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Archive for novembre 2013

ElisaE’ la seconda volta che abbandono una storia senza finirla. Su Splinder interruppi “La luce verde” per ragioni che ancora oggi trovo più che plausibili. Qui su WordPress lascio incompiuto, almeno per il momento, “Il fattore B”. I motivi di questa decisione credo siano sotto gli occhi di tutti.

Quando incontrai Giulio non ero interessata a conoscere un uomo. Meno che mai ad intraprendere una relazione. Lo stato di single presenta molti vantaggi, specie se si ha la fortuna di poter contare su due buone amiche, di essere soddisfatta e realizzata nel lavoro, e di avere interessi culturali sufficienti a dare un senso a molte serate.
Inoltre, Giulio era bello e presuntuoso, un rampante abituato ad avere le donne ai suoi piedi, un fissato per la forma fisica, di quelli che riescono a trasformare una giornata di ventiquattro ore in uno spazio temporale metafisico che finisce per contemplarne ventotto, trenta o anche trentadue. Palestra, jogging, tennis, naturalmente ufficio, ma anche aperitivi, cene, serate mondane. Mi sono sempre chiesta come individui simili riescano a svegliarsi alle sette del mattino in perfetta forma, determinati, pieni di vita, già pronti a sbranare tutti quelli che incontreranno lungo il loro cammino, ragazze, clienti, amici (in realtà, devoti sudditi), bilanciere da centoventi chili.
Lo conobbi da “Max”, il mio solito bar. Stavo bevendo un drink con Patrizia, uno dei miei due angeli custodi, e mentre sorseggiavamo il consueto improbabile cocktail cui quel locale deve la sua dubbia fama, discutevamo animatamente sulle ragioni del probabile avvento di Renzi. Giulio entrò da solo, abbronzato, alto, camicia azzurra aperta sotto la giacca di Armani, due cellulari che usava contemporaneamente. Si accomodò al banco, vicino a noi, e mio malgrado fui costretta ad ascoltare una vergognosa telefonata in cui il nostro liquidava senza alcun pudore una certa povera Pucci, ed un’altra che invece lo vedeva promettere guadagni sicuramente assurdi a un non meglio identificato dottor Cosimini, che a quanto pareva accoglieva come oro colato quelle millanterie cui io non avrei mai prestato fede, magari sbagliando, chi può dirlo.
Patrizia è una Monica Bellucci dei poveri e ovviamente Giulio le rivolse un sorriso smagliante, rivelando una dentatura perfetta che per qualche strano motivo accrebbe immediatamente la mia antipatia. Forse perché mi ricordava il mio ex, sebbene Paolo fosse assai meno prestante e vanaglorioso. Patty restituì il sorriso e, prima che io potessi intervenire, accettò due aperitivi, le cui dosi furono stabilite personalmente da Giulio. Credo che fosse la prima volta che veniva da “Max”, ma sembrava già il padrone del bar; con incredibile naturalezza aveva preso in mano la situazione, relegando il barman al ruolo di semplice esecutore dei suoi ordini, affascinando la cassiera e, ciò che è peggio, la mia amica. Io volevo rifiutare il drink e andarmene (a tanto si spingeva la mia antipatia), ma Patrizia mi prese per un braccio, sussurrandomi all’orecchio: “E’ troppo fico, io questo me lo mangio!”
“Buon appetito.”, pensai cinicamente, tuttavia non ebbi il coraggio di lasciarla da sola. Assaggiai con diffidenza l’aperitivo, e benché fossi prevenuta, dovetti ammettere che era squisito.
Poi accadde qualcosa di totalmente inaspettato.
Dovete sapere che se Patrizia ha la carrozzeria di una Ferrari, io a stento arrivo a quella di una Ka. Forse Giulio si era stancato di maggiorate ipervitaminizzate, oppure era possibile che fosse particolarmente attratto dagli occhi di una donna. Modestia a parte, i miei sono belli, castani, profondi, espressivi; l’unico particolare che mi piace del mio aspetto, dato che, a parte le gambe, sarei portata a scartare tutto il resto senza remora alcuna. A detta di Patrizia sono troppo autocritica. In effetti, onestamente non posso definirmi brutta. Diciamo, sul carino andante; però sono piccola, con poche tette, e mi vesto in modo non appariscente. La circostanza che metta spesso le ballerine, mentre Patty porta quasi sempre scarpe con i tacchi, aumenta sensibilmente il gap che esiste fra di noi.
“Elisa, dovresti valorizzarti di più!” Quante volte mi sono sentita rivolgere questa stupida frase. Ma io preferisco valorizzarmi in altri modi, legati allo spirito e non al corpo.
Il fatto inaspettato fu che Giulio si dimenticò della presenza di Patrizia, la ignorò nella maniera più assoluta, e incominciò a parlare solo con me.
Io rispondevo a monosillabi…

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IL COLORE DEI NOMI

Il colore dei nomi“Katia è un nome da bionda.”, si disse Stefano uscendo dall’appartamento. “E ha un corpo da bionda!”
Era un vecchio gioco: fin da ragazzo aveva trovato divertente accostare i nomi femminili al colore dei capelli. Monica, Nicoletta e Marzia non potevano che essere bionde; Silvia, Laura e Milena, invece, erano certamente more. Poi esisteva qualche nome dal significato controverso: ad esempio Chiara. Una Chiara poteva risultare indifferentemente bionda o bruna. Rise fra sé per quelle facezie mentre l’ascensore lo portava al piano terra. Era un vecchio ascensore, particolarmente lento, che gli infondeva un vago senso di insicurezza; però lo preferiva alle scale.
Quando si trovò all’aperto respirò con piacere la fresca aria primaverile. Era una notte stupenda. Stefano salì in macchina, accese il motore e ingranò la marcia. Il suo pensiero tornò a Katia. C’era un luogo comune che andava assolutamente sfatato: alcuni suoi amici sostenevano che le more erano nate per il letto, mentre le bionde spesso erano fredde e passive. Era un’idea del tutto sbagliata. Katia gli aveva regalato due ore di fuoco, la scopata del secolo, forse, o almeno dell’anno.
Guidò con calma per le vie cittadine ormai quasi deserte, riassaporando con la mente i baci ardenti, le carezze audaci e la lingua incredibilmente abile della sua amante. Katia era nata per il sesso.
Giunto sotto casa, parcheggiò la Mercedes e preparò il solito discorsetto. Non era semplice inventare ogni volta una scusa diversa, ma lui in queste cose era un mago; inoltre Simona non spiccava per acume. Era intelligente, ma totalmente sprovvista di malizia; la sua ingenuità talvolta appariva disarmante. Simona, nome da mora: ma adesso invece era viola, sebbene fosse una bionda naturale.
Si domandò se era ancora sveglia. Spesso si coricava presto, e se l’avesse trovata addormentata non avrebbe dovuto perdere tempo a giustificarsi. In ogni caso, la bugia era già pronta; gli erano bastati pochi secondi per imbastire una storiella credibile. Flavio aveva litigato con Sonia, e lui era stato costretto a trascorrere la serata con l’amico, l’aveva ascoltato e doviziosamente consolato. Simona si fidava ciecamente di lui e non avrebbe mai controllato.
“Io amo mia moglie?”, si chiese oziosamente in ascensore. L’aveva tradita molte volte, è vero, ma generalmente si era trattato di occasionali scappatelle. Katia era la sua prima vera amante. Un pensiero balenò inaspettato: se fosse stato costretto a prendere una decisione, se Katia lo avesse messo alle strette, e prima o poi era molto probabile che accadesse, chi avrebbe scelto? Fece una smorfia annoiata. Ci avrebbe pensato a tempo debito. Da un lato la passione, da quell’altro sicurezza e affetto che tuttavia stavano diventando una sorta di peso, a volte difficile da sopportare. “Simona mi ama.”, pensò. Scrollò le spalle. Ogni cosa a tempo debito.
Benché gli avesse sempre detto che non avrebbe mai potuto vivere senza di lui, in caso di divorzio l’avrebbe riempita di soldi, e questo avrebbe risolto ogni tipo di problema. Soddisfatto da quel ragionamento, uscì dall’ascensore ultra moderno e tirò fuori le chiavi dell’attico. Entrò. Buio e silenzio.
Perfetto! Simona dormiva.
Andò in bagno, si infilò sotto la doccia, indossò un pigiama pulito e raggiunse la camera da letto.
Inizialmente non si accorse di nulla. Ma quando gli occhi si abituarono all’oscurità notò un foglio bianco posato sul suo cuscino. Accese la lampada e scorse rapidamente una lettera di sua moglie che giudicò incomprensibile. Soffocando uno sbadiglio, si ripromise di parlarne con lei l’indomani. Pareva lo scritto di un ubriaco.
Si stese sul letto e stava per spegnere la lampada, quando notò il sangue.
Si voltò verso Simona.
Sembrava che dormisse. Non c’era niente fuori posto.
Tranne il fatto che si era tagliata le vene.

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UNA NOTTE DI SANDRA E ROBERTO

SandraA causa dell’educazione rigida che aveva ricevuto dalla sua famiglia, Sandra non replicò quando Roberto, ormai quasi ubriaco, cominciò ad alzare la voce. Il ristorante era pieno e la donna non avrebbe mai sopportato di dare scandalo. Pensava che, se non avesse ribattuto, lui si sarebbe calmato, abbandonando l’atteggiamento litigioso che aveva assunto negli ultimi minuti.
Si sbagliava. Quando uscirono dal locale e salirono in macchina, Roberto si mise quasi a gridare.
Mentre guidava in modo nervoso, a strappi, la ricoprì di insulti, dando libero sfogo a un risentimento che evidentemente covava da tempo. Sandra guardava fisso davanti a sé, chiedendosi come fosse possibile che il ragazzo delizioso che aveva sposato si fosse trasformato in un’altra persona, arrogante e grossolana, prepotente e meschina.
Anche l’aspetto fisico era cambiato: anni prima era stato un uomo bello e atletico, che sfogava in palestra la sua aggressività e riservava a lei il suo lato più dolce; adesso aveva il viso gonfio, cosparso di venuzze,  ed era diventato corpulento. Aveva dovuto sostituire tutte le camicie e le giacche. Ma questo sarebbe stato il minimo: anche Sandra non era più una ragazzina, però aveva conservato la finezza dei lineamenti ed era ancora una donna attraente.
Entrarono in casa e nell’ascensore lui toccò il fondo. “Se almeno sapessi scopare!”, esclamò con il chiaro intento di mortificarla. “Per fortuna ho conosciuto Giovanna. Altrimenti dovrei andare avanti a seghe.”
Sandra ignorò quelle parole, anche se immaginava che fossero vere. Giovanna era il suo nuovo braccio destro in ufficio, una donna che lei giudicava volgare, ma che indubbiamente possedeva molte di quelle prerogative che piacciono ai maschi. Era alta, formosa e statuaria; probabilmente le sue misure non si discostavano di molto dal classico novanta-sessanta-novanta. Inoltre portava scritto in faccia l’amore per il sesso.
Ma, benché lo avesse supposto, quella conferma rappresentò uno dei punti più bassi della sua vita: un’umiliazione che non era disposta ad accettare, perché superava il concetto di gelosia. Era la dimostrazione definitiva di quanto poco Roberto la stimasse, era una mancanza di sensibilità che la feriva e la sgomentava; e il fatto che lui avesse bevuto non rappresentava una giustificazione, dato che si riempiva di alcool tutte le sere e in quei momenti dava libero sfogo a una natura che era diventata violenta e incontrollabile.
Molte donne se la sarebbero presa con la rivale, ma non Sandra. Malgrado non stimasse Giovanna e la considerasse un’arrampicatrice sociale, intuiva che lei non provava nulla per Roberto; se era diventata la sua amante lo aveva fatto unicamente in funzione della carriera. Lui, invece, andava a letto con lei, perché era seducente e procace. Grazie al denaro poteva permetterselo, e questo era un particolare ripugnante che conferiva un’ ulteriore nota disgustosa a un quadro che già di per sé risultava squallido. Entrarono nell’appartamento. Sandra avrebbe voluto andare subito a coricarsi, ma Roberto la costrinse a seguirlo in soggiorno. Si versò da bere, e ricominciò a offenderla.
Paragonò il suo corpo a quello di Giovanna, con la maligna soddisfazione di vedere nei suoi occhi la frustrazione che anche la più intelligente fra le donne prova se messa di fronte allo scorrere del tempo e all’impietoso confronto con un’altra donna più giovane e avvenente.
Sandra ripensò a quando lo aveva conosciuto. Era accaduto in un’altra vita, tanto distante appariva ora. Lei aveva appena finito il liceo, lui si stava per laureare. Si erano incontrati al mare. Entrambi frequentavano una scuola di vela, e quando ci fu la regata di fine corso l’istruttore li mise assieme.
All’inizio non avevano parlato molto, concentrati com’erano a mantenere il vantaggio acquisito grazie a una partenza indovinata. Roberto era un timoniere molto dotato, ma anche lei era brava al fiocco. Era una ragazza forte e sapeva muoversi in modo agile e sicuro; inoltre, lo assecondava come se formassero un equipaggio collaudato da tempo. Quando capirono che la vittoria non gli sarebbe mai sfuggita, iniziarono a chiacchierare, scoprendo molti punti in comune. Sandra se lo sarebbe mangiato, per quanto era bello; e Roberto manifestava un interesse per lei che andava oltre la semplice simpatia.
Fecero l’amore quella notte, e compresero che erano fatti l’uno per l’altra, e che la vita si era dimostrata benevole con loro: erano una coppia perfetta, e non soltanto in barca. Seguirono anni bellissimi.

Roberto biascicò che voleva il divorzio. Forse il giorno dopo si sarebbe pentito di quelle parole avventate, e di averle raccontato di Giovanna; ma adesso sembrava convinto, deciso a chiudere per sempre la loro storia. Sandra si dichiarò d’accordo. Quella sera lui aveva toccato il fondo, e non sarebbe stato possibile dimenticarlo. Non lo avrebbe mai perdonato.
Lui assunse un’espressione che voleva essere astuta, ma che tuttavia appariva patetica. “Dovresti scopare con Giovanna. Almeno scopriresti cos’è una vera donna. Forse ti aiuterebbe a superare la frigidità.”
Sandra non si degnò di rispondere. Non era frigida, non lo era mai stata. Semplicemente, non amava più fare sesso con lui, perché per lei fare l’amore era correlato al sentimento, e questo ormai si era perso lungo i crinali del tempo.
All’improvviso, con grande sorpresa della moglie, lui si accasciò per terra e iniziò a piangere. “Lo sai che non sono attratto dalle more.”, disse quasi in tono di accusa. Sandra lo fissò in silenzio. “Non c’è mai stato nulla fra me e Giovanna. Ho inventato tutto, al solo scopo di ferirti. Io amo te, e desidero unicamente te, ma tu mi detesti.”
Sandra scosse lentamente la testa. “Non detesto te.”, rispose con calma. “Ma il tuo demone.”
Roberto tirò su con il naso. “Sei sempre così controllata, così sicura di te; a volte la tua freddezza mi uccide.”
“Forse è meglio che tu vada a dormire.”
“Non voglio andare a dormire!”, protestò lui con la petulanza di un bambino che non intende rinunciare a giocare. “Voglio parlare, e desidero che tu mi ascolti!”
“Non sei nelle condizioni di dire qualcosa di sensato. E poi non ho nessuna intenzione di ascoltarti. Non dopo la disgustosa scena che hai fatto al ristorante. Questa sera hai oltrepassato ogni limite.”
Ci fu un silenzio, interrotto solamente dalle voci della notte. La prima nebbia dell’anno saliva lentamente, avvolgendo la casa nel suo manto impalpabile. “Io… vorrei che tu mi considerassi di più. Mi sono inventato la storia di Giovanna per vedere se eri gelosa; invece, non te ne importa nulla. Io non conto più per te.”
Sandra avrebbe voluto rispondergli che c’era stato un tempo, un tempo assai lontano, in cui invece lui aveva contato moltissimo per lei; avrebbe voluto dirgli che lo aveva amato con tutta se stessa, e che lo aveva stimato per quanto sapeva dimostrarsi generoso, attento e premuroso. Per il suo sorriso sincero. Per la risata allegra e contagiosa con cui accoglieva le sue battute di spirito. Per il suo spessore umano e per la sua gentilezza. Ma le cose erano cambiate. E sapeva che quel tempo, il tempo delle risate e della gioia, non sarebbe mai più tornato. Sapeva anche non intendeva più condividere i suoi giorni con lui.
Esiste sempre un istante decisivo, quando alla fine di un viaggio nelle terre della delusione, arriva il momento di dire basta, e di voltare pagina.
L’indomani avrebbe chiesto la separazione. Ignorò il suo sguardo supplice e si avviò verso la camera da letto.
Aprì la porta e indugiò per un momento.
E se Roberto avesse avuto, sebbene in minima parte, un fondo di ragione? Si era trasformato in un uomo sgradevole, è vero, però era altrettanto vero che lei non aveva mai mosso un passo nella sua direzione, trincerandosi dietro a una facciata di gelida cortesia.
“Sciocchezze!”, pensò e accese la luce.

Il vento soffiava, forte e teso. La barca a vela bordeggiava al largo, sopravento rispetto a tutte le altre. Il mare scintillava ai raggi del sole, e il sole riempiva il cielo con la sua presenza. Con le gote arrossate per l’eccitazione, Sandra esclamò: “Stiamo vincendo!” Lui le sorrise, e fu allora che lei capì che lo amava, e che lo avrebbe amato per sempre, qualsiasi cosa fosse successa. Perché non sei tu a scegliere l’amore. E’ lui che ti sceglie.

Tornò in soggiorno, prese la bottiglia di bourbon e la scaraventò sul pavimento.
Gli tese la mano. “Andiamo a letto.”, disse.

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NICOLETTA 4 DI 4

NicolettaEra una tiepida giornata di maggio e il sole illuminava piacevolmente il piccolo giardino. La finestra aperta accoglieva l’aria profumata di quella splendida primavera. Nudi sul letto, Simone e Nicoletta si accarezzavano dopo aver fatto l’amore.
Quei mesi erano letteralmente volati. Si trovavano tutti i pomeriggi a casa sua. Facevano all’amore, e poi chiacchieravano, ascoltavano musica; Nicoletta leggeva un libro rannicchiata fra le sue braccia.
Caltabella non aveva dimenticato Sara, però si rendeva conto ogni giorno di più che Nicoletta era la donna della sua vita. Ciò non dipendeva unicamente dal fatto che fosse giovane, bella e insaziabile. Quando toccava il suo seno piccolo e sodo, i capezzoli si indurivano immediatamente; quando sfiorava le sue gambe morbide come il velluto, lei gemeva e si bagnava; quando la penetrava, raggiungevano uno stato di simbiosi talmente elevato da condurli rapidamente all’estasi.
Ma c’era dell’altro. Nicoletta era intelligente e arguta; ansiosa di apprendere tutto quello che lui poteva insegnarle. Ascoltava le sue parole con estrema attenzione, poi esprimeva il suo pensiero che si dimostrava sempre lucido e profondo. Imparava in fretta, e conversare con lei rappresentava un autentico piacere per l’intelletto.
Inoltre, le vie misteriose dell’amore non sono mai una somma matematica, bensì una formula chimica: e l’alchimia che li univa sarebbe durata per sempre perché era magia allo stato puro, paragonabile all’incanto della primavera, all’energia dell’estate, alla trattenuta malinconia dell’autunno, al bianco abbraccio dell’inverno. Era l’amore, quello vero, assoluto, capace di trascendere ogni altra cosa e di legare indissolubilmente due persone.
Caltabella si alzò dal letto, infilandosi i boxer per un senso di pudore che gli apparteneva da sempre. Attraversò la stanza, aprì l’armadio e prese un piccolo pacchetto confezionato con ogni cura. Nicoletta seguiva i suoi movimenti con lo sguardo ancora languido di chi ha appena goduto delle meraviglie del sesso condiviso, quello che non infiamma solo i sensi ma anche l’anima.
“Non potrò più insegnare al liceo.”, disse Simone porgendole il dono. “Però non è un problema, ho già parlato con la direttrice di una scuola privata. Lo stipendio sarà inferiore, ma mi arrangerò con qualche lezione privata.”
Mentre lui tratteneva il fiato, Nicoletta prese il pacchetto e lo scartò stando attenta a non sciupare la carta pregiata che era servita per confezionarlo. Quindi aprì anche l’elegante scatola che non lasciava adito a dubbi sul contenuto. Un raggio di sole penetrò nella camera, riflettendosi sull’anello d’oro e facendolo scintillare. L’insegnante era teso: avrebbe apprezzato il regalo o non lo avrebbe considerato alla sua altezza? Gli era successo di pensare negli stessi termini alla sua casa. Non era una reggia, lo sapeva, comunque era calda e confortevole.
“E’ magnifico!”, esclamò la ragazza.
“A luglio sarai maggiorenne.”, disse il professore. Aveva ripassato varie volte quella dichiarazione: era un momento solenne, e desiderava che le sue parole risultassero adeguate alla circostanza. “Poi ci sposeremo.” Non seppe aggiungere altro e fissò ansiosamente la giovane.
Nicoletta sorrise. Per quel sorriso Simone Caltabella sarebbe andato all’inferno. “Sei tanto caro.”, sussurrò lei con la voce lievemente arrocchita. “Io adoro fare l’amore con te… parlare… sognare, ma mio padre ha finito il suo compito, e presto torneremo nella nostra città.”
“Non se mi sposerai.”, ribatté lui. “Vuoi sposarmi, vero?”
Nicoletta si accese una sigaretta; fumava da poco, più per vezzo che per una reale necessità. Aspirò una boccata di fumo, si stirò pigramente. “Vieni qui.”, gli disse. “Facciamo ancora l’amore.”
Simone stava per raggiungerla sul letto, ma a un tratto fu colto da un terribile presentimento. “Vuoi sposarmi, vero?”, ripeté, questa volta in modo incerto.
La ragazza scosse lentamente il capo. “E’ stato bello con te.”, rispose. “Ma io sono già fidanzata, e l’anno prossimo mi sposerò con Luca.”
Caltabella la guardò in silenzio, mentre il mondo si sgretolava intorno a lui.
“Ma… ma…”, balbettò dopo qualche istante. “Tu hai detto che mi amavi!”
“Ed era vero.”, replicò lei. “Io non ti ho mai mentito. Però amo Luca. E’ lui l’uomo della mia vita. Inoltre, ci dividono troppi anni. Luca sta per laurearsi in economia e commercio, poi dirigerà la ditta di suo padre. Che futuro potresti offrirmi tu? E non mi riferisco solamente ai soldi. Morirai molto prima di me. Vuoi che rimanga vedova a trent’anni?”
Spense la sigaretta nel posacenere. “Sognare è bello. Ma la vita non è un sogno.” Si era espressa con un cinismo che lui non avrebbe mai pensato potesse appartenerle. Simone chinò il capo. “Già.”, mormorò. “La vita non è un sogno.”

Il mattino dopo Nicoletta preferì non andare a scuola.
Alla prima ora c’era italiano. Il professor Caltabella tardava più del solito.
I ragazzi scherzavano fra loro, oppure parlavano di musica. Stava per uscire il nuovo album dei Metallica, e sebbene da tempo non fossero più all’altezza della loro fama era in ogni caso un evento importante.
Fu Carlo a notare la strana scritta sulla lavagna. Poi la videro anche gli altri.
Ma è già ora di andare: io, a morire; voi, a vivere. Chi di noi però vada verso il meglio, è cosa oscura a tutti, meno che a Dio.

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NICOLETTA 3 DI 4

Nicoletta 3Il professor Caltabella sapeva che non avrebbe dovuto accettare quell’invito, ma mentì a se stesso dicendosi che in fondo non c’era nulla di male: avrebbero parlato di Ugo Foscolo, e questo sarebbe servito ad accrescere la preparazione di un’allieva indubbiamente dotata. Inoltre, non era la prima volta che usciva con dei ragazzi della sua classe, sebbene nelle altre occasioni fossero stati sempre in gruppo. “Ma era sera.”, cercò di giustificarsi. “Adesso è giorno, e poi si tratta solo di un panino.” In meno di un’ora sarebbe tornato a casa.
Mentre uscivano dalla scuola si rese conto che quella mattina Nicoletta si era vestita in modo diverso: era abituato a vederla in jeans e All Star. Rimase sorpreso notando la minigonna e le scarpe con i tacchi. Lungo il tragitto verso il bar, non riuscì a evitare qualche occhiata furtiva alle splendide gambe di quella ragazza. Sorrise fra sé: era un tentativo ben ingenuo di sedurlo, posto che fosse quella l’intenzione di Nicoletta. Ovviamente, ne sarebbe stato felice; ma era un’eventualità estremamente remota. Era impossibile che una diciottenne si sentisse attratta da lui. Sarebbe stato presuntuoso anche il solo presumerlo. Semplicemente, lei voleva approfondire un aspetto letterario che era di grande interesse, e la minigonna non aveva nulla a che vedere con quel pranzo di studio.
Presero posto a un tavolino d’angolo, scelsero i panini, e ordinarono due aranciate. Nicoletta accavallò le gambe. Caltabella ignorò il gesto, e prese a spiegare. Come sempre, era chiaro e coinvolgente. Non aveva mai sopportato gli insegnanti che si trinceravano dietro a una selva di frasi oscure e contorte; non era certo quello il metodo migliore per inculcare l’amore per la letteratura nei propri studenti. Se un professore si esprimeva in modo farraginoso, ciò significava che non era preparato sull’argomento, oppure più semplicemente che avrebbe dovuto cambiare lavoro.
Stava parlando delle “Grazie”, quando capì che Nicoletta non lo ascoltava. Lo guardava con un’espressione maliziosa, forse anche lievemente ironica, come se pensasse che lui era un uomo piuttosto lento di riflessi, e che lei si aspettava che finalmente capisse il motivo per cui gli aveva proposto di mangiare assieme. Ma forse era solo una supposizione, sicuramente errata. Da qualche parte, Nicoletta aveva certamente un moroso, o magari più d’uno, e non avrebbe mai perso il suo tempo per sedurre un professore che avrebbe potuto essere suo padre. Finì il panino, e affrontò “I Sepolcri”, il capolavoro di Foscolo.
Nicoletta gli prese una mano fra le sue.
Era seduta di fronte a lui; si sporse sul tavolo per avvicinare il suo viso. Gli sorrise. In quel sorriso non c’era malizia, piuttosto come un senso di aspettativa. Le gote della ragazza si erano leggermente arrossate; lo sguardo si era fatto profondo e intenso.
Caltabella pensò di ritrarre la mano e di alzarsi per andare a pagare il conto.
Invece, restituì la stretta. Si sentiva frastornato e confuso: da un lato, sapeva di desiderare quella ragazza, da quell’altro non ignorava che si sarebbe trattata di un’autentica follia. Ciononostante, continuò a stringerle la mano. Quella di Nicoletta era calda e asciutta, e la sua stretta era forte.
“Andiamo a casa tua.”
Caltabella impallidì. Non era una domanda, e nemmeno una timida proposta. Nicoletta aveva pronunciato quelle parole con la tranquilla sicurezza di chi dice qualcosa di assolutamente lecito e normale. E con la consapevolezza che lui avrebbe accettato. Per un momento, ripensò alle sue vecchie compagne di classe, spesso inibite e irresolute, un “vorrei ma non posso” continuo e frustrante. Era un vero avvenimento, quando si lasciavano toccare il seno per pochi secondi. I tempi erano cambiati, ne era perfettamente consapevole; tuttavia la sicurezza di Nicoletta lo sgomentava.
Un’altra cosa lo sgomentava, forse in misura ancora maggiore. Sarebbe stato disposto ad andare all’inferno, pur di assecondarla. Desiderava quel corpo. Ma c’era anche qualcosa di più sottile. Voleva vivere l’ebbrezza che gli mancava da quando era rimasto vedovo, voleva dimostrare a se stesso che sarebbe stato all’altezza delle sue aspettative. E poi era stordito, affascinato dalla sua personalità, dal temperamento determinato, dal profumo irresistibile che si era messa quella mattina. Voleva volare di nuovo, e poco gli importava se quel volo avrebbe potuto in seguito trascinarlo in un baratro.
Però, dentro di sé, sapeva che non era possibile. Esistevano troppe implicazioni, troppi pericoli. Perciò, sia pur a malincuore, stava per risponderle “no”, e per esortarla con il massimo garbo possibile a rivolgere le sue attenzioni a qualche giovane che fosse suo coetaneo. Ma in quel momento Nicoletta gli sorrise in maniera irresistibile. In quel sorriso era racchiuso tutto il senso della vita.
“Va bene.”, disse Simone Caltabella con voce soffocata.

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NICOLETTA 2 DI 4

NicolettaNicoletta aveva diciotto anni, ma il buio le faceva ancora paura.
Era una ragazza coraggiosa, che un giorno non aveva esitato a sfidare una banda di giovani teppisti che stavano molestando una sua compagna di classe senegalese. Li aveva fatti scappare, e non aveva provato il minimo timore; tuttavia l’oscurità la spaventava. Forse questo dipendeva dagli strani incubi che spesso tormentavano il suo sonno. Non sognava streghe cattive oppure orchi dall’aspetto spaventoso, ma fatti riconducibili alla vita reale. Sua mamma che si ammalava di cancro, il babbo che usciva di strada con la macchina, il fratellino che veniva investito da un camion. Si svegliava nel cuore della notte, sudata e con il cuore che batteva forte, e poi faticava a riaddormentarsi.
Non le era piaciuto dover cambiare scuola, rinunciando ad amicizie ormai consolidate, a insegnanti che la stimavano, a luoghi che conosceva a memoria. D’altro canto, non era un fatto che dipendeva da lei, e non avrebbe avuto alcun senso opporsi al trasferimento di suo padre, che rappresentava anche una promozione, la prima da molto tempo. E di questo lei era felice.
Quella sera non riusciva a prendere sonno. Non era il timore dei brutti sogni a tenerla desta e vagamente inquieta, bensì un’immagine che continuava ad affacciarsi alla sua mente: quella di un uomo non più giovane, non particolarmente aitante né bello, però dotato di un carisma eccezionale. Un uomo colto, sensibile, disponibile al dialogo con gli studenti. Un professore come prima di allora non aveva mai conosciuto. Si addormentò molto dopo la mezzanotte, e fece sogni bellissimi.
Quando si svegliò, l’alba era sorta da poco. Andò in bagno a lavarsi, e all’improvviso ricordò ogni cosa. Ciò che aveva vissuto durante il sonno forse adesso le appariva distante, come coperto da un velo che non le permetteva di mettere a fuoco i particolari; ma le emozioni che aveva provato erano ben presenti. Avvertì una sensazione di calore, e cercò di rivivere i baci che si erano scambiati lei e il professor Caltabella. Non ci riuscì, perché quelle immagini si allontanavano rapidamente, destinate a perdersi nell’oblio come tutte le visioni oniriche. Ma la gioia che aveva provato, l’eccitazione che si era impossessata del suo corpo, quelle non le avrebbe scordate. Con un sospiro, tornò in camera da letto.

Simone Caltabella era un uomo razionale. Sebbene amasse perdersi sovente nei mondi fantastici evocati dai suoi scrittori preferiti, nella vita quotidiana sapeva comportarsi in maniera logica, senza indulgere a vuoti voli pindarici. Entrando in classe, quella mattina, stabilì che avrebbe trattato Nicoletta Barzaghi come tutti gli altri, anzi con un distacco maggiore. Sarebbe stato cortese, ma freddo, e vista la sua indubbia preparazione, l’avrebbe interrogata il meno possibile. Era l’unico metodo per togliersi dalla mente quelle sciocche fantasie che lo avevano tormentato la sera prima.
Era consapevole della forte attrazione che provava per lei, però non credeva ai colpi di fulmine, e soprattutto non concepiva nemmeno lontanamente che un uomo della sua età potesse perdere la testa per una ragazzina. Iniziò la lezione, che verteva su Dante. L’ora trascorse velocemente, era l’ultima di quella mattina, e al suono della campanella tutti i ragazzi sciamarono fuori.
Con un’unica eccezione.
Caltabella stava scrivendo sul registro.
“Professore, posso farle una domanda?”
Alzò gli occhi.
Davanti a lui c’era Nicoletta.
“Dimmi.”, le rispose gentilmente.
“Non mi è chiara la distinzione fra neoclassicismo e romanticismo nel Foscolo.”
“Possiamo parlarne domani.”
“Ma così la costringerei a tornare indietro con il programma. E se mangiassimo un panino assieme?”
Nicoletta assunse un’aria innocente. “Sempre che non abbia altri impegni, naturalmente.”

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NICOLETTA 1 DI 4

NicolettaIl professor Simone Caltabella entrò in classe e notò subito una nuova presenza.
Come sempre, era arrivato in lieve ritardo, e né il preside, né la segretaria, avevano fatto in tempo ad avvertirlo. Il banco vuoto accanto alla finestra che dava sul campo di calcio adesso era occupato. Sebbene fosse in fondo all’aula, e perciò almeno teoricamente molto appetibile, per qualche strana ragione nessuno lo aveva mai scelto. Caltabella provò un moto di stizza: era assurdo accogliere una nuova alunna a metà anno scolastico. Inoltre, pensava cinicamente che con ogni probabilità doveva trattarsi di una capra. Per quale altro motivo avrebbe infatti cambiato scuola? Si tolse gli occhiali per esaminarla con attenzione, e lei ricambiò il suo sguardo, esibendo un sorriso smagliante. Era molto attraente, con gli occhi chiari che contrastavano piacevolmente con il nero lucido dei capelli, denti candidi come la neve, e un’espressione che denotava intelligenza e perspicacia, con un piccolo fondo di bonaria ironia che non riusciva a celare.
“Come ti chiami?”, le chiese senza darsi la pena di consultare il registro.
Gli rispose con una voce melodiosa, quasi da donna, benché non potesse avere più di diciotto anni. “Nicoletta Barzaghi.”
Continuando a guardarla, il professore disse: “Oggi c’è la Divina Commedia. Tu chi metteresti in paradiso?” Caltabella aveva un metodo di insegnamento molto personale, che gli era valso l’ammirazione di tutti gli studenti. Partiva da un argomento per poi spaziare a trecentosessanta gradi. Da Dante passava al cinema, alla politica, al fenomeno dell’immigrazione, all’arte. L’unico problema era che non riusciva mai a finire il programma.
“Che Guevara.”, rispose prontamente lei. Caltabella annuì a andò a sedersi alla cattedra. Quella mattina non erano previste interrogazioni, perciò lesse l’inizio di un canto, e poi incominciò a spiegare, prendendo spunto dal contesto e quindi tracciando paralleli, inserendo quei versi sublimi in un quadro sempre più ampio. Di tanto in tanto, rivolgeva qualche domanda per tener desta l’attenzione generale e stimolare il dibattito. In questo modo era riuscito a fare amare tematiche a volte ostiche e sconcertanti, inculcando nei ragazzi la passione per la cultura. Nicoletta lo seguiva incantata, e i suoi occhi non lo abbandonavano mai.
Il giorno dopo la interrogò su Foscolo, e lei prese otto. Era veramente preparata; aveva cambiato istituto a causa del trasferimento del padre in una nuova filiale della banca dove lavorava da anni.
Quella sera Simone Caltabella pensò a lei. Da quando era morta sua moglie, non aveva più frequentato altre donne. Le occasioni non gli sarebbero mancate, specie all’interno della scuola: la professoressa di matematica stravedeva per lui, e in diverse occasioni aveva cercato un pretesto per incontrarlo al di fuori di quelle mura; ma egli non provava il minimo interesse per lei. Viveva in un mondo di libri e di scrittura; gli piaceva insegnare, e non sentiva la mancanza di una compagnia femminile. Quando Sara era morta, aveva sofferto molto: poi, lentamente, lo scorrere del tempo aveva lenito quel dolore straziante, trasformandolo in un sottofondo di profonda malinconia.
Dato che non riusciva a concentrarsi sulla lettura, ripose nello scaffale “La solitudine dei numeri primi.” Tolse la giacca di tweed, gettandola sul divano. Passò in rassegna i vecchi dischi in vinile, scegliendo infine il primo album di Crosby, Stills & Nash. Mentre si versava da bere, si disse che aveva cinquant’anni… e Nicoletta era una sua allieva.

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