.”, concesse Newwhitebear, stringendosi nelle spalle.
“Forse è il mio esimio collega a non aver letto tutti i libri di Alexandra White.” Rodixidor colse l’occasione per una facile ironia.
Si udirono varie risate.
“Silenzio!”, abbaiò Vostro Onore, infastidita. Voleva sapere se Heidi avrebbe conquistato il cuore di John John.
“Quando Yarbes uccise Matrioska…”, riprese Newwhitebear, ma fu subito interrotto.
“Non è mai accaduto!”, affermò con sicurezza Mari Iram. “Mentre stava per sparargli fu arrestato da due agenti dello SDECE, e comunque il russo l’aveva già individuato e, se necessario, avrebbe fatto fuoco per primo.”
Andarono avanti così fino all’esaurimento di J.P. Newwhitebear: a ogni domanda riceveva una risposta perfetta. Congedò la studiosa e andò a sedersi, sognando una bella birra gelata, magari due. Perché non tre?
John John preferiva Sammy Sammy a Heidi, scoprì con disappunto il giudice, dopodiché, avvilita, aggiornò la seduta e augurò buon pranzo a tutti.
I giurati consumarono un pasto a base di polpettone nella stanza a loro riservata e, fra un boccone e l’altro, si delinearono con maggior chiarezza due schieramenti contrapposti. Sebbene Vostro Onore non avesse dato ancora il permesso di parlare del caso, Willyco introdusse l’argomento.
Samuel Univers ribadì che in base alle leggi della fisiognomica Alexandra White era l’autrice del libro, Nadia Been era solo una bugiarda (nonché una donna violenta).
Laura Desserts scosse il capo. “Avete sentito i controinterrogatori?”
“Certo!”, ribatté Univers. “Compreso quello di oggi. Un fallimento totale, mia cara amica.”
“Io voto a favore di White.”, dichiarò Isabel Tants.
“Io per Been.”, disse una bella ragazza di origine greca, Mairitombako.
“White.”, agitò una mano Paul Wolfghost.
“Been”.
Willyco mando giù l’ultimo pezzo di polpettone, pensando: così staremo qui un mese!
Finita la pausa, James Rodixidor chiamò a deporre Alexandra White.
Una strategia molto rischiosa.

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IL PROCESSO 3

Il processoDopo aver consolato il dottor Frank Ivano, James Rodixidor si recò in un ristorante di lusso, dove consumò un pasto a base di pollo freddo, insalata di mais e acqua minerale Evian. Non era minimamente preoccupato, anche se aveva perso il primo round. Questo per una ragione molto semplice: al contrario di Newwhitebear, disponeva di fondi pressoché illimitati. La casa editrice di Nadia Been faceva parte di una grande holding con mille diramazioni, fra le quali una major, una potente casa di produzione cinematografica con sede a Hollywood; e da “2693 D.C.” intendevano trarre un film. L’unico problema, anzi gli unici due problemi erano rappresentati dalla scomparsa sia del file contenente il romanzo, sia della sola copia cartacea in possesso della casa editrice. Altrimenti il processo sarebbe stato una passeggiata. Comunque, James Rodixidor, come sempre, era ottimista. Avrebbe chiamato a deporre testi su testi e, sebbene Newwhitebear non fosse quell’imbecille che lui credeva, era consapevole di essere il numero uno.
In quanto al cosiddetto pestaggio, non c’era lo straccio di un testimone, e in ogni caso la denuncia non era stata accettata. Rodixidor sapeva che era vero, perché glielo aveva detto la sua cliente, definendo ciò che era accaduto “una leggera strapazzata”. Been aveva suonato il campanello, poi aveva alterato la voce spacciandosi per una postina. Una volta dentro all’appartamento… quello che era successo era stata una faccenda fra donne, che all’avvocato interessava meno di zero.
Ordinò il caffé, pagò il conto e fece ritorno al tribunale.
Il perito di quel pomeriggio si chiamava Franz e insegnava a Berkeley.
La prima domanda fu posta ad arte. “Da dove viene, professore?”
Ottenuta la risposta, Rodixidor annuì. “E’ stato molto gentile ad affrontare un viaggio così lungo.”
“Mio dovere.”, rispose compitamente lo studioso.
“Ha letto i precedenti libri delle due autrici?”
“Tutti. Dal primo all’ultimo.”
“E qual è la sua opinione in merito?”
Il professor Franz si schiarì la voce. “Concordo con il dottor Ivano. Risulta lampante che “2693 D.C.” è stato scritto dalla signora Nadia.”
Rodixidor non voleva annoiare la giuria e dopo poche altre domande concluse l’interrogatorio.
Il giudice decretò che toccava a Newwhitebear.
Il legale si alzò, si avvicinò a Franz e sventolò un libro. “Professore, mi dica: perché Monica Squire era favorevole all’intervento sovietico in Afghanistan?”
Franz restò muto.
“La prima apparizione di Yarbes – sto sempre riferendomi a “Matrioska” – che impatto potrebbe avere su un lettore? Egli si comporta in modo etico?”
“Obiezione!”, esclamò Rodixidor. “Siamo forse a scuola?”
“Mi sembrava di aver sentito che il professore ha letto TUTTI i libri della mia cliente, e questi non sono particolari secondari.”
“Respinta.”, sentenziò Maria Rosaria Ily. Si alzò un brusio, e Vostro Onore agitò il martelletto.
“Non ricordo bene.”, mormorò Franz.
“D’accordo. Negli ultimi dodici mesi, a quanti processi ha presenziato?”
Lo studioso si agitò sulla sedia. “Mah, mi sembra…”
“Quindici. E’ corretto?”, lo interruppe J.P. Newwhitebear.
“Credo di sì.”
“Capisco. Lei ha letto TUTTI i libri, insegna in un’università prestigiosa, pubblica regolarmente articoli e ha trovato il tempo per partecipare a quindici processi. Devo farle i miei complimenti! E mi dica: in quali casi si è espresso a favore dell’imputato?”
“Adesso non rammento.”, bofonchiò il professore.
“In nessun caso!”, gridò Newwhitebear.
Il giudice lo richiamò, ma lui proseguì imperturbabile.
“E’ corretto affermare che ha sempre ricevuto lauti compensi da parte dell’accusa? E’ corretto affermare che non ricorda passi sostanziosi di un libro della signora White? E’ corretto affermare che lei non ricorda perché non ha letto tale libro?”
“Obiezione!”
“La difesa ha finito.”

I giurati avevano mangiato nella spaziosa stanza a loro riservata, un pranzo non apprezzato particolarmente.
Benché il giudice avesse proibito di parlare del caso fino a nuovo ordine, Willyco si era rivolto agli altri con un preciso interrogativo: qualcuno aveva già un’idea sul dibattimento in corso?
Una donna, Isabel Tants, obiettò: “La signora Ily ci ha ammonito…”
Willyco la zittì con un cenno della mano. “Qui siamo soli.”, dichiarò. “E la texana non può udire ciò che diciamo fra noi. Voglio solamente conoscere, così in generale, gli orientamenti.”
Samuel Univers alzò la mano.
“Prego.”, disse il portavoce della giuria.
“Io mi baso sull’aspetto. Ho studiato fisiognomica.”
“Ebbene?”, lo interrogò Willyco, incuriosito.
“Ebbene la signora Been ha l’aria della furbetta. La signora White, invece, quella dell’ingenua. Due più due…” Si pulì gli occhiali con un lembo della cravatta. “Inoltre, ho sentito che è stata picchiata selvaggiamente!”
“Ora non esageriamo.”, intervenne Laura Desserts. “E poi non esistono prove.”
“E’ una furbetta!”, insisté Univers.
“Con tutto il rispetto, io non credo a queste cose.”
“E lei?”, volle sapere Paul Wolfghost, rivolgendosi a Willyco.
“Io credo nei numeri.”, fu la risposta sibillina. “Nel loro profondo significato.”
Non aggiunse altro.

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