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Archive for settembre 2013

UN SOGNO AMERICANO 15

La valle di Phil 2Chiedo scusa per la lunga assenza. Come giustamente scrive Lord Ninni era dal 2006 che non “sparivo” (a parte una volta, a causa di un virus). Questo d’altro canto significa che il mio pc non è più tanto giovane: infatti, non si accendeva più, nemmeno pigiando su F1. Ora spero che sia tutto ok. Ringrazio Mari per avervi tranquillizzato e ringrazio voi tutti amici.
Adesso leggerò con calma i commenti nel frattempo ricevuti.

Freiberg aveva fatto di tutto nella sua vita: lo scaricatore di porto, il buttafuori in un night club, lo spacciatore di droga. Poi era entrato in un giro giusto e in cinque anni aveva guadagnato un milione di dollari. Ma non si era certo costruito una fortuna vendendo armi a un hippy fuori di testa che sarebbe stato arrestato mentre tentava di rapinare una banca. Prima di ucciderlo, guardò Weir negli occhi. C’era un gusto speciale nel cogliere il panico in uno sguardo: era come bere una coppa di champagne.
Ciò che vide non gli piacque. Conosceva gli uomini; se non li avesse conosciuti, non sarebbe diventato ricco in così breve tempo.
Nel corso degli anni gli era capitato di assistere a scene pietose. Persone che all’improvviso perdevano la loro dignità, implorando, supplicando, torcendo mani tremanti. Individui, che erano sembrati duri e risoluti, bagnare i pantaloni o fare anche di peggio. Donne, che fino a un momento prima si erano comportate in modo altero, ridotte a chiedere pietà, farfugliando atterrite. Alcuni si erano gettati per terra, strisciando come vermi, sino a baciargli le scarpe. Il tratto caratteristico comunque era rappresentato dagli occhi. Dall’angoscia che esprimevano.
Gli occhi dell’hippy erano gelidi. Di più, non avevano espressione, come se quell’uomo fosse privo di qualsiasi sentimento o emozione. Freiberg esitò per un attimo, sconcertato da quello che aveva visto. Poi scosse la testa e si avventò.
Era un maestro con il pugnale. Mirò al ventre: la lama guizzò con un sibilo.
Una volta Freiberg era andato in un locale clandestino dove si scommetteva sugli animali. Aveva vinto una grossa somma puntando su un cane che aveva combattuto contro una quantità di grossi ratti. Il cane era uscito malconcio da quello scontro, con un orecchio a brandelli, le budella che gli fuoriuscivano, simili a un grottesco cordone ombelicale, e un occhio strappato a morsi. Però aveva ucciso tutti i topi. Freiberg aveva intascato la vincita e si era diretto all’uscita, fendendo la folla. Faceva un caldo insopportabile e l’odore che aleggiava nell’aria era disgustoso. Poi si era fermato ed era tornato sui suoi passi, incuriosito. La serata si era aperta con un combattimento di galli, cui aveva fatto seguito la lotta fra il cane e i ratti. Freiberg pensava che il prossimo numero fosse uno scontro fra un dogo e un puma, così gli avevano detto, e non era particolarmente interessato a vederlo, anche perché aveva capito dalle quote che avrebbe prevalso il dogo: non si divertiva a vincere facilmente. Invece, c’era stato un cambiamento di programma.
Illuminati dai riflettori, si stavano affrontando un cobra e una specie di ridicolo castoro. Freiberg aveva sghignazzato. Il cobra era terribile: lungo più di un metro, con il cappuccio sollevato minacciosamente, incuteva sgomento perfino a lui. Il risultato di quel confronto era talmente scontato da renderlo per assurdo avvincente. Non dimenticò mai quello che accadde. La mangusta evitò il primo assalto del serpente, poi scattò con una rapidità impressionante. Affondò i denti nella nuca del cobra e non si staccò più finché non lo ebbe ucciso.
Prima che il coltello gli affondasse nel ventre, Weir afferrò il polso del mercante d’armi. In quell’istante, Freiberg ricordò quella lontana sera e rivide la mangusta che annientava il cobra. Phil diede uno strappo di violenza inaudita, torcendogli il braccio in un’angolatura assurda. Il pugnale cadde per terra e Freiberg urlò per il dolore. Weir incrementò la stretta, continuando a torcere fino a quando il braccio non si spezzò. Quindi si chinò e raccolse il pugnale. Gli puntò la lama alla gola. “La mia arma e le mie munizioni.”, disse con voce piatta.
Gemendo, Freiberg gli indicò una cassa. Weir la scoperchiò, prese il Kalashnikov, lo esaminò e scosse la testa. “E’ troppo vecchio! Non vale il prezzo pattuito.”
Freiberg era piegato in due. “Lì!”, mormorò con un filo di voce.
Phil questa volta annuì. “Ora ci siamo.” Richiuse la cassa e si accostò al mercante d’armi.
“A ogni azione corrisponde una reazione. E il tuo karma è negativo.”
Freiberg comprese ciò che voleva fare. Indicò la porta d’acciaio. “Ascolta!”, strillò. “Ti darò diecimila dollari!”
Weir gli tagliò la gola fissandolo negli occhi.
 
Durante il tragitto che lo riportava alla Bush Valley, Phil rifletté su quello che era successo, assolvendosi in pieno. Non aveva mai fatto del male a nessuno di proposito. Quando aveva ucciso era stato per legittima difesa, come nel caso dei due banditi che lo avevano sequestrato, oppure per vendicare una donna picchiata a sangue. Ripensò a Rachel Douglas: era stato il primo amore dellla sua vita. Phil aveva salvato suo figlio da una banda di teppisti, poi era diventato l’amante della madre. Rachel gli aveva pagato gli studi. Il padre di Phil era un operaio e, senza l’aiuto di Rachel, egli avrebbe seguito le orme paterne: c’era già un posto che lo aspettava in una squallida fabbrica di elettrodomestici. Weir detestava quel futuro e sarebbe sempre stato grato a Rachel.
Il marito l’aveva fatta pedinare da un investigatore privato, aveva scoperto la tresca e l’aveva massacrata di botte. Phil lo aveva ammazzato tre giorni dopo. Era una carogna e meritava di morire.
Freiberg era un malfattore, voleva derubarlo: perciò era stato giusto ucciderlo.
Guidò con calma. Gli piaceva ammirare il panorama. Amava le montagne, i boschi, i corsi d’acqua limpidi e freschi che scendevano a valle. A un tratto fermò il pick-up e scese. Respirò l’aria incontaminata delle alture e provò una grande gioia al pensiero che fra poco sarebbe tornato nella Green Valley. Quella era casa sua. Gliel’avevano rubata, ma lui se la sarebbe ripresa.
Rincasò al tramonto.
Liz lo accolse nervosamente. “Oggi è stata qui quella poliziotta. Mi ha fatto un sacco di domande!”
“E’ naturale.”, le rispose Phil. “Sospetta sicuramente qualcosa, però non ha lo straccio di una prova.”
“Ha detto che forse tornerà domani.”
Weir allungò una mano e le accarezzò il seno. Elizabeth si ritrasse.
Phil era un amante straordinario perché aveva una dote innata, sconosciuta alla maggior parte degli uomini. Sapeva riconoscere l’odore delle donne. Attraverso esso, i corpi parlano svelando gli impulsi più profondi dell’anima. Lui capiva subito se una donna lo desiderava, se era irritata o semplicemente guardinga. In quel momento percepì l’afrore acre del dubbio e del timore. Non era un problema: avrebbero meditato assieme e Liz avrebbe riacquistato coraggio e serenità.
Fece un sorriso rassicurante. “Non devi preoccuparti, tesoro: andrà tutto bene.”
Si accostò alla finestra e guardò la sera calare nell’eterno prodigio che si rinnovava ogni giorno. “Questa notte ci saranno le stelle.”, disse. “E domani ce ne andremo.”
Dopo cena, uscirono sulla veranda.
Quando Elizabeth andò a dormire, Weir non la seguì. Rimase all’aperto, godendo della vista del cielo.

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IL FATTORE B 8

Alexsandr Alexsandrovic StavroginDa quando era entrato a far parte del SVR, Stavrogin aveva trascorso i rari momenti liberi leggendo pubblicazioni americane dedicate alle armi e svolgendo ricerche su suo padre.
Non aveva appreso molto.
Matrioska era una figura leggendaria, ma avvolta nel mistero. Sapeva che era morto in Francia, a Cannes. Nonostante fosse in fin di vita, era riuscito a trascinarsi dall’hotel in cui alloggiava fino alla spiaggia. Amava il mare e volle morire nell’acqua.
Sapeva che era stata una donna a ucciderlo, una cekista che apparteneva alla CIA. Quello che non sapeva, e che non avrebbe mai saputo, era che era stata sua madre a procurare la pistola e a consegnarla all’americana. E neppure che sua madre era perfettamente consapevole dell’uso che sarebbe stato fatto di quell’arma. Elke gli aveva accennato vagamente che in passato aveva lavorato per alcuni servizi segreti, ma temeva che, se il figlio fosse venuto a conoscenza di ciò che era realmente successo in quella lontana alba di Cannes, non l’avrebbe mai perdonata. E probabilmente aveva ragione.
Aleksandr era consapevole di valere molto – erano i risultati che parlavano-, tuttavia si chiedeva se nel corso degli anni a venire sarebbe mai riuscito, non a eguagliare le imprese del padre, ma almeno ad avvicinarsi a lui. Data la sua grandezza, ne dubitava.
In quanto alla vendetta, era esclusa. Questo lo comprendeva benissimo. Nell’ambito in cui operava, si agiva in base agli ordini e per ragioni politiche, strategiche, militari: non certo per coltivare sogni individuali di rivalsa personale. Perciò non aveva mai preso in considerazione l’idea di recarsi negli Stati Uniti per cercare l’assassina di suo padre. Se lo avesse fatto, l’avrebbe trovata e l’avrebbe ammazzata. Ma era fuori questione.
Quando era ragazzo si era posto ulteriori domande. Al di fuori del KGB, che tipo d’uomo era Matrioska? Come si sarebbe rapportato con lui? Alla sera lo avrebbe abbracciato, prima che si coricasse, o avrebbe mantenuto un atteggiamento distaccato? Sarebbe stato orgoglioso del figlio? Poi aveva aveva smesso di interrogarsi. Non esistevano risposte.
Distolse il pensiero dal padre e riprese a esaminare le fotografie e gli ingrandimenti.
In base a quelle, alla ricognizione effettuata con l’elicottero e a lunghe escursioni a piedi intorno al parco della grande villa, aveva tracciato una mappa. La guardò con attenzione. Sebbene ormai si fosse fatto un quadro piuttosto preciso di come avrebbe portato a termine la sua missione, era bene riconsiderare ogni aspetto, prendere in esame eventuali difficoltà al momento non previste e non lasciare nulla al caso.
Ma tutto questo non era ancora sufficiente. Se possibile, doveva studiare anche un piano di riserva. Aveva deciso di agire quello stesso sabato, ma c’era la possibilità che Berlini non venisse a Erba e in tal caso era necessario cercare di scoprire dove avrebbe potuto trovarlo. Osservò a lungo la mappa, considerando le possibili alternative.
Alla fine, ripose ordinatamente tutto il materiale in una borsa, uscì dalla camera, scese nella hall dell’albergo e salì sulla Bmw, posando la borsa sul sedile del passeggero.
Si trovava a Lecco, a circa quindici chilometri da Erba. Ricordava in maniera vaga che un certo Alessandro Manzoni aveva ambientato in quella città il suo romanzo più famoso. Niente di speciale, se paragonato alla letteratura russa.
Trovò facilmente un internet-point, dove trascorse quattro ore, consultando vari motori di ricerca. Passò al setaccio ogni informazione che riguardava Berlini, lesse le sue dichiarazioni, ricostruì le sue vicende giudiziarie e le sue avventure galanti, ritornando diverse volte su un determinato argomento.
Più tardi mangiò un panino, fissando pensieroso il lago increspato dal vento, attraverso la vetrata del bar. In cielo, il sole era pallido e le nubi si rincorrevano. Dopo aver bevuto un caffè, si fece indicare dal cameriere l’ubicazione della biblioteca comunale che raggiunse a piedi in pochi minuti. Lì, con l’aiuto di una simpatica impiegata, sfogliò quotidiani e riviste.
Quando rientrò in albergo era quasi ora di cena, ma la giornata era stata spesa bene. Se Berlini fosse arrivato sabato, lo avrebbe ucciso a Erba. In caso contrario, sarebbe andato a Milano.
Domenica, il Milan affrontava l’Inter. Era una delle partite più importanti dell’anno.
E Silvio Berlini era il presidente, nonché il primo tifoso, del Milan.

Mentre il capitano Stavrogin dormiva tranquillamente, Yarbes rincasò con l’aria turbata. Monica gli offrì un bourbon, poi portò la cena in tavola. “Ci sono problemi, vero?”, domandò la donna, notando l’espressione accigliata del marito. Yarbes mangiucchiava di malavoglia, perso nei suoi pensieri. Alzò lo sguardo verso di lei e annuì. “Il problema si chiama Maruska Filippovna Baraskova. E’ un elemento di prim’ordine del SVR. A quanto pare, Stavrogin non la conosce. Lo sai che i russi sono sempre stati paranoici in fatto di segretezza e molti loro agenti non si sono mai visti. La necessità di non sapere. Era uno dei dogmi del KGB. Baraskova, però, è in grado di individuarlo e, come conseguenza, di coglierlo di sorpresa. E adesso si trova in Italia.”
Monica rifletté su quelle parole. “Hai un’ottima talpa a Mosca.”, osservò dopo qualche minuto. “Sì.”, disse Yarbes. “So anche chi ha mandato quella donna in Italia: il capo del SVR. Poteva mandare chiunque. Se ha scelto proprio lei, significa che è veramente una fuoriclasse.”
Monica finì la sua bistecca, si pulì la bocca con il tovagliolo e disse: “Tu sei il direttore della CIA”.
Yarbes la guardò, perplesso.
“E in quanto tale, hai la facoltà di intervenire, inviando a tua volta un agente in Italia.”
Yarbes la scrutò in silenzio. Sapeva molto bene che sua moglie non parlava mai a vanvera. Aspettò che proseguisse.
“Io sono contraria al vostro progetto.”, dichiarò con calma Monica.
Yarbes sorrise. “Lo immaginavo.”
“Esiste un altro modo per fermare Berlini.”, disse lei. “Un modo che non contempli la sua morte. A quel punto, Baraskova cesserebbe di rappresentare un problema, poiché Stavrogin non sarebbe più indispensabile.”
Yarbes la fissò a lungo.
“Tu sei il direttore della CIA”, ripeté Monica, “e puoi mandare in Europa chi vuoi.”
Yarbes notò negli occhi della moglie una luce che ben conosceva. Scosse la testa. “No.”, disse con decisione.
“Pensaci.”, ribatté Monica.
Poi si alzò per sparecchiare.

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Raccontami di teMARI:
Raccontami di te
ascolterò per ore
sarà come preghiera
nel silenzio tutto intorno
la testa leggera ritornerà
lasciando fuori questo dolore
che come sasso rotola
volando nei tuoi pensieri
ad occhi chiusi li vedrò
raccontami di te.

ALESSANDRA:
Avevo appena cominciato, ma quel poco che ti ho detto non è sufficiente.
Spesso ripenso a mio padre, e al luogo dove è sepolto. In cima a una montagna che, nelle giornate serene, si staglia verde sul cielo di un blu immenso. Il mio conforto è sapere che lui era certo del mio amore, così come io del suo.
Tu non lo sai, ma io ho scritto un romanzo che si intitola “Alex Alliston” quasi completamente a mano – ed è stata l’unica volta.
Ricordo che uscivo di casa all’alba, gelida d’inverno, più mite in primavera, quasi calda in estate. Mi fermavo in un piccolo bar, che tu conosci, sebbene non lo abbia mai visto. Bevevo con piacere il mio caffè, poi spostavo la macchina di poche centinaia di metri per raggiungere un piazzale, che un giorno descrissi in un racconto. Lì, attorniata dagli alberi – ormai vecchi amici – estraevo il block-notes e mi immergevo nella storia.
A tratti mi fermavo per ricordare le fiabe di mio padre. Il suo volto, il suo caro sorriso, l’abbraccio che mi gonfiava il cuore di gioia.
In altri casi, rivivevo antichi dolori e allora sfogavo sui miei personaggi tristezza, rabbia, rimpianto, rimorso, una collana pesante da portare.
Oh, questo lo sai.
Non te lo deve insegnare nessuno.
Lo impari presto. Troppo presto.
Quando il mare scintilla ai raggi del sole, quando la luna cala con dolcezza sulla spiaggia, quando le stelle splendono come le luci del paradiso nello specchio incantato della notte; quando tutto questo avviene, deve essere condiviso. Allora il cuore palpita, fremente di vita e di amore, di passione e di affetto. Ma se, invece, sei sola, i sentimenti che provi sono molto diversi. Lame gelide che ti trafiggono. L’apatia che sopravviene, come a tenerti lontana dal dolore per condurti nell’oblio della terra del nulla, dove non esistono emozioni.
Quando torna la stagione calda, e le giornate diventano lunghe e luminose, quando – come in una vecchia favola – sale la nebbia rassicurante dell’autunno e i boschi assumono tonalità incantate, sopra  tappeti di foglie dorate, o l’erba si cosparge di un bianco manto e camminare per strada si trasforma in un gioco – cado o non cado -, il desiderio di quello che non hai più diventa simile a un laccio che ti stringe, ti stringe, ti stringe, fino a soffocarti.
Rientri in una casa fredda, vuota e solitaria. Ti aspettano i vecchi dischi, ma non ti donano più niente, se non nuove ondate di nostalgia, fra pensieri che si perdono in vuoti anfratti pronti a inghiottirli e un senso di smarrimento che ti fa vacillare. Ti siedi sul divano e scruti il tramonto in un prodigio di colori che ti fanno restare immota, mentre da qualche parte qualcuno coltiva pensieri diversi, vive sensazioni differenti, non le tue: nessuna comunanza. Non più.
Un tempo, era diverso.
Però, quel tempo è finito.
E non arriveranno nuove primavere.
Né nuovi amori condivisi.
Adesso, forse, ti ho raccontato di me.

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UN SOGNO AMERICANO 14

La valle di Phil 2“Ho un regalo per te.”, disse Sidney Saryo porgendo a Paola un tabulato.
Lei lo scorse rapidamente. “Non capisco…”
“Già, tu non ami i computer. Eppure sono estremamente utili.” Le sorrise. “A cena insieme, questa sera?”
“Affare fatto!”
Saryo tornò subito serio. “Forse lo ignori, Paola, ma fra le nostre deprecabili abitudini c’è anche quella di schedare tutti i libri in uscita dalle biblioteche. Passano al setaccio di Quantico e, se sono considerati innocui, scompaiono rapidamente dai file, ma se, invece, hanno dei titoli considerati sospetti vengono trasferiti in un apposito documento. Per titoli sospetti, come esempio potrei citare “Mein Kampf” oppure “Il capitale”… o la “Bibbia”.
“Ne avevo sentito parlare. Immagino le accuse di fascismo…”
“Immagini bene, ma veniamo a noi.” Riprese il tabulato e lesse: “Armi militari, edizione aggiornata.”
“Ebbene?”
“Questo libro è stato preso in prestito da Phil Weir.”
“Sarà un appassionato del genere.”
Saryo scosse la testa. “Sei la prima a non crederlo, Paola: qui abbiamo troppe coincidenze. Il signor Weir frequentava una donna, il cui marito fu ucciso in circostanze misteriose; ha conosciuto Straw e Collins; e adesso vive con Elizabeth Margraeve, ma nel frattempo Patsy Legrange è sparita. Lui ti ha detto che è partita per un viaggio: per carità, è possibile; tuttavia ci sono evidenti stranezze in tutto ciò. E’ un puzzle complicato, e io non so andare oltre. Ma sei tu Magic Paula!”
Paola lo guardò pensierosa. Saryo aveva ragione, naturalmente. Quando aveva parlato con Elizabeth, la ragazza aveva confermato la versione di Weir; ma il suo sesto senso le diceva che aveva mentito, e che Phil Weir la dominava. D’impulso, decise che sarebbe tornata nella Bush Valley. Erano già trascorsi dieci giorni dal loro primo incontro e lei si trovava al punto di partenza.
Quella sera Saryo investì una somma cospicua per evitare i soliti hamburger: Magic Paula valeva bene cento dollari! La portò al Petit Lapin, un grazioso ristorantino francese, situato in un quartiere tranquillo. La madre di Sidney era nata a Cannes e lui, da bambino, si era spesso recato sulla Costa Azzurra a trovare i nonni. Scelse per tutte e due: salade nicoise come primo, e poi un bel piatto di pesce con contorno di patatine fritte. Il cameriere inorridì quando chiesero Coca-Cola al posto del vino; cercò di opporsi e, visti vani i suoi sforzi, bofonchiò qualcosa sui gusti pessimi dei barbari americani. Saryo tradusse le sue parole indignate a Paola, che scoppiò a ridere. “Mio padre è italiano”, commentò divertita, “e noi non abbiamo proprio nulla da invidiare ai francesi.”
Per un istante ripensò a Phil Weir.
Ho sentito dire che le italiane hanno il sangue caldo, le aveva detto.
Beh, te ne accorgerai!
Poi dimenticò il lavoro e si dedicò alla cena.
Più tardi, rannicchiata fra le braccia di Saryo, pensò che forse aveva trovato il suo principe azzurro.
 
Phil prese una mano di Liz e la baciò. Erano a letto, dopo aver fatto l’amore.
“E’ giunto il momento in cui io ti spieghi tutto.”, disse Weir. “Rilassati, fai un bel respiro profondo e ascoltami attentamente. In apparenza, tutto quello che è successo sembrerebbe scaturito dal caos, da circostanze confuse e imprevedibili; però non è così. C’è una logica che sottintende ogni avvenimento, e anche ciò che può apparire sconcertante, in realtà, dipende da quella logica: il karma, tesoro.” Le accarezzò un seno e si sentì riassalire dal desiderio; ma sia pure a malincuore distolse l’attenzione da quel corpo superbo: adesso era più importante chiarire il loro rapporto.
“Andiamo per ordine.”, riprese. “Tu rimpiangi Patsy, dimenticando che un giorno la stavi per uccidere. Se non fossi intervenuto io, l’avresti strangolata e sarebbe morta molto in anticipo rispetto al suo vero destino. Ti sarai chiesta mille volte perché ti sparai. Avrei potuto separarvi facilmente: eravate due gatte in calore, e io so come ammansire le gatte. Mentre lottavate, esitavo. Aspettavo un segnale dal cosmo, che infine arrivò. Inizialmente faticai a comprenderne il senso. Ma ora ogni cosa mi è chiara. Se fosse dipeso da me, vi avrei lasciato combattere sino alla fine. Ritenevo giusto che la più forte vincesse e la più debole soccombesse. Ma il cosmo mi fece capire che avevo fallito: non ero riuscito a mantenere l’armonia e a controllare i vostri impulsi. Perciò dovevo morire, e uccidendo te avrei ucciso anche me stesso, perché sei sempre stata tu la mia preferita. Solo in questo modo avrei potuto rinascere, mondato dagli errori e pronto a riprendere il cammino.”
Liz roteava gli occhi, ma Phil non se ne accorse.
“Il cosmo non sbaglia mai, non può sbagliare, e infatti tu sei sopravvissuta. Il tuo fine era la vendetta, però ti ingannavi perché non era questo che l’universo voleva; nei suoi disegni, in apparenza misteriosi ma chiarissimi per chi ha la facoltà di comprenderli, era arrivato finalmente il momento della nostra riconciliazione. E il lato debole del triangolo aveva esaurito il suo compito: ecco perché Patsy è morta!
Mi attende una grande impresa, che mi porterà a congiungermi definitivamente con il cosmo. Realizzerò il mio karma, capisci? Ma non posso farlo da solo. Mi occorre una donna forte, che sia in grado di aiutarmi. Tu, adesso, sei pronta, e potrai seguirmi lungo la strada dell’illuminazione.”
Phil fece una pausa, quindi concluse: “Noi due assieme, amore mio, siamo invincibili. Attaccheremo la Green Valley e stermineremo tutti i soldati che si sono insediati lassù, rubandoci il paradiso. A quel punto, saremo liberi.”
Senza aggiungere altro, assunse la posizione del loto.
Om saha naavavatu
Saha nau bhunaktu
Aum
Liz era allibita.
E’ impazzito, pensò.
 
Era un sotterraneo avvolto nella penombra. Portava a un grande magazzino, pieno di casse accatastate lungo le pareti. Una lampada che pendeva da un filo assicurava una illuminazione incerta; nel locale c’erano vaste zone buie. Sull’altro lato si apriva uno stretto corridoio, non più alto di due metri, che terminava davanti a una porta d’acciaio. Vicino all’entrata principale, che dava su un cortile interno, si notava la sagoma di un carrello elevatore. In fondo al deposito c’era una specie di ufficio. L’uomo era seduto a una vecchia scrivania e osservava Weir attraverso un vetro che non veniva lavato da molto tempo. Uscì dal gabbiotto e gli si fece incontro. “Hai portato i soldi?”, chiese senza stringergli la mano.
Phil gli mostrò una busta rigonfia. “Sono qui, signor Freiberg. Dov’è la mia arma?”
Freiberg era alto, massiccio, sulla quarantina. Aveva il cranio rasato a zero e due occhi porcini. Indossava dei pantaloni miltari e una camicia aperta sul torace villoso. Bracciali borchiati e un grande catenone d’oro completavano il suo abbigliamento. Cingeva un frustino in mano. Gli rivolse uno sguardo arrogante. “Prima i soldi!”
Weir provava un vago senso di ripugnanza per quell’individuo, tuttavia era troppo interessato a concludere l’affare, perciò rispose con cortesia. “Signor Freiberg, quelli non scappano. Ma, se non le spiace, vorrei visionare il mio acquisto.”
Freiberg fletté la frusta, quindi la calò con violenza su una cassa. “Mi stai facendo perdere tempo.”, disse. “E quando mi fanno perdere tempo io mi incazzo, e quando mi incazzo divento cattivo.”
Weir lo scrutò per qualche istante in silenzio. Poi si girò e si avviò verso il sotterraneo.
Udì lo scatto del coltello a serramanico. Istintivamente si abbassò e sentì lo spostamento d’aria vicinissimo alla sua testa. Si voltò e vide che Freiberg stava per vibrare un nuovo colpo, questa volta diretto allo stomaco. Si gettò sulla destra, evitandolo per un soffio. Malgrado la mole, Freiberg era incredibilmente agile. Lo incalzò immediatamente, fintò un affondo e, quando Phil si spostò addossandosi alla parete, gli si parò davanti con un balzo, chiudendogli ogni via di fuga.
Venne avanti roteando il pugnale.

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UN SOGNO AMERICANO 13

La valle di Phil 2Mentre guidava, diretta alla Bush Valley, Paola Chianese ripensò alla notte trascorsa con Saryo.
Inizialmente si era trattato solo di sesso, ma a poco a poco Sidney era riuscito a conquistarla, toccando corde che le erano ancora sconosciute. Si era dimostrato allegro, appassionato, dolce. Avevano riso, e questa per Paola era una novità assoluta. Era la prima volta che un uomo non si limitava a farla godere, ma riusciva anche a rendere gioioso un atto che lei aveva sempre considerato sotto tutt’altra luce. Inoltre, aveva scoperto con piacere che Saryo non era dotato soltanto di un grande cervello…
Dal canto suo, Paola riteneva di essersi guadagnata sul campo l’appellativo di Magic Paula.
Accantonò l’argomento per concentrarsi sulla missione che la attendeva. Non vedeva l’ora di arrivare e pigiò con decisione sul pedale dell’acceleratore. Vicino a lei, c’era lo stesso giovane agente che l’aveva accompagnata dai Garcia. Paola non gli avrebbe riservato una relazione particolarmente positiva: sembrava sempre assente e annoiato.
Era una giornata limpida; le montagne si stagliavano sullo sfondo di un cielo immacolato, il vento era leggero e tiepido. Trovò facilmente la casa di Patsy Legrange e suonò al campanello.
Venne ad aprirle un uomo dall’aria vacua. Indossava un paio di jeans che avevano conosciuto tempi migliori e calzava dei sandali sui piedi nudi. Sebbene fosse attraente, l’espressione stranita del viso e gli occhi privi di luce lo facevano sembrare un ritardato mentale. Paola gli mostrò il tesserino e lui le biascicò di entrare. Incespicò e guadagnò a fatica una sedia.
Questo è completamente fatto!
“Il signor Phil Weir, presumo.”
Poi accadde qualcosa di singolare.
Paola strabuzzò gli occhi, sconcertata dal cambiamento repentino che avvenne nel giro di pochissimi secondi: all’improvviso, lo sguardo di Weir divenne attento e lucido, la sua postura eretta; ogni presunta traccia di obnubilamento scomparve. Sembrava di essere di fronte a un altro uomo.
Subito dopo, fece un’altra scoperta. Quando si trovavano davanti a lei, le persone avevano due reazioni tipiche: diffidenza, unita a una certa aggressività, oppure nervosismo e paura. Weir era imperturbabile.
Phil si era ripreso con un sforzo di volontà. Era furibondo perché era stato sul punto di ricevere delle informazioni estremamente importanti che riguardavano il suo karma, tuttavia si rendeva conto che quella visita non era casuale. Non sapeva come avessero fatto, ma era un dato che l’FBI sospettava qualcosa. Valutò in pochi istanti la donna e l’altro agente. Era stata lei a rintracciarlo, anche se ovviamente non a causa di Patsy. La piedipiatti era carina. Se non avesse avuto priorità più importanti, se la sarebbe portata volentieri a letto.
Le offrì un caffè e si mise a trafficare con la macchinetta. Sorbirono in silenzio la bevanda calda, poi Paola venne al dunque. Aveva conosciuto Jack Straw e Tom Collins? Chi aveva sparato a Elizabeth Margraeve?
“Li ho conosciuti.”, rispose Weir. “Ero andato in paese a fare provviste. Mi si avvicinò un tale, che disse di chiamarsi Sugar. Presumo fosse Jack Straw. Mi sequestrarono e vennero ad abitare per un po’ nella Green Valley. Immaginai che fossero due ricercati. Un giorno se ne andarono, prendendo Liz in ostaggio. Da allora non li ho più rivisti.”
Paola lo scrutò per qualche istante. “Perciò furono loro a ferire Elizabeth Margraeve?”
“Già.”
“Capisco. Elizabeth fu salvata da un ragazzo texano che si era accampato sul valico. Lui sostiene che la Margraeve gli disse una certa frase…”
Phil la guardò senza parlare. Paola aveva usato un tono insinuante, ma non scorse il minimo interesse nello sguardo dell’uomo. Irritata, aggiunse: “Sembra che abbia pronunciato queste parole: maledetti bastardi! E non si riferiva a Straw e Collins, bensì a lei e alla signorina Patsy Legrange.”
Weir scoppiò a ridere. “Per forza!”, disse. “Liz e Patsy non si sopportano. E in più lei è gelosa.”
“Sarebbe interessante sentire la versione della signorina Margraeve.”
“Lo credo anch’io.”
Phil la osservava con un sorrisetto divertito, e Paola si irritò ancora di più. “Peccato che non sia possibile, vero?”
Ora il sorriso di Weir era palesemente beffardo. Questa troietta forse era intelligente, ma per arrivare al suo livello avrebbe dovuto fare tre volte il giro della California. Non c’era nessuno all’altezza di Phil Weir: Sugar era stato un avversario sicuramente temibile, ma non abbastanza.
Grazie all’esperienza e all’intuito, Paola sapeva riconoscere gli uomini pericolosi. Aveva imparato a distinguere la differenza che intercorre fra un qualunque bullo di periferia, tronfio ma subito pronto a sgonfiarsi come un palloncino bucato, e un individuo intelligente e gelido. Weir rientrava in questa seconda categoria. Le era odioso, però non doveva lasciarsi fuorviare dai risentimenti personali. Era sicura che le stava nascondendo qualcosa, e aveva bisogno di riflettere; era una faccenda complicata, con implicazioni al momento oscure. Lei aveva altre carte in mano, ma era bene non scoprirle subito tutte. Si disse che ne avrebbe parlato con Saryo.
Poi lui la provocò deliberatamente. “Ho sentito dire che le italiane hanno il sangue caldo. Sarebbe interessante sentire la sua versione.”
Paola gli lanciò un’occhiata gelida. “Se fossi in lei, farei meno lo spiritoso. E’ ufficialmente indagato per il ferimento della signorina Elizabeth Margraeve. Le consiglio dunque di misurare le parole per non aggravare…”
Weir sogghignò e si girò in direzione della porta. “Liz!”, chiamò. “Vieni un po’ a conoscere la federale qui presente.”
 
Phil avrebbe voluto avere un M4. L’M4 è un fucile d’assalto variante della versione M16A2. Rispetto al suo predecessore è molto più leggero e maneggevole; inoltre, è predisposto per l’inserimento di un lanciagranate M203. I soldati americani lo avevano utilizzato con ottimi risultati in Afghanistan. Ma senza i soldi di papà Legrange era impossibile acquistarlo. Weir aveva gettato la carta di credito di Patsy: non era prudente usarla. Mettendo insieme i liquidi di Liz, di Patsy e i suoi, poteva al massimo procurarsi un AK-47.
Non era affatto un’arma malvagia, da anni era lo strumento di morte preferito dai terroristi e dai rivoluzionari di tutto il mondo. Di fabbricazione sovietica, il Kalashnikov pesa poco più di quattro chili ed è estremamente pratico e funzionale. Ha un unico difetto: la tendenza a impennare a destra e in alto durante il fuoco automatico. E’ un’arma eccellente, in grado di segare in due un uomo. Fra l’altro è facilmente reperibile. Ma non è un M4.
Rivolse uno sguardo risentito a Liz.
La ragazza era distesa sul letto, fissava un punto imprecisato del soffitto, e ogni tanto si metteva a piangere. Weir incominciava a non sopportarla più.
Adesso paparino ti consolerà.
Liz era in mutande e t-shirt. Phil considerò fra sé che la povera Patsy, benché più fine di lineamenti e complessivamente più bella, non aveva potuto vantare gambe così strepitose. Quelle di Elizabeth erano lunghe, slanciate e forti. Malgrado fossero robuste, erano assolutamente proporzionate: le caviglie erano solide tuttavia non grosse; le cosce non presentavano il minimo filo di grasso, sebbene quello fosse un punto assai delicato per le donne. Il ventre era piatto, le braccia muscolose, le spalle simili a quelle di una nuotatrice. Aveva il fisico scolpito, e Weir immaginò che si era allenata duramente per raggiungere un tale livello di eccellenza. Ha lavorato sodo, la compatì… per potermi uccidere!
Ma non avrebbe mai avuto la sua forza mentale.
I lunghi capelli scuri incorniciavano il viso, sottraendo alla vista la cicatrice provocata dalla pallottola. Gli occhi verdi erano luminosi, come se le lacrime li avessero puliti rendendoli più brillanti. Soltanto lo sguardo era opaco.
Vediamo di ridarti il sorriso.
Si spogliò e la raggiunse sul letto.
Liz non si oppose ai suoi baci, ma era assente e apatica. Weir non aveva bisogno di preliminari: gli fu sufficiente sentire il contatto tiepido del suo corpo per raggiungere in breve una potente erezione. La penetrò con l’arroganza del predatore, e pochi attimi dopo fu chiaro a entrambi chi era il padrone e chi la schiava.

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IL FATTORE B 7

Alexsandr Alexsandrovic StavroginBenché in Italia alla domenica i negozi siano chiusi, con l’eccezione di qualche grande città, è anche vero che è un giorno adatto agli sposalizi, e questo significa lavoro per i fotografi.
Se possibile, Stavrogin non intendeva perdere tempo.
Si alzò presto, fece una doccia e lasciò la carrozzeria.
Un bar era già aperto. Ordinò un cappuccino e una briosche, poi a bordo della Bmw esplorò i dintorni. Pensava che, prima di recarsi a un matrimonio, un fotografo passasse a prendere le sue cose e a organizzarsi. Infatti, nella via centrale di Erba, vide un negozio aperto. Ma non andava bene. Era una bella mattina di sole, l’aria era già tiepida e in molti ne avevano approfittato per andare a comprare il giornale, per concedersi una colazione più ricca del solito o per assistere alla prima messa. Inoltre, il negozio era troppo grande e questo presumeva che ci fossero diversi dipendenti.
Stavrogin lo osservò per qualche secondo, quindi imboccò la vecchia strada in salita che da Erba conduce a Como, una parallela alla provinciale. Il primo paese che incontrò fu Albavilla, ma proseguì fino a quello successivo, Albese con Cassano, che è più piccolo e si estende ai lati della carrozzabile.
E qui trovò quello che faceva al caso suo. Un negozio modesto, che probabilmente contava al massimo un dipendente. Nei paraggi c’erano solo serrande chiuse, la piazza era situata circa un centinaio di metri più avanti. Dalla vetrina scorse due persone: un giovane che stava preparando il materiale e un uomo più anziano che gli impartiva alcune istruzioni. Ciò significava che poi il padrone se ne sarebbe tornato a casa, lasciando all’altro l’incombenza del matrimonio.
Stavrogin aspettò che il giovane uscisse e caricasse un furgoncino, dopodiché entrò. Sorridendo ed esprimendosi in un italiano accettabile, sebbene dal forte accento francese, spiegò che aveva dei rullini di foto da sviluppare e da ingrandire e che sarebbe tornato prima di sera per ritirare il tutto. Il proprietario scosse la testa, ma Aleksandr gli porse un numero esagerato di euro. Una luce avida comparve negli occhi dell’uomo che si affrettò ad acconsentire. L’appuntamento venne fissato per le sei del pomeriggio. Scambiarono quattro chiacchiere – ora l’uomo si dimostrava estremamente cordiale – e il capitano del SVR pilotò la conversazione: apprese così che lo sposalizio sarebbe finito intorno alle cinque e che quel giorno il fotografo poi non sarebbe tornato al negozio. Perciò, il padrone sarebbe stato solo.
Stavrogin risalì in macchina e arrivò a Como. Notò un internet-point quasi subito; era vicino al lago, nei pressi della stazione nord. Posteggiò ed entrò nel locale che, a dispetto della legge che vietava il fumo, aveva un’aria già irrespirabile. Si sedette alla prima postazione libera e si collegò a un blog che consentiva commenti anonimi. Scelse l’ultimo post che trattava di argomenti pseudo-scientifici e digitò poche parole, che al servizio segreto italiano – posto che si occupasse di queste cose – sarebbero sfuggite.
Non sarebbero, però, sfuggite agli addetti della Fapsi, a Mosca, i quali non le avrebbero comprese, ma le avrebbero trasmesse immediatamente a chi di dovere.

Tre ore dopo quel breve scritto in apparenza sconclusionato arrivò anche sulla scrivania del generale Vatutin, nel suo studio che si affacciava sul lato nord della dacia che possedeva a Peredelkino, dove trascorreva tutte le domeniche. Non sarebbe dovuto accadere, ma il direttore delle Operazioni del SVR contava su solidi agganci ai piani alti della Fapsi.
Vatutin lesse e rilesse, sforzandosi di trovare un codice che gli permettesse di decifrare il messaggio che sapeva essere indirizzato a Putin. Cambiò l’ordine delle parole, le sostituì con quella precedente o quella successiva; riprovò andando avanti di due, di tre e di quattro vocaboli e poi ripetendo l’operazione in senso inverso. Riscrisse il testo completamente al contrario. Eliminò le consonanti. Quindi, le vocali. Ma senza venire a capo di nulla. Era chiaro che il linguaggio era stato concordato in precedenza e che soltanto Vladimir Putin sarebbe stato in grado di comprendere ciò che il capitano Stavrogin gli aveva comunicato tramite un anonimo blog.
D’altro canto, se il capitano avesse utilizzato un computer personale, usando un one-time-pad, il risultato non sarebbe cambiato.
Comunque, l’istinto gli suggeriva che si trattava di un annuncio positivo. Non quello definitivo, altrimenti lo avrebbe già appreso dalla radio: probabilmente la conferma di un primo passo effettuato con successo.
A parte la decifrazione di quel messaggio, Vatutin aveva anche altri due problemi.
Osservò il fuoco che ardeva nel caminetto, poi spostò gli occhi sulla finestra e guardò la bianca distesa innevata che si estendeva tutto attorno.
Il secondo problema era legato al fatto che non capiva la mentalità americana. Era stato rezident a Londra e comprendeva il modo di ragionare degli inglesi. I britannici seguivano la logica, gli americani gli impulsi del momento. La CIA operava spesso in maniera strana; talvolta a Langley davano la sensazione di muovere le proprie pedine quasi a casaccio. Esattamente come nell’attuale situazione, che Vatutin considerava insensata.
Come si sarebbe comportato lui, Boris Nikolaevic, se fosse stato nei panni di Yarbes? Per prima cosa, avrebbe avvisato il governo tedesco, affinché fossero prese tutte le misure di sicurezza necessarie. E forse questo lo avevano fatto, anche se non ne era del tutto sicuro. In secondo luogo, il segretario di Stato avrebbe preso un aereo, sarebbe atterrato a Milano e avrebbe chiesto un colloquio con Berlini. Procedendo per allusioni, lo avrebbe indotto a riconsiderare il suo folle proposito. Se questo non fosse bastato, sarebbe andato a Roma a conferire con il capo del governo.
Yarbes, invece, aveva offerto mari e monti a Putin, perché inviasse in Italia uno dei migliori agenti del SVR con lo scopo di eliminare l’ex premier. La ragione per cui gli americani non se ne erano occupati di persona era l’unico elemento chiaro: anche ai tempi del KGB le operazioni più losche, come l’attentato al pontefice, venivano affidate ai bulgari. Furono loro a dare il via libera a Ali Agca.
Prima che tramontasse il sole, Vatutin uscì per fare una passeggiata. Mentre camminava sul sentiero cosparso di neve, riandò con il pensiero al più clamoroso esempio di inefficienza, supponenza e arrogante fiducia nelle proprie strutture di cui la CIA, nella sua lunga storia, aveva dato prova. Si trattava del “caso” Aldrich Ames.
Per quasi dieci anni quell’uomo alcolizzato e avido di denaro aveva trasmesso informazioni preziosissime all’Unione Sovietica, aveva svelato i nomi di più di dodici traditori (che ovviamente furono quasi tutti giustiziati; fra di essi vi era anche il predecessore di Vatutin a Londra, che però fu salvato dal SIS), aveva mandato a monte operazioni su operazioni. Ma ai vertici di Langley non avevano accettato l’idea che al loro interno esistesse una “talpa” e le indagini erano state sommarie. In nome di una concezione errata dei cosiddetti diritti civili, non si erano nemmeno premurati di controllare il suo conto in banca.
Alla fine, Ames era stato acciuffato dall’FBI. Nell’Urss di un tempo o anche nella Russia di oggi, la seconda direzione centrale del KGB o l’attuale FSB lo avrebbero smascherato nel giro di tre mesi. Anche la Gran Bretagna, come del resto ogni Paese, aveva avuto i suoi traditori, però le famose “Cinque Stelle” avevano agito perché credevano nel comunismo, Ames invece per soldi. Appunto, un americano.
Il generale scosse la testa e tornò verso la dacia.
Pensò nuovamente al capitano. Stavrogin, come tutti i predestinati, era fortunato.
Tenuto conto dell’inettitudine della polizia e dei servizi segreti italiani, con ogni probabilità non sarebbe mai stato catturato, che portasse a termine la sua missione o meno. Ma se fosse successo? Per la Russia sarebbe stata una catastrofe. Il suo compito era quello di evitarla.
Rientrò in casa e si versò una vodka.
Il terzo problema di Vatutin – il principale – era che doveva agire all’insaputa di Putin.
Quindi, a suo rischio e pericolo.
Ma era necessario farlo.

Aleksandr lasciò l’internet-point e si diresse con calma verso la Bmw.
Una donna bionda che dimostrava ventotto o trent’anni stava sorseggiando una cioccolata con panna in un piccolo bar all’aperto. Appoggiò la tazza sul tavolino e lo fissò, sorpresa. Non avrebbe mai immaginato di avere un simile colpo di fortuna. Conosceva quel viso a memoria, dopo aver visionato un’intera collezione di sue foto. Lo avrebbe riconosciuto fra mille. Non solo: sapeva come camminava, come si muoveva, quali corsi aveva frequentato e che risultati aveva conseguito. Dal suo punto di vista, non ne emergeva un quadro rassicurante; ma questo lo sapeva già prima di partire da Mosca.
Non aveva ancora preso un’auto a noleggio e nei dintorni non c’erano taxi, ma vide la macchina su cui saliva e memorizzò il numero di targa. Con un sorriso compiaciuto, Maruska Filippovna Baraskova finì la sua ciocccolata.
Stavrogin pranzò a Como e attese le sei percorrendo le vie di Erba.
All’ora convenuta si presentò al negozio. Il proprietario gli porse soddisfatto una voluminosa busta. Il capitano del SVR esaminò attentamente le fotografie, annuì, si voltò per guardare la strada, notò che non stava passando nessuno e si girò ancora, di scatto.
Allungò una mano al fotografo, come per ringraziarlo. Mentre l’altro faceva altrettanto, gli sparò a bruciapelo. Aprì la cassa, prese tutti i soldi che conteneva – in pratica, erano i suoi -, gettò per terra qualche oggetto, poi tornò tranquillamente alla Bmw, posteggiata davanti al negozio.

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UN SOGNO AMERICANO 12

La valle di Phil 2Phil era seduto al tavolo della cucina. Stava lavorando con un temperino. Quando vide entrare Patsy balzò in piedi sollevato. Senza pick-up non sarebbe potuto andare nella Green Valley; inoltre gli servivano i soldi per comprare la dinamite e tutto il resto. Fece il giro del tavolo per abbracciarla, ma si fermò a un metro da lei. Patsy era mortalmente pallida. Phil notò che le tremavano le mani. “Cosa c’è piccola? Dove sei stata tutto questo tempo?”
Patsy cercò di rispondere, però non riusciva a parlare. L’ansia la soffocava come un grande fumo nero. Aveva paura, ma non solo: adesso che lo vedeva, capiva che non sarebbe mai riuscita a tradirlo. Lo amava. Lo amava disperatamente. L’idea che lui morisse era intollerabile. Weir la prese fra le braccia. Lei sentì il suo odore, leggero ma inconfondibile; assaporò il contatto fisico, si sentì fremere avvertendo il tocco delle sue mani, delicato e forte a un tempo. Poi il terrore la invase, trascinandola in un abisso di disperazione. Si sforzò di reagire. “Liz è viva!”, mormorò con un filo di voce. Phil si staccò da lei. “Cosa?”
Patsy lo guardò con gli occhi spalancati. Annuì e ripeté in un sussurro: “Liz è viva! Sta venendo qui per ucciderti!”
Tremava come una foglia. Phil l’abbracciò di nuovo. “Calma, piccola! Spiegami bene cosa sta succedendo.”

Sebbene fosse ancora presto e non facesse eccessivamente caldo, Elizabeth era madida di sudore. Aveva camminato con la furia di un guerriero percorrendo in meno di quaranta minuti il tragitto che portava dalla foresta alla casa. Lungo il percorso non aveva incontrato anima viva, tranne un grazioso animaletto che le era sembrato uno scoiattolo. La pelliccia era di colore marrone scuro con inserti bianchi, la coda era lunga e folta. Appena l’aveva vista era scomparso nel folto degli alberi.
Liz temeva qualche reazione inconsulta da parte di Patsy: benché fosse una donna intelligente, troppo spesso si mostrava irresoluta. Però fidava in se stessa. I lunghi allenamenti cui si era sottoposta a Los Angeles l’avevano indurita nel fisico e nello spirito. Sapeva di aver raggiunto un grado di forma ottimale, pari a quella di un’atleta olimpionica. Avrebbe colto Weir di sorpresa, e questo rappresentava un grande vantaggio: tuttavia non avrebbe esitato a lottare contro di lui. Non ignorava la forza di Phil, né la sottovalutava; ma lei era armata e pronta battersi fino all’ultimo respiro.
Si accostò alla porta dell’abitazione, si fermò un attimo per riprendere fiato, poi la socchiuse lentamente.
Aveva tutti i sensi all’erta e sentiva l’adrenalina scorrere nel sangue. I due stavano parlando, ma captò solo qualche parola confusa. Aprì del tutto la porta, stando bene attenta a non fare il minimo rumore. Si trovava in una cucina. Era un locale ampio e spazioso, con due grandi finestre che davano sulle montagne. Weir e Patsy erano in piedi, abbracciati, al centro della stanza. Brava, Honey!, pensò, vedendo che Phil era di spalle. Sapeva che avrebbe dovuto colpire con estrema violenza: aveva vivido in mente il ricordo delle grosse fasce muscolari di Weir. Se lo avesse pugnalato debolmente, al massimo sarebbe riuscita a ferirlo. Serrò con forza il pugnale e si mosse leggera, come un felino predatore.
Patsy tirò su la testa e la vide.
Cercò di avvertire Phil, ma il panico le tolse la voce.
Weir colse la paura nel suo sguardo.
Liz si avventò. Il colpo nacque dai polpacci e dalle cosce, che trasmisero l’impulso alla spina dorsale, poi alla spalla, per raggiungere infine il braccio. Ne scaturì un gesto di incredibile potenza.
Weir fece piroettare Patsy, come se stessero danzando.
La lama penetrò a fondo nel corpo della ragazza, all’altezza delle scapole. Patsy sussultò e, quando Phil la lasciò andare, scivolò a terra come un sacco vuoto. Aveva gli occhi sbarrati. Provò l’impulso di tossire, ma morì prima di riuscire ad aprire la bocca. L’arma aveva seguito una traiettoria leggermente inclinata, si era introdotta tra la clavicola e la terza costola, e aveva reciso il miocardio.
Elizabeth urlò. “Mio Dio! Mio Dio, no!”
Si inginocchiò accanto a lei. “Io non volevo. Non volevo!” Prese a cullarla come una bambina. “Ti prego, Patsy, parla! Dimmi qualcosa! Patsy!” Piangeva a dirotto, il viso trasformato in una maschera tragica.
“Certo, Liz: non volevi. Però l’hai uccisa.”, disse freddamente Weir.
Liz lo guardò, stravolta. Tentò di dire qualcosa, ma le uscì solo un gemito strozzato.
Phil la fissò in silenzio. Aveva amato Patsy Legrange, ma ormai era morta.
Tuttavia la vita continuava. E lui aveva un compito da svolgere. Prese la sua borsetta e tirò fuori il portafoglio. Se lo infilò in tasca. “Adesso farai quello che ti dico. Carica il corpo di Patsy sul pick-up. Nella rimessa c’è una vanga. Portala nella foresta, scegli un luogo isolato e seppelliscila. Poi torna qui. Sei abbastanza forte per sbrigartela da sola.”
Elizabeth lo scrutò, incredula. Come poteva essere così gelido? Ma già un istante dopo si alzava per obbedirgli. Si sentiva soggiogata da lui, dalla sua personalità magnetica. Era sopraffatta dal dolore e dal rimorso; in quegli attimi di fragilità estrema, una ridda di pensieri si insinuò in lei. Forse provenivano dall’eterno anelito alla sopravvivenza, dalla necessità di trovare un appiglio, una solida roccia a cui aggrapparsi. In breve, acquisirono forma e sostanza: è il mio uomo, io sono sua, come ho fatto a tradirlo? Sugar era soltanto un delinquente… Phil è la mia vita. Senza Patsy, solo lui può salvarmi.
Agì come un automa, obbedendo a quel freddo ordine.
Weir tornò a sedersi. “Sbrigati!”, disse.
Poi arrotolò uno spinello.
 
Rosita Garcia aveva cotto la carne con olio, aglio e cipolla. Per insaporirla aveva aggiunto sale e peperoncino. Aveva riempito le tortillas e le aveva ripiegate, completando l’opera con una dose abbondante di chili. Tolse le frijoles fefritos dalla padella e le servì fumanti come contorno. Antonio incominciò a divorare il cibo.
Rosita prese posto a tavola, ma ignorò il tacos. “La chica bruna è in pericolo.”, disse. “Però la rubia è morta: e questo non lo avevo previsto.”
Antonio alzò gli occhi al cielo. Sua madre stava diventando sempre più farneticante. Cercò di ignorarla, perché lo distraeva e gli toglieva il piacere del pranzo. Per accontentarla aveva dovuto telefonare all’italiana che lavorava per l’FBI, incontrarla e perdere un sacco di tempo. Ora il suo interesse per quella storia era vicino allo zero.
“La rubia è morta.”, ripeté in tono lugubre Rosita. “Spero tanto che la poliziotta salvi l’altra.”
Si alzò per prendere il vino.
“Ma quell’uomo è un diavolo.”, mormorò, mentre versava il Mision Santo Tomas nel bicchiere del figlio.

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