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Archive for maggio 2013

LA VALLE DI PHIL 7

La valle di PhilL’arco era fatto di legno di tasso. Phil Weir sapeva che racchiudeva in sé due caratteristiche importanti: a un tempo era elastico e resistente. Permetteva di scagliare le frecce con potenza e precisione. Phil lo saggiò, flettendolo, quindi scelse un bersaglio e tirò. La freccia si conficcò nel punto esatto dove aveva mirato. Soddisfatto, andò a recuperarla. Era un’arma pericolosa quanto una pistola, soprattutto in quella valle. Al momento opportuno Sugar avrebbe scoperto di aver commesso un terribile errore. Non avrebbe mai dovuto sfidarlo: si era scelto l’avversario sbagliato. Phil non avrebbe avvisato la polizia. Non voleva avere contatti con un mondo che disprezzava e che aveva lasciato per sempre. I due banditi avrebbero dormito il sonno eterno nella Green Valley.
Si arrotolò uno spinello. In linea di principio, era sempre stato contrario alla violenza; tuttavia esistevano dei limiti che non potevano essere oltrepassati impunemente. La valle rientrava in questo campo. Aspirò una boccata e come sempre si sentì subito calmo e rilassato. Vedeva ogni cosa con sorprendente chiarezza. Il piano si delineò nella sua mente quasi da solo, come se godesse di vita propria.
In un primo momento aveva pensato di usare l’ascia: ma questo avrebbe implicato uno scontro a distanza ravvicinata; con l’arco, invece, sarebbe stato in grado di colpire da lontano. Ciò avrebbe comportato una notevole diminuzione dei rischi.
Phil aveva già ucciso un uomo. Ancora adesso a volte si svegliava di soprassalto dopo aver sognato di ripetere quell’azione. La scena era sempre uguale: lui stava a gambe aperte sulla sua vittima agonizzante, risentiva gli orribili gemiti e osservava di nuovo quegli occhi terrorizzati fissi su di lui. Perché non ti decidi a crepare? Era la stessa cosa che aveva pensato quella sera. Sembrava che quel bastardo si fosse aggrappato con le unghie e con i denti agli ultimi brandelli di vita che gli rimanevano. Vai all’inferno, fottuto figlio di puttana!
Phil si svegliava in preda all’ansia. Il cuore batteva forte, e aveva voglia di vomitare. Scendeva dal letto e usciva. Si accendeva uno spinello e scrutava il cielo stellato. C’erano sempre le stelle sopra la Green Valley. Si incamminava verso il ruscello, mentre gradatamente i battiti del cuore diminuvano e lui ritrovava la compostezza. Allora sorrideva. Perché era contento di avere ammazzato quella carogna.

La famiglia di Phil Weir non era ricca. Suo padre lavorava come operaio in una fabbrica di elettrodomestici. Era benvoluto dai padroni, che gli avevano promesso di assumere suo figlio in qualità di apprendista. A Phil non piaceva quel futuro. Andava bene a scuola; non studiava molto, però aveva un’intelligenza superiore alla media. Weir voleva diventare ricco, indossare abiti eleganti e camicie di un bianco immacolato. Sognava un’automobile veloce e una ragazza bionda al suo fianco. Magari un’attrice. Se fosse andato a lavorare in fabbrica, avrebbe avuto un catorcio di macchina come quella di suo padre e una moglie sciupata e insignificante come sua madre.
Fu Rachel a cambiare quel grigio futuro. Era la mamma del suo migliore amico. Un giorno Phil era andato a trovarlo, ma lui aveva accompagnato il padre a Boston. Phil stava per essere congedato dalla cameriera, quando era arrivata Rachel. Dapprima si era stupita che suo figlio frequentasse un pezzente, poi quel ragazzino l’aveva incuriosita. Phil le aveva raccontato che giocavano insieme a basket e che erano diventati amici perché un giorno lo aveva salvato da una banda di teppisti. Rachel aveva annuito. Sapeva che suo figlio era debole e pauroso. Invece, negli occhi di Phil c’era una luce speciale. Malgrado la differenza di età e di condizione sociale, non era affatto intimidito: al contrario, sembrava sicuro di sé fino all’arroganza. Rachel lo aveva sedotto, si era innamorata di lui e gli aveva pagato gli studi. Senza il suo aiuto, non sarebbe mai diventato un brooker.
Phil aveva ucciso suo marito quattro anni dopo.
Sebbene non amasse Rachel, Paul Douglas era geloso e possessivo. L’aveva fatta pedinare da un investigatore privato e aveva avuto la conferma di quello che sospettava da tempo: sua moglie lo tradiva con un ragazzo. Messa alle strette, Rachel aveva confessato, implorandolo di perdonarla e promettendo di non farlo mai più. Paul l’aveva massacrata di botte.
Weir lo aveva seguito per tre giorni, studiando le sue abitudini. Tutte le sere, verso le nove, Paul Douglas usciva per portare fuori il cane di Rachel. Phil lo aveva affrontato, aveva dato un calcio al cane per farlo scappare, e gli aveva conficcato un pugnale nel ventre. Poi aveva rigirato la lama. Erano sotto a un lampione. La luce era più che sufficiente per vedere l’espressione del viso di Paul. Phil aveva aspettato fin quando non era stato certo che quel bastardo fosse morto.

Phil Weir si rialzò, prese l’arco e si diresse verso l’albero. Aveva scavato una buca sufficientemente larga per nasconderlo. Una volta ricoperta di terra, avrebbe sfidato chiunque a trovarlo.
Era a metà strada, quando sentì un rumore di passi.
Qualcuno si stava avvicinando da dietro.
Weir rifletté rapidamente: era meglio affrettarsi per guadagnare il rifugio, oppure usare l’arco? Non si sentiva ancora pronto per la resa dei conti; inoltre, come già era successo con il marito di Rachel, voleva avere il vantaggio della sorpresa. Pensò che era ancora in tempo: solo pochi metri, poi avrebbe gettato l’arco nella fossa. Sarebbe tornato più tardi per cancellare ogni traccia. Nel frattempo, avrebbe cercato di distrarre Sugar. Era un maestro anche in questo.
Ma proprio in quell’istante, una mano si posò sulla sua spalla.

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Maggiore Miloslav PomarevDmitry Timofeyevich Yazov si affacciò alla finestra del suo ampio studio, situato all’ultimo piano del ministero della Difesa.
Sebbene i più lo considerassero un individuo mediocre, era stato proprio Gorbaciov ad affidargli quel prestigioso incarico, favorevolmente impressionato dal suo operato in Cecoslovacchia e successivamente nell’estremo oriente dell’Unione Sovietica. Di origini siberiane, aveva comunque combattuto con valore contro la Germania di Hitler.
Tornò alla scrivania e scrutò l’ultimo rapporto che aveva ricevuto. Le notizie erano buone. Secondo i suoi ordini, le potenti divisioni Tamanskaya e Kantemirovskaya stavano prendendo possesso di Mosca; Gorbaciov era agli arresti in Crimea; e il Gruppo Alpha aveva circondato il parlamento.
Il ministro della Difesa dell’Urss era soddisfatto. Il piano, preparato alla perfezione, prevedeva l’azione congiunta dell’esercito, del KGB e del suo braccio armato. Si trattava di reparti superbamente addestrati, che avrebbero obbedito agli ordini e svolto nel migliore dei modi il proprio compito.
Il Gru dipendeva dal dicastero di Yazov, mentre il KGB, che in teoria avrebbe dovuto rispondere al Soviet Supremo, in realtà godeva di vasta autonomia; ma sulla seconda direzione centrale egli avrebbe messo le mani sul fuoco.
Dopo essersi versato una generosa dose di vodka, sollevò il ricevitore e telefonò a Kryuchkov per annunciargli che ormai si trattava di una questione di ore. Poi tutto sarebbe finito.

Come di consueto, per le strade di Mosca c’erano molti anziani, e alcuni di essi guardavano con sgomento ciò che stava accadendo davanti ai loro occhi, mentre con la memoria tornavano a una terribile estate di cinquant’anni prima.
In quell’estate, i carri armati tedeschi avevano devastato l’Unione Sovietica, fino ad arrivare, ai primi di dicembre, alle porte della capitale.
Lì, però, furono fermati.
Adesso, invece, i poderosi mezzi blindati percorrevano le strade della città, diretti al parlamento, l’unico centro di potere che non era ancora caduto nelle mani dei golpisti. Lo spettacolo, benché agghiacciante, era tuttavia anche vagamente irreale, dato che a fianco dei carri armati transitavano tranquillamente le macchine dei cittadini, persone che probabilmente non sapevano ancora nulla di quanto stava succedendo e che si stavano recando al lavoro. Pensavano che quella fosse un’esercitazione, malgrado fosse strano che si svolgesse proprio nel centro. E se accesero la radio – i pochi che ne possedevano una – non appresero niente di particolare, almeno per diversi minuti.
Infine, Kryuchkov aveva impartito l’ordine di far cessare le riprese televisive e i notiziari: al momento le emittenti trasmettevano musica classica, intervallata ogni tanto da spezzoni del discorso di Janaev, soprattutto i passi in cui rassicurava i Paesi Occidentali sostenendo che le riforme sarebbero continuate.
Nel frattempo, davanti alla Duma, la folla aumentava, e tutti videro l’uomo corpulento che con agilità insospettata balzava su un carro.
Ironia della sorte, pochi anni più tardi quello stesso uomo, dopo aver dichiarato che la pazienza era finita, avrebbe ordinato ad altri carri armati di sparare contro i deputati di sinistra guidati da Ghennadi Zyuganov.
Ma quel giorno il suo intento era assolutamente diverso.
Boris Eltsin parlò senza l’ausilio di un microfono: con voce chiara e ferma, lesse il documento di condanna del colpo di Stato che sua figlia Tatiana aveva battuto a macchina, poi proclamò lo sciopero generale e invitò tutta la popolazione di Mosca a scendere in piazza per difendere le istituzioni e restituire il potere a Gorbaciov. “Questo si chiama folle avventurismo!”, tuonò.
Accanto a lui, il conducente del carro armato, dopo avergli stretto la mano, si era tolto l’elmetto e lo ascoltava. La folla accolse il suo intervento con entusiasmo.
Non così Miloslav Pomarev.
Ma non sarebbe stato certo quel politicante da strapazzo a cambiare il corso degli eventi! Di lui Pomarev sapeva che era ancora peggiore dell’ex segretario generale; i due si erano scontrati fra loro varie volte, ma non perché Eltsin si opponesse alle assurde decisioni di Gorbaciov, bensì per l’esatto opposto: pretendeva che le riforme venissero fatte più in  fretta e non si accontentava della glanost e della perestroika, voleva di più.
Il maggiore del Gruppo Alpha si voltò verso i suoi uomini. “Preparatevi a sparare!”
Capì subito che qualcosa non andava. L’umore era cambiato. Pomarev ripeté il comando.
Nessuno obbedì.
Pomarev sibilò: “Disobbedire a un ordine è un caso di grave negligenza. Può portare alla corte marziale.”
Lo fissarono in silenzio.
Il maggiore estrasse la pistola e la puntò a caso su uno di loro, un sergente.
Il sergente lasciò cadere per terra il fucile.

Quando gli comunicarono che il colonnello Piotr Ivanovic Lebedev si era presentato a rapporto, Kryuchkov accolse la notizia con fastidio. Lo aveva convocato lui, è vero, ma il rezident di Londra era in ritardo e, in ogni caso, l'”arruolamento” di Patrick Keynes era l’ultima cosa che lo interessava in quel momento. Nonostante le rassicurazioni di Yazov, si sentiva inquieto. Se poi, stando alla denuncia della segretaria, Lebedev era veramente colpevole, ormai questo contava poco: Gorbaciov era fuori gioco. Di cosa avrebbe potuto informarlo Lebedev che l’ex segretario non sapesse già? In altre circostanze gli avrebbe rivolto alcune domande, ciò che Novikov e Golubev avevano tralasciato di fare. Perché non aveva informato subito il suo superiore quando era avvenuto il primo contatto con l’americano? Per quale ragione si era attardato a stendere un rapporto che avrebbe dovuto preparare già a Londra? E dal tenore delle risposte avrebbe capito se il colonnello mentiva.
Ma la sua mente vagava in tutt’altra direzione.
Ciò nonostante, acconsentì a riceverlo, trascurando un fatto importante che un uomo più accorto di lui avrebbe invece preso in considerazione.

Nadiya Nicolajevna Drosdova trasse un profondo respiro e raggiunse i due agenti della seconda direzione centrale. Contava sulla circostanza che poiché svolgevano quel noioso compito a turni era pressoché impossibile che conoscessero tutte le infermiere. Inoltre, quasi certamente non conoscevano lei. Per contro, avevano visto passare l’infermiera soltanto pochi minuti prima. Non era detto, però, che l’avessero osservata con attenzione, intenti com’erano a parlare del colpo di Stato. L’agente più anziano stava scuotendo la testa. Nadiya lo sentì dire che  Kryuchkov aveva commesso un grave errore. “Non è mai stato un genio.”, affermò. “Neppure quando comandava a Yazenevo. A quei tempi, Andropov lo bacchettava spesso. E’ un mistero che sia diventato presidente del KGB.”
L’altro, invece, sprizzava fiducia ed entusiasmo. Fu lui ad aprire la porta per consentire a Nadiya di uscire.
La giovane si allontanò di qualche passo con il cuore che batteva forte. Non poteva muoversi con scioltezza: sperava che non se ne accorgessero. Davanti a lei c’era la scala che l’avrebbe portata al piano inferiore. A quel punto, andarsene dalla Lubjanka non sarebbe stato un problema. Immaginava che l’edificio fosse semivuoto. La gran parte degli agenti era fuori, in azione, e i pochi che erano rimasto a presidiare la Lubjanka sicuramente seguivano ciò che stava accadendo. Nessuno avrebbe badato a lei.
La mossa successiva sarebbe stata rintracciare Monica Squire, il che peraltro era più facile a dirsi che a farsi. Intanto, comunque, sarebbe stata libera.
Si sforzò di camminare con calma, senza affrettare il passo.
Mise un piede sul primo gradino.
“Un momento!”, la fermò l’uomo più anziano.

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LA VALLE DI PHIL 6

La valle di PhilQuando Patsy si svegliò, era ancora buio.
Phil dormiva accanto a lei. Dall’altra parte del letto c’era Liz. La sera precedente avevano discusso fra loro. Elizabeth si era dimostrata risoluta e decisa. Approvava l’idea di Phil: bisognava assolutamente impadronirsi della pistola. Era certa che, prima di lasciare la valle, i banditi li avrebbero uccisi. Patsy si era opposta. Non vedeva perché avrebbero dovuto ammazzarli, non costituivano alcun pericolo, e questo Sugar lo sapeva. Se fossero stati collaborativi e amichevoli, non avrebbero corso rischi inutili; se, invece, si fossero ribellati, l’unico risultato che avrebbero conseguito sarebbe stato quello di irritarli. Inoltre, Sugar aveva l’aria troppo sveglia per lasciarsi fregare la pistola.
Non era riuscita a convincerli, e si era trovata in minoranza. Eppure era sicura di avere ragione. Non aveva senso tentare di rubare quell’arma.
I suoi pensieri incominciarono a farsi vaghi. Stava per riaddormentarsi. A un tratto spalancò gli occhi. Per un momento si vergognò di quello che le era balenato per la mente, tuttavia si disse che era solo un gioco. Nella realtà, non lo avrebbe mai fatto. Se lei fosse andata da Sugar e avesse denunciato Liz, quale sarebbe stata la reazione del fuorilegge? Provò a mettersi nei suoi panni, ma con scarsi risultati. Si concentrò: se la sua valutazione era esatta, Sugar si sarebbe limitato a tenere sotto controllo Elizabeth. Non l’avrebbe uccisa a sangue freddo, a causa di un’intenzione. L’espressione del suo sguardo diceva che poteva diventare spietato, ma solo se si fosse sentito veramente minacciato. Era un uomo gelido, però non era un sadico. Perseguiva unicamente i suoi scopi. E poi Patsy non desiderava la morte di Liz: voleva solo che se ne andasse.
Cercò di riprendere sonno, ma il suo cervello continuava a lavorare.

Alle tre del pomeriggio era esausta.
A parte una breve pausa per il pranzo, era dalle otto che lavoravano. Phil stava costruendo il capanno e lei ed Elizabeth lo aiutavano: era un compito impegnativo; a peggiorare la situazione, quel giorno faceva un caldo terribile, non spirava un filo di vento e in cielo non si vedeva l’ombra di una nube. Patsy era in pantaloncini corti, come Liz. Si deterse il sudore dalla fronte. Aveva le ascelle fradice e i piedi bagnati. Pensò di togliersi le scarpe, ma in quel punto il terreno era disseminato di sassi. Phil la guardò e capì che era giunta all’esaurimento delle forze. Le rivolse un sorriso. “Sei stata bravissima.”, disse. “Ma per oggi basta: ti ho fatto sgobbare troppo.” Patsy accolse quelle parole con sollievo. “Grazie, Phil!”
Elizabeth si morse la lingua, imponendosi di tacere. Avrebbe voluto chiedere perché Patsy doveva essere privilegiata, ma conosceva già la risposta che Phil le avrebbe dato. “Tu sei più robusta, Liz, e ti stanchi meno facilmente.” Trovava ingiusta quella discriminazione, però non intendeva litigare. Ricordati il tuo piano.
Patsy si avviò verso casa. Jack Straw era seduto sotto al portico, stava bevendo una birra e li controllava. Tom dormiva sul pick-up.
Sugar le fece un cenno d’intesa. “Fa caldo, eh?”
Patsy annuì. Stava per entrare nella baracca, ma cambiò idea.
Phil e Liz erano abbastanza lontani e non potevano sentirla: era un buon momento.
Si voltò e osservò Jack. Per un istante, ricordò a se stessa che aveva deciso di dimenticare le fantasticherie di quella mattina, e che si era ripromessa di non metterle mai in pratica. Poi scrollò le spalle. Sugar poteva cambiare il suo futuro. Sarebbe stato sciocco non approfittarne. Tuttavia, esitò. Si sentiva una traditrice. Se Phil lo fosse venuto a sapere, l’avrebbe disprezzata profondamente.
Però, non lo saprà mai.
Lanciò un’occhiata a Elizabeth. Non provò compassione. La detestava e aveva il diritto di liberarsi di lei. La scelta era semplice: dimostrarsi leale oppure lottare per la propria felicità. Immaginò una nuova vita: lei e Phil da soli. Provò un’ondata di euforia. Sarebbe stato magnifico: Phil le avrebbe riservato tutte le attenzioni, avrebbe fatto l’amore soltanto con lei, non avrebbe più potuto dire a Liz che l’amava.
Perché Liz non ci sarebbe più stata.
Guardò di nuovo Jack. Sembrava incuriosito, quasi intuisse quello che le stava passando per la mente.
Respirò a fondo.
Poi disse: “Sugar, ti devo parlare.”

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IL KARMA DI GIORGIO

Il Karma di GiorgioQuando Giorgio sentì squillare il telefono, prima ancora di sollevare la cornetta e di riconoscere la voce del dottor Roberti, seppe con assoluta certezza che Lorella aveva il cancro.
Non aspettava una chiamata del medico a quell’ora, e nemmeno in quel giorno: l’esito degli esami era previsto per l’indomani; e nei lunghi anni seguenti si interrogò spesso su quella consapevolezza estrema: non era stato attraversato da un dubbio, neppure da un forte dubbio, bensì raggiunto dalla sicurezza ineluttabile che dall’altra parte del filo c’era il dottore, e che veniva a portargli notizie di morte.
Naturalmente ci furono anche altre domande, tuttavia erano quelle banali, per quanto tristi, che in questi casi si fanno tutti. Avrebbe potuto riassumerle con un’unica parola: perché? Perché doveva capitare proprio a una donna bella e gentile di venticinque anni? Perché doveva succedere quando dopo tanto penare finalmente aveva trovato un posto di lavoro? Perché la sorte si era accanita contro una maestra che amava i bambini e gli animali? Perché proprio a sua moglie?
Poi finì anche il tempo delle domande.
Giorgio rimase appeso ai ricordi, come un palloncino quasi sgonfio che il vento si ostina a trascinare stancamente.
I ricordi, però, erano belli.
Non aveva che l’imbarazzo della scelta.
Aveva stabilito un metodo: ogni sera, mentre consumava la cena, si concentrava su un momento del passato, e lo ricostruiva nella sua mente. Era un disegnatore tecnico, perciò possedeva una mentalità scientifica. Gli attimi che decideva di rivivere non erano affidati al caso: li selezionava secondo un ordine temporale, quasi volesse rivedere, sera dopo sera, tutto il film della sua esistenza. Non ignorava che in questo modo si faceva soltanto del male, e che sarebbe stato meglio dimenticare; ma non era interessato a conoscere altre donne, e le soddisfazioni professionali non riuscivano a colmare il grande vuoto della sua vita. A volte, deviava dal percorso che aveva stabilito di seguire per tornare su un momento particolare, una serata speciale. Però accadeva di rado. Molto spesso rivedeva i suoi occhi, dolci e profondi, e sognava il suo sorriso. Era un sorriso unico, inconfondibile, che non avrebbe mai scordato.
Malgrado la sua formazione tecnica, credeva nel Karma, e nei momenti di maggiore sconforto pensava che dopo quell’infinito crepuscolo avrebbe avuto in dono un’esistenza più felice.
Lorella amava la cucina giapponese, e quando, una volta al mese, la portava nel suo ristorante preferito, lo sguardo di lei era simile a quello di una bambina che un mago buono ha condotto nel paese delle fate. Una sera, in quel ristorante, Lorella aveva pianto. Era successo dopo che lo aveva momentaneamente lasciato; e da quelle lacrime dense di rimpianto era nato il loro amore definitivo.
Al mattino, prima di recarsi al lavoro, mentre facevano colazione, conversavano a lungo, e Giorgio ricordava in ogni singolo dettaglio l’intelligenza delle sue osservazioni e il modo animato con cui le sosteneva. Talvolta lei si lagnava perché lui mangiava troppo avidamente. “Sembra quasi che tu abbia paura che qualcuno ti porti via il piatto!”, escamava un po’ irritata. A quelle parole, lui sorrideva: Lorella aveva ragione. Era sempre stato un suo difetto.
Trascorsero molti anni; ma il gelo interiore di Giorgio non trovò mai una nuova primavera. Era sempre inverno. Di quelli duri, rigidi, che non hanno pietà della terra, degli uomini e degli animali. Quelli investiti dalla tramontana, e sovrastati da cieli lividi e ostili.
Una notte, Giorgio si svegliò di soprassalto: aveva avuto un sogno da incubo, nel quale rammentava distintamente che aveva saputo del male incurabile di Lorella prima che suonasse il telefono. Forse solo un attimo prima, una frazione infinitesimale di tempo, tanto breve da non lasciar spazio non a un pensiero, o a una parvenza appena abbozzata di pensiero, bensì a un unico, terribile, presentimento.
Un istante dopo era arrivata la conferma.

Quel giorno compiva cinquant’anni. Non avrebbe mai saputo dire se prese quella decisione per un gesto di puro masochismo, oppure se in qualche modo rappresentasse una sorta di pellegrinaggio rituale; un viaggio negli abissi del passato.
Alle sette di sera varcò la soglia del ristorante giapponese. Erano cambiati i proprietari, tuttavia il locale era uguale ad allora. Ordinò sushi e sashimi.
Mentre mangiava, una ragazza entrò nel ristorante. A quell’ora era ancora vuoto; ma fra tutti i posti disponibili scelse un tavolino vicino al suo. Non consultò la carta e chiese un piatto abbondante di alghe. Poi anche lei optò per sushi e sashimi.
Lorella adorava le alghe.
Giorgio alzò lo sguardo dal piatto per incrociare il suo. La ragazza, o piuttosto la giovane donna dato che dimostrava circa venticinque anni, non abbassò gli occhi, che erano dolci e profondi, e ricambiò lo sguardo.
Cenarono in silenzio, mentre man mano arrivavano altri clienti. Ogni tanto Giorgio la osservava di sottecchi. Sebbene si rendesse conto della differenza di età che li separava, per la prima volta da quando era mancata Lorella si sentiva attratto da un’altra donna. Forse perché le assomigliava vagamente? Scosse la testa. Lorella era bionda e non bruna; inoltre la sconosciuta era molto più alta.
L’unica cosa che le accomunava era lo sguardo.
Sciocchezze!, si disse. Era semplicemente un frutto della suggestione causato dalla magia di quel locale, dove aveva trascorso serate indimenticabili, sebbene ormai fossero avvolte nella nebbia di un lontano passato.
Cambiò corso ai suoi pensieri, meditando sulla giornata di lavoro che lo attendeva il giorno dopo. A un tratto, inaspettatamente, lei si rivolse a lui. “Ma non ci siamo già visti da qualche parte?”
“Non saprei…” Giorgio esitò per una frazione di secondo, poi si lanciò. “Però, potremmo rivederci qui. Vorrei invitarla a cena. Mi sembra di capire che lei ama la cucina giapponese.”
Lei sorrise. “Perché no?”, rispose. “In effetti, mi piace moltissimo. Ma posso dirle una cosa senza che lei si offenda?”
“Certo.”
“Guardi che nessuno è qui per rubarle il piatto. Dovrebbe mangiare in maniera meno avida.” Rise. “A questa condizione, accetto!”

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Vladimir KryuchkovIl Maresciallo Tito era un croato, benché in molti pensino che fosse un serbo. Usando il pugno di ferro nel guanto di velluto, aveva tenuto unita la Iugoslavia, favorito il turismo ed eliminato la delinquenza, spedendo all’estero i peggiori malviventi in modo da ottenere da questi valuta pregiata, soprattutto tedesca. Se qualcuno avesse osato derubare o molestare un turista straniero, se ne sarebbe pentito amaramente per il resto dei suoi giorni.
A differenza di tutti gli altri Paesi dell’est europeo, l’Armata Rossa non aveva mai messo piede nel territorio iugoslavo. Questo a causa di due motivi: l’amicizia con Churchill, e quindi il sostegno britannico, e il fatto che era stato lui a scacciare i nazisti dal suolo patrio.
Alla sua morte, come tutti sanno, lo Stato iugoslavo si disintegrò, dando vita a guerre di una ferocia raramente riscontrata nei precedenti conflitti bellici, se si tralascia l’invasione dell’Urss da parte della Germania di Hitler.
Josif Stalin era un pazzo sanguinario, però aveva sconfitto il Terzo Reich, e prima ancora aveva debellato la rivolta dei nostalgici dello zar. Usando il pugno di ferro senza guanto di velluto, aveva tenuto unito l’impero sovietico e sfidato, su vari fronti, gli americani. Ai suoi tempi, pensava Kryuchkov, in una guerra combattuta con armi convenzionali, la Nato ne sarebbe uscita a pezzi e Stalin avrebbe potuto impadronirsi di Germania, Olanda, Belgio, Danimarca e Francia. Poi, fra l’Armata Rossa e la Gran Bretagna ci sarebbe stata di mezzo soltanto la Manica.
Dopo la sua morte, la situazione cominciò a peggiorare, in principio lentamente, successivamente in maniera sempre più rapida. Un declino che con l’avvento di Gorbaciov si era trasformato in una rovinosa caduta. Non erano riflessioni nuove, ma, prendendo spunto dal paragone fra Tito e Stalin, Kryuchkov si interrogava sull’importanza della personalità dell’uomo al comando di una nazione: Charles de Gaulle, in Francia, Mao in Cina, Margaret Thatcher in Inghilterra (in questo caso, una donna ma non faceva differenza).
Si concesse un sorriso, consapevole che nella dottrina marxista la sua era eresia pura: era come se il Papa prendesse in considerazione l’idea di santificare il giorno del sabato.
Peraltro Kryuchkov non condivideva i sogni di grandezza del maggiore Pomarev; era un uomo prudente, conservatore, oculato sebbene spesso titubante, e sapeva molto bene che, sia allo stato attuale sia in futuro, l’Unione Sovietica non avrebbe mai più potuto competere con l’America. L’importante era che l’impero non si sgretolasse, come invece stava accadendo. Kryuchkov non era un genio, né un uomo che spiccasse per qualche dote particolare, comunque era attento, meticoloso e a modo suo lungimirante. Invidiava l’intelligenza contorta di Putin e avrebbe voluto averlo vicino a sé in quelle ore. In linea teorica, avrebbe potuto obbligarlo a lasciare il rifugio di Dresda, dato che era un suo superiore, ma era pericoloso irritare Putin. Kryuchkov non ignorava il suo potere nascosto, rappresentato dall’Organizacija.
Peccato: sarebbe dovuto essere Putin ad apparire in televisione, anziché l’impacciato Janaev. Lo superava in carisma dieci a zero.
Il presidente del KGB chiuse la finestra e tornò alla scrivania a passi lenti. Fuori, il caldo era opprimente e accolse con piacere il ritorno all’aria condizionata. Si sedette e lesse tutti i rapporti con grande attenzione. L’ultimo, e il meno importante, era quello di Lebedev. In un altro momento, la notizia di avere “ingaggiato” Patrick Keynes lo avrebbe entusiasmato… con riserva, perché nutriva più di un dubbio sull’attendibilità di quel documento. Comunque, non aveva il tempo per soffermarsi su ciò che il colonnello aveva scritto.
Ora, c’era un colpo di Stato da portare a termine.
In attesa di nuove informazioni, prese il telefono e impartì alcuni ordini. Fra le altre disposizioni, disse di liberare John Wyman. A Mosca regnava il caos e il mondo intero stava seguendo in diretta quello che stava succedendo. Che il giornalista facesse pure il suo lavoro. Non c’erano più segreti da nascondere, e l’ultima cosa che Kryuchkov desiderava era irritare Stati Uniti e Gran Bretagna. Poiché un tempo era stato a capo della prima direzione centrale, conosceva bene la mentalità di entrambi i popoli e sapeva che non scordavano mai un torto subito; prima o poi te la facevano pagare. Per questa ragione, oltre che per le implicazioni del rapporto Lebedev, dispose anche di far cessare la caccia all’agente della CIA.

Mentre la tormentava, la donna non distoglieva lo sguardo da lei.
Era una tortura spietata, frutto della conoscenza che l’aguzzina aveva del suo corpo e dei suoi punti deboli. Lei implorava pietà, anche se non sarebbe servito a nulla: ne era perfettamente consapevole, viste le esperienze passate; però questo non le impediva di supplicare, perché il dolore era troppo forte, superiore all’orgoglio, pur vasto, che possedeva.
Qualche minuto più tardi, tuttavia, alla sofferenza si sostituì il piacere. Sfrenato, totale, quale mai aveva provato in precedenza. Lei urlava e non per scongiurarla, ma per l’orgasmo devastante che la investiva. Poi, con maggiore calma, dichiarò di amarla. E sussurrò il suo nome: Monica.
Nadiya Nicolajevna Drosdova si svegliò, ansante e sudata. Era mattino e dalla finestra la luce del sole illuminava la stanza, piccola ma pulita e ordinata, con il letto addossato alla parete di fronte e i pochi mobili d’acciaio inchiodati al pavimento. La finestra era priva di grate: solamente un pazzo si sarebbe lanciato nel vuoto con il risultato di sfracellarsi al suolo, e in tal caso nessuno lo avrebbe rimpianto.
Nadiya trasse un profondo respiro e attese che i battiti del cuore si calmassero. Nel frattempo, pensava. Fisicamente si sentiva molto meglio e dalla sera prima, dopo l’ultima visita del dottore, aspettava con ansia che venissero a prenderla. Conosceva alla perfezione i metodi del KGB: paragonati a essi le torture che le aveva inflitto Squire erano un gioco per bambini. Inspirò ancora, cercando nella mente una via di uscita.
Quando entrò l’infermiera, Nadiya le rivolse un sorriso tanto radioso quanto falso. Poi balzò giù dal letto e la colpì di taglio sulla nuca. Un gesto da esperta, sufficiente per farle perdere i sensi, però non letale. L’infermiera non aveva colpe.
Nadiya la spogliò e indossò la sua divisa.
Aprì con cautela la porta e sbirciò fuori. Il corridoio era deserto. Lo percorse camminando sulla punta dei piedi. Giunta al punto in cui si biforcava, sporse la testa e scrutò nelle due direzioni. Una era a fondo cieco, terminava davanti a un muro; l’altra conduceva a una porta, davanti alla quale vide due uomini della seconda direzione centrale. Anche se fosse stata in piena forma, non avrebbe avuto alcuna chance. A parità di addestramento, erano in due contro una. Senza contare che erano armati.
Tornò nella camera e prese il vassoio del pranzo che l’infermiera aveva portato con sé. Poi esaminò con occhio critico la donna. Purtroppo erano molto dissimili. Sebbene fossero alte pressoché uguali e avessero lo stesso numero di scarpe, i lineamenti del volto, i capelli, gli occhi erano completamente diversi.
Uscì nuovamente e ripercorse il corridoio. Arrivata all’angolo, si diresse verso la porta. I due agenti non stavano guardando nella sua direzione, parlavano fra loro. Nadiya non sentì quello che dicevano.
Si avvicinò.
Gli uomini alzarono lo sguardo su di lei.
Nadiya finse di incespicare e tenne alto il vassoio, all’altezza del viso.

Miloslav Pomarev ripose il cellulare e annuì soddisfatto.
Tutti i centri di potere di Mosca erano nelle loro mani. Alcuni, come il ministero della Difesa o quello degli Interni, naturalmente lo erano già da prima; gli altri erano stati presi senza eccessivi sforzi.
Adesso toccava alla Duma.
La folla, palesemente ostile, era aumentata; ma questo non lo preoccupava minimamente. Lanciò un’occhiata ai suoi uomini, quindi guardò il carro armato fermo davanti al palazzo. Non appena avesse ricevuto l’ordine dal maggiore generale Viktor Karpuchin, avrebbe dato l’ordine di sparare. Il cadavere del veterano che aveva ucciso era stato gettato su un camion. Presto quel camion sarebbe stato pieno di salme.
La città era oppressa dall’afa, una cappa rovente che toglieva il respiro. Il maggiore del Gruppo Alpha non l’avvertiva: era abituato a ben altro. Guardò ancora la folla, senza nascondere il suo disprezzo. Esseri inutili, incapaci, che non meritavano comprensione né pietà. Immaginava che non fossero russi, bensì “neri”, vale a dire esponenti dei popoli inferiori dell’Unione Sovietica, individui che andavano semplicemente schiacciati. Nessuno aveva osato ribellarsi, quando aveva premuto il grilletto, a riprova di quanto fossero vili.
Non erano considerazioni originali: è difficile trovare qualcuno che sia più razzista di un russo.
Poi il maggiore notò che quella massa informe si stava scostando per lasciare passare un uomo.
L’uomo si diresse, senza esitazioni, verso il carro armato.

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L'avatar che nessuno volevaArrivò con l’infornata di primavera. Fu scodellato assieme ad altri quattordici, tutti belli, nuovi e lustri. Naturalmente erano diversi fra loro: alcuni si prestavano soprattutto ai blog erotici, altri risultavano adatti a ragazze giovani e spiritose, una piccola minoranza era destinata a siti con pretese letterarie. Lui era uno dei più belli, un cervo che pascolava in una verde radura; disegno e colori risultavano semplicemente perfetti, l’erba sembrava fremere alle carezze del vento. L’avatar era molto orgoglioso di se stesso, e grato a chi lo aveva ideato. Incominciarono a presentarsi i blogger, passavano in rassegna l’assortimento e man mano sceglievano. Fu presa per prima una minigonna, il secondo fu un pulcino, la terza scelta ricadde su uno scenario che raffigurava un tramonto. Il cervo aspettava pazientemente. Poi toccò a un’immagine vagamente dark. Quindi, fu il turno del quinto e del sesto. L’avatar si stupiva che nessuno si affrettasse a prenderlo, ma incominciò a preoccuparsi veramente quando portarono via il dodicesimo. Prima o poi sarebbe venuto il suo momento, pensò, tuttavia iniziava ad essere preda di dubbi inquietanti.
Alla fine, restò solo: gli altri quattordici avevano trovato un padrone, lui non era stato preso in considerazione da nessuno.
L’avatar sprofondò in una cupa depressione. Si sentiva irrealizzato e infelice: era stato concepito per un compito, che invece non poteva svolgere. La sua esistenza gli pareva priva di senso.
Ma una mattina…
Si presentò una bella ragazza, lo esaminò attentamente e, dopo aver riflettuto per alcuni minuti, se lo portò via. Finalmente l’avatar era felice. Si affezionò subito alla sua padroncina, che si chiamava Giulia; era una giovane intelligente e sensibile, scriveva bellissime poesie, piene di toccante lirismo, e lasciava sempre commenti arguti e originali. L’avatar era fiero di lei, e della simpatia con cui tutti la guardavano. Un sabato sera, dopo aver fatto un giretto in rete, lei spense il pc. L’avatar andò a dormire sereno. Sapeva che l’indomani, come di consuetudine, avrebbero esplorato vari blog, salutando i molti amici su cui potevano contare. Alla domenica Giulia non lavorava e ne approfittava per prolungare la sua presenza su WordPress. Quella sera Giulia si recò in discoteca con il moroso. Le piaceva molto ballare e si divertì moltissimo. Circa alle due di notte uscirono dal locale per tornare a casa. Salirono sulla vecchia Punto e a velocità moderata imboccarono la strada che li avrebbe riportati a destinazione. Videro chiaramente la macchina che arrivava a velocità folle; non potevano sapere che era guidata da un ubriaco, e il fidanzato di Giulia non riuscì ad evitare l’impatto. Morirono entrambi sul colpo.
La mattina dopo l’avatar si svegliò di buon’ora. Era ansioso di incominciare a visitare i tanti blog amici: mentre la sua padroncina avrebbe letto i post e scritto i commenti, lui si sarebbe fatto quattro chiacchiere con i suoi colleghi.
Ma il pc non fu mai più riacceso.

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La valle di PhilArrivarono dopo l’ora di pranzo.
Phil posteggiò il pick-up e indicò la baracca di legno. “Quella è la nostra casa.”, disse. “C’è un solo letto e un’unica stanza. Non saprei proprio dove sistemarvi.”
“L’hai costruita tu?” Jack Straw si accese una sigaretta.
“Sì.”
“Allora vorrà dire che ne costruirai un’altra.”
Smontarono nello stesso istante in cui Liz e Patsy uscivano dal capanno. Elizabeth era in pantaloncini corti e maglietta. Patsy indossava la gonna lunga e una camicia arrotolata sulle braccia.
Jack Straw esibì un sorriso cordiale. “Mi chiamo Sugar.”, annunciò. “E lui è Tom.” Tom aveva con sé due grosse borse. Era un uomo alto e robusto con un’espressione un po’ ottusa.
Liz gli rivolse uno sguardo interrogativo. “Mi hanno sequestrato.”, disse Phil con voce piatta. “E sono armati.”
Patsy sbiancò in viso. Liz le cinse una spalla con fare protettivo. “Cosa significa? Perché lo avete sequestrato?”
“Oh, ma io non la metterei in questi termini.” Il sorriso di Jack si allargò. “Stavo semplicente cercando un posto tranquillo e ho pensato che qui mi sarei trovato a meraviglia. Comunque, non mordo. E non mi fermerò a lungo.” Mentre parlava, i suoi occhi correvano da una donna all’altra. Erano molti attraenti. La bruna alta non aveva paura di niente, e andava controllata; la bionda non rappresentava un pericolo. Molto fumo e poco arrosto; si vedeva lontano un miglio che era terrorizzata. Comunque, entro sera, si sarebbe fatto un’idea più precisa. Per il momento non andavano toccate. L’hippy avrebbe reagito e sarebbero stati costretti a ucciderlo. E fino a quando non avesse avuto tutta la situazione sotto controllo, non avrebbe potuto fare a meno di lui. In seguito, non sarebbe stato male approfondire la conoscenza di una delle due o forse di entrambe.
Tirò fuori da una tasca il telefonino. Come immaginava, non c’era campo. Tuttavia era meglio essere prudenti: benché l’hippy gli avesse detto che avevano rinnegato la società civile e che erano privi di luce, gas e computer, avrebbe perquisito il capanno e anche le donne.
Liz aveva preparato uno stufato di verdure. Jack Straw mangiò avidamente la porzione riservata a Phil, ignorando Tom. Nel frattempo, rifletteva. Per qualche notte si sarebbero adattati a dormire sul pick-up. Avrebbero stabilito dei turni di guardia, anche se dubitava che qualcuno di loro potesse fuggire: a piedi non sarebbe andato da nessuna parte. Ma aveva passato la vita a prevenire ogni pericolo e non si sarebbe mai comportato superficialmente. Una volta che il nuovo capanno fosse stato edificato, avrebbe mandato lì a dormire l’hippy e Tom. Lui sarebbe stato con le ragazze.
Studiò la bionda, correggendo l’impressione iniziale. Apparentemente sembrava fragile, e per vari versi lo era; però possedeva un fondo di malizia ed era sicuramente intelligente. Malgrado le apparenze, capì che detestava l’altra e che probabilmente era ricambiata. D’altra parte, era ovvio: un rapporto a tre era destinato al fallimento.

Il mattino dopo Phil si svegliò presto. Si vestì senza fare rumore e uscì dal capanno. L’aria era frizzante, sapeva del profumo della natura. Phil aveva un terribile mal di testa, ma gli parve che si attenuasse. Il merito era della sua valle. Da quando viveva lì non si era mai ammalato : questo grazie alle montagne, alla foresta, alla mancanza di rumori e di inquinamento, e soprattutto al grande senso di pace che quel meraviglioso luogo gli infondeva. Si incamminò, senza degnare di uno sguardo il pick-up. In genere lo parcheggiava lontano, ma Sugar l’aveva piazzato proprio davanti alla porta della baracca. Raggiunse il ruscello e si lavò la faccia. Era indignato: quei due loschi figuri con la loro presenza offendevano tutto quello che lui amava. Pensò a Liz e a Patsy, ai suoi ideali di libertà e di purezza. Guardò il cielo terso, i monti accarezzati dai primi raggi del sole, i campi e i prati ancora umidi di rugiada. Sugar stava profanando un posto che lui reputava sacro. Era come se ammorbasse il paradiso.
Patsy avrebbe voluto avere un bagno tutto per sé, Liz rimpiangeva il suo vecchio lettore cd; ma alla fine avevano capito che si trattava di una rinuncia minima rispetto a quanto avevano ottenuto. C’erano stati dei momenti difficili. Avevano dovuto faticare, sopportare disagi, però ne era valsa la pena. Phil non avrebbe scambiato la sua capanna con una reggia. Quella era casa sua.
Poi decise di essere pragmatico. Quando c’era un problema, andava risolto. Piangersi addosso non serviva a nulla. Se il problema era molto complesso, bisognava procedere gradualmente, affrontando un ostacolo alla volta. Analizzò freddamente la situazione. Loro erano in tre, gli altri in due. Forse Patsy non sarebbe stata di grande aiuto, ma Liz era forte quasi come un uomo. Aveva praticato arti marziali per quattro anni e sapeva difendersi.
Qual era il primo ostacolo da superare?
La risposta era semplice.
Sugar aveva una pistola.
Bene, avrebbe trovato il modo per farla sparire.
Tornò sui suoi passi, accese un fuoco sotto al porticato e preparò il caffè. Quel giorno avrebbe incominciato a costruire il nuovo capanno. Si era ripromesso di procedere lentamente: aveva capito che Sugar e Tom erano totalmente a digiuno in materia, perciò non aveva senso affrettare i tempi. Intuiva che dopo li avrebbero separati e quella prospettiva non gli piaceva per niente.
Elizabeth e Patsy avevano preparato il materiale. Phil aveva già accatastato del legname, perché da tempo pensava di ingrandire la loro casa, dotandola di un secondo locale da adibire alla riflessione. Anche se poi, per un motivo o per l’altro, aveva sempre rimandato.
Ora si trattava di scavare le buche per i pali. Una volta che li avesse piantati, avrebbe fissato due barre ai lati, e infine inserito dall’alto delle canne e legato insieme la parte superiore. Dato che si trattava di una sistemazione provvisoria, non era necessario fare un lavoro a regola d’arte. La sua baracca era solida e perfettamente stabile. Quando l’aveva edificata, le aveva riservato la massima cura. Ricordava ancora la gioia che aveva provato quando l’aveva vista finita. Ma non si sarebbe dannato l’anima per quei due banditi.
Bevve il caffè, pensando alla pistola e a come rubarla. La buona notizia era che Tom aveva perso la sua durante una sparatoria. Era stato così sciocco da dirlo davanti a lui.
Ne avrebbe parlato con le ragazze: in tre si ragionava meglio.
Si avvicinò al pick-up. Tom stava dormendo, ma Sugar lo scrutava; probabilmente aveva seguito tutti i suoi passi. Phil gli indicò il caffè.
Il bandito lo ringraziò con un cenno della mano.
Phil si avviò nuovamente verso il ruscello. Doveva finire di costruire il suo arco.

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MagdalinaIl segretario di Stato, James Baker, svegliò George Bush alle tre di notte.
Dati i suoi trascorsi militari, il presidente degli Stati Uniti si alzò dal letto senza fatica, bevve un caffè molto forte e raggiunse lo Studio Ovale, dove guardò accigliato la registrazione dell’intervento di Janaev.
Un’ora più tardi, da lui convocati, arrivarono il ministro della Difesa, Dick Cheney, il Capo di Stato Maggiore, Samuel Skinner, il direttore della CIA, William H. Webster, il direttore dell’FBI, William S. Sessions, e poco dopo il comandante della Delta Force, Peter J. Schoomaker.
Sullo schermo comparve nuovamente Gennadij Ivanovic Janaev. Tutti ascoltarono in silenzio con espressione tetra. Quando le immagini finirono furono riaccese le luci.
“Signori, ci troviamo di fronte a una grave emergenza.”, esordì Bush. Si rivolse a Peter J. Schoomaker. “A quanto risulta, Gorbaciov attualmente si trova nella sua dacia, a Foros, in Crimea. Suppongo che sia sorvegliato. La Delta Force potrebbe operare un blitz?”
James Baker si guardò le unghie. Cheney fissava il soffitto. Non gli sfuggiva il fatto che, comunque fosse andata a finire, l’Urss non era più in grado di competere con gli Stati Uniti. Schoomaker annuì. “Certamente.”
La Delta Force è organizzata in tre Squadroni, A, B e C. Le sue funzioni sono sostanzialmente tre: controterrorismo, azione diretta e ricognizione speciale. Dispone di un’unità di trasporto aereo, chiamata 160th Special Operations Aviation Regiment (Nightstalkers), che è in grado di trasportare i suoi uomini in ogni parte del mondo in tempi brevissimi. A livello di efficienza, rivaleggia con il SAS britannico, con il quale peraltro ha spesso collaborato: inglesi e americani sanno di potersi fidare a vicenda.
“Per prima cosa, valuteremo la consistenza degli uomini che lo tengono prigioniero.”, disse Schoomaker. “A lume di naso, escluderei la presenza del Gruppo Alpha; è molto più probabile che i russi abbiano dislocato un certo numero di agenti del KGB, e non credo che siano molti. Non sarebbero necessari. Ritengo di poter organizzare la missione e di portarla a termine con successo nel giro di due giorni, al massimo tre.”
James Baker intervenne in tono pacato. “L’Unione Sovietica non è Porto Rico.”, osservò. “E non è neppure Cipro, Panama o la Grecia. E’ la più grande potenza del mondo, dopo gli Stati Uniti. Se l’operazione fallisse, le conseguenze sarebbero disastrose.”
Schoomaker gli rivolse uno sguardo torvo. “Non fallirà, signor ministro.”, affermò con decisione. “Così come non fallirono le operazioni che ha citato.” Schoomaker si trovava più a suo agio con Bush, perché il presidente aveva conservato una solida visione bellica, da ex aviatore.
“Non si tratta solo di questo.”, ribatté il segretario di Stato. “Non siamo nelle condizioni politiche per poter interferire negli affari interni di un altro Paese.”
Il direttore della CIA si lasciò sfuggire una risata. “Non sarebbe la prima volta, né l’ultima. Io non avrei di questi scrupoli.”
“Forse perché operiamo in ambiti diversi.”, puntualizzò Baker.
“Penso che dovremmo aspettare per vedere cosa succede.”, interloquì S. Session dell’FBI. “Credo che muoversi adesso sarebbe prematuro. Non abbiamo notizie precise. Nelle prossime ore il quadro sarà più chiaro.”
Bush passò in rassegna i volti dei presenti, meditabondo. Anche in lui il desiderio di intervenire subito era mitigato dalla prudenza e dal ragionamento.
Quando uno dei telefoni prese a squillare, assunse un’aria infastidita. “Avevo detto niente telefonate!”
Fu Baker a rispondere.
Fece un cenno al direttore della CIA. “E’ per lei.”, disse. “Patrick Keynes.”

Magdalina spense la radio.
“Devi andare assolutamente a Mosca.”, disse a Monica. “Conosco un contadino che ha una macchina. Mi deve dei favori, lo convincerò a darti un passaggio.”
L’americana scosse la testa. “Non ho la capacità di sopportare il dolore, non ho resistenza fisica. E adesso ho paura!”
Magdalina la fissò.
Quella donna aveva trovato la freddezza necessaria per sparare a Nikolaij Kuznetsov; sebbene fosse sconvolta e provata per ciò che le avevano fatto, ci era riuscita. Tuttavia, ora, le sembrava un’altra persona. Era bianca come uno straccio e quello che aveva detto non aveva molto senso. Farneticava. Magdalina sapeva che le torture, a lungo andare, lasciano segni irrimediabili, più nella mente che nel corpo. Non sapeva con certezza con quali metodi l’avessero tormentata; immaginava comunque che fossero stati terribili, tali da provocare paranoia e schizofrenia, o almeno una delle due. Pensò che Monica, alla fine, fosse impazzita.
La guardò con attenzione, concentrandosi sugli occhi. Non le sembravano gli occhi di una pazza. Assunse un tono duro, autoritario. “Sei una cekista! Per diventare tale, hai superato prove durissime. Le stesse che affrontano gli uomini e le donne del KGB. Se ti trovi qui, è perché hai una missione da compiere. Ed è chiaro che è legata a ciò che sta succedendo a Mosca. Per questo devi andare! Il resto sono sciocchezze. Parole da donnetta; ma tu non lo sei.”
Monica non replicò. Osservava un punto imprecisato della parete.
“Hanno portato via mio padre!”, esclamò la russa, improvvisamente in preda a una fredda collera. “Hanno licenziato mia madre. Ci hanno tolto la casa. Ed è stato il KGB. Tu devi fermarli!”
“Io non sono diversa da loro.”, mormorò dopo qualche istante Monica. “La CIA non è diversa dal KGB. Metodi e finalità sono simili. Quello che conta è vincere, non importa come. Mi dispiace per tuo padre, ma tu non puoi neppure immaginare quante vittime innocenti pesano sulla coscienza di Langley.” Poi rise in modo amaro. “Coscienza? Ho detto un’assurdità. Non esistono coscienza, onore, verità. Soltanto inganni, prove di forza. Io… mi tiro fuori.”
“Sarai libera di farlo, quando tutto sarà finito.”, ribatté Magdalina. “Perché tu andrai a Mosca!”
Squire si allontanò da lei. Le tremavano le mani.
“Mi sono sbagliata. Forse sei veramente una donnetta.” Magdalina le voltò le spalle.
Senza una ragione precisa – per quanto, in realtà, esista quasi sempre una ragione alla base dei comportamenti umani – Monica pensò a John Lodge, ucciso sulla soglia di casa. E pensò a come si sarebbe comportato lui, in quella circostanza.

A Roma era una splendida mattina di sole. La città era invasa dai turisti. A causa del caldo, le ragazze giravano in short e canotta e i ragazzi si tuffavano nelle fontane.
A Palazzo Chigi, in piazza Colonna al numero 370, era in corso una riunione.
Qualche giorno prima Giulio Andreotti aveva richiamato alcuni ministri dalle vacanze e adesso quelli che erano stati rintracciati, in pratica tutti meno Claudio Martelli che si trovava in Africa, sedevano ai lati del lungo tavolo. Come sempre era cosparso di candele, dato che il primo ministro non sopportava il fumo. Non rientrava nella sua natura, però, porre divieti. Gianni De Michelis, ministro degli Esteri, stava esponendo il proprio punto di vista. Con la caduta, ormai quasi certa, di Gorbaciov e l’avvento al potere di un gruppo di reazionari, sarebbe tornata la guerra fredda. Era bene che l’Italia rinsaldasse i rapporti con le nazioni del blocco arabo. Andreotti annuì. Era sempre stato un convinto assertore di una politica estera filo-araba, pur mantenendo buone relazioni con Israele, soprattutto per compiacere gli Stati Uniti. Questo era un momento particolare, dove la diplomazia avrebbe dovuto superarsi, nel nome di Machiavelli.
Il presidente del Consiglio posò le dita sottili sul piano del tavolo.
“Notizie dall’America?”, chiese.
“Da loro è notte fonda. Staranno dormendo.”, disse De Michelis. “Li sentirò più tardi.”
Non è nella mentalità italiana svegliarsi prima dell’alba. Come un inglese non rinuncerebbe mai al week-end, nemmeno in caso di emergenza, un cittadino del Bel Paese difficilmente abbandonerebbe il proprio letto alle tre di notte.
Giulio Andreotti si alzò. “Confidiamo nel Signore.”, disse con un sorriso che non si estendeva agli occhi.

Gennady Burbulis era il braccio destro di Boris Eltsin. Apprese la notizia dalla radio. Uscì subito di casa e si recò nella dacia di Eltsin. Boris non era solo. Con lui c’erano Ivan Silayev, capo del governo della Repubblica Russa, Mikhail Poltoranin, ministro dell’Informazione, il consigliere di Stato Sergei Shakhrai, e il ministro dei Rapporti economici con l’estero Viktor Yaroshenko. A breve si presentarono anche il sindaco di Leningrado e il vicesindaco di Mosca.
Eltsin stava dettando una dichiarazione di condanna del golpe alla figlia Tatiana, che batteva furiosamente i tasti della macchina per scrivere. Qualcuno gli suggerì di abbandonare al più presto l’Unione Sovietica: l’America gli avrebbe sicuramente concesso l’asilo politico.
Eltsin rifiutò con sdegno l’idea. Si domandava perché non lo avessero ancora arrestato, visto che era più progressista di Gorbaciov e che si era scontrato varie volte con lui proprio in tal senso.
Quello non fu l’unico errore dei congiurati, ma forse il più grave, sebbene allora non potessero immaginarlo.
Eltsin si versò una vodka, la bevve, quindi scaraventò il bicchiere contro una parete. “E il segretario generale?”, gridò. “E’ davvero prigioniero o anche lui è in combutta con quei quattro delinquenti?” Non lo pensava veramente, però il dubbio c’era.
Era teso e rabbioso, ma fra tutti era l’unico a non essere spaventato.
Poi l’uomo di Butka  salì in macchina e raggiunse il parlamento. Entrò nell’edificio, senza notare che un ufficiale del Gruppo Alpha lo stava osservando. D’altra parte, non aveva mai sentito nominare Miloslav Pomarev.

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Raccontami di teMARI:
Raccontami di te
ascolterò per ore
sarà come preghiera
nel silenzio tutto intorno
la testa leggera ritornerà
lasciando fuori questo dolore
che come sasso rotola
volando nei tuoi pensieri
ad occhi chiusi li vedrò
raccontami di te.

ALESSANDRA:
Aspettavo nella neve che andasse via.
Così mi aveva chiesto.
Faceva freddo, mi stringevo nel pesante giubbotto e scrutavo le finestre di quella che era stata la nostra casa. Quando si fossero spente le luci, quello sarebbe stato il segnale e avrei potuto rientrare. Avevo i piedi gelati. Come il cuore. Mentre preparava le ultime valigie – le valigie servono sempre per partire, mai per tornare – cercavo di escludere dalla memoria il grande mare dei ricordi. I bistrot e i ristorantini di Cannes, fra palme e luci; le spiaggie di Cipro, e gli internet-point; il tè del Marocco e i cieli incredibili della Tunisia. E il nostro coniglio.
Le colazioni all’alba, il profumo del caffè, i sorrisi e i discorsi, le opinioni differenti, i diversi libri amati. Un film visto di notte. Musica. Musica! E ancora musica. Questo è per sempre, pensavo.
Mai fare affidamento sulla buona sorte, perché la vita è maestra di inganni, da un lato ti tende la mano, sorridente – ma è un sorriso falso -, dall’altro prepara spirali d’angoscia.
Raccontarti di me?
Poco ho da dire, ormai quasi nulla da spartire.
Scrivo e leggo. A volte, guardando fuori della finestra, vedo ancora il cielo blu; molto più spesso, però, è del colore dell’ardesia. In questi giorni piove sempre e io detesto la pioggia, il freddo, l’oscurità.
Vorrei tornare in Francia, camminare scalza sulla sabbia, visitare ancora la città vecchia e poi la Croisette, i raggi del sole sulle onde, le bandiere che garriscono al vento, il porto vecchio e il Palais Des Dunes. Sandrine de Bois che ascoltava le fiabe di suo padre.
Vorrei che la mia vita fosse stata diversa.
Vorrei essere più buona.
– Parlami anche tu –
Non sopporto certi risvegli affannosi e solitari, quando il giorno che mi attende sembra un viaggio inutile, percorso soltanto da delusioni, amarezza, angoscia. E la sera poi…
Mi guardo allo specchio. Capelli biondi che un tempo erano simili al grano d’estate, e che ora appaiono opachi; occhi azzurri che non trasmettono nulla. Oh, le gambe, sì, quelle sono ancora belle. Per quel che conta. Poi osservo le mie conchiglie, quasi sperando che per magia mi rechino in dono l’eco del Mistral.
Se solo potessi cambiare le ore, i giorni, secondo la mia volontà – quel poco di essa che rimane – ah, saprei bene cosa fare.
Ma non puoi mutare il corso del cammino, non puoi scegliere una vita diversa, né ricostruire scenari di sogno.
Il tuo dolore è anche il mio.
Ma tu mi hai chiesto… e nessuno lo ha fatto. Questa notte strana, fra stelle scintillanti e il suono di un flauto, una birra gelata e il sapore delle fragole di bosco… questa notte lontana e tuttavia presente… questa notte aprirò il mio cuore.
Ti racconterò di rondini e farfalle. Ti racconterò di amori e di speranze. Lo farò, perché tu lo aspetti.
Ti racconterò di me.

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Maggiore Miloslav PomarevLa mattina successiva, il maggiore Miloslav Pomarev scese dal letto un minuto prima che suonasse la sveglia.
Fece la doccia e si rasò con calma; quindi, consumò un’abbondante colazione che comprendeva pane, burro, marmellata, uova, pesce affumicato, cetrioli e tè. Dopo aver mangiato, aprì l’armadio. Scartò la mimetica, perché non era in procinto di andare a Kabul, com’era accaduto nel 1979, quando il Gruppo Alpha aveva conquistato in pochi minuti il palazzo di Hafisullah Amin. Indossò, invece, l’uniforme regolamentare, con la grande “A” rossa circondata di azzurro e di giallo. Per la stessa ragione ignorò il giubbotto antiproiettile. Da un cassetto prese la Sig Suer P226.
Una Chaika nera, priva di contrassegni, lo aspettava sotto casa. A bordo c’erano l’autista e un tenente. Pomarev prese posto sul sedile posteriore. Mentre l’auto correva per le vie deserte di Mosca, abbassò il finestrino e si sporse per scrutare il cielo ancora scuro. Si sentiva lucido e concentrato. Ogni cosa era stata già predisposta da tempo, ogni particolare esaminato, vagliato e riesaminato; e dal sopralluogo che aveva effettuato due giorni prima aveva tratto la certezza che tutto sarebbe filato liscio.
Lo spiegamento di forze che appoggiava il colpo di Stato era impressionante:  l’Armata Rossa, che nell’occasione schierava le divisioni Tamanskaya e Kantemirovskaya, rispettivamente secondo e quarto Corpo corazzato della Guardia, e la quasi totalità del KGB, appoggiato dal Gruppo Alpha e dal Gruppo Vympel.
La Chaika si fermò davanti al palazzo della Lubjanka e Pomarev scese per conferire con alcuni ufficiali, impartendo gli ultimi ordini. Quando l’unità al suo comando fu pronta, imboccarono il lungofiume Sofiskaja e passarono accanto all’ambasciata britannica. Pochi minuti dopo erano nei pressi della Duma.
La Duma è il parlamento russo e dai tempi di Stalin non contava assolutamente nulla, dato che era Josif a prendere tutte le decisioni; in seguito aveva continuato a non contare, poiché il potere effettivo, in Unione Sovietica, era nelle mani del Politburo e, in particolare, del segretario generale del PCUS. Ciò nonostante, aveva un elevato valore simbolico. Compito di Pomarev era occuparla.
Il maggiore aspettò che sorgesse il sole, che si levò alto e radioso; poi che dall’alba si passasse al mattino. Attendeva il comando definitivo dal maggiore generale Viktor Karpuchin.

Qualche ora più tardi, due persone ascoltarono davanti al teleschermo il discorso del vicepresidente Gennadij Ivanovic Janaev. Una di queste due persone era confinata nella sua dacia in Crimea e stentava a vedere bene le immagini e a capire con chiarezza le parole di Janaev. Durante la notte, la televisione era stata riparata, però non funzionava in modo perfetto.
L’altra persona si trovava a Dresda, in Germania, e scuoteva la testa.
Totalmente sprovvisto di carisma e di capacità oratoria, Gennadij Janaev si esprimeva in maniera incerta e, quando rispose alle domande dei giornalisti, si mise a farfugliare, dichiarando comunque che “l’amico Gorbaciov” era gravemente malato e non sarebbe tornato a Mosca prima di sei mesi. A parte questo, annunciò che una revisione critica delle ultime decisioni prese dal segretario generale aveva portato lui, il presidente del KGB, Vladimir  Kryuchkov, il ministro della Difesa, Dmitry Yazov,  il ministro degli Interni, Boris Pugo e altri personaggi di spicco, a riconsiderare il quadro politico. Sarebbero state prese decisioni conseguenti.
Quando il titubante Janaev terminò di parlare, in Germania e in Crimea i due televisori vennero spenti.
A Dresda, Vladimir Putin considerò freddamente che aveva fatto molto bene ad appoggiare soltanto moralmente il golpe; nella dacia di Foros, Michail Gorbaciov, furibondo, rilasciò una dichiarazione con mezzi di fortuna, utilizzando una vecchia cinepresa, nella quale accusava Janaev di aver violato la legge e la Costituzione.
Il fido Anatolij Verganskij, l’uomo che aveva lavorato fino a tarda ora per riparare il televisore, si mise all’opera con grande impegno, ma la registrazione era mossa e si interrompeva spesso.
Tuttavia Gorbaciov parlò con forza ed eloquenza. “Io mi sono opposto all’ introduzione dello stato d’emergenza nel Paese, però nessuno ne ha voluto tener conto, e sono stato isolato e messo in stato d’arresto con tutti quelli che sono con me. Dicono che le mie condizioni di salute sono gravi, ma, come vedete, io sto benissimo”.
Poi Anatolij aprì la cassetta registrata, la riprodusse quattro volte, estrasse il nastro con cautela e lo consegnò alla moglie che lo tagliò in quattro segmenti uguali da distribuire a quattro “messaggeri”. La segretaria personale di Michail se ne infilò una copia nelle mutande.

Altri tre uomini assistettero all’impacciata apparizione televisiva di Janaev.
La loro reazione variava, oscillando fra perplessità e disgusto.
Subito dopo, uscirono da Yazenevo e si diressero verso Mosca. Lebedev, Yarbes e Weber, accompagnati da un autista, guidavano un piccolo corteo di cinque automobili, dove erano stipati gli agenti della prima direzione centrale rimasti fedeli a Gorbaciov.
Prima della loro partenza, Olga aveva chiesto di potergli accompagnare. Sebbene fosse ancora attratto da lei, anche se solamente a un puro livello sessuale, il rezident di Londra l’aveva già giudicata e condannata. Le sorrise tiepidamente, rifiutando l’offerta. “Non è un posto da donne.” Olga insisté. “Sono forte e vigorosa, potrei esservi utile.”
Non ottenne risposta.
Durante il tragitto, Lebedev si rivolse a Martin Yarbes. “Quando incontrerò di nuovo Patrick Keynes, gli regalerò una cassa di Moskovskaya.” disse.
Yarbes rifletté sul fatto che a Keynes piaceva solo il bourbon.
I pensieri di William Weber si soffermavano sull’immensa disparità di forze. “Oh, beh.”, si consolò. “Anche la Luftwaffe sembrava invincibile, ma poi i nostri aquiloni hanno vinto.”
Si insegnavano molte cose al MI6, fra le quali una, che Weber considerava la principale: era vietato arrendersi. In qualsiasi circostanza e a fronte di qualunque pericolo. Questa era stata la grande lezione di Sir George Mansfield Smith-Cumming, il primo direttore, e si sarebbe tramandata per sempre.

Magdalina non possedeva una televisione, però aveva una vecchia radio. Spinta da un presentimento, Monica la pregò di accenderla. Le due donne avevano trascorso la notte insieme. Prima di cenare, avevano scavato una fossa nel bosco per seppellire il cadavere di Kuznetsov. Avevano scelto un luogo isolato nel folto degli alberi: lì nessuno lo avrebbe mai trovato. Malgrado le percosse subite, Magdalina era molto più in forma di Squire e aveva svolto la maggior parte del lavoro; ciò nonostante Monica, esausta, era andata a dormire subito dopo aver mangiato.
Magdalina era rimasta alzata sino a notte inoltrata, intenta a riflettere. Doveva la vita a Monica e, benché lo considerasse pericoloso, cercava il modo migliore per farle raggiungere Mosca.
Alla radio interruppero un programma di canzoni cosacche. La voce incerta di Janaev echeggiò nella stanza. La russa e l’americana ascoltarono in un silenzio teso.

Nella sua camera, perennemente chiusa a chiave, dove peraltro riceveva un trattamento di riguardo, cibo buono e abbondante, giornali e riviste inglesi da leggere, il Bastardo, al secolo John Wyman, fu l’ultimo a spegnere la tv. Da eccellente giornalista qual era, si rammaricò di non poter procedere immediatamente con interviste, commenti e analisi che avrebbero dato vita a una serie di fantastici reportage. Visualizzava già i titoli sui principali quotidiani di tutto il mondo.
E da attento osservatore, fornito di vasta esperienza, si domandò perché i congiurati avessero scelto un imbecille come portavoce. Non gli era sfuggito che, mentre parlava, gli tremavano perfino le mani.

Ma, se Janaev si era dimostrato impacciato e poco brillante, di tutt’altro spessore erano le forze speciali che si stavano predisponendo ad attaccare il parlamento.
Pomarev notò che si andava formando un assembramento, evidentemente ostile al golpe. Guardò con disprezzo quella piccola folla. Nessun problema, pensò. Seguiremo l’esempio degli zar.
Il che significava sparare su tutti quelli che avevano intenzione di opporsi, uomini o donne che fossero.
Chi fosse scampato, sarebbe finito a Lefortovo, in mezzo ai topi.
Un uomo alto, dalle spalle ampie – in seguito si sarebbe scoperto che aveva combattuto con valore in Afghanistan – mosse un passo verso il maggiore del Gruppo Alpha. Aveva un’espressione minacciosa.
Senza esitare, Pomarev estrasse la pistola e fece fuoco.
L’anziano soldato crollò a terra, esanime.

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