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Archive for dicembre 2011

MATRIOSKA 8

L’afghano era ottuso.
Sembrava non voler capire che Aleksandr era stato inviato dal governo degli Stati Uniti per conferire personalmente con Massoud, e che ciò che aveva da dirgli non lo riguardava. Eppure il russo era stato chiaro: aveva imparato a memoria quel discorso. Non esisteva alcuna disciplina tra i guerriglieri, pensò Aleksandr fissandolo con i suoi freddi occhi grigi: per questo erano destinati a perdere. Si sapeva che le varie bande che si opponevano all’Unione Sovietica erano spesso divise fra loro, ma Aleksandr riteneva che almeno i seguaci di Massoud dovessero conservare unità di intenti; era uno dei motivi per cui il loro capo andava ucciso. Forse, però, a Mosca lo avevano sopravvalutato.
L’afghano si chiamava Adeeb e indossava pomposamente una giubba dell’esercito russo, che ovviamente aveva sottratto a un cadavere, probabilmente un prigioniero che era stato affidato alle donne. Aleksandr conosceva questa e altre barbare usanze di quegli animali. Lo avrebbe ammazzato solo per quello. Come la maggior parte dei russi, provava un’avversione quasi fisica nei confronti dei popoli asiatici, facenti parte o meno dell’impero sovietico; detestava anche gli americani, ma per loro nutriva un vago rispetto.
Lui e Farrin avevano raggiunto l’accampamento la sera prima. Si trovava in prossimità di un valico che portava alla valle del Panjshir. I cavalli erano scoppiati, com’era facilmente prevedibile; ma Aleksandr non li aveva abbattuti perché ormai erano troppo vicini alla meta e non era il caso di richiamare l’attenzione con uno sparo: non voleva essere fermato se non quando lui lo avesse deciso. Si erano inerpicati su un sentiero, che saliva ripido, un lato rivolto alla montagna, l’altro a uno strapiombo che quasi sicuramente avrebbe spaventato i due animali. Poi aveva scorto un gruppo di uomini seduti attorno a un fuoco. Li aveva studiati per un momento. Non aveva visto sentinelle e aveva notato che i Kalashnikov erano abbandonati per terra: evidentemente i Mujaheddin si sentivano molto sicuri. Si era chiesto quanto distante da lì fosse Massoud, quindi era uscito allo scoperto con le braccia alzate. Farrin aveva intavolato una lunga discussione con Adeeb. Adesso erano in una situazione di stallo. Adeeb aveva compreso che non erano nemici, però era cauto e diffidente.
Aleksandr decise di rompere quello stallo. Agitò le braccia, mimando il volo di un uccello. “Hind”, disse in dari, indicando il cielo. “Ho l’incarico di organizzare la consegna di una grossa quantità di Stinger, ma prima devo parlare personalmente con Massoud.” Aleksandr sapeva che gli americani rifornivano di armi i ribelli; tuttavia non sempre queste armi finivano nelle mani di Massoud.
Adeeb si illuminò in un grande sorriso. “Dio sia con te.”, rispose.
“E con te.”, ribatté meccanicamente Aleksandr.
Poi l’afghano ordinò ai guerriglieri di levare il campo. Finalmente, pensò Aleksandr. Lanciò un’occhiata a Farrin. Aveva l’aria imperturbabile. In linea di principio, Aleksandr preferiva contare soltanto su se stesso, ma in questo caso l’apporto di Farrin sarebbe stato fondamentale.
Contrariamente a quanto aveva pensato, i Mujaheddin anziché dirigersi verso il valico scesero a valle. Proseguirono costeggiando le falde della montagna finché, dopo circa due ore di cammino, imboccarono una pista che portava in alto. Presto la pista scomparve: continuarono un po’ arrampicandosi e un po’ seguendo una serie di sinuose mulattiere. Aleksandr notò che di tanto in tanto Adeeb lo osservava; gli parve di scorgere una luce di rispetto nel suo sguardo. Adeeb non immaginava certo che avrebbe potuto staccarli in qualsiasi momento.
Mentre procedevano, Aleksandr si soffermò a riflettere sul significato della sua missione. Non considerava il comunismo come il regime ideale, tuttavia lo riteneva migliore di tutti gli altri: quand’era bambino, il nonno gli aveva parlato dello zar, della ricchezza di pochi e della miseria di molti, della polizia che sparava sui lavoratori. Il bolscevismo aveva eliminato tutto questo, e sotto la guida di Stalin i russi avevano sconfitto i tedeschi, un popolo forte e arrogante che lui rispettava. Ora la lotta era fra Unione Sovietica e Stati Uniti, e l’Afghanistan rappresentava solo uno dei tanti teatri di guerra. Però, era un teatro importante. Non aveva dubbi sull’esito di quel conflitto; ma se il suo piano fosse stato coronato dal successo la vittoria sarebbe arrivata prima. Quell’estate i russi avrebbero sferrato un’offensiva micidiale, e se Massoud fosse morto la valle del Panjshir avrebbe cessato di costituire un problema. Ed era esattamente ciò che sarebbe accaduto: Aleksandr non aveva mai fallito.
Si guardò intorno. Il fianco della montagna era disseminato di pertugi, grotte e vaste caverne: era lì che si nascondevano i guerriglieri quando arrivavano gli Hind. Lì ammassavano cibi e bevande, armi e munizioni. Anche se i suoi uomini erano riottosi e poco propensi alla disciplina, era possibile che Massoud fosse un valido stratega… che aveva studiato a spese dell’Unione Sovietica; Aleksandr sapeva tutto di lui.
Si fermarono per mangiare pane e yoghurt. La sosta fu breve e subito ripartirono. Il sole cominciava a declinare quando raggiunsero una terrazza naturale piuttosto ampia che conduceva a una gola. Lì vigilavano uomini armati: Aleksandr capì che quello era il covo di Massoud. Adeeb gli fece cenno di aspettare, salutò le sentinelle e scomparve dietro a una roccia. Il russo esaminò attentamente il panorama circostante. Era un luogo difficile da espugnare, tuttavia non mancavano le vie di fuga: Massoud lo aveva scelto per proteggersi da un attacco ma non per impedire a qualcuno di scappare. Aleksandr individuò un sentiero che era visibile solo per pochi metri, poi veniva celato da una sporgenza della montagna; se fosse fuggito in quella direzione, sarebbe rimasto esposto al fuoco soltanto per qualche secondo. Quasi sicuramente avrebbe incontrato altre sentinelle, perché immaginava che il sentiero fosse sorvegliato, ma quello non era un problema: i Mujaheddin  non si aspettavano certo che il nemico arrivasse dall’alto, perciò le avrebbe colte di sorpresa.
Mentre aspettava, fissò intensamente Farrin. Si rivolse a lui in russo. “Matrioska.”, disse lentamente. “Lo sai cosa vuole da te.” La sua voce aveva un tono ipnotico.
“Sì.”, rispose Farrin.
“Matrioska.”, ripeté Aleksandr. “Sei pronto?”
“Sono pronto.”, disse Farrin. Aveva lo sguardo allucinato.
“Fra poco.”, disse Aleksandr.
“Fra poco.”, disse Farrin.
Adeeb tornò accompagnato da tre uomini.
Aleksandr riconobbe immediatamente Massoud.
Non era propriamente bello, ma aveva un aspetto carismatico che lo rendeva affascinante. Barba e baffi erano corti e  ben curati, gli occhi erano vivi ed espressivi: denotavano intelligenza e determinazione. Il naso aquilino non stonava con il resto del viso. Portava un berretto di lana d’agnello color sabbia. Si fermò a qualche metro di distanza da Aleksandr. Sembrò studiarlo per un attimo, poi disse in inglese: “La pace sia con te.”
“E con te.”, disse Aleksandr.
Si girò verso Farrin. “Matrioska! Matrioska ti ordina di agire. Adesso! Vai e uccidi. Questo vuole Matrioska. Adesso!”
Camminando come un automa, Farrin si diresse verso Massoud.
Quando fu davanti a lui, tirò fuori un lungo pugnale.

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MATRIOSKA 7

Gli Hind comparvero rombando, simili a uccelli mostruosi.
Sebbene non fossero esenti da difetti, rappresentavano l’incubo dei guerriglieri afghani e, più in generale, di tutta la popolazione. Comunque, i pregi superavano i difetti.
L’Hind era un elicottero che aveva una manovrabilità limitata, scarsa autonomia di volo, e necessitava di continue manutenzioni; inoltre, non era particolarmente veloce. Per contro, grazie alla corazza al titanio, era praticamente invulnerabile: poteva essere colpito da un lanciarazzi RPG7 senza subire nemmeno una scalfitura. C’era una sola arma in grado di abbatterlo: lo Stinger americano.
Era orribile a vedersi. A causa della sua bruttezza, i russi lo chiamavano sturmovic, il gobbo. Disponeva di un cannoncino a canne rotanti, posizionato sul muso, che vomitava proiettili senza soluzione di continuità. Sotto all’elicottero c’erano i missili. Produceva un fragore devastante.
I quattro afghani alzarono gli occhi al cielo, terrorizzati, poi corsero verso la montagna. Ma era troppo lontana. Furono falciati prima di aver percorso trenta metri.
Monica era riversa al suolo, e probabilmente fu questo a salvarla. In seguito, si sarebbe chiesta più volte se le bastonate erano state il prezzo da pagare per aver salva la vita, un prezzo severo ma forse equo pattuito da una misteriosa entità.
Gli Hind passarono oltre il laghetto e sorvolarono il villaggio, dispensando morte e distruzione. Poi virarono e tornarono da dove erano venuti.
Lodge era illeso. Ignorò le urla disperate dei superstiti, il lamento delle donne, i gemiti dei feriti. Il suo pensiero era fisso su Monica Squire. Rifletté per qualche istante. La sera prima Monica si era lamentata. Era una donna coraggiosa e instancabile, capace di affrontare lunghe marce senza mai pietire una sosta; sapeva controllare la sete e la fame: ma non sopportava la mancanza di igiene. Lodge pensò che fosse andata a lavarsi e si avviò correndo in direzione del laghetto.
Il problema degli Hind lo angustiava. Gli Stati Uniti avevano rifornito i guerriglieri di un certo numero di Stinger, però non erano ancora sufficienti e non tutti gli afghani avevano la perizia necessaria per usarli in maniera efficace. Ma l’idea che Monica fosse morta era cento volte peggio dell’assillo rappresentato da quei micidiali elicotteri.
La trovò in riva al lago. Era svenuta, ma era viva. Lodge notò gli ematomi e si chinò per esaminarli. Si domandò cosa fosse successo, ma la risposta era semplice: Monica indossava soltanto gli slip e il reggiseno, e questo in Afghanistan era inaudito. Qualcuno l’aveva sorpresa in quello stato e aveva deciso di castigarla. Erano fatti inconcepibili, ma ciò valeva anche anche per altre usanze e altri popoli, pertanto Lodge si limitò a prenderne atto e ad agire di conseguenza. Monica si era dimostrata imprudente e avventata; tuttavia questo non gli impediva di provare una profonda angoscia al pensiero di quanto avesse sofferto.
Si guardò intorno e scorse quattro cadaveri. Non poteva essere altrimenti, si disse: Monica era forte e atletica, e praticava lo judo. Un uomo solo non sarebbe riuscito ad avere la meglio. Le tastò delicatamente la schiena. Per fortuna, non c’era niente di rotto. I muscoli elastici e ben sviluppati l’avevano protetta. Vide che anche le gambe e le spalle erano state martoriate.
Tornò al villaggio e prese la borsa del pronto soccorso. La casa dove soggiornavano era miracolosamente sopravvissuta al bombardamento, assieme a poche altre. Gli Hind sarebbero potuti riapparire, ma a naso lo escludeva: ormai lì c’era ben poco da distruggere; e in ogni caso il lago era un posto più sicuro. Le iniettò una dose di morfina e la cosparse di inguento. L’uomo che glielo aveva venduto, in Africa, sosteneva che era magico: di certo, era estremamente efficace.
I giorni che seguirono furono strani.
Nel villaggio erano arrivati alcuni abitanti di un paese vicino, evidentemente rimasti senza casa, perciò Lodge e Monica si videro costretti a dividere la stessa stanza. Lodge dormiva per terra.
Di notte spesso si svegliava, perché il sonno di Monica era agitato: gemeva e farfugliava parole sconnesse, per via del dolore e forse di qualche incubo. Lodge non intendeva eccedere con la morfina, né lei gliela chiedeva. John provava un senso di orgoglio nei suoi confronti, come per una sorella… o una compagna.
Non aveva protestato con gli afghani per quanto era accaduto, dato che i responsabili erano morti; e poi la gente del luogo avrebbe giudicato Monica inequivocabilmente colpevole, e quindi meritevole di quella punizione. Lodge non amava combattere le battaglie perse in partenza.
Mentre era sveglio e aspettava di riprendere sonno, spesso pensava a Sherilyn; tuttavia qualcosa lo inquietava.
Malgrado le circostanze drammatiche – ciò che era successo a Monica – e tragiche – la strage perpetrata dagli Hind -, non riusciva a dimenticare il corpo della collega. Prima di allora, non l’aveva mai vista svestita e, sebbene fosse preoccupato per lei, al pensiero di quelle gambe lunghe e tornite, delle belle spalle e del ventre perfettamente piatto, si sentiva ribollire il sangue.
Lodge era abituato alla morte, alla sofferenza, al dolore: da troppo tempo viveva quella vita per lasciarsi impressionare più di tanto; però non era abituato a desiderare una donna che non fosse sua moglie.
Si sentiva in colpa per questo.
Una notte, nell’ora che precede il sorgere del sole, la udì pronunciare il suo nome.
John.
Provò una sensazione di gioia.
Rimase immobile a riflettere. Il fatto che lo avesse chiamato nel sonno non significava nulla. Lavoravano insieme in un Paese straniero dilaniato dalla guerra: era logico che Monica pensasse a lui, e magari che lo sognasse. Cionondimeno gli era piaciuto ascoltare la sua voce… e sentire il suo nome.
Scosse la testa, irritato. Doveva essere impazzito. In America lo aspettavano Sherilyn e Susan, e lui pensava a un’altra donna. Una donna che non lo attraeva soltanto per la sua avvenenza, ma anche perché era energica, determinata e intelligente. E questa era un’aggravante. Era stato l’aspetto fisico a fargli capire che lei gli piaceva anche per altri motivi, e ciò era ancora più grave. Era un segno di immaturità, imperdonabile per un uomo della sua età.
Si biasimò aspramente.
Ma, quando si riaddormentò, la sognò.
L’indomani finalmente arrivò un emissario di Massoud.

VI AUGURO UN NATALE FELICE E SERENO!

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MATRIOSKA 6

La crisi sopraggiunse al sesto giorno.
Sul versante opposto della valle c’era un laghetto. Come le donne del villaggio, Monica si rassegnava a fare il bagno vestita, cercando di lavarsi come meglio poteva. Quella mattina, però, si svegliò prima dell’alba. A quell’ora generalmente nessuno si recava al piccolo specchio d’acqua. Monica consumò una rapida colazione e si avviò portando con sé un grosso pezzo di sapone, oltre alla biancheria di ricambio. Sentiva il bisogno di togliersi gli abiti e di immergersi nuda nell’acqua. I suoi indumenti avevano un odore alquanto sgradevole che si trasmetteva al corpo e che lei non sopportava più. Fece un vero bucato, poi stese i vestiti su una roccia: il sole era sorto e in breve li avrebbe asciugati.
L’acqua era ancora fredda, ma invitante. Monica entrò nel lago e incominciò a nuotare energicamente. Quando fu distante dalla riva, si mise a dorso. La sua mente era attraversata da vaghi pensieri oziosi; si soffermò a riflettere su uno di essi. Qual era l’uomo teoricamente “perfetto”? A suo giudizio, l’astronauta: doveva essere intelligente, colto, in superba condizione fisica, dotato di un grande autocontrollo.
Per quello che ne sapeva, in linea di massima l’età media di un cosmonauta si aggirava sui trentacinque- quarant’anni. Lodge ne aveva quarantadue, tre più di lei. Era intelligente, colto, forte e sensibile, per quanto potesse esserlo un agente della CIA. E le piaceva. Ma Lodge era sposato. Monica aveva visto una foto di Sherilyn: era graziosa ma non eccezionale.
Naturalmente questo non aveva valore, dato che John la amava. Monica sospirò. Non era disperatamente a caccia di un uomo, però a volte si sentiva sola. La sua ultima relazione risaliva a tre anni prima; in seguito non le erano mancate le occasioni, tuttavia non aveva incontrato nessuno in grado di affascinarla, o almeno di colpirla. Le sarebbe piaciuto mangiare Cap’n Crunch e poi fare l’amore, come nel sogno di Lodge; le sarebbe piaciuto addormentarsi con qualcuno al suo fianco e al mattino preparare la colazione per due; le sarebbe piaciuto sapere che una persona si preoccupava per lei e aveva a cuore la sua felicità.
Riprese a nuotare e cambiò corso ai suoi pensieri: detestava autocommiserarsi. Era una donna forte e volitiva, e sapeva badare a se stessa.
Ripensò al racconto di Lodge. Quel russo… Matrioska era una figura sinistra e inquietante; da come lo descriveva John, sembrava imbattibile. Monica non dubitava che fosse un antagonista formidabile, però sospettava che Lodge avesse un complesso di inferiorità nei suoi confronti, probabilmente dovuto a quello che era successo a Roma. Ma Lodge non era affatto stupido, perciò doveva sicuramente esserci un fondo di verità.
Uscì dal laghetto, accogliendo con piacere il tepore dell’aria: il sole brillava già nel cielo. Indossò slip e reggiseno.
Poi vide gli uomini.
Erano in quattro e non li aveva mai notati prima d’ora. Appartenevano a un altro villaggio o forse erano reduci da un viaggio. Avevano lunghe barbe e ciascuno di essi cingeva in mano un bastone. Le lanciarono occhiate di fuoco e iniziarono a gridare, facendo gesti minacciosi.
Monica parlava il dari meglio di Lodge, ma non a sufficienza per capire gli insulti. Con Massoud avrebbero conversato in francese, e con lui non si sarebbero certo insultati. Tuttavia non era difficile afferrare il senso di quelle parole; era sufficiente osservare le espressioni dei loro volti improntate allo sdegno.
Monica cercò di rivestirsi.
I quattro vennero avanti con agilità sorprendente. Quello che sembrava essere il capo sollevò il bastone e lo calò con forza sulle sue spalle. Monica urlò e si girò per scappare, ma non fu abbastanza svelta. Un secondo afghano la colpì, prendendola questa volta sulla schiena; poi il terzo mirò alle gambe.
Monica finì a terra.
Gli afghani continuarono a percuoterla con violenza sempre maggiore.
In preda al panico, Monica capì che l’avrebbero uccisa. Il dolore era atroce e la paura la soffocava come un fumo nero.
In quei momenti non riusciva a ragionare, però ci voleva poco per comprendere che si era comportata in modo troppo imprudente; già nei giorni precedenti non le erano sfuggiti gli sguardi ostili con cui la guardavano gli uomini, e anche qualche donna, perlopiù anziana: fare il bagno nuda era stata un’autentica follia.
Le bastonate si susseguivano, e Monica si augurò di perdere i sensi. Non riusciva più a sopportare quella sofferenza inaudita: a quel punto, era meglio morire.
A un tratto, ebbe l’orribile sospetto che le avessero spezzato la spina dorsale.

Giunti in fondo al valico, Aleksandr e Farrin proseguirono in direzione della valle del Panjshir. Avanzavano con cautela, cercando di aggirare i centri abitati. Mentre deviavano per oltrepassarli, Aleksandr notava i segni dei bombardamenti, le case ridotte in macerie, i crateri provocati dal fuoco che pioveva dal cielo. Aleksandr sapeva che quando arrivavano gli aerei russi i Mujaheddin spesso erano già nascosti nelle montagne: pertanto a morire erano soprattutto gli afghani che non partecipavano al conflitto, perché troppo vecchi oppure perché erano donne e bambini, ma la cosa gli era indifferente. Era la giusta punizione per quei selvaggi, che considerava alla stregua di animali. Incontrarono dei pastori, ma evitarono ogni contatto e, quando vedevano dei guerriglieri, si celavano dietro a una roccia o in qualche anfratto del terreno, in attesa di riprendere il cammino.
Le provviste cominciavano a scarseggiare, ma avevano acqua in abbondanza, e Aleksandr meditava di procurarsi due cavalli.
Li trovò all’imbrunire di una giornata caldissima.
Scorse due uomini in lontananza, ai margini di una vallata brulla, circondata dalle montagne. Aleksandr prese il binocolo: sedevano con la schiena appoggiata a un grande masso ed erano intenti a mangiare. I cavalli, alquanto denutriti, pascolavano con aria depressa; in effetti, c’era solo qualche ciuffo d’erba rinsecchita. Non erano granché come cavalcature, ma comunque potevano servire almeno per un tratto di strada. Quando fossero stramazzati, avrebbero proseguito a piedi. Gli afghani avevano con sé due Kalashnikov.
Rifletté rapidamente: avrebbe potuto avvicinargli e mostrare il passaporto americano, ma c’era la concreta possibilità che gli sparassero prima che riuscisse a raggiungerli. In effetti, era improbabile che un americano si aggirasse per quelle zone. Fece un cenno a Farrin. Il tagico si incamminò verso di loro. Lo notarono quando era ancora distante una cinquantina di metri, ma continuarono a mangiare senza prestargli attenzione.
Aleksandr si spostò sulla sinistra, dove aveva individuato una fenditura nella roccia, sotto a un cornicione. C’era un sentiero scosceso che probabilmente conduceva in vetta alla montagna; dal punto in cui si trovavano, i due afghani non potevano vederlo e, in ogni caso, non stavano guardando in quella direzione.
Aleksandr si inerpicò agilmente, poi  trovò una biforcazione: da una parte si saliva, dall’altra si tornava in basso. Aleksandr seguì la seconda pista ma presto capì che, una volta nella radura, si sarebbe trovato allo scoperto e non abbastanza vicino agli afghani: avrebbero avuto tutto il tempo per imbracciare i Kalashnikov, prendere la mira e fare fuoco. Perciò abbandonò il sentiero e  scese spostandosi lateralmente sulla roccia, in modo da avvicinarsi il più possibile ai due.
A un tratto, uno dei guerriglieri alzò la testa e guardò la montagna.  Aleksandr si appiattì contro la parete. Ma il riverbero del sole al tramonto impedì all’afghano di avvistarlo; un istante dopo il Mujaheddin distolse lo sguardo.
Farrin li aveva già raggiunti e li osservava con espressione assente. Gli rivolsero delle domande, alle quali non rispose. Alexander si disse che sicuramente lo avevano preso per un idiota; e infatti dopo qualche minuto si alzarono, ignorandolo, e si diressero verso i cavalli.
Aleksandr ormai era vicinissimo.
Spiccò un grande balzo e arrivò a pochi metri da loro.
Lo fissarono attoniti.
Aleksandr impugnò la pistola e sparò due colpi.
Controllò che fossero morti, prese i Kalashnikov e montò a cavallo. Dopo un momento, Farrin lo imitò.
Quindi puntarono nuovamente sulla valle del Panjshir.

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Un riassunto dopo soli cinque capitoli non è certamente usuale, ma date le circostanze lo ritengo utile. “Matrioska” ha preso il via in un momento di confusione, provocato dall’imminente chiusura di Splinder; nel frattempo in molti erano intenti a trasferire e organizzare i propri blog su altre piattaforme. A parte questo, inoltre, come al solito sono andata molto di fretta…
Ed eccoci:
ANTEFATTO John Lodge è un agente della CIA e si trova a Roma con il compito di proteggere e interrogare Boris Ivanovic, un funzionario di alto grado del KGB sovietico, che ha deciso di cambiare campo. Lodge non ha mai fallito una missione, ma in questo caso deve affrontare il miglior agente del KGB, Aleksandr, nome in codice Matrioska: un uomo freddo e spietato, specializzato in omicidi. Grazie a un piano ingegnoso e ardito, e avvalendosi di complici italiani, Aleksandr ha la meglio. Tramortisce Lodge e uccide Boris.
DIECI ANNI DOPO Il destino vuole che le strade dei due si incrocino nuovamente. Lodge è in Afghanistan, assieme alla bella collega Monica, segretamente invaghita di lui (ma questo lo scopriremo nel prossimo episodio), anche se Lodge ama teneramente sua moglie, Sherilyn. Scopo di questa operazione è salvare la vita di Massoud, uno dei principali capi dei guerriglieri afghani, impegnati in un aspro conflitto contro l’Unione Sovietica. Una fuga di notizie proveniente da Mosca ha infatti rivelato che un formidabile agente del KGB è sul punto di giungere in Afghanistan per eliminare Massoud.
Lodge non può ancora saperlo (benché una notte abbia avuto un sogno premonitore), ma l’uomo in questione è proprio Aleksandr.
Matrioska entra in Afghanistan, attraversando il passo Khyber, accompagnato da un giovane tagico, Farrin, che in precedenza era stato catturato dai russi e inviato a Mosca per sottoporsi a non meglio precisati esperimenti medici.
Aleksandr dispone di documenti falsi, che lo identificano come cittadino americano. Mentre, infaticabile, procede verso la valle del Panjshir, covo di Massoud, Lodge e Monica sono in attesa di conferire con questi.
I PERSONAGGI:
ALEKSANDR è un individuo solitario, che ama la casa dove intende trascorrere la sua vecchiaia: è situata in un luogo remoto, a ridosso del gelido mare del nord. Vi si reca nei rari momenti liberi, e qui prepara i suoi piani che lo hanno condotto sempre al successo. Ha una compagna, Tamara, di cui però non sembra innamorato, sebbene sia attratto da lei fisicamente. Probabilmente, è incapace di nutrire sentimenti profondi, quasi fosse una macchina programmata unicamente per uccidere.
LODGE efficiente e risoluto, è tuttavia privo della spietatezza di Aleksandr. Condanna in cuor suo la guerra in Vietnam, ma è abituato a servire la sua patria, senza porsi troppe domande. Ciò vale anche per la situazione afghana. Ha una figlia di dieci anni, Susan, per la quale stravede.
MONICA attraente, determinata, polemica ed estroversa. Non condivide l’appoggio che gli Stati Uniti stanno dando ai Mujaheddin, e giustifica l’invasione sovietica, intesa a soccorrere il governo democratico e progressista di Kabul, che sta cercando di modernizzare l’Afghanistan, costruendo scuole e ospedali, ed elevando la condizione femminile. Questo tuttavia non le impedisce di partecipare alla missione.
TAMARA è una bella donna, innamorata di Aleksandr, dal quale però viene trascurata. A volte medita di lasciarlo, ma “quando la prendeva fra le braccia e la baciava si sentiva la donna più felice del mondo.”
SHERILYN è sposata da molti anni con Lodge, che ha conosciuto all’università. Brillante giocatrice di softball e madre attenta e premurosa, condivide gli ideali patriottici del marito, anche se desiderebbe averlo con sé più spesso.
A DOMENICA CON LA NUOVA PUNTATA, CARI AMICI!

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MATRIOSKA 5

Il tempo sembrava non passare mai.
Il caldo era torrido. Il sole batteva implacabile sulla valle e si rifletteva sulle pareti di roccia delle montagne. Monica era tornata a essere gentile e simpatica, ma, benché da sempre fossero abituati alle lunghe attese, entrambi si annoiavano profondamente.
Lodge sapeva che dopo ogni operazione coronata da successo Massoud scompariva con i suoi uomini, nascondendosi in una caverna o in un villaggio sperduto oppure in qualche valle isolata. Contrariamente a quanto aveva sostenuto Monica, Massoud non era un volgare capobanda come la maggior parte degli altri. A Kabul aveva studiato in una scuola francese, ottenendo il Baccalauréat con ottimi voti. In seguito aveva brillantemente frequentato la facoltà di architettura del prestigioso istituto politecnico creato e finanziato dall’Unione Sovietica. Applicava la strategia di Giap e conosceva il pensiero di Che Guevara riguardo alla guerriglia: assaliva i russi di sorpresa e poi si dileguava come un fantasma, salvo riapparire dopo qualche tempo dove meno se lo aspettavano.
Quindi, non era stato ancora rintracciato. Peraltro Lodge sospettava che lo stessero cercando con tutta calma, sebbene egli avesse spiegato chiaramente che era in pericolo. L’informatore di Mosca aveva fatto sapere alla CIA che il KGB aveva mandato in Afghanistan il suo uomo migliore: John non sapeva chi fosse; però gli era stato detto che non aveva mai fallito una missione.
Quella notte Lodge aveva sognato Sherilyn. All’inizio il sogno era stato stupendo, e si ricollegava a un episodio realmente accaduto. L’anno prima, sua moglie aveva partecipato a una partita di softball con le sue vecchie compagne. Erano quasi tutte fuori allenamento, alcune come Sherilyn erano diventate mamme, altre erano ingrassate o avevano perso il tono muscolare, e le avversarie erano più giovani e atletiche: ciononostante Sherilyn era ancora in forma e le aveva trascinate alla vittoria. Quella sera avevano mangiato una quantità di Cap’n Crunch e poi, quando Susan era andata a coricarsi, avevano fatto l’amore in modo incredibile. Fra loro era sempre bello, ma erano riusciti a superare se stessi, forse perché Sherilyn era euforica per la partita, o magari perché Lodge si era eccitato guardandola giocare, oppure per una combinazione astrale, come aveva suggerito lei divertita. Nel sogno Lodge aveva provato le stesse sensazioni, quasi sua moglie fosse lì con lui, nella sudicia branda afghana.
A un tratto, però, Lodge aveva avvertito una presenza: un uomo si era introdotto in casa loro. Si era alzato dal letto per vedere chi era, ma mentre si dirigeva verso l’ingresso, aveva sentito urlare Susan, e subito dopo Sherilyn. Era tornato indietro correndo. Tutte le luci erano spente. Nel sogno Lodge aveva una torcia elettrica. L’aveva puntata su Sherilyn… era in un bagno di sangue. Aveva salito le scale in preda all’angoscia. Aveva spalancato la porta della cameretta di Susan: la finestra era aperta e un uomo stava varcandola con la bambina fra le braccia. Lodge lo aveva riconosciuto, si era scagliato contro di lui – però al rallentatore, come succede nei sogni – ma questi aveva estratto una pistola e gli aveva sparato.
Lodge si era svegliato tutto sudato, e nell’istante stesso in cui aveva ripreso coscienza l’immagine di quell’uomo era svanita dalla sua mente.
Al mattino raccontò il sogno a Monica. Lodge non era mai stato soggetto a incubi, ma ciò che maggiormente lo angustiava non era tanto il sogno in sé quanto il viso dell’uomo, perché lo aveva riconosciuto ma ora gli sfuggiva; sapeva che non si sarebbe più riaffacciato alla sua mente, e questo gli dava un senso di gelo, come una minaccia presente tuttavia oscura.
“Ti manca Sherilyn.”, osservò Monica. “E sai che potresti morire. Questo naturalmente vale anche per me.”
Lodge la fissò, meditabondo. “Voglio dirti una cosa. E’ un fatto di cui non ho mai parlato con nessuno. Ho steso la mia relazione, e poi ho cercato di cancellarlo dalla memoria per sempre, però il cervello non è una lavagna e non ci sono riuscito.”
Monica gli sorrise con dolcezza. “Se desideri confidarti, io sono qui.”
D’impulso Lodge le strinse una mano. “Circa dieci anni fa mi trovavo a Roma con l’incarico di proteggere un certo Boris Ivanovic che aveva deciso di passare dalla nostra parte.” Le raccontò ciò che era successo. “Quell’uomo… Matrioska eluse i poliziotti che sorvegliavano il residence, mise fuori combattimento me e Crotalus, e uccise Boris. Il tutto nel giro di pochi secondi. A un tratto commise un errore: io gli ordinai del risotto giallo, sostenendo che fosse un tipico piatto romano, e lui non mi corresse. C’era qualcosa in lui che mi insospettiva, perciò gli tesi quel tranello: ma la sua reazione fu fulminea. In tanti anni non ho mai incontrato un avversario simile. Ecco… io sento che è lui l’uomo di Mosca.”
“E vuoi prenderti la rivincita.”
Lodge scosse la testa. “No. Non sono un macho, Monica. Credo di saper far bene il mio lavoro e –  scusami l’immodestia – quello è stato il mio unico fallimento; ma non sono in cerca di rivincite. Il nostro compito è salvare Massoud e io non devo pensare al mio ego ferito.”
Trasse un profondo sospiro. “Però temo che sia lui l’uomo del sogno. E se così fosse, ho paura che vincerà anche questa volta.”

Aleksandr non andò a Kabul ma entrò in Afghanistan passando dal Pakistan. Il problema principale che si era trovato a risolvere riguardava il suo aspetto. Era fuori questione tingersi i capelli di nero, scurire la pelle e fingersi un afghano: aveva i tratti somatici di un nordico e solo una lieve infarinatura dei dialetti locali. Si fece preparare dal KGB un passaporto americano e documenti che lo identificavano come un funzionario del Pentagono; per quei selvaggi il suo inglese era più che buono, e poi gli Stati Uniti erano grandi e la lingua poteva variare da zona a zona: Aleksandr sapeva che un texano non parlava come un abitante di Boston.
Scelse il passo Khyber. La meta di Aleksandr era la valle del Panjshir, nel nord dell’Afghanistan, e quello gli sembrava l’itinerario più indicato. C’era un’ antica strada che lo attraversava, percorsa in passato da Alessandro Magno e da Gengis Khan, ma Aleksandr la evitò, scegliendo invece una serie di sentieri poco battuti. Non era facile seguirli, dato che spesso si interrompevano bruscamente davanti a una parete rocciosa e in altri casi presentavano un bivio che poneva una scelta. Il terreno era arido e sassoso, la vegetazione scarsa e in molti punti si aprivano pericolosi strapiombi.
In linea teorica, Aleksandr almeno per il momento non correva rischi: il passaporto americano rappresentava un valido lasciapassare, pertanto avrebbe potuto seguire le orme di Gengis Khan; ma la prudenza non era mai troppa e, a parte questo, voleva raggiungere la valle in fretta senza incappare in posti di blocco, dove comunque lo avrebbero fermato e  interrogato facendogli perdere tempo prezioso, e soprattutto voleva raggiungerla  in segreto. Malgrado il suo eccezionale senso dell’orientamento e la carta geografica di cui disponeva, da solo si sarebbe trovato in grande difficoltà; ma con lui c’era il suo “asso nella manica”: Farrin.
Farrin era un giovane tagiko: parlava quindi il dari ma conosceva anche il pashto, l’idioma più diffuso in Afghanistan, dato che i pashtun rappresentavano la maggioranza della popolazione. Era piuttosto alto e muscoloso, ma aveva l’espressione vacua. Non rivolgeva mai la parola ad Aleksandr, limitandosi a guidarlo lungo i pendii scoscesi e le ripide mulattiere, senza esitare mai sulla direzione da prendere.
Man mano che salivano il paesaggio diventava più aspro e il cammino più impervio, ma entrambi procedevano con un ritmo che in pochi sarebbero stati in grado di sostenere. Si fermavano di rado e soltanto per qualche minuto, poi si rimettevano subito in marcia. Farrin a volte abbandonava il sentiero per seguire il ciglio di un dirupo, sulla nuda roccia. Aleksandr non obiettava, perché intuiva che altrimenti sarebbero tornati verso valle; e comunque più avanti ritrovavano sempre una nuova pista. Farrin era un’ottima guida, anche se Aleksandr lo aveva portato con sé per un compito ben più importante.
Era estate piena e questo facilitò l’ascesa.
Quando giunsero in vetta, sostarono un attimo. Farrin prese la borraccia e bevve un sorso d’acqua, Aleksandr guardò il panorama sensazionale che si stendeva sotto di lui, quindi lanciò un’occhiata distratta al tagiko.
Farrin era stato catturato dai russi, giudicato idoneo da un ufficiale medico e trasferito a Mosca, dove era stato preso in consegna dal KGB. Una nuova visita aveva confermato il parere dell’ufficiale medico, perciò era stato sottoposto a un particolare trattamento.
Aleksandr gli dedicava la stessa attenzione che avrebbe riservato a un cammello.

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MATRIOSKA 4

Il mare si avventava sugli scogli, sospinto da un vento gelido e impetuoso; le onde si susseguivano, stagliandosi altissime come montagne d’acqua, mentre il cielo andava oscurandosi preannunciando una notte lunga e priva di stelle.
Aleksandr si strinse nel pesante giaccone imbottito e risalì il sentiero. Una volta in casa, accese il camino, preparò un the molto forte e andò alla finestra della cucina per contemplare lo spettacolo della natura infuriata.
Quello era il luogo che amava di più al mondo e, sebbene potesse tornarci di rado, lo portava sempre con sé nel cuore. Un giorno, lo sapeva, sarebbe vissuto lì, in quel lembo di terra lontano, selvaggio e isolato, distante dalle città, dagli intrighi e dalla violenza. Talvolta si chiedeva se avrebbe portato con sé Tamara: il loro era un rapporto strano, ma lei lo amava e ormai si frequentavano da più di dieci anni. Ad Aleksandr piacevano il suo viso e il suo corpo, gli piaceva fare l’amore con lei, gli piaceva guardarla mangiare, però non riusciva a decifrare l’esatta natura dei suoi sentimenti. Era vaga, impalpabile, probabilmente perché lui era incapace di amare. Sorseggiò il the bollente, riflettendo sulla missione che lo aspettava. Riusciva a escludere Tamara dai suoi pensieri con estrema facilità, e forse questo significava qualcosa.
Come sempre, avrebbe dovuto uccidere un uomo; ma questa volta non sarebbe stato semplice. Innanzi tutto, avrebbe dovuto trovarlo, e secondo l’opinione generale sembrava quasi impossibile; in secondo luogo, se fosse riuscito ad avvicinarlo, si sarebbe trovato di fronte a decine di guerriglieri, forti irriducibili e spietati, che non avrebbero esitato a sacrificare la propria vita pur di salvare il loro capo. Erano dei fanatici, rozzi e ignoranti, però erano anche dei formidabili combattenti.
Ai vertici del KGB avevano esitato a lungo prima di affidargli quel compito, poiché temevano di perderlo; tuttavia, se c’era un uomo che era in grado di riuscire, quello era Aleksandr.
Aleksandr sapeva che l’esercito non era stato informato. Perciò sarebbe stato solo e non avrebbe avuto il minimo aiuto; ma questa non era certo una novità. E, comunque, aveva un asso nella manica.
Tagliò una spessa fetta di pane nero, aprì una confezione di aringhe affumicate e un vasetto di caviale, e incominciò a mangiare con appetito.
Da quando era entrato a far parte del KGB non aveva mai fallito una sola volta. Non c’era motivo perché dovesse succedere ora.

John Lodge era seduto su una roccia all’estremità meridionale della valle. C’era un caldo infernale. John cercava di non pensarci. Accanto a lui, Monica Squire era fradicia di sudore, ma non era nella sua natura lamentarsi dei disagi fisici né accampare scuse per portare pesi minori: orgogliosa com’era piuttosto si sarebbe fatta cavare un occhio.
Lodge aveva il mal di testa.
Gli afghani erano testardi e diffidenti e non parevano intenzionati a rendergli le cose facili, e Monica era inutilmente polemica. Lavoravano insieme da tre anni, e Lodge la stimava. Era una donna risoluta, sparava meglio di molti uomini e aveva superato brillantemente tutti i test attitudinali, però era ostinata e aveva un carattere difficile.
Per distrarsi, Lodge ripensò al compleanno di sua figlia. Lui e Sherilyn avevano organizzato una festa che era riuscita magnificamente. Susan aveva dieci anni, e Lodge riteneva di sapere quando l’avevano concepita: in una bellissima notte dal sapore fatato, pochi giorni dopo il suo ritorno da Roma. Quella notte Sherilyn gli aveva fatto scordare Boris Ivanovic e quel sicario dagli occhi di ghiaccio. Naturalmente non esistevano prove certe al riguardo, dato che avevano fatto l’amore anche il giorno successivo, e quello dopo ancora; ma John era sicuro di non sbagliare.
“Non mi stai nemmeno ascoltando!”, lo accusò Monica.
“E’ vero, scusami.”, ammise Lodge. “Stavo pensando a Susie.”
Monica si raddolcì, ma soltanto per un attimo. “Bene.”, disse. “Comunque non cambierò mai idea. E’ una situazione molto diversa dal Vietnam, e i russi – mi duole dirlo – hanno ragione.”
Lodge abbozzò un sorriso ironico. “Se ti sentissero a Langley…”
“Ma qui non siamo a Langley!”
Lodge sospirò. Discutere di politica internazionale era del tutto inutile, e comunque contrario allo spirito del loro lavoro; ciononostante, quando Monica Squire si infervorava, diventava incredibilmente attraente, con le guance arrossate dall’indignazione e i capelli castani che sembravano ondeggiare al ritmo dei suoi pensieri. Naturalmente, John non avrebbe mai cercato di sedurla: primo, perché amava Sherilyn e non l’avrebbe mai tradita; secondo, perché aveva sempre escluso coinvolgimenti emotivi che riguardassero i suoi colleghi, uomini o donne che fossero. Era pericoloso e sbagliato, e questo era valso per Crotalus e valeva adesso per Monica. Dubitava, poi, di piacerle.
Monica disse: “John, in Vietnam noi sostenevamo un regime corrotto e alla fine siamo stati sconfitti, dato che la causa era ingiusta.”
Suo malgrado, Lodge annuì.
“Ma in Afghanistan le cose non stanno affatto così. C’è un governo democratico e progressista. Un governo che ha promosso un’importante riforma agraria, che ha abolito l’usura, vietato il burka e che intende far prosperare una nazione arretrata, recando benessere, aprendo scuole e ospedali, e che ha elevato la condizione femminile. Contro questo governo si è schierata la parte più oscurantista e retrograda dell’Afghanistan, sostenuta da bande di tagliagola e di criminali.”
Monica si interruppe per riprendere fiato, ma subito proseguì: “L’Unione Sovietica, che era intervenuta per aiutare il governo a realizzare la modernizzazione del Paese, si appellò all’ONU, e decise di scendere in campo solo dopo che l’ONU ignorò le sue richieste. Nel frattempo, gli Stati Uniti davano il loro appoggio ai fanatici che in nome di assurdi principi religiosi vogliono riportare le donne alla schiavitù e il popolo all’arretratezza. Credo che sia inutile aggiungere che per aiutare i ribelli siamo ricorsi al commercio dell’ oppio, né che l’uomo appoggiato dagli Stati Uniti, Gulbuddin Hekmatyar, ama sfigurare le donne con l’acido. E avresti il coraggio di sostenere che i russi sono dalla parte del torto?”
Lodge sogghignò. “Sei comunista, Squire?”
“Non dire stupidaggini! Sai bene che quello che ho detto è vero.”
“Potevi rifiutarti di venire qui.”
“Per vedere troncata la mia carriera?”
“D’accordo.”, disse Lodge. “E’ possibile che tu abbia ragione, ma noi non dobbiamo partecipare a questa guerra. Abbiamo un compito più ristretto. Salvare una vita. Sappiamo da fonte certa che i russi vogliono uccidere Massoud, e cercheremo di impedirlo. Tutto qui.”
“Già: tutto qui! Ma Ahmad Shah Massoud è un volgare capobanda, non diverso dagli altri. Ti dirò un’ultima cosa, John: se dovessero prevalere i ribelli, poi incominceranno a scannarsi fra di loro, e qui tornerà il medioevo.”
Monica si alzò e si allontanò.
Lodge la osservò, pensieroso. Non si considerava un uomo cinico, e in fondo comprendeva i motivi del risentimento di Monica; però lei non capiva una cosa importante: il mondo non si divideva fra bianco e nero, più spesso era grigio, e i compromessi erano forzatamente necessari; in questa ottica eseguire gli ordini, compiere il proprio dovere, era forse l’unico modo per mantenere la propria integrità. Senza contare che da ciò che sapeva Massoud era molto diverso da Hekmatyar. Per quello sarebbe sarebbe stato importante salvargli la vita.
Spostò lo sguardo sugli imponenti bastioni di roccia che circondavano la valle. Le montagne erano disseminate di caverne, dove i guerriglieri custodivano armi e munizioni. John si disse che se c’era un vero “uomo degli americani” questi era Osama bin Laden, che finanziava e sosteva i Mujaheddin.
Si guardò attorno. Il terreno era aspro, brullo, arso dal sole cocente, tuttavia era provvisto di un fascino particolare. A circa un centinaio di metri da dove si trovava c’era un piccolo villaggio di trenta o quaranta abitazioni. Lodge e Monica dormivano lì da tre notti in attesa di un segnale da parte di Ahmad Shah Massoud. La gente si rapportava con lui con cautela ma anche con un certo rispetto, però i maschi erano ostili a Monica perché non si mostrava umile e sottomessa: se fosse stata afgana, quasi certamente l’avrebbero frustata. Questo, naturalmente, era sbagliato.
Guardò nuovamente in alto.
Oltre quelle montagne, imperversavano i carri armati sovietici, gli aerei scendevano in picchiata dispensando morte a vecchi, donne e bambini.
Eppure è come il Vietnam, pensò.

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MATRIOSKA 3

C’erano vari modi per eliminare Boris, e Aleksandr li aveva passati in rassegna tutti. Uno dei più semplici sarebbe stato quello di piazzare una bomba nel residence, e molti dei suo colleghi lo avrebbero adottato, però non rientrava nel suo stile.
Troppo clamore. I giornali, le televisioni, le radio avrebbero sollevato un gran polverone, e non era ciò che Aleksandr voleva. Inoltre, se possibile, avrebbe preferito risparmiare gli agenti della CIA e il personale: non per spirito umanitario, ma per circoscrivere la faccenda. A lui interessava unicamente Boris: doveva morire, però meno se ne fosse parlato meglio sarebbe stato. Tre cadaveri erano più che sufficienti.
La mattina dopo si destò di buon’ora, tagliò i capelli e uscì dalla pensione in giacca e cravatta. Noleggiò un’automobile e si recò in una strada di periferia. Al terzo piano di un vecchio stabile lo aspettava un giovane con i baffi. Lo invitò a entrare nel suo appartamento. Aleksandr scosse la testa. Il giovane scrollò le spalle, gli fece cenno di attendere e sparì per un attimo; tornò un momento dopo e gli consegnò una pistola. Aleksandr ridiscese le scale, salì in macchina e andò ad appostarsi davanti al ristorante “Ai sette colli”. Verso l’una vide il furgone partire e lo seguì, memorizzando il percorso. Quella sera ripeté l’operazione.
In entrambe le circostanze, i camerieri erano gli stessi. Uno era piccolo e grasso, ma Aleksandr trasse un sospiro di sollievo notando che l’altro aveva più o meno la sua stessa corporatura; forse le spalle erano meno larghe, però era un particolare irrilevante. Se ambedue fossero stati molto diversi da lui, avrebbe dovuto procurarsi in qualche maniera una divisa, e questo gli avrebbe fatto perdere tempo.
Bene. Avrebbe agito il giorno successivo.
Scelse l’orario serale. Dopo una giornata trascorsa a interrogare Boris, quelli della CIA sarebbero stati più stanchi che a mezzogiorno, meno attenti e quindi meno reattivi.
Durante la ricognizione del giorno precedente aveva individuato un punto che gli sembrava perfetto. Era a circa a un chilometro dal residence: lì c’era una curva alquanto stretta e nessuna casa nei paraggi. La strada poi sfociava nel rettilineo finale, dove invece c’erano due bar, alcune abitazioni e un distributore di benzina.
Questa volta Aleksandr precedette il furgone. Piazzò la macchina in mezzo alla strada e spense il motore. Se fosse passata un’automobile, si sarebbe tolto di mezzo per poi rimettersi allo stesso posto; se ne fosse passata più d’una, avrebbe rimandato all’indomani. Aveva controllato e sapeva che a quell’ora non sarebbero transitati mezzi pubblici. Era comunque un piano un po’ approssimativo, ma con buone probabilità di riuscita. Gli occorrevano solo tre minuti di fortuna.
C’era tuttavia la possibilità che quella sera i due camerieri avessero il loro turno di riposo, e che fossero stati sostituiti da una nuova coppia. Era difficile sperare che ce ne fosse un altro imponente e alto quanto lui; anche in questo caso sarebbe stato costretto a rinviare. Ma Aleksandr confidava nella sua buona stella.
Malgrado fosse sera, l’interno della macchina era rovente, ma Aleksandr aveva imparato da tempo a ignorare i disagi.  Era stato in Africa e ricordava il caldo insopportabile del deserto e le sue notti gelide. Era rimasto privo di viveri e di acqua, aveva appreso a sopravvivere sfruttando le risorse, anche minime, del territorio, cibandosi di rettili e bevendo ciò che trovava. Adesso era concentrato soltanto su quello che doveva fare. Udì il rumore di un motore che si avvicinava. Ci siamo, pensò.
Il furgone arrivò, il conducente vide l’automobile che bloccava il passaggio, frenò e scese per vedere cosa era successo.
Aleksandr gli andò incontro e gli sparò.
Poi corse verso il furgone, balzò a bordo e puntò la pistola sulla tempia del cameriere alto. Premette il grilletto. Osservò l’unico superstite: era terrorizzato. Aleksandr confidava che parlasse inglese, russo o francese: l’uomo parlava un ottimo inglese. Aleksandr gli spiegò ciò che voleva da lui.
Insieme trascinarono i due cadaveri ai margini della strada. Aleksandr spogliò rapidamente il cameriere alto e indossò la sua divisa. Fece salire il grassone sulla macchina e la parcheggiò a una cinquantina di metri, in un piccolo spiazzo sotto a una collina che fungeva da deposito di rifiuti.
Poi tornarono al furgone.

John Lodge stava pensando a sua moglie.
Si erano conosciuti all’università. Sherilyn non era una ragazza appariscente, ma era intelligente e indubbiamente graziosa. Lo aveva affascinato con il suo spiccato senso dell’umorismo, con la profondità delle sue osservazioni e, successivamente, grazie a una passionalità e a un ardore che avevano finito per stregarlo. Inizialmente lui non le era risultato particolarmente simpatico. Forse perché era troppo serio e talvolta forniva l’errata impressione di essere arrogante. Poi, però, Sherilyn aveva scoperto che era serio negli studi ma divertente nella vita privata, e che non era arrogante bensì sicuro di sé, e le due cose non collimavano necessariamente. John era un bell’uomo, con i capelli neri che portava corti, occhi espressivi e un fisico atletico; Sherilyn era minuta, ma non fragile: a dispetto delle apparenze, eccelleva in diversi sport. Aveva un carattere forte e risoluto. Fra loro, l’amore era sbocciato lentamente, come una primavera che tarda a liberarsi dal gelo, ma poi si era trasformato in un’estate perenne e radiosa.
Lodge era soddisfatto del suo lavoro. Era un idealista, sebbene fosse anche molto pragmatico; e operare a favore della pace, combattere per la sua nazione (anche se non ne disconosceva i torti), dare il meglio di se stesso, erano fattori che lo rendevano vivo ed energico. Tuttavia, Sherilyn gli mancava: gli sarebbe piaciuto vederla ogni giorno, svegliarsi con lei al mattino, condividere tutte le piccole cose che rendevano grande la vita. Per il momento non era possibile. Ma in futuro accadrà, si diceva, augurandosi che comunque lei fosse felice, malgrado le sue lunghe assenze. D’altro canto, non si era mai lamentata, forse perché condivideva i suoi ideali.
Si riscosse da quei pensieri, quando bussarono alla porta.
Lodge guardò l’orologio: era ora di cena.
Andò ad aprire.
Mentre il suo collega Tom Baxter, detto Crotalus, assaggiava il cibo, i due camerieri apparecchiarono la tavola. Secondo Lodge, era una precauzione inutile: esistevano molti tipi di veleno, e non tutti avevano un effetto istantaneo; ma questa era la prassi.
Lodge era un osservatore nato. Uno dei camerieri era nuovo. C’era qualcosa in lui che lo inquietava. Non avrebbe saputo dire esattamente cosa. Non sembrava affatto italiano, ma questo era irrilevante. Piuttosto… era l’espressione degli occhi, gelida e insondabile. Lo scrutò con attenzione: in quello sguardo c’era anche una luce crudele. I tratti somatici erano nordici. Russi? Non era detto: non aveva lineamenti slavi né orientali; sarebbe potuto essere uno svedese, un norvegese… o un russo dell’estremo nord. Guardò l’altro cameriere. In genere era simpatico e cordiale, adesso pareva in preda al panico. Gli tremavano le mani. Crotalus si stava abbuffando: non era mai stato un mostro di perspicacia. Lodge sentì l’inquietudine crescere. Era raro che il suo sesto senso lo tradisse. D’impulso gli chiese in inglese: “E’ da molto che lavora a Roma?”
L’uomo esitò per un istante. “Due anni.”, rispose poi. Il suo inglese era buono, ma con uno strano accento.
Lodge disse: “Bene. Uno di questi giorni mi piacerebbe mangiare una specialità romana che finora non ho avuto il piacere di gustare. Un bel risotto giallo con tanto zafferano!”
“Va bene, signore.”, rispose il cameriere.
Lodge estrasse la pistola.
Aleksandr comprese di aver commesso un errore, sebbene ignorasse quale; forse la richiesta dell’americano era un trabocchetto oppure era un uomo molto diffidente: comunque fosse, reagì con incredibile prontezza. Gli sospinse contro il grassone, quindi si scagliò su Crotalus, tirò fuori la pistola e lo colpì con estrema violenza alla testa. Questi scivolò a terra senza un gemito. Aleksandr raggiunse Lodge, che cercava di mirare ma era impacciato dal cameriere, e con un colpo di karate lo prese al braccio.
La pistola sfuggì dalle mani di Lodge.
L’americano si chinò per raccoglierla, ma Aleksandr non gliene diede il tempo. “Niet!”, disse. Quindi aggiunse in inglese: “Faccia al muro!”
Lodge esitò, e avvertì il contatto freddo dell’arma di Aleksandr che premeva sul suo viso. A malincuore, obbedì.
Aleksandr si guardò intorno. C’erano due porte. Ne aprì una e vide Boris. Il russo lo osservò, sgomento. “Matrioska.”, sussurrò.
Aleksandr disse: “Boris Ivanovic sei un traditore!”
Sparò due colpi, in rapida successione; si girò di scatto e tramortì Lodge con un micidiale sinistro.
Poi, con calma, lasciò l’appartamento e tornò al furgone.

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