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Archive for febbraio 2015

ELISABETTA

Elisabetta 2Alla fine glielo avrei detto.
“Ti aspettavo da una vita.” E’ una frase che può suonare banale; ma il mondo non appartiene ai filosofi o agli scienziati: è popolato da gente semplice, che cerca cose semplici. E la ricerca dell’amore credo che ci accomuni tutti. Non è necessario essere un poeta per amare.
Le avrei mostrato le mie stelle preferite, mentre scalze avremmo percorso il litorale. Davanti a noi, nero e insondabile, il mare; alle nostre spalle la città, le luci dei lampioni che avrebbero rinnovato il prodigio delle palme, da sempre presente nella mia memoria come il simbolo di una serenità che un tempo, un tempo ormai lontano, mi apparteneva. Ci saremmo rimesse le scarpe, Le Coq Sportif io, sandali Guess lei, e saremmo risalite sulla Croisette. Ci saremmo fermate in un bistrot a bere una birra.
Io le avrei sfiorato una mano. Lei mi avrebbe detto: “Anch’io ti aspettavo, Alessandra.” Un attimo di esitazione, quindi avrebbe aggiunto: “Solo che non avrei mai pensato di incontrarti.”

La ragazza venne a sedersi vicino a me. Io ero a un tavolo d’angolo; sull’altro lato del piccolo terrazzo alcuni vecchi bevevano vino scambiandosi quelle improbabili opinioni che nascono all’una di notte, liberate dall’alcool e destinate a svanire dal ricordo il mattino dopo.
Era alta. Più alta di me. Capelli castani di media lunghezza, occhi verdi che sfumavano nell’azzurro, un viso più espressivo che bello. Quando ordinò da bere la osservai cercando di non farmi notare. In realtà, il viso era molto bello. Uno di quei volti che acquistano spessore ad ogni nuovo sguardo, che possiedono una luminosità del tutto speciale, che rivelano intelligenza e forza, sensibilità e candore. Nessuna malizia, tranne quella riservata al gioco: una specie di ironia divertita, la stessa con cui di tanto in tanto guardava il tavolo dei vecchietti.
Poi i nostri sguardi si incrociarono. Penso che ci ponemmo entrambe la stessa domanda.
Ma talvolta le risposte sono talmente implicite da risultare inutili. Esistono argomenti che si possono tranquillamente rimandare, perché ci sono priorità maggiori. Io non mi sarei mai alzata da quel tavolo: mi sarei limitata a lasciare galoppare la fantasia, a costruire vaghi sogni o a perdermi in sensazioni ad un tempo seducenti e nebulose. Fu Elisabetta ad alzarsi. Con una sfrontatezza quasi maschile prese posto accanto a me. Fece un cenno al proprietario del locale per indicargli di portare altre due birre. Ci fu un lungo silenzio. I silenzi sono strani: possono nascere dall’imbarazzo, essere condivisi, racchiudere in sé il nulla, o formare punti interrogativi che si sommano ad altri punti interrogativi che a seconda dei casi possono diventare una trama di vita o un inutile momento che si perderà nella infinita successione degli atti senza sostanza né costrutto di cui è costellata l’esistenza di ciascuno.
“Non mi interessano le storie di sesso.”, dichiarò a bruciapelo. Non saprei mai spiegarmene la ragione, ma lo avevo capito fin dal primo momento in cui l’avevo vista. Come per un segreto accordo, ambedue dimenticammo quell’affermazione sincera fino alla brutalità. Parlammo d’altro. Nessuna delle due prevaricava: il discorso si sviluppava fluidamente, quasi fosse una musica scritta su un pentagramma immaginario, quando in realtà era il frutto del caso. Il caso regola la vita di ognuno. Il caso aveva voluto che in quella sera, per quei misteri insondabili cui non vale trovare una spiegazione, si fossero incontrate due persone dotate di un potere attrattivo reciproco e fortissimo. Le successive birre le ordinai io. E poi ci furono altre birre e molti discorsi. Storie di inganni, storie di felicità effimere, fiabe e letture, spazi di solitudini talmente grandi da destare sgomento. Stanze buie e occhi spalancati, angosce senza nome e brandelli di vita persi un po’ alla volta, simili alle foglie che il vento d’autunno cosparge sui sentieri dei boschi.
Elisabetta era del Cancro. Ignoro il grado di compatibilità dei nostri segni zodiacali. Non sono totalmente digiuna di astrologia; più semplicemente non ricordavo di aver frequentato una persona di questo segno. Ciò che contava, l’unica cosa che contava, era il fatto che stentavo a credere di aver incontrato, proprio in quella serata, quando per cercare un po’ di sollievo dal caldo mi ero avventurata in un paese che conoscevo poco, fermandomi casualmente in quel bar; che proprio in quella notte che non è esagerato definire magica avessi incontrato una persona con la quale sentivo di poter condividere la vita, che finalmente mi avrebbe resa felice, che avrebbe creato un sodalizio dove sesso e intelletto, cuore e attrazione fisica, avrebbero formato un’alchimia quasi prodigiosa. Nelle pause pensavo. Immaginavo risvegli luminosi perché il suo sorriso li avrebbe resi tali. Immaginavo scherzi, complicità, ardore dei sensi, tenerezza e stupore continuo. Per un istante ebbi la chiara visione di una vita totalmente appagante, e capii che avrei potuto ottenerla con una semplice parola, un semplice gesto. Non importa se a casa mia o a casa sua ma quella notte avremmo fatto l’amore, e il giorno dopo saremmo state insieme, e quello successivo ancora; c’era tempo per approfondire i nostri percorsi, c’era tempo per le domande e per le risposte: quello che contava era unicamente il fatto che ci fossimo incontrate.
Poi pensai alle valigie. Alle valigie che servono solo per partire. Mai per tornare. Agli addii e ai treni, alla disillusione resa ragione di vita. All’asprezza del dolore, ai ricordi che si sommano nel cuore e che possono fare solo male, un male così feroce e crudele che a volte, in certe sere, saresti pronta a vendere l’anima unicamente in cambio di un po’ d’oblio. Vidi due giovani donne che facevano l’amore sulla spiaggia di Cannes. Vidi serate da sogno e giorni indimenticabili.
Poi vidi il dolore.
Non saprò mai capire se quando presi la decisione mi sentivo più stupida o più vigliacca.
Misi venti euro sul tavolo, mi alzai e senza guardarla tornai alla macchina.

(Grazie per le 100.000 visite e ai 342 amici che hanno deciso di iscriversi al mio blog).

🙂

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RAGE 34

Monica Squire RageMentre Ephraim poneva fine alla sua vita sparandosi alla tempia, a Washington l’alba non era ancora spuntata. Monica Squire sapeva che quello che stava facendo era sbagliato ma non riusciva a impedirselo. Reduce da un’ennesima notte parzialmente insonne – poche ore trascorse a dormire e troppe dedicate ai rimpianti – fissava un piccolo animale di pelouche quasi potesse darle conforto, e così non era. Ricordava bene in che occasione lo aveva acquistato e quanto il piccolo John lo avesse amato. Lo guardava e ripercorreva le tappe di un cammino crudelmente breve: momenti felici che non si sarebbero mai più riproposti.
Sentì bussare alla porta. “Avanti.”, disse stancamente, sebbene in quel momento non desiderasse vedere nessuno. Margaret Collins indossava un elegante tailleur grigio, scarpe con i tacchi e aveva l’aria perfettamente sveglia. Anche lei non aveva dormito molto; una doccia e due tazze di caffè nero e forte l’avevano rimessa in sesto. Si avvicinò a Monica e con gentilezza le tolse il pelouche dalle mani. Benché sorpresa, Monica non protestò.
La sera prima, a tarda ora, era giunta una nuova segnalazione, che Bill Kline del NRO sosteneva fosse finalmente esatta. Jim Patterson della Delta Force aveva proposto di bombardare il villaggio. Monica si era irrigidita. “In una di quelle case potrebbe esserci mio marito, nelle altre donne e bambini. Farò un’altra cosa, invece. Annuncerò al Congresso che intendo mandare laggiù delle forze di terra.” Milton Brubeck aveva annuito varie volte. Margaret l’aveva sostenuta. “Saranno tutti d’accordo, democratici e repubblicani.”
Adesso le domandò: “Come ti senti?”
“Bene.”, mentì Monica.
“Si vede.”, commentò l’altra con un tono di voce a metà tra l’ironico e il compassionevole. “Sei in splendida forma. Vuoi un caffè?”
“Doppio, grazie. E una spremuta d’arancia.”
Cinque minuti più tardi, Monica si accese una sigaretta.
“Da quando fumi?”
“Da ieri.”
Margaret sollevò un sopracciglio.
Squire non ignorava che molti americani si erano pentiti di averla votata. La consideravano inadeguata o poco flessibile, oppure entrambe le cose. Ciò nonostante, malgrado il buio che le avvolgeva l’anima, non intendeva arrendersi.
“Ascoltami.”, disse, dopo aver aspirato un paio di boccate. “So che te l’ho già proposto e che poi mi sono rimangiata le parole, però desidero chiedertelo di nuovo: sei in grado di sostituirmi finché non tornerò?”
“Da dove?”
“Siria.”, dichiarò Monica, impassibile.
“Mah…”
“Sono vecchia? E’ possibile. Ma, per gli standard della CIA, lo ero già ventidue anni fa, e a quell’epoca non era affatto vero: probabilmente non ero al massimo a livello atletico, però non mi mancava la determinazione, e nemmeno l’intuito. Stavo ai piani alti e mi offrii volontaria; il mio capo era scettico e io lo sfidai: mettimi alla prova. Fu terribile. Mi affidò a una ragazza, Susan Cooper, che purtroppo morì in Unione Sovietica. Lei mi distrusse. Era più giovane, più forte, più potente. Non riuscivo a starle dietro nelle marce, in palestra, e quando dovevamo lottare a mani nude mi tremavano le gambe per la paura fisica. Finivo sempre sotto. Un giorno, nell’acqua bassa di una piscina, pensai che stavo per annegare.
In seguito lessi il suo rapporto: “Inadeguata.”, aveva scritto.
“Ma poi… ci sono andata a Mosca…”

MOSCA 1991
Sebbene in molti se ne siano dimenticati e, dato che agosto è un mese generalmente dedicato alle vacanze, altri addirittura, sprovvisti di giornali e tv, non lo abbiano mai saputo, quell’agosto vide uno degli avvenimenti più cruciali della seconda metà del secolo scorso.
L’operato di Michail Gorbaciov non andava a genio agli alti papaveri dell’Unione Sovietica. Quattro di loro, in particolare, progettarono, organizzarono e realizzarono un golpe destinato a far cadere il segretario generale del PCUS e a ripristinare il classico sistema comunista, eliminando con i carri armati le ultime riforme, da essi giudicate pessime nonché fortemente nocive.
I quattro erano: il presidente del KGB, Vladimir Kryuchkov, il ministro della Difesa, Dmitry Timofeyevich Yazov, il ministro degli Interni, Boris Pugo, e il vicepresidente Gennadij Ivanovic Janaev.
Per una serie di ragioni il colpo di Stato fallì. In seguito gli analisti attribuirono l’insuccesso a diversi fattori. I soldati si rifiutarono di sparare sulla folla (non erano afghani o ceceni gli uomini e le donne che avrebbero dovuto sterminare. Era il grande popolo russo). Il putch era stato preparato male, e quando Janaev parlò alla nazione dagli schermi televisivi risultò alquanto penoso. Mancava totalmente di carisma; e chi invece ne era provvisto – Putin, il futuro zar – preferì restare alla finestra. Fondamentale venne giudicato il coraggioso intervento dell’orso siberiano, Boris Eltsin, che balzò su un carro armato, da dove si oppose con fermezza al golpe.
Fra queste ragioni, va annoverata anche l’azione di alcuni agenti segreti occidentali, due dei quali morirono, vittime come altri della spietata efficienza del maggiore del Gruppo Alpha, Miloslav Pomarev. In modo particolare, Pomarev perseguitò Monica Squire con il fanatismo di un sociopatico. Monica fu sottoposta a tremende sevizie e si salvò per miracolo.
Nella notte in cui tutto finì, in un vicolo nei pressi della Duma, l’ufficiale delle forze speciali le chiarì le sue intenzioni: “Non la ucciderò, non si preoccupi. La accompagnerò personalmente a Kolyma. Un lungo viaggio in treno, e lì… interminabili giornate di lavoro nel gelo, tanto pesanti che lei si augurerà di morire. Un cibo misero che comunque non potrà mangiare perché le altre detenute glielo impediranno per dividerselo. E se si ribellasse commetterebbe un grave errore. Un’americana per quelle prigioniere è il simbolo di una ricchezza mai avuta, soltanto sognata. Le ficcherebbero la testa nelle loro feci. Perderà i denti e i capelli. Alla fine, le verrà il tifo. Purtroppo non avrò il piacere di vederla dormire nei suoi escrementi, né di sentirla piangere. Se è vero che la nostra azione patriottica è fallita, andrò altrove. Ci sono guerre ovunque e uno come me sarà accolto a braccia aperte in qualsiasi luogo.”

A Volkov non era sfuggita la reciproca ostilità, quasi palpabile, che regnava tra Pomarev e Yarbes. Non ne conosceva i motivi e non gliene importava nulla.
Mentre si guardava attorno, Sarah disse: “Quando siamo arrivati, David lo ha scovato sul tetto.”
Volkov la fissò, senza capire. Yarbes tradusse.
“E come ci è arrivato sul tetto?”
“Da dietro.”
Il maggiore indicò una tenda. Attraversò il locale e la scostò. C’era una porta, oltre la quale una scala conduceva in alto. Mancavano alcuni gradini e gli altri davano l’impressione di essere traballanti. Volkov salì, seguito da Pomarev, Yarbes e Sarah. A causa della polvere si respirava a fatica. In compenso, la visibilità era buona perché la botola che stava in cima era stata aperta; questo consentiva ai raggi del sole di illuminare i loro passi.
A un tratto udirono un rumore devastante.
Un gradino cedette: Volkov spiccò un balzo e raggiunse l’apertura che dava sul tetto, si issò a forza di braccia, poi rotolò su se stesso. In ginocchio vide un elicottero dall’aspetto mostruoso che volteggiava sopra la casa, simile a un enorme rapace deforme.
Per ironia della sorte era un mezzo di fabbricazione russa. Avevano gettato una scaletta di corda e ora stavano issando sul velivolo Ibrahim al-Ja’bari. Volkov evitò per un soffio una raffica di mitra. Se gli avessero sparato con il cannoncino a canne rotanti, posizionato sul muso, non avrebbe avuto scampo, ma per sua fortuna gli uomini a bordo dell’elicottero erano inesperti e volevano solo allontanarsi.
Volkov sganciò dalla cintura l’AK-12 e fece fuoco ma avrebbe avuto bisogno di uno Stinger. L’apparecchio non fu nemmeno scalfito.
“Sturmovic.”, disse a Pomarev, che nel frattempo lo aveva raggiunto. A beneficio di Yarbes aggiunse: “E’ un Hind”.
L’elicottero volò via.

Lontano da lì, un uomo percorreva alla fredda luce dei lampioni le strade di Washington.
Aveva un compito da svolgere e, come sempre, lo avrebbe portato a termine.

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RAGE 33

VolkovQuando l’ombra comparve alle sue spalle il guerrigliero non se ne accorse, immerso com’era in pensieri non troppo gradevoli. L’avevano lasciato lì fuori, a fare la guardia, mentre una cinquantina di metri più avanti, gli israeliani venivano giustiziati. Avrebbe voluto assistere alle decapitazioni, perché aveva perso entrambi i fratelli e i colpevoli di quegli omicidi erano stati i crudeli aguzzini del Mossad. E, invece, doveva sorvegliare… chi, poi? Nessuno, in effetti. Nei dintorni c’erano soltanto donne, vecchi e bambini, che pieni di terrore erano corsi a rifugiarsi nei campi.
Si era appena girato – a dire la verità da un minuto buono – per cercare di vedere qualcosa, sia pur da lontano, quando all’improvviso come per l’effetto di un vento fortissimo o di una scossa tellurica il terreno si avventò su di lui, mentre il dolore avvampava nella sua testa e il kalashnikov gli sfuggiva dalle mani. In realtà fu lui a cadere e a morire pochi istanti più tardi.
L’ombra, dopo averlo colpito alla nuca, raccolse il Saiga-12, scrutò in direzione della casa, e poiché l’abitazione era lievemente rialzata rispetto alla polverosa strada che divideva in due il villaggio per poi curvare e risalire una collina, distinse la sagoma di un carnefice fermo in posizione quasi ieratica. L’assassino prese la mira e sparò. Non che fosse interessato alla sorte della vittima: il suo compito era uccidere Ibrahim al-Ja’bari e eliminare le sue cenciose guardie del corpo. E il carnefice rappresentava un simbolo.
Il proiettile sibilò nell’aria.
L’ascia cadde dalle mani del boia, e questi strammazzò al suolo senza un gemito.
Se il maggiore Volkov nutriva dei dubbi sull’efficienza di Pomarev, a causa del soggiorno a Kolyma e dell’andatura zoppicante, essi svanirono in quello stesso momento.
Ma non perse tempo in riflessioni su cui poteva tornare in seguito: imbracciò l’AK-12 e fece fuoco. Era uno dei primissimi esemplari dell’erede, enormemente migliorato, dell’AK-74; era ancora fuori commercio, dato che la produzione in serie non sarebbe cominciata prima del mese di giugno di quell’anno, ma era già stato testato nei laboratori dell’industria bellica Tochmash, e ritenuto più che idoneo. L’arma perfetta di cui disponeva Volkov e che maneggiava con una sola mano aveva un caricatore che conteneva sessanta cartucce, era dotata di tre canne intercambiabili a seconda dei calibri, con un lanciabombe sottocanna e altre novità che Danil giudicava estremamente interessanti.
A lui si unì Miloslav Pomarev. Prima ancora di capire cosa stava succedendo, i fondamentalisti, colti di sorpresa, e presi alle spalle, furono spazzati via, come spighe di grano. Erano dei fanatici ma non dei soldati di professione, e vennero presi dal panico, il che non li aiutò a reagire in maniera adeguata.
Quattro di loro provarono a fuggire, ma inutilmente.
Se qualcuno avesse chiesto a Vasiliy Ivanovic Melnikov, primo vicecapo del SVR, chi fra i due fosse il miglior tiratore, egli avrebbe scrollato le spalle; per diverse ragioni disprezzava entrambi: Volkov per non aver portato a termine nei dovuti modi la missione in Australia, Pomarev in quanto aveva attivamente partecipato al fallito colpo di Stato del 1991. Ciò nonostante, era consapevole della loro innegabile preparazione e del favore che godevano da parte del Presidente.
Se la stessa domanda fosse stata rivolta a Putin, i freddi occhi chiari dello zar si sarebbero velati di tristezza. Matrioska, Aleksandr Stavrogin, era il migliore di tutti, avrebbe pensato; e il caso voleva che lui deliberatamente stesse cercando di aiutare i suoi nemici di un tempo. Forse ricordava ancora il leggendario viaggio in America compiuto dall’asso del KGB, dalla frontiera con il Messico fino in Virginia, a Langley, dove aveva soppresso con glaciale determinazione l’allora numero uno della CIA,  John Lodge. O forse si sarebbe consolato sapendo che sia Volkov sia Pomarev erano comunque formidabili.
I due si avviarono a passo deciso verso la catapecchia, scavalcando i corpi dei cadaveri. Malgrado la menomazione, Pomarev teneva il passo del maggiore.
Entrarono e si guardarono attorno, pronti a far fuoco di nuovo.
Nel sudicio locale si avvertiva sentore di sofferenza e di morte, ma non c’erano guerriglieri. Jewrey, si disse Miloslav, contemplando una delle vittime senza provare la minima compassione.
Volkov esaminò i corpi decapitati con un senso di disgusto, poi notò che due persone erano ancora vive. Dapprima si occupò di Sarah, quindi sciolse i nodi che imprigionavano Yarbes. “Dov’è Ibrahim al-Ja’bari?”
Martin scosse il capo. “Era qui. Fino a un momento fa. Si sarà nascosto da qualche parte.”
Un istante dopo vide Pomarev. Il russo lo stava fissando. Yarbes ricambiò lo sguardo. L’odio che provavano l’uno per l’altro era quasi tangibile.
Nessuno dei due poteva dimenticare quella lontana notte di Mosca.

Alle due del pomeriggio di quello stesso giorno Ephraim tornò in ufficio e si sedette davanti al computer. Non c’era ancora nessuno, gli altri stavano finendo di pranzare in mensa.
Il pc era acceso.
Eppure Ephraim era sicuro di averlo spento, quando era uscito per andare al ministero. Controllò la posta e si passò una mano sui capelli. Era convinto che la sua password fosse inviolabile; evidentemente si sbagliava.
Guardò fuori della finestra, in preda all’angoscia.
Ciò che nessuno sapeva era che sei mesi prima il giovane ufficiale del Mossad aveva conosciuto una ragazza palestinese. Leena era molto graziosa, ma soprattutto intelligente e decisa. Detestava gli oppressori israeliani, e non riusciva a comprendere il motivo per cui imitassero i loro antichi persecutori nazisti, sfogando sul suo popolo le sofferenze che avevano patito nei campi di concentramento. Questo, tuttavia, non le aveva impedito di restare affascinata dall’aitante giovanotto con la carnagione scura simile alla sua. Naturalmente Ephraim si era guardato bene dal dirle che prestava servizio nel Mossad.
In apparenza, Leena non faceva parte di alcun gruppo ostile a Israele e dichiarava di disprezzare Hamas, il che era vero; però per una ragione diversa. Leena aveva incontrato in circostanze del tutto fortuite (così lei credeva) un uomo provvisto di un enorme carisma. Era rimasta soggiogata. Lui le aveva aperto le porte della verità e della saggezza, le aveva svelato il volere di Allah, il Misericordioso. Esisteva un’unica soluzione ed era quella di sferrare alcuni colpi durissimi, in primis al Grande Satana americano. Poi le cose sarebbero cambiate. La giovane aveva accettato con entusiasmo di lavorare per Ibrahim al’Jabari e lui le aveva spiegato in che modo avrebbe potuto rendersi utile. Sarebbe stata in grado di sedurre un agente del Mossad? A patto di scovarne uno, sì, aveva risposto lei. Ibrahim aveva sorriso. “Lo hai già fatto.”
Il passo successivo fu irretire Ephraim utilizzando senza risparmio tutte le risorse del suo corpo flessuoso e sensuale, portandolo a conoscere un’estasi travolgente che si rinnovava a ogni nuovo incontro, sino a renderlo succube.
E durante una notte ardente, giocando con la psicologia del maschio lo aveva costretto a rivelarle la sua vera identità.
Quando si tradisce per la prima volta non c’è via di ritorno, e quella diventò la strada che Ephraim percorse, da principio riluttante ma con il passare del tempo sempre più pronto ad accogliere gli ordini della donna che lo aveva stregato. Leena non si limitava a circuirlo: cercava di persuaderlo che la causa per cui lei combatteva era giusta, e in parte lo convinse. La giovane palestinese ignorava i veri progetti di al’Jabari: l’ordigno nucleare destinato a distruggere interi quartieri di Tel Aviv e la sorte riservata ai componenti del kidom nonché di altri prigionieri; aveva una visione romantica della lotta in corso. Questo la rendeva più credibile.
E infine Ephraim inviò un messaggio a un indirizzo di posta sicuro, in cui svelava il piano di Zeev.
Era certo di averla fatta franca.
Ma aveva sottovalutato l’acume e la perspicacia di Aaron Ben-David.
Temeva la morte, ma impazziva all’idea di non vedere più la ragazza dei suoi sogni.
Prima dell’esecuzione, lo avrebbero interrogato, usando mezzi chimici: avrebbe parlato, rivelando il nome di Leena, oppure avrebbe resistito? Scosse la testa, non indugiò oltre e prese l’unica decisione possibile.
La pistola gli sembrò fredda al tatto.

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RAGE 32

SarahAttraverso la porta divelta i raggi del sole filtravano obliqui, rischiarando ampie parti del locale, e incontrandosi con la luce dell’unica finestra, rivolta a est, in un gioco di ombre e di chiarore.
Senza tradire la minima emozione il boia spiccò la testa dal corpo della sesta vittima. In disparte, Ibrahim al-Ja’bari scrutava Martin Yarbes. Della donna gli importava poco o nulla, ma sapeva bene chi era quell’americano: il padre di John, il marito di Monica Squire. Un dono inaspettato e per questo ancora più gradito. Due su tre, pensò, per poi concentrarsi sul modo con cui avrebbe eliminato anche la meretrice di Washington.
Adesso faceva decisamente caldo nella stanza impregnata di sangue e di sudore; i cadaveri giacevano scomposti simili a patetiche marionette, le teste erano un osceno richiamo che agli occhi dell’uomo del deserto apparivano come il simbolo del suo trionfo.
Il carnefice mosse un passo e si trovò sopra alla figura femminile inginocchiata, con le mani legate dietro la schiena e il viso nascosto dal cappuccio. Se Sarah aveva paura, non è dato saperlo, così come è impossibile stabilire l’entità del dolore che provava per l’esecuzione di Zeev e degli altri compagni. Quello che è sicuro è che non tremava.
A volto scoperto, Yarbes era una maschera di ghiaccio. Accentuò la stretta della mano. Al pari suo, la mano di Sarah era asciutta, priva di sudore.
L’assassino alzò l’ascia con un gesto quasi maestoso.
Un bagliore dorato saettò improvviso sull’arma, facendola scintillare.
Allah manifesta il suo volere, si disse Ibrahim al-Ja’bari. “Uscite.”, ordinò ai guerriglieri. “Non siete ancora degni del Misericordioso.”
Qualche secondo più tardi, guardò il boia. “Procedi.”
L’assassino annuì, consapevole della sacralità di quell’azione.

Aaron Ben-David era un uomo della vecchia scuola. Da anni combatteva con ogni mezzo e con grande successo i numerosi nemici di Israele: era intelligente, astuto e aveva straordinarie capacità organizzative; ma detestava tutto ciò che vi era di moderno. In particolare i computer, benché razionalmente si rendesse conto che ormai erano diventati degli strumenti indispensabili. Comunque fosse, se ne stava alla larga.
In compenso conosceva bene gli esseri umani.
Fu una reazione dovuta alla frase che pronunciò a bassa voce che destò la sua attenzione. Aveva mormorato: “Presto avremo notizie”. Nella sala operativa in quel momento c’erano quattro uomini, due dei quali chini sui rispettivi pc. Tre paia di occhi si sollevarono per guardarlo, colmi di aspettativa e di fiducia. La mia gente!, pensò Aaron con un senso di orgoglio. Ma, un istante dopo aver formulato quel pensiero, aggrottò la fronte. Ephraim, il più giovane dei quattro, gli aveva lanciato un’occhiata sfuggente per poi riabbassare immediatamente la testa in un modo che a Ben-David parve strano. Scrollò le spalle e si girò verso la vetrata a prova di proiettili che dava su un gruppo di palazzi adibiti ad uffici. Osservò, senza vederlo, il panorama che gli stava di fronte, mentre un’impressione vaga allertava la sua mente. Vaga, però sinistra, che presto si trasformò in sospetto. Non era incline ai facili allarmismi, era solido come una roccia, ma fu raggiunto da un brivido di apprensione, forse immotivato, tuttavia sempre più forte. Quante volte aveva sventato attentati ed evitato minacce grazie all’istinto? Se non ne fosse stato provvisto, non sarebbe salito così in alto. E adesso era come un campanello d’allarme che risuonava con insistenza.
Lentamente tornò a voltarsi e fissò Ephraim, il quale se possibile si chinò ancor più sul computer.
Aaron Ben-David agì d’impulso. “Ho dimenticato un fascicolo nel mio ufficio.”, disse con calma. “Ha la copertina marrone ed è l’unico che sta sulla scrivania. Deve essere consegnato prima di mezzogiorno al ministero degli Interni. Puoi provvedere tu, caro Ephraim?”
L’altro scattò in piedi. “Certamente!”.
Spense il pc e uscì dalla sala per espletare il suo compito.
Aaron Ben-David fissò pensieroso la porta, quindi spostò lo sguardo sulla scrivania perfettamente ordinata del sottoposto. “Matityahou.”, disse gentilmente, rivolto all’altro esperto informatico. “Esiste un sistema per controllare cosa c’è lì dentro?” E indicò il computer spento.
Malgrado fosse perplesso, Matityahou annuì.
“Ci provo.”, dichiarò.

Esistono vari modi per entrare in Siria e raggiungere Al Bukamal, non tutti difficili come quello scelto dal kidom di Zeev.
Ad esempio, si può prendere un aereo e atterrare tranquillamente a Damasco, in qualità di nuovi funzionari dell’ambasciata russa. E’ un metodo più pratico.
Successivamente, a bordo di una jeep, premurosamente fornita dal rezident del SVR, dopo aver seminato gli scagnozzi del servizio segreto siriano, si può intraprendere un viaggio di circa otto ore, due delle quali destinate a confondere ulteriormente gli agenti siriani.
Si passa attraverso Palmyra, si evita Deir ez-Zur, si svolta in direzione di Al Mayadin e, proseguendo verso sud, si giunge infine nel luogo prescelto.
Fu ciò che fecero il maggiore Volkov e il capitano Pomarev: due attaché singolari, agli occhi di un osservatore attento; non che lì abbondassero. D’altro canto, l’interesse del controspionaggio siriano era minimo; se fossero appartenuti a certe altre nazioni, il discorso sarebbe stato molto diverso. Ma Putin era troppo importante.
Volkov disponeva di dati precisi: per una volta, i satelliti russi avevano battuto quelli americani.
Si alternarono alla guida, fermandosi soltanto per riempire il serbatoio di benzina e gustare i deliziosi Fatayer bi Jibn preparati dalle abili mani del cuoco dell’ambasciata. Sopra di loro le stelle brillavano.
Mentre a oriente l’oscurità si andava diradando, Miloslav Pomarev contemplò disgustato il panorama. “Una terra adatta a questi porci!”, sentenziò con il tipico amore che i russi provano per i popoli da loro considerati inferiori.

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RAGE 31

hammada“Non ha ingerito cordite.”, osservò meditabondo Yarbes. Puntò l’arma sul vecchio e si rivolse a Sarah. “Uno straccio, un fazzoletto, un panno bagnato. Strofinalo sulla pelle del viso e sul dorso delle mani di questo farabutto. Con una certa energia.”
La giovane donna obbedì prontamente e nel giro di un paio di minuti l’alone grigiastro tipico dell’età avanzata scomparve, rivelando il volto di un uomo maturo, non più giovane, ma sicuramente non anziano.
“Eccolo, signori: Ibrahim al-Ja’bari!”
Martin premette il dito sul grilletto.
Zeev lo afferrò per un polso. La presa era ferrea, ma non fu per quello che Yarbes non lottò; essendo un ospite, nemmeno troppo gradito, si rendeva conto che non era in grado di opporsi alle decisioni dell’ufficiale del Mossad.
“Lo voglio vivo.”, dichiarò questi. “Voglio portarlo in Israele, dove sarà processato, dove parlerà davanti alle telecamere di tutto il mondo… poi, come è giusto, verrà giustiziato.”
Yarbes gli rivolse uno sguardo ostile. “A causa sua è morto mio figlio!”
“E ne pagherà il fio.”, lo rassicurò Zeev. “Ma non ora.”
Ibrahim al-Ja’bari li fissava, impassibile.
Yarbes ripose la pistola con espressione tetra.
Zeev annuì.
Sarah percepiva la forte tensione fra i due. Peraltro conosceva anche il proprio dovere, in quanto israeliana: appoggiare il comandante del kidom. Ciò nonostante capiva i sentimenti dell’americano.
Un momento dopo, udì uno strano rumore.
Proveniva da fuori, oltre la porta divelta di quel tugurio.
Nello spazio di pochi secondi, il rumore prese forma trasformandosi nel suono di voci alterate, di passi frettolosi, nello sferragliare di armi. Tutti i presenti si voltarono nella direzione da cui giungeva quel clamore.
Dieci guerriglieri irruppero nel locale, muniti di kalashnikov; dietro di loro ce n’erano almeno altri trenta.
“Vi conviene non opporre alcuna resistenza.”, disse Ibrahim al-Ja’bari in perfetto israeliano, quindi ripeté la frase in un inglese praticamente privo di accento, ad uso e consumo di Martin. “Deponete fucili, mitra e pistole.”, aggiunse in tono calmo. “Non avete alternative.”
A un cenno di Zeev, i componenti del kidom obbedirono, sebbene a malincuore. Non erano in posizione di combattimento ed erano stati colti completamente alla sprovvista, distratti dai gesti di Sarah e dal successivo scontro fra il comandante e l’americano.
Furono legati e costretti a inginocchiarsi per terra.
Ibrahim al-Ja’bari li passò in rassegna, soffermandosi per alcuni istanti davanti a Yarbes. Malgrado la flemma che dimostrava, da lui trapelava un odio cieco e fanatico.
Comparvero due energumeni, ciascuno dei quali cingeva fra le mani una grossa ascia. Sarah Gabai comprese che la sua vita era giunta al termine.
La prima testa che venne mozzata fu quella di David – un grazioso privilegio dovuto al fatto che era stato lui a scovare il fondamentalista sul tetto della casa. Poi toccò a Zeev. Nessuno dei due implorò. Agli altri vennero messi dei cappucci, con la sola eccezione di Yarbes. Gli assassini procedevano in fila, e lui sarebbe stato l’ultimo a essere decapitato. Sarah, che si trovava al suo fianco, cercò a tentoni la sua mano, la trovò e la strinse. Martin restituì la stretta, con forza. Nel corso di un’esistenza dura e violenta, aveva visto molte persone morire; ma questo non escludeva che provasse una profonda pena per quella giovane combattente, fiera e idealista. Rivolse un pensiero a John, poi a Monica, infine si chiuse in una corazza mentale composta di acciaio, invalicabile, immune a qualsiasi sentimento. Paura e rimpianti ne erano esclusi.
Altri due membri del commando scivolarono al suolo, senza un grido.
Il boia più alto si avvicinò al quinto prigioniero e sollevò l’ascia con un movimento fluido, elastico, quasi armonioso. Ibrahim al-Ja’bari assisteva in silenzio alle esecuzioni con un sorriso appena accennato: aspettava notizie ben più importanti da Tel Aviv.
Il sole saliva rapidamente nel cielo. Nell’aria si distingueva l’inconfondibile odore della sofferenza e della morte.

A Washington regnava il caos.
Già perplessa per conto suo, Monica Squire aveva appreso che Martin si era recato in Siria e, poiché Ibrahim al-Ja’bari era stato “individuato” in tre diverse località, si sarebbe dovuto procedere a un vero e proprio spargimento di sangue per avere la certezza di eliminarlo; però ciò che veramente contava era la sorte dell’uomo che, benché fosse colpevole di averle nascosto la verità, era ancora suo marito.
Di conseguenza, aveva richiesto ulteriori indagini, preferibilmente “esatte”, e per il momento aveva stabilito di bloccare ogni iniziativa.
Questa decisione aveva provocato una spaccatura ai vertici degli Stati Uniti.
Con lei si erano schierati Margaret Collins, che condivideva l’apprensione per Yarbes, Milton Brubeck, che sebbene in genere fosse propenso ad agire detestava l’imprecisione e la faciloneria di troppe missioni svolte all’estero, e il direttore della CIA. Si erano invece opposti Bill Kline del NRO e Jim Patterson della Delta Force. Naturalmente, alla fine, aveva prevalso l’opinione del Presidente.
Ma il clima che si respirava era teso e l’atmosfera lugubre.
I tanto vantati Global Hawk continuavano a individuare bersagli lontani fra loro e a trasmettere immagini di dubbia utilità.
Monica era furibonda.
Il cielo era buio e pioveva. Lei si aggirava inquieta per la Casa Bianca, mentre a distanza di migliaia di chilometri, in una luminosa mattina, il boia di Ibrahim al-Ja’bari si stava apprestando a decapitare il sesto israeliano.
Poi sarebbe toccato a Sarah e, in ultimo, a Yarbes.

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RAGE 30

Martin YarbesLa statistica, per quanto sia considerata una scienza esatta, talvolta è incline a errori, soprattutto se il postulato di partenza eccede in ottimismo oppure in pessimismo. D’altro canto, ancora oggi è difficile trovare una disciplina che risulti perfettamente sicura; neppure la matematica lo è.
Ma, quando si parla di Yamam, le possibilità di sbagliare sono minime. Per farne parte, occorre un addestramento durissimo. I membri vengono dall’esercito, e sono scelti fra i migliori. Moshe era stato reclutato dall’ Yehidat Misthara Meyuhedet cinque anni prima e, secondo una statistica a quanto pare non ingannevole, era stato fra i quindici su mille che erano riusciti nell’intento di farsi accettare.
Dimostrò le sue doti, quando udì il grido di Avigail e vide la sua mano protesa a indicare un uomo accovacciato per terra.
Comprese al volo quello che stava accadendo e agì di conseguenza.
Senza esitare, tirò fuori la pistola d’ordinanza e fece fuoco. Yassev emise un grugnito di rabbia e di dolore. Invocò Allah, ma malgrado un ultimo sforzo disperato non riuscì a premere il dito sul pulsante rosso. Spirò dopo un attimo.
Moshe si avvicinò cautamente al cadavere, identificò con orrore l’ordigno nucleare e chiamò subito gli artificieri.

L’indomani proseguirono le esercitazioni, sotto la guida di Sarah Gabai. Zeev si occupò invece dell’elicottero, esaminandolo con la massima attenzione. Controllò i serbatoi supplementari che dovevano consentire al velivolo di coprire per due volte la distanza di circa 2690 chilometri. La velocità di crociera, intorno ai 350 chilometri orari, avrebbe permesso di compiere il tragitto in otto ore. Sebbene i russi stessero progettando in gran segreto un nuovo esemplare (una versione aggiornata del Mi-8-AMTSH), in grado di battere ogni record di velocità, sia sulle brevi sia sulle lunghe distanze, e dotato di innovazioni straordinarie, il Mossad era riuscito a impossessarsi di tutti i dettagli tecnici e li aveva trasmessi ai propri scienziati.
Il problema più importante era però un altro: come sfuggire ai radar siriani.
Era stato risolto avvalendosi di un sistema americano. Non era sicuro al cento per cento, ma comunque garantiva buone probabilità di successo. La tecnologia, assai complessa, rispondeva al nome di stealth, che si può tradurre con il termine “furtivo”. Esisteva, tuttavia, un secondo problema, legato alla visibilità del mezzo. Per ovviare a questo inconveniente i tecnici americani (e quelli israeliani) avevano stabilito di applicare uno strato di vernice radar-assorbente. Aveva una scarsa durata e un costo elevatissimo ma andava bene per una singola missione. In ogni caso era preferibile viaggiare protetti dal buio, ed era ciò che Zeev aveva deciso di fare. Avrebbero raggiunto il punto prestabilito, a est di Al Bukamal, in direzione del confine iracheno, verso le quattro di notte e sarebbero ripartiti al crepuscolo dello stesso giorno.
Quando Zeev si dichiarò soddisfatto, convocò il kidom. I sette uomini e l’unica donna si spogliarono completamente e indossarono i capi ritenuti necessari. Sarah riservò uno sguardo malizioso alle parti intime di Yarbes, poi trattenendo un risolino procedette alla vestizione.
Incominciarono con mutande di spessore doppio rispetto al consueto, imbottite e rinforzate. Sopra a una corazza di kevlar, infilarono la tuta mimetica. Poiché il kevlar è perfetto per difendersi dai proiettili ma meno efficace nel caso di un attacco all’arma bianca, con una baionetta o un coltello, aggiunsero alla mimetica un giubbotto adatto a tale scopo. Calzarono desert boots e calze pesanti di lana. Zeev distribuì sette kefhiah. A ciascuno furono consegnati fucili M4, pistole mitragliatrici, pugnali dalla lama acuminata, guanti antitaglio, binocoli, boraccia, razioni alimentari, zaino e flash-bangs.
Il volo si svolse senza problemi e se si rivelò scomodo nessuno ebbe a protestare. Quando si trovarono sul suolo siriano, Zeev consultò la bussola al lume di una torcia elettrica e indicò la direzione che andava presa. Era una notte fresca e luminosa. Non incontrarono anima viva e risultò chiaro che il rivestimento di stealth aveva funzionato, eludendo la sorveglianza dei radar.
Marciarono in silenzio, guidati dai raggi della luna e dallo splendore delle stelle, attraverso tratti desertici e brulle colline, cosparse di arbusti e da qualche raro cedro, e prima dell’alba si trovarono in prossimità del villaggio. Durante il tragitto si erano fermati solo per mangiare una razione di carne in scatola e per bere un po’ d’acqua.
L’aria era già tiepida e si annunciava una giornata serena. Benché non fosse necessario, per sicurezza Zeev impartì gli ultimi ordini, dopodiché attese che il sole sorgesse. Era una questione sulla quale aveva riflettuto a lungo. Attaccare il nemico, protetti dall’oscurità, rappresentava indubbiamente un vantaggio; ciò nonostante voleva essere certo di prendere Ibrahim al-Ja’bari, e in questo la luce sarebbe stata d’aiuto.
Infine, il kidom si mosse. Raggiunsero il misero agglomerato di case , nel quale non notarono sentinelle, e individuarono quella prescelta, scardinarono senza problemi la porta dell’abitazione, entrarono e scatenarono l’inferno. Tempo venti secondi e tutti gli occupanti della dimora – servi e guerrieri di Ibrahim al-Ja’bari – rimasero uccisi. Ma dov’era il capo? Zeev non lo individuò fra i cadaveri che giacevano al suolo. Perlustrarono con cura l’ambiente, peraltro assai piccolo, senza scorgere la sua odiosa fisionomia. Intorno a loro si udivano le grida terrorizzate degli abitanti, perlopiù donne e bambini.
A un tratto, comparve un vecchio, sospinto dalla canna del fucile di David, il più giovane del commando. “L’ho trovato sul tetto.”, annunciò questi.
Il siriano era curvo e malfermo sulle gambe, ma non manifestava paura. “Parli israeliano?”, gli chiese Zeev. L’altro scosse la testa. Fu Sarah a rivolgergli la domanda seguente. Si espresse nella sua lingua. “Stiamo cercando Ibrahim al-Ja’bari.”, dichiarò. “Sappiamo che si trovava qui. E’ forse volato via come un uccello?”
L’anziano la fissò per qualche secondo. “Si è allontanato due ore fa. E’ sua abitudine non fermarsi nello stesso luogo.” Sputò per terra. “Io lo detesto.”, affermò con convinzione. “E sono rammaricato. Il mondo sarebbe migliore se esseri simili venissero sepolti fra le sabbie del deserto.”
Sarah tradusse la risposta a beneficio degli altri.
Zeev annuì, cupo in volto.
Ma Yarbes non sembrava convinto.
Si era reso conto di piacere alla giovane e attraente israeliana, sapeva che non si sarebbe mai ripreso dalla morte di John, ed era consapevole che Monica non lo avrebbe mai perdonato; tutto questo, però, al momento gli scivolava addosso come la sabbia del deserto evocata dallo strano vecchio.
Si rivolse a Sarah. “Digli che io so chi è lui!”
Poi estrasse la pistola.

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