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Archive for the ‘La Luce Verde’ Category

LA LUCE VERDE 1

la-luce-verdeFra le sue non trascurabili doti la donna che un anno prima aveva deciso di presentarsi su WordPress come Lady Nadia annoverava un grande desiderio di migliorare.
Era brava a scrivere, e lo sapeva; però, almeno ai suoi occhi, non abbastanza brava. Perciò studiava, leggeva, scriveva, “tagliava” e rimodellava i suoi brani, alla costante ricerca non già della perfezione (era troppo intelligente per pensare che esistesse), ma di un’immacolata purezza di stile. Di lampi e di guizzi. Di folgori e di arcobaleni.
A differenza dei membri del club dei sognatori invasati, quando si coricava, in attesa di prender sonno, non immaginava il libro segreto che aveva in cantiere balzare, debitamente tradotto, in testa alle classifiche del New York Times o di Publishers Weekly (best sellers: numero 1 L’anima di Joe, by…). No, davvero. Piuttosto, si chiedeva se quel dato giorno aveva scritto bene (non benissimo). Se la risposta era positiva, Morfeo l’avrebbe accolta fra le sue amorevoli braccia; in caso contrario, sarebbe rimasta a fissare a lungo il buio della stanza.
Adesso, comunque, stava contemplando con il naso arricciato quattro righe che giudicava esecrabili, per non dire di peggio.
Da bambina, Lady Nadia era stata un’avida lettrice e, intorno ai dieci anni, aveva incominciato a creare storie, lo sguardo sognante, serrando le labbra, concentrata com’era a entrare nel mondo di Utopia. Naturalmente, occorreva possederne le chiavi, e lei scoprì di averle. A quell’epoca, non si poneva troppi problemi – esiste sempre una profonda saggezza nei bimbi, e se affermano, mangiando i loro cereali assieme a un bel bicchiere di latte caldo, che la notte scorsa qualcosa è uscito dall’armadio, sarebbe meglio credergli. In ogni caso, la piccola Lady Nadia era certa che tale chiave le apparteneva.
Le chiavi si possono smarrire, oppure è la serratura che cambia, considerò immusonita, mentre cancellava il parto di quel giorno. A domani!, decise. Si collegò a Internet e andò a curiosare nell’universo dei suoi amici. Magari avrebbe trovato una stella più luminosa di altre. C’era gente che se la cavava molto bene, e le piaceva immergersi in una poesia di Franz, in un racconto (esoterico?) di Ivano F, nelle gustose ricette di Laura. Purtroppo, nessuno aveva aggiornato il proprio sito. Invece, a un tratto trovò un blog vuoto. Era tutto nero, privo di vita. Lo stanno allestendo, si disse con una punta di stizza. Perché occupare uno spazio senza aver niente da offrire? Spedì un dito per tornare indietro, ma un istante prima di impartire il comando vide qualcosa. Un baluginio, una strana striscia verde, che poi si ingrandì sino a formare un globo, anch’esso verde, su un sottofondo di una tonalità più scura, e pure verdi erano le parole che lesse: Benvenuta, Lady Nadia! Lei pensò a una cravatta blu, posta sopra a una camicia leggermente più chiara; era un accostamento che le piaceva, tranne che qui…
Simile alle lettere di un telegramma, la scritta scorreva veloce. Ci rivedremo? Dipende da te. Peraltro, so che tornerai, perché… lo schermo ridivenne nero, nero come l’inchiostro, nero come una notte senza stelle.
Lady Nadia guardò a lungo il computer, domandandosi se aveva sognato.
La fantasia va controllata, altrimenti sono guai! Annuì: era la giusta reazione di una donna equilibrata.
Scalciò via le ciabatte, infilò le scarpe, prese la lista della spesa e uscì per andare al supermercato.
Mentre sfrecciava a bordo della Golf, canticchiando Nous sommes du soleil. We love when we play, si scordò dello strano episodio.

“Siamo un popolo fantastico. Riusciamo a trasformare le sconfitte in vittorie, naturalmente a posteriori!”, filosofeggiò con sarcasmo (era sarcasmo, non ironia) il blogger conosciuto come newwhitebear mentre osservava con evidente antipatia l’indicazione stradale posta di fronte a casa sua. C’era scritto: via El Alamein, quando invece avrebbe dovuto esserci via Tobruk. “E perché non via Hiroshima, a questo punto?”, concluse prima di aprire il frigorifero e di stappare una lattina di Lemonsoda. La finì in tre sorsate. Per essere settembre faceva molto caldo, troppo, sembrava una giornata di luglio. Tornò alla finestra. Prima di quello stupido cartello si poteva scorgere l’ingresso dei giardinetti e un tratto di prato, prima ancora un negozio di ferramenta, il bar dove si fermava di rado e la libreria della quale era assiduo cliente. Contemplò il tutto, immerso nei propri pensieri. Non erano particolarmente profondi e furono presto sostituiti da una filastrocca:
Tre, vivo da re
sei, vorrei scoparmi lei
nove, placido rumina il bove.
Posto che il tempo in quanto tale non esiste, questo si chiama sprecarlo. Era ora di darsi una mossa.
Si trasferì nello studio, accese il pc e tentò di iniziare un racconto. L’idea c’era, ed era buona, solo che le frasi che avrebbero dovuto trasformarla in una storia altrettanto buona mancavano di spessore. Peggio, si attorcigliavano su se stesse e, sebbene amasse i congiuntivi (a volte, forse abusandone, almeno a detta di un certo sapientone, che, essendo negato per la scrittura, pensava bene di dispensare giudizi tanto lapidari quanto idioti), i congiuntivi di quel pomeriggio afoso davano la sensazione di essere entrati in sciopero.
Sbuffando, accantonò per il momento il suo blog e andò a sbirciare i post altrui. In seguito non avrebbe saputo dire come e perché fosse successo, attraverso quali misteriose strade era arrivato fin lì. L’unica cosa di cui sarebbe stato sicuro riguardava la sensazione di smarrimento che aveva provato trovandosi a guardare lo schermo nero di un sito in tutta evenienza abbandonato. Fu avvolto da un senso di disagio, molto forte, benché a suo giudizio immotivato. Era tutto così… desolato.
Lo schermo prese vita all’improvviso. Stupito, fissò lo sguardo su una macchia verde, che poi diventò una sfera, e ancor più stupito lesse le parole di benvenuto. Mi fa piacere la tua visita, Gianpaolo (con la “n”, per volontà di suo padre o a causa di un errore dell’anagrafe: non si era mai interrogato al riguardo).
“Come fai a sapere chi sono?”, domandò alla stanza vuota.
Una nuova scritta. Verde come il globo.
Ti farò sognare!
Lo schermò del computer ridiventò nero.

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la-luce-verdeEsistono delle storie che scrivi, e che poi dimentichi; non è il caso della Luce Verde. Cominciai a scrivere questa storia sulla defunta piattaforma Splinder, ma poi decisi di accantonarla, non perché non fossi soddisfatta di ciò che fino a quel momento (il momento dell’abbandono) avevo postato ma perché quella era un’epoca di troll (non che riguardassero me, a parte una certa blatta nera, ma preferivo non fornire spunti e credo di aver fatto bene). Adesso sento il forte impulso di ricominciare, e di raccontarvi cosa può succedere a un blogger incauto o magari semplicemente ingenuo.
La Luce Verde è un’entità malvagia, non aggiungo altro. Non c’è proprio niente di comico in questa vicenda e se inserirò qualcuno di voi (come già nel “Processo”) non è per fare quattro risate in compagnia, anche se ridere fa sempre bene. Suona male, lo so, ma siete funzionali. Senza offesa, sia ben chiaro.
Niente allegria, quindi, ma – spero – un po’ di paura o, almeno, di disagio.
A presto!

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