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Archive for febbraio 2014

SINDROME DI QUOU E ALESSANDRA

MargaretAppena entrato in casa, “Maggie”, forse era un pensiero sussurrato, o forse erano le labbra che s’erano mosse. Le stanze erano in penombra, con le tende tirate a metà. Era un bella giornata di sole. Gli stivali erano sporchi di terriccio e nella destra stringeva la pianta che aveva strappato. L’avrebbe messa a dimora più tardi. Era stato fortunato, quel pomeriggio, a trovarla. Ma prima di interrarne le radici, due o tre rose, le più fresche, sarebbero andate sul camino. 
Margaret Swanson era la quinta di sette figli. A parte i capelli ramati e la tinta degli occhi, non aveva granché in comune con gli altri fratelli. Era nata nel Cheshire e si era trasferita lì, col resto della famiglia, quando aveva dodici anni. Era diventata amica di Anne, con cui condivideva aspettative irrequiete e lo stesso modo di guardare le cose. Anne era la cugina di George e così si erano conosciuti. Era come un serpente, ciò che li aveva uniti. Una stretta difficile da districare, specie quando la loro carne era diventata quell’abbraccio.
Si sedette a guardare le rose. Le osservava inebetito, come fossero qualcosa di più che un’erba. Maggie non c’era nella sala. No, non c’era. Dov’era? Forse stava facendo la toeletta, di sopra. O magari era fuori. Qualcosa di triste s’era infilato sotto la sua pelle, dalle mani fino alla testa e lì era diventata una piena. Non poteva reggerla. Si alzò, cominciò a girare nelle stanze a piano terra, mentre i suoi pensieri giravano ancor di più e infine uscì, sconfitto. Il sole era calato, l’aria era buia e fredda e sperava che gli facesse male.
Maggie aveva uno strano modo di sedere. Teneva le gambe aperte, la schiena puntata in avanti e le braccia, poggiate sulle ginocchia, che si riunivano ai polsi. Poi si ciondolava e guardava il mondo dall’alto in basso. E quegli occhi sembravano così lontani, così lontani che la gente forse non pensava nemmeno di esserci, dove guardava lei. Lui invece sì. Maggie aveva fili di rame, gli stessi dei capelli, che s’affacciavano sottili nel grigio dell’iride, come se fossero stati acconciati proprio per quello. Si spegnevano solo quando aveva goduto. George era pazzo di lei.
Rientrò in casa che per le vie non girava più nessuno. Potevano essere le tre. S’avanzò nel pallore che permetteva la luna, riuscì a distinguere le tre rose bianche sul cornicione di legno. No, non era successo in questa stanza. “Maggie.” Ebbe l’impressione che lei gli fosse dietro, eccola. La gonna verde scuro, le pieghe che fasciavano le gambe, il petto che premeva sulle falde grigie della camicia. Le avrebbe stretto la vita. Sentiva il profumo del fiato di lei formarsi appena sopra le sue labbra.
Margaret non aveva chiesto nulla. Aveva preso come si prende una cosa che ci appartiene, senza riserve, senza particolari preoccupazioni. Sapeva, Maggie, sapeva tutto di lui. Sapeva dove abitavano i suoi sogni, ad esempio. Dove cercare i segreti, sapeva, e conosceva gli angoli dei cassetti  e le pietre del giardino da rivoltare. E quando arrivava in fondo a quella strada che ancora non avevano percorso, George scopriva stupito quanto avesse desiderato essere proprio lì. Sapeva quasi tutto, maledizione.
Fece le scale. Perché non c’era, Maggie? Il profumo era un’illusione, come le pieghe della gonna. Una tremenda illusione, come quella dell’amputato che crede di avere ancora l’arto. Il resto del corpo proteso a disegnare armonie oramai impossibili, la mano fantasma a danzare nell’aria. Un taglio che non ha tagliato, ecco cos’era. La mano era rimasta, ecco cos’era, sinistra, intoccabile, vuota, eppure ancora piena. Sì, era stato proprio qui. Qui l’aveva uccisa.
Maggie aveva uno strano modo di sedere. In verità, erano due. Il primo con le gambe aperte. Il secondo la vedeva con un piede sulla sedia e l’altro che dondolava. Calze bianche e stringhe slacciate, le belle gambe nude in evidenza. E talvolta lo scrutava. Margaret capiva tutto. Penetrava nei suoi pensieri più reconditi, udiva le voci oscure che gli appartenevano e quelle che parlavano di sesso. Fiori, piante recise, l’orizzonte lontano che si tingeva di rosa, mentre soffiava il vento di ponente e il sole si inabissava dietro alle montagne. C’era un senso in tutto questo. Esistevano abitudini, ad entrambi note, e soffi di vita che li accomunavano o li allontavano, a seconda dei casi, del momento, del giorno.
Maggie era speciale. Lui infine aveva sospettato che fosse andata a letto con Anne, ma questo se mai lo eccitava. Strani voli della fantasia.
E adesso come un rimpianto. Forse non un rimpianto vero – e nemmeno un rimorso -, piuttosto una sensazione di stupore. Aveva trovato il coraggio, e aveva fatto ciò che andava fatto. Altrimenti, Margaret avrebbe posseduto il suo corpo, il suo cuore, la sua anima. Altrimenti Margaret si sarebbe presa tutto, magari guardando lontano, come indifferente. Era la sua natura.
Poi lui sedette. Invano, cercò ancora il suo profumo. Si guardò attorno, smarrito. George era pazzo di lei. La desiderava: voleva fare l’amore, assaporare baci, carezze, orgasmi infiniti, vasti quanto la notte può esserlo. Dio del cielo, dov’è andata Maggie?
Si alzò e uscì in giardino. Rammentò all’improvviso la forte stretta delle sue mani. Lei si era dibattuta, aveva lottato selvaggiamente, con la furia di chi anela alla vita. Ma lui era più forte. E aveva un sasso nella sinistra.
Tornò in casa, vagando attraverso le stanze in cerca di una risposta. Però, non esisteva. Esistevano indecifrabili zone d’ombra, ricordi e vaghi pensieri. Trattenne il respiro, mentre si poneva domande, mentre riviveva quel lungo momento, lungo come un fiume, lungo quanto un’intera esistenza. Che lui aveva reciso, come un fiore.
Da bambino, amava le mentine; in seguito, aveva amato altre cose, che ora gli sfuggivano. Quello di cui era proprio sicuro era che aveva amato Margaret. Immensamente.
Sapeva dove andare, sapeva cosa fare.
Ed era certo che fosse giusto.
Avrebbe ritrovato Maggie. Insieme, avrebbero esplorato boschi e giardini, si sarebbero sdraiati sulla sabbia, in attesa del mare.
Aveva l’impressione che lei gli fosse dietro.
“Cercami, Maggie! Trovami, Maggie!”
Poi aprì un cassetto e puntò la pistola alla tempia.

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PomarevChi fosse interessato a ricevere il libro completo, in versione cartacea, può contattarmi tramite e-mail: sandraoale@gmail.com

Vedere in azione gli uomini del Gruppo Alpha può spaventare. Non hanno nulla da invidiare alle squadre speciali del SAS britannico, alle unità del Mossad israeliano o al servizio d’azione dello SDECE francese. Per far parte di tale gruppo è necessario un addestramento durissimo, che soltanto in pochi riescono a sopportare e in pochissimi a portare a termine con successo. Naturalmente, l’identica cosa vale anche per le analoghe organizzazioni del Regno Unito, d’Israele e di Francia. Ma con una differenza: l’alone di mito che in Russia avvolge il Gruppo Alpha. Questo non ha riscontro con gli altri Paesi.
I sei agenti salirono le scale di corsa, abbatterono senza problemi la porta dell’appartamento ed entrarono con le armi spianate. Erano tutti muniti di giubbotto antiproiettile.
C’era un corridoio, su cui si affacciavano cinque porte. Il corridoio non rappresentava problemi, in quanto era diritto e terminava contro un muro. Inoltre era illuminato. Sebbene non fosse particolarmente largo, permetteva il passaggio contemporaneo di due persone.
I primi due si introdussero nel locale più vicino. Era il soggiorno ed era vuoto. “Nessuno!”, urlò uno dei due. Nel frattempo, il terzo e il quarto erano già nella camera da letto adiacente, anch’essa deserta; e il quinto e il sesto in un’altra stanza. Anche qui non videro anima viva. Con sincronia perfetta, la prima coppia entrò nella cucina. Erano operazioni che avevano studiato e ristudiato, provandole infinite volte in circostanze sempre diverse. Una casa in campagna, un appartamento in città, un garage situato in periferia. Gli ambienti venivano riprodotti con qualche piccola modifica, affinché non fossero tutti uguali. Ciò che comunque contava era la rapidità di esecuzione e la prontezza nel rispondere all’eventuale fuoco nemico. Quando giunsero nell’ultimo locale, il più piccolo, trovarono una vecchia che dormiva su una sudicia branda. La svegliarono bruscamente per interrogarla.
Ma l’anziana donna era palesemente una ritardata mentale.
Due minuti più tardi fecero rapporto a Pomarev. “L’appartamento è vuoto, all’infuori di una vecchia rimbambita.”
Il maggiore era furibondo, ma possedeva un grande autocontrollo. “Perquisitelo.”, ordinò con calma. Cassetti, armadi. Guardate ovunque: sotto ai tavoli, ai letti, alle sedie.”
La perquisizione fu effettuata con estremo scrupolo. Non diede alcun risultato.
“Perché la luce del corridoio era accesa?”, domandò a se stesso Pomarev, parlando a voce alta.
“La vecchia si era dimenticata di spegnerla o forse ha paura del buio.”, gli rispose il comandante della squadra.
“No.”, ribatté Pomarev. “Il motivo è un altro. Avevano fretta di scappare. Qualcuno li ha informati.”
Rifletté per qualche istante, poi in tono pacato disse: “La vecchia è rimbambita? Ma davvero? Spaccatele le gambe.”
Gli uomini esitarono. Era solo una povera vecchia.
Pomarev gli rivolse uno sguardo gelido. “Disobbedire a un ordine è un caso di grave negligenza. Può portare alla corte marziale.”
In quel momento non poteva saperlo, ma gli sarebbe successo di ripetere esattamente le stesse parole.
Dopo un attimo, gli obbedirono, anche se con scarso entusiasmo.

Quella mattina, il Bastardo si era svegliato abbastanza presto, aveva fatto la doccia e aveva consumato una prima colazione a base di caffè e spremuta d’arancia. Poi aveva chiesto al portiere di passargli la camera della signorina Kelly Wright; ma era già uscita.
John Wyman sostò per un po’ nell’atrio, rileggendo gli appunti che aveva preso durante la conversazione con Boris Eltsin: un uomo interessante che gli aveva fornito diversi spunti degni di nota. Quindi decise di fare una passeggiata. Passò davanti ai due agenti della seconda direzione centrale e rivolse loro un sorriso smagliante. I due distolsero lo sguardo. Uno studiò con interesse il soffitto, l’altro si guardò le unghie. Susan era sorvegliata da due coppie che si alternavano: giorni pari e giorni dispari. Non era un comportamento molto astuto, si disse il Bastardo. D’altro canto, da sempre erano abituati a spadroneggiare, perciò non si preoccupavano minimamente di passare inosservati, come invece avrebbero fatto gli inglesi.
Wyman varcò l’ingresso dell’albergo e attraversò la strada. Vide una giovane bionda vestita piuttosto bene per gli standard sovietici. Mentre si incrociavano, le scivolò la borsetta per terra. Il Bastardo si chinò per raccoglierla e gliela restituì con garbo. Lei sorrise e gli tese la mano. Quando si allontanò, Wyman scrutò pensoso il piccolo foglio di carta. Una calligrafia frettolosa aveva indicato un’ora e l’indirizzo di una chiesa ortodossa. Il biglietto era firmato “S”.
Quando si incontrarono, Susan disse che voleva essere invitata fuori a cena; era stanca della cucina dell’hotel. Il Bastardo acconsentì di buon grado e non le domandò come avesse trascorso la giornata, né perché avesse scelto un modo così strano per fissare un appuntamento. Lui aveva scritto e il suo articolo era quasi finito. Dal canto suo, Susan gli fu grata per la riservatezza tipicamente britannica.
Wyman la condusse da Yar, uno dei migliori ristoranti di Mosca, dove Susan mangiò con entusiasmo i finferli in coccio con patate novelle e sfogliatine tiepide con porcini e il fagiano ripieno di mirtilli.
Tuttavia, mentre il Bastardo sorseggiava una vodka, perse d’un tratto il buon umore. “Sono stanca di essere pedinata! E ho un presentimento, John. Questa notte non voglio tornare in albergo. E’ la ragione per cui ti ho inviato quel messaggio.”
Wyman sollevò un sopracciglio. “Un’intrepida agente della CIA che crede ai presentimenti? Che idea! Sono tutte sciocchezze, Susan. E poi ci sarò io a proteggerti.”
L’americana annuì, poco convinta.

Agniya sapeva che stava per morire, ma sapeva anche un’altra cosa: che non avrebbe mai tradito Sasha.
Agniya era nata a Stalingrado. I suoi genitori morirono fra le macerie della città, quando lei era ancora una ragazza. Agniya si salvò per miracolo. Vagò senza una meta, ascoltando in preda al panico il rombo dei cannoni e scorgendo, in lontananza, i mostruosi carri armati dei tedeschi. Poi incontrò Ivan, un giovane che all’incirca aveva due o tre anni più di lei. Fu lui a prendersi cura di lei, a procurare il cibo per entrambi, a consolarla e a infonderle fiducia. Fecero l’amore, mentre infuriava la guerra, nascosti in un bosco, e se nel loro atto esisteva un profondo significato, superiore alla malvagità degli uomini, alla sofferenza e alla paura, forse soltanto gli angeli avrebbero saputo coglierlo e, per una volta, si sarebbero rallegrati.
Agniya concepì una figlia due anni dopo, quando finalmente i panzer erano stati scacciati e l’Unione Sovietica si avviava alla vittoria. Ivan era stato reclutato sei mesi prima e ora stava combattendo con valore in un reparto di carristi. Alla fine della guerra, entrò a far parte del KGB. Era un uomo che credeva nei principi del comunismo, amava la sua patria ed era fiero di essere russo. Un uomo meraviglioso. Fu ucciso per ordine di Stalin, a causa di accuse totalmente infondate. Da quel giorno, una donna un tempo graziosa e piena di entusiasmo nei confronti della vita si trasformò in una maschera cupa e impassibile. Detestava il regime, e non faceva distinzioni fra Gorbaciov, Eltsin o chi si opponeva alle riforme. Nel suo animo semplice, erano tutti uguali. Tutti spregevoli. E ora ne aveva la conferma.
Sarebbe morta, però non avrebbe mai tradito suo nipote.
Un fiotto di sangue le uscì dalla bocca. Due uomini la tenevano in piedi, un terzo le sferrava violenti pugni allo stomaco. Pomarev la fissava.
Agniya gli sputò in faccia.
Pomarev rimase impassibile. Estrasse un fazzoletto da una tasca e si asciugò il viso. Ripeté la medesima domanda per l’ennesima volta.
Ormai Agniya non poteva più rispondergli.

La seconda unità del Gruppo Alpha entrò nel Radisson Slavyanskaya Hotel. L’uomo che li guidava si diresse verso il portiere. Cingeva una Makarov da 9 millimetri. “Kelly Wright”, chiese a voce alta. Il dipendente dell’albergo, terrorizzato, gli indicò il bar. “E’ lì con un signore inglese.”, rispose.
I quattro attraversarono a grandi passi la hall.
Davanti alla porta del bar, furono fermati da un individuo di media statura, ma con le spalle molto larghe. Esibì il suo tesserino. “Cosa credete di fare?”, domandò in tono freddo.
“Obbediamo agli ordini!”
“Gli ordini di chi?”, chiese l’agente del KGB. Nel frattempo, il suo collega lo aveva raggiunto.
“Del maggiore Pomarev.”, dichiarò il capo della spedizione.
“Interessante. Io, invece, obbedisco agli ordini del compagno presidente Kryuchkov. Mi sembra che stia più in alto.”, replicò l’uomo della seconda direzione centrale con una nota beffarda nella voce. Era ancora risentito per la sgradevole telefonata che aveva ricevuto da Pomarev. “E tali ordini sono chiari: non va toccata, in nessun modo e per nessuna ragione.”
I quattro del Gruppo Alpha si guardarono, indecisi.
“Buona notte!”, disse seccamente l’agente del KGB. E mostrò loro la porta dalla quale erano entrati.
Sebbene fosse concentrato sul compito di sedurre Susan, e avesse deciso di portarsela a letto quella notte stessa, il Bastardo non aveva perso nulla di ciò che era accaduto a pochi metri da lui.
Sogghignò. “Paradossale!”, pensò fra sé.
Poi si rivolse all’americana. “Hai due angeli custodi che ti proteggono, tesoro.”
“Tesoro?”
Qualche ora più tardi, Susan Cooper scoprì con grande soddisfazione che gli inglesi, o almeno quell’inglese, possedevano doti sorprendenti e una fantasia sconosciuta agli americani.
Erano le due di notte e mancavano quindici giorni al golpe.

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Il lato oscuro CatherineIl padre di Catherine era un poliziotto e lei avrebbe voluto seguirne le orme.
Se non era accaduto era stato a causa del suo carattere: non riusciva ad accettare i soprusi e aveva litigato violentemente con un istruttore che si divertiva a umiliare una ragazza in effetti non molto dotata ma che si impegnava al massimo delle sue possibilità.
Carriera finita prima di incominciare.
Questo non le aveva tolto il desiderio di perseguire i delinquenti e di lottare per il bene. Ed esistevano altri modi per farlo.
Adesso era soddisfatta. Riteneva che la sua “squadra” fosse formidabile. Meg la dura, Heather la sfrontata, Patricia la perspicace. Quando arrivava un cliente, a seconda dei casi, affidava all’una o all’altra l’incarico. Era dotata di un notevole intuito e difficilmente sbagliava scelta. Suo padre era orgoglioso di lei… lo sarebbe stato un po’ meno se avesse saputo che aveva evirato un uomo. Anche se si trattava di una viscida carogna, non l’avrebbe mai perdonata. Ma, grazie al cielo, non lo avrebbe mai scoperto.
Un pomeriggio di sole e di vento si presentò da lei un anziano signore dall’aspetto garbato. Indossava indumenti modesti, ma puliti e stirati con cura; le scarpe ormai logore erano tuttavia perfettamente lustre.
Si chiamava Wilson Moore e dichiarò subito che odiava gli sbirri. Li conosceva bene. Oh, se li conosceva! Erano tutti avidi di denaro, pigri e corrotti. Non riponeva alcuna fiducia nei giudici, che considerava arroganti e superficiali. In quanto agli avvocati, non c’era razza peggiore. Benché irritata per quelle parole piene di pregiudizi, che oltretutto offendevano una persona integerrima come suo padre, Catherine lo ascoltò con attenzione.
Moore aveva assistito a una scena disgustosa. Due teppisti avevano preso a calci e pugni un uomo che in seguito alle lesioni era morto. Naturalmente, lo avevano derubato, poi erano scappati. Però, erano stati presi, incriminati e ora sarebbero stati processati. Moore scosse la testa. Li avrebbero condannati a vent’anni di carcere, e sarebbero usciti di prigione dopo appena dieci anni. “Inaudito!”, esclamò. “Lei sa chi era quel poveretto? Un mio amico con cui dovevo incontrarmi al parco per scambiare quattro chiacchiere. Un reduce. Vietnam. Un eroe di guerra.”
Catherine lo fissò, pensosa. “Perché dice che la pena sarà così mite?”
“Perché ho assistito all’udienza preliminare. Il diavolo ci ha messo la coda. L’avvocato d’ufficio che li difende è maledettamente in gamba. Farà carriera. La sua strategia è solida: le prove sono indiziarie, nessuno ha assistito al fatto; ci si basa sulle impronte digitali rinvenute sul portafoglio della vittima e sul passato di violenza che i due bastardi hanno alle spalle. Loro naturalmente negano, sostenendo che hanno trovato il portafoglio sul marciapiede, accanto a un uomo svenuto. Inoltre, il perito ha asserito che la causa del decesso è dovuta all’impatto della testa con il selciato della strada, e non alle percosse subite. E il giudice ha annuito. Ma la realtà è chiara: sono due assassini! E meriterebbero la morte.”
“Mi scusi, ma lei non ha testimoniato?”
“No. Non credo ai tribunali.”
Moore cominciò a tossire. Catherine si alzò, fece il giro della scrivania e gli versò un bicchiere d’acqua.
Tornò a sedersi e lo osservò, perplessa. “Signor Moore, cosa vuole da me, esattamente?”
“Giustizia!” Moore tossì di nuovo, le mani gli tremavano. Aveva le lacrime agli occhi. Quando riuscì a calmarsi, ripeté: “Giustizia.”
Cinque minuti più tardi, Catherine considerò la situazione. Moore era uscito zoppicando dall’ufficio. Sapeva che aveva ragione. Il verdetto della giuria non sarebbe stato equo. Heather? Patricia? Meg? No. Non si sarebbero certamente tirate indietro, ma non poteva chiederle un simile sacrificio.
Un bourbon? Sì, ci voleva un bourbon.
All’ultimo giorno del processo, Catherine si presentò in aula come testimone a favore. Il giudice minacciò l’avvocato. Rischiava la radiazione dall’albo. Ma Catherine sostenne di aver appreso la notizia con grande ritardo: si sentiva colpevole per questo, però era una cittadina onesta e ligia alle leggi. Era un suo preciso dovere intervenire in nome della verità. Vestita in maniera sobria, si esprimeva con un tono di voce pacato, senza mai abbassare gli occhi, né mostrare imbarazzo o vergogna. Conquistò la fiducia generale.
L’avvocato accennò ad alcuni precedenti e alla fine il giudice consentì a Catherine di testimoniare.
La donna declinò i suoi dati, giurò di dire tutta la verità, e affermò che, quando il signor Tom Harrison era stato ferocemente aggredito, lei si trovava a letto con i due indiziati. I teppisti la guardarono, sbalorditi. Il sostituto procuratore chinò il capo.
Dieci minuti dopo, la giuria emise il proprio verdetto. Innocenti.
Trascorsero tre giorni, poi, in una notte di luna piena, la polizia rinvenne due cadaveri. Qualcuno gli aveva sparato alla testa.

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Kris HoweIl caldo è torrido. Non spira un filo d’aria. I campi riarsi anelano invano a un po’ di pioggia.
Klaus Altmann, Hauptsturmführer della Gestapo, che a quell’epoca si chiamava ancora Klaus Barbie, passeggiava annoiato e infastidito da quella micidiale calura. Le strade erano pressoché deserte. A un tratto scorse un anziano venditore ambulante che procedeva arrancando. I due uomini si incrociarono e l’ambulante salutò con un misto di deferenza e di paura l’ufficiale della Gestapo.
A Barbie quel saluto non piacque. Non gli sembrò sufficientemente rispettoso.
Non è consentito sapere se fu spinto dalla noia o dall’irritazione: ciò che sappiamo è che tirò fuori la pistola d’ordinanza e sparò a bruciapelo, spappolando la testa del povero vecchio.
Quella sera deflorò e seviziò una ragazzina ebrea, poi andò a dormire tranquillamente.
Barbie era temuto e detestato anche da alcuni ufficiali delle SS, non propriamente angeli, dunque. Questo non gli aveva impedito di eliminare, spesso personalmente, più di mille persone, fra luridi ebrei e mocciosi scalzi.
Respirò l’aria fresca della notte, concedendosi un sorriso soddisfatto al ricordo di tanta grandezza.
Poi, L’Uomo di Ghiaccio estrasse dal baule dell’auto il cartello che aveva rubato a Milano. Lo sistemò in prossimità di un tratto in forte pendenza. Prese due robusti tronchi d’albero che aveva regolarmente acquistato in una rivendita di legnami, in prossimità di viale Zara, alla periferia del capoluogo lombardo, e senza sforzo li pose subito dietro il cartello. Risalì in macchina e imboccò un sentiero sulla destra della strada principale che conduceva a un bosco. Quando fu certo che non fosse visibile dalla provinciale, spense il motore, fece scattare la sicura e tornò al luogo dell’agguato.
La sera precedente aveva compiuto un sopralluogo, constatando che dopo le ventidue di lì non passava proprio nessuno. Un barista aveva confermato malinconicamente la sua impressione: era stagione morta, i turisti erano rari e Bellagio aspettava in un pigro letargo che tornassero il sole, le belle giornate e la valuta dei tedeschi e degli inglesi. Ma, nel caso che un automobilista fosse transitato da quelle parti, non avrebbe avuto il tempo per pentirsene.
Si sedette su una sporgenza del terreno, controllò la Wilson calibro 45 e si predispose all’attesa.

A seconda delle rispettive sfere di influenza, del gioco delle alleanze e del controllo politico di un dato territorio, esistono diversi livelli di potere.
Se Aleksandr Stavrogin era entrato in Italia, con gli attrezzi del mestiere abilmente nascosti dentro e sotto la Bmw; e se Altmann aveva ucciso un armaiolo per procurarsi un’arma; la CIA poteva utilizzare altri mezzi.
Fu sufficiente una telefonata da Langley e, quando Kris Howe scese dall’aereo che l’aveva condotta da Heathrow a Linate, con il primo volo del mattino, nessuno si sognò di fermarla e di chiederle di mostrare il contenuto della sua borsa da viaggio. Sarebbe stato superfluo, poiché, mentre lei passava attraverso il metal detector, un funzionario bloccò per i pochi secondi necessari il congegno che avrebbe fatto scattare l’allarme, segnalando la presenza di una pistola. Le istruzioni erano arrivate da Roma. E da molto in alto.
La giovane, atletica e attraente, che indossava jeans firmati e un elegante giubbotto, uscì dall’aeroporto, si guardò attorno e con un sorriso rivolto al conducente prese posto su un taxi libero. Il suo pensiero correva alle praterie del West, dove suo nonno era stato sceriffo. Lui perseguiva la giustizia e non perdonava i delinquenti. Amava mangiare la torta di mele, preparata dalla moglie, assieme alla nipotina e a chiunque passasse a trovarlo, all’ombra del portico, sotto il cielo di un blu intenso. Dopo il dolce scorreva qualche birra, e risate in allegria. Era un uomo molto ospitale e contava su parecchi amici. Questo non lo rendeva meno inflessibile. “Vedi, cara”, le aveva detto un giorno, “i malvagi restano e resteranno sempre dei malvagi. Non è giusto che i loro atti rimangano impuniti. Pensa a chi ha sofferto a causa loro, e a quanti altri potrebero soffrirne?”
Per Kris, nonno rappresentava un esempio.
Di quelli che non si scordano.
In Gran Bretagna, e soprattutto a Londra, il fine settimana è sacro. Sul tardo pomeriggio di quel venerdì, John Baker del MI5 e Martin Forbes del SIS avevano lasciato la capitale per raggiungere le loro graziose villette in campagna. Lunedì avrebbero saputo tutto.
Alla CIA si ragionava in modo diverso. Volevano un “controllore” sul campo. Esigevano informazioni tempestive, in tempo reale. E, mentre Monica Squire, si dedicava a un moderato shopping, Kris era stata inviata in Italia.
Ciò che a Langley ignoravano era che la donna aveva certe idee per la testa. Il “soggetto” eliminato? Bene! Se, però, nello scontro fosse morto anche Altmann?
E se fosse stata lei a premere il grilletto, premurandosi di non lasciare impronte e sparando, in seguito, con l’arma del russo?
Dubitava fortemente che la polizia italiana sarebbe riuscita a risalire a lei.
In quanto ai suoi capi, avrebbero creduto a un rapporto stilato con ogni cura.
Meritava, forse, miglior sorte l’ex Hauptsturmführer della Gestapo?

Quello che, tuttavia, non sapevano o trascuravano di considerare, sia in Inghilterra, sia negli Stati Uniti, era un fatto che, per Matrioska, rivestiva invece un’importanza enorme.
Klavdij era stato ucciso per volere di Altmann.
Il suo migliore amico. No: il suo unico amico.
E Matrioska aveva ricevuto un addestramento Spetsnaz.
Non ve ne sono di eguali al mondo.

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Il lato oscuro PatriciaLe due donne erano molto diverse fra loro. Una più alta, dai lineamenti vagamente inglesi, la pelle chiara e i capelli biondo ramati, l’altra bruna e con la carnagione scura. Quello che le acccomunava, pensò Catherine studiandole, era l’intelligenza. Anziché accapigliarsi, come avrebbero fatto altre, avevano deciso di stringere una, sia pur temporanea, alleanza.
Il problema si chiamava Mick Bradley. Era sposato con Virginia, la bionda ramata, ma la tradiva con Susan, la mora. C’era poi un ulteriore problema. Grazie al suo fascino, alla personalità in apparenza aperta e solare e alla sua capacità persuasiva, aveva convinto entrambe a concedergli la firma sui rispettivi conti bancari, ambedue cospicui. Erano ricche di famiglia. E i soldi erano spariti. Non vi era nulla di illegale in questo, dato che era stato autorizzato a emettere assegni e a prelevare tutto il liquido contante che voleva, senza bisogno dell’avallo di Virginia e di Susan.
Catherine corresse il suo giudizio iniziale: erano sì intelligenti, ma anche un po’ sprovvedute. Forse, molto sprovvedute.
Mick era disposto a concedere il divorzio a Virginia e a lasciare Susan, come da loro esplicita richiesta. Però, non aveva alcuna intenzione di restituire il denaro. “Più avanti.”, aveva dichiarato. “Ora ho una grossa operazione in ballo. Poi riavrete il doppio del vostro investimento. Dovreste ringraziarmi! Ma, come tutte le donne, siete delle ingrate.”
Nessuna delle due gli aveva creduto, anche perché ormai la faccenda si trascinava da mesi.
Catherine chiamò Patricia. Se Meg era bella e forte e Heather intraprendente, sfrontata e seduttiva, Patricia possedeva qualità diverse. Era molto colta, assai profonda e disponeva di un intuito notevole. Poiché era single, trascorreva la maggior parte delle giornate davanti al computer oppure leggendo avidamente i libri di Sherlock Holmes, che per lei era il Maestro.
“E’ stato un po’ più preciso, riguardo all’investimento?”, domandò a Virginia.
La donna scosse la testa. “No. Sostiene che tanto non capirei, visto che non ho mai lavorato in vita mia. Ma continua a giurare e a spergiurare che raddoppierò il mio capitale.”
“E con lei?”, chiese a Susan.
Identica risposta.
“A quanto ammontano le cifre?”
La risposta la lasciò senza fiato.
“Ha un ufficio, il signor Bradley?”
“Sì.”, disse Virginia. “Un bugigattolo in periferia. Niente segretaria, nessun impiegato. Sulla porta c’è scritto “Import-Export”. Se ne sta lì rintanato tutto il giorno, trafficando con il suo pc. A quanto mi risulta, non lavora affatto e sperpera i nostri soldi oppure combina strani traffici.”
“Beh, prima di dilapidare quelle somme, passerranno certamente dei mesi.”, cercò di consolarla Catherine.
Virginia si strinse nelle spalle. “Me lo auguro.”
“Io non ne sarei così sicura.”, interloquì Susan con fare aggressivo.
“Bene.”, disse Catherine, rivolta a Patricia. “Il caso è tuo.”

Quella notte, fu però Meg a forzare la serratura dell’ufficio di Bradley. Era situato in una stradina secondaria e buia, al piano terreno di una casa dall’apetto alquanto dimesso. Tre gradini conducevano alla porta.
Non accesero le luci. Patricia si servì di una torcia elettrica per individuare la scrivania e accendere il computer. Nella stanza c’era poco altro. Degli scatoloni addossati a un muro, un armadio e un paio di schedari. Incongruamente, l’uomo aveva appeso una foto sulla parete di fronte, un collage che lo ritraeva assieme a Virginia e a Susan.
“Un tipo notevole.”, osservò Meg utilizzando a sua volta una torcia elettrica.
“Narcisista e truffatore. Te lo regalo!”, ribatté Patricia sorridendo.
Poi si mise al lavoro.
Meg uscì per controllare che non arrivasse nessuno.
Il pc si accese e reclamò la password.
Naturale, pensò Patricia.
Narcisista, si disse, e digitò Mick Bradley.
Accesso negato.
Mick… identico risultato.
Bradley.
Accesso negato.
Con scarsa convinzione, provò prima con Virginia, quindi con Susan.
Accesso negato.
Calma, si disse. Ispezionò con maggior cura l’ufficio, puntando il fascio luminoso su ogni punto che prima poteva aver trascurato. Niente di nuovo… ma a un tratto scorse una piccola foto, posta dietro alla scrivania, a fianco della finestra che dava sulla strada. Un’immagine che la commosse.
Dopo un istante, tornò a sedersi.
“Children.”
Tombola!
Si considerava una hacker, non una cracker: comunque fosse, in pochi minuti risalì alle ultime transazioni finanziarie di Bradley e scovò il nome di una banca, e i relativi movimenti.
Restò di sasso.
Sconcertata, fissò a lungo il monitor.
Rimase ferma, immobile, mentre nella sua mente si accavallavano mille pensieri.
Poi si riscosse e frugò nei cassetti della scrivania.
Nell’ultimo, partendo dall’alto, c’era una lettera scritta a mano.
Patricia lesse.

Due anni fa, in circostanze assolutamente casuali, conobbi un uomo – chiamiamolo Joe. Io non guadagnavo molto, come adesso, del resto. Ma gli suggerii due nomi. Nomi di donne ricchissime: mia moglie, che mi tradiva da tempo, e Susan, che avevo cominciato a frequentare, soltanto dopo aver appreso che Virginia aveva un amante.
Per un senso di riservatezza, lo pregai di non presentarsi a mio nome.
Joe si recò fiducioso da loro.
Fu trattato freddamente e respinto.
Lo scorso anno mi è stato diagnosticato un male incurabile, cancro. Morirò a breve, questione di giorni.
Non mi pento di ciò che ho fatto: se le ho ingannate, incantandole come il pifferaio di Hamelin, era perché se lo meritavano. Malgrado la mia malattia, e nonostante il fatto che Virginia non mi ami più da molto, so rendermi ancora affascinante… e convincente. Susan, Virginia, sono persone avide e superficiali. Non meritano rispetto.
Una parte dei soldi verrà loro restituita. La banca ha ricevuto mie precise disposizioni in merito. Il resto… il settanta per cento è stato devoluto a favore della lotta contro la distrofia infantile.
Quella che per Joe è una missione, la sua ragione di vita.
Credo di aver agito per il meglio.
In fede, Mick Bradley.

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calanqueLOREDANA:
Non voglio stare qua
i miei occhi volgono lo sguardo nel vasto panorama che offre il mio terrazzo, liberando la mente nell’opaca luce invernale, la nebbia avvolge la collina nascondendo le molteplici costruzioni che crescono sul suo pendio.
Non voglio stare qua
La mia mente e’ pronta suo malgrado ad accogliere orde di pensieri che spintonando e scavalcandosi vogliono entrare per occupare un posto in prima fila come spettatori famelici…
Non voglio stare qua
La mia mente e il mio corpo ormai piu’ non sopportano le intrusioni dei pensieri, non li voglio, non li ho invitati, sono inquilini abusivi.
Non voglio stare qua
Vorrei vedere ripide calanques dove altissime onde si infrangono pericolosamente sulle rocce rosso scuro, tornano indietro lasciando attimi di attesa, e la spuma mi avvolge come argentate stelle filanti.
Mi piace stare qui.
Mi piacciono le onde che danzano frenetiche e ammaliatrici per entrare nel mio cuore e nella mia mente.
Alle mie spalle campi sterminati e il nulla…nulla da costruire, nulla da demolire…mi hanno gia’ rasa al suolo.
E mentre le argentate stelle filanti mi avvolgono capisco che voglio stare qua.
Dove il nulla e’ tutto.

ALESSANDRA:
Quindi, ti piace stare qui, nonostante i fantasmi che albergano nella tua mente. Il presente ti rattrista, ma il futuro che hai immaginato è una chimera inesistente. Quelle onde, quel mare, non arriveranno – se non in sogno – e il risveglio porterà con sé soltanto un senso di amarezza. Una nuova giornata comincia, simile ad altre, successione di atti sempre uguali; il traguardo è una serata vuota, in attesa del sonno che tarda a venire. Poi, forse, giungeranno i sogni. Ti ritroverai avvolta dalla spuma. Nuoterai fino alla riva. Parlerai con un pescatore.
– Conosci il francese? –
Rivedrai una ragazza che incontrasti anni fa, quando la vita ti appariva bella, ricca di sensazioni, emozioni, aneliti dell’anima. Con lei ridevi. Con lei giocavi. L’orizzonte un prodigio di azzurro. Era l’estate.
– Conosci la vita? –
Ti specchi e scruti il tuo viso, cercando con gli occhi della memoria il tempo che fu, ma invece scorgi ciò che sarà, come un fumo che avvolge pensieri e speranze; un baratro che cela lontani abissi; un cielo coperto da nubi grigie, percorso dal vento di settentrione. Desideri sopiti. Inquilini abusivi, ospiti non richiesti e sgraditi.
Nell’ultima luce del tramonto, guardi la montagna che sovrasta la città. Si accendono i primi lumi, punteggiando di scintille le mille case sorte lungo i decenni, e i sentieri che si incuneano nei boschi, fra gli alberi intristiti dal freddo dell’inverno. Abbassi lo sguardo e osservi un uomo solo che cammina. Cammina curvo. Probabilmente non lo aspetta nessuno. Lo attende una cena solitaria, minestra riscaldata. Poi il telegiornale.
– Conosci la solitudine? –
Apri l’armadio, prendi la valigia, una valigia qualunque, scegli pochi indumenti, il minimo indispensabile; lascia tutto quello che è ricordo, rimpianto, nostalgia. Nessun oggetto. Niente libri o dischi. Ne acquisterai di nuovi.
Il treno parte a mezzanotte. Su quel treno non ti seguiranno le orde di pensieri. Non gli è concesso. Vedrai passeggeri stanchi. Lavorano in Germania o forse nella Svizzera verde, come da canzone. Dormirai appoggiata al finestrino, sembrerà un soffice cuscino; attraverso i vetri scorreranno città e campagne, fuori l’aria si farà più calda.
Dimentica il nulla. Viaggerai finalmente libera. Diventa ciò che sei.
– Conosci le calanques? –

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Klaus AltmannAltmann atterrò a Milano, dopo un volo perfetto. Sbrigò le formalità alla dogana senza problemi – anche perché con sé aveva soltanto una valigia a mano, che conteneva biancheria, calze e due camicie di ricambio -, e salì su un taxi.
Quel giorno noleggiò un auto, si dedicò ad alcuni acquisti, poi, prima di fermarsi a dormire in un albergo del centro, notò lungo una strada secondaria  una serie di cartelli che indicavano che, a causa di lavori in corso, l’accesso in quella data via era per il momento vietato. Si guardò intorno e non vide nessuno. Ne rubò uno.
L’indomani, si diresse con calma verso Erba.
Rispetto al “soggetto”, in linea teorica era in ritardo, ma in realtà – come sempre nella sua vita – si trovava in largo anticipo.
Durante l’ultima riunione alla Century House erano state avanzate tre ipotesi: la prima, che il tenente del KGB arrivasse in Italia in treno; la seconda, che invece optasse per un aereo; la terza, infine, che varcasse la frontiera in macchina. Aveva prevalso l’opinione di John Baker. Grazie alla vasta esperienza maturata nel MI5, che si occupa della sicurezza interna della Gran Bretagna e dello controspionaggio, dapprima come agente, in seguito a livelli dirigenziali, aveva espresso la convinzione che l’unico modo per entrare in Italia con una o più armi fosse quello di nascondere i ferri del mestiere all’interno di una vettura, nel bagagliaio o celati sotto l’automobile. L’Uomo di Ghiaccio aveva obiettato che, come avrebbe fatto lui, il “soggetto” avrebbe potuto servirsi in loco.
“E’ vero.”, ammise Martin Forbes del SIS. “Però lei conosce il territorio meglio di lui; perciò sa come muoversi. Non ci risulta che il russo abbia mai operato all’infuori dell’Unione Sovietica o della Germania.”
Kris Howe annuì. “La domanda successiva”, osservò, “è quale frontiera?”
“A questo ci penserò io.”, rispose Forbes. “Di primo acchito, verrebbe da pensare al Friuli o all’Alto Adige, magari alla Svizzera; ma non ne sono convinto. L’istinto mi suggerisce una località situata da tutt’altra parte: è quanto suggerirei a uno dei miei uomini. In ogni caso, disponiamo di una sua foto – nome e passaporto ovviamente saranno falsi. Ho già trasmesso le copie alle autorità italiane. Con alcune “raccomandazioni” ben chiare”, precisò. “Lasciarlo passare tranquillamente, informarci non appena fosse individuato e soprattutto non ficcare il becco in questioni che non li riguardano. Trascorro spesso le mie vacanze in Toscana e lì la gente è simpatica e ospitale: non vorrei che due poliziotti idioti commettessero l’errore di tentare di fermarlo. Sarebbe come avere due cadaveri sulla coscienza.”
“Sempre che non abbia cambiato i connotati.”, interloquì pensierosa Kris.
“Questo sarebbe un bel guaio.”, ammise Baker.
Seguì una pausa. Le parole di Kris Howe venivano soppesate. La sensazione era che nessuno volesse prendere in considerazione quell’eventualità.
“Molto bene.”, disse Altmann rompendo il silenzio e rivolgendosi a Forbes. “Prendo per buona la sua teoria. Poniamo che passi da Ventimiglia – se ho ben capito. O anche da un altro valico, in fondo cambia poco. A meno che non scenda dalla Valtellina, punterà su Milano. A questo punto, per raggiungere Bellagio, esistono tre percorsi alternativi: la strada che costeggia il ramo del lago dalla parte di Lecco, la sponda opposta, cioè quella occidentale, che parte da Como, oppure la Valassina, da Erba in su. Io devo sapere quale dei tre tragitti sceglierà.”
La risposta giunse prima del previsto, a metà pomeriggio, dopo un pranzo non particolarmente appetitoso. Squillò il telefono, a prova di intercettazione. Rispose John Baker che porse l’apparecchio a Forbes. La conversazione fu breve. “Ventimiglia.”, annunciò quest’ultimo. “Un mio uomo lo seguirà a debita distanza fino a Milano. Qui gli verrà dato il cambio. Quando sapremo dove si è diretto, toccherà a lei, signor Altmann.”
“Gli italiani non sono solo cordiali.”, commentò Howe. “Sono stati bravi!”
“Mmmm…” Forbes scosse la testa.
“Lo ha individuato lo SDECE, a Nizza. Non mi sarei mai sognato di fidarmi soltanto degli italiani. Così mi sono rivolto anche agli “amici” francesi.”
“Lo SDECE? Sono degli assassini!”, esclamò Howe, lanciando uno sguardo eloquente ad Altmann.
“Già.”, disse Forbes. “Assassini alquanto efficienti, però.”

Lungo la strada che da Como porta a Cantù, poco prima del sobborgo di Albate, sulla destra c’è un’armeria. Una scritta su un cartello informa la potenziale clientela che si effettuano riparazioni e che è disponibile una vasta gamma di armi nuove e usate. Non ci sono altri negozi nelle vicinanze. Più avanti, dopo un semaforo, c’è un bar, Il Circolo dei Lavoratori, sempre affollato, perlopiù da anziani, visti i prezzi modici.
La strada è trafficata, ma i pedoni sono rari e comunque il marciapiede si trova sul lato opposto.
L’Uomo di Ghiaccio posteggiò l’auto in un parcheggio situato in una via interna a circa duecento metri dall’armeria, scese e percorse a piedi quella breve distanza. Era una mattina serena e limpida, e il sole brillava nel cielo di un blu intenso; in lontananza si scorgevano i profili delle montagne.
Altmann varcò la soglia del negozio e si guardò attorno. Vide un notevole assortimento di tute mimetiche, uno scaffale che conteneva vari modelli di fucili e su un pianerottolo posto di fronte all’ingresso un banco dove erano ordinatamente riposte le pistole, protette da un vetro. Salì i quattro gradini e in quel momento da un locale adiacente comparve il proprietario, un uomo alto e massiccio con radi capelli grigi e dall’aria scorbutica.
Lo fissò, senza salutarlo. In un italiano dal vago accento tedesco, Altmann disse che voleva acquistare una Wilson calibro 45. Se l’armaiolo non avesse combattuto con Von Paulus, a Stalingrado, non  avrebbe colto quella pressoché impercettibile inflessione. Gli chiese il porto d’armi e la carta d’identità. Altmann tirò fuori da una tasca i due documenti, perfettamente contraffatti, dai quali risultava che aveva la cittadinanza italiana e che era in possesso di un regolare porto d’armi. L’uomo li esaminò attentamente, quindi annuì e aprì il ripiano con una chiave che portava appesa al collo. Depose sul vetro l’arma richiesta e alcune munizioni. Era il modello C.Q.B. a otto colpi, una pistola di grande precisione in dotazione a diversi reparti speciali americani. Non disponeva di un silenziatore, poiché la legge italiana lo vieta, ma questo Altmann lo sapeva già.
“Vorrei provarla.”, disse.
L’altro assentì e lo guidò in un cortile, passando per l’ufficio dove teneva le sue carte. L’Uomo di Ghiaccio osservò le tre sagome poste contro un alto muro, poi mirò a quella centrale, sparando in rapida successione tre colpi. L’uomo alzò un sopracciglio: aveva centrato tre volte il bersaglio con precisione millimetrica. Si domandò che genere di lavoro svolgeva. Sulla carta d’identità era riportato un vago “professionista” che poteva significare qualsiasi cosa. Tese la mano per farsi restituire la pistola e accennò al prezzo, comprensivo di otto pallottole. Le tre che aveva già usato erano un omaggio della ditta.
All’improvviso impallidì. “No! Questo non si fa.”
Altmann aveva puntato la pistola su di lui.
“Oh, sì, invece.”, ribatté. Poi gli sparò alla testa.
Tornò nel negozio, raccolse una manciata di pallottole, si infilò la Wilson in una tasca del giubbotto e uscì tranquillamente dall’armeria. Camminando con calma, tornò alla macchina. Cinque minuti più tardi, raggiunse Olmeda, svoltò a sinistra e si diresse verso Montorfano, dove si fermò a pranzare.
A differenza di Stavrogin, che aveva cenato da Sonia, optò per la Vecchia Trattoria, in piazza Roma.
Dopo aver mangiato avidamente un piatto di spaghetti e una costata ai ferri, telefonò all’hotel Du Lac di Bellagio. Comunicò che sarebbe arrivato quella sera, con un giorno di anticipo. C’erano problemi?
“No.”, rispose gentilmente la receptionist. Vista la stagione, disponevano di molte camere libere. Poi Altmann domandò all’impiegata se qualcuno avesse per caso chiamato, informandosi sulla sua prenotazione, prevista per la sera successiva, a tarda ora. La donna non sembrava ricordare.
“Rifletta!”, disse Altmann.
Lei rifletté.
“In effetti, sì.”, rispose dopo qualche secondo. “Un suo amico. Dall’accento credo che fosse un francese. Adesso che ricordo bene, insisté per conoscere l’ora esatta. E io come faccio a saperlo? Verso mezzanotte, gli dissi.”
L’Uomo di Ghiaccio riagganciò.
Bene, pensò.
Se conosceva i cekisti – e li conosceva – Matrioska lo avrebbe aspettato al buio in qualche punto solitario della strada.
Ma avrebbe avuto una sorpresa.

NOTA DELL’AUTRICE: come già nel capitolo precedente, ho utilizzato – nella seconda parte dell’episodio – un passo, riveduto e corretto, de “Il fattore B”.
Tale storia non verrà più sfornata, ma quel pane appartiene comunque a me 😛

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