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Archive for giugno 2013

Maggiore Miloslav PomarevLa notte era calda e limpida, ma non silenziosa. Dal piazzale antistante la Duma giungevano le urla della folla inferocita; risuonarono alcuni spari che  presto però cessarono. Si udivano le voci concitate degli agenti della seconda direzione centrale provenire da uno degli ingressi del Cremlino.
Ma non si sentì nessun rumore quando Martin Yarbes fece fuoco, poiché la sua arma era munita di silenziatore.
Un istante prima che l’americano premesse il grilletto, Pomarev si chinò per cercare di individuare chi lo aveva seguito fin lì. Percepì lo spostamento d’aria, causato dal proiettile, che lo mancò per meno di due centimetri.
Pomarev si gettò a terra, la pistola salda fra le mani, senza tuttavia sprecare inutilmente una pallottola. Doveva scoprire dov’era il suo nemico invisibile.
Yarbes soffocò un’imprecazione e sparò di nuovo, ma adesso il maggiore del Gruppo Alpha si trovava al riparo di un grande cespuglio.
Pomarev si allontanò, strisciando.
Yarbes provò per la terza volta, affidandosi all’istinto e mirando in basso. Questa volta il proiettile sfiorò una spalla del russo. Adesso Martin doveva ricaricare il fucile.
Pomarev si rialzò e correndo curvo si diresse verso il Cremlino. Ogni quattro passi, si buttava a terra, rotolava su se stesso e riprendeva a correre, evitando di muoversi in linea retta. Un minuto più tardi raggiunse un gruppetto di quattro agenti del KGB, mostrò loro il suo tesserino e indicò il parco. “C’è un americano.”, disse con calma. “Un uomo della CIA. Prendetelo. Lo voglio vivo.”
A Lefortovo, il cekista venuto da Langley avrebbe scoperto nuovi aspetti della vita. Rispetto a Squire, la sua agonia sarebbe stata più breve, ma non per questo meno dolorosa.
I quattro, armati della Tokarev calibro 9 d’ordinanza, si avviarono cauti verso i giardini Aleksandrovski. Il primo morì tre minuti dopo. Il secondo lo seguì nell’ultimo viaggio a distanza di dieci secondi. Erano abituati a spadroneggiare, a terrorizzare, ad arrestare e a torturare, ma, a differenza dei colleghi di Yazenevo o dei membri del Gruppo Alpha, non avevano l’esperienza necessaria per affrontare un nemico nascosto, non procedevano a ventaglio ed erano perfettamente visibili, quasi fossero sagome di un’esercitazione di tiro al bersaglio.
Miloslav Pomarev, invece, aveva esperienza da vendere.
Camminando silenzioso prese un sentiero che in apparenza si allontanava per poi riavvolgersi come le spire di un serpente, allargandosi e quindi restringendosi, e infine aggirando Yarbes.
I due superstiti si erano sistemati dietro a una panchina e si guardavano ansiosamente attorno.
Yarbes si mosse lentamente nella loro direzione.
E Pomarev finalmente lo vide.
Si portò alle sue spalle, senza produrre il minimo rumore – frutto del micidiale addestramento Spetsnaz – e gli premette la canna della pistola sulla nuca.
“Amerikanskiy”, disse glaciale, “lo sa come è morta la moglie del suo amico, il traditore Tarasov? E come ha finito i suoi giorni la sua complice, Susan Cooper? Oh, niente in confronto a ciò che subirà Monica Squire. Strillerà come un maiale, e morirà avvolta dalle sue feci, dopo aver sofferto in maniera indicibile. E ora, prego, mi segua.”
Yarbes lasciò cadere a terra il fucile.

Se Gennadij Janaev era stato arrestato ubriaco e in lacrime, poco dignitosamente nascosto sotto la sua scrivania, e se Boris Pugo aveva evitato l’arresto suicidandosi dopo aver ucciso la moglie, il Maresciallo Dmitry Timofeevic Yazov, ministro della Difesa dell’Unione Sovietica, forse a causa delle sue origini siberiane, si comportò in modo diverso.
Quando vennero a prenderlo, accolse gli uomini della Milizia con freddezza, e non pronunciò la frase che in seguito gli venne attribuita, e cioè “Sono un vecchio pazzo!” Non era nel suo carattere.
Era un soldato mediocre, ma un uomo coraggioso.
D’altro canto, molte furono le voci che si sparsero, in quei giorni e nei mesi successivi, e molte di esse risultarono infondate, tipiche leggende metropolitane
al pari di varie assurdità che circolano nel web, dall’attentato alle torri gemelle attribuito agli americani, al fatto che Armstrong non calcò mai il suolo lunare, o in ambito marittimo alle congetture più svariate sull’affondamento del sommergibile Kursk.
Yazov seguì i cinque della Milizia senza proferire una parola.

Dresda, in Sassonia, è una città che conta oltre mezzo milione di abitanti. Conosciuta anche come la Firenze sull’Elba per le sue bellezze artistiche, durante la seconda guerra mondiale fu bombardata più volte dagli aerei americani dato che era un importante centro industriale.
Patrick Keynes e Vladimir Putin si incontrarono nella latteria Pfund, da poco riaperta, che si trova al numero 79 di Bautzner Straße. Davanti a un piatto di formaggio e a un bicchiere di latte, Putin espose all’americano i suoi progetti.
In Russia, spiegò, il potere sarebbe passato nelle mani di Boris Eltsin, ma non per molto. Eltsin era sulla strada per diventare un alcolizzato (e quando Boris si recò negli Stati Uniti per una serie di conferenze se ne ebbe la riprova: due agenti dell’FBI avevano il compito di riportarlo in albergo tutte le sere e di metterlo a letto). Perciò non avrebbe retto a lungo. Putin prevedeva di sostituirlo nel giro di qualche anno. Intendeva riformare completamente la Russia, rilanciando l’economia e favorendo il progresso in ogni campo. Dichiarò di essere profondamente democratico e desideroso di una stretta collaborazione con l’America, per la quale provava sentimenti di sincera amicizia. Per questo aveva aiutato l’agente della CIA Martin Yarbes. Poi con nonchalance accennò agli aiuti economici di cui avrebbe avuto bisogno. La Siberia aveva più petrolio dei Paesi arabi e più materie prime del resto del mondo, però mancavano le strutture e la necessaria tecnologia per utilizzare al meglio quelle immense ricchezze. Se Washington gli avesse procurato il sostegno finanziario e tecnologico necessario, sarebbe diventata la principale beneficiaria di tale patrimonio.
Pregò Keynes di riferire tutto questo a Bush.
Keynes, che a Londra aveva avuto un breve colloquio assolutamente riservato con l’ex primo ministro Margaret Thatcher, che aveva conosciuto ai tempi della guerra delle Falkland e dalla quale era stimato, non poté esimersi dal fare un confronto fra i due: quanto la lady di ferro era diretta e spontanea, tanto Putin era freddo e imperscrutabile. Sebbene fosse stato piuttosto esplicito, celava dentro di sé una personalità enigmatica, che risultava impossibile decifrare.
Come una sfinge, pensò l’americano.

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In linea (molto) teorica, WordPress garantisce la possibilità di effettuare un sondaggio, ma allo stato dei fatti ciò risulta impossibile. In questo, mi ricorda Splinder…
Per farla breve, sarei lieta di apprendere se volete il sequel di questo racconto, oppure no. Grazie ^^

La valle di PhilQuando fu vicino al cadavere di Jack Straw, Phil si chinò e raccolse la pistola che aveva lasciato cadere dopo aver ucciso il bandito.
Con calma tornò sui suoi passi. Vide che Patsy aveva rinunciato a lottare. Fu colto dal panico: era troppo tardi. Poi notò che muoveva debolmente le gambe. Era ancora viva, sebbene fosse questione di poco. Per l’ultima volta si chiese se era giusto intervenire. Forse Patsy era destinata a soccombere. La natura ha leggi proprie; quando una leonessa sbrana una gazzella segue quelle leggi, e nessuno la giudicherebbe colpevole per aver assecondato il suo istinto. Avrebbe potuto separarle, certo; ma ormai erano divise dall’odio: una delle due se ne sarebbe andata, lasciandolo. E in ogni caso non era questa la visione che aveva avuto.
Esitò, ma fu solo un attimo.
Appoggiò la canna sulla nuca di Elizabeth.
Premette il grilletto.
Non riuscì a trattenere le lacrime. L’aveva amata profondamente. Gli sfuggivano le ragioni del suo comportamento: lo aveva tradito, schierandosi con Sugar; era stata sul punto di togliere la vita a Patsy, dimenticandosi di tutte le promesse che si erano scambiati, rinnegando i loro ideali, desiderando il male di una persona che sarebbe dovuta essere sua sorella. Si passò una mano fra i capelli, cercando invano una spiegazione plausibile. Alla fine concluse che Liz aveva perso il lume della ragione.
Per rasserenare l’animo, si arrotolò uno spinello.
Patsy si rialzò a fatica.
Phil le cinse la vita con un braccio e le passò la canna.
Patsy aspirò avidamente.

L’uomo sceso dall’elicottero portava guai.
Phil uscì dalla baracca, seguito da Patsy.
Avevano fatto l’amore. Per Weir era sempre bello; ma Patsy aveva raggiunto l’orgasmo più devastante della sua vita. Dal giorno in cui aveva rischiato di morire, il suo amore per Phil era aumentato. Ricordava ancora il terrore, la paura folle, che, simile a un fumo nero, la soffocava. Poteva risentire il respiro eccitato di Liz, e avvertire di nuovo la sua presa micidiale. Una notte si era svegliata urlando, ma Phil l’aveva abbracciata, sussurrandole parole dolci. Poi l’aveva posseduta, e lei aveva dimenticato l’incubo, anche se sapeva che sarebbe tornato. Non avrebbe mai scordato quei terribili momenti. Da allora faceva l’amore quasi con disperazione, come se fosse l’ultima volta.
Phil l’aveva rassicurata: era solo questione di tempo, presto avrebbe dimenticato.
L’uomo indossava una divisa dell’esercito. Aveva un’espressione arrogante. “Questa valle appartiene al governo degli Stati Uniti. Voi siete qui abusivamente. Avete tre giorni per andarvene.”
“Che fastidio vi diamo?” Phil era sconvolto.
“Siete dei dannati hippy, vero?” Il militare sorrise in modo sprezzante. “Comunque fino a oggi non ci avete dato alcun fastidio, però adesso la valle ci serve. Vedete di sgombrare in fretta!”
Tornò all’elicottero, senza salutare, lasciandoli costernati.
La mia valle.
La mia valle è sacra.
Phil provò il desiderio di uccidere quell’uomo, tuttavia si rese conto che sarebbe stato inutile. Ne sarebbero venuti altri. Molti altri. Osservò l’elicottero librarsi in volo, mentre una profonda tristezza si impadroniva di lui. Come avrebbe potuto continuare a vivere lontano da lì? Da più di due anni, ogni mattina si era svegliato presto, era uscito all’aria aperta e aveva camminato fino al ruscello per lavarsi. Poi aveva acceso il fuoco per preparare il caffè. Mentre aspettava che la bevanda fosse pronta, aveva guardato il profilo delle montagne, respirando a pieni polmoni l’aria pura e incontaminata della Green Valley. D’inverno aveva assaporato un profondo senso di pace e, quando la neve li aveva isolati, non si era sentito un prigioniero, bensì il più libero fra gli uomini. Con l’arrivo della primavera aveva goduto del risveglio della natura, e aveva vissuto con gioia le lunghe serate trascorse sulla veranda. Aveva accolto l’estate come se fosse una preziosa amica, sudando al sole mentre lavorava la terra o costruiva la staccionata di legno. L’autunno aveva portato con sé nuove meraviglie: la foresta si era rivestita di colori di sorprendente bellezza; all’imbrunire, si levava la nebbia, colmandolo di suggestioni che non avrebbe mai trovato in nessun altro luogo.
Alla notte aveva fatto l’amore con le sue donne: la focosa Elizabeth, la delicata Patsy. Adesso sarebbe stato costretto ad andarsene, ma piuttosto che tornare in una città sudicia e affollata, si sarebbe ucciso. Prima il tradimento di Liz, ora la prospettiva di abbandonare la valle: una parte di lui sarebbe morta per sempre.
Patsy lo prese per mano. “Il nostro sogno non finisce qui.”, disse dolcemente, quasi gli avesse letto nel pensiero.
Phil la fissò senza capire.
La donna arrossì. “Ti devo confessare una cosa: Liz aveva ragione. Io parlai con Sugar, ma lo feci perché avevo paura. Non gli raccontai dell’arco, e neppure di te; gli suggerii soltanto di stare attento a Elizabeth. Dissi che aveva una natura violenta e che, per il bene di tutti, avrebbe dovuto controllarla. Ammetto anche che ero gelosa di lei, ma, a differenza sua, non le avrei mai fatto del male. Credo di aver pagato il mio debito, quando ho visto la morte in faccia. Ma questo, ormai, appartiene al passato. Noi dobbiamo pensare al futuro. Il sogno continuerà. Gli Stati Uniti sono grandi: troveremo un’altra valle, e se non ci riusciremo, andremo in Canada. Io e te. Insieme. Per sempre.”
Tacque e lo guardò negli occhi. I suoi erano sereni; riflettevano una nuova forza, una determinazione consapevole che non le era mai appartenuta.
Phil Weir la abbracciò. “Ti amo, Patsy!”
La baciò sulla bocca; un bacio tenero. “Ora tocca a me spiegare.”, disse vagamente impacciato. “Ti sarai chiesta perché ho tardato ad aiutarti. Non è un argomento semplice…”
Patsy gli posò un dito sulle labbra. “Non importa. Non mi interessa saperlo. So solo che mi hai salvato la vita. Il resto non conta.”
“Ma io devo dirtelo! In un primo momento ho pensato che non era giusto interferire, però poi mi sono reso conto che non si trattava di un incontro sportivo, che vinca il migliore e sciocchezze del genere. Una di voi due sarebbe morta, e io non sapevo chi scegliere. Era una decisione importante: dovevo capire chi amavo di più. Alla fine l’ho capito.”
Patsy gli rivolse un sorriso radioso. “Ti amo, Phil!”
Rimasero abbracciati a lungo, mentre il sole illuminava la Green Valley, e il mondo continuava a girare come sempre.

La valle è circondata da imponenti montagne. Un ruscello attraversa i campi che si stendono a perdita d’occhio fino al limitare di una foresta di pini. Sull’altro lato, quello a meridione, una strada sterrata scende da una gola, serpeggiando per poi arrestarsi all’improvviso davanti a una grande cancellata di legno. L’aveva costruita Phil.

LA VALLE DI PHIL

GRAZIE PER AVER LETTO QUESTA STORIA

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MargaretLa foto che il Bastardo aveva scattato ritraeva un’infermiera, giovane e graziosa. Il suo sguardo rivelava un senso di stupore, tuttavia per uno di quei miracoli che raramente si verificano nel mondo della fotografia, elevandola in quei casi al rango di arte, allo stupore si univa come un senso di serenità, che forse celava amore. Istinto o fortuna, il Bastardo era riuscito a cogliere tutto questo con un unico scatto.
L’infermiera aveva portato le mani al ventre, dove la pallottola l’aveva colpita.
Ma non c’era dolore nei suoi occhi.
L’articolo di John Wyman fece piangere le donne di mezzo mondo e colmò di rabbiosa soddisfazione i lettori maschi per la dettagliata descrizione del linciaggio che era seguito.
Il pezzo non menzionava l’americana che, rialzatasi da terra, nei minuti successivi al barbaro assassinio aveva fissato sconvolta la salma dell’infermiera.
E non c’era una foto che ritraesse le sue lacrime.

La finestra dello studio del vicepresidente dell’Unione Sovietica, Gennady Janaev, era spalancata ma da fuori non arrivava un filo d’aria.
Era una giornata particolarmente afosa e, quando entrarono nell’ufficio, gli uomini della Milizia erano sudati e di pessimo umore.
Si guardarono attorno, perplessi. Janaev non c’era. Eppure, sia la segretaria personale sia le due guardie del corpo avevano ammesso con riluttanza che il compagno “presidente” si era presentato tre ore prima e da allora non era più uscito dalla stanza.
Gli uomini della Milizia, accaldati e stanchi, non avevano nessuna intenzione di farsi prendere in giro. Uno di loro si diresse verso la porta per chiedere chiarimenti, ma a un tratto si fermò.
Aveva udito uno strano rumore. Sembrava un gemito. Proveniva da sotto la massiccia scrivania, posta di lato alla finestra. Si chinarono tutti e videro Janaev rannicchiato sul pavimento con in mano una bottiglia di vodka ormai quasi vuota.
Janaev stava piangendo.
Completamente ubriaco, si rese comunque conto di essere osservato da sei paia di occhi.
“Ho sempre sbagliato tutto nella mia vita.”, biascicò, mentre lo portavano via.

Margaret Beauchamp entrò nello Studio Ovale della Casa Bianca senza alcun timore reverenziale. Non poteva essere altrimenti, considerati il carattere e la brillante carriera che aveva compiuto nella CIA, passando di promozione in promozione, fino a diventare la numero due del settore che si occupava dell’ Unione Sovietica, con la concreta prospettiva di prendere il posto del suo mentore, Patrick Keynes, quando lui fosse andato in pensione.
Margaret era una donna di circa cinquant’anni, ancora attraente sebbene non graziosa, alta e provvista di un seno generoso che non trascurava di mettere in evidenza grazie alle scollature dei suoi abiti. Ma soprattutto era intelligente e determinata.
I cinque uomini la fissarono.
Lei salutò compitamente il presidente degli Stati Uniti, il segretario di Stato, il ministro della Difesa, il direttore della CIA e un generale del Pentagono che non conosceva.
Bush le fece cenno di accomodarsi.
Keynes si trovava a Londra per un incontro riservato con il suo equivalente del SIS, ma Margaret disponeva di tutte le informazioni necessarie.
Il direttore della CIA, William H. Webster, la presentò agli altri, sorrise fra sé notando che Skinner, il Capo di Stato Maggiore, le stava sbirciando il seno, dopodiché la invitò a parlare.
“Signor presidente”, disse Beauchamp, “signori, sono in grado di fornirvi tutte le ultime notizie.”
I cinque uomini si disposero all’ascolto con la massima attenzione.
Margaret Beauchamp aveva lavorato “sul campo” per sei anni, operando prevalentemente in Polonia e in Bulgaria. Parlava correntemente cinque lingue: oltre al polacco e al bulgaro, il russo, il tedesco e l’ucraino, che malgrado gli sforzi di Mosca restava l’idioma nel quale si riconoscevano gli abitanti di Kiev e delle altre città dell’Ucraina.
Margaret aveva svolto tale attività come agente “nero”, cioè senza copertura diplomatica, il che significava arresto, brutali interrogatori e probabilmente morte, nel caso l’avessero scoperta. Avvalersi di agenti privi di copertura non è una forma di sadismo del direttore della CIA: esiste una spiegazione ed è assai semplice. Un “addetto culturale” di un’ambasciata non corre particolari rischi, però non può muoversi facilmente, dato che, dopo essere stato individuato, viene costantemente sorvegliato; questo non vale per chi, almeno in teoria, risulta sconosciuto.
In seguito, Margaret era tornata a Langley, ottenendo la qualifica GS-16.
Sua mamma era cugina, per parte di padre, della moglie di un lord inglese, il quale era stato il più importante editore della Gran Bretagna dell’epoca. A lui si dovevano i capolavori di Thomas Mann, Joyce e Tolkien. Margaret aveva visitato il castello scozzese dove trascorrevano le vacanze i due coniugi, in occasione della sua unica missione in Inghilterra. Era stata mossa dalla curiosità di sapere qualcosa di più sul conto di Monica Beauchamp. Non aveva appreso molto, ma per qualche ragione le due tombe vicine avevano suscitato in lei una forte impressione; se a Margaret era sempre mancato un amore vero – diversi amanti, ma null’altro -, lo stesso non si poteva affermare a proposito della cugina di sua madre. Nel verde delle Highlands si percepiva, come per magia, un sentimento eterno.
Accantonò quei pensieri per concentrarsi su quello che doveva riferire.
Come d’abitudine, si espresse in modo chiaro e conciso. Bush non aveva certo tempo da perdere.
“Gorbaciov ha fatto a pezzi il KGB.”, annunciò trionfante. “Adesso, signor presidente, prima e seconda direzione centrale semplicemente non esistono più. In loro vece, vi sono Srv e Fsb ma con poteri di gran lunga inferiori e sottoposti a strettissimi controlli.”
Bush accolse quelle parole con grande soddisfazione.
“Boris Pugo si è suicidato.”, proseguì Margaret. “La notizia non è ufficiale, naturalmente, però è certa. Janaev è stato arrestato. Pare che fosse ubriaco fradicio e tremante. Non sappiamo ancora se sarà condannato a morte. Gorbaciov sta riflettendo.”
Skinner annuì, soddisfatto. Da sempre era un fautore della pena capitale.
Bush si disse che Patrick Keynes aveva fatto un lavoro formidabile, a partire dall’arruolamento del rezident di Londra, Lebedev.
Al numero dieci di Downing Street il premier britannico pensava la stessa cosa, riferita a William Weber.
In Italia, a Roma, Giulio Andreotti entrò in chiesa per ringraziare il Signore. Un imprenditore milanese prese il telefono e si congratulò con Vladimir Putin. Il russo, benché sconcertato, ringraziò.
“E c’è un fatto ancora più importante.”, riprese Margaret. “Abbiamo saputo da fonti sicure che a breve – questione di giorni – Michail Gorbaciov si dimetterà e sarà sostituito da Boris Eltsin.”
“Il che cambia poco.”, commentò Bush. “E ciò è positivo.”
“Qualcosa cambia, signor presidente.”, intervenne James Baker. “Credo in meglio.” Il segretario di Stato non ignorava che Eltsin era un riformista più convinto di Gorbaciov.
“Infine”, concluse Margaret, “vi è la questione Putin. Domani Patrick Keynes volerà a Dresda per conferire con lui. A quanto risulta – ma ne avremo la sicurezza quando Martin Yarbes presenterà il suo rapporto – Putin ha fatto tutto il possibile per aiutare il nostro uomo. E stando a quello che ha anticipato a Keynes…”
Ma il direttore della CIA aveva smesso di ascoltarla.
Yarbes non si era più messo in contatto con Langley.
Dov’era adesso?, si domandò William H. Webster.
Il suo migliore agente era ancora vivo?

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Maggiore Miloslav PomarevNadiya Nicolajevna Drosdova aveva assistito all’arresto di Monica.
Era meno ottimista di Yarbes.
Come un’ombra furtiva, scivolò dietro ai due uomini del Gruppo Alpha. Nel frattempo, rifletteva. Se anche fosse stata in perfetta forma, non avrebbe mai potuto avere la meglio su un uomo del Gruppo Alpha, e quelli erano due. In quanto a Squire, che procedeva in mezzo a loro pallida come uno straccio, dubitava fortemente che potesse esserle d’aiuto.
Li raggiunse e disse: “Dove la state portando, compagni?”
Il più giovane la osservò e soffocò la risposta brusca che gli era salita alla bocca. Non era autorizzato a rivolgere la parola ai dimostranti, però l’infermierina era molto graziosa, con un’aria di ingenuità mista a malizia che lo intrigava. E forse non stava dalla parte di Eltsin. Si chiese oziosamente perché non si fosse cambiata, prima di uscire dall’ospedale. “In un brutto posto, compagna, che è meglio che tu non conosca.”
“E’ una traditrice?”, gli domandò Nadiya, ignorando Monica ed evitando di posare gli occhi su di lei.
“Americana!”, sibilò l’uomo. “Una spia.”
“Taci!”, fece l’altro, che era immune al fascino dell’infermiera.
“Una spia!” Nadiya guardò per la prima volta Squire. “Mi auguro che la frustiate a dovere!” Poi le sputò in faccia. “Bl’ad’! Ot’ebis’!”, esclamò con rabbia. L’espressione del suo viso era improntata allo sdegno e al disgusto.
“Hai detto bene, compagna.”, approvò il giovane. “Beh, buona serata.”
Se Monica era rimasta stupita dal comportamento di Nadiya, ritrovò subito la presenza di spirito. Parlava correntemente il russo, aveva capito le ingiurie e le rispose per le rime. “Suka!”
Nadiya la colpì con un violento manrovescio.
Monica finì a terra.
“Calma!”, disse l’anziano. Sferrò un piccolo calcio alla donna che giaceva al suolo, ma senza ottenere risultati. Evidentemente, era svenuta. “Hai esagerato.”, disse a Nadiya in tono di blando rimprovero. “Ci stai facendo perdere tempo.”
Lei annuì. E un attimo dopo iniziò a gridare. “Stanno ammazzando un’altra persona! Questa donna”, e indicò il corpo esanime di Squire, “lavora per un’importante azienda farmaceutica. E’ venuta qui, a Mosca, per firmare un contratto che prevede la vendita a prezzi di assoluto favore di nuovi medicinali americani. Medicine per i bambini, per gli anziani. Medicine che in Russia noi non abbiamo. E loro vogliono ucciderla!”
Adesso urlava, paonazza in volto, con voce stridula. “Medicine americane. E questa è la ricompensa! C’è qualcuno, fra voi, che ha il coraggio di salvarla, di difenderla? O siete troppo vili?”
John Wyman, il Bastardo, scattò una foto.
Quella foto sarebbe comparsa su tutti i giornali del mondo.

Sebbene nella stessa Italia siano in pochi a saperlo, i giardini Alexandrovski furono realizzati da un italiano, Giuseppe Bova, su incarico dello zar Alessandro I. Essi corrono attorno alle mura del Cremlino, e lì, fra i ricordi della vittoria su Napoleone e altri cimeli storici, arde una fiamma imperitura dedicata al milite ignoto. La tomba sottostante contiene il corpo di un soldato caduto durante la Grande Guerra Patriottica, nel punto più vicino a Mosca raggiunto dai carri armati degli invasori tedeschi.
Pomarev tornò sui suoi passi, scrutando fra le tenebre. Era certo di aver avvertito una presenza. Sapeva anche che non era una presenza amica; benché non ne fosse del tutto certo immaginava chi potesse essere l’individuo che lo stava seguendo. In questo caso l’addestramento Spetsnaz contava relativamente: Pomarev si era affidato al ragionamento. Un russo, uno degli uomini che presto avrebbe spazzato via dal piazzale antistante la Duma, non avrebbe mai avuto il coraggio di seguirlo. Questo valeva sia per i normali cittadini, sia per qualche traditore dell’Armata Rossa. Tutti vivevano nel terrore del Gruppo Alpha, in misura anche maggiore della paura che incuteva il KGB.
Non gli americani, però.
Bene, se era davvero così, quella notte avrebbe regolato ogni conto in sospeso.
Miloslav Pomarev estrasse la pistola e procedette guardingo, con tutti i sensi all’erta.
A circa cinquanta metri da lui, Yarbes lo osservava attraverso il mirino a intensificazione di immagine. Rispetto al classico mirino a raggi infrarossi, esso ha il vantaggio di poter essere utilizzato in mancanza di una qualsiasi forma di energia. Non può essere usato nel caso di buio assoluto, poiché deve sfruttare almeno una minima fonte di luce; ma questo non era un problema, perché nel parco di luce ce n’era a sufficienza. Il fucile munito di tale congegno era stato nascosto da Sasha in un anfratto del terreno, sotto a una panchina. L’arma, che proveniva dagli Stati Uniti, era un grazioso regalo di Putin.
Yarbes prese accuratamente la mira.

Boris Pugo non fu mai tratto in arresto.
Quando venne informato che la Milizia si apprestava a raggiungere il ministero degli Interni, ripose con calma i documenti che stava esaminando e li chiuse in un cassetto. Lanciò un’occhiata all’ampio ufficio, dopodiché chiamò la segretaria e le disse di far preparare la sua Chaika. L’aria condizionata era regolata al minimo, ma egli non era sudato. Aveva sempre trovato risibili gli americani, che sprecavano energia a tutto spiano, e che, fosse estate o inverno, nel loro luogo di lavoro erano sempre in maniche di camicia.
Fra i quattro principali congiurati, Pugo era il “duro”. Era nato in Russia, benché fosse di origine lettone. Laureato in ingegneria, aveva fatto parte del KGB, prima di diventare presidente della commissione centrale di controllo del PCUS, l’ organismo incaricato della disciplina interna al partito. Quando Gorbaciov aveva mandato l’esercito a Vilnius, Pugo aveva assunto il comando delle operazioni, distinguendosi per efficienza, cioè spietatezza, e la sua nomina a ministro degli Interni era stata accolta con entusiasmo da chi voleva che la Russia continuasse a dominare sull’impero.
Come tutti i membri del Politburo, disponeva di tre abitazioni: un sontuoso appartamento a Mosca, in Kutuzovsky Prospect, la dacia a Usovo e una villa al mare.
Due automobili lo scortarono fino all’indirizzo moscovita. Quattro uomini, i più fedeli, lo accompagnarono all’interno del palazzo, altri quattro si posero di guardia, davanti all’abitazione.
Pugo cenò con la moglie, si concesse una vodka al termine del pranzo, quindi lui e la consorte si ritirarono in camera da letto. Boris baciò la moglie e le augurò la buonanotte.
Quando capì che dormiva, prese la pistola e le sparò.
Poi si uccise.

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La valle di PhilNon hai completato il tuo percorso.
Sarebbe grave arrendersi senza lottare.
Phil non avrebbe mai saputo dire da dove provenivano quelle parole. La prima reazione fu di fastidio: lo avevano strappato dalla visione incantata dell’oceano, gli avevano tolto i delfini, lo avevano privato di quella gioia innocente che valeva molto di più di qualsiasi affanno terreno. Poi tornò in sé. L’istinto di sopravvivenza prese possesso dei suoi pensieri, e lo costrinse a ragionare.
Stava morendo.
Tom lo strangolava con letale concentrazione.
Doveva reagire.
Fece appello alle sue ultime risorse, alzò lentamente un braccio, quindi colpì di taglio. Prese il bandito alla tempia. Senza fermarsi a riflettere, colpì di nuovo nello stesso punto, e questa volta fu un colpo micidiale.
Tom lo lasciò. Barcollando, cercò di allontanarsi; ma Weir lo incalzò. Sferrò un calcio di inaudita violenza, centrando i testicoli. Tom finì a terra, rantolante. Phil prese la pistola e gliela puntò contro. Attese che il bandito si riprendesse, almeno parzialmente. Voleva che sapesse. Aveva osato violare la valle e doveva essere consapevole del suo destino.
Tom si inginocchiò. Aveva il viso stravolto dal dolore, e gli occhi pieni di paura. “Pietà!”, mormorò con voce soffocata. “Ti supplico: non uccidermi.”
Phil Weir lo guardò freddamente. Non provava emozioni; ciò che stava per fare era giusto e legittimo.
“A ogni azione corrisponde una reazione. E il tuo karma è negativo.”
Prese la mira e gli sparò in bocca.
Si tolse il rudimentale giubbotto antiproiettile, perché lo impacciava. “Mithril”!, esclamò ridendo.
Il mithril è un metallo magico presente nelle opere di John Ronald Reuel Tolkien, e da ragazzo Phil aveva letto “The Lord of the Rings”.
Adesso toccava a Sugar.

Jack Straw era consapevole di aver commesso un errore. Un grave errore, dato che fin dal primo momento aveva capito che Phil poteva rivelarsi un avversario temibile. Forse stava invecchiando. Non avrebbe dovuto fidarsi di Tom: era un idiota. Per qualche minuto si gingillò con l’idea che Tom si fosse attardato per strada. Ma era trascorso troppo tempo da quando aveva sentito lo sparo.
E adesso l’hippy sarebbe venuto a cercarlo. Jack aveva un coltello, ma Weir aveva la pistola.
Pensò di salire sul pick-up e di scappare. Avrebbe portato con sé la bionda come ostaggio. Poi cambiò idea: voleva la bruna. Il problema, però, era un altro. Phil era intelligente. Forse aveva bloccato il sentiero con un tronco d’albero. Quando lui si fosse fermato, avrebbe potuto sparargli. Inoltre, la sera era calata rapidamente. Weir conosceva quella valle come le sue tasche; era meglio andarsene con la luce. Avrebbe atteso l’alba nel capanno, assieme alle due donne. Non pensava che Phil lo avrebbe attaccato di notte e, comunque, all’interno della baracca sarebbe stato al sicuro. Avrebbe bloccato la porta e sarebbe stato all’erta: se Weir fosse riuscito a entrare, ci sarebbe stato un corpo a corpo, e lui lo avrebbe ucciso con il coltello.
Era pericoloso rimanere vicino al fuoco.
Si alzò. “Torniamo dentro!”
Il mattino arrivò fin troppo presto.
Jack Straw non aveva dormito. Gli era sembrato di sentire degli strani rumori, ma forse erano un frutto della sua immaginazione. In ogni caso, sapeva che il suo nemico era lì fuori.
Aspettare non aveva senso. Svegliò le ragazze e le sospinse fuori dal capanno. I primi raggi del sole lo ferirono agli occhi. Usando Patsy come scudo, si diresse verso il pick-up. Si sentiva ottimista: si era trovato in guai ben peggiori ed era sempre riuscito a cavarsela. Era l’uomo più dannatamente in gamba della California e aveva dalla sua la fortuna. Era nato fortunato.
“Buongiorno!”
Si girò di scatto. Phil Weir era a pochi metri di distanza. Gli stava puntando addosso la pistola. Jack tirò fuori il coltello e afferrò Patsy per un braccio.
Poi tutto si svolse rapidamente.
Liz si avventò contro Phil. Lo colse di sorpresa e gli strappò la pistola dalle mani.
Stupida! Perché non me lo avevi detto?, pensò Jack. Se avesse saputo di poter contare su Elizabeth si sarebbe comportato in modo diverso.
Si liberò di Patsy e scattò per recuperare l’arma.
Patsy fu più veloce.
Con un balzo si portò alle spalle di Elizabeth e la prese per i capelli.
Liz lasciò cadere la pistola per terra. Riuscì a girarsi e colpì la bionda con un violento manrovescio. Patsy finì a gambe all’aria, e Liz le fu sopra.
Weir anticipò di una frazione di secondo Jack Straw. Impugnò la pistola e gli fece cenno di arretrare. Jack obbedì.
Conosceva troppo bene gli uomini per non sapere che l’hippy lo avrebbe ucciso senza pietà. Ciò nonostante, fece un tentativo. “Ok, amico.”, disse alzando le braccia in segno di resa. “Hai vinto. Io cercavo soltanto un rifugio sicuro. Non volevo che tu morissi: è stata un’iniziativa di Tom. Ora me ne andrò, e vi lascerò in pace. Pagherò qualcuno, giù al paese, perché vi riporti il pick-up.”
Phil scosse la testa.
“A ogni azione corrisponde una reazione. E il tuo karma è negativo.”
Jack Straw fece per replicare, ma Weir non gliene diede il tempo.
Sparò a bruciapelo.

Le due donne stavano lottando selvaggiamente, ma Elizabeth era molto più forte. Immobilizzò Patsy spalle a terra e le strinse la gola con le mani. Vide il panico nei suoi occhi, e provò una vampata di eccitazione. Era la resa dei conti finale: mentre la strangolava, incominciò a venire. Aveva sognato quel momento, e infine si avverava.
Weir distolse lo sguardo da Jack per osservarle. Era indeciso. Avrebbe dovuto intervenire o sarebbe stato meglio lasciare che se la sbrigassero da sole? Liz stava vincendo; forse questo significava che il suo percorso sarebbe continuato con lei. Se Patsy era più debole, voleva dire che aveva un karma negativo.
Tuttavia, non ne era del tutto convinto.
Liberò lo spirito dal corpo.
Aum

Con uno sforzo disperato Patsy riuscì a spingere via Liz. Cercò di allontanarsi a quattro zampe, ma Elizabeth le fu subito sopra. Questa volta la prese da dietro, cingendole la gola con un braccio. Patsy strabuzzò gli occhi. Capì che stava per morire e provò un terrore indicibile. Il suo ultimo pensiero cosciente fu rivolto a Phil. Perché non la salvava?
Aum
Weir sentiva l’energia del cosmo fluire in lui, simile a un grande mare fatto di luce. Assaporò una straordinaria sensazione di benessere. Era sospeso in un mondo di purezza, distante da ogni meschinità, dall’invidia, dai sentimenti volgari che appartenevano alla maggioranza degli uomini. Poteva osservarsi dal di fuori. E leggere i propri pensieri con estrema chiarezza. Tutto era perfetto. Aveva salvato la valle; il suo cammino verso l’illuminazione sarebbe proseguito.
Guardò le donne. La lotta era finita. Probabilmente, Patsy era già morta. Poi vide che graffiava disperatamente il braccio di Liz. Non si era ancora arresa, ma non avrebbe mai potuto liberarsi.
Cosa devo fare?
Finalmente ebbe la visione che cercava.
Si voltò e si incamminò in direzione del capanno.

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CremlinoPomarev aveva cambiato idea riguardo alla donna.
Non l’avrebbe uccisa e gli mancava il tempo per occuparsene personalmente; però aveva trovato una soluzione molto più intrigante: l’avrebbe mandata a Kolyma. Comunque finisse il golpe, se fosse partita quella notte stessa, senza alcun documento che riguardasse il suo arresto e la sua destinazione, nessuno avrebbe mai più sentito parlare di lei.
Avrebbe imparato alcune cose spiacevoli. Lì, vicino al fiume da dove prende il nome il campo di lavoro forzato, nel corso dei decenni erano morte circa tre milioni di persone, soprattutto ai tempi di Stalin. Il gulag si trova nella Siberia orientale e i prigionieri avevano il compito di estrarre l’oro nelle gelide miniere. La sveglia suonava alle quattro del mattino, poi, dopo una misera colazione, i deportati venivano sospinti fuori nel freddo irreale della steppa. Lavoravano fino al tramonto, quando consumavano uno squallido rancio. Per un po’ di cibo a volte si accendevano risse, davanti agli occhi indifferenti delle guardie. Un uomo particolarmente forte poteva reggere anche per diversi anni, una donna difficilmente sopravviveva per più di qualche mese. Ma quei pochi mesi rappresentavano l’inferno in terra. Solgenitsin ha descritto tutto ciò con uno stile asciutto e sobrio nell’imperdibile libro “Una giornata di Ivan Denisovic”. Per quanto possa apparire assurdo e paradossale, Ivan era stato condannato… per essere stato prigioniero dei tedeschi nella seconda guerra mondiale; anziché un merito, questa era una colpa, poiché aveva conosciuto il mondo occidentale. Inoltre, chi poteva dire che avesse combattuto con coraggio?
Sebbene molti scettici, in Europa, prima dell’avvento di Gorbaciov avessero attribuito queste notizie alla propaganda antisovietica, ritenendole delle esagerazioni – nello stesso modo in cui si era finto di ignorare i campi di concentramento nazisti –  esse erano tremendamente reali.
Pomarev reputava che l’americana avrebbe retto almeno per un anno. Quell’anno si sarebbe dimostrato il più terribile della sua vita.
Accelerò il passo, la raggiunse e le posò una mano sulla spalla.
Monica si fermò e si voltò. Lo fissò, impietrita.
“Ci rivediamo, signora.”, disse il maggiore del Gruppo Alpha. Le rivolse un sorriso che non si estendeva agli occhi. “Desidero informarla che lei è in procinto di partire per una splendida vacanza. Andrà in un luogo incantevole che non dimenticherà fino al termine dei suoi giorni.” La perquisì con gesti calmi ed efficienti, trovò la pistola e se la mise in tasca. Quindi impartì un secco ordine e due dei suoi uomini trascinarono Monica verso l’altro lato della piazza.
Miloslav Pomarev tornò a concentrarsi sul compito di occupare la Duma. Si rendeva conto che a causa dei numerosi e continui tradimenti era alquanto difficile. Sarebbe potuto rientrare in caserma per cercare qualche elemento ancora fidato: in fondo non ne occorrevano molti, gli sarebbero bastati cinquanta uomini decisi. Tuttavia l’azione doveva essere immediata. Si era già perso troppo tempo. Il Cremlino era più vicino, e lì c’erano sessanta o settanta fidatissimi agenti della seconda direzione centrale del KGB. Decise di andare nell’antica reggia degli zar. “Aspettatemi qui e vigilate”, disse agli altri otto membri della sua squadra.
Si incamminò, senza accorgersi che Martin Yarbes lo stava seguendo.
L’agente della CIA pensava che Squire venisse condotta alla Lubjanka; l’avrebbe liberata più tardi. Non immaginava il lungo viaggio nella notte dell’anima che Monica stava per intraprendere.
Mentre l’americano e il russo si allontanavano, lo starets Zosima tuonava su un palco improvvisato, a una cinquantina di metri dalla Duma. Deprecava l’assassinio di tre innocenti e invitava il grande popolo russo a resistere a quell’infame tentativo di portare indietro l’orologio della Storia, che invece – affermò con voce stentorea – avrebbe continuato a scandire le ore di un futuro migliore, nella libertà e nella parola di Dio. Agitò l’indice, figura imponente e maestosa. “I traditori cercavano il potere! Bramavano il potere! Ma otterranno il giusto castigo, prima in terra e poi al cospetto del tribunale divino.”
Pomarev gli lanciò uno sguardo colmo d’odio. Non ricordava quello che un giorno Zosima gli aveva predetto; forse, se lo avesse rammentato, sarebbe salito su una macchina per scomparire al di fuori dei confini dell’Unione Sovietica. Più probabilmente, avrebbe continuato la sua battaglia personale.

Quello che Pomarev non poteva sapere era che poche ore più tardi, dopo essersi consultato con Pugo, Janaev e Kryuchkov, Dmitriy Yazov sospese le operazioni e allontanò le truppe da Mosca.
I congiurati erano indecisi sul da farsi. In ogni caso, avevano capito che il colpo di Stato ormai poteva ritenersi fallito. Alla fine, quasi seguendo il consiglio di Weber, si stabilì che il presidente del KGB doveva recarsi subito in Crimea allo scopo di conferire con Gorbaciov.
Le idee, però, non erano chiare. “Bisogna convincerlo a firmare!”, dichiarò Boris Pugo. Kryuchkov scosse la testa. “Non lo ha voluto fare, quando per lui la situazione sembrava perduta. Adesso sicuramente è stato informato. Sa di Eltsin, sa degli ammutinamenti. Non firmerà di certo”.
“Esistono dei metodi per convincere le persone, compagno, e tu li dovresti conoscere bene.”, osservò Dmitriy Yazov, in tono mellifluo. Kryuchkov lo guardò, meditabondo. Andropov non avrebbe esitato, pensò. Ma lui non era Andropov. Fu Gennady Janaev a intervenire, rosso in viso e allarmato. “Per favore, compagni! Siamo già nei guai fino al collo!”
Seguì un silenzio carico di tensione. Se qualcuno di loro stava prendendo in considerazione l’idea di fuggire all’estero, si guardò bene dal dirlo. Presumibilmente, aspettavano prima la reazione di Gorbaciov. In fondo, pensavano, era stato trattato con tutti i riguardi. Lo avevano solamente isolato, senza torcergli un capello.
Di norma, un naufrago si aggrappa anche al più sottile fuscello.
Peraltro, nessuno dei quattro ignorava che il fuscello in questione era quasi trasparente. Il riformista Gorbaciov era lo stesso uomo che aveva inviato l’Armata Rossa a Vilnius, in Lituania.
“Cosa dice il compagno Putin?”, domandò Pugo.
“Non lo sento da giorni.”, rispose Kryuchkov. Mentiva. Si erano parlati al telefono e Putin gli aveva promesso che lo avrebbe aiutato, a patto che si mostrasse ragionevole e accettasse la sconfitta. In seguito, Putin mantenne la parola; ma nel corso della telefonata non aveva esteso la sua benevolenza agli altri congiurati.
L’ultima parola spettò al “successore” – molto momentaneo – di Gorbaciov, Janaev. La sua proposta, quella di patteggiare con il segretario generale, venne accolta, benché fosse alquanto vaga.
Accompagnato da alcuni funzionari, Kryuchkov salì sull’aereo, ma quando giunse a Foros, Gorbaciov si rifiutò di incontrarlo.
Le trasmissioni erano state perfettamente ristabilite. Il segretario generale del PCUS si mise in contatto con Mosca, ordinando l’arresto del ministro della Difesa, del ministro degli Interni e del vicepresidente: Yazov, Pugo e Janaev.

Il Cremlino, che significa fortezza, è uno spettacolare insieme di costruzioni, delimitato da un muro alto quindici metri e lungo due chilometri, su cui si ergono venti torri. Una vasta parte è aperta alle comitive dei turisti, i quali possono visitare cattedrali, sontuosi saloni, tutto quello che ricorda il tempo degli zar.
All’interno di questa zona “libera”, sorvegliati notte e giorno, si trovano gli uffici dove viene gestito il potere: la sede del Politburo, il massimo organo dell’Urss, e quella del Consiglio dei Ministri, istituzione assai meno importante. Poi, al di là  di interminabili scalinate e di altri immensi saloni, che racchiudono un’infinità di tesori, dagli specchi scintillanti ai quadri di valore inestimabile, alle statue a grandezza d’uomo, ad armi antiche e ad autentiche carrozze di ogni epoca, sono situati i locali personali del segretario generale del PCUS, posti di fronte all’ambasciata britannica.
Pomarev raggiunse una delle tre porte, la porta Borovitski, sul lato occidentale. A un tratto si fermò, si girò e scrutò in direzione dei giardini Aleksandrovski.
Sembrava una belva che, nella notte, abbia fiutato l’odore della preda.

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La valle di PhilSi fermarono dopo aver percorso circa due miglia.
Si trovavano sul limitare di un piccolo bosco. Sembrava una giornata di luglio, il sole picchiava con ferocia sulla valle ed entrambi erano sudati. Tom aveva il fiatone; probabilmente non era più abituato agli sforzi fisici. La foresta era ancora distante, ma il bandito giudicò quel luogo perfetto. Tirò fuori la pistola e la puntò contro Phil. “Bene, amico. Il tuo viaggio finisce qui.”
Phil se lo aspettava: non occorreva essere dei geni per capire il motivo di quella camminata. Non ebbe paura. Non aveva completato il suo percorso, ma si sentiva comunque vicino all’illuminazione. Gli dispiaceva soltanto separarsi dalle due donne. Avrebbe voluto trascorrere ancora qualche anno con loro.
Però, non era detta l’ultima parola.
Tutto dipendeva da un particolare.
Cercò di penetrare nella mente di Tom per indirizzarla, poi capì che non era neccessario.
Il bandito non stava mirando alla testa.
Trasse un profondo respiro e abbassò le mani lungo i fianchi. Coraggio, spara!
Tom premette il grilletto.
Phil finì a terra.
Il bandito gli fu sopra per appurare che fosse morto.
Weir lo colpì con un violento calcio. Lo prese alla caviglia. Tom incespicò, mugolando per il dolore.
Phil gli fu addosso.
Tom lo colpì con un diretto allo stomaco.
Un attimo dopo, si massaggiava la mano: era come se avesse dato un pugno a una roccia.
Weir gli affondò i pollici negli occhi, spingendo a fondo. Il bandito urlò. Finirono contro un albero. Tom riuscì a liberarsi, afferrò Phil e lo abbracciò alla vita. Incominciò a stringere con tutta la forza che aveva. Weir comprese che gli stava spezzando la spina dorsale; reagì con una violenta testata. Ma, benché fuori forma, Tom aveva una forza incredibile: lo prese per il collo, lo sollevò di qualche centimetro da terra e lo inchiodò all’albero. Phil annaspò, cercando invano di respirare. Tentò di spingerlo via, ma i muscoli non rispondevano più ai suoi comandi. Stava soffocando. Per qualche secondo, fu invaso dal terrore; ma fu questione di poco.
A un tratto si sentì leggero, felice. Vide una spiaggia bianca, lambita dall’oceano. Entrò nell’acqua, spingendosi fino alla barriera corallina. Lo aspettavano i delfini per giocare con lui. Provò una gioia smisurata, simile a quella di un bambino.
Tom continuò a strangolarlo.

Non avrebbe mai creduto che potesse accadere. Aveva sempre pensato che Phil fosse l’uomo della sua vita: non lo avrebbe cambiato con nessun altro e per lui sarebbe stata pronta a uccidere. Ma incredibilmente le cose erano mutate. Non se n’era accorta subito; era stato un processo veloce, tuttavia graduale. Si rendeva conto che non lo amava più. I suoi discorsi, la meditazione, lo stile di vita che le aveva imposto, le sembravano tessere di un mosaico inutile e noioso. Era un bravo amante, però era anche supponente. Credeva di agire per il bene comune, senza rendersi conto che le sue ragazze lo avevano seguito spinte dall’amore.
Venendo a mancare questo sentimento, la valle si era trasformata in un castello di cartapesta. E l’uomo che lo aveva fatto crollare sedeva di fronte a lei, accanto al fuoco. Era un uomo spietato e brutale, ma avvertiva la sua forza, la sua implacabile determinazione: non si perdeva a caccia di sogni. Agiva. Vivere al suo fianco sarebbe stata un’esperienza emozionante; avrebbe cavalcato la tigre, e alla notte lo avrebbe accolto dentro di sé. Guardò l’altra donna. Aveva il viso rigato di lacrime. Phil Weir era morto, lo sapevano tutte e due; ma lei non soffriva. Era sorprendente: in quel momento non pensava a un cadavere sepolto sotto a qualche albero. Non ricordava le canzoni che aveva suonato alla chitarra, non ricordava i sorrisi, e non ricordava nemmeno le notti di sesso.
Desiderava solo una cosa.
Che Jack Straw la prendesse fra le braccia.

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