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RAGE: BREVE EPILOGO

hammadaSalvare la vita al Presidente degli Stati Uniti, eliminando nel contempo un feroce terrorista, rappresenta un fatto degno di lode, soprattutto se l’autore di tale azione meritevole è un privato cittadino, anche se con un lungo passato nella Central Intelligence Agency.
Ma… decapitare una persona, sia pur ignobile come Ibrahim al-Ja’bari, è un altro paio di maniche. Gli Usa non possono mettersi sullo stesso piano dei fondamentalisti pazzi, è fuori questione.
Sebbene le immagini riprendessero solamente l’arabo e due mani del tutto ignote, Brian Stevens sapeva. E a Quantico Milton Brubeck nutriva fortissimi sospetti. Telefonò a Langley, ma Stevens si fece negare. Prima doveva parlare con Yarbes. Quando lo rintracciò si espresse in tono aspro. “Amico”, disse. “mi avrai pure insegnato a bere dal biberon, però questa volta hai toppato alla grande. Ciò che hai fatto è inammissibile.” Martin rimase in silenzio. “Ascoltami bene!”, proseguì il direttore della CIA. “Sparisci. Sparisci dalla circolazione. Non voglio vederti né sentirti per un bel po’.” Esitò per un attimo, quindi aggiunse: “E Monica?”
“Starà zitta.”, rispose con calma Yarbes. “Nessun problema.” Riagganciò e chiamò un’agenzia immobiliare. Voleva una casa isolata, fra i suoi amati boschi. Sarebbe stata la sua nuova vita. Forse migliore di quella precedente, considerò con un sorriso freddo. E al diavolo tutti!

Monica Squire apparve in televisione nell’orario di massimo ascolto. “Ciò che è accaduto è inqualificabile. Io ho mantenuto la mia parola, ho affrontato l’assassino di John. Desideravo portarlo qui davanti alle nostre leggi per un giusto processo. Questo non si è dimostrato possibile. Posso, comunque, affermare che l’atto barbarico non è stato commesso da cittadini americani.” Detestava mentire e si vergognò profondamente, perché stava mentendo al popolo americano. In realtà, aveva avuto una lite furibonda con Yarbes, a seguito della quale aveva però deciso di “coprirlo”.
“Ho visto quegli uomini.”, continuò. “Erano di aspetto chiaramente mediorientale; suppongo che appartenessero ad Hamas o a qualche altra organizzazione nemica di Ibrahim al-Ja’bari. Terminato il loro macabro compito, non mi hanno degnata di uno sguardo e sono scomparsi. Io ho catturato un certo Daigh, l’esperto di computer e l’ho consegnato a chi di dovere. Ho appena saputo che si è misteriosamente volatilizzato. In ogni caso, amiche e amici per tutta una serie di ragioni ho deciso di dimettermi. Chiedo scusa a chi mi ha votato. Se vogliamo vedere almeno un aspetto positivo in quanto è successo, posso affermare che un grande male è stato tolto dal mondo.”
Mentre aspettava il colpo fatale dell’ascia, aveva rimpianto di non poter più lavorare per il suo Paese. Adesso le cose erano cambiate. Per tutta una serie di ragioni… forse c’era un unico motivo: le bugie. O forse era qualcosa che era cambiato in lei, un senso di stanchezza, di disillusione, shock a effetto ritardato, l’immagine persistente di un figlio che non avrebbe più giocato a basket, il desiderio di voltare pagina.
Si asciugò una lacrima e concluse: “Viva gli Stati Uniti d’America, fonte di civiltà e di benessere per l’intero pianeta!”
Molti di quelli che la guardavano, a casa, nei bar, nei luoghi di lavoro, pensarono che era un vero peccato perderla; ma nel loro intimo pensarono anche che la morte di Ibrahim era stata grandiosa, chiunque ne fosse stato il responsabile. Da applausi. Qualcuno brindò, trangugiando un boccale di birra.

Milton Brubeck dovette ingoiare un altro boccone amaro, quando Stevens riuscì a convincerlo che quel Daigh non doveva finire in carcere. Era troppo bravo e serviva all’Agenzia. Una plastica facciale, nuovi documenti e tutto si sarebbe risolto. La frase magica? E’ per la sicurezza dello Stato.

In Israele David Chazan ricevette un sorprendente abbraccio da Aaron Ben-David. “Un buon lavoro.”, si felicitò con lui il capo del Mossad. Sospirò, ricordando Sarah Gabai. Nessuno tocca uno dei nostri e la fa franca.

La presidenza Collins fu un disastro. Benché fosse una donna intelligente, commise un errore dopo l’altro, a vantaggio di Putin (Pomarev era diventato il suo assistente personale per le questioni legate all’Ucraina e manovrò abilmente in modo da contrastare gli imperialisti).
Naturalmente Margaret non venne rieletta.

Monica si concesse una lunga vacanza. Andò a Roma, a Vienna, a Parigi e infine a Cannes. Scelse un albergo modesto e, dopo aver consultato l’elenco telefonico, in una mattina calda e soleggiata si recò a piedi al Palais des Dunes, sulla Croisette. Suonò un citofono e si annunciò semplicemente come “una vecchia amica”.
L’appartamento era al piano terra. Le aprì una donna bionda che dimostrava circa quarant’anni. Monica la squadrò, poi, nonostante la differenza di età, la mandò al tappeto con un potente gancio destro.
Soddisfatta, andò a bere un caffè e a osservare il mare.
“Me ne hai fatte passare troppe, Alessandra Bianchi! Era il minimo che ti dovevo.”

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RAGE 63

hammadaL’unico che aveva una visione completa di quanto stava accadendo era David Chazan. Questo grazie alla posizione che si era scelto, che gli permetteva di seguire i movimenti degli altri.
Qui, una vecchia costruzione rustica, situata in un avvallamento del terreno. Davanti c’era uno spiazzo delimitato da un muro alto circa un metro che correva tutto attorno, oltre al quale si stendeva, come una doppia protezione, un reticolato di filo spinato. Difese approssimative, valutò. A fianco della casa c’era una specie di stalla con la porta aperta. Grossi maiali si aggiravano indisturbati all’aperto. Chazan fece una smorfia, chiedendosi come Ibrahim al-Ja’bari potesse sopportarli. Ogni tanto qualcuno usciva dalla casa. Chazan riconobbe l’arabo, cinque o sei uomini dalla pelle piuttosto scura che però arabi non erano e un individuo di aspetto nordico che sembrava alquanto agitato e che a un tratto si allontanò scostando in malo modo due sentinelle.
Chazan spostò il binocolo in quella direzione. Vide un’automobile ferma e una donna in jeans che si era incamminata verso il Punto A.
Sull’altro lato, il Punto B. Un furgoncino e cinque uomini che si stavano preparando con gesti calmi ed esperti, da professionisti. Dal Punto A non era possibile scorgere il Punto B, e viceversa.
Chazan rifletté.
Aveva studiato un piano che però adesso presentava una quantità di incognite. Il suo obiettivo era uno solo. Uccidere il Nemico di Israele. Per riuscirci avrebbe atteso il tramonto, poi con il buio avrebbe trovato un modo per creare una diversione. Sarebbe scivolato alle spalle di Ibrahim al-Ja’bari e lo avrebbe colpito con il taglio della mano, quindi si sarebbe eclissato silenzioso e letale come un leopardo; non a caso i suoi colleghi del Mossad lo chiamavano “l’assassino”.
Ma ora… erano arrivati degli americani, di cui Aaron Ben-David non gli aveva detto nulla. Cinque e ben armati. Chiaramente il loro scopo era lo stesso: ammazzare l’arabo. Sebbene con scarso interesse si domandò chi fossero. Corpi speciali, fu la risposta. Gente attrezzata per eliminare i terroristi; poco importava, comunque, se appartenevano alla Delta Force o a un’altra organizzazione. Ciò che gli risultava chiaro era la loro provenienza: gli Stati Uniti. Forse avrebbero semplificato il suo compito, forse invece lo avrebbero intralciato.
Tornò a guardare con il binocolo.
Ed ecco la donna che, stupida o impavida che fosse, o entrambe le cose, era ormai vicina al Punto A.
David Chazan decise di aspettare.

Monica Squire probabilmente non avrebbe obiettato qualora l’agente israeliano le fosse comparso davanti, definendola ad alta voce “stupida o impavida”; in fondo non lo sapeva nemmeno lei. Aveva parlato alla televisione, magari abusando un po’ della retorica, ma credendo in ciò che diceva, trasportata da un vento forte, fortissimo, un vento che ribolliva di collera, pronto ad abbattere, scardinare, distruggere. Il vento poi era cessato, lasciandola sola e inerme; unico scudo il coraggio e l’orgoglio di essere una cittadina americana, di più: Il Presidente! Non possiamo perdere, aveva dichiarato. Adesso avrebbe visto se quelle parole avevano un senso. Adrenalina oppure accettazione passiva degli eventi? Non sapeva neppure se per bocca sua si erano espressi i vecchi e gloriosi Padri della Patria, se quelle frasi orgogliose e decise le appartenevano. Ricordava bene, però, il monito di William H. Webster, un tempo direttore dell’FBI, indirizzato ai terroristi. (…) Finché i predatori non saranno condotti a rispondere da criminali, in un pubblico processo, dei delitti che hanno commesso, e ricevano la punizione che hanno così pienamente meritato. (…) Non erano parole vuote, quelle che aveva pronunciato Webster e la Storia stava lì a insegnarlo. Quanti bastardi erano stati giustamente puniti dagli States, dal vigore morale, dalle capacità tecnologiche, dal desiderio di giustizia. Persone ignobilii che non meritavano alcuna pietà. In particolare, LUI, lui che aveva distrutto la sua vita e umiliato un’intera nazione.
Il momento della verità era arrivato.
Lanciò uno sguardo al cielo. Malgrado fosse al tramonto, il sole splendeva con più forza e il caldo l’avvolse all’improvviso, frammisto a una sensazione di gelo.
Distingueva ogni singolo sasso, ogni singolo ciuffo d’erba rinsecchito, come se in qualche maniera lì ci fosse una risposta, non importa quale. Quando sollevò  lo sguardo, vide un uomo che procedeva nella sua direzione, farfugliando. Lui la ignorò. Si esprimeva in un inglese che a Monica parve strano. Perlopiù, ciò che diceva erano bestemmie. E volgarità assortite.
Poi, però, si fermò.

Il Mago squadrò la donna da capo a piedi.
Al momento non la riconobbe. Ma l’aveva già vista. Dove? Corrugò la fronte, cercando di ricordare, mentre lei lo fissava a sua volta. Certo! Era vestita diversamente, tailleur e roba del genere, attorniata da pezzi grossi che passavano il tempo ad adularla nella speranza di salire qualche altro gradino sulla scala del potere. Monica Squire! Era un motivo più che valido per tornare indietro. E, comunque, dove pensava di andare, a piedi, in un’isola sconosciuta. Non c’era nemmeno una macchina cui chiedere un passaggio, un dannato bus, una fottuta moto.
E non era tutto: Daigh sapeva quello che l’arabo pazzo voleva da lui. Immortalare l’umiliazione di Squire significava riprenderla in ginocchio, le mani legate dietro la schiena, lo sguardo inutilmente supplice, gli occhi colmi di terrore, mentre il boia si accingeva a decapitarla. Era americana, dunque amica di quei bastardi degli inglesi; quindi meritava quella sorte. Daigh si sentì soddisfatto ed eccitato. Il malumore era scomparso.
“Venga con me, signora.”, disse in tono gentile.

Chazan scosse la testa, vedendo che la donna seguiva il tipo nordico.
Puntò il binocolo su Yarbes. Spiccava fra gli altri quattro, e non perché era il più anziano. David Chazan sapeva riconoscere i suoi simili.

C’era campo. Yarbes spense il cellulare, dopo aver parlato con Brian Stevens. “A Londra, gli uomini del SAS hanno scovato il tizio con la bomba e… si sono occupati di lui. Mia moglie è stata informata, perciò non andrà al rendez-vous. Non c’è fretta. Agiremo stanotte.”
“Gli aspetta una bella sorpresa.”, sghigniazzò Scottfield.
“Con i fiocchi e i controfiocchi.”, fu la compiaciuta replica di Knowles.
“Maledetto assassino!”, commentò Wilkins, poi sputò per terra.

“Sono lieto di fare la sua conoscenza.”, dichiarò Ibrahim al-Ja’bari in un buon inglese.
“Non posso dire altrettanto.”, ribatté Monica.
Il fondamentalista sorrise. Un sorriso tetro, dato che non si estendeva agli occhi; un sorriso maligno, pensò Squire.
Lo fissò con aria di sfida. “L’ordigno non esploderà più.”
Ibrahim annuì. “Allah il Misericordioso mi ha già comunicato questo piccolo imprevisto. Non importa, ci saranno molte altre bombe. Prima in Inghilterra” – lanciò un’occhiata a Daigh – “in seguito a Washington. Ecco il volere di Allah e del suo Profeta, che riposi in pace. Però lei ora è qui, e Allah mi ha impartito un ordine preciso. Si inginocchi, chieda perdono per i suoi peccati e invochi clemenza.”
Monica gli rise in faccia.
Ma due braccia robuste la afferrarono, costringendola a obbedire. Quando sentì la stretta dei nodi ai polsi, non riuscì a trattenere un gemito.
“Sia fatta la volontà di Allah!”, esclamò Ibrahim al-Ja’bari.” Questa è la vendetta per Poitiers, per tutto il sangue innocente che avete versato. Questo è il giusto castigo che spetta alla Grande Meretrice. E questo è solo l’inizio!”
Si rivolse al capo dei sardi, l’unico che parlava inglese. “L’ascia.”
Morire così! Sono stata una pazza. Cosa credevo di ottenere?
Poi Monica pensò a Brian Stevens, alla Delta Force, ai Marines. Sarebbe stata vendicata.
Non provava paura, solamente un senso di vuoto, una profonda amarezza. Avrebbe tanto voluto lavorare ancora per rendere l’America un Paese migliore, avrebbe desiderato…
Ibrahim al-Ja’bari cominciò a declamare un passo del Corano. Giovanni Virdis aspettava il comando definitivo. La luce del sole al tramonto scintillava, creando barbagli dorati che si riflettevano sull’arma che avrebbe posto fine alla vita di Monica…

… E David Chazan estrasse da una tasca lo specchio che aveva acquistato all’aeroporto assieme a un rasoio usa e getta, in modo da potersi radere all’aperto, senza l’obbligo della schiuma da barba. Lo rivolse verso il Punto B, e il sole ne trasse un bagliore che nel crepuscolo fu simile a un lampo; spostò lo specchio due volte, ottenendo così tre vividi raggi che risultavano qualcosa di diverso rispetto alla luce naturale… se Yarbes avesse guardato.
E Yarbes li vide.
Per un istante non capì, poi fu come se la sua mente venisse abbagliata da quei segnali di fuoco. Non contava se era un’intuizione oppure un ragionamento cosciente: aveva compreso.
“Adesso!”, ruggì.
Il commando era pronto; si precipitarono in direzione del luogo dell’incontro, e dopo pochi momenti scorsero la vecchia casa.
David Chazan li precedette, scendendo di corsa dall’altura, si voltò e agitò una mano. “Stanno per decapitarla!”, urlò.
Soltanto Daigh udì quel grido e si girò di scatto per vedere cosa stava succedendo. Gli altri osservavano la donna in preda a sensazioni lascive; erano come ipnotizzati. In quanto a Ibrahim al-Ja’bari, era concentrato sul versetto del Corano.
Infine, diede l’ordine. “Procedi.”
Virdis sollevò l’ascia e si concentrò sul collo della donna, quindi sferrò il colpo.
Monica Squire avvertì lo spostamento d’aria e chiuse gli occhi. L’ultimo pensiero fu rivolto al suo amato John.
“Fermati.”, intervenne Ibrahim, un attimo prima della decapitazione. Daigh non stava riprendendo. “Cosa aspetti?” Lo sollecitò.
Poi fu l’inferno.
All’inizio non utilizzarono le flash-bang, riservandole per quando avrebbero fatto irruzione nella casa. Fecero fuoco con gli Ak-47, e ciò fu sufficiente. Era uno scontro fra comuni malfattori ed elementi dei Marines e dei corpi speciali degli Stati Uniti. Un confronto impari, tanto per usare un eufemismo.
“Non sparate all’arabo!”, sbraitò Yarbes.
I sardi, uno dopo l’altro, vennero falciati.
Knowles e De Beers penetrarono all’interno. Trovarono un solo uomo, che non ebbe neppure il tempo di respirare. “Libero!”, annunciò Knowles.
Wilkins prese per i capelli il Mago e lo trascinò a terra.
Ibrahim al-Ja’bari impugnò l’ascia sfuggita dalle mani di Virdis e la alzò su Monica. Lei si voltò e gli sferrò un calcio nei testicoli.
Knowles uscì dalla casa, prese il fondamentalista per il collo e lo costrinse a inginocchiarsi.
Quindi, guardò Yarbes.
Martin indicò l’ascia. “Eliminalo.” La voce era piatta, priva di emozioni.
Spostò lo sguardo su Daigh.
“E adesso alzati e riprendi.”, disse in tono gelido.
Quando la testa di Ibrahim al-Ja’bari rotolò grottescamente sul terreno, Martin Yarbes aggiunse: “E trasmetti questa immagine in tutto il mondo. Accompagnala con una sola parola: Rage.”

Grazie per aver letto questa storia.
(Domenica otto novembre, comunque, ci sarà un breve epilogo).

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RAGE 62

capitolo 62Dopo Ottana, proseguirono in direzione sud-ovest. Nessuno dei cinque parlava, a parte qualche breve indicazione di Yarbes. Erano calmi e fiduciosi; in passato avevano affrontato nemici di ogni genere e, se erano ancora vivi, ciò significava che avevano sempre vinto, o quasi. Knowles ricordava un paio di ritirate strategiche, peraltro ben condotte, causate dalla preponderanza numerica dei bastardi che li avevano assaliti. Questo lo portava a chiedersi a quanti arabi si sarebbero trovati di fronte. A rigore di logica, non troppi: Ibrahim al-Ja’bari non poteva certo essersi presentato alla dogana con un esercito di cento uomini; ai funzionari italiani sarebbe parso strano e sospetto.
Avrebbe dovuto rispondere a domande, visti i tempi che correvano. E poi, ormai, il suo volto era conosciuto in tutto il mondo. Perciò sicuramente si era mosso con cautela. E le armi? Di quali armi disponeva, considerati i controlli? Magari li aveva imitati, procurandosele in loco.
Yarbes guardava con indifferenza il paesaggio illuminato da un sole pallido. Avrebbe ucciso. Era da una vita che lo faceva, era da una vita che dava la caccia ai nemici dell’America. Nessuna emozione, solo dovere. Adesso era diverso? Non tanto, si disse. Forse dopo, ma prima del dopo le motivazioni personali andavano escluse e, se in precedenza aveva indugiato con il pensiero su di esse, ora erano scomparse.
Si trattava di un’azione di guerra, nient’altro, e come tale bisognava portarla a termine nel migliore dei modi. Se esiste un motivo a causa del quale una missione fallisce è dovuto all’emotività, all’immedesimazione; la rabbia è accettabile, però soltanto se incanalata sui giusti binari.
Non sapeva, e non avrebbe mai saputo, che Monica era andata a letto con Matrioska. Quello che sapeva era che lo aveva ucciso, e la ammirava per questo: non sarebbe mai riuscito ad amare una donna debole. Un amore che per ragioni inesplicabili aveva perduto. Ridusse gli occhi a due fessure. Anche lei andava esclusa dai suoi pensieri, e ci riuscì senza doversi sforzare troppo.
Nel frattempo, avevano raggiunto l’altopiano di Abbasanta.
Quello era il luogo e l’ora era vicina.
Nell’aria si avvertiva profumo di rosmarino.

Daigh squadrò gli otto figuri assoldati da Ibrahim, poi, sempre più di malumore, si rivolse al fondamentalista. Indicò il pc. “Non va bene!”, dichiarò.
“Cosa?”
“Ho mandato un messaggio al russo e la risposta non è stata corretta. Non era lui al pc.”
Ibrahim rimase in silenzio. Non commentò e continuò a leggere il Corano.
Lo conosceva a memoria, perché diavolo non gli staccava mai gli occhi di dosso?, si domandò il Mago.
“Se non era lui al computer”, insisté, “significa che è stato preso. In tal caso, non ci sarà nessuna esplosione, e a me questo non va affatto bene!”
“Il volere di Allah.”, replicò Ibrahim al-Ja’bari, sollevando lo sguardo dal libro. “A volte la strada si dimostra tortuosa, succede di perdere una battaglia, tuttavia la vittoria finale è assicurata. Allah il Misericordioso è con me.”
“Non mi piace per niente!”, sbraitò Daigh. “Io voglio Londra, è per quello che ho lavorato. Se hanno catturato Todorov, nulla di quanto sognavo accadrà. E a questo punto…”
“Calma.”, lo interruppe Ibrahim. “Io dico che la meretrice arriverà, lo sento, così come odo la voce del deserto. La sua umiliazione dovrà essere immortalata per la gloria del Profeta. E io dico anche che in seguito Londra sarà colpita a morte. Allah guiderà la mia mano.”
Daigh trattenne a stento una risposta sferzante.
Non per la prima volta gli balenò il sospetto (pressoché una certezza) che l’arabo fosse pazzo.
Completamente pazzo.
In primo luogo, ragionò l’irlandese, se come appariva ovvio Todorov era stato acciuffato, dove avrebbero trovato un esperto di pari livello? Allah sarebbe sceso dal cielo per costruire lui stesso un nuovo ordigno nucleare? E, a puro titolo di ipotesi, qualora Squire fosse veramente arrivata si sarebbe presentata da sola oppure scortata da un battaglione di Marines? Lanciò un’occhiata ai sardi. Avevano fisionomie dure e brutali, probabilmente erano ottimi combattenti, ma da qui a resistere alle forze speciali di quei dannati americani ci correva il mare. Conosceva i mezzi di cui gli yankee si avvalevano e aveva studiato i loro metodi.
Daigh prese in considerazione l’idea di andarsene.

Malgrado l’ora tarda, Brian Stevens era seduto alla sua scrivania. Beveva caffè sempre più disgustosi e bestemmiava.
D’altro canto, sebbene fosse furibondo con l’intero globo terrestre, si sentiva esente da colpe. La stampa era stata bloccata, dai giornali o dalle televisioni non era trapelato alcunché, però il maledetto computer lo aveva tradito.
A posteriori, il fatto era prevedibile. La risposta data all’hacker dell’assassino non era stata quella dovuta, ma come immaginare quella esatta? Impossibile. La sua collera si estendeva anche alla signora Squire che, benché fosse stata avvertita, aveva deciso di non mancare comunque all’appuntamento. Stevens avrebbe voluto bombardare la Sardegna, raderla al suolo. Scosse la testa. L’unico risultato che avrebbe ottenuto… meglio non pensarci!
Data l’assenza di Squire e la palese inconsistenza di Margaret Collins, al momento egli era l’uomo più potente del mondo; ma non poteva agire come avrebbe voluto. Se la faccenda fosse dipesa da lui, avrebbe già raggiunto il risultato desiderato. Questo per varie ragioni non si era dimostrato possibile. Fin dall’inizio, quando John era stato rapito, avevano commesso troppi errori. E gli errori si pagano.

Monica Squire indossava jeans e calzava sneakers, come quando era partita da Washington. Malgrado il pallore, dimostrava dieci anni di meno, e si sentiva forte.
Se avesse visto un film del regista italiano Sergio Leone – ma non lo aveva fatto – e se fosse stata consapevole del quadro complessivo di quanto stava avvenendo, si sarebbe sorpresa per come talvolta la vita sembra imitare le opere di fantasia.
A bordo di una piccola utilitaria, si trovava in una zona brulla, priva di abitazioni, e, stando a Brian Stevens, il nemico era lì, a meno di due chilometri di distanza, ancora invisibile.
Ciò che ignorava era che sul lato opposto del crinale stava sopraggiungendo un furgone con a bordo Martin, e che da un’altra direzione un agente del Mossad, di nome David Chazan, scrutava la zona con un potente binocolo.
Sì, a saperlo, era proprio come un film.

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RAGE 61

hammadaA causa di quel fottuto bastardo americano, Daigh era ancora irritato; gli aveva spedito un virus, ma ciò non aveva placato la sua collera. Per la prima volta da quando lavorava per lui si rivolse a Ibrahim al-Ja’bari in modo non proprio insolente o aggressivo, però neppure deferente.
“Londra?”, chiese in tono secco.
Il fondamentalista lo fissò per alcuni secondi. Forse riteneva superfluo rispondere a una domanda sciocca. Poi con voce tranquilla disse: “C’è un tempo per ogni cosa. Se la bomba dovesse esplodere prima del mio incontro con la meretrice, cosa succederebbe?”
Sebbene fosse convinto a metà, Daigh annuì. “Lei non si farebbe vedere.”
“E non è questo che voglio. Quello che desidero è umiliarla davanti al mondo… dopo, toccherà a Londra, e più avanti…” Lasciò le parole in sospeso e prese il Corano, accarezzandone il dorso.
Va bene, aspetterò, pensò Daigh, anche se a malincuore. In fondo, mancava poco; era un aspetto più consolante. Gli sfuggiva il motivo per cui aveva dovuto comunicare una data per poi posticiparla, non che fosse importante. Scrollò le spalle. Magari l’arabo voleva tenere sulla corda l’infedele Todorov.
Sia Ibrahim al-Ja’bari, sia il Mago possedevano un quoziente intellettivo molto elevato: entrambi, però, avevano commesso un errore di valutazione. Consideravano gli americani un popolo piuttosto stupido. E’ vero, erano potenti, avevano vinto la guerra fredda, erano riusciti a fare quello che volevano in Afghanistan, laddove invece i russi erano stati costretti a ritirarsi, ma questo dipendeva dalle loro enormi risorse naturali e dai dollari che gli consentivano di produrre ogni genere di strumento tecnologico, e armi di ogni tipo.
L’altro lato della medaglia rivelava la loro vera essenza, quella di una nazione senza Dio, priva di forza morale, schiava dell’avidità e preda di vizi inconfessabili. Era l’impero del male, composto da donne arroganti e lussuriose, uomini incapaci di desiderare qualcosa di diverso dal denaro, bambini petulanti e capricciosi che un giorno, da adulti, sarebbero diventati simili ai padri. E Satana rideva di tutto questo.
Per Daigh la questione esulava dall’aspetto etico. Erano amici degli inglesi, e ciò bastava.
E il suo errore, sottovalutare il rivale di Boston, non avrebbe comunque portato ad alcuna conseguenza. Aveva solamente trovato un ragazzo più in gamba di lui. Quel ragazzo, Stephen Roberts, introverso e apparentemente negato per qualsiasi attività, era atteso da un futuro che sarebbe andato oltre i suoi sogni più sfrenati. Avrebbe varcato una soglia magica e sarebbe diventato un asso della National Security Agency.
Il caso di Ibrahim al-Ja’bari era diverso e decisamente più grave. Non sapeva, né poteva immaginare, preso com’era dalla sua fede mistica, che a Langley, Virginia, un uomo di nome Brian Stevens aveva categoricamente vietato di divulgare la notizia della morte di Todorov e della conseguente distruzione dell’ordigno nucleare. E che Monica Squire ne era stata informata. Ci sarebbe stato un incontro, certo, ma forse non con lei.
Se il fondamentalista avesse avuto una chiara visione dei fatti, ne avrebbe preso atto con rammarico… ma era paziente, guidato da Allah, e poi decapitare il marito della sgualdrina sarebbe stato comunque un segnale forte. In fondo, la guerra era appena incominciata.
Il suo sguardo penetrante era rivolto solo a occidente, e questo fu il suo secondo errore.
Anche Daigh aveva un suo misticismo, sebbene assai diverso dagli insegnamenti – travisati – del Corano. Nasceva da ideali, ideali concreti, non ancorati a falsi precetti religiosi, bensì alla realtà, la vera e triste realtà di un Paese oppresso da troppo tempo, e che aveva visto troppo sangue.
A un tratto, senza il benché minimo preavviso, gli sembrò di udire una voce cristallina che proveniva da lontano. Muireann che cantava Zombie a squarciagola, le guance arrossate per l’emozione, gli occhi blu indaco scintillanti di collera e di amore e i capelli color dell’autunno mossi dal vento.
La rabbia si impossessò nuovamente di lui, e quella rabbia soffocò anche la smisurata considerazione che aveva di se stesso.
Voleva soltanto… vendetta.

Al mattino, Bertu Mura, dopo aver preparato un’abbondante colazione, che gli americani consumarono con piacere, li aiutò a caricare l’attrezzatura su un furgone preso a noleggio, sotto falso nome.
Era soddisfatto. Aveva aiutato un amico, al quale doveva la vita, e non ci aveva rimesso un euro. In parte, perché il “materiale” gli era stato fornito a prezzo di favore, e in parte perché aveva fatto incetta di dollari barando allegramente a poker.
Sapeva benissimo che Yarbes lo aveva capito; ma era un modo più elegante per rifarsi delle spese, no?
Si salutarono con nuovi abbracci e Martin indicò a Wilkins il percorso da compiere.
Gli altri tre ricontrollarono scrupolosamente le armi.

Se Ibrahim al-Ja’bari avesse guardato anche a oriente, scordando per un momento il suo odio ossessivo rivolto agli Stati Uniti, forse avrebbe preso in considerazione un fatto che ormai apparteneva alla storia: Israele non dimenticava mai.
Mentre Mura si accomiatava dai suoi ospiti, un uomo scese dall’aereo, sbrigò le formalità senza problemi, noleggiò un’automobile e guidò con calma, stando attento a non superare i limiti di velocità. Si chiamava David Chazan, era nipote di un nazista ma lavorava per il Mossad. Per ovvie ragioni non aveva un pistola con sé; d’altra parte era abituato a uccidere a mani nude e non aveva mai fallito. La carnagione chiara, ereditata dagli avi tedeschi, avrebbe tratto in inganno chiunque. Gli occhi evocavano lo stesso calore del ghiaccio.
Non gli importava molto di Sarah Gabai, poiché non possedeva il dono dell’empatia, ma era abituato a eseguire gli ordini. E Aaron Ben-David era stato molto preciso.

Monica Squire si trovava di fronte a un bivio. Aveva trascorso gran parte della sua vita ad affrontare dilemmi. Una vita che le sembrava una giostra: oggi in alto, domani in basso. Dapprima grande speranza della CIA, in seguito accusata di viltà, derisa e villipesa. Poi… aveva ucciso Matrioska ed era tornata in auge. A Mosca, ai tempi del fallito golpe, aveva dovuto decidere se ammazzare Miloslav Pomarev oppure risparmiarlo; non si era trattato di una scelta facile, e solamente lei sapeva quanto le era costato non premere un’ultima volta il grilletto. Ma sarebbe stato un assassinio a sangue freddo, ciò che Yarbes invece non avrebbe esitato a fare.
Direttrice della Central Intelligente Agency… presidente degli Stati Uniti… colpita al cuore dalla morte di John. E adesso? La bomba non sarebbe esplosa, rendendo vane le minacce dell’arabo. Cosa doveva fare? Tornare a Washington per affrontare la sua ex amica, Margaret Collins, divenuta una serpe in seno?
Forse. Ma più avanti.
Nessuno era mai riuscito a toglierle dalla mente il sospetto che fosse una vigliacca. D’accordo, era successo una volta sola, però era successo. E aveva proclamato in tv che avrebbe affrontato il malefico essere che aveva ordito la più orribile delle trame. Prendere un aereo e fare ritorno alla Casa Bianca sarebbe stato facile. Troppo facile. Il nemico da combattere era qui. Se avesse rinunciato alla lotta, sarebbe stato come ammettere che sì, in fondo, era una pavida.
Questo non poteva accettarlo.

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RAGE 60

RageA qualche metro di distanza dal capitano del SAS, John Forbes, addetto culturale dell’ambasciata americana ma in realtà agente della CIA distaccato a Londra (quello che i russi avrebbero definito rezident), osservava la scena con un misto di approvazione e di perplessità.
La seconda nasceva dal fatto che, benché lavorasse nella capitale britannica già da quattro anni, ancora non riusciva a capire gli inglesi. Detestava il tè, tuttavia questo era irrilevante, e in compenso la birra era ottima. Guidavano a modo loro, però non era tale stravaganza a colpirlo; in fondo rappresentava una libera scelta di una nazione libera e amica. No, ciò che lo rendeva perplesso era la questione dei diritti civili, cui, secondo il suo parere, gli inglesi erano troppo rigidamente legati. Ma soprattutto gli sfuggivano i motivi di alcune scelte relative alle operazioni speciali che giudicava quantomeno singolari. Nel caso specifico, non comprendeva perché la forza permanente del SAS fosse composta solo da sottoufficiali e soldati; gli ufficiali rimanevano al comando soltanto per due anni, al massimo tre, poi si trasferivano in altri settori. Forbes lo giudicava assurdo. Decisamente ancora più insensato era che questi ufficiali potevano “agire” nei deserti, sulle montagne, nella giungla, in ogni parte del mondo insomma, ma non in Gran Bretagna. Misteri di un popolo che apprezzava ma non capiva.
L’approvazione nasceva dalla loro straordinaria abilità. Il SAS valeva quanto la Delta Force e il famigerato Gruppo Alpha, così come l’MI5 e il SIS gareggiavano in efficienza con l’FBI, la CIA, il Mossad e lo scomparso KGB.
Quando il capitano Keith Lively impartì l’ordine di attacco, Forbes trattenne il fiato, altrettanto fece William Hunt. Un momento prima, l’addetto al sensore aveva confermato che in quell’edicio c’era solamente una persona, non eventuali complici, né ostaggi. Bene. Si proceda. Ogni genere di trattativa era stata esclusa fin dal principio; niente negoziati, soltanto pallottole di fronte a un crimine contro l’umanità.
Due uomini fecero il giro dell’isolato, quindi tagliarono per una stretta viuzza e raggiunsero il retro del magazzino. Indossavano ampi cappotti, dei quali si liberarono quando furono davanti all’ingresso secondario. Sotto le tute nere, avevano due strati protettivi, uno di kevlar e l’altro costituito da sottili pannelli metallici; entrambi erano muniti di pistole Sig Sauer P226. Lì si fermarono e attesero.
Gli altri componenti del Drappello (in forza allo squadrone D) non attraversarono Halley Street. Si diressero a destra e a sinistra; giunti in fondo alla strada passarono sull’altro lato e tornarono indietro muovendosi con circospezione. Le suole di gomma delle Desert Boots non producevano il minimo rumore.
Nessuno parlava, nemmeno sottovoce; sapevano esattamente quello che avrebbero fatto e sapevano anche che lo avrebbero fatto nei migliori dei modi. Ore e ore di un addestramento un po’ più che estenuante, giornate trascorse a correre, sparare e di nuovo a correre, un tour de force che avrebbe steso la maggior parte degli uomini, adesso avrebbero dato i frutti dovuti, come in mille altre occasioni.
Era tutto calcolato: chi si sarebbe occupato della porta, chi sarebbe entrato per primo, rotolando per terra, chi avrebbe fatto esplodere le flash-bang, chi avrebbe sparato. Emozioni zero, se non la soddisfazione di eliminare un fottuto delinquente, che sarebbe scomparso dalla faccia della terra. La priorità era infatti uccidere subito Todorov, prima che questi, in un impulso di follia autodistruttiva, pigiasse il dannato pulsante… in tal caso, addio Londra, meditava cupamente il capitano Keith Lively. Aveva organizzato, pianificato, ma ora era costretto ad assistere, il che non gli piaceva per nulla.

Todorov si sentiva sempre più inquieto. Tutta colpa di quell’arabo fanatico e folle, che aveva posticipato l’ora X. Sebbene avesse guadagnato cifre enormi grazie al fondamentalista, era tristemente consapevole che da morto i soldi non gli sarebbero serviti. I morti sono morti, e basta. Non che Ibrahim al-Ja’bari fosse propriamente un dilettante, aveva idee audaci e le perseguiva con ferrea determinazione, però lui, Ivan Vladimirovic Todorov, era un vero professionista e, in quanto tale, sapeva riconoscere i pericoli. Li avvertiva, li percepiva, gli sfioravano la pelle.
Azionò il timer. Cosa fatta, capo ha. Poi si diresse verso l’uscita secondaria, che dava sul retro. Sarebbe corso all’aeroporto e avrebbe preso il primo volo disponibile per qualsiasi destinazione che non fossero gli Usa. Tirò fuori dal giubbotto una pistola, si assicurò che fosse carica e mise il colpo in canna.
Quando aveva guardato fuori, non aveva visto nessuno; ma ciò non significava niente. Il leopardo non annuncia mai il suo arrivo, al contrario del leone, e questo lo rende ancora più temibile.
Si voltò, come per un presentimento, e in quell’attimo l’ingresso principale del magazzino parve disintegrarsi. Todorov impugnò la pistola a due mani e cercò di sparare. Ma il rumore devastante provocato dalle flash-bang e il lampo di luce insostenibile lo stordirono, e per dieci secondi non fu in grado di connettere. Dieci secondi… più che sufficienti per gli uomini del SAS.
Todorov fu raggiunto dai proiettili che lo centrarono alla testa e allo stomaco. Stramazzò al suolo e gli mancò il tempo per formulare un ultimo pensiero, quale che fosse.
“Missione eseguita!”, dichiarò il sergente maggiore York.
Lively raggiunse il Drappello nel magazzino, si guardò attorno e indicò all’artificiere la piccola bomba atomica. Il timer segnalava un’ora e cinquantanove minuti. “Al lavoro! Immediatamente.” Nel giro di sei minuti comparvero altri specialisti.
Il piano di Ibrahim al-Ja’bari era fallito.

Quando, pochi momenti più tardi, Brian Stevens ne fu informato, dopo aver tirato un sospiro di sollievo, impartì un comando che a tutti sembrò sconcertante.
“Isolare la zona con tutta la polizia disponibile. La notizia non deve trapelare per nessun motivo fino a nuovo ordine.” La voce al di là dell’oceano suonava autoritaria. “Se c’è un computer, e deve esserci, e se arrivasse un messaggio, diciamo “il” messaggio, un tecnico dovrà provvedere a rispondere… vediamo… “affermativo”. In fondo, quello era un linguaggio universale. “In seguito il pc andrà spento. Se il computer non si trova lì, cercatelo nella stanza dell’albergo dove il bastardo alloggiava.”
Hunt si chiese con che diritto il capo della CIA comandava in casa d’altri. Risentito, telefonò a Sir Edward, che soppesò meditabondo le parole di Stevens. Quindi, annuì. Capiva.
“Fate come ha detto lui.”, rispose in tono pacato. “Io avvertirò i pezzi grossi.”
A Langley, Brian Stevens si mise in collegamento con Monica Squire, comunicandole il buon esito dell’operazione con grande gioia della donna.
Poi si alzò dalla scrivania, raggiunse la finestra e, mentre contemplava la vegetazione che ormai nascondeva quasi completamente il Potomac, disse a se stesso che aveva fatto bene.
Lo doveva a Martin Yarbes.
E a suo figlio John.

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RAGE 59

hammadaCiò che lo fece infuriare fu il malware. A causa della sua arrogante presunzione, Daigh non lo aveva previsto. Stephen riceveva una discreta paghetta settimanale, perché suo padre guadagnava bene e cercava in tal modo di tacitare la propria coscienza: se aveva un figlio che valeva poco, lui – come genitore – non valeva nulla.
Stephen Roberts non spendeva un dollaro in dolcetti, merendine, bibite e giornalini a fumetti; non beveva birre di nascosto e non fumava. Se altri ragazzi lo facevano, non erano affari che lo riguardavano. Né si sognava di imitarli.
Ogni singolo cent veniva destinato al computer, che rappresentava l’unica magia di una vita altrimenti grigia. Così, nel corso degli anni, lo aveva reso uno strumento pressoché perfetto.
Annunciò alla mamma che non si sentiva bene e che quel giorno non sarebbe andato a scuola. La donna scrollò le spalle. Sai che novità! Si dedicò ai lavori domestici, mentre Stephen si avventurava nel cyberspazio. Tre ore più tardi, superati gli ultimi ostacoli, atterrò sul pianeta che cercava.
Quando, verso metà pomeriggio, si presentarono a casa sua due gentili signori vestiti di grigio, Stephen considerò la visita e quanto ne seguì come l’esperienza più bella ed emozionante della sua vita.

L’NSA si mise subito in contatto con Langley, e il direttore della CIA, Brian Stevens, piuttosto stupefatto, valutò la situazione. Esistevano diverse possibilità, posto che la notizia fosse vera, e dai dati ricevuti e analizzati dalla National Security Agency sembrava proprio di sì.
Stevens era affascinato dall’idea di distruggere immediatamente quella dannata imbarcazione, lo desiderava come un assetato, smarritosi in un deserto, avrebbe bramato di trovare una sorgente di acqua fresca. Se a bordo ci fossero state delle persone innocenti, purtroppo per loro, rientravano in un disegno più grande; si trattava solo di un incidente di percorso. Niente di nuovo sotto il cielo. I politici in generale erano ipocriti, rifletté: capitava che impartissero ordini, tranne nascondere la mano se l’operazione da loro voluta falliva. Poi fingevano di essere all’oscuro dei fatti ed esprimevano condanne sdegnate, e altrettanto ridicole. Il Congresso cercava sempre di mettere il becco, ma chi era lo Scudo degli States? Chi proteggeva i cittadini ignari da mille nemici nascosti nell’ombra e pronti a compiere qualsiasi efferatezza? La sua Agenzia! Di conseguenza, a volte era necessario sacrificare qualcuno al fine di salvare migliaia di altri, specie se i primi non erano americani. L’aspetto etico di ogni operazione risiede nel successo.
Oh, sì. Avrebbe dato l’ordine con grande gioia.
Ma… c’era un ma. Anzi, più di uno.
La barca apparteneva alla Tunisia e stava viaggiando nelle acque territoriali italiane, però questo non rappresentava un problema. In casi simili, Hitler diceva: “Alle scuse penseremo dopo”; ma Stevens non intendeva affatto scusarsi. Semplicemente, qualora fosse stato chiamato in causa, avrebbe negato. E in effetti dove stavano le prove? Il mondo era pieno di terroristi e di nazioni che non guardavano tanto per il sottile, quindi gli Stati Uniti sarebbero stati esclusi dalla lista dei sospetti. L’imbarcazione sarebbe colata a picco e nessuno avrebbe avuto modo di svolgere indagini. Poteva anche essere affondata per cause proprie; più che altro, sarebbe scomparsa dalle mappe, e qui finiva il tutto.
No, ciò che tratteneva Stevens erano altri motivi, decisamente diversi. Il primo, che avrebbe agito contro il volere di Monica Squire; il secondo, che non era in grado di prevedere se a Londra aspettavano un segnale e in caso affermativo quale sarebbe stata la reazione in mancanza di tale segnale. Questo era il vero guaio. Perché il SAS non si dava una mossa? Quello che avrebbe potuto fare e che avrebbe fatto volentieri era informare Yarbes, il quale però si era reso irreperibile. D’altro canto, Martin conosceva il luogo dell’incontro che era alquanto distante dalla posizione rilevata della fottuta barca. Al diavolo! Si alzò dalla scrivania rimpiangendo di avere le mani legate.
Se fosse dipeso solamente da lui… ma poteva soltanto aspettare. Cosa che non gli piaceva affatto.

Sebbene Bertu Mura non lo sapesse, la chiesa che si ergeva sopra Nuoro, al termine di un viale di cipressi e che distava circa due chilometri dalla sua abitazione, era un monumento storico che conteneva la salma di Grazia Deledda. Dato che Mura non aveva mai sentito parlare della grande poetessa, la cosa non faceva differenza.
Accolse Yarbes con un grande abbraccio, salutò i suoi quattro uomini, inquadrandoli senza problemi, dopodiché li condusse, attraverso un sentiero, in una vecchia casa situata in altura, nella quale stava trascorrendo un sereno tramonto. Non si era mai sposato, passava il tempo trafficando nell’orto e compiendo lunghe passeggiate e, secondo Yarbes, coltivava amicizie un po’ particolari con la malavita locale. Offrì loro dell’eccellente Mandrolisai rosso, che preferiva al rosato, da gustare con un piatto di agnello insaporito con salsa di pomodoro e finocchio selvatico. Gli americani avevano fame e mangiarono di gusto. Dopo lo “spuntino”, Mura li portò in cantina, dove esibì la “mercanzia” che Yarbes gli aveva richiesto.
Basso di statura ma ancora dritto e solido come una roccia, Bertu Mura un tempo era appartenuto al servizio segreto italiano e in un’occasione Martin gli aveva salvato la vita. Cose che in Sardegna non si dimenticano.
Yarbes controllò. C’era tutto. La torcia elettrica che voleva Scoffield, le pastiglie per purificare l’acqua di Wilkins, il pugnale di Knowles, flashbang, AK-47, pistole dotate di silenziatore con canna filettata e il resto.
Martin annuì soddisfatto, però quando tirò fuori i dollari, Mura diventò paonazzo per l’indignazione. Nel suo inglese quasi accettabile replicò con fermezza che non voleva soldi; d’altronde conosceva molta gente che gli doveva favori… e qui chiuse l’argomento.
“Ho due comode stanze per voi.”, disse. “Meglio che in albergo, potrete dormire da me stanotte e domani andare… dove dovete andare.”
Smontate e rimontate le armi, si trasferirono in soggiorno. Mura estrasse un mazzo di carte da un cassetto e dispose le fiches sul tavolo. Presero posto e iniziarono a giocare a poker. Al quarto giro, mentre Bertu riempiva generosamente i loro boccali di vino, De Beers inarcò le sopracciglia e lanciò uno sguardo perplesso a Yarbes. Martin soffocò un sorriso e scosse leggermente la testa. In quel mazzo c’erano cinque assi.

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RAGE 58

Martin YarbesPer vincere la noia, dato che a bordo non aveva nessuna funzione, Daigh lavorava al pc. Lo considerava il miglior computer del mondo, nonostante le dimensioni ridotte; era sicuro, inviolabile, poteva introdursi ovunque, anche nei sistemi più sofisticati e protetti.
A un tratto, assunse un’espressione perplessa. Qualcuno aveva forzato il sistema di sicurezza. Qualcuno aveva violato il suo gioiello. Ed era accaduto già da giorni: possibile che non se ne fosse accorto subito? Corrugò la fronte. Non se n’era era accorto perché il misterioso visitatore era un hacker di altissimo livello e non aveva lasciato tracce della sua intrusione. Tranne una che aveva individuato quasi per caso.
La faccenda in sé non era grave, i dati erano vecchi e anche il giorno fissato per l’esplosione della bomba a Londra – l’unico elemento pericoloso – era stato modificato dall’arabo, né lui lo aveva ancora trasmesso a Todorov. Il problema era un altro e riguardava lo smisurato ego di Daigh.
Chi era quel dannato bastardo? Da dove operava? Impiegò due ore per scoprirlo. A Boston il sole stava per sorgere, ma Stephen era già sveglio, chino sulla tastiera con una tazza di cioccolata in mano.
“Chi cazzo sei?”, gli domandò Daigh.
Stephen riconobbe la fonte da cui proveniva il messaggio. “Fottiti, terrorista di merda!”
Be’, di certo, non si trattava dell’NSA, ragionò Daigh, e neppure di un’altra agenzia governativa. Almeno questo andava bene, perché se il Mago sapeva che il tipo abitava a Boston, era più che probabile che la cosa fosse reciproca. Forse il tizio era un pazzo ed era molto probabile che non avesse trasmesso alcuna informazione; ciò era comunque auspicabile. Stephen, in realtà, non era un pazzo, ma semplicemente un ragazzino introverso, negato per gli sport, mediocre a scuola e senza l’ombra di una possibile fidanzatina; era, però, un genio dell’informatica. Su un punto, il Mago aveva visto giusto. Stephen se ne infischiava di tutto e di tutti e non aveva divulgato quello che aveva appreso.
Daigh operò in modo che un potentissimo virus partisse dall’Australia per distruggere l’apparecchio del maledetto ficcanaso, poi spense il pc. Come un proiettile che colpisce un muro, il malware rimbalzò contro il sistema operativo Red Hat Enterprise Linux 6 e lì finì la sua corsa.

Il volo che li portò da Londra a Nuoro durò poco più di due ore, che i cinque trascorsero in maniera diversa: tre di loro dormirono, Wilkins si immerse nella lettura di American Shooting Journal, Yarbes meditò su alcuni aspetti della sua vita, sviluppatasi in modo decisamente diverso da come l’aveva immaginata da ragazzo. Niente boschi, nessun animale da proteggere, molta violenza con un corredo poco lusinghiero di menzogne, tranelli, inganni, operazioni “in nero” delle quali era difficile vantarsi. Aveva servito gli Stati Uniti, certo, e di questo poteva essere orgoglioso, sebbene i metodi da lui impiegati avrebbero fatto inorridire la maggior parte delle persone. Si era sposato con una donna bella e forte che amava, avevano avuto un magnifico figlio… e adesso tutto era finito.
Uno strano parallelo si affacciò ancora una volta alla sua mente: era poi tanto diverso da Pomarev? E da Matrioska? No, davvero, decise. Anche quei due obbedivano agli ordini, quali che fossero, e portavano a termine i compiti che gli venivano affidati, senza indulgere a considerazioni filosofiche o di ordine umanitario, ciò che invece spesso Monica faceva. Era dunque questo il prezzo da pagare? No. Non esistono prezzi, esiste la realtà, esiste il “grande gioco” da vincere a ogni costo. E se lui in sostanza aveva perso, lo stesso si poteva affermare per Monica. John era figlio di entrambi. Quindi? Quindi, bisognava continuare. E c’era un’unica vittoria da conseguire: non gli avrebbe reso John, però sarebbe stato abbattuto un grande male. Altri ne sarebbero venuti, poiché il Male torna a incarnarsi sempre. Nuovi fanatici, nuovi spietati assassini, nuove vittime innocenti. Ma quelle battaglie sarebbero state combattute da altri.
E su questo pensiero si assopì.
La graziosa hostess considerò i cinque passeggeri, valutandoli; pervenne alla conclusione che quattro di essi erano giocatori di rugby, il quinto, il loro coach. E, a suo giudizio, il più affascinante del gruppo. Vide che, mentre dormiva, serrava la mascella. Brutti sogni.
Aveva osservato i suoi occhi, quando era sveglio, notando che erano freddi come il ghiaccio. Per assurdo che potesse sembrare, era il genere d’uomo che le piaceva.
Cosa diavolo ci facevano su quell’aereo? E poi a rugby non si gioca in quattro.
D’altronde, a pensarci bene, forse avevano passato l’età per scendere in campo.

Sebbene non sapesse che il funzionario corrotto dell’ambasciata italiana lo aveva tradito, Ivan Vladimirovic Todorov si sentiva inquieto. Sesto senso o forse la lunga consuetudine ad avvertire i pericoli. Inoltre, era irritato perché Ibrahim al-Ja’bari aveva posticipato l’ora X. Tempo perso, ma non solo: più restava a Londra, maggiore era la possibilità che qualcosa non funzionasse, nella fattispecie che a causa di un colpo di sfortuna l’MI5 riuscisse a scovare il magazzino.
Se ciò fosse successo, aveva comunque un piano di riserva: avrebbe regolato il timer per far deflagare l’odigno nucleare a tempo debito e si sarebbe eclissato. Dubitava che gli inglesi potessero interrompere il conto alla rovescia prima dell’esplosione; e se ci fossero riusciti, al diavolo, la colpa era dell’arabo.
Si avvicinò all’ingresso del magazzino e sbirciò fuori attraverso un pertugio. Non scorse nessuno. Bene, i suoi erano timori infondati.

Il capitano Keith Lively aveva appena finito di studiare la planimetria che gli aveva fornito la società proprietaria dei magazzini di Halley Street e dintorni. Erano tutti pressoché uguali, a parte le dimensioni. Un ingresso sul davanti e uno sul retro. All’interno uno spazio vuoto che veniva utilizzato in base alle necessità di chi li aveva presi in affitto. Riguardo a quello occupato da Todorov, presumeva che ci fosse un banco da officina. Magari una branda. Un frigorifero. E poi? E poi la dannata bomba.
Lively si consultò brevemente con il maggiore Reid, quindì lanciò un’occhiata a William Hunt.
Sapeva esattamente ciò che avrebbero fatto. Lo avevano provato e riprovato mille volte, e, fatto più importante, lo avevano eseguito sul campo, spesso contro forze soverchianti e sempre con successo. In genere, si trattava di liberare ostaggi; in ogni caso, la procedura era la stessa, salvo qualche variante dovuta alle circostanze, al terreno o all’ubicazione dell’edificio che dovevano prendere d’assalto.
Irruzione. Flash-bang. Esecuzione.

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RAGE 57

RageIbrahim al-Ja’bari aveva scelto quel Paese, e quella località, per una serie di motivi che giudicava estremamente validi.
Il primo di essi riguardava la sua sicurezza personale, importante non tanto in sé ma per la missione che Allah il Misericordioso gli aveva affidato. Con i loro satelliti, americani e russi erano riusciti a individuare due rifugi che lui considerava perfetti – in quanto al Mossad, aveva i suoi metodi, perlopiù basati sulla capacità di usare i traditori. Prima o poi, se non si fosse spostato dalle zone “calde”, avrebbero finito per rintracciare anche un eventuale terzo rifugio. Era successo con Osama bin Laden e con molti altri, che apparentemente avrebbero dovuto considerarsi al sicuro.
La seconda ragione era che quella vasta isola, in ordine di grandezza la seconda del Mediterraneo, in passato aveva rappresentato la terra promessa per chi decideva di arricchirsi con i sequestri di persona. Ciò dipendeva dal fatto che risultava praticamente impossibile rintracciare i covi dei banditi, a causa di un territorio provvisto di mille nascondigli, un po’ come l’Afghanistan volendo, però molto lontano da lì.
Vi era un terzo motivo, infine: gli otto sicari, reclutati tempo addietro da Danielle Williams, che lo aspettavano pronti a servirlo. Erano uomini feroci ed esperti, fedeli solo al denaro. E Ibrahim era stato generoso con loro. Da un lato questo era un limite: non essendo mossi dalla fede, mancava loro la disponibilità all’estremo sacrificio; poiché erano miscredenti, non vedevano il premio finale, erano forniti di coraggio e forse non temevano la morte, ma erano ben lontani dal considerarla un dono di Allah. D’altro canto, aveva perso fin troppi seguaci e gli mancava il tempo materiale per reclutare nuovi adepti. Il fondamentalista era pragmatico, in caso contrario non si sarebbe avvalso dell’operato di Daigh e di Todorov, sebbene il primo fosse almeno motivato dagli ideali e dall’odio.
Una possibile ultima ragione, che non aveva ancora soppesato a fondo, consisteva nella vicinanza con Roma. Finito il lavoro a Londra, Todorov avrebbe potuto piazzare uno dei suoi giocattoli in piazza San Pietro; peraltro la distanza contava poco, a Daigh sarebbe bastato premere un pulsante in Giappone per impartirgli tale ordine.
In ogni caso, adesso la priorità era riservata a Monica Squire, la principale nemica di Allah,  Roma poteva aspettare.
Ibrahim al-Ja’bari disponeva di un’autentica collezione di passaporti falsi, ma la prudenza gli suggeriva di non avvalersene. Il suo volto, ormai, era noto a tutto il mondo, e non intendeva cambiare aspetto. Perciò salì a bordo di un’imbarcazione che aveva i documenti in regola e non trasportava emigranti clandestini, e affrontò il viaggio dalla Tunisia alla Sardegna, pronto a calarsi in una botola al primo segno di pericolo e, naturalmente, all’arrivo. Daigh vestiva da marinaio.
Il direttore di macchina azionò i motori e il timoniere seguì la rotta delle flotte puniche, quando Sicilia occidentale e Sardegna appartenevano a Cartagine, mentre i romani si accingevano a muovere i primi passi per conquistare il sud dell’Italia.

Assistito da quella che considerava la miglior equipe medica del pianeta, Miloslav Pomarev quel giorno aveva appreso tre notizie. La prima era giunta sotto forma di lettera, firmata personalmente da Putin: era stato promosso maggiore, riguadagnando così l’antico grado, sarebbe seguita una medaglia al valore. La seconda, inevitabile, gli era stata comunicata di persona dal tenente generale Vasiliy Ivanovic Melnikov, primo vicecapo del SVR.  A tempo debito, sarebbe tornato al lavoro e, date le circostanze, avrebbe occupato una scrivania, dedicandosi alle analisi di quello che altri agenti, più giovani e fortunati di lui, man mano scoprivano. Per questo compito occorreva un uomo esperto, in grado di distinguere ciò che era davvero utile e di scartare informazioni irrilevanti se non, peggio ancora, frutto dell’astuzia (relativa, pensava Pomarev) dei servizi segreti americani. Una scrematura indispensabile, da troppi anni ignorata dalla CIA, abituata a raccogliere montagne di dati per poi archiviarli: tipico di un apparato vittima di una burocrazia da esso stesso elevata a sistema. Come corollario, Melnikov aveva aggiunto che dopo la morte di Volkov l’operazione era stata annullata.
La terza notizia riguardava la sua guarigione che era assicurata, e i tempi di degenza, calcolati in circa due mesi. Il primario si era congratulato con lui per la forza, fisica e morale, che aveva dimostrato, nonché per la prontezza con la quale si era in pratica salvato la vita grazie alla medicazione di fortuna e alla saldezza d’animo. Poche persone ci sarebbero riuscite, soprattutto davanti a un Mamba, aveva commentato il luminare che era al corrente di quanto era accaduto in Egitto. Le voci circolano e anche l’ultima delle infermiere sapeva che quel paziente era un eroe. Sebbene fosse mutilato, Sonja, una graziosa biondina, gli faceva gli occhi dolci; sistemandogli le lenzuola, aveva scoperto con grande soddisfazione che le ferite non avevano intaccato una certa parte del corpo.
Borodin, il primario, aveva tenuto per sé un’ulteriore considerazione. Da quando esercitava, non aveva mai riscontrato una simile capacità di sopportazione del dolore. Soglia bassa? Era un eufemismo, a dir poco. Esistevano anche aspetti della personalità di quell’uomo che lo lasciavano perplesso, ma tali aspetti non rientravano nel suo campo professionale. Dopotutto, Pomarev proveniva dal Gruppo Alpha, una banda di pazzi, pensava Borodin.
Miloslav Pomarev accolse le tre notizie con un misto di soddisfazione e di irritazione. Non si era mai pianto addosso, nemmeno in Siberia, dove comunque era stato trattato con i guanti, e non intendeva certo incominciare a farlo ora. Maggiore… andava bene. Una scrivania… un po’ meno. Ma questa era la realtà, la sua realtà, e avrebbe potuto rendersi ancora utile. Forse, molto utile. Aveva imparato a conoscere, e a detestare, gli americani; e se con il nuovo incarico fosse riuscito a infliggergli qualche duro colpo, allora – come dicevano quei bastardi? – allora era ok.
Se voleva continuare a riflettere, avrebbe dovuto rimandare all’indomani perché le orribili medicine che gli somministravano fecero effetto, e Pomarev scivolò in un sonno privo di sogni.

William Hunt fissava cupamente l’ingresso del capannone dal lato opposto di Halley Street. Al pari di usanze quali la guida a sinistra, la Gran Bretagna ha leggi diverse dagli Stati Uniti e da molti altri Paesi che possono sembrare strane: una di esse stabilisce che l’MI-5 non può effettuare arresti; ciò nonostante Sir Edward non si era rivolto alla Special Branch in considerazione dei rischi elevatissimi. Todorov avrebbe potuto far esplodere la bomba. Hunt ne dubitava, poiché in tal caso sarebbe morto anche lui, però gradiva la presenza degli uomini del SAS. Il Drappello in questione apparteneva allo squadrone D ed era comandato dal capitano Keith Lively, sotto la supervisione del maggiore Thomas Reid.
Lo Special Air Service, da cui l’acronimo SAS, è uno dei migliori corpi speciali del mondo e ha all’attivo una quantità di successi impressionante. Una delle missioni più spettacolari fu la liberazione di ventiquattro ostaggi tenuti prigionieri da un gruppo di terroristi iraniani, operazione voluta da Margaret Thatcher, all’epoca primo ministro britannico. Con un’azione di rara efficacia, i terroristi vennero uccisi e gli ostaggi liberati, a parte un’unica vittima. Entrare a far parte del SAS è estremamente difficile. L’ottanta per cento dei candidati (provenienti dall’esercito) non arriva alla fine del primo mese di addestramento, dedicato soprattutto alla corsa e alla marcia, sessanta chilometri con uno peso sulle spalle di venticinque chili. E questo è solo l’inizio… Il “bello” arriverà dopo.
Fra le armi utilizzate, ci sono le granate stordenti e la pistola Sig Sauer P226. Di norma, i componenti del SAS indossano tute nere.
Era il meglio in assoluto di cui Hunt potesse disporre.

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RAGE 56

Margaret CollinsIl presidente degli Stati Uniti ha il compito di difendere la Costituzione e di operare per il bene del Paese, dichiarando guerra se necessario, anche se nei limiti del possibile la sua funzione è quella di preservare la pace. Deve avere a cuore gli interessi dei cittadini, lavorare per il loro benessere; soprattutto deve essere sempre rintracciabile, perché rappresenta il punto di riferimento di un’intera nazione. Partendo da questi fondamentali presupposti, si poteva arrivare a un’unica conclusione: Monica Squire si era rivelata un fallimento.
Così ragionava Margaret Collins davanti allo specchio del bagno. Inizialmente, l’aveva considerata un modello da seguire, una maestra; sapeva molto bene inoltre che, senza di lei, senza la sua fiducia, non sarebbe mai salita così in alto. Monica aveva dovuto combattere per imporla al partito, e ciò aveva fatto nascere un sentimento di amicizia. La stima era fuori questione, ma adesso quella stima si era persa a causa di troppe decisioni sbagliate. Al di là delle apparenze, Squire in realtà era una donna debole, che si era lasciata travolgere dagli eventi; Margaret era più forte di lei e sarebbe stata un presidente migliore.
Sebbene fosse assolutamente convinta di essere dalla parte della ragione, si pose tuttavia una domanda: quanto contava l’ambizione personale? Il desiderio di diventare la numero uno, la persona più potente del mondo? Negli ultimi tempi si era resa conto che l’esercizio del potere è più inebriante del sesso. Servire il popolo, sicuro, però con in mano il bottone dei comandi.
Liquidò con un’alzata di spalle quell’inutile interrogativo. Non erano questi motivi a indirizzarla. In ogni caso, entro tre anni (non certo sette), ne avrebbe preso comunque il posto, si trattava soltanto di aspettare, e la pazienza rientrava fra le sue doti, come la volontà, la determinazione e l’intelligenza. No. Esisteva solo un rimedio ai danni provocati da Monica: sostituirla. E al più presto!
Una vocina sgradevole insinuò che forse non era tutto vero, che sotto la virtuosa indignazione si celava una componente di rivalità. Ma se esisteva tale rivalità, essa nasceva proprio dal postulato iniziale! Se lei era superiore a Monica, perché allora doveva essere una subalterna? Il problema di fondo era sempre lo stesso, da qualsiasi parte si considerasse la questione. Squire non era in grado di espletare i suoi compiti, quindi andava sostituita. L’Ufficio Ovale meritava un’inquilina più capace e più responsabile. Al posto di “Diana”, sarebbe subentrata “Minerva”. Che fatalmente la loro amicizia si sarebbe trasformata in spazzatura era spiacevole però accettabile.
Soddisfatta, tacitò la vocina e finì di truccarsi.

Yarbes scrutò i quattro uomini. Due di essi provenivano dai reparti speciali, gli altri due dal corpo dei Marines. Tutti e quattro si erano messi in proprio per trarre profitto dalle esperienze acquisite sul campo, ma da Martin non volevano un dollaro. Erano americani e il fanatico dispensatore di morte, uccidendo John, aveva colpito al cuore gli Stati Uniti. Inoltre avevano assistito al barbaro spettacolo delle decapitazioni. Yarbes li aveva scelti perché li conosceva di persona, e loro provavano il violento desiderio di ammazzare l’arabo, e nel modo più cruento possibile. Erano uomini duri, poco inclini alle emozioni; avevano visto perire colleghi e amici, avevano rischiato la vita e restituito i colpi ricevuti. Dato che erano ancora vivi, ciò significava che la bilancia era largamente in attivo. Questa missione, però, era diversa da tutte le altre e la collera che provavano esulava dal concetto di compiere semplicemente il proprio dovere. Era un fatto personale.
Riguardo a Yarbes, naturalmente non sapevano quello che in passato aveva fatto, ma sapevano che aveva fatto. Essendo conoscitori di uomini, non si lasciavano ingannare dalla sua calma e dalla maniera pacata, quasi asettica, di parlare: bastava guardare quegli occhi gelidi per capire l’intensità dell’odio che provava e la capacità di tradurlo in pratica. Riconoscevano da lunga data il valore, nonché la necessaria spietatezza che a esso si accompagna. La compassione era una parola che non gli apparteneva. Sebbene fosse meno in forma di loro, per via dell’età, ritenevano che fosse imprudente sfidarlo; non che l’idea li sfiorasse.
Martin li invitò a sedersi. Si trovavano in una piccola sala insonorizzata messa a disposizione, nel più assoluto segreto, da Brian Stevens. “Fumate pure, se volete.” Un gesto gentile, benché inutile: nessuno dei quattro aveva mai fumato in vita sua; in quanto al bere, al massimo si concedevano un paio di birre, e non quando dovevano lavorare.
“No, grazie, capo.”, disse infatti Knowles, un nero di novanta chili con due spalle che ricordavano un armadio.
Yarbes annuì. “Chiariamo subito una cosa. La nostra non è un’operazione “nera”, anzi è un’operazione che proprio non esiste, almeno per adesso. Nessuna copertura, niente appoggio da parte della CIA o da altre agenzie governative. Domande?”
Nessuno batté ciglio.
“Bene. Allora proseguiamo”. Spiegò sulla scrivania una carta topografica, estraendola da un portacarte impermeabile. Indicò un punto evidenziato da un lapis rosso. “La località è questa. La buona notizia è che lì la polizia è assolutamente inefficiente. Il territorio è impervio, e pure questo va bene.”
I quattro osservarono con attenzione. Non ci furono commenti.
“Ciascuno di voi disporrà di un kit.” Tirò fuori dalla tasca della giacca un foglio e lesse lentamente quanto vi era scritto. “Comprenderà un’imbracatura portatutto, una mimetica, corda, binocolo, due borracce, medicinali per pronto soccorso, razioni MRE – non andremo al ristorante -, fondotinta mimetico, flashbang, AK-47, una versione leggermente modificata, pistole dotate di silenziatore con canna filettata.”
“Uhm, capo…cioè signore.”, lo interruppe De Beers. A causa del suo cognome, aveva dovuto sopportare innumerevoli prese in giro; quando erano troppo cattive, il biondo di origine olandese risolveva la faccenda a suon di cazzotti: era meno alto di Knowles, ma poco meno forte di lui. Tre turni di servizio attivo da volontario nei Marines non sono uno scherzo.
Yarbes lo guardò. Preferiva “capo”.
“Portiamo questa roba in aereo? Voglio dire, i Kalashnikov e tutto il resto?”
“Certamente no. La troveremo in loco. Io sono sicuro che quel bastardo non si presenterà da solo; perciò è bene essere attrezzati. Comunque, voi ne sapete più di me. Cosa manca?”
“Una torcia elettrica.”, suggerì Scottfield. Un altro cognome destinato a suscitare ironia. Peraltro, Scottfield, a differenza del collega, possedeva un forte senso dell’umorismo.
“E un pugnale.”, aggiunse Knowles. “Di quelli giusti. Conosco un tale che potrebbe procurarci anche degli Shuriken, con o senza veleno aggiunto.”
“Pastiglie per purificare l’acqua.”, disse Wilkins. “Non mi fido dell’acqua che si trova in Italia”. Del gruppo, era il più freddo e caustico.
Yarbes prese nota. “Bene, direi che per oggi è tutto.”

A Londra, la pioggia non infastidiva Ivan Vladimirovic Todorov. Aveva ricevuto due notizie. La prima riguardava la data esatta in cui avrebbe dovuto far deflagare l’ordigno nucleare. La seconda, assai appagante, confermava il buon esito di un bonifico, il secondo dei tre previsti; l’ultimo sarebbe giunto a lavoro ultimato. Aveva già scelto il luogo dell’esplosione, in pieno centro; ora si trattava solamente di attendere l’ora X. In lui mancava la benché minima parvenza di rimorso; sapeva che la bomba avrebbe ucciso donne, vecchi, bambini, oltre agli uomini adulti, ma non era abituato a porsi problemi etici. Era “business”, come dicevano gli americani, e il “business” procurava denaro, in quantità variabile, a seconda del rischio e delle difficoltà; nel suo caso, una cifra enorme.
Alla fine, pensò, grazie a Ibrahim al-Ja’bari, sarebbe andato in pensione. Forse, nei Caraibi.
Una prospettiva molto piacevole.

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RAGE 55

Martin YarbesPiù che una baita o una dacia russa sembrava un capanno, costruito con scarsa grazia però estremamente solido. Era ubicato in cima a una collina sopra un bosco; uscendo dalla porta della cucina, posta sul retro, al di là di uno spiazzo, delimitato ai due lati da una catasta di legname e da una piccola stalla attualmente vuota, appariva una strada sterrata che scendeva in lieve pendenza, circondata da campi non coltivati e da qualche albero. Quella era l’unica via d’accesso per una macchina e conduceva a un paese distante circa cinque miglia.
All’interno, il rudimentale capanno cambiava decisamente aspetto. Vi erano una spaziosa camera da letto resa luminosa da una grande finestra, un bagno dotato di ogni confort, il salotto, arredato con gusto, un ampio ripostiglio, e appunto la cucina, provvista di tutti gli elettrodomestici necessari. L’ingresso principale dava su un sentiero che si inoltrava serpeggiando nel bosco. Silenzio e tranquillità erano garantiti.
Quel rifugio, in origine proprietà di un cacciatore (la selvaggina abbondava), apparteneva a un amico di Martin Yarbes, che era stato ben contento di affidargli le chiavi per un soggiorno di tempo indefinito.
E lì Yarbes cercava di decifrare le emozioni e i pensieri che da quando era tornato in America si accavallavano nella mente e nel cuore come lampi in una notte di tempesta.
Il sentimento predominante era la rabbia. Sebbene fosse un uomo freddo, a giudizio di molti glaciale, faticava a controllarla. L’ira divampava, simile a un fuoco, se pensava alla morte di suo figlio e al fatto che non fosse riuscito a uccidere l’assassino che aveva ideato quella terribile strage. La collera si estendeva a Monica, che lo aveva liquidato a causa di un’azione che ancora adesso lui giudicava giusta e sensata. Poi si riversava sulla CIA, sui federali, una massa di incapaci. Per combatterla spaccava legna fino a sentire la schiena rotta. Oppure correva nel bosco, scansando rami e rocce, aumentando sempre più la velocità finché non crollava al suolo esausto.
Alle sette di una mattina soleggiata e serena, dopo aver fatto la doccia e bevuto due caffè, salì sul suo pick-up e scese in paese. Aveva dormito male, sognando un John ormai adulto che eludeva la ruvida marcatura avversaria e andava in meta, consapevole che si trattava solamente di un sogno. Aspettò che l’unico emporio aprisse, acquistò qualche bistecca, una dozzina di uova e del bacon, poi comprò un paio di giornali e tornò al capanno.
Mentre sorseggiava un terzo caffè, diede un’occhiata alla prima pagina del Washington Post.
Restò allibito.
Il titolo dell’articolo di fondo recitava: Impeachment per Monica Squire?
Yarbes depose bruscamente la tazzina e lesse l’editoriale.

Secondo fonti attendibili, la Camera dei Rappresentanti è in procinto di richiedere l’impeachment del presidente degli Stati Uniti. Secondo la legge la proposta poi passerà al Senato che sarà presieduto dal presidente della Corte Suprema Federale, il quale sostituirà durante il dibattito il vice presidente federale e presidente del Senato, Margaret Collins.
L’accusa a carico della signora Squire è di aver rifiutato di partecipare a una riunione convocata allo scopo di discutere l’opinabile decisione presa dalla signora di incontrare un noto terrorista da sola, andando così incontro a morte pressoché certa. La colpa più grave è comunque un’altra: la signora Squire è scomparsa, dileguandosi nella notte, e abbandonando la sua precisa responsabilità di difendere la Costituzione e di provvedere al bene del nostro Paese. Si configura quindi il reato di tradimento.
Tale comportamento, definito irresponsabile da un alto membro del governo, ha avuto probabilmente origine dalla tragica morte del suo unico figliolo. Lo stesso membro del governo avrebbe dichiarato che la signora Squire non è più capace di intendere e volere.

Seguivano varie frasi fatte: il giornale avrebbe seguito con la massima attenzione il grave caso, riportandone doverosamente ogni sviluppo; in uno slancio autocelebrativo di dubbio gusto venivano citati Nixon e i reporter Bob Woodward e Carl Bernstein.
Yarbes scagliò il giornale per terra. Una maledetta talpa! E se la notizia era vera tutto nasceva proprio dalla talpa. Rifletté per alcuni istanti, passando in rassegna volti e nomi. E’ quella piccola bastarda della Collins!
Afferrò il cellulare, ma non c’era campo.
Si precipitò fuori, balzò sul pick-up e, quando vide che poteva telefonare, chiamò Langley. “Brian Stevens!”, abbaiò.
“Chi…”
“Sono Martin Yarbes. Alza quel fottuto culo e passamelo immediatamente!”
La centralinista, una nuova venuta, mise in attesa e domandò: “Chi diavolo è Martin Yarbes?”
La ragazza al suo fianco la fulminò con un’occhiata. “Era la stella, qui, Susan! E adesso è la first lady… cioè il marito di…”
Susan diventò rossa come un peperone. “Oh, merda!”
Aveva letto troppi libri e visto troppi film. “Roger!”, esclamò con entusiasmo esagerato.
Venti secondi dopo, il direttore della Central Intelligence Agency era in linea.
“Che cazzo succede, Brian?”
“Non ne ho idea, Martin. Ho parlato poco fa con Brubeck, sta indagando. Pare, comunque, che sia vero.”
“E’ stata Margaret Collins, giusto?”
“La telefonata non è protetta…”
“E allora provvedi.”
Un minuto più tardi, Yarbes risentì la voce di Stevens. “Sì, lei.”, disse. “Insieme ad altri.”
Seguì un breve silenzio.
“Io sto con Monica.”, dichiarò con voce ferma Stevens. “D’altro canto, “Diana” è sparita, e questo non si era mai verificato. Non è una faccenda semplice, mi capisci?”
“Brubeck l’ha cercata?”
“Affermativo. Spacciandola per un’operazione di routine, voluta dalla stessa Squire. Risultati, zero.”
“Dove è andata?”
Il telefono rimase muto.
“Ascoltami bene, Brian! Io ti ho insegnato a cambiarti i pannolini e a bere dal biberon. Dove cazzo è andata? Tu lo sai.”
Nessuno, in America, avrebbe osato parlare così al capo della CIA; ma Yarbes poteva, e lo sapeva, e anche Stevens lo sapeva.
Brian trasse un profondo respiro. Annuì e disse: “D’accordo, Martin.”
Yarbes considerò l’informazione. “Le hai fornito un passaporto falso?”
Stevens sospirò e guardò la finestra. La vegetazione, sempre più rigogliosa, aveva cominciato a coprire il Potomac.
“Bene.”, disse Yarbes, prima di interrompere la comunicazione. “Dell’impeachment mi importa poco, amico mio, perché il Senato non lo voterà; ma la vita di mia moglie per me è sacra. Finalmente, quel cammellaro apprenderà ciò che Martin Yarbes è in grado di fare. Ibrahim al-Ja’bari conosce il Corano, ma non gli americani.”
Brian Stevens riagganciò, posando lo sguardo sulla foto di Squire, esposta sulla parete di fronte, accanto alla bandiera stelle e strisce, e all’immagine di James Angleton (un’iniziativa personale, che non aveva riscosso particolare successo, perché da icona dell’Agenzia Angleton era in seguito diventato paranoico, scatenando una caccia alle streghe che aveva messo in ginocchio Langley. A giudizio di Stevens il “prima” superava il “dopo”, sempre che James Angleton avesse avuto veramente torto, della qual cosa non era affatto sicuro: i traditori abbondavano, eccome! E doveva ancora presentarsi Aldrich Ames… L’unica consolazione era che gli amici inglesi storicamente erano messi peggio).
Poi Brian si soffermò a riflettere sulle parole di Martin; intanto rammentava quanto Aaron Ben-David gli aveva detto: “Alla nostra maniera. Un killer. Abile, esperto, micidiale.”
E Yarbes era una macchina.
A partire da adesso iniziava l’operazione Rage.
Era ora!

Il prossimo capitolo (o un riassunto) verrà editato domenica 23 agosto. Nel frattempo, pubblicherò altro. Spero che non ci siano obiezioni. Il 16 è il giorno dopo Ferragosto.

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