Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘intrighi’

Jack Sparrows aveva una fantasia incredibile.

Fin da bambino si dilettava a immaginare storie fantastiche, popolate da Elfi, draghi, maghi cattivi e streghe crudeli. Tuttavia, a differenza dei racconti tradizionali di cui l’Inghilterra abbondava, dove i buoni vincevano sempre e i malvagi erano sconfitti, egli amava sovvertire le regole. Nelle sue storie, la principessa veniva immancabilmente sedotta dal negromante, il prode guerriero che avrebbe dovuto salvarla cadeva vittima di un’imboscata, e i bambini diventavano schiavi di creature terribili e senza nome.
Quando imparò a leggere e a scrivere, cominciò a mettere su carta ciò che inventava. Nel frattempo, lesse molti libri che trattavano argomenti analoghi; ma se da un lato si fece una vasta cultura, da quell’altro non poté evitare di provare un senso di disdegno: quelle vicende, per quanto spesso fossero scritte bene, finivano tutte allo stesso modo. Il principe traeva in salvo la figlia del re, i bambini riuscivano a fuggire e a tornare a casa, il mago sprofondava in un nero abisso nel quale veniva divorato dalle fiamme.
Jack pensava che si potesse fare di meglio.

Iniziò a lavorare ad un’ampia epopea. Si svolgeva in una terra immaginaria, fuori del tempo. Sebbene nelle descrizioni della natura – alte montagne, laghi profondi, distese innevate – e degli avvenimenti – pozioni magiche, sortilegi, duelli -, Jack seguisse i canoni classici della letteratura cosiddetta fantasy, lo svolgimento dei fatti era però totalmente diverso.

Jack provava un piacere sottile a ideare trame oscure e spaventose, e con il passare degli anni aggiunse alla sua storia particolari sempre più scabrosi e raccapriccianti. Quando incominciò a interessarsi alle ragazze, introdusse nel racconto elementi perversi e, in spregio a tutte le regole, brani che parlavano esplicitamente di sesso. Ma non si limitò a questo: sfidò apertamente le convenzioni. La strega seduceva una casta fanciulla, dando vita a un appassionato rapporto lesbico; il bimbo innocente si abbandonava a ogni sorta di nefandezze con il mago. Poi comparvero fruste, strumenti di tortura, droghe che infiammavano i sensi. Insomma, non si trattava solo di sesso, ma della sua versione più trasgressiva.
Jack seguiva uno schema preciso: dedicava un giorno alla stesura delle nuove pagine e il giorno successivo alla correzione e all’ampliamento di ciò che aveva scritto da adolescente. Terminò il libro a ventiquattro anni. Si intitolava “The Black Land” ed era un tomo di mille pagine. Secondo Jack era un autentico capolavoro, perciò rimase deluso e sconcertato quando tutti gli editori a cui si rivolse bocciarono senza esitazioni la sua opera.

Erano chiaramente degli incompetenti, pensava; ma questo non cambiava la situazione: nessuno lo avrebbe mai pubblicato.

Sentì crescere dentro di sé un forte senso di frustrazione, che progressivamente si trasformò in rabbia, odio e desiderio di vendetta.

“Questo è un giorno indimenticabile!”, affermò Alexandra, raggiante. Alexandra era una suffragetta. Finalmente alle donne era stato concesso il diritto di votare, sebbene in forma limitata. Si estendeva a chi aveva più di trent’anni ed era proprietaria di un’abitazione; tutte le altre erano escluse. Comunque, si trattava di una grande conquista.
“Io non potrò votare, però sono contenta.”, disse Patricia.
Alexandra annuì. “Palazzi e cattedrali non si costruiscono in un giorno. Ma è soltanto questione di tempo, poi il suffragio verrà allargato.”
Alexandra aveva trentadue anni e possedeva una casa.
Finì di bere il the e sorrise all’amica. Si erano conosciute due anni prima, durante una manifestazione. A parte l’impegno politico, avevano poco in comune: Alexandra era piccola, snella, con una cascata di capelli biondi e gli occhi celesti; Patricia era alta e bruna, con gli occhi verdi. L’una aveva un temperamento malinconico, l’altra era energica e volitiva; ricca di famiglia, la prima, di umili origini, la seconda. Alexandra non aveva mai avuto una relazione seria – solo qualche flirt di scarsa importanza -, Patricia amava un uomo che non la ricambiava, benché provasse simpatia per lei. Data la sua avvenenza, Patricia contava su frotte di ammiratori; era curioso che si fosse invaghita di una persona che non la corrispondeva, ed era ancora più singolare il fatto che l’oggetto del suo amore non fosse particolarmente attraente. Ma Patricia in un uomo non cercava la bellezza. Alexandra White era una scrittrice, Patricia Thompson lavorava per lei da alcuni mesi. Faceva un po’ di tutto: sbrigava la corrispondenza, teneva in ordine lo studio, leggeva ciò che Alexandra scriveva, segnalandole eventuali errori e dando consigli spesso preziosi. Malgrado fosse priva di istruzione, era intelligente e perspicace. L’ultimo libro di Alexandra, “Fairies”, stava vendendo molto bene. Era la terza parte di una saga incentrata sulla figura di una fata in perenne lotta con il mondo del male. Aveva un temibile antagonista: Lord Ascher, un mago cattivo dotato di vasti poteri, che tuttavia lei riusciva a sconfiggere sempre.
Il maggiordomo bussò alla porta.
“C’è un signore che chiede di essere ricevuto.”, disse porgendole un biglietto da visita.
Alexandra aggrottò la fronte. Quel giorno non aspettava nessuno e il nome annotato in corsivo sul cartoncino Bristol non le diceva niente.
Ma aveva già scritto per quattro ore e non aveva nulla di preciso da fare. “D’accordo.”, acconsentì. “Fallo accomodare in salotto.” Si rivolse a Patricia. “Chi sarà mai questo Jack Sparrows?”

Read Full Post »

ElisaSgranai gli occhi per la sorpresa, ma mi ricomposi immediatamente.
Il “dottore” era Tony, mio zio.
Rivolse lo sguardo a Chiara ed esibì un sorriso compiaciuto; solo io notai quanto fosse freddo quello sguardo. “Perfetta!”, disse. Dovetti convenire con me stessa che era un ottimo attore: sembrava veramente intrigato dalla visione di quel giovane corpo efebico, che univa l’innocenza della pubertà al sex-appeal di una ragazza comunque prossima al passaggio da crisalide in farfalla. Non me ne intendo di queste cose, però credo che per un pervertito questo mix rappresenti il massimo della lussuria. Senza contare che Lucia sarebbe stata frustata a sangue da un’altra donna, e so che molti trovano irresistibili questi particolari giochi. Per appurarlo è sufficiente andare su “Google” e digitare alcune parole chiave.
“I soldi!”, lo sollecitò Giulio. Mio zio gli porse un assegno, un normale assegno bancario.
“Un milione di euro. Magnifico.”, disse Giulio. Poi lo colpì con un violento destro alla mascella. Mio zio finì contro la parete barcollando. “Pezzo di merda, nessuna banca al mondo pagherebbe una cifra simile. Un assegno, poi! Qual è il tuo gioco? Chi credi di prendere in giro?”
Lo colpì di nuovo, questa volta allo stomaco. Mio zio si piegò in due.
Volevo intervenire, ma Maria Luisa mi si parò davanti. Mi sovrastava in peso e in altezza; inoltre, aveva la frusta in mano. Mi rintanai in un angolo. Maria Luisa mi indicò. “Quei due sono d’accordo.”
Giulio annuì, scuro in volto. “E allora dovranno morire tutti e tre.” Nell’udire quelle parole, la donna sorrise. Fu in quel momento che compresi la differenza che li separava: Giulio era un uomo gelido, privo di sentimenti, attaccato soltanto al denaro; Maria Luisa, invece, era un misto di pazzia e di crudeltà. Le piaceva quello che faceva. Dopo una breve riflessione, Giulio fece un cenno alla sua complice. Maria Luisa sciolse i nodi che immobilizzavano Lucia. “Alzati.”, le ordinò. La ragazza obbedì. Tremava visibilmente. Giulio estrasse la pistola dalla giacca e la puntò su mio zio. “Andremo in un posto tranquillo, isolato, dove troveremo anche un adeguato luogo di sepoltura.”
“Bastardi!”, gridai, fuori di me.
Maria Luisa mi sferrò un pugno nello stomaco, strappandomi un gemito di dolore. Poi mi afferrò per un braccio e mi sospinse verso la porta.
Uscimmo dall’appartamento, dirigendoci verso l’ascensore: io per prima, seguita da mio zio, da Maria Luisa e da Chiara. Giulio chiudeva la fila.
Prima che io potessi pigiare il tasto luminoso, Tony mi diede uno spintone, si girò di scatto con una pistola fra le mani e prese di mira Giulio. “Sei un dilettante.”, disse con disprezzo. “Non mi hai neanche perquisito! E poi non hai il silenziatore.”
Giulio reagì con grande prontezza di riflessi, prendendomi per i capelli e infilandomi l’arma in bocca. “Questo piano è disabitato. E prima che tu possa spararmi io ucciderò lei.”
La risposta di mio zio mi sconcertò. “Non è un problema.”, disse con calma. Malgrado le botte che aveva subito, si esprimeva in modo chiaro e pacato. “Io sono suo zio, ma lei non è più mia nipote. E’ una depravata, la sua sorte mi è indifferente. Io voglio solo punire voi, e salvare la ragazza. Quando premerai il grilletto, sarai un uomo morto.”
Giulio per un attimo sembrò preso alla sprovvista, tuttavia si riprese subito. “Non ti credo.”, disse.
Mio zio aveva uno sguardo totalmente inespressivo. “Mettimi alla prova.”
Ci fu uno stallo che si protrasse per un tempo che mi parve infinito. Non sapevo se mio zio diceva il vero, provavo un terrore folle, ero scossa da brividi di freddo. Nessuno dei due si decideva ad abbassare la pistola. Era una situazione senza via di uscita. Pensai con angoscia che sarei morta, e il fatto che la stessa sorte sarebbe toccata a Giulio non mi era minimamente di conforto.
Fu mio zio a rompere quell’impasse. Prese accuratamente la mira, incominciò a premere il dito sul grilletto. Evidentemente Giulio non resse la tensione. Lasciò scivolare il braccio lungo il fianco. L’incubo era finito! Trassi un profondo sospiro di sollievo, mi divincolai dalla sua stretta . “Consegna la pistola a mia nipote.”, disse mio zio. Io non so sparare, ma almeno in questo modo Giulio sarebbe stato disarmato, e comunque avrei potuto fingere. Lui obbedì, porgendomi l’arma. Non ci restava che portarli alla più vicina caserma dei carabinieri. Non ci sarebbero stati problemi: avremmo testimoniato in tre contro di loro. Stavo per per prendere quell’odioso strumento di morte, quando Maria Luisa ci colse tutti di sorpresa. Il suo polso scattò all’improvviso. Il colpo di frusta fu violento e preciso, centrò in pieno la mano di mio zio. La sua pistola cadde a terra con un piccolo tonfo attutito dalla moquette. “Bastardo!”, sibilò la donna. Vibrò una seconda scudisciata, questa volta diretta al viso.
Giulio rise. “Brava, piccola!” Chiamò l’ascensore. “E adesso è finita.”, disse.
Mentre guardavo lampeggiare i numeri dei piani, mi resi conto di quanto la vita mi fosse preziosa. Ero una giovane donna normale, realizzata nel lavoro, contavo su buone amiche quali Patrizia, mi piaceva il sesso. Non volevo morire. Non mi sembrava giusto. Maledissi lo stravagante comportamento di mio zio, che a sessant’anni credeva di potersi trasformare in un “giustiziere della notte”. Forse aveva fatto davvero il contrabbandiere, ma ormai era vecchio e inadatto a situazioni di lotta e di violenza. Mi vergognai subito di quei pensieri: lui aveva cercato di salvarmi, e sarebbe morto a causa mia. Dovevo impedirlo! Ma era impossibile. Giulio aveva la pistola, Maria Luisa mi faceva paura. Come avrei potuto oppormi a loro? Non avevo né la forza né la freddezza sufficienti per farlo. Con un nodo allo stomaco, vidi che mancavano solo due piani, poi l’ascensore sarebbe arrivato, ci avrebbero portato in qualche bosco e lì saremmo stati giustiziati.
Mi tremavano le gambe, l’angoscia mi impediva perfino di piangere.
Ancora un piano.
Se fossi riuscita a strappare la frusta dalle mani di Maria Luisa…
Lei sembrò intuire i miei pensieri, perché mi afferrò per un polso, stringendolo con forza sorprendente. Lucia era bianca come uno straccio. Lei era la vittima più innocente. Mio zio non si lamentava per il dolore, ma aveva perso la sua energia: appariva abulico e distante. Giulio non manifestava emozioni. Gli occhi di Maria Luisa brillavano di piacere.
Io ero disperata.
L’ascensore arrivò al nostro piano.
Solo per il gusto di farmi male, Maria Luisa mi torse il braccio dietro alla schiena fino all’altezza delle scapole. Provai un dolore lancinante.
L’ascensore cominciò ad aprirsi.
In quegli istanti infinitesimali la mia mente fu attraversata da mille pensieri. Non voglio dire che rivissi tutta la mia vita in un solo secondo; queste cose si leggono sui libri ma non sono vere: certo è che fui raggiunta da ricordi, emozioni, gioie e dolori che appartenevano al mio passato. L’ultima sensazione fu quella del contatto meraviglioso del sole sulla mia pelle.
L’ascensore si aprì.
Non era vuoto.
C’erano quattro poliziotti con le armi spianate.
Uno di loro, forse il capo, apostrofò mio zio: “Perché é venuto in anticipo?”
Tony, perplesso, consultò l’orologio.
Poi scoppiò a ridere.
“Faccio sempre casino.”, borbottò.
Io mi voltai in direzione di Giulio. “Scacco al re!”, sibilai.
“Scacco matto.”, puntualizzò lo zio.

Quella stessa sera mio zio mi fece fumare la mia prima canna.
A me piace Vasco, ma lui voleva ascoltare questi “sconosciuti” Jefferson Starship.
Mi tolsi le ballerine, mi sdraiai sul divano e chiusi gli occhi.
Convenni con lui che era grande musica.

Read Full Post »

ElisaNei giorni seguenti non ebbi tempo di pensare a mio zio e alla sua promessa di aiuto.
A prescindere dal fatto che era un uomo sbadato e che probabilmente si era già dimenticato della mia triste storia, un nuovo problema angustiava Giulio e di conseguenza me e Maria Luisa. In fondo, vivevamo di luce riflessa. Un cliente estremamente ricco ed eccentrico lo aveva avvicinato con delle richieste che Giulio reputava inaccettabili. Inizialmente si era limitato a chiedere una minorenne. Era disposto a pagare molto, e Giulio aveva preso in considerazione la proposta, sebbene fosse pericolosa e di difficile attuazione. In seguito, il cliente, che si faceva chiamare “il dottore”, aveva specificato che la ragazza doveva essere ancora vergine. Questo era già più complicato.
La terza richiesta del dottore era agghiacciante: voleva assistere a una scena di tortura. Prima Maria Luisa avrebbe dovuto frustarla, e poi Giulio consolarla possedendola. Al rifiuto di Giulio, il dottore aveva rilanciato: la sventurata doveva morire fra atroci sofferenze. Per Giulio era fuori questione anche la sola idea. Ma, a questo punto, il dottore aveva calato l’asso sul tavolo.
Un milione di euro.
Giulio era allibito. Aveva chiesto una pausa di riflessione, confidandosi con noi. Naturalmente mi ero opposta fermamente a quell’autentica abberrazione. Maria Luisa, invece, aveva dato parere positivo. Conosceva anche una ragazza che faceva al caso nostro, abbastanza ingenua da poter essere intrappolata. Era bella e aveva un’aria innocente che, secondo lei, avrebbe eccitato in modo indicibile il dottore. Per Giulio non si trattava di un problema etico. Semplicemente, aveva paura. Ma un milione di euro rappresentava una cifra immensa, da sogno, capace di addormentare molte coscienze, e tale da giustificare il tremendo rischio. Tuttavia quel laido essere esitava, combattuto fra ingordigia e timore. Maria Luisa premeva perché accettasse, io ero affranta e sbigottita.
Alla fine Giulio decise per il sì. Ma occorreva organizzare il tutto in modo perfetto, senza la possibilità di un minimo errore. Anche la più banale distrazione avrebbe potuto rovinarlo. Era necessaria una preparazione più che accurata, andava vagliata in maniera scientifica ogni possibile evenienza. Inoltre, voleva essere pagato in anticipo.
Il dottore ribatté dicendo che avrebbe consegnato i soldi non appena avesse visto la vittima. Ci fu un lungo braccio di ferro, che si concluse con la capitolazione di Giulio.
Per un milione di euro quell’uomo avrebbe venduto l’anima al diavolo.
Naturalmente ero decisa a impedire l’assassinio. Sarei andata alla polizia. Al diavolo le conseguenze! La vita di quella povera ragazza era più importante della mia reputazione. Forse Giulio mi lesse nel pensiero. Quando rincasai dal lavoro, trovai Maria Luisa che mi aspettava. L’esecuzione era prevista per quella sera, ma mancavano ancora tre ore e pensavo di avere tutto il tempo per fermare quella barbarie.
Purtroppo non andò così. Maria Luisa mi impedì di telefonare alla centrale e mi costrinse a raggiungere Giulio. Volevano che partecipassi anch’io: così sarei stata per sempre nelle loro mani.
La ragazza si chiamava Lucia. Non so come Maria Luisa fosse riuscita a convincerla. Adesso era sdraiata sul letto, nuda, legata ai polsi e alle caviglie, un bavaglio sulla bocca, gli occhi pieni di terrore.
Distolsi lo sguardo. Mi sentivo spregevole, ma per quanto mi sforzassi disperatamente di trovare un modo per salvarla, mi rendevo conto che non avrei potuto fare nulla per lei. Loro erano in due, e sapevo che Giulio aveva anche una pistola. Stavo per gridare che era pronta a prendere il suo posto, quando il suono del citofono mi fece trasalire.
Maria Luisa andò a rispondere. Nelle mani cingeva una frusta; aveva un’espressione eccitata e febbrile.
Maledetta stronza, pensai.
Pochi minuti dopo bussarono alla porta.
Giulio aprì.
Entrò il dottore.

Read Full Post »

ElisaIl primo fu un uomo obeso di circa cinquant’anni. Era antipatico e arrogante, ma per fortuna scarsamente dotato e soprattutto sprovvisto di resistenza. Venne non appena Maria Luisa gli sfiorò il membro, e poi non ci fu verso di farglielo tornare duro. Per eccitarlo facemmo l’amore noi donne e, sebbene la detestassi, la mia “collega” riuscì a farmi impazzire come la prima volta in cui ci eravamo trovate nello stesso letto. Dovrei aggiungere che se Patty era la Monica Bellucci dei poveri, Maria Luisa la seguiva a ruota, anche se assomigliava piuttosto a Christina Hendricks, almeno vagamente. Una discreta station wagon, volendo proseguire il paragone con le macchine.
Al secondo appuntamento andai da sola. Quando tornai a casa mia mi sentivo sporca e infelice.
A volte facevo sesso con Giulio e Maria Luisa, però se qualche cliente non era rimasto soddisfatto della mia prestazione, mi costringevano a guardare senza permettermi di partecipare. Con il passare dei giorni il mio odio verso quella diabolica coppia cresceva a dismisura; ciò nonostante, questo non mi impediva di desiderare Giulio. Evidentemente amavo il degrado, anche se non me ne ero mai resa conto.
Una sera risposi male a un cliente. Non voglio raccontare come venni punita perché si trattò di un’esperienza troppo umiliante, di quelle che ti segnano per una vita. Guadagnavo molto, ma avrei rinunciato volentieri a quei soldi: il problema era che non potevo farlo, mi trovavo legata mani e piedi, e non ero in grado di ribellarmi se non al prezzo di uno scandalo che mi avrebbe travolta. Se Giulio avesse mostrato quelle foto, avrei perso il lavoro, le amicizie, la stima di tutti quelli che mi conoscevano.
E le foto aumentavano. Il passo successivo furono i filmini. Non avevo via di scampo. Mi sembrava di vivere in un incubo perenne, solo che non era un sogno ma la mia vita.
In linea di massima, lavoravo tre sere a settimana, a volte quattro. Quasi sempre erano uomini. In un paio di casi andai a letto con una donna, e forse quelle si dimostrarono le esperienze meno sgradevoli.
Poi arrivò il momento in cui compresi che non potevo continuare così, a nessun prezzo. Accadde una mattina, mentre rincasavo dopo aver trascorso la notte con un depravato. “Piuttosto mi ammazzo.”, pensai. Fu allora che mi venne in mente mio zio. Non avrebbe potuto aiutarmi, questo lo sapevo, ma almeno mi sarei sfogata con qualcuno, e forse avrei ricevuto un consiglio, un barlume d’idea, uno spiraglio, un minimo appiglio, anche degli insulti se necessario. Meglio del silenzio. Meglio di quelle serate disgustose, in cui perdevo brandelli di anima che non avrei mai più riavuto.
Da sempre adoro mio zio. E’ completamente diverso da mio padre, del quale è maggiore di due anni. Si chiama Antonio, ma tutti lo chiamano Tony. E’ un pittore di mediocre talento. Negli anni settanta aveva girato l’America in lungo e in largo, senza un soldo, suonando la chitarra agli angoli delle strade. Nel frattempo suo fratello conseguiva la maturità scientifica e si iscriveva a Economia e Commercio…
Ha fatto mille lavori. Addirittura si vociferava che per qualche tempo si fosse dedicato al contrabbando marittimo. Ma, probabilmente, questa era solo una leggenda metropolitana.
Mio zio è unico. Un hippy di sessant’anni. L’unica persona che, forse, mi sarebbe stata ad ascoltare.
Mi recai da lui con il cuore che batteva forte.
Lo trovai al telefono. Stava litigando con un amico per via di un certo Craig Chaquito. A detta di mio zio era un chitarrista bravissimo, e i Jefferson Starship rappresentavano la logica evoluzione dei Jefferson Airplane. Mentre snocciolava nomi di album e di canzoni, fumava una sigaretta dopo l’altra. Poi disse qualcosa a proposito dei Pink Floyd. Per me era arabo. Mi fece cenno di accomodarmi e io attesi pazientemente che la telefonata finisse. Intanto guardavo i suoi ultimi quadri, notando un certo miglioramento specie nell’uso del colore.
Quando riagganciò, gli raccontai tutto, senza tralasciare nemmeno un particolare e senza tentare di giustificarmi. Mi ascoltò in silenzio.
I suoi lunghi baffi sembravano vibrare per l’indignazione, gli occhi azzurri avevano assunto una luce strana. Si alzò, prese due lattine di birra dal frigo, me ne porse una, aprì la sua e mandò giù un’abbondante sorsata.
“Ci penso io.”, disse.

eBook2Ambientato in Inghilterra, questo romanzo ricco di suspance copre un periodo di tempo assai vasto: dalla fine dell’ottocento alla seconda guerra mondiale. Il protagonista, Alex Alliston, da misero orfano assurgerà al rango di lord e di magnate dell’editoria, attraverso una lunga serie di avvenimenti, intrighi e congiure, orditi da nemici spietati, fra cui risaltano le figure di Bellatrix Harrows, donna perfida e priva di scrupoli, e del malvagio Jacobus Van der Vaart. Al suo fianco, il geniale Carrick, investigatore bizzarro tuttavia dotato di straordinario acume, e la caparbia Joan. Ma molti sono i personaggi di spicco di questa appassionante vicenda; in particolare i tre grandi amori di Alex: Helen, Jane e Monica. Tre donne molto diverse ma accomunate dalla passione e da un destino drammatico. E poi l’avventuriero Sam Richards, la psicopatica Silvia e Nancy, figlia adottiva di Alliston, figura enigmatica e controversa, ma anche scrittrice provvista di grande talento. Nomi che resteranno a lungo impressi nella vostra memoria per l’efficace caratterizzazione con cui l’autrice è riuscita a “farli vivere sulla carta”.
Sullo sfondo, il conflitto anglo-boero e le due guerre mondiali, frutto di un’attenta ricostruzione storica. All’inizio del libro ampio spazio è dato anche a uno dei personaggi più terribili degli ultimi due secoli: Jack lo Squartatore contro il quale Carrick ingaggerà una lotta senza quartiere nelle cupe e nebbiose notti londinesi.
Scritto in modo scorrevole e avvincente, “Alex Alliston” vi terrà con il fiato sospeso fino all’ultima pagina… all’ultima riga, pervase di poesia e di sentimento.

UN REGALO PER IL PROSSIMO NATALE A SOLI EURO 4,99?
NATURALMENTE E’ DISPONIBILE ANCHE IL LIBRO.
CLICCARE QUI: http://www.booksprintedizioni.it/libroDett.asp?id=905

Read Full Post »

ElisaIl giorno dopo mi svegliai in preda al disgusto. Ero andata a letto con due sconosciuti, e quando era intervenuta Maria Luisa non mi ero opposta. Il fatto che quell’esperienza mi fosse piaciuta peggiorava sensibilmente la situazione. Non c’era stato nulla di romantico, di bello, di poetico: avevamo scopato come animali lascivi, senza alcun coinvolgimento emotivo. Giulio non provava un vero interesse per me, era solo un depravato che amava farsi il maggior numero di donne possibili, e che non si accontentava di averne soltanto una nel letto.
Ma io mi ero comportata male. Avrei dovuto ribellarmi, insultarli, uscire immediatamente da quella casa. Invece, avevo ceduto al richiamo dei sensi, non ero riuscita a far prevalere la ragione.
Nel corso di quella notte, avevo subito anche delle esperienze degradanti, e purtroppo mi erano piaciute. Non ci saremmo più rivisti, questo era certo; tuttavia la mia colpa era ugualmente grave, e quello che avevo fatto sarebbe rimasto per sempre nella mia memoria, una macchia che difficilmente sarei riuscita a lavare. Ero tentata di confidarmi con Patrizia, ma dopo una breve riflessione scartai quell’idea. Lei aveva un altro genere di opinione su di me: era possibile che poi mi disprezzasse. Non ero stata drogata, né costretta con la forza; semplicemente avevo accettato quel triangolo perché mi piaceva, perché volevo godere.
“Non mi cercherà più.”, pensai, ed era un pensiero che mi dava sollievo.
Mi sbagliavo. Due sere dopo tornò da “Max”. Io stavo aspettando Patty, seduta a un tavolino d’angolo. Lui diede vita al solito show con il barman, poi venne ad accomodarsi vicino a me. Io ero fredda e ostile. Giulio mi sorrise. Questa volta era solo un sorriso lupesco, non vi era traccia del falso candore che aveva esibito quando ci eravamo conosciuti.
Sorseggiò il cocktail, quindi si protese verso di me. “Sei un animale da letto.”, disse fissandomi negli occhi. Nei suoi c’era una luce fredda, che non gli conoscevo. Meditai di schiaffeggiarlo, ma non volevo fare scenate in un posto che frequentavo da anni. “Anche tu.”, ribattei con voce incolore, e con uno sguardo altrettanto gelido. “E anche Maria Luisa.”, disse lui portandosi una patatina alla bocca. “Vedi, cara Elisa, devi sapere che io conosco molte persone importanti: uomini influenti, donne ricche, giovani di buona famiglia. Sono sempre a caccia di nuove sensazioni. Al di là delle apparenze, la loro vita è spesso vuota, noiosa. Maria Luisa è una numero uno, ma tu, tu con quell’aria da personcina perbene, potresti risultare ancora più seducente, senza contare che insieme formate una coppia sensazionale. A te piace essere scopata, che siano maschi o femmine non importa; sei nata per il sesso, hai una capacità erotica che raramente avevo riscontrato prima d’ora. Inoltre, a parte il diletto, potresti guadagnare molti soldi. Le cose funzionano così: il cinquanta per cento a me…”
Scattai in piedi. Non avevo alcuna intenzione di lasciarlo proseguire. Stavo per girarmi e per raggiungere il più rapidamente possibile l’uscita, quando lui assunse un’espressione minacciosa. “Siediti! Non ho ancora finito.” Non saprei mai spiegare il motivo che mi indusse ad obbedirgli, forse era un presentimento, sesto senso o qualcosa del genere, chi lo sa. Fatto sta che mi lasciai cadere sulla sedia. Lui tirò fuori una busta da una tasca della giacca. Era una busta commerciale, voluminosa, a giudicare dallo spessore sembrava piena di fogli. Ma non conteneva lettere. Man mano che depositava quelle foto sul tavolo, una a una, quasi fossero carte da gioco, mi sentivo gelare. In alcune avevo il foulard sugli occhi, in altre ero a viso scoperto; in tutte avevo un’espressione eccitata, sconvolta o addirittura estatica.
“Sono venute bene, vero?”
Bevve un altro sorso. “Ti immagini la faccia di Patrizia, del tuo capo, dei tuoi colleghi, di tutte le persone che conosci? Guardando queste immagini scoprirebbero un’Elisa ben diversa da quella che credevano di conoscere. Non trovi, piccola?”
Io ero agghiacciata.
Lui rise.
“Scacco alla regina.”, disse, prima di finire con un unico sorso l’aperitivo.

eBook2VI RICORDO IL MIO LIBRO “ALEX ALLISTON” A SOLI EURO 4,99 SU E-BOOK (COMUNQUE DISPONIBILE ANCHE IN CARTACEO). UN REGALO PER IL PROSSIMO NATALE? GIULIO LO HA DONATO A ELISA 😀
CLICCARE QUI: http://www.booksprintedizioni.it/libroDett.asp?id=905

Read Full Post »

ElisaSe con Franco c’era stata tenerezza, con Paolo passione, con Stefania soltanto un gioco intrigante, con Giulio fu il delirio dei sensi. Non avrei mai lontanamente immaginato di poter sperimentare emozioni talmente forti da farmi temere di morire. Ero ignara dei poteri del mio corpo. Gli orgasmi si succedevano, mentre io vagavo con la mente in territori lontani e sconosciuti, dove a un tratto la stessa concezione del piacere sembrava perdere il senso che le avevo sempre attribuito, per trasformarsi in un mondo di ghiaccio e di fuoco, di riso e di pianto; un ottovolante che non saprei se definire angelico o infernale. Venivo catapultata in abissi profondi e bui per risalire improvvisamente in cieli stellati. La luce era così intensa che non riuscivo a reggerne la vista, così calda da togliere il fiato. Ero un oggetto pulsante avulso da qualsiasi forma di realtà che non fosse quella pressante del suo membro che mi riempiva, mi squassava, mi colmava di sensazioni di sconvolgente intensità.
Aveva iniziato baciandomi i piedi, i polpacci, leccandomi le cosce. Nella penombra della stanza, il suo corpo ricordava quello di un antico guerriero; i pettorali erano scolpiti, al tatto apparivano simili all’acciaio. Era lucido di sudore, i muscoli delle braccia spiccavano perfettamente definiti, il ventre piatto non presentava il minimo accenno di grasso, le spalle larghe e solide avevano la consistenza di una roccia. Credo di aver detto che non amo questo genere di fisico, ma evidentemente per lungo tempo avevo commesso un errore di valutazione. A livello razionale non ero interessata a paragonarlo ai miei precedenti amanti, ma era impossibile non riconoscere la differenza fra quel superbo corpo d’atleta e il fisico un po’ flaccido di Franco, quello da comune mortale di Paolo o alle forme troppo opulente di Stefania. Naturalmente non era questo che contava: fu solo dopo che compresi a fondo quello che lo separava dagli altri tre. Successe quando mi penetrò, invadendomi e, sebbene fossi già bagnata, strappandomi un gemito di dolore. Poi il mondo cambiò aspetto e, per la prima volta in vita mia, conobbi l’estasi.
Più tardi, mentre cercavo di recuperare le forze, Giulio mi disse che aveva in serbo una sorpresa per me. Io stavo rivivendo mentalmente il meraviglioso sortilegio di quella serata. Mi domandai oziosamente cosa avesse in mente.
Non tardai a scoprirlo.
Mi offrì una coppa di Dom Pérignon. Assaporai con piacere lo champagne. Mi sentivo stanca ma felice. Non avrei mai più voluto alzarmi da quel letto. Quando ebbi finito di bere, mi tolse il bicchiere dalle mani, quindi mi chiese se poteva bendarmi. Non avevo paura di lui, mi sentivo protetta e a mio agio. Acconsentii senza problemi. Mi disse di stendermi. Io obbedii. Probabilmente mi addormentai, un sonno di pochi minuti che Giulio interruppe baciandomi in bocca. Ricambiai il bacio e in quel momento sentii il peso di un altro corpo sul letto. Subito portai le mani al foulard che mi impediva di vedere, ma Giulio me lo impedì con delicatezza. Poi avvertii il contatto di un dito sul clitoride. Non apparteneva a Giulio, ne ero certa. Non era il tocco di un uomo. Allungai un braccio per allontanare quella nuova presenza, ma lei mi bloccò per il polso. “Rilassati. Sei bellissima!” Era una voce molto sensuale. Il dito sapeva individuare con precisione diabolica i centri nervosi del mio clitoride. Proseguì all’infinito, fino a che non mi misi a urlare. Poi la donna si stese su di me e mi baciò; incominciò a succhiarmi i capezzoli. Giulio mi penetrò nuovamente.
Le ore trascorrevano lente.
Io stavo impazzendo.
Ma dentro di me sapevo che non stavo facendo una cosa giusta.

Read Full Post »

ElisaLa teoria secondo la quale gli opposti si attraggono ha sicuramente un fondo di verità. Ci potrebbe essere anche un’altra spiegazione: una sorta di masochismo latente che in passato mi aveva indotta a lasciare un ragazzo che aveva tutte le caratteristiche per piacermi con il risultato di trovarmi invischiata in una storia senza capo né coda. Ignoro la risposta esatta; d’altro canto noi rappresentiamo un grande mistero, e certe pulsioni sono irrazionali per definizione.
Con il passare dei minuti (e dopo un altro giro di aperitivi), mi resi conto che, nonostante l’antipatia iniziale, Giulio mi piaceva. Non era un uomo superficiale. Malgrado le apparenze, dimostrava cultura, uno spiccato senso dell’umorismo e un certo spessore umano che non avrei immaginato potesse appartenergli. Certo, era inguaribilmente vanesio, troppo sicuro di sé, eccessivamente legato a uno stile di vita che non mi apparteneva. Mi colpì positivamente quando a un nuovo trillo spense ambedue i cellulari. Mi garbava meno il modo con cui trattava Patrizia, che considerava alla stregua di un soprammobile, di un essere inanimato e inutile. Ma il suo sguardo mi bruciava. Vergognandomi di me stessa, iniziai a fantasticare di fare sesso con lui. D’un tratto sentii le gambe molli.
Quando Patty disse che doveva lasciarci perché aveva un appuntamento con una coppia di amici, capii subito che stava mentendo, tuttavia le fui segretamente grata, e pochi minuti dopo accettai l’inevitabile invito a cena. Durante il tragitto in Bmw non parlammo. Io covavo strani pensieri, mi sentivo combattuta e incerta. “E’ solo una cena.”, mi ripetevo, sapendo invece che saremmo finiti a letto quella sera stessa.
Per sgombrare il campo da eventuali equivoci voglio precisare che io non sono quel tipo di donna. Prima di quella sera avevo fatto sesso solo con tre persone: Franco, il moroso che avevo scioccamente lasciato; Paolo, il suo successore; e Stefania, la mia compagna di banco al liceo che mi aveva sedotta in un pomeriggio estivo, mentre preparavamo assieme l’esame di maturità. Quella con Stefania era stata un’esperienza sui generis. Non sono attratta dalle donne; finii a letto con lei solo perché mi intrigava l’idea della trasgressione, e poi perché ero curiosa di scoprire come facevano l’amore le altre ragazze. Non intendo giustificarmi, racconto questi fatti unicamente per far capire che provavo un’attrazione veramente forte per Giulio. Era una situazione ironica: non amo gli uomini palestrati e vincenti, prediligo anime sensibili e sofferte, non a caso Franco era il classico intellettuale di sinistra, barba, occhiali da vista e il peso del mondo sulle spalle. Giulio era intelligente, ma rappresentava l’esatto prototipo del maschio da evitare ad ogni costo.
Mi spiegò che i suoi due cellulari rispondevano a esigenze diverse. Uno era riservato al lavoro, l’altro alla sfera privata. Ma, sebbene la cosa avesse un senso, trovavo ugualmente di pessimo gusto il fatto di esibirli entrambi, specie in un luogo pubblico. Quando ci sedemmo a tavola (naturalmente aveva scelto un ristorante esclusivo), con mio grande sollievo non parlò di moto, vacanze alle Maldive o case di montagna. Non parlò nemmeno di sé. Affrontò altri argomenti. Aveva un’ innata predisposizione all’ironia, e un profumo assai gradevole.
Al momento del dolce decisi di stuzzicarlo. “Non hai mai trovato una ragazza che ti abbia resistito?”
Giulio sorrise. Una via di mezzo fra il ghigno compiaciuto di un lupo e l’espressione colma di candore del più innocente fra i bambini. “Sono come Lancillotto.”, rispose. “Lui cercava un cavaliere che si dimostrasse alla sua altezza, io da sempre spero di incontrare una donna che sia capace di respingermi.”
“Allora questa è la tua serata fortunata!”
Scosse la testa. “Non credo.”, disse. “Quantomeno non in quel senso. E’ una serata più che fortunata, ma per altri motivi.”
La sua impudenza mi irritò. “Accompagnami a casa, per favore.”
“Certo.” Chiese il conto. Non mi stupii minimamente quando vidi l’incredibile serie di carte di credito che il suo portafoglio conteneva. 
Uscimmo dal ristorante, salimmo in macchina, lui si diresse verso il centro. Non mi aveva chiesto dove abitavo, e io non glielo avevo detto.
Naturalmente andammo a casa sua.

Read Full Post »

ElisaE’ la seconda volta che abbandono una storia senza finirla. Su Splinder interruppi “La luce verde” per ragioni che ancora oggi trovo più che plausibili. Qui su WordPress lascio incompiuto, almeno per il momento, “Il fattore B”. I motivi di questa decisione credo siano sotto gli occhi di tutti.

Quando incontrai Giulio non ero interessata a conoscere un uomo. Meno che mai ad intraprendere una relazione. Lo stato di single presenta molti vantaggi, specie se si ha la fortuna di poter contare su due buone amiche, di essere soddisfatta e realizzata nel lavoro, e di avere interessi culturali sufficienti a dare un senso a molte serate.
Inoltre, Giulio era bello e presuntuoso, un rampante abituato ad avere le donne ai suoi piedi, un fissato per la forma fisica, di quelli che riescono a trasformare una giornata di ventiquattro ore in uno spazio temporale metafisico che finisce per contemplarne ventotto, trenta o anche trentadue. Palestra, jogging, tennis, naturalmente ufficio, ma anche aperitivi, cene, serate mondane. Mi sono sempre chiesta come individui simili riescano a svegliarsi alle sette del mattino in perfetta forma, determinati, pieni di vita, già pronti a sbranare tutti quelli che incontreranno lungo il loro cammino, ragazze, clienti, amici (in realtà, devoti sudditi), bilanciere da centoventi chili.
Lo conobbi da “Max”, il mio solito bar. Stavo bevendo un drink con Patrizia, uno dei miei due angeli custodi, e mentre sorseggiavamo il consueto improbabile cocktail cui quel locale deve la sua dubbia fama, discutevamo animatamente sulle ragioni del probabile avvento di Renzi. Giulio entrò da solo, abbronzato, alto, camicia azzurra aperta sotto la giacca di Armani, due cellulari che usava contemporaneamente. Si accomodò al banco, vicino a noi, e mio malgrado fui costretta ad ascoltare una vergognosa telefonata in cui il nostro liquidava senza alcun pudore una certa povera Pucci, ed un’altra che invece lo vedeva promettere guadagni sicuramente assurdi a un non meglio identificato dottor Cosimini, che a quanto pareva accoglieva come oro colato quelle millanterie cui io non avrei mai prestato fede, magari sbagliando, chi può dirlo.
Patrizia è una Monica Bellucci dei poveri e ovviamente Giulio le rivolse un sorriso smagliante, rivelando una dentatura perfetta che per qualche strano motivo accrebbe immediatamente la mia antipatia. Forse perché mi ricordava il mio ex, sebbene Paolo fosse assai meno prestante e vanaglorioso. Patty restituì il sorriso e, prima che io potessi intervenire, accettò due aperitivi, le cui dosi furono stabilite personalmente da Giulio. Credo che fosse la prima volta che veniva da “Max”, ma sembrava già il padrone del bar; con incredibile naturalezza aveva preso in mano la situazione, relegando il barman al ruolo di semplice esecutore dei suoi ordini, affascinando la cassiera e, ciò che è peggio, la mia amica. Io volevo rifiutare il drink e andarmene (a tanto si spingeva la mia antipatia), ma Patrizia mi prese per un braccio, sussurrandomi all’orecchio: “E’ troppo fico, io questo me lo mangio!”
“Buon appetito.”, pensai cinicamente, tuttavia non ebbi il coraggio di lasciarla da sola. Assaggiai con diffidenza l’aperitivo, e benché fossi prevenuta, dovetti ammettere che era squisito.
Poi accadde qualcosa di totalmente inaspettato.
Dovete sapere che se Patrizia ha la carrozzeria di una Ferrari, io a stento arrivo a quella di una Ka. Forse Giulio si era stancato di maggiorate ipervitaminizzate, oppure era possibile che fosse particolarmente attratto dagli occhi di una donna. Modestia a parte, i miei sono belli, castani, profondi, espressivi; l’unico particolare che mi piace del mio aspetto, dato che, a parte le gambe, sarei portata a scartare tutto il resto senza remora alcuna. A detta di Patrizia sono troppo autocritica. In effetti, onestamente non posso definirmi brutta. Diciamo, sul carino andante; però sono piccola, con poche tette, e mi vesto in modo non appariscente. La circostanza che metta spesso le ballerine, mentre Patty porta quasi sempre scarpe con i tacchi, aumenta sensibilmente il gap che esiste fra di noi.
“Elisa, dovresti valorizzarti di più!” Quante volte mi sono sentita rivolgere questa stupida frase. Ma io preferisco valorizzarmi in altri modi, legati allo spirito e non al corpo.
Il fatto inaspettato fu che Giulio si dimenticò della presenza di Patrizia, la ignorò nella maniera più assoluta, e incominciò a parlare solo con me.
Io rispondevo a monosillabi…

eBook2VI RICORDO IL MIO LIBRO “ALEX ALLISTON” A SOLI EURO 4,99 SU E-BOOK (COMUNQUE DISPONIBILE ANCHE IN CARTACEO). UN REGALO PER IL PROSSIMO NATALE? YARBES LO HA DONATO A PUTIN 😀
CLICCARE QUI: http://www.booksprintedizioni.it/libroDett.asp?id=905

Read Full Post »

eBook2ALEX
L’ufficio del signor Trachtenberg era vecchio e polveroso.
Sul tavolo ingombro di incartamenti c’era una bottiglia di Chivas. Trachtenberg si alzò e andò a prendere due bicchieri, versò due dosi generose e allungò un bicchiere ad Alex. Alliston declinò l’offerta. Alle nove del mattino non gli sembrava il caso di mettersi a bere whisky. Trachtenberg si concesse un abbondante sorso, quindi sorrise soddisfatto. “Dunque volete comprare la mia casa editrice?”
“Dicono che è in vendita.”
“Già. Cosa ne sapete di editoria?”
“Assolutamente niente.”
“Bene.” Trachtenberg finì il bicchiere e si versò subito una seconda dose. “Il miglior modo per iniziare una giornata.”, osservò, indicando la bottiglia. “Sicuramente meglio del porridge.” Era un uomo vicino ai sessant’anni, con i capelli ancora sorprendentemente biondi e baffi rigogliosi del medesimo colore. Gli occhi erano di un celeste pallido. Per essere un classico inglese dalla carnagione chiara, aveva il viso troppo rubizzo; ciò dipendeva dall’alcool, pensò Alex. Indossava una giacca di tweed e la cravatta di Oxford.
“Signor Alliston”, disse, “siete stato voi a far pubblicare dal vecchio Carter un libro di poesie intitolato “Dreams” e scritto da un certo John Valance?”
Alex annuì. “Un pessimo affare.”, ammise. “E’ stato per accontentare mia figlia. Purtroppo quelle poesie sono…”
“Splendide!”, lo interruppe Trachtenberg. “Il problema è che Carter non sa vendere. Non ne è mai stato capace e non si può certo sperare che incominci a imparare adesso.” Fece un gesto sprezzante con la mano, come a liquidare l’argomento. “Voglio darvi solo quattro consigli, poi intascherò il vostro assegno e questa baracca sarà vostra.”
“Ve ne sono grato.”, replicò Alex.
“Primo: non fidatevi dell’opinione dei cosiddetti editor. Quando un autore sconosciuto vi porterà il suo manoscritto, nella convinzione di essere il nuovo Christopher Marlowe, leggete le prime venti pagine. Se vi piacciono, passate il testo agli editor; in caso contrario, cestinatelo. Non scordate mai che i soldi sono vostri e pertanto la decisione spetta a voi solo. Secondo consiglio: non ascoltate mai il parere di un critico, anche se fosse un nuovo Belinskij. Per la maggior parte, i critici sono degli scrittori falliti che si lasciano guidare dal risentimento e dalla frustrazione. Terzo: un romanzo è buono quando vi suscita delle reazioni: commozione, rabbia, odio viscerale per un protagonista, trepidazione per l’eroina. Se, quando incominciate a leggerlo, perdete la nozione del tempo, e all’improvviso scoprite che si è fatta sera… e ancora non volete smettere di andare avanti… allora, siate sicuro, e pubblicate. Negli altri casi, invece, andate molto cauto. Infine, non imitate l’esempio di Carter: un libro va promosso, fatto conoscere, altrimenti non uscirà mai dai negozi. Studiatevi un po’ i metodi di quegli yankee: per essere ignoranti, sono ignoranti; però sanno “vendere”. Credo che vi basti sapere questo.” Trachtenberg si rilasciò sulla poltrona, tornando a dedicarsi al Chivas.
Ci fu un silenzio. Alex sapeva che Trachtenberg era stanco del suo lavoro. Ultimamente la casa editrice era in crisi, dato che lui la trascurava. “Un’occasione perfetta per rilanciarla.”, gli aveva detto Joan. Quando Alex le aveva chiesto come facesse a conoscerlo, la ragazza lo aveva guardato con aria di sfida. “Lui vuole soltanto morire in pace, pagare i debiti e andare a finire i suoi giorni ad Amalfi. Io lo accompagnerò.” Alex non le aveva rivolto altre domande.
“Bene, signor Alliston, per diecimila sterline la mia casa editrice è vostra.”
“Cinquemila.”, ribatté Alex.
“Voi volete offendermi.”
“Non oserei mai.”
“Novemila.”
Alex scosse il capo. “Cinquemila”.
“Questo è tradimento!”, esclamò Trachtenberg.
“Seimila”, concesse Alex.
“Buon Dio, non avete alcuna comprensione; siete un uomo intrattabile. Non merito un simile insulto. Ottomila.”
“Settemila e non ne parliamo più.”, disse Alex.
Trachtenberg gli porse il bicchiere. “Affare fatto!”
Alex trasse un profondo sospiro e suo malgrado sorseggiò il Chivas.

Trachtenberg si era sempre avvalso di una tipografia esterna. Alex meditò di acquistare l’occorrente per poter stampare i libri in proprio. In questo Joan aveva avuto ragione, convenne fra sé: la sua mentalità pratica, e l’esperienza maturata alla Pilgrim’s, gli permettevano di capire rapidamente il modo migliore per ridurre le spese e aumentare i profitti. Ma prima c’erano molte altre cose da fare. I dipendenti erano apatici e svogliati, i muri dell’edificio presentavano crepe preoccupanti, il suo ufficio andava imbiancato, la vecchia segretaria sostituita, visto che aveva dato il preavviso.
“Un passo alla volta”, pensò. La priorità principale riguardava il denaro. Doveva incominciare a guadagnare al più presto; aveva calcolato di avere riserve sufficienti solo per quattro mesi. Trascorso quel termine, si sarebbe trovato in gravi difficoltà. Avrebbe potuto chiedere un prestito a una banca, ma se possibile preferiva evitare di indebitarsi ulteriormente. Il contratto con Trachtenberg prevedeva infatti che l’anziano editore si impegnasse a pagare gli stipendi arretrati e a saldare i conti dei fornitori; Alex, dal canto suo, si accollava le esposizioni bancarie, fideussioni che ammontavano a circa cinquemila sterline.
L’aspetto più drammatico riguardava i manoscritti. Sembrava che tutti gli aspiranti scrittori di Londra non si fidassero più della Trachtenberg Books. Aveva cercato invano un romanzo, una raccolta di poesie, un saggio storico: gli scaffali erano desolatamente vuoti. Non poteva certo mettersi a scrivere lui, e per il momento teneva John Valance a debita distanza.
Alex si affacciò alla finestra. La Trachtenberg Books era situata in un vecchio stabile di Mayfair. Dall’altra parte della strada sorgeva un’elegante palazzina. Alle spalle dell’edificio, c’era Regent Street. Era una zona tranquilla, non troppo distante dal centro. Il signor Trachtenberg aveva scelto bene; peccato solo che negli ultimi tempi si fosse lasciato andare.
Quando si girò, Alex notò un plico dimenticato in un angolo dell’ufficio. Era un pacco che proveniva dalla Germania, e che il vecchio non si era nemmeno preso la briga di aprire.
Conteneva un voluminoso manoscritto, però era in tedesco.
Nancy conosceva perfettamente quella lingua.
Alex ricordò il primo dei quattro consigli di Trachtenberg: non fidatevi dell’opinione dei cosiddetti editor.
Si mise sottobraccio il manoscritto e lo portò a casa.
Era di un autore sconosciuto, tale Thomas Mann.
Si intitolava “Buddenbrooks – Verfall einer Familie”.

SILVIA (ARMINE)
Lo zenana era circondato da un rigoglioso giardino, delimitato da un alto muro di recinzione. Alle donne era proibito uscire da lì; e Silvia non avrebbe saputo dire dove si trovava esattamente. In qualche punto dell’Arabia, non troppo distante dal mare, supponeva: ma era tutto quello che riusciva a immaginare. Aveva subito pensato a come scappare, ma si era resa conto con amarezza che era un’impresa impossibile. All’interno dello zenana la sorveglianza era affidata agli eunuchi, che erano sospettosi e infidi; al di fuori, vigilavano guardie armate. Il cibo era squisito, i vestiti che indossava profumavano di pulito e dormiva fra soffici lenzuola; rispetto all’orribile stiva della nave, era come essere in paradiso, tuttavia quel paradiso in realtà era un inferno. A rigor di logica, avrebbe trascorso tutta la sua esistenza in quella prigione dorata e sarebbe stata sepolta nel cimitero situato in fondo al giardino, quando ormai vecchia e rassegnata sarebbe passata dal sonno alla morte, a meno che una malattia non l’avesse portata via prima.
Eppure, dentro di sé, sentiva che un giorno sarebbe tornata a Londra. Avrebbe rintracciato la dama bionda e l’avrebbe fatta morire tra indicibili tormenti.
Inizialmente, era stata impiegata come schiava: doveva occuparsi del giardino. Non era un lavoro particolarmente faticoso, specie per una donna energica; comunque presto era stata sollevata da quell’incarico. Era troppo bella per essere destinata a quel compito, sebbene il rawda rappresentasse il paradiso in terra. Non a caso, la sua struttura era studiata in base a precise regole matematiche: rappresentava un’anticipazione del premio di Allah. Il capo degli eunuchi, Abdel Hafez, l’aveva introdotta nell’harem. “Una piccola perla per allietare il nostro signore”, aveva commentato. Il fatto che Silvia non fosse cristiana, bensì musulmana, aveva facilitato le cose.
Nell’hanm vigeva una complessa organizzazione sociale.
In genere, l’atmosfera che vi regnava era di solidarietà e tavolta d’affetto; ma non mancavano invidie, intrighi e gelosie. Le donne dividevano spazi comuni, mangiavano insieme e trascorrevano la maggior parte delle ore a chiacchierare tra loro; in ogni caso, era consuetudine che le quattro mogli comandassero le concubine e venissero da loro riverite. Le ultime arrivate, di norma, erano trattate alla stregua di schiave, e dovevano mostrarsi umili e sottomesse.
Armine – così si faceva chiamare ora Silvia – non aveva alcuna intenzione di servire un’altra donna, né di essere relegata all’ultimo gradino della scala gerarchica: si sentiva superiore a tutte. Mise in chiaro le cose fin dal primo giorno. Qualche notte dopo, Samira, la favorita del momento, organizzò una spedizione punitiva. Mentre Armine dormiva un sonno inquieto, tre ragazze si avvicinarono al suo giaciglio. Armine condivideva un’unica grande stanza con sei donne, tutte giovani.
Samira era stata chiara: dovevano picchiarla fino a farle perdere i sensi; in questo modo, la nuova venuta avrebbe appreso le leggi non scritte che regolavano la vita all’interno dell’hanm. Naturalmente, gli eunuchi avrebbero capito cosa era successo, ma non ne avrebbero fatto parola con Ayman. Anche loro avevano paura della favorita. Samira non si sarebbe limitata a questo: avrebbe usato tutta la sua influenza per evitare che Ayman la vedesse e la frequentasse. Sarebbe passato almeno un anno prima che Armine godesse della sua compagnia. Sempre che nel frattempo si fosse comportata bene, dimostrandosi rispettosa e docile. Samira pensava proprio che la lezione che le sarebbe stata impartita quella sera le avrebbe fatto calare le arie. Armine era superba e altezzosa: si sarebbe trasformata in un pulcino spaurito.
Maisa la svegliò. Era la più fedele seguace di Samira.
Gli eunuchi stavano dormendo tranquilli e non sarebbero intervenuti. Maisa mise un bavaglio sulla bocca di Armine per impedirle di strillare, poi sferzò l’aria con uno scudiscio. Le altre due si chinarono per immobilizzarla. Scostarono il lenzuolo; una la afferrò per le caviglie, l’altra cercò di bloccarle i polsi.
Maisa si preparò a frustarla.
Poi tutto si svolse molto rapidamente.
Armine liberò le caviglie con un calcio e balzò in piedi.
Sulla nave, aveva rubato un pugnale a un marinaio, durante l’ora d’aria che veniva concessa quando facevano la doccia. Si era lasciata toccare il seno in modo da distrarlo e aveva fatto scomparire l’arma in mezzo al mucchio di cenci che rappresentava i suoi sudici vestiti. Ma allorché le era stato comunicato che era destinata a un hanm, aveva immaginato che sarebbe stata spogliata e perquisita dagli eunuchi, perciò a malincuore aveva gettato il pugnale in mare. Adesso era disarmata e doveva combattere contro tre avversarie, tuttavia sapeva che era in grado di ucciderle tutte e tre. Però sarebbe stato un grave errore. A causa di quel crimine, l’avrebbero imprigionata e torturata; forse sarebbe stata condannata a morte. Pertanto si limitò a strappare la frusta dalle mani di Maisa e a colpirla in pieno volto. Poi fronteggiò le altre due.
Parlava l’arabo meglio dell’inglese. Disse: “Statemi lontane o vi ammazzo!”
La fissarono impaurite. Armine era alta e vigorosa, e ora cingeva nelle mani lo scudiscio. Era una figura temibile, simile a una guerriera delle antiche leggende. Le tre giovani fuggirono, terrorizzate.
“Riferite alla vostra padrona che se lo desidera ce ne sarà anche per lei.”, le schernì Armine in tono beffardo.
Il giorno dopo, quando Ayman entrò nell’hanm, Armine si fece largo a gomitate. Voleva che Ayman la notasse. Sapeva di essere una delle donne più belle dell’hanm, e di certo la più affascinante, ed era sicura che lui l’avrebbe scelta per quella notte.
Se doveva rimanere lì, intendeva godere di tutti i privilegi possibili.

Chi volesse acquistare “Alex Alliston” clicchi qui: http://www.booksprintedizioni.it/libroDett.asp?id=905
“Alex Alliston” è reperibile anche su ibs.it, su www.deastore.com, su www.libreriauniversitaria.it o, tramite ordinazione, presso la vostra libreria di fiducia.
Peraltro, con un minimo di pazienza, troverete su Google molte altre possibilità, con sconti e spedizioni gratuite: sarà sufficiente digitare il titolo del libro.
“Alex Alliston” è disponibile anche su e-book.

Read Full Post »

Dieter HallerIl piano di Dieter Haller era semplice.
Per la verità, non era nemmeno un piano. Avrebbe suonato il campanello e, se Hans Schweinsteiger si fosse trovato in casa, gli avrebbe aperto; in caso contrario, lo avrebbe aspettato davanti alla porta.
Aveva rintracciato il suo indirizzo già da alcuni giorni, ma aveva preferito attendere prima di agire. Erano trascorsi due anni da quando aveva appreso che Hans, o Marcus come adesso si faceva chiamare, si trovava a Londra, perciò una settimana in più non cambiava le cose.
Non c’era un motivo preciso alla base di quella decisione: piuttosto, molti motivi, alcuni dei quali erano probabilmente inconsci, dato che gli sfuggivano. Il sottile piacere che prova il cacciatore durante l’attesa. Il desiderio di conoscerlo, osservandolo da lontano, in modo da inquadrare la sua personalità. Scoprire come viveva, che gusti aveva. Gli piacevano le donne, i cibi sofisticati, lo champagne. Indossava capi eleganti e calzava scarpe italiane. Era di bell’aspetto, in perfetta forma fisica, sicuro di sé, e affascinante come può esserlo un serpente velenoso.
Disponeva di svariate maschere, che utilizzava a seconda delle circostanze. Nel pub che frequentava si poneva come uno sciocco, con le donne era crudele e nelle trattative con i clienti inflessibile. Era intelligente e privo di scrupoli; ma questo Dieter lo sapeva già dalla sera dell’incidente, quando un camionista ubriaco lo aveva investito. Lo aveva preso dal lato del passeggero, però nell’urto un tubo della benzina si era rotto e staccandosi aveva inondato il collettore di scarico surriscaldato. La Bmw aveva preso fuoco. Dieter era sceso dall’auto in tempo, frastornato tuttavia incolume.
Quella sera Elke Wolff era morta a causa di un’overdose. Dieter sarebbe stato pronto a scommettere la sua vita sul fatto che Elke aveva smesso di drogarsi. Purtroppo, quando aveva individuato in Marcus il colpevole, questi aveva già lasciato la Germania. Ma Dieter era molto paziente.
A Londra aveva scoperto che in qualche maniera strana frequentava una famosa cantante e la ragazza con cui la cantante era legata. Le aveva seguite, ma alla fine si era detto che non contavano nulla per Marcus. Egli amava soltanto se stesso.
Si tolse il cappotto e suonò il campanello per la seconda volta.
Marcus non si trovava in casa.
Comunque, prima o poi, sarebbe arrivato.
A un tratto, la sua mente fu attraversata dal pensiero di Elke Wolff. Rivide il suo viso grazioso, rammentò il suo sorriso, la sua dolcezza ma anche la fermezza di cui era provvista. Riassaporò i baci che si erano scambiati nel piccolo monolocale.
Provò una grande pena.
Poi, come una macchina, cancellò Elke dal cervello.
Per scrupolo, suonò ancora una volta, anche se era improbabile che lui fosse in casa.
La porta si aprì.
Marcus lo scrutò, perplesso. Non lo aveva mai visto prima di allora.
Dieter si rivolse a lui in tedesco. Era meglio non fingere di essere un inglese, perché il suo accento lo avrebbe tradito. “Buona sera.”, disse. “Mi chiamo Dieter Haller e un “amico” comune mi ha indirizzato da lei.”
Marcus socchiuse le palpebre. Quell’uomo alto, dalle spalle ampie e dal volto inespressivo, non poteva essere un tossico. “Quale amico comune?”, gli domandò in tono brusco.
“Il signor Peter Lodge.” Lodge era un avvocato, da anni dedito al vizio, e Dieter lo aveva rintracciato grazie al suo contatto di Scotland Yard.
“Bene.”, disse Marcus, senza invitarlo a entrare. “Cosa posso fare per lei?”
“Lodge mi ha garantito che lei è il migliore, forse caro ma assolutamente affidabile. Ho bisogno di una grossa partita di eroina.”
Marcus lo fissò. Quello sconosciuto non era un drogato, si ripeté… piuttosto, un poliziotto? Ma un poliziotto tedesco non poteva fare niente contro di lui. E allora a cosa era dovuta la sua presenza?
“Una grossa partita. Si può fare.”, dichiarò. “Ma perché le serve? Non mi dica per uso personale, perché non le crederei.”
“La venderò a Berlino.”, rispose Dieter. “Naturalmente a prezzo maggiorato. Ultimamente è diventato quasi impossibile mettere le mani su roba buona, di qualità.”
Questo poteva essere vero, pensò Marcus. Ma non era diventato ricco credendo al primo sconosciuto che incontrava. Inoltre il suo intuito raramente lo aveva ingannato, e più passavano i minuti più cresceva in lui la convinzione che Haller fosse un poliziotto.
Rifletté per qualche secondo, quindi prese una decisione. “Vediamoci qui.”, disse. “Fra una settimana a partire da oggi.” Avrebbe interrogato Lodge e svolto altre ricerche: se si fosse sbagliato sul conto di Haller, gli avrebbe venduto la droga; altrimenti… ci avrebbe pensato al momento.
Fece per chiudere la porta, ma Dieter allungò un piede impedendoglielo.
Marcus fu colto di sorpresa, però si riebbe subito. Dunque, aveva ragione: quello era un maledetto poliziotto! Lo guardò, fingendosi stupito.
“Devo parlarle.”, disse Dieter con calma.
“Mi ha già detto tutto, mi sembra, e io le ho risposto. Non si sta comportando in maniera educata.”
“No.”, disse Dieter e gli sferrò un pugno in pieno viso.
Marcus barcollò, e Dieter lo sospinse nell’appartamento.
Quando furono dentro, si chiuse la porta alle spalle e lo colpì allo stomaco. Marcus si chinò per il dolore, ma un attimo dopo tirò fuori la pistola. Dieter notò che ansimava, però aveva la mano del tutto salda; non tremava minimamente. Anche Dieter era armato, e avrebbe potuto sparargli prima che lo facesse lui, ma non era questo che voleva.
Con un balzo gli fu addosso, lo afferrò per il polso esercitando una forte pressione.
Marcus lasciò cadere l’arma.
Dieter la allontanò con un calcio.
Marcus si scagliò su di lui. Sebbene fosse più basso di statura, era altrettando vigoroso, più giovane e abituato a battersi. A Cannes aveva eliminato quattro persone senza problemi. Prese Dieter per le spalle e lo spinse contro il muro, poi cozzò la sua testa contro quella di Haller. Dieter provò un male atroce. Per un momento gli si offuscò la vista. Marcus gli rifilò una ginocchiata all’inguine. Dieter si piegò in due. Non vide partire il colpo successivo: capì soltanto che gli aveva rotto il naso.
Marcus lo lasciò per andare a recuperare la pistola.
La prese e si girò verso di lui.
Premette il grilletto.
Dieter si scansò con un guizzo disperato. La pallottola lo sfiorò.
Marcus sparò ancora, ma questa volta mancò in pieno il bersaglio.
Dieter si rese conto che non avrebbe sbagliato una terza volta. Si tuffò come un giocatore di rugby e lo trascinò con sé per terra.
La pistola rotolò lontano.
Dieter era tutto indolenzito, respirava a fatica, solamente con la bocca, e aveva la testa in fiamme. Gli passò per la mente il pensiero fugace che era fuori allenamento; da tempo non partecipava più a risse e ormai lavorava praticamente soltanto in ufficio.
Marcus aveva una forza impressionante.
Ebbe rapidamente la meglio nel corpo a corpo e si sistemò a cavalcioni sopra a Dieter, bloccandogli le braccia con le ginocchia. Poi incominciò a strangolarlo.
Intanto, lo fissava con i suoi freddi occhi gialli.
Dieter scorse in quello sguardo il piacere di uccidere.
Marcus si era divertito anche quando aveva costretto Elke a subire l’iniezione; forse si era addirittura eccitato, sebbene non fossero state rinvenute tracce di sperma. Dieter non escludeva che, una volta al sicuro, dopo si fosse masturbato.
Aveva la vista annebbiata e non era più in grado di reagire. Il pensiero di Elke gli diede rabbia, tuttavia non riuscì a trasferire quella rabbia al corpo. Stava per morire. Ciò gli era indifferente.
Però, doveva punire Marcus per quello che aveva fatto a Elke. Diede uno scossone e con uno sforzo inaudito liberò le braccia. Marcus continuava a stringere. Dieter non commise l’errore di cercare di impedirglielo: gli infilò due dita negli occhi. Marcus urlò e allentò la presa.
Dieter lo rovesciò, gli prese la testa e la sbatté contro il pavimento.
Una, due, tre, quattro volte.
Si alzò barcollando.
Provava l’impulso di vomitare, ma prima aveva un compito da svolgere.
Cercò il bagno, lo trovò e si lavò la faccia. Ispezionò i vari armadietti. C’erano spazzolino da denti, tubetto del dentifricio, rasoio, crema da barba, lozioni e profumi assortiti. Forbici, un pettine, lamette di riserva. Dieter si guardò intorno. Era un bagno lussuoso, dotato di ogni comodità. Vasca, box doccia, idromassaggio. In un angolo c’era un ampio armadio. Dieter lo aprì: era vuoto. Corrugò la fronte. Perché un armadio vuoto? Lo esaminò attentamente. Notò che un ripiano era leggermente diverso dagli altri, non perfettamente parallelo ma lievemente obliquo. Tastò con le mani il punto della parete su cui poggiava la parte terminale del ripiano, quindi spinse. C’era un ripostiglio. Conteneva, ordinatamente riposte, siringhe e buste di vario genere e forma. Prese una siringa, controllò il contenuto di alcune buste, che scartò, e infine trovò ciò che cercava. Eroina.
Preparò una dose da cavallo e tornò in soggiorno.
Marcus si stava riprendendo.
“Bene.”, disse Dieter sedendosi vicino a lui. “Adesso ti farò sognare.”
Gli srotolò una manica della camicia e gli iniettò la dose mortale.
Lo fissò e in quegli occhi gialli colse un terrore senza nome.
Bastardo, pensò. Ora sai cos’è la paura. Non si pose il problema di avere infranto la legge: individui come Marcus non meritavano alcuna pietà, e se la giustizia non riusciva a raggiungerli, ebbene esisteva un altro genere di giustizia. Lui, semplicemente, l’aveva applicata.
Poi sentì uno strano rumore, come un mugolio. Proveniva da un’altra stanza. Dieter andò a vedere. Per terra c’era una frusta. Una donna era stesa sul letto con la schiena martoriata; un’altra giaceva al suolo, legata e imbavagliata. Dieter le riconobbe. Non faticò a immaginare quanto era successo.
Liberò Sarah Taverner, quindi indicò Janine Leblanc. “Deve andare subito in ospedale! Anzi, forse sarebbe meglio una clinica privata, opportunamente discreta. Ne conosce qualcuna?”
Sarah lo fissò, perplessa. “Sì, ma perché? E lei chi è? E Marcus?”
“Per l’appunto.”, rispose Dieter. “Sarebbe meglio che nessuno venga a sapere quello che è accaduto qui. Io appartengo alla polizia tedesca. Coraggio: mi aiuti a trasportare quella poveretta. Necessita di cure urgenti.”

Il teatro è stracolmo, il pubblico entusiasta.
Il nuovo cd di Sarah Taverner ha raggiunto il primo posto in tutte le classifiche; è un disco stupendo, e lo merita. Vincerà sicuramente un Grammy Award, e forse più d’uno. Sarah è in forma smagliante: durante il concerto ha dato tutta se stessa, è riuscita a commuovere, a incantare, a sedurre.
Seduta in platea, Janine Leblanc la osserva rapita. Sarah è diventata ancora più brava, ha raggiunto vertici assoluti.
Dopo aver eseguito I love Janine, annuncia un ultimo brano. E’ la canzone che apre il nuovo disco. Sarah non ha mai composto nulla di così straordinario, si dice Janine, pensando a quanto sia bello amarla ed essere da lei riamata. Ormai ha dimenticato le frustate: davvero poca cosa rispetto a ciò che era successo a Berlino. Il suo rapporto con Sarah è tornato quello di un tempo, come quella giornata magica di Bellagio. Sarah si sta rivolgendo al pubblico. Janine la ascolta con attenzione.
“Questa è la storia di una ragazza buona e coraggiosa.” La voce di Sarah si incrina per un attimo. Poi il momento passa. “Si chiamava Elke. A lei è dedicato questo album.”

I LOVE JANINE
GRAZIE PER AVER LETTO QUESTA STORIA

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: