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Archive for gennaio 2015

San Pietroburgo - Ponte di LomonosovLa pioggia scendeva leggera, e forse non sarebbe durata tutto il giorno.
A nord già si intravedevano degli squarci di azzurro che tentavano di aprirsi un varco nel cielo ancora grigio e pervaso di nubi.
Valeri detestava la pioggia. Per questo convenne con se stesso che aveva scelto il momento migliore. Si incamminò verso il ponte di K, cercando di ignorare il disagio e le folate di vento freddo che, a tratti, aumentavano l’intensità dell’acqua. Non aveva mai avuto un ombrello, perciò si riparava nello striminzito impermeabile che aveva acquistato a Kiev molti anni prima. In testa portava un berretto di un blu sbiadito, al quale era estremamente affezionato, quasi fosse una presenza in qualche modo reale, e non invece un semplice copricapo logorato dal tempo.
Attraversò il ponte, tentando di evitare gli scrosci provocati dalle macchine che procedevano a tutta velocità, e imboccò il lungo viale alberato che conduceva alla piazza. Da lì avrebbe proseguito, attraverso un nugolo di stradine, fino a giungere al piccolo bosco che segnava il confine occidentale della città. Dopo il bosco, si stendeva una interminabile serie di campi coltivati, fradici d’acqua e in attesa di un sole che forse avrebbe fatto la sua comparsa più tardi.
Meglio con la pioggia.
Valeri ripensò a Sonja che a quell’ora stava ancora dormendo, avvolta in un morbido piumone. Era uscito di casa molto presto, stando attento a non fare troppo rumore mentre preparava il caffè. Lo aveva bevuto con calma, e intanto la sua mente era corsa a infinite mattine che lo avevano visto seduto al tavolo della cucina, intento a osservare sua moglie che preparava la caffettiera. Poi si accomodava anche lei, e nell’aria c’era quella fragranza squisita che egli associava ai momenti più felici della sua vita.
Ora pioveva meno. Valeri giunse alla fine di via S, ed entrò nel bosco. Quella notte aveva sognato topi, e lugubri fantasmi che rievocavano le pagine ingiallite dei troppi giorni persi, delle occasioni mancate, delle speranze sopite e infine ignorate. Ricordava vagamente un grosso ratto, grande quasi come un gatto di strada, che inseguiva una bambina. Lei era terrorizzata, ma lui, sebbene lo avesse voluto, non poteva aiutarla. Infine la bambina incespicò, e il topo le fu sopra, incominciando a divorarla. Valeri si era svegliato di soprassalto, con il cuore che batteva forte.
Era un incubo. Uno stupido incubo.
Nel bosco si respirava un’aria di pace. Gli antichi e austeri alberi si scrollavano di dosso le ultime gocce di pioggia; i rami seguivano i tempi del vento, che ora si era fatto più forte. Valeri volse lo sguardo a settentrione e vide che il cielo si faceva blu. Ma sopra il bosco, si stendeva ancora una cappa grigia, di un grigio indistinto, in alcuni punti sbiadito, in altri tendente a una tonalità più scura, non esattamente nera tuttavia prossima a quel colore. Spirali di fumo si alzavano dagli avvallamenti del terreno; gli ultimi ciuffi di erba verde si apprestavano ad assumere le sfumature prossime dell’autunno.
Pensò nuovamente al sogno di quella notte e, benché come sempre accade, stesse per allontanarsi dalla sua memoria cosciente, non poté reprimere un moto di orrore e di disgusto. Poi il suo pensiero fu avvolto dalla tenerezza, al pensiero di Sonja che dormiva serenamente. Presto si sarebbe svegliata e avrebbe allungato una mano per cercarlo. Era domenica, e si sarebbe chiesta dove fosse andato. Forse a comprare il giornale. Si sarebbe recata in cucina e avrebbe preparato il caffè anche per lui, convinta che di lì a breve sarebbe tornato.
Ma questo non succederà, amore mio.
Si inoltrò nel bosco, camminando lentamente.
Adesso non pensava più al topo, e di proposito aveva escluso Sonja da quel misterioso meccanismo che è la mente umana. Misterioso e indecifrabile, pronto a passare con incredibile facilità dalle suggestioni più belle alle pulsioni più torbide. Se lo raffigurava come un magma composto da variegate zone, ciascuna delle quali custodiva un segreto, un desiderio, un rimorso e un rimpianto. Lì c’erano le gioiose aspettative della giovinezza, i rancori coltivati negli anni, le offese dimenticate e quelle mai perdonate; la solitudine di un bambino infelice, la paura immotivata che talvolta ti assale, stordimenti e voci distanti. L’ascolto di musiche che lo avevano reso felice, litigi che avevano scavato profondi solchi. Arroganze immotivate, e senso di inadeguatezza. Era simile a un polveroso solaio, dove si può trovare di tutto, e a volte il tutto diventa un niente. Solo qualche simbolo. Immagini fugaci. Il mare e le barche dalle vele sgargianti a Odessa. Una notte d’amore e un pomeriggio trascorso a stendere i panni della coscienza su un balcone immaginario.
Il male senza nome.
L’angoscia che improvvisa ti assale, rendendoti incapace di qualunque azione. Anche lavarsi era diventata una fatica. Valeri avrebbe avuto la volontà per reagire: ma gli mancava la forza; non erano sufficienti il coraggio e l’orgoglio. Forse era stato abbandonato dall’alito della vita, smarrito chissà dove, e ormai introvabile. Valeri si immaginava una cupa vallata, incassata fra alte montagne dalle cime aguzze: il suolo era cosparso di profondi crateri; sui due lati della gola si aprivano caverne dall’aspetto sinistro. In quella più buia soggiornavano le anime morte; nell’altra, dove filtrava una luce maligna, i corpi devastati di innumerevoli bambine, che erano state dilaniate dai topi, violentate da uomini brutali simili a bestie, martoriate da demoni che di notte si impossessavano del suo cervello per condurlo nei baratri della follia.
Le domande eterne, prive di risposta. La consapevolezza di non aver mai saputo dare abbastanza.
Forse Sonja era felice, ma ne dubitava.
Con un altro uomo avrebbe scoperto nuovi percorsi; probabilmente, la sua anima si sarebbe arricchita di complicità inedite, e di sentimenti capaci di riscaldarle il cuore, come in una giornata limpida, soleggiata, percorsa dalla brezza del sud. Valeri conosceva il sapore dello scirocco, la sua capacità di infondere gioia; se si fosse concentrato, ne avrebbe percepito addirittura il profumo, e il senso profondo che da sempre recava con sé. Però sapeva anche di non poterlo evocare. Forse, in giorni lontani, ne sarebbe stato capace. Ma quei giorni non esistevano più, né in alcun modo sarebbero tornati.
Giunto che fu al centro del bosco, rivolse per l’ultima volta lo sguardo al cielo. In lontananza, vide l’arcobaleno.
Poi prese la pistola e si sparò alla tempia.

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RAGE 29

PomarevQuando entrò nel suo ufficio a Yazenevo, Volkov trovò un uomo seduto davanti alla scrivania. Sapeva chi era quell’uomo e perché era lì. Storia, vita e miracoli erano riportati nel dossier che Putin gli aveva consegnato.
L’uomo si alzò e, zoppicando vistosamente, gli si avvicinò, tendendogli la mano. Sebbene Volkov gli fosse superiore in grado, restituì la stretta, poi andò a sedersi e lo invitò ad accomodarsi.
Lo scrutò per qualche attimo, riflettendo.
Era un capitano, benché un tempo fosse stato maggiore. L’attuale presidente degli Stati Uniti, all’epoca agente della CIA, gli aveva sparato a entrambe le gambe, quindi aveva mirato alla testa, ma, forse a causa di un ripensamento, volutamente o no aveva deviato di un soffio la traiettoria della terza pallottola, spappolandogli un orecchio con il risultato di renderlo parzialmente sordo; però non lo aveva ucciso.
In seguito, il maggiore del Gruppo Alpha era stato tratto in arresto, processato, condannato e spedito in Siberia. A quei tempi era il braccio destro del presidente del KGB, Kryuchkov, ed era stato lui a progettare e a dirigere l’attacco alla Duma, durante il fallito golpe del 1991. A distanza di ventidue anni appariva logoro e invecchiato, ma lo sguardo e l’atteggiamento erano ancora arroganti. Gli occhi possedevano una luce fredda e la postura delle spalle non era quella di uno sconfitto, poiché egli non si riteneva tale, malgrado i fatti indicassero il contrario.
D’altro canto, a Kolyma era stato trattato con ogni riguardo. Per lui le guardie nutrivano un profondo rispetto.
A Volkov fu subito istintivamente antipatico.
La cosa sembrò reciproca.
Quando Putin aveva “perdonato” Vladimir Aleksandrovich Kryuchkov, la stessa sorte era toccata all’individuo che ora sedeva all’altro lato della scrivania. Degradato, da maggiore a tenente, era stato assegnato al GRU, il servizio segreto delle forze armate russe. Date le sue eccezionali doti, era stato rapidamente promosso, fino a diventare capitano. Nonostante Putin si fidasse di Volkov, aveva voluto affiancargli un sottoposto di cui conosceva crudeltà e fanatismo. Nonché efficienza. Nel caso Danil avesse esitato a giustiziare il maiale, allora avrebbe provveduto l’ufficiale del GRU.
Miloslav Pomarev disse: “Sono ai suoi ordini, maggiore.”
Volkov annuì. “Questo è ovvio.”, ci tenne a precisare. “Lei sa dove dobbiamo andare e cosa dobbiamo fare. Un fallimento sarebbe imperdonabile. Ora, mi ascolti bene. A me non interessa minimamente il suo passato. Forse avrei appoggiato anch’io il colpo di Stato, perché sono comunista; ciò che non mi piace è che lei non seppe portare a termine il suo compito. Adesso ha un’occasione per riscattarsi. Veda di sfruttarla.”
Pomarev esibì un sorriso sprezzante. “Non fui io a mancare.”, replicò. “Sono stato tradito, tutti siamo stati traditi. In ogni caso, la mia lealtà nei confronti del presidente Putin è assoluta.”
Mentre parlava, studiava Volkov. Lo giudicò gelido, capace e debitamente addestrato. Se avessi avuto venti uomini come lui, pensò, le cose sarebbero andate molto diversamente. Scosse la testa. E se in luogo di quell’imbecille di Kryuchkov ci fosse stato Putin, avremmo trionfato.
“Formeremo una buona coppia.”, affermò.
“Me lo auguro.”, rispose il maggiore Volkov.
Se c’era una cosa che li accomunava – a parte l’efficienza – era la totale mancanza di senso dell’umorismo, e in questo esisteva dell’ironia.

Dopo aver individuato con una buona approssimazione la casa che serviva da rifugio a Ibrahim al-Ja’bari, i componenti del kidom la ricostruirono in maniera meticolosa, in base alla descrizione che Yasir, lo studioso della Bibbia, aveva trasmesso a Sarah, durante il loro incontro nel Kuwait. Non erano informazioni matematicamente certe, come avrebbero preferito; ma nel villaggio vicino a Al Bukamal le abitazioni, più o meno, erano tutte uguali, e per diverse ragioni erano state controllate pochi mesi prima.
Si esercitarono per un giorno, provando e riprovando tutti i movimenti che avrebbero dovuto fare. Nulla era lasciato al caso; di volta in volta le parti si scambiavano: quattro assalitori e quattro difensori. La procedura prevedeva un’entrata fulminea, flash-bangs per stordire i nemici con un lampo di luce accecante e un rumore fortissimo, e subito dopo fuoco a volontà. Era stato il SAS britannico a utilizzare per primo questo sistema con risultati molto incoraggianti. A differenza degli inglesi, il Mossad non faceva mai ostaggi.
Sarah Gabai, controvoglia, impersonificò per tre volte la figura del leader musulmano; ma quando toccò a lei attaccare si scatenò, rotolando su se stessa, prontissima a sparare. Di tanto in tanto, gettava uno sguardo a Yarbes: sarebbe potuto essere suo padre, però le piaceva.
Continuarono a lavorare, concedendosi un’unica sosta all’ora del pranzo. A differenza di quanto succedeva a Langley, in circostanze analoghe, non si sentivano battute di spirito, né bonarie prese in giro; era un clima diverso e si respirava un’aria diversa, certamente a causa del pericolo sempre incombente. Mentre mangiavano, Zeev lanciò un’occhiata ironica a Martin. “Un elicottero ci porterà a quaranta chilometri dall’obiettivo, in Siria: da lì procederemo a piedi – marcia veloce – con più di venti chili sulle spalle, e l’eventualità di essere scoperti e perciò di dover combattere. Lei è sicuro di riuscirci?”
L’americano si limitò a un breve cenno del capo e continuò a mangiare la carne arrostita in silenzio; l’ostilità del comandante gli era indifferente. Nelle ore successive rispose con i fatti. Aveva un fisico integro ed era animato dall’odio. Nient’altro occupava la sua mente: non il dolore per la morte di John, non l’amore per Monica; era come una macchina progettata per un unico scopo.
Alla fine, Zeev si dichiarò soddisfatto. A malincuore, si era reso conto che, nonostante l’età avanzata, Martin Yarbes risultava il migliore del commando, subito dopo Sarah e lui stesso. Ne prese atto e scrollò le spalle.
Verso il tardo pomeriggio, telefonò Aaron Ben-David, ascoltò ciò che avevano da dirgli e riattaccò soddisfatto.
Si sarebbero mossi la sera successiva.

Avigail non aveva mai visto un ordigno nucleare tattico, però aveva visto altri uomini accovacciarsi, estrarre da una grossa borsa quella che a tutti gli effetti sembrava una bomba e avvicinare un dito a un pulsante.
Detestava i palestinesi, e quell’individuo era un palestinese, anche se probabilmente non apparteneva ad Hamas, dato che loro non usavano quei metodi.
Si guardò intorno.
Benché ignorasse l’esatta entità del disastro che si sarebbe abbattuto su Tel Aviv, immaginava comunque morti e feriti; ed era consapevole che le restavano pochissimi secondi.
Gridò per attirare l’attenzione, sperando che nei pressi ci fosse un soldato o un poliziotto.
Yassef recitò una breve preghiera, quindi senza esitare sfiorò con l’indice della mano destra il pulsante rosso, con la movenza elegante di un pianista.

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Sapete cos’è una lupata? No. Non potete sicuramente saperlo: ci sono cose che ci appartengono, e delle quali solo due persone possono essere a conoscenza. Si chiama linguaggio di coppia. E’ quel filo invisibile che unisce due anime, che le accomuna più di qualsiasi altra cosa. Supera i gusti comuni, le predilizioni letterarie o cinematografiche, la condivisione di principi e di idee politiche, forse perfino il sesso.
Ma andiamo con ordine.
Per lavoro io giro spesso in macchina. E in ogni paese trovo almeno una farmacia. Quando vedo quella inconfondibile luce intermittente, non riesco a non pensare a lei. Ci provo, sapete. Eccome se ci provo! Ho messo in atto tutta una serie di meccanismi di autodifesa, che io stesso ho elaborato, ma sempre senza esito. Ho studiato meccanismi nuovi, in apparenza assolutamente efficienti, però non ha funzionato lo stesso. Certi giorni in cui mi sentivo particolarmente forte, ho parcheggiato l’auto, sono sceso e sono entrato. In genere non ho bisogno di medicinali, tuttavia ho varcato quella soglia, ho atteso pazientemente il mio turno e poi ho comprato dell’aspirina. Pensavo che fosse un buon metodo, invece si è rivelato fallimentare.
Alcuni amori sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Quando uscivo di casa al mattino, spesso lei mi chiedeva una lupata. In quei momenti sembrava una bambina, e il mio cuore quasi scoppiava per l’intensità dei sentimenti che provavo. A volte, come me, come tutti, anche lei era antipatica o scostante; ma quando mi chiedeva la lupata era l’essere più incantevole del mondo. Lupata significava acquistare una certa medicina che necessita di una ricetta.
Ma io ho l’aspetto di una persona posata, matura, equilibrata; so sorridere nel modo giusto; non ho minimamente l’aria del tossico o dello sballato. Perciò a me davano quel sonnifero senza ricetta. Non tutte le farmacie, certo, ma la gran parte sì, e in ogni caso ormai avevo individuato i posti più sicuri dove andare, dove avrei potuto prendere la lupata senza problemi. Poi, alla sera, talvolta fingevo di essermi dimenticato di averla acquistata, però solo per un attimo. Un attimo brevissimo, perché non volevo leggere la delusione in quello sguardo.
Io volevo che fosse felice, e sapevo che la lupata l’avrebbe resa tale.
L’amore non è un castello avvolto fra le nuvole e neppure un giardino incantato colmo dei più bei fiori del mondo; non è una spiaggia bianca lambita dalle onde del mare, né una poesia di Leopardi. L’amore è un’altra cosa. E’ un’alchimia misteriosa, è chimica non filosofia. Si compone di gesti quotidiani, di presenza e di un’empatia del tutto speciale, che non è riconducibile ad altri amori, dato che ogni alchimia per definizione è unica.
Credo di poter affermare che probabilmente erano più le cose che ci dividevano di quelle che ci univano. Beninteso, quelle che ci univano non erano poi così poche: capitava che nemmeno noi le sapessimo cogliere sempre e comunque. Ma, se mi passate il paragone, la nostra vita in comune era simile a un bosco, dove, se cerchi con la dovuta attenzione, scoprirai magie su magie. Magie impalpabili, quasi invisibili, fate nascoste dietro a un faggio che ti sorridono e, se in quel momento un raggio di sole rischiara l’intrico di piante, è possibile che tu le scorga, solo per un istante, ma quell’istante, quel breve, unico istante, vale una giornata, e la vita è la somma di tante giornate, che sedimentano nell’animo, che entrano nel sangue e nel cuore, per non uscirne mai più.
Capite, adesso? La lupata apparteneva a un nostro rito; in apparenza un rito banale, ma a saper leggere dentro le righe, era il rito della nostra esistenza in comune, come quando mi augurava “buona giornata”, come quando, stringendomi forte a sé, mi sussurrava che non mi avrebbe mai cambiato con nessun altro.
Alcuni amori sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Io non ho scordato il mio, cerco di sopravvivere e a volte ci riesco; la natura mi è di grande aiuto, così come la musica: ma, nelle pieghe più profonde del mio essere, il suo ricordo non cesserà mai di esistere. In qualche modo, ho continuato ad affrontare la vita, spesso matrigna beffarda, raramente amica capace di donarti una piccola porzione di gioia, o almeno di serenità. La si affronta e basta, questa è filosofia spicciola, e perciò filosofia vera, reale, quella che compone il tuo cammino, fra strade piene di visi sconosciuti, fisionomie accattivanti o vagamente ostili, fra i pensieri di tutti, le gioie e i dolori che accompagnano, in parti dissimili, questo viaggio che troppo spesso mi sembra interminabile. A volte, vorrei semplicemente non esserci. Poi reagisco, salgo in macchina e vado a lavorare.
Il mio mestiere mi porta a girare in molti paesi.
E in ogni paese c’è sempre una farmacia.
Vorrei evitarlo, ma non ne sono capace: quando noto quella luce intermittente, la rivedo, con gli occhi della mente, incamminarsi verso la macchina, un cappellino in testa e un grazioso ombrello per ripararsi dalla pioggia di quella mattina, distante millenni e vicina come se fosse stata ieri.
La rivedo e so che non tornerà mai più.
Non ci saranno più lupate.
Lei mi chiamava lupo.

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RAGE 28

VolkovLa Chaika nera, priva di contrassegni, imboccò una pista che si inoltrava in un vasto bosco, nella zona di Usovo, a ovest di Mosca; ai lati del sentiero si stendeva la neve, e fuori l’aria era gelida. Dopo una curva, Volkov, seduto a fianco dell’autista, scorse dapprima il fumo che saliva nel cielo grigio e percorso da nubi, al di sopra degli alberi, betulle e pini, poi una dacia lussuosa ma non grandissima. Davanti alla casa, c’erano dieci uomini armati che indossavano pesanti cappotti.
L’autista scese, imitato da Volkov. Entrambi vennero perquisiti. Un ufficiale del FSB indicò la porta dell’abitazione. “Mi segua, maggiore.”, disse. Mentre camminava, Volkov si chiese non per la prima volta qual era il motivo di quella convocazione, del tutto inaspettata e per giunta urgente. Scrollò le spalle. Avrà cambiato idea, si disse, e adesso mi spedirà in Siberia. Comunque, malgrado fosse comprensibilmente teso, non aveva paura.
Entrò in un soggiorno ben riscaldato, arredato con gusto però senza sfarzo. I mobili erano belli ma soprattutto solidi e funzionali; sulla parete di sinistra spiccava un’imponente collezione di libri.
Il camino era acceso, e accanto a esso lo zar giocava con due cani. Era vestito in modo sportivo, con un maglione celeste e la camicia aperta. “Accomodati, Danil Borisovic.”, lo invitò Putin. Piuttosto sorpreso, Volkov prese posto su una delle quattro poltrone situate attorno a un tavolino di legno, in mezzo al locale, fra il camino e una grande finestra che dava sul bosco; sedette rigido e fissò il presidente della Russia. “Non ho tempo per occuparmi di tutto.”, esordì Putin. “Mi sono preso due giorni di libertà, dopo aver sistemato una certa questione: ho costretto alcuni farabutti a riaprire una fabbrica e a riassumere gli operai che avevano licenziato a causa della loro avidità e incompetenza.”
Volkov rimase in silenzio, pronto a scattare sull’attenti, se gli fosse stato richiesto.
“Ma mentre mi trovavo qui ho riflettuto. Non mi fido degli americani, possiedono mezzi, armi, denaro, però sono superficiali. Stanno progettando un’azione che non porterà ad alcun risultato, all’infuori di un’ennesima strage. Per questo ho deciso che dobbiamo precederli. Tu, maggiore Volkov, dovrai precederli. Non deludermi: non è una donna che ti supplica in ginocchio che dovrai uccidere, bensì un pazzo fanatico.”
“Non la deluderò, signor presidente.”
Putin volse lo sguardo verso una credenza. “Vuoi una vodka?”
“No, grazie, signor presidente. Sono in servizio.”
Putin annuì.
Porse a Volkov un incartamento. “I dettagli.”, disse. “Buon lavoro.”
Tornò a occuparsi dei cani e Volkov uscì dalla dacia, a un tempo sollevato e euforico.

Mentre Volkov si allontanava da Usovo a bordo della Chaika, Monica Squire, reduce da una notte insonne, si aggirava per lo Studio Ovale, immersa nei propri pensieri.
Non erano rassicuranti.
Tralasciando, per ovvi motivi, i regimi totalitari, poteva affermare con ragionevole certezza che nessun sistema basato sulla democrazia era assolutamente perfetto.
Fra di essi, riteneva che probabilmente il migliore era quello britannico. Questo per varie ragioni. Innanzi tutto, quando il leader di uno dei partiti – da molti anni, o laburista o conservatore – vinceva le elezioni, conseguiva anche la maggioranza dei seggi parlamentari: ciò gli permetteva di governare con tranquillità. Se poi l’operato del capo del governo non fosse stato giudicato positivo dalla maggioranza degli elettori, alle successive elezioni avrebbe prevalso il partito di opposizione. Nel frattempo, però, leggi, riforme e ogni decisione considerata utile sarebbero state portate a termine senza troppi intoppi, che invece erano presenti in larga misura in altri Stati.
In secondo luogo, anche se il premier e i ministri non avevano una grande esperienza politica alle spalle, erano aiutati nel loro lavoro dai sottosegretari permanenti, funzionari di alto livello e di completa fedeltà al governo in quello specifico momento in carica, che fosse esso Labour o Tory. Ciò permetteva di evitare ingenuità e pericolosi passi falsi.
Negli Stati Uniti, la situazione era diversa, ragionò Monica.
I motivi erano principalmente due, entrambi contrapposti all’organizzazione politica della Gran Bretagna: sebbene il potere del Presidente fosse per certi aspetti enorme, tuttavia a metà del suo mandato poteva trovarsi di fronte a una maggioranza ostile, in seguito a elezioni per il suo partito negative. Inoltre, dopo quattro o otto anni, egli se ne sarebbe andato dalla Casa Bianca con tutto il suo staff, e il successore si sarebbe presentato con una nuova squadra, talvolta impreparata.
Era su questo che rifletteva Monica Squire, all’alba di una giornata fredda ma serena.
I sondaggi davano in netto calo i democratici, ma, cosa più importante, non era affatto sicura che la missione avrebbe avuto successo.
Ibrahim al-Ja’bari, in quel momento, poteva essere ovunque e se anche fosse stato individuato dai Global Hawk, ciò non significava sinonimo di successo. Aveva lavorato molti anni per la CIA e sapeva che c’erano infiniti scheletri nell’armadio di Langley: operazioni organizzate male, ospedali distrutti in quanto scambiati per depositi di armi, innocenti uccisi.
Inoltre, lei e tutti gli altri non avevano saputo gestire bene la crisi.
Perché mai ho voluto candidarmi?, si domandò inquieta.
Bevve l’ennesimo caffè e scosse la testa.
Ormai erano in ballo, e dovevano ballare.
Anche se una parte di lei era morta, non era abituata ad arrendersi.
Non lo aveva fatto quando era una giovane recluta, sottoposta a un addestramento durissimo, non lo aveva fatto in Afghanistan, non lo aveva fatto in Francia, non lo aveva fatto a Mosca, e non lo avrebbe fatto ora.

Avigail era nata in Israele, ma con i nonni paterni russi e quelli materni polacchi, e aveva dato alla luce due figli. Erano cresciuti sani e robusti. La famiglia era tiepidamente credente, e contraria al Likud, perché di idee più liberali. D’abitudine, i ragazzi, ambedue maschi, per andare a scuola salivano su due autobus diversi. Non erano certo gli unici. La spiegazione era crudelmente semplice: se in un attentato fosse morto uno dei due, l’altro si sarebbe salvato.
E fu proprio questo che in un triste giorno accadde.
Benché si considerasse solo una brava madre di famiglia e una moglie devota, attenta ad accudire i bisogni del marito e dell’unico figliolo rimastole, come la maggior parte delle donne Avigail aveva prestato servizio nell’esercito israeliano.
Lì si imparavano molte cose. Ad esempio, a diffidare di un uomo dai gesti furtivi che cambiava posizione se osservato.
Alla fermata dell’autobus, un istante prima che si chiudessero gli sportelli, Avigail scese e seguì quell’uomo.

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SPOSERO’ GIULIA

Sposerò GiuliaIl vento soffiava gelido, ma a Tony non dava fastidio perché aveva il cuore caldo.
Era in una tasca della tuta, impacchettato con estrema cura, con i fiocchi e tutto il resto: un anellino d’oro che quella sera avrebbe dato a Giulia. Immaginava già l’espressione della ragazza, dapprima sorpresa, quindi sconcertata, infine felice. Dopo cinque anni era giunto il momento. Poi sarebbero andati al solito bar a festeggiare con gli amici. Avrebbero fissato la data; a Tony piaceva luglio, caldo e rigoglioso, tuttavia avrebbe accettato qualsiasi proposta di Giulia. In fondo, un mese valeva l’altro: maggio con le sue lunghe e dolci serate, giugno anticipatore dell’estate, settembre con la promessa dell’autunno. Avrebbe scartato soltanto agosto, a causa dell’afa eccessiva; inoltre, in quel periodo erano tutti in ferie.
Tony era un giovane intelligente, e suo padre si era mostrato dispiaciuto quando aveva interrotto gli studi. Forse lo immaginava avvocato oppure medico o magari un consulente del lavoro dalle idee progressiste. Ma benché andasse bene a scuola, Tony trovava tediosi i libri e sconcertanti alcune materie, che giudicava avulse dalla realtà. Preferiva lavorare, rendersi indipendente e sposare Giulia.
Con un sorriso ripensò ai suoi fluenti capelli neri, alla figura aggraziata, al viso sereno e sempre sorridente. Lei era impiegata in una ditta di cosmetici, non veniva pagata molto, ma era felice della sua vita. Malgrado fossero molto diversi – o forse proprio per quello – formavano una bella coppia: Tony era robusto, con le spalle ampie e le braccia muscolose; Giulia aveva un fisico esile, da ragazzina.
Dal cortile Daniele gli lanciò uno sfottò. Tutti i suoi amici erano a conoscenza del prezioso anellino e si divertivano a prenderlo in giro bonariamente. Tony era simpatico e gioviale; non c’era un solo dipendente dell’impresa di costruzioni presso la quale prestava servizio che non gli fosse affezionato.
Lui rispose facendo un gesto scherzoso con la mano. Poi si concentrò sul lavoro. L’impalcatura era un po’ traballante e sapeva di doversi muovere con molta cautela. I sindacati avevano protestato più volte, sostenendo che quella ditta non osservava le più elementari norme di sicurezza; ma il proprietario aveva sempre ignorato quelle lamentele, sfidandoli a denunciarlo. I margini di guadagno erano già ridotti all’osso, non poteva comportarsi altrimenti, e in ogni caso svolgeva quell’attività da oltre trent’anni e non era mai successo nulla.
Tony diresse lo sguardo al cielo. Sebbene fosse una mattinata rigida, la tramontana lo aveva sgombrato dalle nubi. Appariva immacolato e blu, quasi come il cielo della sua Sicilia. Non gli dispiaceva vivere in Lombardia, benché gli mancasse il mare. Ignorò un’altra battuta di Gargiulo e raggiunse l’estremità dell’impalcatura. Gargiulo un anno prima era tornato a Messina; da lì aveva mandato una cartolina che diceva: “Minchia, megghiu ka ca a Milanu!” Però, sei mesi più tardi, si era ripresentato.
Tony incominciò a lavorare con impegno e concentrazione; amava adoperare le mani, dato che, in piccolo, gli sembrava di essere un artista. Ricordava vagamente di aver letto che un tempo i muratori erano assai considerati, e che un mastro muratore occupava una posizione sociale di assoluto rilievo. Pregustava il buon cibo che avrebbe consumato a mezzogiorno nel gavettino che gli aveva preparato Giulia. Avevano bevuto un caffè in un bar di piazzale Lagosta e si erano separati con un bacio. Quel giorno lei sarebbe andata a Monza, dove il suo principale aveva aperto un nuovo negozio, perciò si era svegliata presto e aveva trovato il tempo per cucinare. Aveva posteggiato la Fiat Seicento bianca in divieto di sosta, vicino all’edicola: per fortuna i vigili dormivano ancora. Le dedicò un ultimo pensiero e sorrise con il cuore gonfio d’amore.
Un istante dopo, l’impalcatura cedette e Tony precipitò nel vuoto.
Si schiantò al suolo senza un grido.
Iniziò a piovere, quasi il cielo avesse compassione di lui. Una pioggia lieve, simile alla carezza di una madre.
Una pioggia che poi aumentò d’intensità. E, mentre il vento urlava la sua rabbia, diventò terribilmente amara.

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RAGE 27

hammadaYassef si svegliò prima dell’alba.
Ricordava sogni confusi, privi di un senso: ma quelle immagini scomparvero dalla sua mente non appena si alzò dal letto della sudicia locanda. Prima di andare nel piccolo bagno, un bugigattolo in realtà, riservò un pensiero appassionato a Jasmine.
Ricordava bene l’ultima notte che aveva trascorso con lei. Avevano dormito abbracciati. Alla prima luce del sole, il lenzuolo era scivolato a terra, lasciandola scoperta. Yassef aveva percorso con gli occhi quel superbo corpo bruno, con calma, quasi lo stesse riprendendo con una fotocamera: era partito dai piedi graziosi per risalire alle caviglie sottili, poi su su, verso le cosce sode come marmo, il ventre piatto, il seno orgoglioso e pieno, la cascata di capelli neri che incorniciavano un viso forse non bello, però estremamente attraente. Gli occhi erano scuri, attraversati da sfumature verdi; sebbene in quel momento fossero chiusi, li rammentava nello stesso modo in cui si può rivedere mille volte nell’anima il quadro di un grande pittore.
Jasmine era algerina. L’aveva incontrata in un campo di addestramento. Era una soldatessa, più forte e coraggiosa della maggior parte degli uomini che aveva conosciuto. Lei non immaginava che sarebbe rimasta sola, e questo gli faceva male al cuore.
Yassef aveva girato attorno al letto per baciare il figlio sulla fronte. Sarebbe cresciuto libero, sano e forte. Aveva esaminato a lungo i suoi lineamenti, quasi a volerli scolpire nella memoria, poi con un profondo sospiro aveva lasciato la stanza ed era partito per il suo viaggio senza ritorno.
Ora, comunque, non doveva pensare a loro.
Dopo essersi lavato con estrema cura, dedicò molti minuti alla preghiera, si vestì, e senza voltarsi indietro uscì nella strada di Tel Aviv.
Sebbene fosse ancora inverno, faceva già caldo; un’umanità affaccendata e frettolosa si dirigeva verso i luoghi di lavoro. Yassef accese una Gitane e aspirò una lunga boccata di fumo. Aveva scoperto quelle sigarette a Parigi, e da allora non le aveva mai abbandonate. Camminando lentamente, si diresse verso la fermata dell’autobus.
Il sole era apparso, a est, e preannunciava un’altra giornata afosa; ma lui non sudava. Mentre procedeva, guardandosi attorno con finta distrazione, la sua mente abbandonò per sempre Jasmine e il bambino. Un breve pensiero rivolto al suo popolo, e alla interminabile catena di ingiustizie che aveva dovuto subire, fu subito sostituito dalla consapevolezza di ciò che stava per fare. Malgrado il calore, e l’umidità, gli sembrò di percepire un lontano odore di mare. E poi altri profumi, che si presentarono in rapida successione, quasi a voler scandire tutte le tappe della sua esistenza. Il sapore della natura, degli uliveti, delle arance, del giorno e della notte.
Evitò una pattuglia, prendendo un’altra strada, fece il giro di un isolato, e infine raggiunse una logora panchina su cui si lasciò cadere. Spense la sigaretta sotto il tacco della scarpa.
Adesso era molto attento, concentrato unicamente su quanto avrebbe fatto. Nel suo cuore non c’era più spazio per altro.
Il dolore di Jasmine, la solitudine del bambino, lo strazio dei suoi vecchi genitori abbruttiti da mille umiliazioni, rappresentavano solamente il prezzo da pagare, e che sarebbe stato pagato. Non era più tempo di commozione o di rimpianti. Questo era stato l’insegnamento di Ibrahim al-Ja’bari. Da lui Yassef aveva imparato a disprezzare Hamas. Parlavano molto, e concludevano molto poco, come del resto gli Stati arabi che fingevano di volerli aiutare ma in realtà non muovevano un dito, terrorizzati com’erano dal Grande Satana.
Yassef accolse con piacere un soffio di vento, si alzò dalla panchina e si accodò alla fila che attendeva l’arrivo dell’autobus.
Yassef si chiuse nei propri ragionamenti. Sopra di lui il cielo era striato di nubi, ma qua è là si scorgevano tratti di un azzurro intenso, destinati ad allargarsi con il passare delle ore. In teoria, considerò Yassef: presto sarebbe calata la notte.
Nella capiente borsa che portava con sé c’era un ordigno nucleare, avvolto in uno strato di gommapiuma e racchiuso in una scatola di alluminio di forma quadrangolare. Era pesante, ma Yassef era forte. Non sapeva in che modo Ibrahim al-Ja’bari se lo fosse procurato, né gli interessava saperlo. Se glielo avesse chiesto – ma non lo aveva fatto – Ibrahim gli avrebbe tranquillamente risposto che lo aveva acquistato da un traditore russo, un generale avido di denaro. Al riguardo, aveva una precisa filosofia: non si fidava minimamente degli infedeli “convertiti”, preferiva pagarli, perché la loro fede nel guadagno era salda, non altrettanto quella nell’Islam. In genere, quest’ultima era dovuta alla moda o a capricci egocentrici. Se, però, gli avessero domandato come si procurava i soldi, avrebbe scosso la testa e cambiato discorso.
Benché Yassef non fosse un uomo ingenuo – altrimenti non sarebbe riuscito a sfuggire a lungo ai mastini del Mossad – si pose una strana domanda: come avrebbe reagito Jasmine, il più tardi possibile si augurava, quando lo avrebbe raggiunto nel giardino di Allah e lo avesse visto con quaranta vergini? Scrollò le spalle. Erano interrogativi inutili. Per un momento, si rivide a Londra con Jock. Jock era uno scozzese duro come il ferro. Il suo vero nome era Alan, ma per gli inglesi era Jock. Quel giorno, era settembre e il cielo era limpido e privo di nubi, però faceva già freddo; avevano fatto esplodere una bomba davanti all’ambasciata israeliana. Poi erano scappati e nessuno li aveva presi. Ma quella… era una rudimentale, piccola, bomba; questa avrebbe distrutto più della metà di Tel Aviv.
La giustizia, si disse.
Salì per ultimo, e cercò uno spazio nella calca; riuscì a sistemarsi vicino al conducente, dando le spalle agli altri passeggeri. Si girò in modo che l’autista non potesse vedere quello che faceva.
Una donna lo stava fissando, Yassef distolse lo sguardo. Si spostò di nuovo e si chinò.
Allah è grande. Allah veglierà su di me.
Estrasse la parte superiore dell’ordigno.
Mosse lentamente una mano verso un pulsante.
Ce n’erano due: uno giallo e uno rosso. Se avesse premuto il primo, avrebbe avuto quindici minuti di tempo per mettersi in salvo; con il secondo, invece, l’effetto era immediato.
Ibrahim al-Ja’bari gli aveva suggerito di non dar peso alla propria vita, e Yassef si era dichiarato d’accordo. Se lui fosse morto insieme agli altri, l’entità del suo sacrificio sarebbe risultata per quello che era: un atto di grande coraggio, che avrebbe innalzato la volontà del popolo palestinese, e dato il via alla guerra santa. Ibrahim al-Ja’bari aveva aggiunto che poi avrebbe colpito ancora, con ferocia, gli americani. Quando parlava, aveva la capacità di ipnotizzare la gente e di indurla a condividere il suo volere; ma con Yassef non era stato necessario, poiché credeva nelle medesime cose.
Jock sarebbe stato dello stesso avviso. Sua madre era irlandese, e lui aveva combattuto gli inglesi – e i loro alleati – fino a quando non era stato catturato. Yassef aveva assistito alla sua esecuzione. Jock era spirato con grande dignità. Da quel giorno l’odio di Yassef era cresciuto. Malgrado fossero molto diversi, i loro ideali erano simili. Cosa contava se Jock beveva grandi boccali di birra? E mangiava bacon in abbondanza? Il fine era lo stesso: combattere contro l’ingiustizia.
E Yassef ora era pronto.
Allah Akbar!
Poi, all’improvviso, cambiò idea.
Era meglio aspettare di raggiungere il centro della città. Così ci sarebbero stati più morti. Circa mezzo milione di persone, calcolò.
Mancavano quattro fermate.
Dieci minuti più tardi, Yassef scese dall’autobus.
Percorse un centinaio di metri, quindi si accovacciò e tirò fuori la bomba.
Con calma avvicinò un dito al pulsante rosso.

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VolkovMonica Squire, un’agente operativa con brillanti trascorsi in Afghanistan e nell’ex Unione Sovietica ai tempi del fallito golpe, viene nominata direttore della CIA e poco più tardi si presenta alle elezioni presidenziali come candidata del partito democratico. Dopo un acceso confronto televisivo con il senatore repubblicano, suo antagonista, durante il quale non mancano – come da tradizione – i colpi bassi, viene eletta, sia pur d’un soffio.
Nel mese di febbraio dell’anno successivo, suo figlio, il quattordicenne John, viene rapito, e la scorta che lo proteggeva sterminata. Ciò che i sequestratori chiedono è la liberazione di sei terroristi condannati a morte. Monica, sebbene sia disperata, rifiuta. Milton Brubeck, il direttore dell’FBI, promette che riuscirà a scovarli e a liberare il ragazzo. Ma, nonostante i mezzi più sofisticati, i federali non riescono nell’intento.
Dietro a tutto questo c’è un uomo, un fanatico che aveva abbandonato Hamas in quanto troppo tollerante nei confronti di Israele e che adesso agisce in proprio, Ibrahim al-Ja’bari.
Per volere di Putin, il servizio segreto russo interviene, ma un dirigente della CIA, a causa di risentimenti personali, insabbia il documento che gli è stato trasmesso da Mosca.
Allora, l’SVR (ex KGB) invia negli Stati Uniti il capitano Danil Volkov, uno dei migliori elementi di quella che un tempo era stata la prima direzione centrale, smantellata per volere di Gorbaciov.
All’insaputa di Monica, e contro il suo volere, viene organizzata un’operazione congiunta cui partecipano la CIA e Volkov, con il beneplacito dell’FBI: scopo di tale operazione è liberare i fondamentalisti islamici, non prima che Volkov, fintosi un medico, gli pratichi un’iniezione il cui contenuto è un veleno mortale a effetto ritardato. Il piano riesce grazie alla collaborazione forzata del direttore del carcere, scoperto a letto con un ragazzo e quindi ricattato.
Secondo i patti, John viene lasciato libero dai quattro irlandesi dell’IRA, che lo avevano sequestrato dietro compenso; ma una donna, la spietata Danielle Williams, elimina sia i rapitori sia il figlio di Monica. Questi sono gli ordini che ha ricevuto da Ibrahim al-Ja’bari, il quale in seguito rivendica su internet quanto è successo, promettendo in nome di Allah la distruzione di Israele (egli possiede un ordigno nucleare) e del Grande Satana americano.
Quando Monica Squire apprende la tragica notizia, subisce un crollo psicologico e pensa di dimettersi. Margaret Collins, la sua vice, sembra pronta a subentrarle, benché sia a lei devota, perché disapprova l’intransigenza di cui Monica ha dato prova. (Margaret stravedeva per John). Sarà l’arrivo di Putin, in visita ufficiale, a ridare alla madre sconvolta forza e determinazione.
A questo punto, si sviluppano tre piste parallele.
La prima vede in azione Sarah Gabai, una formidabile agente del Mossad israeliano: il suo compito è quello di rintracciare e uccidere Ibrahim al-Ja’bari. Poiché il fanatico le sfugge, la giovane torna a Tel Aviv, dove viene allestita una nuova missione. Il kidom di dodici elementi comprende anche Martin Yarbes, il padre di John, ormai in rotta con la moglie di cui non condivideva – come quasi tutti gli americani – la cosiddetta “linea della fermezza”. Sebbene egli sia un gentile, e perciò avversato da Zeev, il comandante del kidom (ma non da Sarah che lo prende in simpatia), il capo del Mossad, Aaron Ben-David, impone la sua presenza in considerazione del profondo dolore di un genitore. A parte questo, Ben-David conosce bene il passato di Yarbes, che per molti anni era stato il numero uno della CIA. La loro meta è Al Bukamal.
La seconda riguarda il lungo inseguimento di Danielle Williams a opera di Volkov; il russo se la fa sfuggire in Gran Bretagna ma non in Australia. Quando la donna si inginocchia e gli chiede pietà, Volkov la risparmia. A seguito di ciò, tornato a Mosca, viene convocato da Putin che anziché mandarlo in Siberia o condannarlo a morte lo congeda promuovendolo maggiore.
Nel frattempo, a causa del rimorso, Danielle si uccide.
La terza pista, infine, riguarda gli Stati Uniti: la Delta Force è pronta a mettersi in movimento. Ibrahim al-Ja’bari sarà trovato grazie ai Global Hawk, che tutto vedono, in ogni angolo del mondo.
A presto con la nuova puntata.

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