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Archive for novembre 2015

GUERRA TOTALE 2

Martin YarbesSebbene fosse moderna, spaziosa e confortevole, nei limiti dell’accettazione psicologica di chi era costretto ad aspettare notizie, a Yarbes la sala d’attesa del Johns Hopkins sembrava l’anticamera dell’inferno, se non peggio.
Fissava cupamente una parete, mentre la mente lo riportava a momenti felici del suo passato. Malgrado non avesse mai capito fino in fondo le ragioni che avevano indotto Monica a lasciarlo, per lui lei restava sempre la sua unica moglie, la sola donna che aveva amato, la donna che gli aveva dato un figlio. Un figlio ucciso in nome del fanatismo. E adesso quello stesso fanatismo malato e abietto aveva colpito ancora, stroncando vite innocenti, ferendo al cuore gli Stati Uniti, in barba all’FBI e alle altre organizzazioni di nuovo incapaci di prevedere, di fermare i pazzi, di proteggere i cittadini. E Monica era stesa su un letto a combattere una battaglia disperata, della quale egli non conosceva l’esito.
Erano trascorsi minuti, ore, giorni, anni, quando finalmente un medico lo avvicinò, presentandosi e dichiarando con un sorriso stanco – la stanchezza di un soldato, pensò Martin – che la signora Squire era fuori pericolo. Yarbes trasse un profondo sospiro. Gli fu concesso di vederla anche se solamente per pochi attimi.
Era mortalmente pallida in viso, dormiva con i tubi delle flebo infilati in entrambe le braccia. Ma era viva! Molti uomini avrebbero pianto a causa del sollievo e nello stesso tempo per la sofferenza procurata da quel volto bianco, da quel corpo fragile che – se ne rendeva conto – la migliore equipe medica del Paese aveva saputo strappare alla morte, con impegno, dedizione e una professionalità di altissimo livello. Yarbes non pianse. Le accarezzò una mano senza poter assaporare il contatto fisico, uscì dalla stanza e restituì mascherina, camice e guanti.
Due ore dopo era al cospetto del Presidente.
“Si accomodi, signor Yarbes.”, lo invitò l’uomo che aveva sostituito Margaret Collins, un repubblicano di ferro; a quanto si diceva, integro e moralmente inattaccabile, ma anche duro e inflessibile. Indossava un completo blu, camicia bianca e cravatta a righe.
Indicò Brian Stevens. “Il direttore le ha già presentato il quadro della situazione. Quello che voglio aggiungere io è che non possiamo accettare tale quadro. I russi hanno raso al suolo intere città, noi a nostra volta abbiamo bombardato, catturato, imprigionato e condannato, ma ci troviamo di fronte a un’idra. Più ne fai fuori, più si moltiplicano. Tutti gli sforzi fatti sono risultati vani. Prima c’è stata Parigi, in seguito Madrid, poi Roma… e siamo al punto di prima.” Bernard Stowe si accese una sigaretta – nessuno avrebbe osato protestare – e ne offì una a Martin che scosse la testa.
“Perché io, signore?”, chiese.
“Giusta domanda. E le risposte sono due. Ho appreso da Brian certe cose… oh, non si preoccupi! Al suo posto, mi sarei comportato nello stesso modo. Ciò che mi interessa riguarda la sua capacità di agire, di indagare e infine di decapitare.” Accennò un vago sorriso. “Naturalmente, parlo in senso lato. Il secondo motivo è di ordine strategico. Potrei mandare altri mille aerei, centinaia di migliaia di Marines, di truppe scelte, e non servirebbe a niente, le cose non cambierebbero. Essi sono ovunque, in Europa, qui, in Africa, forse si salva soltanto la Russia, perché con Putin non si può scherzare. Fra l’altro, so che vi conoscete bene. Io l’ho incontrato. Per me quell’uomo è un’enigma, benché abbia compreso in pieno la sua profonda intelligenza e la durezza di cui è capace. Tuttavia, egli fondamentalmente non vede la Russia come parte integrante di un’alleanza globale, non si sente europeo. Con ciò è nato a San Pietroburgo. Ma non divaghiamo. Ritengo che esista un solo modo per arginare l’infame marea che ammorba il mondo intero.”
Spostò lo sguardo sulla finestra. Fuori il sole splendeva alto nel cielo, poche nuvole si rincorrevano, l’estate trionfava… e lontano da lì, o forse molto vicino, un altro genere di nubi si stava addensando con il suo carico di terrore.
Yarbes interruppe il corso di quei pensieri. “Quale modo, signore?”
Bernard Stowe, Presidente degli Stati Uniti, spense la sigaretta e tornò a guardare Yarbes. “Tagliare la testa all’idra.”
“Sono nove.”, obiettò Martin. “E ricrescono, esattamente come nella mitologia greca.”
“E’ vero.”, assentì Stowe. “Però Ercole ci riusci. Perché, vede, la testa centrale non può ricrescere. Noi sappiamo chi è. Ma non sappiamo dove si trova.”
“E io?”
“E lei, signor Yarbes, lo scoverà. Io la autorizzo fin d’ora a decapitare quella mostruosa testa. Ibrahim al-Ja’bari le ha tolto un figlio, era un individuo malvagio e pericoloso, però agiva in proprio. Il Califfo, invece, ha una moltitudine di seguaci. Ed è di una cattiveria, di una ferocia, di una spietatezza pari a quelle di un Hitler. La sua ex consorte ha rischiato di morire e tante, troppe persone sono morte. L’America ha bisogno di lei, signor Yarbes. Qual è la sua risposta?”

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diario1Quando finisco di leggere è tardi. Vado a dormire e i sogni che accompagnano la notte sono strani, bizzarri, e sebbene come accade sempre sfuggano presto al ricordo risultano comunque in gran parte tristi. Questo lo rammento bene.
Il mattino dopo torno al luogo del “ritrovamento”. Un forte impulso mi spinge a cercare… cosa? Non avrei trovato nulla di nuovo o di diverso, però volevo riflettere e pensavo che il posto migliore per farlo fosse lì fra gli alberi del bosco, oltre al quale si stende il grande prato scosceso da cui è visibile la chiesetta. Mi siedo sullo stesso masso e riprendo in mano il diario.
A un tratto alzo lo sguardo al cielo e vedo uno spettacolo magnifico che per diversi minuti mi assorbe, facendomi dimenticare Paola. Dove mi trovo io il sole splende illuminando l’erba del prato e creando giochi di luce scintillanti nel bosco; più in là, però, il cielo è grigio e più lontano ancora color dell’ardesia. Ma in fondo, come per magia, si scorgono montagne le cui cime sono tinte di rosa; risaltano ancor di più perché rendono il contrasto fiabesco: a light in the dark, direbbe Tolkien, e infatti nella mia immaginazione quella rosea luminosità rappresenta il simbolo del bene che trionfa sul male.
E’ questo pensiero a riportarmi alle pagine di Paola, bambina che si definisce felice ma che non lo è, e poi donna che nasconde un terribile segreto.
Ricomincio a leggere. Due pagine sono incollate fra loro: strano. Tiro fuori il mio coltellino svizzero e lavorando con attenzione riesco a separarle senza che si sciupino. In mezzo c’è una cartolina. Il fatto in sé non sarebbe importante tranne che per un particolare: è indirizzata a Paola e naturalmente compaiono il cognome e un indirizzo.
Mi soffermo a riflettere. Tutto sommato, non è un luogo particolarmente distante e io non ho niente di speciale da fare. E’ vero che in teoria – e non solo in teoria – questa vicenda non mi riguarda affatto; è altrettanto vero, però, che è una vicenda talmente misteriosa, quasi fosse la trama di un film oppure di un libro, che non riesco a smettere di pensarci, di interrogarmi, di cercare improbabili risposte e forse un giro di ricognizione potrebbe avvicinarmi alla verità, quale che sia.
Forse sì, forse no.
Decido per il sì.
Torno a casa, salgo sulla mia vecchia automobile, noto con sconforto la lucina rossa che impietosamente mi annuncia che il serbatoio della benzina è quasi vuoto, investo dieci euro per la mia missione e infine parto. Passo per Arosio, Inverigo (che vanta il più bel cimitero della provincia di Como), Lurago e raggiungo Erba, un paese, benché i suoi abitanti la definiscano pomposamente una città.
Fin qui tutto facile, ma adesso che sono così vicino alla meta inizia a mancarmi il coraggio. Mi fermo a bere un caffè. Visito il nuovo centro commerciale edificato nei pressi della stazione. Mi reco da Giunti, dove compro un paio di libri… che alla fine diventano quattro a causa della straordinaria abilità con cui la bella biondina che mi serve sa invogliare all’acquisto. Perdo tempo, insomma.
Un altro caffè e finalmente vado in centro. Corso 25 aprile, svolto a sinistra e dopo circa cento metri posteggio la macchina e scendo.
E’ un condominio di sei o sette piani. Osservo i nomi vicino al citofono e quello di Paola non figura, né appare un Simone. Sono tutti cognomi. Resto fermo a fissare l’ingresso, nella speranza che qualcuno esca e, dato che ciò non succede, pigio un tasto a caso. Nessuna risposta. Provo di nuovo e questa volta una voce scorbutica mi chiede cosa voglio.
“Cerco un’amica. Si chiama Paola.”
“Se è un’amica saprà anche il cognome, no?”
“Sì, certo.” La comunicazione viene interrotta prima che possa rispondere.
Al terzo tentativo,  ho fortuna.
Paola è sicuramente al lavoro, mi comunica un signore gentile.
In genere, rincasa verso le sei di sera.
Aspetterò.

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GUERRA TOTALE 1

Martin YarbesGiugno 2017
Martin Yarbes non aveva la televisione e accendeva molto raramente la radio, perciò era all’oscuro di quanto era successo pochi giorni prima. Non che facesse differenza: aveva scelto di estraniarsi dal mondo. A meno che… un’ipotesi talmente assurda che la sua mente razionale non avrebbe mai potuto prenderla in considerazione; sarebbe equivalso a credere che il Mago di Oz esistesse veramente oppure che gli asini volassero.
Le sue giornate si susseguivano serene, camminava a lungo nel grande bosco che si estendeva a sud-est dalla dacia, come ironicamente la chiamava; nelle stagioni calde lavorava nell’orto, in autunno spaccava la legna per l’inverno, e due volte al mese scendeva giù al paese per fare provviste. Prima di rincasare, beveva un paio di birre con un vecchio signore con cui aveva fatto amicizia. Parlavano del più e del meno, di animali, di caccia e di bracconieri che entrambi detestavano.
La caccia era ammessa, ma secondo precise regole, le quali in nessun caso dovevano essere infrante. Contravvenire a tali regole era un crimine e come tale andava punito. Grazie ai cacciatori, le foreste erano sopravvissute; non fosse stato per loro, i contadini avrebbero abbattuto gli alberi per arare la terra, e questo avrebbe comportato la scomparsa degli animali. Diverse specie si sarebbero estinte. Ma le norme non potevano essere ignorate. Esauriti i punti fermi della chiacchierata, che li vedeva ambedue concordi su tutto, talvolta passavano a una terza birra.
Quel mattino caldo e soleggiato era il primo giorno di una nuova estate. Mentre sorseggiava un caffè, Yarbes stava meditando di recarsi al torrente per inaugurare la nuova stagione con un bagno, anche se sapeva che l’acqua era ancora gelida. Indossava short e canotta, ed era scalzo. A un tratto udì un suono strano. Era un rumore che in passato gli era stato familiare, ma che da tempo aveva scordato. Alzò gli occhi al cielo terso per individuare l’oggetto che lo produceva e vide un elicottero. Fra la “dacia” e l’avanposto del bosco c’era uno spiazzo, però era piccolo, troppo piccolo, si disse. Ed era reso più angusto dalla tettoia che aveva costruito per proteggere dalle intemperie il suo pick-up. E’ un pazzo, pensò. Sbagliava. Con una manovra perfetta il pilota riuscì in un’impresa apparentemente impossibile, almeno a giudizio di un profano, il che Yarbes non era: ciò nonostante rimase impressionato. Poi si chiese chi veniva a disturbarlo.
Lo seppe subito, quando riconobbe l’uomo che sistemandosi i capelli balzò dal velivolo e si incamminò verso di lui. Vestiva di grigio, come da consuetudine.
“Oh, ci sarebbe un buon caffè anche per me?”, disse Brian Stevens porgendogli la mano. Martin restituì la stretta, scrutando il direttore della CIA – posto che ancora lo fosse, e questo non lo sapeva. Annuì, entrò in casa e tornò con una tazza colma di caffè solubile e con un bricco di latte. Niente zucchero, ricordava che Stevens non ne faceva uso. Gli indicò una sedia e lanciò un’occhiata al pilota dell’elicottero che si teneva a debita distanza. “Lui non è autorizzato ad ascoltare.”, chiarì Stevens rispondendo alla domanda implicita. “Mi dispiace. Davvero, Martin!”
Yarbes ignorò l’affermazione, di cui non afferrò il significato, e ribatté alla frase precedente. “Ascoltare cosa?”
“Quello che ho da dirti.”
Martin depose la tazzina, scuotendo la testa. “Di qualsiasi cosa si tratti non sono interessato. Sei sempre a Langley?” Ovvio, pensò in ritardo, considerando l’elicottero.
Stevens assentì con un lieve cenno della testa. “Il presidente mi ha confermato per i prossimi tre anni, poi andrò in pensione.”
“Una ragione in più per non ascoltarti. Ho chiuso, dopo l’elezione della mia ex consorte, e ho chiuso una seconda volta, a seguito di… quanto accadde. Sbaglio o mi intimasti di sparire?”
“Non sbagli.”, confermò l’uomo che dirigeva la Central Intelligece Agency.
“E allora perché sei qui?”
Stevens aggiunse il latte al caffè e sorseggiò con calma la bevanda. “Un’emergenza.”
Yarbes rise. “Io sono fuori dal giro e non intendo rientrarci. Aggiungerei che sono vecchio.”
“Non sembrerebbe a giudicare dall’aspetto. Ti trovo in gran forma.”
“Be’, la vita all’aria aperta aiuta. Comunque, qualsiasi sia la proposta, la mia risposta è no. Hai fatto un viaggio inutile, anche se non mi dispiace vederti. Ti considero sempre un amico, però un amico da cui stare alla larga.”
Brian lo fissò negli occhi. “Non sei mai stato un esempio di sensibilità, tuttavia ero convinto di trovarti se non sconvolto quantomeno ferito, angosciato. In ogni caso, sono venuto per esplicito ordine del presidente. Ti chiedo solo di ascoltarmi, poi se lo vorrai me ne tornerò in Virginia, telefonerò al nuovo boss e gli riferirò che non sei della partita.” Si protese verso Yarbes. “Avrai visto le immagini!”
“Quali immagini?”
“Tutti i canali televisivi…”
“Niente tv.”, lo interruppe Yarbes. “Niente giornali e pochissima radio. L’ultimo notiziario che ricordo risale a un mese fa. O forse due.”
“Capisco. Sei diventato un eremita.”
“Quasi.”
“Bene allora ti racconterò ciò che è successo e ti lascerò il tempo di riflettere.”
“Fatica sprecata, Brian.”
“Lo vedremo, Martin. Cinquecento persone uccise, donne, bambini, vecchi. Altre duecento ferite, molte in modo grave. Una ragazza ha perso le gambe, un uomo le braccia, e via dicendo. Una cosa spaventosa.”
Martin Yarbes spostò lo sguardo sul bosco. Poi trasse un sospiro. “Dove?”, chiese, sapendo che non era importante conoscere il “come”.
Stevens glielo disse.
“Mi dispiace.”, dichiarò Martin. “E’ un mondo di merda, lo sappiamo. Ma io sono fuori dai giochi, mi capisci?”
Aspettò una replica che non venne.
“E comunque tu hai un apparato da far paura. Elementi di prim’ordine, preparati, addestrati, pronti a marciare dentro all’inferno. Perché proprio io? E come diavolo fa a conoscermi il presidente?”
“Perché sei il migliore.”, disse Brian Stevens. “E lui lo sa.”
“Lo ero, forse.”
“Se si impara ad andare in bicicletta…”
Yarbes lo fermò con un gesto della mano. “Amico, la risposta è no.”
Si alzò, lasciando intendere che la conversazione era finita. Stevens lo imitò. “Grazie per il caffè.”, disse in tono freddo. Si allontanò, diretto all’elicottero.
“A proposito”, aggiunse voltandosi, “ho scordato di comunicarti una notizia importante. Immaginavo, be’, che tu avessi seguito i notiziari.”
“Quale notizia?”
Quando Stevens rispose, gli occhi di Yarbes si ridussero a due fessure.
Tutto quello che aveva pensato fino a un minuto prima non aveva più senso.

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diario1La grafia con la quale il diario è stato compilato, bene o male è sempre la stessa, noto una specie di ricamo come un prolungamento arricciato sul termine della lettera “m” in tutte le pagine, ma osservandola nell’insieme mi accorgo che la prima pagina, quella dell’avviso e l’ultima parte hanno un aspetto più ordinato, più preciso rispetto a tutto il resto, questo mi lascia un dubbio: che il diario possa essere stato scritto in due periodi differenti.
Decido quindi di tralasciare per ora la lettura delle prime pagine a favore delle ultime, nella speranza di comprendere quanto prima il motivo per cui quel diario fosse stato abbandonato nel bosco ma soprattutto la situazione di quella bambina o forse, ormai, di quella donna.
Oltrepasso abbondantemente la metà e ricomincio da lì la mia lettura.
I miei dubbi vengono presto confermati dalla seguente annotazione:

“Caro diario… oggi sono particolarmente giù di morale. Ho deciso di tornare a rileggerti dopo tanti anni, trascorsi tra mille guai e infinite fatiche e mi è venuta voglia di riscrivere una pagina, o forse di più. Quando scrivevo qui, da bambina, mi liberavo da emozioni negative, dalla tristezza, perché tu eri sempre qui, pronto ad accogliermi e ad ascoltarmi. Mi bastava scriverti e quello che tenevo chiuso nel mio animo si trasferiva sulle tue pagine, rileggerlo era per me un sollievo, una liberazione, come se tu te ne fossi preso pienamente carico.
Eccomi di nuovo, non so se basterà stavolta una confessione su carta, ho compiuto un gesto terribile. Ero esasperata. Forse prima o poi troverò il coraggio di parlarne con qualcuno, può darsi con un prete, ma per ora mi accontento nel confidarlo sommariamente a te. Addirittura non riesco nemmeno qui ad essere schietta, mi vergogno molto di ciò che sono riuscita a fare ma assolutamente non me ne pento.
Lo sai che con gli anni ho imparato ad odiare mia madre. E’ una donna egoista, non mi è mai stata accanto né fisicamente né tantomeno moralmente. Non ha mai dato retta a nessuno, nemmeno a mio padre quando le consigliava continuamente di frequentare un centro per alcolizzati e di recarsi da uno psicologo.
Io credo che inizialmente mio papà l’amasse davvero, un po’ come me. Ma dopo tutto ciò che ci ha fatto passare, anche lui ha cominciato a odiarla, l’ha distrutto, annientato.
Ricordo quando gli aveva scaraventato in testa una bottiglia di rum facendolo stramazzare al suolo. Io piangendo chiamai l’ambulanza. E un’altra sera quando la vidi portare in casa uno sconosciuto. La udivo ghignare con una rozza euforia e poi quei gemiti atroci e profondi che provenivano dalla sua camera. E quando rincasò mio padre, quell’altro uomo se n’era già andato ma lei gli raccontò tutto, in ogni particolare. Papà restò ammutolito, avrei tanto voluto facesse qualcosa, invece se ne andò, per sempre. Lo rividi un pomeriggio fuori dalla mia scuola superiore, mi disse che sarebbe partito per andare lontano e infatti non lo incontrai mai più. E poi, quello che quella donna faceva a me. Quando era arrabbiata mi spegneva i mozziconi delle sigarette sul corpo, mi insultava con titoli veramente pesanti e un giorno mi minacciò con un coltello da cucina provocandomi una ferita sul braccio. Avrebbe proseguito, chissà dove sarebbe arrivata se solo il postino non avesse suonato alla porta. Non era la mia pelle a sanguinare quel giorno, era il mio cuore. Tutte le famiglie che conoscevo si volevano bene, la mia famiglia era invece ormai distrutta, un vero disastro. Sono nata per caso, così mi ha rivelato durante l’ennesimo litigio, mi detestava, non desiderava figli, ma se avesse abortito mio padre l’avrebbe abbandonata. Non lavorando, non poteva mantenersi, quindi decise che si sarebbe approfittata in tutto e per tutto di lui, del suo benessere e in cambio avrebbe dovuto solo dare alla luce quella maledetta bambina. Io crescevo normalmente, da sola. Sono sempre stata abbastanza diligente, ti ricordi quante volte ti scrissi i miei voti di scuola? Apprendevo in fretta e non mi cacciavo nei pasticci. Le stavo alla larga il più possibile, a volte mi intrufolavo per tutto il pomeriggio a casa di amiche, oppure, come ben sai, a volte mi chiudevo a chiave nella mia cameretta. Sono sopravvissuta a lei e alla depressione.
Ora ti scrivo dal mio appartamento in provincia di Como, dove mi sono trasferita dopo aver trovato un lavoro e aver incontrato un uomo molto bravo. Si chiama Simone. Da lui ho avuto una figlia bellissima e intelligentissima che ho voluto chiamare Gioia affinchè le sia di buon auspicio.”

Queste due pagine mi lasciarono sconvolto. Povera Paola, chissà quanto doveva aver sofferto ma… cosa mai avrà fatto di così terribile?
Continuo avido a leggere.

“Caro diario, oggi sto male. Se ripenso a come in passato sono sempre riuscita a superare le difficoltà e ad affrontare la vita e la mia malattia col sorriso, beh, mi pare impossibile farcela anche stavolta.
Ciò che ho fatto mi sta logorando dentro, mi sta corrodendo come un acido il cuore e l’animo. Il diavolo si è impossessato di me, alcuni giorni fa.
Ero arrabbiatissima con lei (tu sai chi), se questa malattia mi ha consumato le ossa è anche colpa sua come è sempre colpa sua se ha fatto scappare mio padre che poi ha abbandonato anche me. Nessuno ha avuto la brillante idea di farmi curare ed ora ho dei danni permanenti. Questa artrite reumatoide giovanile poteva e doveva essere fermata, e invece no. Ci ho dovuto convivere io, sempre, con i dolori, con le articolazioni gonfie come palloncini, con i movimenti che non potevo più fare. Ho le ossa di un’anziana, non ho potuto mai correre, giocare a pallavolo, andare in bicicletta. Sono una giovane donna di cristallo, esattamente come il mio soprammobile preferito che ho acquistato a Murano con Simone. Piacevole fuori e difettata dentro.
La odiavo, con tutta me stessa. A parte i suoi problemi col fegato fino a qualche sera fa era ancora lì, dietro alla sua finestra del lurido soggiorno, in quella villetta trasandata come lei, illuminata dalla abajoure, mentre guardava la tv e si scolava la sua bella bottiglia, scommetterei di rum, da sempre il suo preferito.
La osservavo egoista sfidare per l’ennesima volta il suo destino, guastare la sua salute e fregarsene del mondo intero.
E mentre la scrutavo sono stata assalita da un vortice di mille pensieri che mi hanno tolto la ragione… basta. Non posso dirti altro.”
Accidenti, questo scritto mi ha del tutto stesa.
Quanta rabbia, quanto odio. Certamente in buona parte giustificato.

Non sarei mai riuscito a smettere di leggere quelle pagine dalle quali si alzava un acre odore di muffa mista a muschio ma cercando di annusarle più da vicino, forse anche una lieve consumata essenza alla rosa.

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diario1Mi chiamo Paola e tu come ti chiami? Se hai trovato questo diario vuol dire che come me anche tu ami i boschi.
Credo che voglia dire pure un’altra cosa: e cioè che io non ci sono più.
Non dico che sia sicuro, che sia un dato di fatto incontrovertibile, però è probabile. Magari oggi ero stanca e non mi sentivo abbastanza forte per venire qui, ma non ci credo molto. Credo di più alla prima ipotesi.
Quindi questo diario lo puoi anche tenere, anche leggere pagina per pagina se ti fa piacere!

E in fondo al foglio a quadretti una greca con delle mele squadrate colorate di giallo.
Penso di aver strizzato gli occhi più di due volte. Cosa mai voleva comunicare questa bimba? Perché ha lasciato qui incustodito il suo diario in un sacchetto di plastica annodato e nascosto all’interno della corteccia cava di un abete morto?
Per quale motivo non dovrebbe più esserci?
Caspita, non è un arma, un ritrovamento archeologico, è solo un diario ma ha sconvolto la mia giornata, forse perché i bambini ovviamente mi fanno tenerezza, oppure é stata la prima pagina a incuriosirmi.
Di solito i diari si tengono ben nascosti in luoghi sicuri dentro la propria casa proprio per evitare che qualcuno li legga.
L’umidità e il fresco cominciano a levitare dal sottobosco e quindi cerco gli ultimi raggi di sole per scaldarmi un po’.
Stringo il diario tra le mani, lo carezzo, gli tolgo del terriccio penetrato credo per sbaglio tra le sue pagine, cerco di lucidarne col fazzoletto la copertina di pelle color rosa pallido e ricucita a grandi punti di filo spesso beige.
A giudicare dall’aspetto e dalla rilegatura dovrebbe essere di rara manifattura.
Raggiungo l’ultima fila di alberi del bosco che limitano un grande prato scosceso dal quale, in lontananza, si scorge la chiesa del paese e, godendomi quell’ultimo tepore primaverile della giornata, mi accomodo su un grosso masso e comincio a leggere le prime pagine.

Caro diario lo so, lo so che sono una bambina fortunata ma a dire la verità oggi non mi sento proprio benissimo.
Sono triste. Il mio papà ha litigato ancora con la mamma. Io di solito non ascolto ma stavolta stavo studiando in silenzio… e ho sentito tutto.
Papà era arrabbiato per il solito motivo, mamma ha bevuto ancora.
Penso abbia nascosto nella pattumiera del giardino la bottiglia vuota e che lui l’abbia trovata.
Non mi sembra ubriaca come al solito ma papà ha detto che è stufo.
Che nessuno affida i figli a un’alcolizzata.

Non so quanti anni abbia la bambina. Di certo, mi rendo conto che scrive molto bene, dimostrando un’ottima conoscenza della grammatica e della sintassi; inoltre parole come “incontrovertibile” in genere non appartengono al lessico dei bimbi.
Andando avanti nella lettura comincio a trovare diversi errori, condizionali al posto di congiuntivi e congiuntivi al posto di condizionali. Aggrotto la fronte, mentre mi stringo nel giubbotto perché ora l’aria è diventata quasi fredda. Poi scopro una cosa strana: la prima pagina di quel diario a livello temporale è in realtà l’ultima. A causa di ragioni che non riesco a comprendere, Paola l’aveva lasciata bianca, partendo dalla seconda. Provo a trovare un significato per quella scelta quantomeno bizzarra, senza però riuscirci.
Il sole tramonta in un prodigio di colori, si alza il vento di settentrione e io abbandono il masso su cui sedevo. Camminando piano, attraverso il prato e mi dirigo verso casa. Intanto penso. Paola è una bambina che appartiene a una famiglia ricca, lo si desume dalla qualità della carta e dalla bella rilegatura; si definisce “fortunata”, ma ha una madre alcolizzata e forse problemi di salute.
E poi la domanda secondo me più importante, quella che mi sono fatto subito: qual’è il motivo che l’ha indotta a nascondere il suo diario in un bosco?
Dopo essere tornato nel mio piccolo appartamentino – stanza da letto, bagno, cucina abitabile e soggiorno-studio – inizio a prepararmi la cena. Niente di complicato: spaghetti al pomodoro, prosciutto crudo e macedonia; non posso dire di essere un gran cuoco.
Finito di mangiare, lavo i piatti e bevo un buon caffè.
Il diario è lì che mi aspetta, quasi fosse un oggetto magico.
Lo riprendo in mano e noto un particolare che prima non avevo colto.
Un particolare molto importante…

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RAGE: BREVE EPILOGO

hammadaSalvare la vita al Presidente degli Stati Uniti, eliminando nel contempo un feroce terrorista, rappresenta un fatto degno di lode, soprattutto se l’autore di tale azione meritevole è un privato cittadino, anche se con un lungo passato nella Central Intelligence Agency.
Ma… decapitare una persona, sia pur ignobile come Ibrahim al-Ja’bari, è un altro paio di maniche. Gli Usa non possono mettersi sullo stesso piano dei fondamentalisti pazzi, è fuori questione.
Sebbene le immagini riprendessero solamente l’arabo e due mani del tutto ignote, Brian Stevens sapeva. E a Quantico Milton Brubeck nutriva fortissimi sospetti. Telefonò a Langley, ma Stevens si fece negare. Prima doveva parlare con Yarbes. Quando lo rintracciò si espresse in tono aspro. “Amico”, disse. “mi avrai pure insegnato a bere dal biberon, però questa volta hai toppato alla grande. Ciò che hai fatto è inammissibile.” Martin rimase in silenzio. “Ascoltami bene!”, proseguì il direttore della CIA. “Sparisci. Sparisci dalla circolazione. Non voglio vederti né sentirti per un bel po’.” Esitò per un attimo, quindi aggiunse: “E Monica?”
“Starà zitta.”, rispose con calma Yarbes. “Nessun problema.” Riagganciò e chiamò un’agenzia immobiliare. Voleva una casa isolata, fra i suoi amati boschi. Sarebbe stata la sua nuova vita. Forse migliore di quella precedente, considerò con un sorriso freddo. E al diavolo tutti!

Monica Squire apparve in televisione nell’orario di massimo ascolto. “Ciò che è accaduto è inqualificabile. Io ho mantenuto la mia parola, ho affrontato l’assassino di John. Desideravo portarlo qui davanti alle nostre leggi per un giusto processo. Questo non si è dimostrato possibile. Posso, comunque, affermare che l’atto barbarico non è stato commesso da cittadini americani.” Detestava mentire e si vergognò profondamente, perché stava mentendo al popolo americano. In realtà, aveva avuto una lite furibonda con Yarbes, a seguito della quale aveva però deciso di “coprirlo”.
“Ho visto quegli uomini.”, continuò. “Erano di aspetto chiaramente mediorientale; suppongo che appartenessero ad Hamas o a qualche altra organizzazione nemica di Ibrahim al-Ja’bari. Terminato il loro macabro compito, non mi hanno degnata di uno sguardo e sono scomparsi. Io ho catturato un certo Daigh, l’esperto di computer e l’ho consegnato a chi di dovere. Ho appena saputo che si è misteriosamente volatilizzato. In ogni caso, amiche e amici per tutta una serie di ragioni ho deciso di dimettermi. Chiedo scusa a chi mi ha votato. Se vogliamo vedere almeno un aspetto positivo in quanto è successo, posso affermare che un grande male è stato tolto dal mondo.”
Mentre aspettava il colpo fatale dell’ascia, aveva rimpianto di non poter più lavorare per il suo Paese. Adesso le cose erano cambiate. Per tutta una serie di ragioni… forse c’era un unico motivo: le bugie. O forse era qualcosa che era cambiato in lei, un senso di stanchezza, di disillusione, shock a effetto ritardato, l’immagine persistente di un figlio che non avrebbe più giocato a basket, il desiderio di voltare pagina.
Si asciugò una lacrima e concluse: “Viva gli Stati Uniti d’America, fonte di civiltà e di benessere per l’intero pianeta!”
Molti di quelli che la guardavano, a casa, nei bar, nei luoghi di lavoro, pensarono che era un vero peccato perderla; ma nel loro intimo pensarono anche che la morte di Ibrahim era stata grandiosa, chiunque ne fosse stato il responsabile. Da applausi. Qualcuno brindò, trangugiando un boccale di birra.

Milton Brubeck dovette ingoiare un altro boccone amaro, quando Stevens riuscì a convincerlo che quel Daigh non doveva finire in carcere. Era troppo bravo e serviva all’Agenzia. Una plastica facciale, nuovi documenti e tutto si sarebbe risolto. La frase magica? E’ per la sicurezza dello Stato.

In Israele David Chazan ricevette un sorprendente abbraccio da Aaron Ben-David. “Un buon lavoro.”, si felicitò con lui il capo del Mossad. Sospirò, ricordando Sarah Gabai. Nessuno tocca uno dei nostri e la fa franca.

La presidenza Collins fu un disastro. Benché fosse una donna intelligente, commise un errore dopo l’altro, a vantaggio di Putin (Pomarev era diventato il suo assistente personale per le questioni legate all’Ucraina e manovrò abilmente in modo da contrastare gli imperialisti).
Naturalmente Margaret non venne rieletta.

Monica si concesse una lunga vacanza. Andò a Roma, a Vienna, a Parigi e infine a Cannes. Scelse un albergo modesto e, dopo aver consultato l’elenco telefonico, in una mattina calda e soleggiata si recò a piedi al Palais des Dunes, sulla Croisette. Suonò un citofono e si annunciò semplicemente come “una vecchia amica”.
L’appartamento era al piano terra. Le aprì una donna bionda che dimostrava circa quarant’anni. Monica la squadrò, poi, nonostante la differenza di età, la mandò al tappeto con un potente gancio destro.
Soddisfatta, andò a bere un caffè e a osservare il mare.
“Me ne hai fatte passare troppe, Alessandra Bianchi! Era il minimo che ti dovevo.”

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Lady NadiaSeguiva il viale alberato, ogni tardo pomeriggio, alla stessa ora.
Le stagioni scorrevano veloci e inesorabili come un nastro colorato, ora verde, ora dai toni arancioni rossi e gialli, ora solo marrone o grigio e a volte anche variopinto.
Quella era l’unica variazione. Il viale, da che mondo è mondo, è sempre rimasto identico. Ciotoli e sabbia che con fragore segnavano i passi, ippocastani e cipressi, alternati regolarmente, tutti in fila come guardie sottomesse al vento che, sempre nella stessa direzione, sbuffando scivolava all’inverso provenendo dalla valle che si apriva all’orizzonte.
Quando si cominciavano ad intravedere due panchine di legno consumate, dipinte da nomi in pennarello, ecco, si era arrivati.
Alla fine c’era il paese dentro al paese, o almeno questa era l’impressione che da sempre aveva avuto Sandro.
Delle case grigie, tutte più o meno uguali, fatte di sasso. Pochissime finestre, una per abitazione, da ciascuna sempre affacciato un bel viso sorridente o al peggio soltanto sereno.
Meno male che qualcuno aveva pensato di rendere questo paese più vivace e accogliente, addobbando tutte, proprio tutte quelle casette con fiori sempre freschi, colorati, che a loro volta seguivano il ritmo delle stagioni.
Sandro, a quell’ora non mancava mai.
Non conosceva giorno festivo o malessere o intemperia. Certamente era anche fortunato ad avere una buona salute.
Con l’ombrello o senza, con la barba corta, poi lunga, e poi ancora corta, poi grigia.
Con i capelli neri, neri e grigi, infine senza capelli. (Alla fine anche le sopracciglia divennero grigie).
Quel viaggio a piedi era un omaggio, una penitenza, a qualsiasi temperatura: d’estate quando chiazzava la maglietta leggera con gli aloni sotto le ascelle e d’inverno con i crampi alle dita dei piedi e delle mani e il male di orecchie per il troppo freddo nonostante il baschetto. Sandro non mancava mai.
Da giovane portava con sé uno zaino pieno di tristezza, le lacrime agli occhi, il respiro corto.
Da vecchio un marsupio colmo di rassegnazione e accettazione e ugualmente il respiro corto.
Trentasette anni di quel viale.
Trentasette anni in quel secondo paese.
Venti minuti di andata e ventidue di ritorno.
Ora quel misero viaggio era diventato un conforto, un’abitudine e persino una sicurezza. Un modo per sentirsi in pace con se stesso, una maniera per passare del tempo che altrimenti sarebbe sembrato troppo vuoto.
Varcandone il confine dalla alta recinzione bianca, come un ticchio, girava la testa a destra e a sinistra. Ormai conosceva tutti e gli doveva un caloroso saluto. E poi, quasi ogni giorno, c’era almeno un nuovo arrivato. Allora si avvicinava a casa sua, lo osservava quatto quatto, e piano piano compiva così la sua nuova conoscenza non tralasciando di ricordarsene dal giorno dopo.
Tutti lo conoscevano come “il giardiniere” perché gironzolava sempre con un sacchetto di plastica che estraeva dalle tasche già dal viale, e l’annaffiatoio. Si prendeva cura di tutti i fiori, proprio tutti.
A turno una zona ogni giorno per tutta la settimana, come fosse disegnato su una mappa, dal lunedì alla domenica da nord ovest a sud est.
Chi era del posto lo sapeva bene. Nessun altro cimitero era così curato.
Sandro toglieva le corolle appassite dai mazzi recisi, una ad una. Scrollava dolcemente le piantine dopo un acquazzone, estraeva dai vasi i gambi marci. Era un artista, sapeva far rinascere la bellezza di vasi dimenticati o appassiti. Sapeva far risaltare la bellezza anche quando sfioriva.
E al termine del suo lavoro, dopo aver gonfiato il sacchetto fino a scoppiare, dopo averlo deposto accanto al resto dell’immondizia, poteva finalmente dedicarsi a Laura, solitamente fino al crepuscolo.
Si sedeva sull’angolino a destra della lastra di granito e fissava lungamente la foto scolorita ma ovviamente lucida alla perfezione di una bella signora sulla cinquantina, dai riccioli d’oro e con gli occhi blu cobalto.
Poi cominciava a raccontare, ad alta voce. Poteva essere della sua giornata, o anche di un programma alla televisione.
“Oggi niente di nuovo.”, disse quel giorno.
Era un giorno apparentemente simile ad altri, tranne che per un sole che, malgrado si fosse in autunno, ricordava ancora l’estate, e se non proprio quella almeno settembre.
Invece non era un giorno “normale”, era il due di novembre, una data veramente importante per lui. Anche ieri non aveva mancato. Ciò nonostante, si era sentito stanco, le parole uscivano a fatica, come uccellini dalle ali ferite che non riescono più a prendere il volo, e nei rari attimi in cui ci provano capiscono – oh, sì, capiscono – che non ci sarà più nessun volo.
Ma oggi è diverso, ogni si sente forte e, dopo aver lanciato uno sguardo colmo di meraviglia allo scenario incantato delle foglie dagli stupendi colori autunnali e degli alberi non ancora del tutto spogli, dopo aver guardato lassù il cielo incredibilmente azzurro, questione di pochi secondi, dopo questo si concentra per trovare le frasi adatte.
Come sempre, è convinto che, in qualche misterioso modo, sconosciuto agli esseri umani, che siano scienziati o sacerdoti, musicisti o poeti, oppure semplici malfattori dal cuore di granito, in un modo che non saprebbe descrivere ma che “sente” dentro di sé, Laura lo ascolterà e comprenderà.
Ecco, allora. I ricordi di un tempo ormai molto lontano, distante come può esserlo una galassia remota, però allo stesso tempo presente, anche se non più feroce e incalzante.
La morte di una ragazza che lo amava, sebbene lui non fosse bello, e lei invece lo era.
Un suicidio, di cui Sandro si attribuì ogni colpa. Forse sbagliava, ma la convinzione che avrebbe potuto salvarla non lo aveva abbandonato per giorni (disperati), mesi (amari), anni (desolati). Non era riuscito a manifestarle il suo amore, a stringerle con forza la mano, a scaldarle il cuore, così come un camino acceso infonde calore a una casa nelle gelide notti di gennaio.
Poi era arrivata Laura, cogliendolo di sorpresa. Riccioli d’oro, occhi blu cobalto, un’intelligenza vivace e profonda, la sensibilità che appartiene solamente alle anime pure, quelle che non conoscono né invidia, né rancori.
Non lo aveva distolto dal suo compito, non gli aveva chiesto di cercarsi un’occupazione diversa; semplicemente gli aveva detto (anche in tono brusco) che Livia non era morta a causa sua, nessuno è responsabile fino a quel punto.  “Tu sei un uomo buono, e sei privo di colpe. Dobbiamo credere alla bellezza che c’è intorno a noi, custodire il passato in un cantuccio del cuore, però guardare avanti, perché l’amore può sempre regalarti un sogno nuovo.”
E Sandro a poco a poco aveva trasformato il rimorso in un senso di accettazione. Aveva gettato lo zaino colmo di tristezza in un anfratto del terreno, aveva continuato ad accudire il cimitero e imparato a guardare gli altri con simpatia; e aveva amato Laura.
La sua vita era cambiata, trasformandosi in un percorso simile a un giardino fiorito, un sentiero fiancheggiato da aiole dai mille colori sgargianti, illuminato dai raggi di un sole che lui aveva creduto fosse eterno.
Come lo sono le stelle, e la luna, e l’intero universo.
Così non era stato.
Distolse per un momento lo sguardo dalla lapide per rivolgerlo nuovamente al cielo, quel cielo così assurdamente bello.
Domani, come sempre, sarebbe tornato.
Avrebbe compiuto i gesti consueti, come da lunga abitudine, avrebbe sorriso a un nuovo conoscente, nonostante il respiro corto, nonostante la voglia di piangere e di maledire quel cielo che lo aveva ancora tradito.
Si allontanò lentamente, le spalle un po’ curve di un uomo anziano che aveva imparato a cercare sempre e comunque il bene. E l’amore, a chiunque fosse destinato.
Glielo aveva insegnato Laura.

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