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Archive for the ‘racconti’ Category

Per questo post vale lo stesso discorso già fatto per Il Pupazzo di Neve, con un’unica differenza: che Aqualung è stato da me riproposto varie volte, dato che lo considero uno dei miei migliori racconti – o uno dei meno peggiori, se preferite. Con molta franchezza aggiungerò solo che, soprattutto sulla piattaforma Splinder, venne anche aspramente criticato, a causa del tema e del contenuto assai scabrosi.
Dunque, eccolo qui di nuovo, esattamente come era stato scritto in origine. Era un pomeriggio soleggiato e ventoso; ma questa è un’altra storia…

Seduto su una panchina del parco osservavo delle ragazzine con cattive intenzioni.
Il campo di pallavolo era distante pochi metri, non a caso avevo scelto proprio quella panchina. Aguzzavo lo sguardo per visionare le cosce, i glutei, i polpacci. Mentalmente, stilavo delle classifiche. Le mie preferite erano due e stranamente non si assomigliavano: ciò che le accomunava, e le distingueva dalle altre, era l’indubbia avvenenza, ma per il resto erano molto dissimili. Alessia era bionda, alta, slanciata; i capelli raccolti a coda di cavallo erano il tratto che più mi affascinava, assieme agli occhi di un azzurro profondo. Laura aveva un fisico più muscoloso, i capelli neri trattenuti da una fascetta e lo sguardo di una gatta malvagia. Dopo aver riflettuto per qualche minuto, stabilii che, se avessi potuto, avrei fatto con lei le mie porcherie. Giocavano nelle squadre opposte ed erano anche le più brave; le compagne le incitavano a gran voce, e non era stato difficile memorizzare i loro nomi. La mia mano si infilò sotto il vecchio cappotto, le dita slacciarono i pantaloni.
Aqualung amico mio
Non allontanarti a disagio
Ma non ci pensavo proprio. Quelle erano solo le parole di una vecchia canzone, una delle più belle della mia vita.

FLASHBACK 1
Ricordo bene quando comprai quell’album. Ero un grande appassionato di musica rock e, nei limiti del possibile, non mi perdevo un concerto. Avevo visto i Jethro Tull al palasport di Varese, credo che fosse il 1972. Allora mi ero appena sposato con Elena, avevo trent’anni, un buon lavoro, e un intero futuro da conquistare. Ricordo che al venerdì sera uscivamo con gli amici; io ero assolutamente orgoglioso di lei, perché era bella e intelligente. Speciale. Il primo “ti amo” me lo aveva detto in riva al mare, l’estate precedente. Eravamo in spiaggia con due lattine di birra e guardavamo le stelle. “Quella è la tua!”, dissi io individuandola fra mille altre. Elena aveva sorriso. “Ora ne scegliamo una per te.” Quando la trovò, me la indicò. “Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.”
Poi la notte si rivestì d’incanto; non andammo a dormire: sarebbe stato stupido farlo. Volevamo assaporare ogni singolo momento di quella magia. Non fu sesso. Non potrei mai chiamarlo sesso. Era semplicemente il trionfo della vita, e se questa frase vi sembra banale sono fatti vostri.
Elena è morta nel 1980 per un male incurabile che degli stupidi dottori non hanno saputo diagnosticare in tempo.
La mano trovò quello che cercava. A dispetto dell’età, era duro come una roccia. Incominciai a masturbarmi, guardando le gambe di Laura. Ogni tanto osservavo anche la coda di cavallo di Alessia, ma era l’altra che mi attizzava. Gatta malvagia. Gatta randagia. Quanti ragazzi ti sei già scopata? E quanti hai fatto piangere? Ti porterei in mezzo alle siepi, piccola sgualdrinella. Sei sudata, non avverti il freddo e io invece a causa tua sto gelando. Se non fosse per te (e in parte per coda di cavallo) me ne tornerei alla vecchia baracca dove abitualmente trascorro le notti. Non c’è il riscaldamento, non c’è la luce, non c’è niente, però è comunque casa mia. E sulla branda, con quattro coperte addosso, si sta quasi bene, malgrado gli spifferi e l’acqua che scende dal tetto quando piove.
Aqualung amico mio ti ricordi ancora
Il gelo nebbioso di dicembre
Quando il ghiaccio che
Pende dalla tua barba
E’ agonia urlante?
Certo che me lo ricordo. Penso che sia proprio difficile dimenticarlo, così come tutto il resto.

FLASHBACK 2
Quando morì Elena, cessai di vivere. (Dov’era Dio quando ne avevo bisogno?) Forse fu una reazione esagerata. Forse se avessi incontrato un’altra donna in grado di capirmi, la mia vita sarebbe stata diversa. Ma le cose sono andate come dovevano andare. Ho fatto alcune scoperte, la più interessante delle quali era che preferivo passare le giornate a bere piuttosto che recarmi al lavoro. Quando mi licenziarono, non mi presi nemmeno la briga di comprare uno straccio di giornale per vedere se cercavano un buon esperto di informatica. Era meglio bere. Poi finirono i soldi. Il problema principale che mi trovai ad affrontare non fu quello di rimediare un posto dove andare a dormire, visto che mi avevano portato via la casa. In qualche modo mi arrangiavo. Per il cibo, dai frati c’era sempre una scodella di minestra calda; perciò, sotto quel profilo, tutto era a posto. Però, non avevo il denaro per comprare il bourbon. E questo era molto grave. Lo risolsi, mettendomi a mendicare. Il più delle volte, entro sera, ero riuscito a raggranellare una somma sufficiente per una bottiglia della peggior marca. Andava bene così.
Ti accompagnerà per tutta la vita. Ti porterà tanta fortuna, amore mio.
E finché c’è stata lei era vero. Come tutte le coppie di questo mondo anche noi litigavamo; a volte Elena si chiudeva in bagno rifiutandosi di parlare. Ma i momenti belli sono stati così tanti che è impossibile sceglierne uno per collocarlo in uno scrigno immaginario. Al mattino ero felice per il solo fatto di vederla, di chiacchierare con lei. Alla sera era sufficiente aprire la porta del nostro appartamento. Mi bastava il suo sguardo. E quando sorrideva, quel sorriso mi riempiva l’anima. Se non avete provato queste emozioni, non potrete mai comprendere.
La schiacciata di Laura è vincente. Gridolini di giubilo. Natiche nude al vento. Ultimi colpi furiosi, e finalmente vengo nei pantaloni. Gatta malvagia. Gatta randagia. Ti porterei in qualche posto oscuro. Vorrei accarezzare quelle tue tette sode, infilarti l’uccello dentro come non lo ha mai fatto nessuno prima di me. Godresti. Riusciresti a ignorare la puzza che emano, la barba incolta, il viso quasi ripugnante. Vivresti una vera esperienza da gatta, che poi ovviamente non racconteresti certo in giro, ma dentro di te, in quella specie di valvola difettosa che è il tuo cuore, ne saresti segretamente compiaciuta.
Ve ne andate? Pazienza. Tornerete domani, e se non sarà domani, sarà domani l’altro o un altro giorno ancora.
In ogni caso, io ci sarò.
Seduto su una panchina del parco a osservare delle ragazzine con cattive intenzioni.

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Questo racconto non è nuovo e non gli ho apportato alcuna modifica. Così fu scritto e postato cinque anni fa, ma cinque anni su WP sono un periodo di tempo paragonabile alla distanza tra la Terra e la Luna, quindi per molti sarà una novità. L’ho ritrovato casualmente nella “classifica articoli e pagine” e dopo averlo riletto ho deciso di riproporlo. Il perché è presto detto: al di là del fatto che mi sia piaciuto – tanto o poco non fa differenza – ricordo ancora benissimo che quando lo scrissi avevo chiara in mente una persona. Adesso quella persona ne è uscita alla grande e con gioia glielo dedico.
Vai che il mondo è tuo!

La neve scendeva, ammantando il grande parco di bianco. Era una notte fredda. Spirava il vento di settentrione, che trascinava i fiocchi ricoprendo gli alberi dai grandi fusti, le panchine consumate dal tempo, il prato che, con il suo verde brillante, d’estate rappresentava la meraviglia di quel luogo. A tratti la luna faceva capolino; ma le stelle brillavano lontane, di una luce spettrale, simili a gioielli gelidi e irraggiungibili. Un cane si aggirava infreddolito, in cerca di un riparo che peraltro non esisteva.
Era la notte di Natale, ma questo non importava assolutamente a Katia. La giovane si era addentrata nel bosco, situato oltre al parco, protetta dai vestiti pesanti e dagli stivali felpati. Non aveva freddo, né fame, sebbene avesse saltato la cena. Non era la prima volta che succedeva; negli ultimi mesi non aveva mai voglia di mangiare, e neppure di scrivere. C’era stato un tempo in cui il suo vasto talento era emerso prepotentemente: aveva incominciato a pubblicare un romanzo fantasy su WordPress, riscuotendo un immediato successo. Fin da bambina possedeva il dono della scrittura. Quando pigiava i tasti del pc non aveva bisogno di pensare: le parole uscivano da sole, trasformandosi in frasi, e le frasi diventavano un racconto. Lo stile era superbo, e la storia da lei narrata avvincente. Fu fatale che un editore la contattasse. Il libro sarebbe diventato un best seller, l’aveva incoraggiata, e la sua originalità, quella di unire una vicenda magica all’introspezione dei personaggi, avrebbe rappresentato la chiave della sua affermazione letteraria.
Katia firmò il contratto.
Ma poi… smise di scrivere.
Era un’ottima giocatrice di tennis, ma rinunciò al campionato societario che avrebbe agevolmente vinto. Aveva la media del ventisette, tuttavia non si presentò più agli esami universitari. Frequentava senza particolare entusiasmo un giovane che si chiamava Dario; però lo lasciò comunicandogli freddamente la sua decisione in un grigio pomeriggio di ottobre.
Dato che non riceveva nuovo materiale, l’editore la sollecitò. Katia ignorò le sue missive.
Ma tutto questo era successo prima, in un tempo che ormai le sembrava remoto, benché fosse trascorso soltanto un mese da quando il contratto di edizione era stato rescisso.
Katia si addentrò nel folto del bosco. Era agile e procedeva spedita, malgrado lo spesso strato di neve che si accumulava con il passare dei minuti.
Non si era interrogata sui motivi del suo comportamento, poiché non era necessario. Conosceva già la risposta, e le andava bene così.
Raggiunse uno spiazzo circolare e si sedette per terra. Fu raggiunta da un senso di pace. Tutto era silenzioso; il vento era cessato, ma la neve continuava a scendere. I fiocchi si depositavano uno sull’altro, creando uno scenario di incomparabile suggestione. Era bello il bosco di notte; era bella la neve che, quasi danzando, la accarezzava.
Da bambina aveva costruito uno splendido pupazzo, e per qualche ragione pensava che quello fosse stato l’atto più importante della sua vita. Un culmine mai più raggiunto, né tanto meno superato. Distolse lo sguardo dal passato per rivolgerlo al presente.
Il futuro non esisteva.
Quel senso di tranquillità interiore, di serena accettazione di se stessa, riusciva perfino a non farla pensare a lei. L’aveva conosciuta in un bar. Non era stato Dario a parlargliene, ma un certo Francesco, un giovane spavaldo e attraente che la sapeva lunga. All’inizio non le piacque. Tuttavia, dopo la seconda volta, capì che lei era più importante del libro, degli studi, del tennis. Non avrebbe mai conosciuto un ragazzo così affascinante; nessuno sarebbe riuscito a coinvolgerla in un modo tanto intenso. Lei era decisamente al di sopra di tutte le persone che aveva frequentato, uomini o donne che fossero. Certo, costava molto. Non si concedeva gratuitamente. Ma Katia sarebbe stata disposta a pagare qualsiasi cifra pur di averla sempre con sé. Era una nuova vita, estremamente eccitante. Niente a che vedere con la sua passata esistenza. Era il coinvolgimento totale, assoluto. L’amore?
Sì, era l’amore. Katia viveva per lei, malgrado a volte l’attesa fosse insopportabile. Ma quando, finalmente, poteva entrare nella calda e accogliente stanza da bagno della sua casa e, dopo essersi chiusa dentro a chiave, osservare quella meravigliosa striscia bianca, raggiungeva l’unica estasi che avesse mai sperimentato.
Seduta nella neve, alzò gli occhi al cielo. Le parve di sentire il rumore di un aereo che volava molto in alto. Forse ne scorse anche le luci, sebbene non ne fosse certa.
Portami lontano, pensò.
Portami in un nuovo mondo.
Fu colta da una profonda irritazione: quei pensieri non le appartenevano; si erano presentati all’improvviso, contro il suo volere.
A lei andava bene così.
Ma essi tornarono, avvolgendola in una spirale.
Portami al mare. Voglio camminare scalza sulla sabbia, entrare nell’acqua limpida, avvertire il calore del sole sulla pelle. Voglio addentrarmi fra le onde, nuotare, spingermi al largo fino alla barriera corallina. Giocare con i delfini. Guardare un cielo diverso, e provare emozioni più sincere.
Portami lontano, in terre calde e sconosciute.
Ora nevicava più forte. Katia rinunciò a lottare. Lasciò che il nuovo flusso di pensieri entrasse in lei.
Portami lontano.
Regalami solo un minuto di serenità.
Si accoccolò per terra e chiuse gli occhi. Non aveva freddo; piuttosto avvertiva come una sensazione di torpore. La sua mente vagava, e lei ignorava se ciò che vedeva esisteva veramente, oppure se si trattava soltanto di un sogno.
Portami lontano.
Tanto lontano.
Poi, con gli occhi delle fate, rivide se stessa bambina.
Stava costruendo un magnifico pupazzo di neve.
Per la prima volta dopo molto tempo Katia sorrise.
Al resto avrebbe provveduto il freddo, trasformando le sue lacrime in cristalli.

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Meg digitò la parola “fine”, rilesse le ultime righe, poi salvò il documento e spense il computer. Il sogno del gabbiano era il suo quinto romanzo e, senza ombra di dubbio, il migliore dei cinque. Quando aveva pubblicato Viaggio in Giappone era una perfetta sconosciuta, ma ciò non le aveva impedito di balzare in testa alla classifica del New York Times. Egual sorte era toccata ai tre libri successivi, e alla casa editrice fremevano in attesa del suo nuovo lavoro. Avrebbero stampato cinquecentomila copie della prima edizione, ma contavano di arrivare a una tiratura complessiva di cinque milioni di esemplari.
Meg Forrest aveva due segreti. Il primo si chiamava semplicità. Possedeva il raro dono di saper scrivere in modo fluido, lineare, scorrevole, senza per questo risultare banale. Il secondo segreto era l’empatia che la univa alle sue lettrici. Poco importava che fossero americane, francesi o italiane: quando leggevano i romanzi di Meg era come se vedessero la propria vita trasferita su carta; nei sentimenti delle protagoniste ravvisavano le loro emozioni più intime, quelle sensazioni talmente personali di cui non avrebbero mai osato parlare. Mariti, padri, figli ne erano all’oscuro; ma Meg le conosceva e sapeva descriverle con un’efficacia che rasentava la magia. Sembrava che parlasse personalmente a ognuna di loro, e non a caso Newsweek le aveva dedicato una copertina dove il titolo a caratteri rossi che campeggiava sopra a una bella foto di studio suonava emblematico: La magia della Forrest.
Meg guardò fuori della finestra. Era una stupenda giornata di sole; spirava una lieve brezza che accarezzava le onde dell’oceano; il cielo era azzurro, sgombro da nubi. A piedi nudi, con un paio di pantaloncini jeans e una canotta bianca, Meg scese in spiaggia accompagnata dai suoi tre grandi amici. Ciascuno di essi era legato a un libro, perché Meg riteneva che fossero loro a darle le idee migliori, e forse non sbagliava dato che le venivano sempre quando passeggiava sul litorale. In quei momenti non pensava, non cercava intrecci o soluzioni: lasciava che si presentassero da soli, mentre lei assaporava il contatto del sole sulla pelle e contemplava la grande distesa d’acqua che si perdeva all’orizzonte. Avrebbe voluto prendere un quarto cane, ma poi si era detta che se fosse arrivata a dieci romanzi la situazione sarebbe diventata un po’ complicata. Perciò vi aveva rinunciato, sebbene a malincuore.
Meg era nata a New York, dove per anni aveva lavorato come cameriera in un fast food. Alla sera, invece di uscire con le amiche, scriveva. Usava una matita e riversava le sue storie su un voluminoso quaderno. Quando finì Viaggio in Giappone lo battè faticosamente a macchina, cercando di incorrere nel minor numero possibile di errori, e quindi spedì il manoscritto a sei differenti Case Editrici. Qualche mese dopo ricevette sei garbati rifiuti. Se l’avevano bocciata in sei, significava che non era provvista di talento. Era solo una ragazzina presuntuosa che aveva erroneamente creduto di poter diventare una scrittrice. Fu Jane a dirle di insistere. Jane lavorava con lei e aveva letto il romanzo. “Ho pianto come una fontana! Quelli non capiscono niente, ma tu non ti devi arrendere.” Meg fece un ultimo tentativo. Questa volta arrivò una busta che conteneva una proposta di contratto e un assegno di duemila dollari.
Quando guadagnò il primo milione, Meg comprò una grande villa che dava sull’oceano e lasciò per sempre New York. Prima di partire, rilevò un ristorantino italiano da un’anziana coppia di coniugi e lo regalò a Jane.
Adesso la sua vita era perfetta. Abitava in un luogo meraviglioso, a costante contatto con la natura, godeva dell’affetto dei suoi tre cani, scriveva, passeggiava sulla spiaggia, ascoltava i suoi dischi preferiti. Fin da bambina era sempre stata autosufficiente e, crescendo, non era cambiata. Perciò non le mancava la compagnia di un uomo, anche perché non conservava un buon ricordo delle uniche due relazioni che aveva avuto. John era uno psicopatico. Se n’era resa conto quando l’aveva picchiata senza motivo per la prima volta. Lo aveva perdonato, e come ricompensa lui l’aveva letteralmente massacrata, facendola finire in ospedale. Meg lo aveva denunciato e in seguito si era divertita a inserirlo in un romanzo, riservandogli il ruolo peggiore. Sam era avido di denaro e stava con lei per interesse. Anche lui era diventato protagonista di un libro. Il lato ironico della situazione era che, sebbene fossero due uomini pessimi, a livello letterario avevano funzionato magnificamente. Molte lettrici erano sposate con un John… Meg le aveva insegnato a ribellarsi. E non mancavano neppure i Sam, benché fossero meno numerosi dei John, probabilmente a causa della scarsità di occasioni adeguate.
Due anni prima Meg era andata a Cannes per il festival del cinema. Avevano tratto un film dal suo secondo romanzo. Non era un buon lavoro e Meg si era ripromessa di non ripetere l’esperienza. Il suo agente si era messo le mani nei capelli. Con i diritti cinematografici si guadagnavano cifre immense. “Non credo di aver bisogno di altri soldi.”, aveva ribattuto lei. A Cannes, più per curiosità che per reale interesse, si era lasciata sedurre dall’attrice che interpretava la parte della protagonista. Meg pensava che i suoi cani fossero dotati di un talento superiore, però doveva ammettere che come donna era notevole. Alta e statuaria, aveva un viso splendido: sarebbe stata perfetta ai tempi del cinema muto. In compenso, Monica era molto abile a letto. Meg aveva trascorso una notte inebriante, tuttavia aveva preferito troncare la relazione sul nascere, in quanto non riusciva a immaginare un futuro tra loro. L’attrice si era consolata concedendosi a un cantante rock, e Meg era tornata in America.
Camminava assorta in quei ricordi, quando vide un uomo che si dirigeva verso di lei. Indossava un paio di jeans tagliati al ginocchio e una maglietta dei Los Angeles Lakers. Era a piedi nudi. I capelli, piuttosto corti, lasciavano intravedere i primi fili grigi; aveva un volto interessante, sebbene non propriamente bello. Le spalle ampie e le braccia muscolose facevano pensare a uno sportivo, forse un surfista. Procedeva a capo chino, come se fosse immerso in profondi pensieri, e per poco non le finì addosso.
“Mi scusi!”, esclamò. “Ero distratto.”
“Non è successo niente di grave.”, lo tranquillizzò lei.
Poi gli tese la mano. “Mi chiamo Meg. Meg Forrest.”
Lui non diede segno di riconoscerla. Evidentemente non leggeva molte riviste e non aveva mai visto il suo viso sulla quarta di copertina di uno dei suoi romanzi.
“Michael.”, disse. “Ma per gli amici Micky.”
Nella vita esistono dei momenti particolari, come intessuti nella stoffa dei sogni. Meg li aveva descritti nei libri che aveva scritto, però non li aveva mai sperimentati. Ricordava una frase che le aveva detto Monica. Fra loro parlavano in un francese stentato, perché Meg non conosceva l’italiano e l’inglese dell’attrice era alquanto approssimativo. Sosteneva di aver avuto un coup de foudre. Meg sospettava che non fosse vero e che più prosaicamente si sentisse attratta dal suo corpo, o forse dal suo cervello, dato che era entrata nei panni di un’eroina creata da lei. Quei panni le stavano larghi, ma questo non escludeva che li avesse fatti suoi e che provasse un forte interesse per chi li aveva immaginati e cuciti. Non l’aveva amata nemmeno per un secondo, ne era quasi certa, ma quell’espressione le era rimasta in mente.
Sorrise fra sé, rammentando un passo di Viaggio in Giappone:
“Helen osservava lo sconosciuto, chiedendosi cosa avesse di speciale. A livello razionale, la risposta era una sola: niente. Eppure, malgrado non fosse particolarmente bello o aitante, né spiccasse per una qualche attitudine, emanava un’aura che lei riusciva a scorgere, e che, incredibilmente, accelerava i battiti del suo cuore. Sei soltanto una sciocca sognatrice!, si rimproverò Helen. Non sai nulla di lui, tranne il fatto che non lo rivedrai mai più e che, in ogni caso, tu non sembri interessargli più di quel vaso di fiori. Era un ragionamento sensato, convenne con se stessa, ma un istante dopo capì che non doveva perdere l’occasione, perché non si sarebbe ripresentata, e, per quanto folle potesse sembrare, lei amava quell’uomo.”
Meg si sentiva simile a Helen. Conosceva solo il suo nome – non le aveva rivelato neppure il cognome – lo considerava moderatamente attraente: ma di tipi simili era pieno il mondo. Ciononostante, le tremavano le gambe, esattamente come era accaduto a Helen, e provava il desiderio di parlargli, di camminare con lui… di finire fra le sue braccia. Stava per ripetersi il discorsetto che aveva messo in bocca a Helen, quando abbassò lo sguardo e gli osservò le mani. Erano forti e ben fatte. All’anulare scintillava una vera.
Tutto quel castello di cartapesta crollò miseramente, lasciandole un senso di vuoto. Scosse la testa, come per ricomporsi. Sorrise a Michael, un sorriso incerto che non si estendeva agli occhi, e si allontanò lentamente da lui. I cani sembravano scontenti di quella decisione, la tiravano come se volessero tornare indietro. Michael piaceva anche a loro… e questa consapevolezza le fece sentire l’amaro in bocca; rappresentava un altro punto a suo favore, anche se in realtà non avrebbe saputo individuare gli altri. Però, li immaginava, li vedeva, come quando lavorava al pc, descrivendo la personalità delle Helen, delle Catherine, delle Susan, che vivevano per interposta persona, ma che nel suo cuore esistevano veramente.
Si disse che Michael era un uomo buono, solido, provvisto di un fondo di malinconia. Non era particolarmente espansivo, ma sapeva essere dolce e rassicurante. Ecco: quella era la parola giusta. Micky sapeva proteggere una donna, ed era capace di farla sentire importante. Poteva essere paragonato a una roccia. Avrebbe sempre difeso la sua compagna dai marosi; l’avrebbe riscaldata e accudita.
Si voltò. La sagoma dell’uomo era ormai lontana. Pensò di corrergli dietro. Di fermarlo. Di dirgli…
Ma Micky non le apparteneva. E non lo avrebbe mai rivisto.
Accarezzò i cani, mentre un soffio di vento le scompigliava i capelli. All’improvviso sorrise ancora, questa volta in modo più convinto.
“Oh no, mia cara Meg Forrest! Qui ti sbagli!”
Michael sarebbe stato suo per sempre.
A partire da quello stesso giorno.
Perché, quando fosse tornata a casa, avrebbe riacceso il computer per scrivere un nuovo romanzo.
La storia di Micky.

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UNA GIORNATA DI YASSEF

Questo racconto è stato già pubblicato, una vita fa, sulla piattaforma Splinder, che il Signore l’abbia in gloria; in seguito, l’ho riproposto qui, su WordPress, apportando soltanto minimi cambiamenti.
Mi è capitato di rileggerlo, e mentre procedevo nella lettura avvertivo come un senso di disagio… sì, tutto sommato, la storia mi piaceva, era oltremodo attuale e, perdonate la modestia, non era poi scritta tanto male. Però, mancava qualcosa: mancava quel “quid” che la rendesse meno piatta, meno compitino svolto con uno sguardo rivolto alla finestra per osservare i prati rivestiti di verde, spostandolo poi verso il cielo limpido e le rondini, con in bocca una gomma da masticare; il classico compitino, diligente finché si vuole, ma che compitino resta.
Sicché ho deciso di postarlo nuovamente, però con alcune aggiunte che reputo importanti. Il racconto è lo stesso, il protagonista anche, e la vicenda si svolge esattamente come nella prima stesura (Yassef non fa nulla di nuovo o di diverso). Con una differenza: adesso mi sembra più completo, più ricco, più aderente al quadro che, a suo tempo, decisi di tracciare. Mi auguro che questa nuova versione notevolmente ampliata vi piaccia. Buona lettura 🙂

Yassef si svegliò poco dopo l’alba.
Ricordava sogni confusi, privi di un senso: ma quelle immagini scomparvero dalla sua mente non appena si alzò dal letto della sudicia locanda. Prima di andare nel piccolo bagno, un bugigattolo in realtà, riservò un pensiero appassionato a Jasmine.
Ricordava bene l’ultima notte che aveva trascorso con lei. Avevano dormito abbracciati. Alla prima luce del giorno, il lenzuolo era scivolato a terra, lasciandola scoperta. Yassef aveva percorso con gli occhi quel superbo corpo bruno, con calma, quasi lo stesse riprendendo con una telecamera: era partito dai piedi graziosi per risalire alle caviglie sottili, poi su su, verso le cosce sode come marmo, il ventre piatto, il seno orgoglioso e pieno, la cascata di capelli neri che incorniciavano un viso forse non bello, però estremamente attraente. Gli occhi erano scuri, attraversati da sfumature verdi; sebbene in quel momento fossero chiusi, li rammentava nello stesso modo in cui si può rivedere mille volte nell’anima il quadro di un grande pittore.
Jasmine era algerina. L’aveva incontrata in un campo di addestramento. Era una soldatessa, più forte e coraggiosa della maggior parte degli uomini che aveva conosciuto. Lei non immaginava che sarebbe rimasta sola, e questo gli faceva male al cuore.
Yassef aveva girato attorno al letto per baciare il figlio sulla fronte. Sarebbe cresciuto libero, sano e forte. Aveva esaminato a lungo i suoi lineamenti, quasi a volerli scolpire per sempre nella memoria, poi con un profondo sospiro aveva lasciato la stanza ed era partito per il suo viaggio senza ritorno.
Ora, comunque, non doveva pensare a loro.
Dopo essersi lavato con estrema cura, dedicò molti minuti alla preghiera, si vestì, e senza voltarsi uscì nella strada di Tel Aviv.
Benché fosse ancora inverno, faceva già caldo; un’umanità affaccendata e frettolosa si dirigeva verso i luoghi di lavoro. Yassef accese una Gitane e aspirò una lunga boccata di fumo. Aveva scoperto quelle sigarette a Parigi, e da allora non le aveva mai abbandonate. Camminando lentamente, si diresse verso la fermata dell’autobus.
Il sole era apparso, a est, e preannunciava un’altra giornata afosa; ma lui non sudava. Mentre procedeva, guardandosi attorno con finta distrazione, la sua mente abbandonò per sempre Jasmine e il bambino. Un breve pensiero rivolto al suo popolo, e alla interminabile catena di ingiustizie che aveva dovuto subire, fu subito sostituito dalla consapevolezza di ciò che stava per fare. Malgrado il calore, e l’umidità, gli sembrò di percepire un lontano odore di mare. E poi altri profumi, che si presentarono in rapida successione, quasi a voler scandire tutte le tappe della sua esistenza. Il sapore della natura, degli uliveti, delle arance, del giorno e della notte.
Evitò una pattuglia, prendendo un’altra strada, fece il giro di un isolato, e infine raggiunse una logora panchina su cui si lasciò cadere. Spense la sigaretta sotto il tacco della scarpa.
Adesso era molto attento, concentrato unicamente su quanto avrebbe fatto. Nel suo cuore non c’era più spazio per la compassione, non importa a chi fosse rivolta.
Il dolore di Jasmine, la solitudine del bambino, lo strazio dei suoi vecchi genitori abbruttiti da mille umiliazioni, rappresentavano solamente il prezzo da pagare, e che sarebbe stato pagato. Non era più tempo di commozione o di rimpianti. Questo era stato l’insegnamento che, stranamente, non gli era stato impartito da un fratello di fede: la volontà di agire, la forza necessaria per separare la distanza che intercorre fra pensiero e azione, la messa in pratica di un proposito destinato a non rimanere solamente vaga teoria, come un sogno che all’alba sbiadisce, il passo non seguito da un secondo passo, per calcolo, convenienza, incertezza o paura. Era un confine a un tempo sottile e incalcolabilmente arduo da superare. Non per lui.
Aveva imparato la lezione da Jock (sicuramente, quello non era il suo vero nome), un provisional irlandese, che mangiava bacon in abbondanza e beveva fiumi di birra. Jock era stato per un certo periodo nella valle della Beqaa. Jock combatteva gli inglesi, senza l’aiuto di Allah, ma sostenuto da un altro tipo di fede; aveva lottato sino alla fine, quando era caduto crivellato di pallottole in un sobborgo di Londra. Da lui Yassef aveva imparato il coraggio. Per contro, disprezzava Hamas. Parlavano molto, e concludevano molto poco, come del resto gli Stati arabi che fingevano di volerli aiutare ma in realtà non muovevano un dito, terrorizzati com’erano dal Grande Satana. Diffidava dell’Isis e di altri gruppi (bramavano il potere, accoglievano serpi nel seno e non seguivano la via indicata da Allah); aveva ammirato incondizionatamente solo Al Qaeda. Ne aveva discusso con Jock, il quale gli aveva spiegato che anche in Irlanda esistevano divisioni, ma che avrebbero in ogni caso vinto. Possedeva una fiducia incrollabile nella nuova ala dell’Ira. “Devi credere nella vostra causa, sino alle estreme conseguenze: il premio sarà rappresentato dal trionfo, e al diavolo i traditori! Da noi fanno una brutta fine. I bastardi inglesi”, aveva concluso portandosi alla bocca un boccale di birra scura (la valle era simile a un grande bazar: potevi trovare ciò che volevi, dagli alcolici a ogni tipo di arma), “vogliono tenere tutto sotto controllo, gli orologi, il tempo, e non riescono a immaginare che sono destinati alla sconfitta. Lo stesso vale per Israele. Ma bisogna crederci.”, aveva ripetuto. “Crederci veramente.” E Yassef ci aveva creduto; e ci credeva.
All’improvviso, si pose una strana domanda: come avrebbe reagito Jasmine, il più tardi possibile si augurava, quando lo avrebbe raggiunto nel giardino di Allah e lo avesse visto con quaranta vergini? Scrollò le spalle. Erano interrogativi inutili, e forse pure blasfemi. Soprattutto erano domande sciocche. Ciò nonostante, un sorriso gli affiorò sulle labbra. Poi, scandagliando dentro di sé, percorrendo i dedali oscuri che racchiudono pensieri ed emozioni, sovente celati alla parte cosciente dell’intelletto, scoprì, senza stupirsene troppo, che l’idea della ricompensa, delle splendide vergini, gli era sostanzialmente indifferente: Jock, e i suoi amici, erano duri come il ferro, irremovibili e fermi nei propositi, ma non aspiravano ai giardini di Allah, né conoscevano le parole di Muhammad, che riposasse in pace. Mangiavano bacon, bevevano birre. E agivano.
Dopo una seconda sigaretta, arrivò l’autobus.
Yassef salì per ultimo, e cercò uno spazio nella calca; riuscì a sistemarsi vicino al conducente, dando le spalle agli altri passeggeri. Si girò di lato in modo che l’autista non potesse vedere quello che faceva.
Una donna lo stava fissando, Yassef distolse lo sguardo. Si spostò di nuovo e si chinò.
Allah è grande. Allah veglierà su di me.
Estrasse la parte superiore dell’ordigno.
Mosse lentamente una mano verso un pulsante.
Ce n’erano due: uno giallo e uno rosso. Se avesse premuto il primo, avrebbe avuto quindici minuti di tempo per mettersi in salvo; con il secondo, invece, l’effetto era immediato.
Un grande incendio può nascere a causa di una piccola fiamma tremolante, un luccichio nella notte buia, un’esigua scintilla che trascinata dal vento si propaga sempre più rapidamente; era una cosa che sapevano tutti, ciò che ignoravano era il fatto che proprio quel giorno di sole e del sapore di un’arancia succosa sarebbe stato lui ad appiccare l’incendio, a trasformare il fuoco in purezza. Non che non ci avesse riflettuto. Nei suoi ragionamenti erano balenate mille idee, mille ipotesi, di volta in volta lucide, razionali, oppure sconcertanti e sciocche (la reazione di Jasmine alla vista delle vergini) o ancora stravaganti, senza contare autentiche chimere (un ordigno nucleare più potente del suo che radesse al suolo New York). Da tale caleidoscopio mentale era rimasta esclusa un’unica cosa: un qualsiasi pensiero che riguardasse la sua salvezza personale.
Jock sarebbe stato dello stesso avviso. Jock… gli era sempre sembrato un nome scozzese; forse lo aveva scelto per trarre in inganno gli inglesi, o forse era in memoria di un amico. Malgrado fossero molto diversi, i loro ideali erano simili; ne era scaturita un’amicizia. Cosa contava se Jock beveva grandi boccali di birra? E mangiava bacon in abbondanza? Il fine era lo stesso: combattere contro l’ingiustizia.
Non era la rivolta dei brutti contro i belli, e neppure l’inverso; non gli straccioni contro i ricchi; e nemmeno la voluttà del delirio, della distruzione, dello sgomento. Era di più. Era un viaggio dovuto e voluto, un percorso che lo avrebbe purificato. Sarebbe uscito dagli angusti sentieri dell’accettazione per imboccare un viale, attorniato da alberi alti e verdi, che lo avrebbe condotto fino al mare. Lì avrebbe visto i gabbiani. Da bambino aveva raccolto conchiglie, giocando in mezzo alle onde, sotto lo sguardo amorevole della madre. Ecco! L’amore. Quello era.
Era l’amore che lo sospingeva, non conosceva il Dio dei cristiani (conosceva, però, Gesù e Maria); non aveva mai letto molto, e nel novero non rientrava il poema di Dante (e forse non avrebbe compreso il senso di quelle ultime parole): eppure era proprio l’amore che, simile a un forte vento di scirocco, lo trasportava e lo innalzava. Allah gli avrebbe concesso il mare.
Scrutò la gente intorno a lui. Visi che gli parvero freddi, ostili, come avvolti in una coltre di indifferenza e di sdegnata apatia. Non li vedeva in qualità di vittime. Essi rappresentavano il simbolo dell’oppressione, e i simboli possono essere cancellati. Spazzati via.
Questo gli chiedeva l’amore.
Avevano dei figli? Certo che sì. Ma i bambini israeliani sarebbero diventati adulti israeliani. E il cerchio si sarebbe riformato, come prima, se possibile più di prima. Di conseguenza, non avrebbe ucciso bimbi innocenti, bensì futuri carnefici.
Dall’autobus non poteva scorgere il cielo, tuttavia lo portava con sé. Chissà se Jock lo aveva visto, prima di spirare.
Yassef ora era pronto.
Allah akbar!
Poi, all’improvviso, cambiò idea.
Era meglio aspettare di raggiungere il centro della città. Così ci sarebbero stati più morti. Circa centomila persone, calcolò.
Mancavano quattro fermate.
La mattina era inondata dal sole, poche nubi si inseguivano pigramente e il caldo gravava su Tel Aviv come scaturito da una gigantesca fornace.
Dieci minuti più tardi, Yassef scese dall’autobus.
Percorse un centinaio di metri, quindi si accovacciò, lanciò un’ultima occhiata al cielo e tirò fuori la bomba. Nessuno lo stava guardando.
Con calma avvicinò un dito ai due pulsanti.
Scelse quello rosso.

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Non conosceva i nomi degli alberi, nel senso che non sapeva distinguere l’uno dall’altro, ma questo non gli impediva di amarli.
In quanto al fatto in sé, lo attribuiva alla mancata frequentazione dell’asilo, e tale tesi era suffragata (almeno ai suoi occhi) dalla circostanza che non conosceva neppure i colori, mentre poteva citare tranquillamente quasi tutte le capitali del mondo, tranne quelle proprio recentissime.
Da quando era andato in pensione, ogni mattina alle sei in punto si svegliava, preparava il caffè, faceva una rapida doccia e subito dopo – nelle stagioni calde – o un’ora più tardi – in autunno e d’inverno – usciva di casa, saliva in macchina e si recava nel vasto piazzale circondato da piante, dove avrebbe trascorso l’intera giornata. Anche con la pioggia e, se non era troppa, anche con la neve. Era bello, comunque, soprattutto nei giorni tiepidi e sereni: il cielo blu, il sole che compiva il suo percorso, l’aria frizzante che scendeva dalle montagne. Oppure con il caldo, che lì era sopportabile per via del verde; e c’era sempre una zona d’ombra: bastava spostare l’auto in modo da non esporla direttamente ai raggi del sire celeste, come gli piaceva chiamare il sole. Ad aprile e in altri mesi arrivava ancora con il buio e aspettava con calma la prima luce, e con essa sogni, ricordi e pensieri. Non leggeva e non intavolava discorsi di alcun genere, benché nel piazzale ci fosse quasi sempre un certo viavai. D’altro canto, non si sentiva mai solo, se non in rari momenti nei quali si impadroniva di lui una forma di nostalgia, non sempre attribuibile a una ragione specifica. Si presentava all’improvviso con la delicatezza di un fiocco di neve trasportato dal vento; talvolta invece in maniera quasi brutale. Egli si immergeva allora in quella atmosfera, senza lottare ma, al contrario, lasciando fluire sensazioni che in ogni caso richiamavano uno spicchio, grande o piccolo, di vita.
Il fatto che non conversasse con altra gente, neppure limitandosi a banali considerazioni sul tempo, non significava però che non parlasse in assoluto. Parlava agli alberi. Raccontava di sé, di come si sentiva quella data mattina o di cosa avrebbe mangiato per cena. Parlava di sua moglie, e ciò accadeva quando veniva assalito dalla nostalgia. Gli era stato detto (o forse lo aveva letto su qualche libro) che alberi, piante, fiori, steli d’erba amavano sentirsi rivolgere la parola, purché questo avvenisse con il dovuto garbo, con simpatia e gentilezza.
Poi taceva, e lasciava scorrere i pensieri.
Capitava che tali pensieri ondeggiassero sino a degenerare, da concreti divenissero fantasticherie per ritornare in seguito, senza un motivo apparente, allo stato iniziale, simili a nubi che appaiano improvvise, sostituite presto dall’azzurro immacolato del cielo limpido, dove non trovano posto, almeno per un certo periodo. D’altronde non è un procedimento matematico, da poter calcolare in anticipo e con esattezza, quanto piuttosto un succedersi di cambiamenti, nel tempo come nella predisposizione dell’animo.
Carlo – così si chiamava l’uomo – finiva tuttavia per opporsi a quei mutamenti capricciosi, riconducendo ragionamenti e ricordi là dove voleva, e cioè nella sfera razionale. Sua moglie non era fuggita con un cavaliere errante: lo aveva lasciato a causa di una serie di manchevolezze che alla fine non aveva più tollerato. Ne era consapevole. Da un lato a tratti la rimpiangeva, da quell’altro accettava quello che il destino aveva predisposto per lui.
“E chi è senza colpe, poi?”, si chiedeva retoricamente. Posto che le sue fossero talmente gravi e imperdonabili, lei era forse un angelo sceso dalle stelle, oppure una santa? Non lo credeva. Ciò nonostante, non covava risentimenti; e, una volta inquadrata la situazione in modo per lui soddisfacente (a ciascuno i suoi meriti e le sue colpe), non gli restava che allargare le braccia e dire: “Così è stato, dunque, caro il mio destino.”
Dopo aver pranzato – consumava il pasto in una trattoria all’aperto, lì vicino, che raggiungeva a piedi – intraprendeva una piacevole passeggiata. Sulla sinistra del piazzale, guardando a ovest, c’era un sentiero che si incuneava in un bosco, dapprima solo costeggiandolo, più avanti attraversandolo. La pista terminava davanti a una vecchia chiesa, edificata in tempi lontani, e ormai quasi sicuramente sconsacrata. Di fatto, era sempre chiusa, né aveva mai visto un prete. Tornando alla macchina, accoglieva – anzi, sollecitava, come un affabile padrone di casa farebbe con ospiti graditi – nuovi pensieri, o meglio: brandelli di pensieri. Più tardi li avrebbe ampliati, secondo un certo ordine e in base a una determinata logica.
Quel pomeriggio, un ricordo emerse nitido, senza che lui lo bloccasse; risaliva a quando era giovane. Riguardava un bambino. Era un bimbo biondo, con gli occhi azzurri, i lineamenti del viso fini e delicati, il corpo sottile in via di formazione. In quegli occhi chiari a volte appariva una scintilla, specialmente nei momenti in cui pensava di essere inosservato, da cui trapelava un senso di orgoglio, forse addirittura di superiorità. Questo inebriava Carlo.
Nell’aria calda, benché non propriamente afosa di giugno, sotto una luce abbacinante, che fuori dal bosco incendiava parte dello spiazzo, ricostruì meticolosamente le emozioni che lo avevano travolto allora. Per pagarsi l’università, egli lavorava in un collegio in qualità di prefetto, o qualcosa di simile. Aiutava i ragazzi a svolgere i compiti, manteneva l’ordine nelle ore di studio, controllava che alla sera tutti dormissero. Il bambino biondo lo colpì fin da subito. Era come un incantesimo.
“Il mio non fu un peccato.”, mormorò a bassa voce, sottolineando quelle parole con un’alzata di spalle. Non si trattava di una conclusione nuova: da molto si era già assolto. In precedenza, non aveva mai manifestato, o avvertito, pulsioni omosessuali, e neppure in seguito. Se anche fosse stato così, ma non lo era, ciò sarebbe stato dovuto alla natura, agli ormoni, e quindi in nessun caso aveva commesso un atto indegno. Infine, il bimbo si dimostrò consenziente, ed era in grado di intendere e volere, essendo maturo a dispetto dell’età.
Era comunque un capitolo chiuso, lontano, remoto, sebbene…
Da quel ricordo ne subentrò un altro.
Intanto, era tornato alla macchina. Un uccellino cinguettava da un albero. Lo incuriosiva, perché sembrava che ripetesse sempre “cinque euro, cinque euro”. Sorrise, prendendo posto sul sedile. Il secondo ricordo, benché indissolubilmente legato a doppio filo al primo, era assai diverso. Presentava varie chiavi di lettura. E’ lecito, e corretto, frugare in un cassetto, trovare una chiave e con essa aprire una piccola cassaforte del tipo dei mini salvadanai, da tempo avvolta nella carta di un giornale e trasferita lì il giorno in cui aveva cambiato automobile? E’ giusto, e onesto, scovato un taccuino, sfogliarlo e poi leggere quanto vi è stato scritto? La curiosità, d’accordo, ma queste sono azioni spregevoli, rappresentano una totale mancanza di rispetto, un assoluto disinteresse riguardo all’etica; sono una forma di appropriazione indebita del passato e del privato altrui. E’ una prevaricazione bella e buona. Senza contare che, non essendo destinate alla pubblicazione, le righe in questione risultavano una sorta di telegrafico resoconto, prive di approfondimento, di psicologia, scritte e dimenticate, com’erano.
Questo gesto, questo “furto”, perpretato da sua moglie, portò a una rottura. Lei equivocò, ignorando spiegazioni (peraltro non dovute, e rese soltanto come forma di cortesia). Lei si inventò episodi simili, avvenuti e prima e dopo. Lei attribuì a tutto questo i recenti “fallimenti” coniugali, in realtà dovuti a stanchezza o a preoccupazioni relative al lavoro. Lei, infine, non intese sentir ragioni. “Separazione!”, strillava. “Divorzio.” E quella orribile parola: pervertito! E se la reazione sdegnata fosse stata un trucco, magari per nascondere la presenza di un amante? Già che c’era, gli rinfacciò una vasta gamma di colpe, alcune delle quali inesistenti. Ce n’erano di reali, beninteso, tuttavia la bilancia era in equilibrio, e lui sarebbe passato sopra agli errori di sua moglie, quali che fossero. E al diavolo il cavaliere errante, ammesso e non concesso che esistesse veramente. L’astio era escluso.
Pervertito… quanta luce, invece, in quel bambino, e in ciò che accadde! Una luce che sarebbe potuta provenire dal paradiso. Non semplice sesso, mai!, ma l’unione splendente di due cuori, che purtroppo la vita, le circostanze, naturalmente la famiglia del piccolo, provvidero a spezzare. Sul taccuino, inizialmente, avrebbe voluto riportare tutto questo. Non essendo uno scrittore, aveva finito per lasciar perdere.
Quante chiavi di lettura! E altre ce ne sarebbero, solamente a cercarle.
Carlo scosse la testa con uno strano sorriso.
Ricordava bene i procedimenti mentali che lo avevano accompagnato, fra urla e strepiti.
Se il matrimonio era destinato a finire, ebbene che finisse. Ma un divorzio non era accettabile: carte bollate, avvocati, giudici. Inoltre, la Chiesa lo proibisce, e ogni buon cristiano si deve attenere a regole precise, stabilite in origine da chi “sa”, da chi conosce la verità, ed essa è unica e immutabile.
Non era ubriaco, quando prese la decisione. Poiché lei era risoluta (stava gettando alla rinfusa dei vestiti in una valigia), stabilì in fretta cosa doveva fare, però dopo aver riflettuto. Calcolò le conseguenze, valutò i pericoli, comprese che non ci sarebbero stati rimorsi. In quanto alla nostalgia, alla malinconia, non sarebbe stato diverso in caso di separazione legale.
Scelse anche – in anticipo – il luogo esatto dove avrebbe seppellito il cadavere di sua moglie.

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Se riuscirò a mettere ordine nella mia testa, vorrei proseguire come già annunciai: una nuova puntata di “Come Randall Flagg” alla domenica e un racconto singolo durante la settimana. Buona lettura.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza. I miei ricordi si spingono indietro nel tempo, ma c’è come uno steccato, un muro quasi sempre invalicabile che non mi consente di vedere il volto di mia madre. Solo in due o tre occasioni sono riuscita a ricostruire la dolcezza dei suoi lineamenti e a risentire il suo profumo, forse perfino a udire il suono della sua voce.
Noi viviamo da sempre in una specie di baracca, nella spiaggia sconfinata che si estende per miglia e miglia lungo il litorale; e la nostra dimora è lontana dal centro abitato più vicino, e anche dalle sdraio e dagli ombrelloni, dai ristorantini costruiti a ridosso dell’oceano, dai bar affollati di turisti affamati di sole e di vita. Da sempre i miei più fedeli amici sono i delfini, li ho conosciuti da piccola, e da allora, ogni giorno, prima di andare in fabbrica mi spingo fino alla barriera corallina per salutarli e, a volte, per giocare con loro. Attualmente non ho il moroso, ma sono una ragazza felice, sebbene mio padre stia invecchiando a vista d’occhio e ultimamente abbia perso un po’ di lucidità.
Ma questo è il corso naturale della vita. Io gli voglio tanto bene, e lo accudisco con grande amore.

Al sabato Cheryl andava a ballare. Generalmente frequentava lo stesso locale, una discoteca poco distante, che sembrava un vecchio ranch. Lì c’erano una quantità di divertimenti, fra cui un toro meccanico che l’aveva vista protagonista di molte sfide con i ragazzi del luogo.
Sfide dalle quali era quasi sempre uscita vincitrice.
Ma il suo divertimento più grande era ballare. Aveva la musica nel sangue, ed era capace di proseguire per ore finché diventava fradicia di sudore. Poi beveva una birra con Joe e con Mick, saliva sul vecchio pick-up tutto scassato e faceva ritorno alla spiaggia. L’indomani comunque si sarebbe svegliata presto, avrebbe preparato caffè e uova con pancetta per suo padre, e sarebbe andata a trovare i delfini. Loro la aspettavano. Non appena la vedevano arrivare incominciavano a sorridere nel modo ebete che gli è proprio, ma che in realtà nasconde l’intelligenza più viva del mondo animale. Avrebbero giocato, era possibile che le avrebbero fatto provare l’ebbrezza dello “sci nautico”, scarrozzandola gioiosamente nell’acqua rilucente che il vento increspava, sino a giungere al largo dove le onde erano alte come case.

Quel sabato Cheryl conobbe Jack. Non lo aveva mai notato prima d’ora. Era un bel ragazzo, con gli occhi verdi e profondi, e un fisico da schianto. “Ha il culo di Mel Gibson!”, disse ridendo Jane. Cheryl le sorrise. “Sei la solita.”, ribatté. “Io cerco qualcos’altro in un uomo.” Jane era la sua migliore amica, lavorava con lei alla fabbrica. Piccolina e mora, rappresentava il suo esatto opposto: Cheryl era alta e bionda, con le spalle larghe e le gambe forti. Non le interessava il sedere di Jack, ma era rimasta colpita dal suo sguardo, dalla fronte alta e spaziosa, dai modi cortesi non proprio frequenti da quelle parti, dal timbro della voce. Soprattutto dallo sguardo. C’era una luce particolare in quegli occhi, che rivelava intelligenza e sensibilità. E bontà d’animo, Cheryl ci avrebbe scommesso. Lui le offrì una seconda birra, lei accettò. Parlarono del più e del meno, e Cheryl si rese conto che erano molto simili. Anche Jack amava l’oceano, le albe solitarie, i tramonti incantati. E amava anche i delfini.

Fu naturale uscire insieme dal locale, salire sulla sua Ford e cercare un posto appartato. Era la prima volta che Cheryl si concedeva a una persona che quasi non conosceva; ma dentro di sé sapeva di non sbagliare, era certa che si trattava di una scelta giusta: probabilmente aveva trovato l’uomo della sua vita. Fino a quel giorno non lo aveva mai cercato, lo reputava inutile. Sarebbe arrivato all’improvviso, al momento stabilito dal destino, e quando questo sarebbe successo lei lo avrebbe riconosciuto immediatamente.
Rimase quindi sorpresa nel vedere un altro giovane che li aspettava, al limitare della spiaggia, quasi a un tiro di schioppo dalla baracca dove suo padre stava dormendo tranquillamente. E poi tutto fu troppo veloce. Un giro di giostra all’inferno. Il sapore del sangue. Il dolore violento nel corpo e nell’anima. Il disgusto, la paura, il terrore. Le strapparono i vestiti di dosso. La sodomizzarono. La picchiarono con furia bestiale. Jack le pisciò addosso. E infine se ne andarono, lasciandola pesta e sanguinante. Con una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.
Cheryl torno a casa, camminando a quattro zampe. Lungo il percorso si fermò per vomitare.
A fatica entrò nella baracca per accarezzare il viso di suo padre.
Poi raggiunse il limitare della spiaggia e attese l’alba.

Mio padre mi ha insegnato ad amare l’oceano. Non ho mai avuto paura dell’acqua, ho imparato a nuotare da bambina e, crescendo, sono diventata una nuotatrice provetta, dotata di grande resistenza.
Ora sto andando dai miei amici delfini.
Sono molto stanca.
Non so se ce la farò a giocare ancora con loro.

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DUMB RITA

Rita era arguta, capace di pensieri profondi e sufficientemente colta (sapeva distinguere la differenza che intercorre fra uno scribacchino commerciale e un vero scrittore, laddove il primo spesso era stato semplicemente baciato dalla fortuna, nonché affiancato da un ottimo ufficio marketing). Suonava il piano (senso artistico uguale intelligenza), dispensava utili consigli alle amiche (empatia, intuito e capacità di guadagnare la loro fiducia), realizzava pregevoli creazioni a base di cravatte, foulard e fazzolettini vintage, che si procurava investendo i guadagni e contando sulla generosità di certe anziane signore (capacità manuale: un’altra forma di intelligenza).
Componeva canzoni e poesie, cercava risposte a dubbi esistenziali, affrontava ogni nuovo giorno con la consapevolezza di poter raggiungere un ulteriore traguardo, come un ciclista alle prese con il Tour de France. E a livello sportivo, sebbene non fosse alta, giocava a pallacanestro ed era un valido play. Insomma, era viva, sensibile alla bellezza e dotata di molte altre qualità.
In questo quadro c’era spazio per un marito, un gatto, un grosso cagnone affettuoso e per un buon lavoro: responsabile di un negozio di biancheria intima.
E proprio lì si trovava a mezzogiorno di un giovedì caldo e sereno di luglio. Le altre ragazze erano andate a pranzo, Rita sarebbe uscita alle tredici e trenta per mangiare un tramezzino nel bar che frequentava tutti i giorni, se non durante la pausa sicuramente al mattino: adorava il loro caffè. Stava facendo un po’ d’ordine, quando nella boutique entrò un uomo. Dimostrava circa quarant’anni, era alto, ben vestito, con i capelli biondi pettinati all’indietro. Portava un Rolex d’oro al polso, ciò nonostante prese tre paia di boxer scelti fra i più economici, pagò in contanti tramestando nel portafoglio, poi, invece di uscire, le rivolse un sorriso smagliante e disse: “Lei è davvero bella, sa?” Rita scosse la testa. Sapeva di essere attraente, forse graziosa, ma “bella” le sembrava un complimento esagerato. Be’ di certo brutta non sono, pensò fugacemente. Aveva un viso dai lineamenti regolari, occhi grigi molto espressivi e folti capelli neri che le scendevano fino alle spalle. Comunque fosse, lo ringraziò con un sorriso. “Sono qui di passaggio.”, dichiarò lui. “Non conosco questa città, saprebbe indicarmi un ristorantino dove non vieni avvelenato? A proposito, mi chiamo Carlo Lupo, bad wolf per gli amici, good wolf se riesco a farli ridere dopo la seconda birra”, e rise a sua volta. Una bella risata, calda, piacevole. Rita si sorprese a pensare che era un uomo decisamente affascinante. Lanciò una rapida occhiata ai vestiti che indossava; denotavano buon gusto. Probabilmente, si disse, era un manager – il Rolex suonava da conferma – o un affermato venditore. Non era per i soldi, ma apprezzava gli uomini di successo; amava il marito, però a volte riteneva che avesse un impiego troppo modesto – era un semplice impiegato – a causa della mancanza di ambizione, l’unico difetto che gli riconosceva. Nella vita, l’ambizione è importante: ti porta a scavalcare muri altissimi, ad affrontare le prove più dure, e se vinci avrai raggiunto il tuo traguardo, ti sarai elevato al di sopra della massa.
Si riscosse da quei pensieri e gli suggerì “Da Rino”, un locale che serviva un fantastico tris di primi e succulente bistecche, alte e cotte alla perfezione, in più i prezzi erano contenuti. “Bene.”, Carlo Lupo sorrise di nuovo. “E che ne direbbe di farmi compagnia? Posto che il negozio chiuda, si intende.” Rita aprì la bocca per declinare gentilmente l’invito, invece con suo grande stupore rispose: “Non chiudiamo fino a questa sera, però” – guardò l’ora – “fra quaranta minuti ho la pausa.”
“Ottimo!”, esclamò lui. “Sarà un pranzo delizioso!”
Benché fosse un po’ pentita, Rita non trovò il coraggio per comunicargli che aveva cambiato idea. Cose che capitano.
E fu veramente un pranzo delizioso, in parte grazie al cibo e allo squisito vino che Carlo aveva scelto, ma soprattutto per il feeling che si instaurò fra i due. Senza la minima traccia di alterigia, Lupo le parlò del suo lavoro, o meglio: delle sue innumerevoli attività. Si occupava di vari settori, non per il guadagno, precisò, ma perché amava ciò che faceva, viveva di soddisfazioni, la più importante delle quali era legata a una ditta in Africa. Costruiva scuole per i bambini poveri, naturalmente era pagato, e non poco, tuttavia i soldi che gli versava quello Stato – a Rita sfuggì il nome – erano ben poca cosa rispetto alla gioia che provava nel fare qualcosa di importante per il futuro di quei bimbi neri. Scrollò le spalle e aggiunse divertito che comunque tutto il denaro di cui disponeva era impegnato in mille diverse ramificazioni. “Spesso il mio alimentari mi deve fare credito!” A giorni, peraltro, due o tre al massimo, avrebbe ricevuto una grossa rimessa – freschi contanti! – e voleva festeggiare l’avvenimento. Rita sarebbe andata a Cannes con lui?
Lei scoppiò a ridere. “Naturalmente, no!”

L’hotel Carlton è situato sulla Croisette.
Insieme al Martinez e al Majestic è il più bello e lussuoso di Cannes. Quando al mattino si svegliava, Rita contemplava incantata la favolosa camera che divideva con Carlo, poi correva sul balcone per osservare l’incomparabile spettacolo del mare, mosso dal Mistral e illuminato dai raggi del sole. Facevano colazione a letto, riprendevano ciò che, vinti dal sonno, avevano interrotto la notte precedente (che, in ogni caso, si era dimostrato di piena soddisfazione per entrambi), quindi uscivano per godersi la vita. Passeggiavano mano nella mano, visitavano i negozi di Rue d’Antibes, salivano sulle giostre del luna park, ubicato dopo il Porto Vecchio (ai cui moli erano ormeggiate “barche” che erano autentiche regine), pranzavano da Felix, al Blue Bar o all’Auberge Provencale. Rita andava matta per la Salade nicoise e per le moules avec frites; Lupo le aveva sconsigliato le ostriche, dato che luglio è un mese senza la “r”, al contrario di gennaio (janvier), e in tali mesi risultano a rischio. Si concedevano un sonnellino e, dopo un buon caffè consumato al bar del Carlton, riprendevano quella sorta di viaggio nel mondo dei sogni. Era un mondo nuovo, diverso, che con il marito non avrebbe mai conosciuto. A lui non pensava quasi mai, qualche fugace rimorso che una gita a Saint-Tropez o un’escursione nell’entroterra provvedevano a disperdere, come polvere spazzata via dal vento.
Trascorsi sette giorni, la rimessa che Lupo aspettava non era ancora arrivata (“ma non tarderà, ormai è questione di ore”) e fino a quel momento Rita aveva pagato tutti i conti con la sua carta di credito (non osava controllare il saldo, ben sapendo che era molto vicino al cosiddetto lumicino). Non importava: i soldi erano in viaggio dall’Africa e quando fosse giunto l’accredito c’era un certo Trilogy della De Beers che la attendeva dietro la vetrina di un negozio da Mille e una Notte. Rita era tutto tranne che veniale, ma quel regalo rappresentava il simbolo del grande amore che Lupo nutriva per lei.
Dopo altri due giorni, si svegliò da sola nel letto. Carlo sarà andato a prendere Nice-Matin e altri giornali. Un’ora più tardi, vagamente perplessa, si vestì e scese nella hall. Il portiere le consegnò una busta.
Rita la aprì.

“Mi chiamo Carlo Lupo.”, dichiarò l’uomo elegante alla bella cassiera. “Bad wolf per gli amici, good wolf se riesco a farli ridere dopo la seconda birra.”, e rise a sua volta.

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