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Archive for giugno 2016

L’ODORE DEL PANE

L'odore del paneAspettammo che il fornaio aprisse per assaporare l’odore del pane.
Poi lo sbocconcellammo per strada, mentre sopra di noi sorgeva il sole preannunciando una stupenda giornata autunnale. L’estate era finita, con i suoi sogni e la carica di adrenalina che essa comporta. Arrivava il tempo della riflessione, dei pensieri nuovi. Lo scenario sarebbe mutato e, come sempre, tappeti di foglie bruciate e alberi man mano più spogli ci avrebbero condotti lentamente verso l’abbraccio dell’inverno.
Guido camminava in silenzio. Durante la notte aveva già detto tutto quello che c’era da dire; adesso le parole non avevano più senso: sarebbero rimasti i ricordi. Ogni vita ne è colma, e a seconda della predisposizione naturale rimangono maggiormente impressi nella mente quelli più amari o, in altri casi, quelli più dolci. Io fino a quel giorno avevo una bilancia in perfetto equilibrio, ma ora le cose erano destinate a cambiare.
La sera prima avevamo cenato in un ristorante giapponese. Quando portarono in tavola il sushi, lui finalmente disse ciò che già sapevo. “Amo un’altra.” Sapevo anche chi era. Allontanai il piatto da me, perché mi era passato l’appetito: la conferma definitiva rappresenta sempre uno schock, anche quando sei preparata a riceverla. Poi lo osservai mangiare con crescente fastidio. Lo conoscevo bene, e la cosa non mi avrebbe dovuto stupire; tuttavia non potevo esimermi dal pensare che avrebbe potuto, non dico fingere, ma almeno moderarsi un po’. Invece, terminato il sushi, si dedicò voracemente anche alla tempura.
Smisi di guardarlo, lasciando liberi i miei pensieri. Mi tornò alla mente l’infanzia, che si era dimostrata felice; e l’adolescenza, dove avevo conosciuto i primi dispiaceri. Cercai un ricordo bello, e lo trovai. Una domenica di luglio, io, Sabrina, e due ragazzi. Di loro rammentavo ben poco; ciò che conservavo intatto nella memoria era il sentimento di comunanza che quel giorno mi aveva unita a mia sorella. Ci trovavamo a Bellagio, sul lago di Como, e avevamo trovato un piccolo lido, lindo e ordinato. Da lì si godeva una vista magnifica: di fronte a noi, Lenno, Tremezzo, Menaggio, rilucevano al sole. La breva smuoveva le acque del Lario, e per una volta io e Sabri dimenticammo la rivalità che ci aveva sempre diviso per condividere lo spettacolo della natura e il gelido impatto con il lago.
Guido stava parlando. Faticai a riportare l’attenzione su di lui. Immaginavo il senso del suo discorso, e infatti quando cominciai ad ascoltarlo mi resi conto di quanto fosse prevedibile. Costruiva un castello di scuse, pretendendo non solo che io non sofrissi ma anche che lo capissi, e che gli rimanessi amica. Lo fissai in silenzio, senza interromperlo, e dopo qualche minuto lasciai che le sue parole si perdessero nel locale, confondendosi con quelle di altri, un coro di voci che sembrava provenire da Babele.
Non mi interessavano le sue giustificazioni, i suoi appelli alla maturità che mi apparteneva, le sue sbiadite frasi fatte. Lo osservavo portare il cibo alla bocca, e quell’avidità mi ripugnava. La trovavo fuori luogo, irrispettosa, totalmente priva di sensibilità. Anche Sabrina mangiava così, forse aveva preso da nostro padre, mentre io assomigliavo alla mamma. E questa era solo una minima parte di ciò che ci rendeva assolutamente diverse, quasi non fossimo due sorelle. Il resto apparteneva allo stile di vita, al genere di letture, alla capacità di emozionarsi che in lei era del tutto assente. Dopo la tempura, volle il daifuku, e ordinò ancora sake. Tutto questo senza smettere di parlare.
All’improvviso mi chiesi come avevo fatto a innamorarmi di lui, e ad amarlo per cinque anni. Non esistevano risposte razionali, lo sapevo, dato che un sentimento complesso come l’amore non può essere vivisezionato, né ha senso il cercare di farlo. Ai miei occhi, la cosa più grave era il fatto che lo amavo ancora, e che probabilmente avrei continuato ad amarlo per molto tempo. Non volevo che mi vedesse piangere, ciononostante lo seguii a casa sua per prolungare l’agonia di una notte priva di significato, e avvolta nel ghiaccio della desolazione. Da quanto non facevamo bene l’amore? Scandagliai nella memoria, appurando che era circa da un anno. Probabilmente quella data corrispondeva all’inizio della sua nuova relazione. Del tradimento.
Guido aveva il diritto di lasciarmi, ma non gli avrei mai perdonato la menzogna, l’inganno. Mi domandai come lei avesse accettato quella situazione. La risposta era ovvia: si era accontentata delle sue promesse, aveva preso per buoni i suoi giuramenti, non aveva obiettato al classico ‘dammi solo un po’ di tempo’. Le era andata bene, perché spesso il barcamenarsi di un uomo prosegue all’infinito, fino al momento in cui la donna, quale delle due non importa, prende il coraggio a due mani e decide. Per sé e per lui.
Iniziò a bere, e i suoi discorsi si fecero sempre più confusi. Andai alla finestra, e mi affacciai sul parco che circondava la nostra villa. L’inconfondibile sapore dell’autunno mi raggiunse, portando echi lontani della mia vita, suggestioni e immagini, momenti di gioia e altri di serenità. A differenza di Sabrina mi piaceva andare a scuola, e l’inizio di un nuovo anno scolastico era fervido di proponimenti che poi mantenevo, poiché riuscivo a studiare con facilità. Mi piacevano i libri di testo nuovi, il frusciare della carta, il diario ancora intonso su cui avrei scarabocchiato ingenue poesie. La mia insegnante di italiano era severa ma giusta, e da lei avevo appreso molto, non soltanto in termini di nozioni, ma anche a livello di vita, di pudore, di onestà dei sentimenti. Due anni più tardi anche Sabrina era stata nella sua classe, e l’aveva cordialmente detestata.
Guido si preparò un caffè per combattere l’alcool. Io rifiutai la bevanda e continuai a dargli le spalle, mentre la mia mente vagava, e nel cielo apparivano le prime stelle. Avevo conosciuto Guido in circostanze casuali, e per qualche strana ragione mi era piaciuto subito. Il lato ironico della situazione stava nel fatto che me lo aveva presentato proprio Sabrina. La notte passò lenta. Poi uscimmo.
La città era ancora deserta e silenziosa. Ci incamminammo insieme, quasi fossimo restii a lasciarci, malgrado tutto. Era per sempre, ed entrambi lo sapevamo. D’un tratto, si verificò ciò che temevo: come in un film, scorsero davanti ai miei occhi le ore felici che avevo trascorso con lui. Fino a quell’istante ero riuscita a evitarlo, ma a volte la voce del cuore non si può fermare; ricacciai le lacrime, assumendo un’espressione dura. Sapevo che il dolore mi aspettava per accompagnarmi nei prossimi mesi, seguendomi passo dopo passo come un’ombra malevola. Guido aveva molti difetti, ma non siamo noi a scegliere l’amore, è lui che ci sceglie, spesso a nostra insaputa o addirittura contro il nostro volere. E non è possibile opporsi ai sentimenti. Sarebbe sciocco solo pensarlo. Capita che un gesto, un sorriso, una parola pronunciata in un dato giorno, assumano un significato che annulla tutto il resto.
Una sera, Guido si era presentato a casa mia con una rosa. Non avrei mai scordato quel momento, né il sorriso timido con cui mi porse il suo dono. “E’ per te, Lucia.”
Quella rosa era un pegno d’amore, e mi sarebbe appartenuta per sempre. Sabrina non l’avrebbe mai avuta. Questo pensiero mi diede forza; sorrisi, e continuai a camminare al suo fianco. Arrivammo in piazza e aspettammo che il fornaio aprisse per assaporare l’odore del pane.

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IL PROCESSO 5

Il processoAlexandra White era vestita in modo semplice, decisamente casual: jeans, sneakers e una felpa verde. Aveva raccolto i capelli biondi in una coda di cavallo e si era truccata in maniera sobria, soltanto un po’ di ombretto blu per evidenziare gli occhi.
James Rodixidor fu la gentilezza fatta persona.
Elegantissimo nell’abito grigio di sartoria, fresco di doccia e rinvigorito dal frullato di frutta ingerito al posto di un pranzo normale, gli occhi celesti ingannevolmente miti, si informò subito sulla situazione psicologica ed emotiva della giovane donna. Se fosse nato a Londra, avrebbe potuto fregiarsi del titolo di Queen’s Counsel, Avvocato della Regina, un’onorificenza tipicamente britannica; in mancanza di questo, sfoggiava un perfetto accento bostoniano.
“Non deve essere stato piacevole venire aggredita e malmenata in casa propria. Come si sente ora, signora?”
J.P. Newwhitebear fissò perplesso l’avvocato: cosa diavolo stava facendo?
Maria Rosaria Ily diventò improvvisamente attenta, dimenticando, almeno per il momento, le disavventure amorose di Heidi.
White si limitò ad annuire.
“Sta meglio?”, insisté Rodixidor.
“Grazie, sì.”
I giurati lo studiavano: la sensazione che dava era quella di un uomo sinceramente preoccupato per le condizioni di Alexandra; se ciò suonava strano ad alcuni, per altri era del tutto comprensibile.
“Mi tolga una curiosità, signora. Perché ha lasciato entrare Nadia Been nel suo appartamento?”
C’erano tutti gli estremi per obiettare, ma Rodixidor si stava scavando la fossa da solo. Newwhitebear si domandò dove intendesse andare a parare.
“Si è finta una postina e ha camuffato la voce.”
“Capisco. Davvero molto increscioso. Altrimenti, non l’avrebbe fatta entrare o sbaglio?”
“Non sbaglia.”, affermò White.
L’avvocato spostò lo sguardo sulla sua cliente. “Le dispiace alzarsi un attimo, signora Been?”
Nadia Been obbedì. Indossava una camicetta di seta che lasciava intravedere le braccia esili.
“Avete più o meno la stessa età e la stessa corporatura.”, osservò il legale. “La signora Been – può sedersi, la ringrazio – non è esattamente un’amazzone, mi sembra anche che abbia le spalle più strette e le braccia meno muscolose, eppure lei non ne è uscita bene, per usare un eufemismo.”
Alexandra White assentì con un cenno del capo. “Era una furia scatenata!”
James Rodixidor ignorò la risposta e proseguì: “Immagino che lei adesso mi dirà che ha riportato la peggio perché è una signora, e come tale non abituata a risse da pescivendola.”
“Infatti!”
James Rodixidor sorrise, comprensivo. “Se lei non avesse aperto la porta…”
In quel momento Newwhitebear ebbe la premonizione di un disastro, e si allarmò. Il suo avversario era tutto tranne che uno stupido; un’intuizione netta gli suggerì che Alexandra White stava per cadere in una trappola.
“Se lei non avesse aperto la porta…” Rodixidor scosse la testa, quasi meditasse sulle alternative poste dal destino e sulle conseguenze di una scelta sbagliata. “…si sarebbe evitata un’esperienza drammatica, non avrebbe subito una violenza immotivata, fine a se stessa, brutale, selvaggia.”
“Avvocato?” Il giudice inarcò un sopracciglio. “Le sto lasciando ampio spazio di manovra, ma qui…”
“Vostro Onore, vengo immediatamente al punto.” Probabilmente Rodixidor si ispirava a Shakespeare e al discorso di Marcantonio, Bruto e Cassio sono uomini d’onore. Tornò a rivolgersi a White. “Se lei non avesse aperto la porta”, ripeté per la terza volta, “Nadia Been non sarebbe entrata. Ma per quale motivo la mia cliente ha dovuto spacciarsi per una postina? Eravate amiche, e perciò avrebbe potuto semplicemente annunciarsi. Ah, già, però così lei non l’avrebbe fatta entrare. E perché? Forse aveva paura?” Il tono non era più cordiale, amichevole, quasi compassionevole; la voce era diventata dura. “Anche Giuda aveva paura.”
“Signor Rodixidor! Ma quale Giuda!”, intervenne Vostro Onore. “I giurati dimentichino questo accostamento.”
Newwhitebear gli lanciò un’occhiata velenosa. “Che individuo spregevole!”, mormorò a se stesso.
“Chiedo scusa.”, disse Rodixidor, senza pensarlo affatto. Sapeva per lunga esperienza che comunque le parole sedimentano, indipendentemente dalle raccomandazioni del giudice, e restano impresse nella mente di chi le ha ascoltate.
“Aveva paura perché si era macchiata di un gesto inqualificabile.”
Alexandra si mordicchiò un labbro. “Avevamo litigato.”
“Sicuro: avevate litigato. Prima ho chiesto alla mia cliente di alzarsi e ora le dico che anche una signora, qualora venga aggredita in casa propria, nel proprio nido, può scordare per una volta le buone maniere, specie se ha le spalle più larghe e le braccia più robuste, e quindi una maggiore forza fisica, a patto però di essere dalla parte della ragione; ma una ladra non è in grado di reagire, attanagliata com’è dai sensi di colpa. E lei ha rubato a Nadia Been “2693 D.C.!”
“Non è vero!”
“Lei è sotto giuramento!”, urlò James Rodixidor.
Alexandra divenne paonazza; le tremavano le mani. “Io…”
“Sta mentendo! Non è forse vero che non ha mai scritto una riga di fantascienza in vita sua? Non è forse vero che, a causa del troppo alcool che ingurgita, aveva smarrito l’ispirazione? E non è forse vero che, in preda allo sconforto, ha sottratto il manoscritto della sua “amica” Nadia Been?”
White lo fissava con gli occhi sbarrati.
La strategia di Rodixidor era stata studiata a fondo. Era valida, ma rischiosa, perché stava tartassando una donna; peraltro colpì nel segno, quantomeno in parte.
Sul palco della giuria, Willyco si coprì la bocca. “Colpevole come il diavolo.”

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la pioggia della vitaCurvo sotto l’ombrello, camminava sballottato dal vento e investito da continui scrosci d’acqua.
Il cielo era una massa grigia e informe, percorsa a tratti da lampi. Con le scarpe ormai del tutto fradicie, Guglielmo raggiunse il portone. Frugò nelle tasche dell’impermeabile, prima di ricordarsi che le chiavi di casa erano nei pantaloni. Le aveva già perse due volte, giungendo infine alla ragionevole conclusione che quello era il posto più sicuro dove tenerle.
Con un mazzo di chiavi non è un problema, si disse mentre faceva scattare la serratura. Si perdono e si ritrovano, e male che vada ci si reca da un fabbro. Salì lentamente le scale fino al secondo piano, entrò nell’appartamento e si cambiò gli indumenti bagnati. Il tempo di preparare un caffè, e il suono del citofono lo sottrasse dal clima calmo e ovattato di quelle mura che da anni costituivano il suo rifugio. Era un rumore che non aveva mai sopportato. Decise di non rispondere: a quell’ora poteva essere solo il postino, e se si era preso la briga di attaccarsi al citofono significava che doveva consegnargli una raccomandata. Raccomandata uguale soldi da pagare, pensò versando la bevanda bollente nella sua tazza preferita.
Il suono si ripeté, acuto e fastidioso. Guglielmo lo ignorò, sorseggiando il caffè. Al terzo trillo, pensò che avrebbe potuto aprirgli, farlo salire e poi ucciderlo. Per certi versi, era un’idea irresistibile. Quando il citofono suonò per la quarta volta, i suoi occhi corsero ai coltelli da cucina. Valutò quale fosse il più adatto per tagliare la gola allo sconosciuto, e una volta individuatolo lo prese soppesandolo fra le mani.
Rispose, ma il rombo di un tuono non gli permise di capire chi gli stava parlando, cosa voleva da lui, e per quale sordida ragione si permetteva di disturbarlo. Comunque, aprì.
Lo ucciderò, decise. Se non fosse il postino, potrebbe essere un venditore ambulante, oppure un predicatore pazzo. In qualsiasi caso, la sua corsa sarebbe terminata quel giorno. Non avrebbe nascosto il cadavere, avrebbe atteso qualche ora, poi avrebbe chiamato la polizia. Anche la prigione poteva essere un luogo calmo e ovattato, qualsiasi posto andava bene, tranne l’ufficio dove lavorava e lo squallido bar che si ostinava a frequentare, malgrado il caffè fosse pessimo e la clientela chiassosa e volgare.
C’era un unico luogo dove avrebbe voluto veramente andare: ma esisteva solo nei suoi sogni. Una casa in riva al mare con le finestre che si affacciavano direttamente sul litorale; un comodo sentiero che conduceva in pochi minuti a una piccola spiaggia; e l’orizzonte sconfinato che alla sera si tingeva di colori prodigiosi. Era un sogno ricorrente, talmente vivido da fargli vivere ogni singola sensazione. Certe volte mangiava una grigliata di pesce sul terrazzo; poi, centellinando il vino bianco, osservava il tramonto, la discesa del sole nel mare, mentre una brezza tiepida gli scompaginava i capelli. Sebbene avesse già compiuto cinquant’anni, erano ancora biondi e folti.
Bussarono alla porta.
Con il coltello nascosto dietro la schiena, Guglielmo aprì.
All’inizio non la riconobbe. Erano trascorsi troppi anni, aveva attraversato troppi deserti, aveva solcato troppi oceani. Si era battuto con la vita, uscendone infine sconfitto. La fissò con aria interrogativa, ignorando la sua espressione perplessa.
“Non mi fai entrare?”, gli disse.
Lui si spostò meccanicamente per permetterle di varcare la soglia. “Chi sei?”, le chiese corrugando la fronte. Non era una brutta donna: benché avesse all’incirca la sua età, conservava lineamenti aggraziati e attraenti. “Mi hai telefonato tu.”, rispose lei in tono rassegnato.
Guglielmo si lasciò sfuggire una risata rauca, completamente priva di allegria. “Io non telefono mai a nessuno.”, proferì a bassa voce. Esitò per un istante, prima di aggiungere: “Solo in ufficio per dire che sto male.” Questo accadeva praticamente tutti i giorni e infatti era stato appena licenziato. Corrugò nuovamente la fronte, cercando una concentrazione che gli riusciva difficile trovare. In effetti non era stato appena licenziato: era successo tre anni prima. Guardò il divano, accanto alla finestra che dava su un cortile interno. “Adesso devo dormire.”, disse. “Non potremmo vederci un’altra volta?”
La donna scosse la testa. “Non ci sarà una prossima volta, Guglielmo.”
Lui la fissò intensamente, chiedendosi il motivo di quella risposta. Era tutto così confuso! “Perché?”, le domandò, senza invitarla a sedersi.
Lei ricambiò lo sguardo, una profonda luce di tristezza negli occhi. “Mi hai telefonato quattro volte, Guglielmo, dicendomi che volevi parlarmi . Ma sono trascorsi trent’anni… sono venuta soltanto per vedere come stavi.”
“Bene.”, replicò lui in tono svagato. “Ultimamente dormo molto.” Non ricordava di averle telefonato, e non sapeva se era più irritante il fatto di averla chiamata oppure che se ne fosse scordato. Dal velo del passato, per alcuni istanti, vide una bella ragazza che scendeva una scala.
“Lui è il mio amico Guglielmo.”, disse il fratello di lei.
“Io mi chiamo Ida.”, disse la ragazza con un sorriso quasi sfrontato, che celava ironia e interesse. Si erano rivisti la sera dopo.
Poi i ricordi si persero, come spesso gli accadeva, e Gugliemo si chiese ancora una volta per quale motivo le avesse telefonato, e soprattutto la ragione per cui se n’era dimenticato. Ida si sedette sul divano. Lui nascose il coltello con un gesto furtivo che passò inosservato, perché nel frattempo la donna si stava guardando attorno. “Da quanto tempo non pulisci questa casa?”, gli chiese notando le ragnatele, le macchie di unto sul pavimento, la polvere. Guglielmo considerò la domanda, sforzandosi di trovare una risposta sensata. Il problema era che non lo sapeva. Era sul punto di dirle che gli impegni di lavoro gli sottraevano troppo tempo; poi si sovvenne di nuovo che era stato licenziato. In realtà, passava gran parte delle giornate a dormire.
“Ma come vivi, Guglielmo?” Ida sembrava preoccupata, e ciò lo stupì, dato che nessuno si era mai preoccupato per lui.
Non rispose. Si avvicinò alla finestra e guardò fuori dei vetri. Stava smettendo di piovere; forse sarebbe tornato il sole. Sarebbe andato ai giardini pubblici. Prima, però, doveva dormire. Sono stanco. Voglio sognare.
Le indicò il frigorifero. “Ho dell’aranciata.”, disse.
“No, grazie.”, rispose lei, accavallando le gambe e scrutando il suo viso con un’espressione che denotava pena, compassione, e chissà cos’altro, si domandò lui che aveva notato la portata di quello sguardo.
Ida portava la fede. Se ne accorse guardandole le mani, appoggiate sulle ginocchia. “Sei sposata?”
“Sì. E tu invece?”
Guglielmo scrollò le spalle. “Un tempo lo sono stato.”
Ci fu un lungo silenzio. Ida si alzò dal divano. “Non abbiamo molto da dirci. Mi sembri confuso…” Gli tese la mano. “Magari ti telefonerò io una volta.”
“Non rispondo al telefono.”, replicò lui accompagnandola alla porta. Si salutarono con qualche impaccio.
Quando Ida fu uscita, Gugliemo andò in bagno. Devo dormire. Voglio sognare. Prima, però…
Aprì il rubinetto, facendo scorrere l’acqua calda. Si spogliò ed entrò nella vasca.
Fu in quel momento che si affacciò alla sua mente un ricordo di tale intensità da fargli dubitare di se stesso e di come potesse averlo smarrito nei meandri del cuore. Quando era morto suo padre aveva incominciato a bere alle sette del mattino di una gelida giornata spazzata dalla tramontana. A mezzanotte, ubriaco fradicio, era riuscito in qualche modo a ritrovare la via di casa. Il funerale si svolse qualche giorno dopo. Terminata la funzione, andò da Ida. Si sentiva depresso e infelice; si svestì e si infilò sotto le lenzuola del suo letto.
“Stammi vicino.”, le disse. “Ho bisogno di calore umano.”
Lei esitò.
Forse lo riteneva sconveniente o forse presagiva quello che sarebbe successo. Alla fine, lo raggiunse nel letto. Fecero l’amore nel modo più dolce e appassionato di sempre; un atto che esulava dal sesso per diventare l’incontro di due anime innamorate, nella simbiosi più assoluta e totale. Come il vento d’estate, quando con dolcezza accarezza un fiore.
Rimasero abbracciati a lungo. Lei gli asciugò le lacrime dal viso. “Non devi vergognarti.”, gli disse, intuendo il nuovo corso che i suoi pensieri avevano preso. “E’ l’amore che trionfa sulla morte. E’ la vita che continua. Tuo padre sarà felice, ne sono certa.”
Il ricordo svanì, ma ne comparvero altri: rammentò che l’aveva lasciata per egoismo. Lei aveva dei problemi e lui non intendeva farsene carico. Ricordò sere umide di pioggia, e trionfi professionali che erano svaniti come neve al sole. La sua vita gli era sfuggita dalle mani insieme all’antica arroganza, come un pugno di sabbia. Non volle ricordare oltre.
Guardò il coltello che si era portato nella vasca.
Devo dormire. Voglio sognare. Ma questa volta voglio sognare il passato. Quel giorno di tanti, tanti anni fa.
Poi si tagliò le vene.

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IL PROCESSO 4

Il processoMalgrado i due insuccessi precedenti, Rodixidor non mutò di una virgola la sua strategia e chiamò a deporre un terzo perito. Si chiamava Mari Iram, era alta, bionda, con i lineamenti un po’ spigolosi. Lauree, dottorati, pubblicazioni di prestigio. L’avvocato si limitò all’essenziale e la conclusione della teste non si discostò da quelle degli studiosi che l’avevano preceduta, Ivano e Franz. “2693 D.C.” era stato scritto da Nadia Been.
Newwhitebear si alzò barcollando, reduce da una nottata infame; aveva cenato in un ristorante messicano, dove più che mangiare aveva bevuto. Tornato a casa, dopo aver sostituito la tequila con il bourbon, aveva iniziato a scagliare oggetti contro le pareti. In questo, il pensiero del processo non c’entrava niente, né attribuiva importanza al fatto che, secondo lui, White mentiva: non avrebbe potuto importargli di meno, esattamente come a qualsiasi altro avvocato. La sua rabbia era rivolta verso la ex consorte, non perché lo aveva abbandonato ma a causa della sua avidità. Cinque caffè gli avevano schiarito la mente, non altrettanto si poteva dire riguardo alle facoltà motorie e alla capacità di vestirsi con un minimo di decoro.
Dopo uno scambio di battute soft, tornò ai suoi cavalli di battaglia.
“Dottoressa, lei ha letto tutti i libri della mia cliente?”
Mari Iram annuì, vagamente sdegnosa.
“Mi dica: perché Monica Squire era favorevole all’intervento sovietico in Afghanistan?”
“Perché il nuovo regime voleva modernizzare il Paese, elevare la condizione femminile, aprire scuole e ospedali, osteggiato in ciò dalle forze retrogradi, appoggiate dagli Stati Uniti.”
Newwhitebear sorrise. “Certo, ma questa era una domanda già fatta, facile prepararsi su di essa.”
Rodixidor scattò in piedi. “Obiezione!”
“Accolta.” sentenziò il giudice. “La domanda l’ha posta lei, quindi è inutile e superfluo, ai fini del dibattimento, disquisire sul merito di tale domanda.” Maria Rosaria Ily si rituffò nella lettura del suo romanzetto rosa.
“D’accordo.”, concesse Newwhitebear, stringendosi nelle spalle.
“Forse è il mio esimio collega a non aver letto tutti i libri di Alexandra White.” Rodixidor colse l’occasione per una facile ironia.
Si udirono varie risate.
“Silenzio!”, abbaiò Vostro Onore, infastidita. Voleva sapere se Heidi avrebbe conquistato il cuore di John John.
“Quando Yarbes uccise Matrioska…”, riprese Newwhitebear, ma fu subito interrotto.
“Non è mai accaduto!”, affermò con sicurezza Mari Iram. “Mentre stava per sparargli fu arrestato da due agenti dello SDECE, e comunque il russo l’aveva già individuato e, se necessario, avrebbe fatto fuoco per primo.”
Andarono avanti così fino all’esaurimento di J.P. Newwhitebear: a ogni domanda riceveva una risposta perfetta. Congedò la studiosa e andò a sedersi, sognando una bella birra gelata, magari due. Perché non tre?
John John preferiva Sammy Sammy a Heidi, scoprì con disappunto il giudice, dopodiché, avvilita, aggiornò la seduta e augurò buon pranzo a tutti.
I giurati consumarono un pasto a base di polpettone nella stanza a loro riservata e, fra un boccone e l’altro, si delinearono con maggior chiarezza due schieramenti contrapposti. Sebbene Vostro Onore non avesse dato ancora il permesso di parlare del caso, Willyco introdusse l’argomento.
Samuel Univers ribadì che in base alle leggi della fisiognomica Alexandra White era l’autrice del libro, Nadia Been era solo una bugiarda (nonché una donna violenta).
Laura Desserts scosse il capo. “Avete sentito i controinterrogatori?”
“Certo!”, ribatté Univers. “Compreso quello di oggi. Un fallimento totale, mia cara amica.”
“Io voto a favore di White.”, dichiarò Isabel Tants.
“Io per Been.”, disse una bella ragazza di origine greca, Mairitombako.
“White.”, agitò una mano Paul Wolfghost.
“Been”.
Willyco mando giù l’ultimo pezzo di polpettone, pensando: così staremo qui un mese!
Finita la pausa, James Rodixidor chiamò a deporre Alexandra White.
Una strategia molto rischiosa.

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saliceFu in quei giorni che imparai a dormire in macchina.
A mezzogiorno avevo finito la benzina e non intendevo spendere altri dieci euro. Li avrei conservati per il giorno dopo, sperando in una giornata di lavoro più fortunata. Non avevo i soldi per mangiare due volte al giorno, perciò andavo a parcheggiare la macchina in un grande piazzale, circondato da una quantità di alberi dall’eleganza austera. Il piazzale confinava con un posteggio più piccolo, davanti al camposanto: lì c’era un certo viavai, ma dove stavo io, all’estremità opposta, l’unica compagnia era rappresentata da qualche raro camionista che aspettava l’orario di apertura delle ditte. I primi tempi, mi limitavo a osservare le piante, che rappresentavano una sorta di avamposto di un bosco vasto e ombroso che copriva diverse miglia in direzione ovest.
Poi imparai a dormire.
Il sedile dell’auto si adattò al mio corpo, o forse fui io ad adattarmi a esso: è incredibile come si riesca ad abituarsi a tutto; fatto sta che raggiunsi un grado di comodità molto simile a quello che potevo ottenere dal divano di casa. Osservavo la natura, davo un’occhiata ai camion, guardavo nello specchietto retrovisore, notando che le visite al camposanto incominciavano a rarefarsi, fino a cessare del tutto, almeno per le prossime due ore, e poi mi assopivo. L’abitacolo della macchina non era grande e io sono alto: ma trovai un modo per sistemarmi bene, appoggiando la testa al vetro laterale, con una mano a sorreggerla e l’altra appoggiata sul sedile. Per qualche ragione, prima di chiudere gli occhi, facevo scattare la sicura.
Quelle erano le ore più felici della mia giornata. A tratti un rumore, il suono di un clacson, una voce troppo forte e scomposta, mi destavano, ma non avevo difficoltà a riaddormentarmi subito. In genere, quel momento di estremo benessere, di sogni spesso dolci o comunque innocui, durava circa un paio d’ore, a volte un po’ meno. Quando mi svegliavo, frugavo nel portamonete per appurare se avevo un euro. Raggiungevo a piedi un bar poco distante e bevevo un caffè. Tornando al piazzale, fumavo una sigaretta che aveva un sapore delizioso. Mi piace fumare dopo aver bevuto il caffè, ma non credo di essere molto originale in questo. D’altro canto, non penso proprio che l’originalità sia particolarmente spiccata in me. Magari è un’idea sbagliata, dato che per certi versi possiedo una vena di singolare originalità, tuttavia è talmente nascosta, quasi chiusa nel solaio buio e inaccessibile dell’anima, da apparirmi praticamente irrilevante. Una volta nuovamente in macchina, consultavo l’orologio. Era come un rito: mi attendevano ancora tre ore, e allora le suddividevo in segmenti di trenta minuti l’uno. E’ un metodo efficace, perché in questo modo il tempo sembra meno lungo; e, anche se in realtà la cosa non è affatto vera, esiste pur sempre la teoria della relatività che, almeno a livello psicologico, avvalora in pieno la mia tesi.
Fumavo una sigaretta all’ora. Al di là del piacere del fumo, anche questo rituale accorciava le distanze e mi avvicinava al momento del ritorno. Il lato ironico della situazione (a saperli cogliere, esistono sempre lati ironici) stava nel fatto che non desideravo rincasare. Nello stesso modo, sapevo che il giorno dopo mi sarei ritrovato nello stesso posteggio, davanti agli stessi alberi, che ormai potevo considerare quasi amici, e vicino agli stessi camionisti, o forse erano altri; ma non mi presi mai la briga di appurarlo. Per me i camion sono tutti uguali.
Eppure mi piacciono, e quando ero bambino ne possedevo una bella collezione che mi permetteva di giocare per interi pomeriggi, mentre nel campetto vicino a casa nostra gli altri bambini davano vita a interminabili partite di calcio. Io avrei voluto giocare con loro, ma mi era concesso solo di rado, perché soffrivo d’asma. A volte mi sono chiesto se non sarebbe stata meglio una bella bronchite piuttosto di quella solitudine, che soltanto i camion alleviavano.
ll sole incominciava a tramontare, lunghe ombre coprivano man mano il piazzale; l’aria diventava più fredda, e talvolta, mio malgrado, ero costretto ad accendere il motore, almeno per qualche minuto, in modo da ottenere un po’ di calore. Si avvicinava il momento del rientro, però non guardavo troppo spesso l’orologio, dato che sono gli ultimi minuti quelli più lunghi a passare, esattamente come avviene sotto le armi. Io non ho fatto il militare, ma alcuni miei amici mi hanno raccontato che le ultime settimane, proprio quando sei a un passo dalla meta, rappresentano un’autentica agonia.
E infine giungeva l’ora. Mettevo in moto, abbandonavo con un muto arrivederci il mio piazzale, e rincasavo.
Mi attendeva una serata vuota e solitaria, e una notte percorsa da incubi.
Mi attendeva la solitudine, ed era tanto forte, tanto gelida, da farmi ripensare con nostalgia al mio piazzale. Mi consolavo sapendo che il giorno dopo sarei tornato lì. Ormai era la parte più importante della mia vita. Lo era diventata da quando mia moglie se n’era andata.
Quella sera, mentre accendevo il fornello per cuocere un piatto di pasta, mi venne in mente un’idea talmente bizzarra da farmi sorridere (un ghigno, più che un sorriso).
I miei alberi erano felici, ne ero certo. Ma… cosa pensava un salice piangente? E perché piangeva?
In ogni caso, mentre portavo gli spaghetti alla bocca, mi sentii simile a lui. Se piangeva doveva avere i suoi buoni motivi.
Io li avevo.
Fu allora che finalmente piansi.

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aqualung1Seduto su una panchina del parco osservavo delle ragazzine con cattive intenzioni.
Il campo di pallavolo era distante pochi metri, non a caso avevo scelto proprio quella panchina. Aguzzavo lo sguardo per visionare le cosce, i glutei, i polpacci. Mentalmente, stilavo delle classifiche. Le mie preferite erano due e stranamente non si assomigliavano: ciò che le accomunava, e le distingueva dalle altre, era l’indubbia avvenenza, ma per il resto erano molto dissimili. Alessia era bionda, alta, slanciata; i capelli raccolti a coda di cavallo erano il tratto che più mi affascinava, assieme agli occhi di un azzurro profondo. Laura aveva un fisico più muscoloso, i capelli neri trattenuti da una fascetta e lo sguardo di una gatta malvagia. Dopo aver riflettuto per qualche minuto, stabilii che, se avessi potuto, avrei fatto con lei le mie porcherie. Giocavano nelle squadre opposte ed erano anche le più brave; le compagne le incitavano a gran voce, e non era stato difficile memorizzare i loro nomi. La mia mano si infilò sotto il vecchio cappotto, le dita slacciarono i pantaloni.
Aqualung amico mio
Non allontanarti a disagio
Ma non ci pensavo proprio. Quelle erano solo le parole di una vecchia canzone, una delle più belle della mia vita.

FLASHBACK 1
Ricordo bene quando comprai quell’album. Ero un grande appassionato di musica rock e, nei limiti del possibile, non mi perdevo un concerto. Avevo visto i Jethro Tull al palasport di Varese, credo che fosse il 1972. Allora mi ero appena sposato con Elena, avevo trent’anni, un buon lavoro, e un intero futuro da conquistare. Ricordo che al venerdì sera uscivamo con gli amici; io ero assolutamente orgoglioso di lei, perché era bella e intelligente. Speciale. Il primo “ti amo” me lo aveva detto in riva al mare, l’estate precedente. Eravamo in spiaggia con due lattine di birra e guardavamo le stelle. “Quella è la tua!”, dissi io individuandola fra mille altre. Elena aveva sorriso. “Ora ne scegliamo una per te.” Quando la trovò, me la indicò. “Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.”
Poi la notte si rivestì d’incanto; non andammo a dormire: sarebbe stato stupido farlo. Volevamo assaporare ogni singolo momento di quella magia. Non fu sesso. Non potrei mai chiamarlo sesso. Era semplicemente il trionfo della vita, e se questa frase vi sembra banale sono fatti vostri.
Elena è morta nel 1980 per un male incurabile che degli stupidi dottori non hanno saputo diagnosticare in tempo.
La mano trovò quello che cercava. A dispetto dell’età, era duro come una roccia. Incominciai a masturbarmi, guardando le gambe di Laura. Ogni tanto osservavo anche la coda di cavallo di Alessia, ma era l’altra che mi attizzava. Gatta malvagia. Gatta randagia. Quanti ragazzi ti sei già scopata? E quanti hai fatto piangere? Ti porterei in mezzo alle siepi, piccola sgualdrinella. Sei sudata, non avverti il freddo e io invece a causa tua sto gelando. Se non fosse per te (e in parte per coda di cavallo) me ne tornerei alla vecchia baracca dove abitualmente trascorro le notti. Non c’è il riscaldamento, non c’è la luce, non c’è niente, però è comunque casa mia. E sulla branda, con quattro coperte addosso, si sta quasi bene, malgrado gli spifferi e l’acqua che scende dal tetto quando piove.
Aqualung amico mio ti ricordi ancora
Il gelo nebbioso di dicembre
Quando il ghiaccio che
Pende dalla tua barba
E’ agonia urlante?
Certo che me lo ricordo. Penso che sia proprio difficile dimenticarlo, così come tutto il resto.

FLASHBACK 2
Quando morì Elena, cessai di vivere. (Dov’era Dio quando ne avevo bisogno?) Forse fu una reazione esagerata. Forse se avessi incontrato un’altra donna in grado di capirmi, la mia vita sarebbe stata diversa. Ma le cose sono andate come dovevano andare. Ho fatto alcune scoperte, la più interessante delle quali era che preferivo passare le giornate a bere piuttosto che recarmi al lavoro. Quando mi licenziarono, non mi presi nemmeno la briga di comprare uno straccio di giornale per vedere se cercavano un buon esperto di informatica. Era meglio bere. Poi finirono i soldi. Il problema principale che mi trovai ad affrontare non fu quello di rimediare un posto dove andare a dormire, visto che mi avevano portato via la casa. In qualche modo mi arrangiavo. Per il cibo, dai frati c’era sempre una scodella di minestra calda; perciò, sotto quel profilo, tutto era a posto. Però, non avevo il denaro per comprare il bourbon. E questo era molto grave. Lo risolsi, mettendomi a mendicare. Il più delle volte, entro sera, ero riuscito a raggranellare una somma sufficiente per una bottiglia della peggior marca. Andava bene così.
Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.
E finché c’è stata lei era vero. Come tutte le coppie di questo mondo anche noi litigavamo; a volte Elena si chiudeva in bagno rifiutandosi di parlare. Ma i momenti belli sono stati così tanti che è impossibile sceglierne uno per collocarlo in uno scrigno immaginario. Al mattino ero felice per il solo fatto di vederla, di chiacchierare con lei. Alla sera era sufficiente aprire la porta del nostro appartamento. Mi bastava il suo sguardo. E quando sorrideva, quel sorriso mi riempiva l’anima. Se non avete provato queste emozioni, non potrete mai comprendere.
La schiacciata di Laura è vincente. Gridolini di giubilo. Natiche nude al vento. Ultimi colpi furiosi, e finalmente vengo nei pantaloni. Gatta malvagia. Gatta randagia. Ti porterei in qualche posto oscuro. Vorrei accarezzare quelle tue tette sode, infilarti l’uccello dentro come non lo ha mai fatto nessuno prima di me. Godresti. Riusciresti a ignorare la puzza che emano, la barba incolta, il viso quasi ripugnante. Vivresti una vera esperienza da gatta, che poi ovviamente non racconteresti certo in giro, ma dentro di te, in quella specie di valvola difettosa che è il tuo cuore, ne saresti segretamente compiaciuta.
Ve ne andate? Pazienza. Tornerete domani, e se non sarà domani, sarà domani l’altro o un altro giorno ancora.
In ogni caso, io ci sarò.
Seduto su una panchina del parco a osservare delle ragazzine con cattive intenzioni.

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IL PROCESSO 3

Il processoDopo aver consolato il dottor Frank Ivano, James Rodixidor si recò in un ristorante di lusso, dove consumò un pasto a base di pollo freddo, insalata di mais e acqua minerale Evian. Non era minimamente preoccupato, anche se aveva perso il primo round. Questo per una ragione molto semplice: al contrario di Newwhitebear, disponeva di fondi pressoché illimitati. La casa editrice di Nadia Been faceva parte di una grande holding con mille diramazioni, fra le quali una major, una potente casa di produzione cinematografica con sede a Hollywood; e da “2693 D.C.” intendevano trarre un film. L’unico problema, anzi gli unici due problemi erano rappresentati dalla scomparsa sia del file contenente il romanzo, sia della sola copia cartacea in possesso della casa editrice. Altrimenti il processo sarebbe stato una passeggiata. Comunque, James Rodixidor, come sempre, era ottimista. Avrebbe chiamato a deporre testi su testi e, sebbene Newwhitebear non fosse quell’imbecille che lui credeva, era consapevole di essere il numero uno.
In quanto al cosiddetto pestaggio, non c’era lo straccio di un testimone, e in ogni caso la denuncia non era stata accettata. Rodixidor sapeva che era vero, perché glielo aveva detto la sua cliente, definendo ciò che era accaduto “una leggera strapazzata”. Been aveva suonato il campanello, poi aveva alterato la voce spacciandosi per una postina. Una volta dentro all’appartamento… quello che era successo era stata una faccenda fra donne, che all’avvocato interessava meno di zero.
Ordinò il caffé, pagò il conto e fece ritorno al tribunale.
Il perito di quel pomeriggio si chiamava Franz e insegnava a Berkeley.
La prima domanda fu posta ad arte. “Da dove viene, professore?”
Ottenuta la risposta, Rodixidor annuì. “E’ stato molto gentile ad affrontare un viaggio così lungo.”
“Mio dovere.”, rispose compitamente lo studioso.
“Ha letto i precedenti libri delle due autrici?”
“Tutti. Dal primo all’ultimo.”
“E qual è la sua opinione in merito?”
Il professor Franz si schiarì la voce. “Concordo con il dottor Ivano. Risulta lampante che “2693 D.C.” è stato scritto dalla signora Nadia.”
Rodixidor non voleva annoiare la giuria e dopo poche altre domande concluse l’interrogatorio.
Il giudice decretò che toccava a Newwhitebear.
Il legale si alzò, si avvicinò a Franz e sventolò un libro. “Professore, mi dica: perché Monica Squire era favorevole all’intervento sovietico in Afghanistan?”
Franz restò muto.
“La prima apparizione di Yarbes – sto sempre riferendomi a “Matrioska” – che impatto potrebbe avere su un lettore? Egli si comporta in modo etico?”
“Obiezione!”, esclamò Rodixidor. “Siamo forse a scuola?”
“Mi sembrava di aver sentito che il professore ha letto TUTTI i libri della mia cliente, e questi non sono particolari secondari.”
“Respinta.”, sentenziò Maria Rosaria Ily. Si alzò un brusio, e Vostro Onore agitò il martelletto.
“Non ricordo bene.”, mormorò Franz.
“D’accordo. Negli ultimi dodici mesi, a quanti processi ha presenziato?”
Lo studioso si agitò sulla sedia. “Mah, mi sembra…”
“Quindici. E’ corretto?”, lo interruppe J.P. Newwhitebear.
“Credo di sì.”
“Capisco. Lei ha letto TUTTI i libri, insegna in un’università prestigiosa, pubblica regolarmente articoli e ha trovato il tempo per partecipare a quindici processi. Devo farle i miei complimenti! E mi dica: in quali casi si è espresso a favore dell’imputato?”
“Adesso non rammento.”, bofonchiò il professore.
“In nessun caso!”, gridò Newwhitebear.
Il giudice lo richiamò, ma lui proseguì imperturbabile.
“E’ corretto affermare che ha sempre ricevuto lauti compensi da parte dell’accusa? E’ corretto affermare che non ricorda passi sostanziosi di un libro della signora White? E’ corretto affermare che lei non ricorda perché non ha letto tale libro?”
“Obiezione!”
“La difesa ha finito.”

I giurati avevano mangiato nella spaziosa stanza a loro riservata, un pranzo non apprezzato particolarmente.
Benché il giudice avesse proibito di parlare del caso fino a nuovo ordine, Willyco si era rivolto agli altri con un preciso interrogativo: qualcuno aveva già un’idea sul dibattimento in corso?
Una donna, Isabel Tants, obiettò: “La signora Ily ci ha ammonito…”
Willyco la zittì con un cenno della mano. “Qui siamo soli.”, dichiarò. “E la texana non può udire ciò che diciamo fra noi. Voglio solamente conoscere, così in generale, gli orientamenti.”
Samuel Univers alzò la mano.
“Prego.”, disse il portavoce della giuria.
“Io mi baso sull’aspetto. Ho studiato fisiognomica.”
“Ebbene?”, lo interrogò Willyco, incuriosito.
“Ebbene la signora Been ha l’aria della furbetta. La signora White, invece, quella dell’ingenua. Due più due…” Si pulì gli occhiali con un lembo della cravatta. “Inoltre, ho sentito che è stata picchiata selvaggiamente!”
“Ora non esageriamo.”, intervenne Laura Desserts. “E poi non esistono prove.”
“E’ una furbetta!”, insisté Univers.
“Con tutto il rispetto, io non credo a queste cose.”
“E lei?”, volle sapere Paul Wolfghost, rivolgendosi a Willyco.
“Io credo nei numeri.”, fu la risposta sibillina. “Nel loro profondo significato.”
Non aggiunse altro.

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