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Archive for the ‘i love Janine’ Category

I LOVE JANINE 15

Dieter HallerUna settimana dopo, all’incirca alla stessa ora, Dieter parcheggiò la sua Bmw sulla strada dove era stato aggredito, prima di incontrare Elke. Non era sicuro di trovarla e, se glielo avessero chiesto, non avrebbe saputo dire perché era tornato lì. Questo contrastava con la sua mentalità razionale, ma non era interessato a indagare oltre.
Con sé aveva una torta e due grosse salsicce.
Scese dalla macchina e si guardò attorno. La via pareva deserta, però c’erano molti punti non illuminati, perciò non avrebbe potuto escludere che lei ci fosse. O forse, pensò, in quel momento si era appartata con un cliente. Storse la bocca: disapprovava quel genere di vita, lo considerava indegno e avvilente.
Indugiò per alcuni minuti, mosse qualche passo, poi si riavvicinò alla macchina. Era una notte limpida e stellata, ma faceva molto freddo. Spirava un forte vento. Probabilmente Elke era già andata a dormire. Dieter stava per risalire sull’auto, quando all’improvviso la vide.
Sbucò dal buio, come la volta precedente
Elke non sembrò sorpresa di rivederlo. Gli rivolse un sorriso e si avviò verso casa. Dieter la seguì. Quando entrarono nel monolocale le consegnò la torta e le salsicce, e lei rise. Apparecchiò la tavola, tagliò la torta e mise a cuocere le salsicce. Prese due lattine di birra e le versò in due grandi boccali, poi affettò il pane. Dieter la osservava in silenzio.
Dieter era un uomo strano, pensò lei: era cupo, tetro, privo di umorismo, tuttavia anche premuroso, sebbene a modo suo. Dava una sensazione di forza: una donna con lui si sarebbe sentita protetta. Si vestiva in maniera elegante, ma non ricercata, e aveva una bella macchina; però non portava fiori o champagne bensì salsicce. Avrebbe potuto innamorarsi di lui, ma sapeva che non avevano un futuro; era meglio non indulgere a sogni inutili.
“Ti piace la musica?” gli domandò.
“Amo molto Wagner.”, rispose lui.
Elke lanciò un’occhiata sconsolata ai quindici o sedici cd che possedeva (il suo preferito era Jagged Little Pill), passandoli mentalmente in rassegna; alla fine stabilì che era meglio lasciar perdere: dubitava che li apprezzasse.
Mangiarono senza parlare. Dieter la scrutava in modo strano. A un tratto disse: “Mostrami le braccia.”
Elke lo guardò sorpresa, quindi scosse la testa. “Non occorre.”, ribatté. Trasse un sospiro. “Avevo smesso. Avevo smesso grazie alla forza di volontà, e ti posso assicurare che non è stato facile. Eppure ci ero riuscita, ed ero fiera di me stessa. Poi in prigione…”
In carcere aveva commesso un errore, gli raccontò, confidandosi con un’altra detenuta. Erna fingeva di esserle amica, ma in realtà la odiava. Un giorno, mentre faceva la doccia, Elke era stata circondata da Erna e da altre tre donne; l’avevano immobilizzata e Erna le aveva iniettato una dose nelle vene. Una guardia aveva assistito indifferente alla scena. La vita di Elke era diventata un inferno, si era indebitata per procurarsi l’eroina e, dato che non era in grado di restituire i soldi, l’avevano picchiata selvaggiamente. Quando era uscita di prigione, avevano continuato a perseguitarla, perché nel frattempo anche Erna e Monica avevano finito di scontare la pena; ma adesso finalmente aveva saldato il debito. Voleva smettere, smettere definitivamente, ma forse non aveva più la forza per farlo.
“Io sono convinto di sì.”, disse Dieter. “Se ci sei riuscita una volta, puoi riuscirci ancora. Inoltre…” Si interruppe come per riordinare le idee. “Inoltre”, proseguì dopo un attimo, “devi trovarti un lavoro onesto. Non voglio vederti gettare al vento la tua vita. Sei giovane, intelligente: puoi costruirti un futuro migliore.”
Lei aprì la bocca per obiettare, per ripetergli che nessuno era disposto ad assumerla, visti i suoi precedenti; ma Dieter la bloccò con un cenno della mano. “Ci penserò io.”, affermò. “Un mio amico è il proprietario di una boutique e ha bisogno di una commessa.”
Non sapeva nemmeno lui perché aveva pronunciato quelle parole. Elke era una prostituta, una tossica, un’anima persa, e Dieter non aveva mai provato compassione per donne di quel tipo. Certo: erano più pericolosi gli assassini, i ladri, gli spacciatori; cionondimeno le sgualdrine e le drogate rappresentavano la feccia della società, e meritavano soltanto disprezzo e biasimo. Ma in Elke c’era qualcosa di diverso: la luce che traspariva dal suo sguardo, il sorriso allegro con cui lo aveva accolto, la risata divertita quando aveva visto le salsicce… e la malinconia che aleggiava nei suoi occhi. Non erano chiari, come gli erano parsi all’inizio, ma castani con delle pagliuzze dorate, ed erano dolci, profondi. Rivelavano sincerità, coraggio, sensibilità. Elke aveva il diritto, anzi il dovere, di cambiare corso alla sua esistenza.
Elke gli sfiorò una mano. Provava una sensazione di calore. Erano anni che nessuno si preoccupava per lei. “Per te è gratis, se vuoi.”, disse impulsivamente.
Fu un errore, e lei lo capì subito.
Dieter ritrasse bruscamente la mano, si alzò e uscì dal monolocale senza salutarla.
Elke si sarebbe presa a schiaffi. Non era quello che avrebbe voluto dirgli, aveva parlato a vanvera, a causa dell’emozione. Un lavoro onesto, basta droga, una nuova vita: le era sembrato un sogno.
Ma ora sapeva di averlo offeso ed era certa che non l’avrebbe più rivisto.

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I LOVE JANINE 14

ElkMarcus consultò l’orologio e prese atto che Janine non sarebbe andata da lui. Si alzò dal divano per versarsi da bere. Era un fatto strano, ma non del tutto sorprendente. Strano, se pensava al trasporto con cui lei aveva fatto l’amore, alla passione, alla sensualità quasi selvaggia che aveva rivelato, agli sguardi adoranti che gli aveva rivolto. Non del tutto sorprendente, perché sospettava che ci fosse di mezzo Sarah Taverner.
Sarah l’aveva vista nuda in casa sua, come lui aveva fatto in modo che accadesse, e rosa dalla gelosia si era successivamente recata da lei. Quella mattina o quel pomeriggio, non faceva differenza. Evidentemente era riuscita a convincerla a riprendere la loro storia, e questo Marcus non l’aveva previsto: perciò era contrariato.
Secondo i suoi piani, le cose sarebbero dovute andare diversamente. Aveva immaginato la reazione di Sarah, tuttavia non l’arrendevolezza di Janine, non così immediata almeno. Sebbene fosse un ottimo psicologo, l’aveva sopravvalutata considerandola più forte e risoluta di quello che era. Questo lo rendeva perplesso, dato che generalmente non sbagliava mai. Si figurò l’incontro fra le due donne, chiedendosi a quali mezzi fosse ricorsa la cantante: aveva pianto, l’aveva implorata? Lo escludeva. Non era quel tipo di persona. Probabilmente aveva fatto leva sui molti ricordi condivisi, l’aveva avvolta in una tela impalpabile fatta di miele e di tenerezza o forse l’aveva sedotta, trascinandola a letto. Comunque fosse, la debole Janine aveva ceduto, e ora Marcus avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo. Andare a letto con Janine Leblanc era stata un’esperienza impagabile, ma egli voleva di più, molto di più. Le voleva entrambe e assieme. Solo allora sarebbe stato soddisfatto.
Chiuse gli occhi, lasciandosi trasportare dalla fantasia. Sarah avrebbe succhiato i capezzoli di Janine, Janine l’avrebbe leccata in mezzo alle gambe; una delle due – non importa quale – avrebbe posseduto l’altra con il dildo che si era procurato. E poi… le avrebbe amate ambedue.
Però, Janine l’aveva tradito: doveva essere castigata. Con un fremito di eccitazione la immaginò mentre si contorceva per il dolore. Questo sarebbe accaduto dopo, naturalmente, e a infliggerle una sofferenza atroce non sarebbe stato lui, bensì Sarah. Marcus “sentiva” che Sarah Taverner non sarebbe più ricorsa alla droga. Non c’erano elementi certi per prevederlo, soltanto il suo intuito, che gli suggeriva che avrebbe dovuto ricorrere ad altri metodi per indurla a seviziare Janine. D’altro canto, anche se Sarah avesse avuto un disperato bisogno di eroina, non l’avrebbe mai torturata allo scopo di ottenerla. Ma questo era ininfluente.
Inserì I love Janine nel lettore e trasse un profondo sospiro.
Si sbottonò i pantaloni con la fronte imperlata di sudore.
Iniziò ad accarezzarsi.
Sapeva che esisteva un modo infallibile per costringere la cantante a eseguire i suoi ordini, per obbligarla a martoriare il corpo dell’altra, facendola urlare e invocare pietà.
Tale consapevolezza lo portò in breve tempo all’orgasmo.

Janine giaceva sul letto in preda all’ansia.
Accanto a lei, Sarah dormiva serenamente.
Malgrado avesse ricevuto, e dato, piacere, Janine si sentiva ancora confusa. Aveva fatto la scelta giusta? Non avrebbe rimpianto Marcus? Fino a quella sera la sua esistenza in fondo era stata semplice. Non si era mai trovata davanti a un bivio; quando aveva deciso di legarsi a una donna, si era sentita intrepida e coraggiosa, dato che in molti l’avrebbero disapprovata: ma l’unica persona che avrebbe potuto fermarla – suo padre – ormai non c’era più, e il parere degli altri non contava nulla per lei.
Amava ancora Sarah? La amava veramente? O aveva ceduto alla libidine? Nonostante avesse fatto da poco l’amore con lei, provava ancora del risentimento nei suoi confronti. Non poteva scordare la mattina in cui l’aveva lasciata, e la maniera sprezzante con cui si era comportata. Ma anche se avesse voluto vendicarsi, non ci sarebbe riuscita: se avesse detto a Sarah che non voleva più stare con lei, questo non l’avrebbe distrutta. Sarah avrebbe lottato, non si sarebbe arresa e, quando avesse infine capito che la sua era una battaglia persa, non si sarebbe disperata; avrebbe cercato conforto in qualche paradiso artificiale o magari avrebbe riprovato con Susan Driver, e forse questa volta sarebbe andata bene.
Si rigirò nel letto. Il basket era così semplice! Certo: esistevano mille schemi, mille tipi di difesa, comunque alla fine vinceva chi aveva segnato un canestro di più. La vita era molto più complicata.
Si rese conto che quelli erano pensieri meschini. Non desiderava vendicarsi, voleva che Sarah fosse felice.
Però aveva paura.
Alla fine si assopì, ma era un sonno inquieto popolato da sogni sgradevoli. Poi avvertì che qualcuno le stava accarezzando dolcemente i capelli; dopo un momento capì che era Sarah e nel dormiveglia sorrise.

Dieter Haller consumò una cena leggera nel ristorante dell’albergo. Pioveva ancora, pertanto rinunciò a fare quattro passi e tornò in camera. Si sedette sul letto e tirò fuori dal portafoglio la foto di Elke.

Quando aveva ripreso i sensi per un lungo momento non aveva ricordato dove si trovava, né perché fosse stato aggredito. Aveva un male atroce alla testa e una profonda ferita all’orgoglio: prima di quella notte nessuno lo aveva mai sorpreso alle spalle e non avrebbe mai pensato che ciò potesse accadere. Era una situazione umiliante. Si tirò su a fatica, poi barcollò.
“Hai bisogno di una bevanda calda e di due aspirine.”
La donna era emersa dal buio, come un fantasma. La luce di un lampione gli permise di scorgere il suo viso. Era graziosa, non bella. Bionda. Gli occhi forse erano chiari; era piccola e minuta.
“Come ti chiami?”, le domandò.
“Elke.”, rispose lei. “Seguimi. Abito qui vicino.”
Faceva molto freddo; era una classica notte invernale berlinese. Dieter guardò l’orologio. Le quattro del mattino.
“Ho finito di lavorare.”, disse Elke, senza un motivo preciso. Si incamminò e Dieter le andò dietro. “Hai visto chi mi ha colpito?”
Lei si voltò. “Certo.”, disse. “E’ stato un poliziotto. Lo conosco: è un bastardo, si chiama Karl.”
Dieter annuì. Karl era un agente corrotto. La disciplinare non era riuscita a raccogliere prove sufficienti per incriminarlo, e Dieter aveva deciso di occuparsene di persona. Karl era scaltro, però quella notte aveva commesso un grave errore: avrebbe dovuto ucciderlo. Probabilmente era stata questa la sua intenzione, ma la presenza di Elke glielo aveva impedito. Adesso avrebbe cercato di espatriare, ma Dieter non gliene avrebbe dato il tempo.
Percorsero una stradina buia. Dieter si accorse che stava sanguinando. Elke sembrò avergli letto nel pensiero.
“Siamo arrivati.”, disse. “Ora ti medicherò.”
Elke abitava in un modesto monolocale, situato al secondo piano di un vecchio stabile. C’era un angolo cottura ma non il bagno, che era fuori sul ballatoio. I mobili erano dozzinali, tuttavia l’ambiente era caldo e confortevole, oltre che assolutamente lindo. Fece sedere Dieter, esaminò la ferita e disse: “Niente di grave.” Prese dell’ovatta e una boccetta di alcool. Aveva le mani molto delicate. Lo medicò, poi gli porse le aspirine.
“Grazie.”, disse Dieter. La guardò. Elke gli stava sorridendo, ma nei suoi occhi c’era una luce triste. “Perché non ti cerchi un lavoro normale?”, le chiese.
“Quando potrò andarmene da qui lo farò.”, rispose lei. Esitò per un istante, quindi aggiunse: “Sono stata dentro, perciò nessuno mi vuole assumere.”
“Perché?” Il tono di Dieter fu più brusco di quanto volesse.
“Ho rubato in un supermercato e mi hanno presa. Avevo fame.” Il sorrise si spense. “Se avessi saputo quello che mi attendeva in prigione, mi sarei tenuta la fame.”
Dieter poteva immaginare cosa le era successo in carcere. In linea di principio, lo trovava giusto: era come una punizione aggiuntiva, e i criminali la meritavano. Ma Elke non aveva l’aspetto di una criminale. Distolse lo sguardo. Sicuramente era stata violentata, picchiata, umiliata; eppure non gli sembrava indurita: piuttosto, era rassegnata, amareggiata, e certamente mentiva a se stessa pensando che un giorno le cose sarebbero cambiate. Ma forse quell’illusione la aiutava a vivere.
Dieter si alzò. Doveva tornare immediatamente alla centrale e predisporre l’arresto di Karl.
Ma, per qualche strana ragione, era riluttante a lasciare quel monolocale.

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I LOVE JANINE 13

Dieter HallerIl mattino dopo, Janine fu svegliata dal suono insistente del citofono. Andò a rispondere e con grande stupore sentì la voce di Sarah. “Posso salire?” Janine pensò cinicamente che volesse un nuovo appuntamento con Marcus. Era preoccupante: ciò significava che consumava enormi quantità di droga. Poi fu raggiunta da un altro pensiero. Forse si era recata da lei per farle una scenata di gelosia. Ma con quale diritto, visto che era stata lei a lasciarla? Però la conosceva bene e sapeva che era una donna possessiva. Pure egoista, si disse; e, se fosse stato proprio quello il motivo della visita, si sarebbe dimostrata anche prepotente e prevaricatrice. In ogni caso, le aprì e si vestì in fretta; per qualche ragione non intendeva mostrarsi in pigiama.
Sarah entrò nell’appartamento con un sorriso suadente, che Janine considerò del tutto immotivato. Indossava un giaccone rosso, che le donava molto, una sciarpa nera e stivali dello stesso colore. Janine le lanciò un’occhiata ostile. Sarah non aveva alcun diritto di piombare in casa sua senza il preavviso di una telefonata.
“Sei già pronta.”, disse Sarah. “Bene, ti offro una colazione.”
Janine era combattuta. Avrebbe voluto declinare quella proposta. D’altra parte, se Sarah era invadente, lei era educata: respingere un invito rivolto con garbo andava contro la sua natura. La esaminò con occhio critico, trovandola estremamente affascinante. Questo rendeva un rifiuto ancora più difficile. Lei non aveva avuto il tempo di truccarsi; lo specchio del soggiorno le rimandò l’immagine di un volto pallido e smunto, e ciò la irritò. Per fortuna era pulita, dato che si era fatta una doccia prima di andare a coricarsi. Scrollò le spalle. “D’accordo.”, disse.
Era una mattina di sole e non faceva molto freddo. Mentre camminavano dirette verso Joe’s, un piacevole locale che serviva eccellenti breakfast e che si trovava a soli due isolati di distanza, Sarah disse: “Io credo che dovremmo perdonarci a vicenda.”
Janine trasse un profondo respiro. Era sorpresa: non se lo sarebbe aspettato. La vita era curiosa, meditò: se solo si fosse presentata due giorni prima…
“Dopo il concerto con Susan Driver, tu mi hai insultata.”, proseguì Sarah in tono pacato. “Però, avrei dovuto capire che in quel momento eri in preda a un’emotività eccessiva e, sebbene tu avessi torto, eri comunque in buona fede; il tuo errore è stato di non ragionare. Dal canto mio, sono stata troppo dura e intransigente, a causa di un ricordo orribile che tu ben conosci. Entrambe abbiamo sbagliato, ma non è troppo tardi per rimediare.”
Quelle parole stupirono Janine; quante volte aveva sperato di sentirsele dire! Ma ora le cose erano cambiate. Le rivolse uno sguardo gelido. “Rammenti cosa mi dicesti quella mattina? Dovevi pensarci prima. Forse adesso questo vale per te: sai bene cosa è successo ieri.”
“Sei andata a letto con Marcus. Eri sola ed era un tuo diritto farlo, benché lui sia un essere ignobile… un delinquente!”
“Del quale non esiti a servirti.”, commentò acidamente Janine.
Sarah scosse la testa. “Non più.”
“Marcus sostiene che…”
“Che tutti dicono così, ma poi tornano da lui, lo so. Non io, però.”
Entrarono da Joe’s, scelsero un tavolo appartato e ordinarono: un’abbondante colazione Sarah, un the Janine. Sarah la guardò interrogativamente. “Ho lo stomaco chiuso.”, disse Janine. “Non credo che sia stata una buona idea venire qui con te.”
“Perché?” Sarah le prese una mano, ma l’altra la ritrasse. Attese il the in silenzio, cercando di far luce sui suoi sentimenti, su ciò che pensava veramente, su quello che sentiva.
Alla fine diede libero sfogo al suo risentimento. “Per te”, disse con la voce che le tremava, “ho lasciato l’America, gli amici, le amiche; ho accettato di vivere nella tua ombra – ed ero felice di farlo. Non mi ponevo alcun tipo di problema. Sarah Taverner, la famosa cantante, degna di ogni attenzione. Janine Leblanc una ex giocatrice di pallacanestro, una ex controfigura di grandi attrici. Mi andava bene, desideravo unicamente il tuo amore, sognavo un futuro che ci avrebbe viste sempre insieme; e invece tu mi hai liquidata brutalmente, dopo che avevi baciato sulla bocca un’altra donna, davanti agli sguardi di tutti. Non ti sei curata della mia infelicità, dell’angoscia che pativo; non hai pensato alle notti in bianco passate a rigirarmi nel letto, allo strazio, alla disperazione. E di punto in bianco ti presenti da me, e io lo so il perché: mi hai sorpresa con un uomo, hai compreso che non ero più tua, e il tuo ego smisurato non riesce ad accettarlo. Perdonarci a vicenda? Non c’è problema, ma questo non significa che io sia disposta a tornare con te.”
Sarah imburrò una fetta di pane tostato. “In linea di principio, non posso darti torto. Però voglio farti una domanda. Non ti sei chiesta come mai la porta dell’appartamento di Marcus era aperta?”
“Certo.”, replicò Janine. “Ne ho parlato con lui. Si era dimenticato di chiuderla.”
Sarah fece una breve risata, priva di allegria. “Quanto sei ingenua, Janine! Un pusher che si scorda di chiudere la porta! E, guarda caso, mentre tu sei nuda e io sto per arrivare; non a sorpresa, bada bene, ma all’esatto orario che lui mi aveva indicato. E’ chiaro come il sole che Marcus voleva che io ti vedessi nuda. Non sono ancora riuscita a capire il suo scopo, ma sicuramente non è stata una coincidenza, bensì un piano accuratamente preparato.”
Janine storse la bocca. Non sembrava convinta, eppure, pensò Sarah, era talmente ovvio che anche uno sprovveduto sarebbe pervenuto a quella conclusione. Janine non era una sprovveduta, ma un’ingenua sì. Sarah sorseggiò la spremuta d’arancia, quindi aggiunse: “Marcus non è un uomo che crede nei sentimenti; se pensi che sia innamorato di te, sei destinata a subire una grandissima delusione. Lui ti ha usata, e di certo non gli interessa la tua felicità.”
“E a te interessa?”, scattò Janine.
“Io ti amo.”, rispose Sarah. “Voglio tornare con te.”
Alzò una mano per impedirle di ribattere. “Quando ti ho vista… quando ti ho vista lì, mi sono sentita morire. Poi sono tornata a casa e ho buttato via la droga; sono uscita a correre, anche se non mi sentivo bene. Oggi sto molto meglio. Forse avrò ancora qualche ricaduta, però ne dubito: a Marcus è mancato il tempo necessario per rendermi una vera tossica. Mentre correvo, ho ripensato a una gara che vinsi da ragazza. Ciò mi ha dato una grande forza. Ho riflettuto sulla mia carriera, che si trova a un bivio; avrei dovuto incidere un disco con Meaghan O’Reilly, ma temo che questo non accadrà. Non importa. Riprenderò da dove avevo lasciato, dai temi del mio ultimo album: non sono destinata a diventare una rockstar, e comunque ho un pubblico che mi apprezza. Avevi ragione a criticare le mie nuove idee, erano alquanto discutibili.”
Si interruppe per un attimo. “Poi inevitabilmente ho pensato a te, a quanto mi manchi, a quanto ti manco.”
Janine distolse lo sguardo.
Sarah le sfiorò delicatamente il viso.
“Io ti amo.”, ripeté.
Scrutò gli occhi di Janine, in attesa della sua risposta.

A Londra gli improvvisi cambiamenti di tempo sono frequenti come gli sbalzi d’umore di una ragazza viziata. Le nuvole si presentarono all’improvviso, cominciò a piovere e l’aria divenne fredda. I passanti si affrettavano per raggiungere il tepore delle loro abitazioni o degli uffici nei quali lavoravano. A causa del vento era difficile tenere gli ombrelli aperti.
L’uomo alto non si mosse.
Non aveva con sé un ombrello, perché quando era uscito dall’albergo splendeva un sole radioso ed egli aveva pensato che il bel tempo sarebbe perdurato. Da quello che sapeva del clima inglese era possibile che entro un’ora avrebbe cessato di piovere e sarebbe riapparso il sole; in caso contrario, sarebbe rimasto sotto l’acqua: ciò gli era indifferente.
Osservava il locale dove Sarah e Janine stavano facendo colazione. Erano sedute vicino alla vetrata che dava sulla strada, perciò malgrado la pioggia riusciva a vederle abbastanza bene anche se non riusciva a distinguere con precisione le loro espressioni. Ma c’era molto altro da guardare. I gesti, la postura delle spalle, i tentativi di approccio dell’una e la ritrosia dell’altra. Nel portafoglio aveva una fotografia che le ritraeva assieme. Come fosse riuscito a procurarsela era uno di quei misteri di cui la sua vita era piena.
Notò che la donna bruna prendeva una mano della bionda, e che costei la respingeva. Era in corso un litigio o forse un tentativo di riappacificazione. Sarah Taverner desiderava riconciliarsi con la sua fiamma ma Janine Leblanc era invece ostile.
Comunque avrebbe scommesso che prima di sera sarebbero finite a letto insieme. Adesso Sarah parlava animatamente e Janine scuoteva il capo con espressione scontrosa. Forse la scommessa andava riconsiderata, pensò, poiché le donne erano più imprevedibili degli uomini; non che questo gli importasse. Indugiò ancora per qualche minuto, poi decise di andarsene. Non era interessato a Sarah e a Janine né ai loro bisticci amorosi, però facevano parte del quadro complessivo, e lui era abituato da sempre a tenere conto di ogni singolo dettaglio; ma ora aveva visto a sufficienza.
L’uomo alto si voltò e con calma si allontanò a piedi, incurante degli scrosci d’acqua che lo infradiciavano.

“Tu pensi di amarmi.” Il tono di Janine era brusco e freddo. “In realtà ti comporti come una bambina cui hanno sottratto un giocattolo. Fino a un momento prima quel giocattolo giaceva abbandonato in un angolo e lei si era scordata della sua esistenza, ma ecco che all’improvviso diventa importante.”
“Non sei un giocattolo, Janine! Non certo per me.”
Janine la fissò. Provava emozioni contrastanti e, benché apparisse risoluta a respingere Sarah, i suoi pensieri correvano in mille direzioni, e lei faticava a comprendere quale fosse quella giusta. Una parte del suo cuore avrebbe desiderato abbracciare Sarah, baciarla, ricominciare. Fino al giorno prima non avrebbe chiesto altro. Non aveva dimenticato i giorni meravigliosi che avevano trascorso assieme. Un’altra parte, tuttavia, la spingeva a ricordare quello che aveva provato facendo l’amore con Marcus. E c’era una vocina, sottile ma insistente, che le sussurrava che, sebbene si fosse infatuata di Sarah, lei non era una lesbica, bensì una donna normale. Non aveva mai avuto pregiudizi in tal senso, però ricordava bene com’erano considerate le lesbiche della sua squadra di basket: fuori degli allenamenti, le altre le rifuggivano. Ricordava anche il pensiero di suo padre riguardo agli omosessuali. Erano viziosi, peccatori, destinati all’inferno. Suo padre era un uomo troppo inflessibile e intransigente, e spesso esagerava; ma quelle parole dure avevano comunque sedimentato in lei, causandole sensi di colpa che considerava infondati ma che a volte la tormentavano.
Infine, non si fidava ciecamente di Sarah e riteneva che il paragone con la bambina a cui avevano tolto il giocattolo potesse corrispondere alla realtà dei fatti, anche se una seconda vocina le suggeriva che questo non era vero: Sarah era sincera e il suo unico torto era stato quello di aver aspettato troppo.
“Eravamo molto felici assieme.”, disse Sarah. Per un attimo sembrò volerla accarezzare ancora, poi si trattenne, probabilmente per il timore di essere respinta nuovamente. “E potremmo tornare a esserlo. Io ti ho perdonata. Cosa ti impedisce di fare altrettanto?”
Bella domanda, si disse Janine.
Invece di rispondere, le chiese: “Sei andata a letto con Susan Driver?” Era sicura che Sarah le avrebbe mentito, e lei lo avrebbe capito. Questo avrebbe significato la fine definitiva del loro rapporto.
Sarah le rivolse uno sguardo sorprendentemente franco. Non abbassò gli occhi né assunse un’aria sfuggente. “Sì.”, ammise. “Dopo averti lasciata, e non credo che sia stata una buona idea. Per lei non provavo nulla.”
Janine restò colpita dalla sua sincerità e dal fatto che non avesse indugiato nemmeno per un istante. Inoltre, non si era trincerata dietro a scuse banali, non aveva cercato di giustificarsi e non aveva fatto ricorso a frasi fatte che molti uomini avrebbero usato. Provò un moto di riluttante ammirazione. Sarah era una donna sincera. Dura, ma sincera.
Ed era stata lei a muovere il primo passo…

L’uomo alto tornò in albergo, fece una doccia bollente e indossò indumenti asciutti: una camicia azzurra, pantaloni grigi di flanella, una giacca di panno blu. Non portava mai la cravatta.
Andò alla finestra. Pioveva a dirotto e con ogni probabilità il tempo non sarebbe migliorato fino all’indomani.
Era a Londra da tre giorni; quindi gliene rimanevano sette.
Tornò in bagno per lavarsi i denti. Li lavava molto spesso: una piccola mania che comunque non produceva danni. Si guardò allo specchio senza particolare interesse; vide riflessa l’immagine di un quarantenne in perfetta forma fisica, largo di spalle, ampio di torace, biondo con i capelli tagliati a spazzola. Gli occhi azzurri evocavano lo stesso calore del ghiaccio.
L’uomo alto si chiamava Dieter Haller ed era antipatico a tutti.
Era sempre risultato antipatico alla gente, e questo per un motivo molto semplice: perché era il numero uno. Primo della classe quando andava a scuola, cintura nera di judo, vincitore del torneo di lotta all’università, tiratore infallibile, pugile perfettamente impostato. Si era laureato con il massimo dei voti grazie a una brillante tesi sugli psicopatici che diventano serial killer. I suoi occhi non erano gelidi in quanto azzurri, ma perché lui era gelido. Non perdeva mai la calma, era capace di uccidere un uomo a sangue freddo ed era soprattutto un investigatore straordinario. Aveva sgominato da solo la peggior banda di tagliagole di Berlino e, benché fosse relativamente giovane, era già riuscito a raggiungere un grado assai elevato, e i suoi avversari all’interno della polizia tedesca incrociavano le dita augurandosi che di lì a breve non diventasse il loro capo.
Dieter sovente rimpiangeva di non essere nato novant’anni prima, non a causa di nostalgie naziste, ma per il suo amore per l’ordine, la disciplina e l’assoluta mancanza di indulgenza. Aveva una mentalità calvinista. Non c’era possibilità di salvezza per chi infrangeva la legge, per i delinquenti, le prostitute e i drogati. Per loro non esisteva redenzione. Dovevano finire in prigione, non per riabilitarsi ma per subire il giusto castigo. Non si era mai curato delle loro motivazioni, né aveva preso in considerazione alibi risibili come un’infanzia difficile e sofferta, un padre brutale e violento o una madre distratta e assente. Non aveva mai pensato che potessero tornare sulla retta via, trasformandosi in cittadini onesti, pronti a ricominciare una nuova vita.
Mai.
Tranne una volta.
Un’unica volta.

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I LOVE JANINE 12

I love JanineSarah la guardò con disprezzo.
Janine le aveva fatto una scenata di gelosia perché lei aveva dato un senso erotico alla sua esibizione con Susan Driver: però quella era solo finzione scenica. Poi, dopo averla pesantemente offesa, l’aveva implorata di non lasciarla. Sembrava che non potesse vivere senza di lei. Ma invece si era consolata molto in fretta. Ciò significava soltanto una cosa: che non l’aveva mai amata veramente.
Non meritava comprensione, né alcuna compassione; il termine “sgualdrina” si adattava perfettamente a lei, e bene aveva fatto Sarah a trattarla con durezza.
Tuttavia vederla nuda, palesemente soddisfatta, con quel lampo di sfida negli occhi, la ferì profondamente. A livello razionale non avrebbe dovuto importarle, ma la vita non si basa solamente sulla razionalità: esistono degli aspetti emotivi, che si sovrappongono alla fredda logica, contrastandola e talvolta (o spesso) avendo la meglio, anche in casi in cui ciò si dimostra palesemente assurdo. Mogli picchiate che non riescono a lasciare il marito, uomini apparentemente decisi e risoluti che soggiacciono ai capricci di un’amante scaltra, genitori che chiudono entrambi gli occhi davanti alle malefatte di un figlio, rifiutandosi di accettare la realtà e polemizzando con gli insegnanti che denunciano i loro misfatti.
Sarah Taverner si rese conto di essere rosa dalla gelosia.
Era una reazione stupida, si disse; però, non poteva farci niente. Janine Leblanc le apparteneva; nessuno aveva il diritto di baciarla, di accarezzarla, di procurarle piacere. Sebbene fossero pensieri insensati, non riusciva a eliminarli.
Janine si alzò dal divano e si rivestì con calcolata lentezza. Anziché tenere gli occhi bassi, la sfidava apertamente fissandola. Sarah colse derisione nel suo sguardo. O forse era un’espressione vendicativa?
Marcus entrò nel soggiorno con un’aria odiosamente compiaciuta, che indusse Sarah a una nuova riflessione. Lui sapeva che lei sarebbe arrivata esattamente a quell’ora. Il citofono guasto? Era pronta a scommettere che si trattava di una messinscena e che invece funzionava perfettamente. Marcus voleva che lei vedesse Janine nuda. Ma perché? Qual era lo scopo che si prefiggeva? Le sembrava un comportamento stravagante. Però, non si trovava nelle condizioni migliori per pensare lucidamente, era scossa e turbata, e desiderava solo uscire subito da quella casa. Gli porse i soldi, prese la busta senza controllarne il contenuto e si diresse verso la porta. Era consapevole di apparire sconvolta, e non voleva che Janine la vedesse in quello stato. Si sentiva umiliata come mai prima in vita sua.
Si impose di reagire.
Raddrizzò le spalle e, prima di aprire la porta, si voltò assumendo un’espressione fredda e distaccata. “Bene.”, disse. “Ora potete proseguire tranquillamente. Buon divertimento!”
Vide che Janine arrossiva e ne fu intimamente soddisfatta.
Poi uscì.

Quando rincasò, esaminò il suo comportamento. Tutto sommato, aveva reagito bene. Inizialmente aveva ceduto all’emotività, però era riuscita a riprendere il controllo: niente scenate, nessun insulto, nessuna aggressione verbale o fisica, benché per un breve momento fosse stata tentata di prendere Janine per i capelli. Si era accomiatata in modo dignitoso e l’aveva costretta ad arrossire.
Tuttavia era un trionfo ben misero.
Quello che contava era come si era sentita dentro, e come stava attualmente. Male, pensò. Decisamente male. Si svestì e si infilò sotto la doccia. Si lavò energicamente, come se questo potesse aiutarla a scrollarsi di dosso tutte le emozioni, le perplessità e i dubbi che si affacciavano alla sua mente. Marcus era uno spacciatore di droga. Se avesse visto Janine nuda nella casa di un ingegnere, di un avvocato o di un operaio, la sua reazione sarebbe stata la stessa? Sì. Marcus non c’entrava niente. Lo escluse dai suoi pensieri. Tutto ruotava solo intorno a Janine.
Quindi era davvero gelosa?
Sì, ammise a denti stretti.
Si asciugò vigorosamente, indossò una tuta da ginnastica e andò in soggiorno. Com’era gelida quella casa senza Janine! Le mancava? Era questo il motivo per cui era tornata da Marcus, pur sapendo nel profondo di se stessa che non le stava più vendendo della semplice coca ma qualcosa di molto più pericoloso?
Sì.
Però, non poteva perdonarla. Lei era a conoscenza di quanto era accaduto fra suo padre e sua madre, lei sapeva che la mamma era morta a causa di una gelosia immotivata. Perciò non avrebbe mai dovuto accusarla ingiustamente, arrivando a insultarla. E adesso l’aveva tradita. Beh, “tradita” non era la parola esatta, visto che non stavano più insieme; cionondimeno non riusciva a dare un significato diverso a quanto era accaduto. E quello sguardo sfrontato, poi! Rappresentava una rivalsa, era chiaro. E se fosse stato dovuto all’amore che ancora provava per lei? Se si fosse concessa a Marcus per tentare di vincere la disperazione, perché si sentiva sola e infelice? E lei, Sarah, non era forse andata a letto con Susan?
Aprì la busta e dispose una grossa striscia su uno specchietto.
Fissò quella polvere bianca, sapendo che fra breve avrebbe scordato ogni cosa, tutto avrebbe assunto un’altra luce e lei sarebbe scivolata nell’oblio.
Il disco con Meaghan O’Reilly, la sua carriera… Janine. Semplicemente, sarebbero svanite dal suo cervello, come fastidiose nubi scacciate da un vento gagliardo.
Arrotolò una banconota e si chinò sul tavolo.

Da ragazza, Sarah si era qualificata per la finale dei giochi studenteschi che quell’anno si svolgeva a Manchester. Era una tiepida giornata primaverile, il cielo era limpido e luminoso. Splendeva un sole quasi estivo.
Quella mattina si era svegliata quando era ancora buio. Si era alzata dal letto e a piedi nudi era andata a guardare fuori della finestra; non aveva visto granché, tranne una pallida striscia di luce che dall’East End preannunciava l’alba. Aveva fame. Si era preparata un’abbondante porzione di porridge, aveva spalmato marmellata di arancie Wilkin & Sons su una grossa fetta di pane tostato e aveva bevuto un bicchiere di latte. Era eccitata e ansiosa: voleva vincere. Durante il tragitto in macchina, circa quattro ore per coprire la distanza che separa Londra da Manchester, non era riuscita a pensare ad altro.
In base ai tempi ottenuti nelle qualificazioni Sarah era la favorita nei quattrocento metri piani. Sarah era brava anche nei cento e nei duecento, ma eccelleva soprattutto nei quattrocento, dato che abbinava potenza a resistenza.
A causa della tensione partì male e una certa Reese Black schizzò davanti a tutte, con una falcata armoniosa che sembrava consentirle di correre quasi senza fatica. Reese era accreditata del secondo miglior tempo e si era già imposta nella gara precedente, gli ottocento metri; non possedeva l’esplosività di Sarah ma in compenso, essendo abituata alle lunghe distanze, era in grado di mantenere lo stesso ritmo fino al traguardo. Per vincere Sarah aveva calcolato di prendere un buon vantaggio iniziale e poi di stringere i denti resistendo alla rimonta di Reese. Contava anche sul fatto che l’avversaria si sarebbe demoralizzata vedendola irrimediabilmente lontana. Ma le parti si erano invertite.
Sarah si lanciò con decisione all’inseguimento, guadagnando terreno e staccando le altre, tuttavia lo sforzo per rimontare fu eccessivo e quando affiancò Reese si rese conto di non avere più energie. Reese invece, benché paonazza in viso, era ancora fresca e non aveva perso la scioltezza iniziale.
Sarah capì che era stata più intelligente di lei: non si era fatta prendere dall’ansia, non si era disunita cercando di resistere a tutti i costi e aveva continuato a correre secondo le sue possibilità come se stesse allenandosi da sola.
Sarah odiava perdere.
In tribuna c’era suo padre, che lei non detestava ancora, e non voleva deluderlo: gli aveva promesso che avrebbe vinto e una sconfitta sarebbe stata intollerabile. Si impose di non cedere. Ma non ce la faceva più. Lanciò un rapido sguardo a Reese e ciò che vide la spronò a dare tutto: malgrado lo sforzo, Reese sorrideva. Restò affiancata a lei ancora per qualche metro, poi cominciò a perdere terreno. Le passò per il cervello che arrivare seconda sarebbe stato comunque un buon risultato – per molte ottimo -, ma quello era il classico atteggiamento mentale dei perdenti.
Lei era una vincente nata. Era sempre stata abituata a primeggiare.
Le sembrava che da un momento all’altro il cuore dovesse scoppiarle, ciononostante riuscì a produrre un ultimo sforzo disperato e affiancò di nuovo Reese; però fu solo questione di un attimo, poi l’altra la staccò ancora. Era finita. Sarah meditò di buttarsi sul prato che fiancheggiava la pista di atletica. Quell’erba di un verde brillante pareva aspettare proprio lei. Si sarebbe stesa a riprendere fiato. Non era più in grado di continuare: aveva chiesto troppo a se stessa, le gambe non rispondevano più. Non le interessava il secondo posto: seconda o ultima non faceva differenza.
Poi ripensò all’odioso sorriso di Reese Black. Le gettò un altro sguardo fugace. Reese era alta, bionda, con la coda di cavallo; se non fosse stato per i denti, vagamente equini, l’avrebbe definita una bella ragazza, di quelle che fanno girare la testa a tutti i maschi della classe. Aveva gli occhi azzurri, gambe lunghe e slanciate, era snella ma con un seno già perfettamente sviluppato. Soltanto i denti stonavano.
Reese non le aveva fatto niente, però in quel momento la odiava.
Si rassegnò. Ma poi scosse la testa con rabbia e, pensando di morire, richiamò anche l’ultima stilla di energia.
La raggiunse a cinque metri dal traguardo.
Si scagliarono simultaneamente in avanti, ma fu Sarah a prevalere, di un centimetro forse.
Poi si accasciò completamente esausta.
Reese Blake non sorrideva più. Era piegata in due spossata e delusa. Tuttavia trovò il coraggio per avvicinarsi a lei e tenderle la mano, aiutandola a rialzarsi. Si abbracciarono, mentre il pubblico di studenti, genitori e insegnanti applaudiva entusiasta.
In seguito il suo allenatore, il professore di educazione fisica, le avrebbe detto che, visto come si erano messe le cose, nessun’altra avrebbe potuto farcela.
Se Sarah non avesse incontrato la musica, sicuramente sarebbe diventata un’atleta olimpionica. Non soltanto per il talento, ma per la feroce determinazione di cui quel giorno aveva dato prova.
Sarah Taverner si stupì per quel ricordo. Era da molto che non pensava più a Reese Black e alla sua fantastica vittoria e trovava strano che le fosse tornata alla mente proprio adesso, mentre si apprestava a viaggiare, a dimenticare, a cercare l’oblio che Marcus le aveva venduto. Rimase ferma a lungo, la banconota in una mano, gli occhi fissi sulla striscia bianca. La attirava nello stesso identico modo con cui l’aveva attratta il prato verde di Manchester.
La attendeva una sconfitta, comunque volesse metterla. Ed era una sconfitta molto più grave, perché non sarebbe stata Reese Black a batterla… ma lei stessa.
Ignorò quel pensiero: la tentazione era troppo forte.
Tornò a chinarsi, assaporando già ciò che avrebbe provato.
Si bloccò all’ultimo istante.
Con la medesima forza che le aveva permesso di tagliare il traguardo per prima si alzò, rimise la polverina nella busta, andò in bagno e gettò nel water quella che sarebbe stata la sua disfatta definitiva.
Non si sentiva per niente bene e nel giro di pochi secondi rimpianse ciò che aveva fatto.
Decise che sarebbe tornata da Marcus.
Poi rivide il sorriso trionfante di Reese Black.
Era già in tuta.
Si infilò le scarpe da ginnastica.
E uscì a correre per Londra.

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I LOVE JANINE 11

I love Janine 11La prima volta che Marcus aveva ucciso un uomo non aveva provato alcuna emozione. Da ciò aveva dedotto che era refrattario a esse. Forse era per via del sangue del bisnonno o del nonno, o meglio ancora di entrambi: ma non gli interessava ragionarci sopra.
La seconda volta fu più difficile, perché si trovò costretto a eliminare quattro persone. Quel giorno scoprì che non conosceva la parola “paura”. Stava vagabondando per l’Europa, in attesa di recarsi a Londra dove, ne era certo, avrebbe fatto fortuna. Disponeva di pochi soldi, tuttavia sufficienti per comprare del pessimo hashish che poi rivendeva a qualche sprovveduto. Fu fermato da quattro energumeni che gli dissero qualcosa che lui non capì. Si trovava in Costa Azzurra e il francese era una lingua ostica, che non riusciva a comprendere. Per taluni era un linguaggio musicale; per Marcus un insieme di parole sconnesse prive della precisione del tedesco. Inoltre, i quattro si esprimevano in dialetto. Quello che afferrò era che non erano animati da buone intenzioni; probabilmente aveva invaso la loro zona, ed erano decisi a punirlo. Imbruniva ma c’era ancora abbastanza luce da consentirgli di scorgere i loro visi, che avevano fisionomie ottuse e brutali. Percepiva un forte odore d’aglio. Marcus non sopportava l’aglio. Il più grosso gli sferrò un pugno nello stomaco. Nella mano di un altro, piccolo e smilzo ma dall’aria cattiva, balenò un pugnale. Marcus si guardò intorno: erano in una piccola via nei pressi del vecchio porto di Cannes. Nei paraggi non c’era nessuno: né passanti, né prostitute, né poliziotti. Questo non cambiava le cose. Un passante sarebbe sicuramente scappato, una prostituta si sarebbe disinteressata di quanto stava accadendo, un poliziotto lo avrebbe arrestato, dato che era uno straniero. Era possibile che quei quattro fossero in combutta con la polizia: perciò l’avrebbero passata liscia.
Marcus ignorò il dolore, scoprendo che entro certi limiti era in grado di farlo; poi incassò la testa fra le spalle e colpì con inaudita violenza l’uomo che lo aveva attaccato per primo. Lo prese alla mascella, e un attimo dopo gli centrò i testicoli con un calcio. Fece un balzo e strappò il coltello dalle mani dello smilzo. Lo pugnalò alla gola. Quindi fronteggiò gli altri due. Il più coraggioso venne avanti con una sbarra di ferro, l’altro scappò. Marcus evitò il fendente diretto alla sua testa, si chinò e scattò con tale rapidità da impedirgli un secondo tentativo. Non provò gusto mentre la lama gli penetrava nella carne: stava semplicemente difendendosi. Era un atto meccanico, un atto necessario. In esso non vi erano sadismo, poesia o rabbia. Era un compito da svolgere: tutto qui. Si chinò sull’uomo grosso, ignorò il suo sguardo terrorizzato, non capì ciò che gli diceva – immaginò che lo stesse supplicando – e lo pugnalò a morte. Poi inseguì il quarto, lo raggiunse dopo un centinaio di metri, lo placcò come un giocatore di rugby, lo rovesciò a pancia in su e completò l’opera spingendo l’arma fino al cuore. Tornò indietro, appurò che erano tutti morti, gettò il pugnale e camminò fino all’altra estremità di Cannes, osservando con piacere le belle donne che percorrevano ingioiellate la Croisette. Si ripulì dal sangue a una fontana.
Poi entrò in un bistrot e ordinò una birra.
Marcus non provava emozioni, non aveva paura e considerava le femmine solo una momentanea fonte di piacere. Ogni sentimento era escluso. Era contento di se stesso, e riteneva di essere una persona assolutamente normale. Non conosceva morale ed etica, ma lo stesso discorso si applicava ai banchieri, ai ricchi industriali, ai nobili sfaccendati, alle donne che tradivano i mariti e ai mariti che picchiavano le mogli.
Riascoltò I love Janine, e mentre la limpida voce di Sarah Taverner riempiva la stanza, fece una scoperta che non gli piacque. Per Sarah e Janine aveva sviluppato una forma di ossessione, e ciò contrastava con la sua indole.
In precedenza, se voleva una donna se la prendeva; se lei gli resisteva, la dimenticava subito. Il mondo era pieno di ragazze graziose, non c’era che l’imbarazzo della scelta. Lui mirava al guadagno, al lusso, ai ristoranti dove camerieri ossequiosi gli servivano quaglie e champagne, ai vestiti eleganti. Non certo all’amore.
Rifletté su quell’ultimo punto. Sentiva di poter escludere di essere innamorato di Sarah o di Janine. Però… c’era quell’ossessione… quella brama di possederle entrambe; e prima di allora non gli era mai successo. Erano belle, attraenti, affascinanti, tuttavia ciò non giustificava il suo interessamento morboso. Che fosse dovuto alla musica? Scrollò le spalle. Lo annoiava pensare troppo.
Il citofono suonò e Marcus andò ad aprire a Janine Leblanc.
Janine era tesa e ansiosa.
Marcus la invitò ad accomodarsi sul divano, ma lei prese a misurare a grandi passi il soggiorno. Spense il lettore e dichiarò: “Non è giusto quello che stiamo facendo!”
Marcus le rivolse un sorriso freddo. “Non la desideri più? In tal caso, sei libera di andartene. Non sarò io a costringerti a rimanere qui ad aspettarla.”
Janine si fermò davanti a lui. “Non si tratta di questo. Semplicemente mi sono comportata male e ho sbagliato ad assecondare il tuo piano. Sarie deve essere libera di…”
“Ho capito.”, la interruppe Marcus. “Non vuoi che lei sia felice.”
“Certo che lo voglio! Ma non tramite un inganno.”
Marcus scosse la testa e disse: “Non confondere i mezzi con il fine. Sarah ti ama, sebbene per il momento non intenda ammetterlo nemmeno a se stessa; e se tornerà con te, sarà felice. Adesso, invece, non lo è. Ecco perché è costretta a ricorrere a me. Ma, quando sarete di nuovo insieme, lei non avrà più bisogno di surrogati. Vedi… quello che io le procuro è semplicemente un surrogato dell’amore:  potrebbe andare avanti all’infinito e la sua vita non cambierebbe comunque. Sei tu che le manchi!”
Janine si lasciò cadere sul divano. “Non ti credo. Se fosse così, mi avrebbe cercata.”
“E tu hai cercato lei?”
Janine meditò su quelle parole. “No.”, ammise infine. Era tutto così complicato, così contorto! Si era presentata da Marcus decisa a comunicargli che si tirava fuori, che non avrebbe più fatto da tramite fra lui e Sarah; però adesso si sentiva confusa. E se quell’uomo avesse avuto ragione? Esistevano mille motivi che potevano spiegare il fatto che Sarah non aveva mosso il primo passo. Era una donna orgogliosa. Forse pensava che lei, Janine, non l’avrebbe più voluta. Oppure era combattuta e magari sarebbe stato sufficiente un gesto, un sorriso, per riconquistarla. Ma perché ricorrere alla droga? Per avere una scusa per incontrarla ancora.
A un tratto, fu colta da un terribile sospetto.
Si alzò dal divano. Con le gambe larghe e le mani sui fianchi fissò quell’uomo enigmatico. Puntò un dito contro di lui. “Tu le hai venduto cocaina, vero? Non… altro?”
“Certamente.”, rispose Marcus. “Cosa avrei dovuto darle, altrimenti?”
“Io ho sentito la sua voce al telefono. Era come disperata. La coca non dà assuefazione.”
Marcus si alzò a sua volta. “E non ti domandi da dove proveniva quella disperazione, quell’angoscia? Dall’amore che prova per te.”
Janine lo guardò dubbiosa.
Marcus la abbracciò e la baciò sulla bocca.

La prima reazione di Janine fu di incredulità.
Sconcertata, non trovò la forza per reagire con prontezza; poi si riscosse e cercò di liberarsi dell’abbraccio. Ma Marcus era molto più forte di lei. Però esercitava quella forza con gentilezza; non c’era violenza in lui. Emanava un buon profumo. Ed era bello. Senza essere pienamente consapevole di ciò che faceva, Janine socchiuse la bocca. Le lingue si incontrarono. Marcus era molto delicato: baciava meglio di Sarah e anche di tutti i ragazzi che lei aveva frequentato prima di essere sedotta da una donna.
Io non sono lesbica, pensò confusamente: Sarah lo è, a me invece sono sempre piaciuti gli uomini, e lei rappresenta un’eccezione.
Accolse completamente la lingua di Marcus e corrispose al bacio quasi con rabbia. Sarah Taverner era una donna fredda ed egoista, l’aveva umiliata e mortificata, flirtando con Susan Driver davanti ai suoi occhi; e poi l’aveva lasciata per una scena di gelosia che era più che giustificata. A nulla era valso supplicarla.
Marcus era gentile e premuroso. Si guadagnava da vivere in modo sbagliato, ma lei avrebbe potuto convincerlo a cambiare. Non erano pensieri formulati secondo una sequenza logica: piuttosto lampi che si affacciavano al suo cervello, confondendola. Erano sensazioni, emozioni: risentimento nei confronti di Sarah, dolore, angoscia… desiderio. Sentiva il bisogno di essere amata, protetta, consolata.
Quando Marcus le toccò il seno, provò un brivido. Si strinse a lui, sporgendo il bacino. Era una follia? No, non lo era. Si staccò e questa volta Marcus glielo permise; si tolse le scarpe e cominciò a spogliarsi. Lui la imitò. Un momento dopo giacevano avvinghiati sul divano. Si sentì penetrare, si inarcò e subito iniziò a godere. Lo morse, gli graffiò la schiena e provò un senso di profonda gioia quando lui venne. Strinse le gambe per tenerlo dentro di sé. Lui la guardava con un’espressione estasiata che la commosse. La baciò teneramente, le accarezzò il viso, continuando a fissarla con uno sguardo che non lasciava adito a dubbi: l’amava. E poi fu ancora pronto. Lo sentì crescere, farsi sempre più duro. Fecero nuovamente l’amore, questa volta con estrema dolcezza; e fu ancora più bello.
Entrambi erano riluttanti a separarsi. Non parlavano. Lei lo osservava, studiava il suo volto, gli scompaginava i capelli. Si rendeva conto di non soffrire più, di non pensare più a Sarah… di essere felice.
Marcus disse: “Sei bellissima, tesoro!”
Janine sorrise. “Anche tu sei bello. Non avrei mai immaginato di… di…” Arrossì, pensando che forse adesso lui la stava giudicando. Marcus parve leggerle nel pensiero. “Abbiamo fatto la cosa giusta, non ti devi vergognare.”
Lei accolse quelle parole con sollievo. Per un attimo si era biasimata: in fondo aveva aperto le gambe a uno sconosciuto, ed era bastato che lui la baciasse perché ciò succedesse. Molti uomini l’avrebbero considerata una donna leggera, avventata, se non peggio. Ma gli occhi di Marcus non mentivano e aveva saputo dirle esattamente quello che lei avrebbe voluto sentirsi dire. Questo denotava una grande sensibilità. Gli fu grata e lo strinse forte a sé. Una quantità di pensieri le attraversavano la mente, però lei li scacciò; desiderava soltanto prolungare quel meraviglioso momento di intimità, assaporare altri baci, vivere nuove emozioni. Ci sarebbe stato tempo per pensare: ma non ora.

Sarah rilesse il messaggio, chiedendosi irritata per quale motivo Janine avesse dato il suo numero di cellulare a Marcus. Ma forse era stato un bene e comunque adesso aveva solo fretta di comprare dell’altra coca. Una coca strana, diversa, che però le piaceva molto più dell’altra. Non si limitava ad eccitarla, a renderla forte e lucida; la portava in mondi strani e sconosciuti, vagamente pericolosi, che tuttavia la appagavano e la facevano sognare. La sera prima aveva litigato aspramente con Meaghan O’Reilly e c’era il rischio che il progetto di incidere un disco insieme andasse in fumo. Per la sua carriera sarebbe stato un danno irreparabile. Avrebbe dovuto essere preoccupata, ma lo era solamente in minima parte: allo stato attuale, Marcus era più importante di quell’irlandese irascibile.
L’sms la informava che il citofono era guasto. Marcus non sapeva quando lo avrebbero aggiustato, perciò avrebbe aperto il portone all’ora convenuta. Infatti, Sarah entrò senza problemi. Raggiunse l’appartamento di Marcus e, come da istruzioni, non bussò.
Entrò e si guardò attorno.
All’inizio pensò che non ci fosse nessuno. Marcus si era scordato dell’appuntamento?
No. Altrimenti non le avrebbe lasciata aperta la porta.
Poi le sembrò di udire dei rumori che provenivano da una stanza attigua.
Bene. Marcus c’era.
Senza una ragione precisa, spostò lo sguardo sul divano.
Avvampò in viso.
Sul divano c’era Janine ed era nuda.
Inizialmente, le parve sgomenta.
Ma un istante dopo Janine Leblanc le rivolse uno sguardo trionfante.

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I LOVE JANINE 10

I love Janine 10Il bisnonno di Hans Schweinsteiger aveva combattuto sul fronte orientale durante la prima guerra mondiale. Era stato decorato dopo la battaglia di Tannenberg, che aveva permesso ai tedeschi di annientare le armate russe che avevano invaso la Prussia Orientale. Il grosso dell’esercito tedesco si trovava in Francia con l’intento di conquistare Parigi e ricacciare gli inglesi oltre Manica per poi affrontare i russi. Lo Stato Maggiore tedesco aveva previsto una mobilitazione assai lenta dell’immenso esercito russo – sei milioni di uomini – ma le truppe dello zar erano state più rapide del previsto.
Tuttavia i loro ufficiali erano pessimi, i soldati male addestrati e il popolo contrario alla guerra. Per questo furono travolti. In seguito il bisnonno era stato promosso generale.
Il nonno era stato un alto papavero nazista, e il padre di Hans avrebbe seguito quelle orme se ancora si fosse potuto combattere. Ma ormai la Germania era diventata una nazione pacifica e per lungo tempo divisa in due: una parte libera e prospera a ovest, una zona comunista povera e arretrata che rispondeva all’Unione Sovietica a est.
A volte Hans sorrideva al pensiero di come lui fosse diverso dai suoi avi. Da loro forse aveva preso la freddezza, la determinazione, la mancanza di pietà. Però, a differenza loro, preferiva guadagnare e divertirsi.
Aveva mentito a Janine Leblanc promettendole un’improbabile riappacificazione con Sarah Taverner, e lei più per amore che per stupidità gli aveva creduto.
Ma desiderava Sarah per sé. Naturalmente insieme all’ingenua Janine. Si era creato mille giochi mentali, figurandosi le più svariate posizioni erotiche, e ciò gli piaceva perché l’attesa aumentava l’eccitazione. Questo valeva per i cacciatori, per i ladri… e per lui. Prima le due donne avrebbero fatto l’amore fra loro e Hans si sarebbe limitato a guardare; poi sarebbe intervenuto e le avrebbe possedute entrambe, anche se non sapeva ancora in che ordine: lo avrebbe deciso al momento.
Aveva smesso di vantarsi al pub, dato che adesso la faccenda non apparteneva più alla sfera fantastica ma era prossima a realizzarsi.
Raccomandò a Janine di essere gelida, quando Sarah l’avesse chiamata.
E da quanto gli riferì lei, aveva seguito il suo consiglio, rendendole molto penosa la telefonata. Infatti, le annunciò che avrebbe dovuto aspettare tre giorni. Tre giorni erano lunghi, dopo aver assaporato la micidiale combinazione di cocaina e eroina, che Hans aveva preparato. Conosceva i sintomi provocati dallo Speedball: influenza, febbre, vomito e un disperato bisogno di varcare nuovamente le porte di quel paradiso. Normalmente occorreva un tempo maggiore, ma Sarah si era dimostrata ingorda, comprando ben cinque grammi. Sarebbe arrivata l’indomani. E Hans avrebbe calato il suo asso. Gli altri lo chiamavano Marcus, ma quando pensava a sé non riusciva a dimenticare che era un tedesco, né a scordare il suo vero nome. Non si sarebbe mai sentito inglese. Anche se la Gran Bretagna aveva sconfitto per due volte la Germania (grazie all’aiuto degli americani), il popolo tedesco era superiore: la lingua era più precisa, la birra e le salsicce più buone, e le donne più belle. Gli inglesi fondamentalmente erano stupidi.
Represse un sorriso e accese il lettore per inserire il suo cd preferito: I love Janine.

Meaghan O’Reilly non aveva un carattere facile.
Le era piaciuto l’album di Sarah Taverner, aveva letto le recensioni del suo concerto con Susan Driver e d’istinto aveva deciso di incidere un disco con lei. La considerava una giovane dotata di vasto talento ed era sicura che sarebbe venuto fuori qualcosa di buono. Le era sempre piaciuto collaborare con altre donne; tuttavia non aveva avuto fortuna. I primi due tentativi erano falliti a causa della mancanza di feeling, il terzo perché Tori Amos aveva tentato di sedurla. Meaghan era intransigente su questo: mai mischiare il lavoro con il piacere. Senza contare che all’epoca non era libera. Sarah le era sembrata perfetta, ma ora Meaghan era profondamente irritata.
Sebbene fosse una bella ragazza, sana e robusta, Sarah Taverner si era presentata alla seconda prova pallida e tremante, con gli occhi cerchiati e vistosi sintomi di una forte influenza. Non era colpa sua, naturalmente, però , contrariamente all’immagine che dava di sé, appariva fragile e insicura, e soprattutto pareva non avere lo straccio di un’idea. Invece di essere entusiasta era depressa.
Meaghan era perplessa, dato che I love Janine era un album pieno di intuizioni brillanti, che rivelavano fantasia, competenza e passione. Che si fosse trattato di un caso? Tendeva a escluderlo. Comunque, la rimandò a casa, ingiungendole di tornare quando fosse guarita. Nel frattempo avrebbe composto le prime canzoni del nuovo disco. Non volle credere a Bill Spencer, uno dei tecnici del suono, quando questi le sussurrò in un orecchio che quella di Sarah Taverner non era una normale indisposizione. Bill fece alcune insinuazioni che non le piacquero.
Ragionando a mente fredda, scartò con decisione tali maldicenze.
Sarah Taverner non aveva l’aspetto di una drogata. L’importante era che si riprendesse in fretta. Meaghan non aveva tempo da perdere. Le concesse una settimana. Scaduto quel termine, se non fosse migliorata, l’avrebbe liquidata.

A Janine era costato molto rapportarsi in modo freddo con Sarah. E’ vero: era stata lasciata da lei e a causa sua soffriva in maniera indicibile, ciononostante non trovava giusto comportarsi con la sottile perfidia che Marcus le aveva suggerito. Era un comportamento sleale che non apparteneva alla sua indole.
Un’altra cosa non le era piaciuta. La voce di Sarah. Al telefono era suonata tesa, incerta, quasi disperata; e questo significava che stava scivolando nel baratro della dipendenza. Janine l’amava e non poteva sopportare l’idea che Sarah diventasse una tossica. Aveva fatto male ad ascoltare Marcus. Lui l’aveva irretita, prospettandole un ritorno di fiamma da parte di Sarah, però non era questo il metodo giusto per riconquistarla, posto che ciò potesse accadere. Inoltre, le parole di Marcus erano state vaghe, nebulose, e lei era stata stupida a prestargli fede.
Ma l’idea di rivederla, anche per un’unica volta, era irresistibile…
D’impulso prese un foglio e scrisse alcune parole.
Non poteva saperlo, ma un giorno le avrebbe ascoltate, perché sarebbero diventate il testo di una canzone.

Non è stata l’invidia a mangiarci dentro
non è stata la lingua
e nemmeno gli sguardi ignoranti
di chi ha solo bocca
è il tarlo, quel tuo dannato tarlo
che ci ha ridotto in polvere
solo polvere
polvere da buttare via.

La canzone è di MARI.

Buon Anno Nuovo da WordPress.com!
4,329 films were submitted to the 2012 Cannes Film Festival. This blog had 33.000 views in 2012. If each view were a film, this blog would power 8 Film Festivals
Nel 2012, ci son stati 116 nuovi articoli, che hanno portato gli archivi totali del tuo blog a 131 articoli.
Il giorno più trafficato dell’anno è stato 12 febbraio con 240 pagine lette. Il messaggio più popolare quel giorno fu MISTER CHARLIE.
Attrazioni nel 2012
Ecco gli articoli più letti nel 2012. Puoi vedere tutti gli articoli più letti dell’anno nelle tue Statistiche.
1 VITA SEGRETA DEL SALICE PIANGENTE 88 commenti marzo 2012
2 INTERROGATORIO DI INTESOMALE E ALESSANDRA 95 commenti marzo 2012
3 A PROPOSITO DEI BLOG 44 commenti settembre 2012
4 SORELLE 74 commenti marzo 2012
5 MISTER CHARLIE 93 commenti febbraio 2012
Come ti hanno trovato? Certi lettori sono venuti facendo una ricerca, in generale per gesù, sogni, alessandra bianchi, anneheche blog e bianchi alessandra.
Da dove son venuti?
That’s 55 countries in all!
La maggior parte dei lettori son venuti da Italy. The United States $ Germany erano poco dietro.
Il tuo articolo con più commenti nel 2012 fu INTERROGATORIO DI INTESOMALE E ALESSANDRA.

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I LOVE JANINE 9

I love Janine 9Sarah indugiò ancora un attimo. Aveva già suonato quattro volte al citofono e nessuno le aveva risposto: evidentemente Marcus non era in casa. Sebbene fosse ben coperta, aveva freddo. Spirava un vento insistente e si preannunciava una serata gelida. Sarah stava per tornare alla macchina, quando vide Marcus arrivare.
La donna corrugò la fronte.
Non era solo: con lui c’era Janine. Dopo la pessima giornata trascorsa in sala di incisione, era l’ultima persona al mondo che desiderava incontrare. Marcus le rivolse un sorriso, che come al solito non si estese agli occhi. Janine era pallida e tesa e non osò guardarla. Con uno sforzo, fu Sarah a parlare per prima. “Ciao, Leblanc.” Era una calcolata perfidia chiamarla per cognome. Sarah si sentiva piena di risentimento nei suoi confronti. Perché si trovava lì? Janine non amava drogarsi; inoltre, a quanto le risultava, non conosceva Marcus. D’altro canto lui non sapeva che lei lo avrebbe cercato proprio quel giorno: perciò non poteva trattarsi di un complotto. Ciononostante, quella inopportuna coincidenza la irritava non poco.
“Ciao Sarah.”, disse Janine con una voce flebile, che la stizzì ancor più. Se non altro la presenza del pusher le avrebbe impedito di implorarla. Sarah non sopportava le scene madri, mentre Janine aveva un certo istinto drammatico, forse dovuto agli anni passati nel mondo del cinema, anche se come semplice controfigura.
Marcus le guidò nel suo appartamento, invitandole ad accomodarsi sull’unico divano presente in soggiorno. Sarah aspettò che Janine si sedesse per prima, in modo da sistemarsi il più lontano possibile da lei. Per fortuna il divano era grande, pensò. Decise di ignorarla e di sbrigarsi. “Cinque.”, disse a Marcus. Lui annuì e iniziò a preparare la cocaina.
“Bene. Cosa ci fai qui?” Sarah avrebbe preferito evitare di parlare con Janine, tuttavia la curiosità era troppo forte.
“Ho bisogno di denaro. Ultimamente ho speso molto per rinnovare il negozio. Ho chiesto un prestito alla banca, ma me lo hanno rifiutato. Lavorando per qualche mese con Marcus riuscirò a sistemare ogni cosa.”
Sarah era incredula. “Tu?”
Janine alzò il mento in un gesto di sfida. “Sì. Io. Cosa c’è di strano?”
Sarah la fissò esterrefatta. Cosa c’era di strano? La conosceva come una ragazza sana, sportiva, pulita… e adesso si metteva a spacciare droga? Un conto era acquistarla per uso personale, altro venderla: era un un atto irresponsabile e immorale che faceva di lei una criminale. “Devi essere impazzita.”, commentò in tono duro. “A questo punto, benedico il cielo per averti lasciata.”
Janine abbassò lo sguardo, senza ribattere. Intervenne invece Marcus. Posò i suoi occhi gialli su quelli di Sarah e disse: “Sei ingiusta. Io ho varie attività e Janine non si occuperà di polverine o di pastiglie. Mi farà da contabile.”
Sarah non riuscì a trattenersi. “Ma come avete fatto a conoscervi?”
“L’ho cercata io.” Marcus indicò I love Janine. “Quella foto era troppo intrigante. E, senza offesa, a livello di bellezza lei ti surclassa. Con questo non intendo dire che il mio fine sia portarmela a letto, e Janine lo sa benissimo. E’ per il piacere di collaborare con una donna avvenente, dalla forte personalità e dotata di notevole intelligenza.”
Sarah non fece commenti, sebbene fosse risentita per il paragone. Nutriva molti dubbi, poi, sulla cosiddetta “personalità” di Janine; ma era inutile rimarcarlo. Guardò l’orologio. “Ho fretta.”, annunciò.
“Solo un momento.” Marcus le consegnò la solita busta. Mentre Sarah gli porgeva i soldi, lui disse: “Comunque, non puoi presentarti così all’improvviso. Lo dico per te. Sarei un pazzo se conservassi grandi scorte qui, a casa mia. Oggi ti è andata bene per puro caso, ma d’ora in avanti sarà meglio fissare un appuntamento.”
“Non ci sarà una prossima volta.”, dichiarò Sarah alzandosi.
“Già.” Marcus accolse quelle parole con un sorrisetto ironico. “Se però ci fosse, dovrai telefonare a Janine e concordare con lei il giorno e l’ora.”
“Ho detto che non ci sarà una prossima volta!”, ribadì seccamente Sarah. Quindi, uscì senza salutare.
Tornando a casa, rifletté su quanto era appena accaduto. Non era affatto convinta che Janine le avesse detto la verità. Janine era una persona oculata che non sperperava il denaro. Non era da lei ristrutturare il negozio se le mancavano i fondi necessari; inoltre, Sarah sapeva che aveva un conto in banca largamente attivo. Janine abitava in un appartamento dignitoso ma non sfarzoso, vestiva con gusto però senza senza ricorrere a capi firmati, non frequentava ristoranti costosi, non giocava d’azzardo… e non si drogava. Perciò aveva mentito. Le motivazioni di Marcus erano pretestuose. Non si sceglie una collaboratrice in base alla copertina di un cd. L’aveva deliberatamente provocata, sostenendo che Janine era più bella di lei; ciò che contava non era se fosse vero o meno, ma il motivo di quell’inutile paragone. Era il senso di tutto questo che le sfuggiva. L’unica ragione che le sembrava vagamente plausibile si riallacciava al monito di Marcus: per prendere un appuntamento con lui avrebbe dovuto chiamare Janine. Ma Janine doveva essere ben stupida se sperava di riconquistarla così.
E Janine non era stupida.
Posteggiò la macchina e, più che mai perplessa, percorse a piedi l’ultimo tratto di strada. Ripensò a Janine. L’irritazione che provava per lei era venata di tristezza. Dire che non l’aveva trovata in forma era un eufemismo. Era dimagrita, pallida, insicura. Provò una fitta di rimorso. Janine soffriva moltissimo, soltanto un cieco non se ne sarebbe accorto. La immaginò in lacrime nella sua stanza mentre guardava e riguardava le foto che le ritraevano assieme, se la figurò insonne a rigirarsi nel letto. Era chiaro che l’amava ancora profondamente. Eppure non riusciva a perdonarla, la sua presenza la infastidiva, il suo autocompatimento la portava a disprezzarla, la fragilità emotiva di cui dava prova le confermava che aveva fatto bene a lasciarla.
Arrivò davanti al portone e vide che due persone la stavano aspettando. Non si stupì per la presenza di Micky Thomas. Forse era venuto a darle il benservito. Ma si sorprese enormemente riconoscendo la donna che era con lui.
Meaghan O’Reilly era una star di livello mondiale. Cantante, scrittrice, poetessa, aveva inciso dieci album e per quattro volte consecutive era riuscita nell’exploit di raggiungere il primo posto in classifica sui due lati dell’oceano: prima negli Stati Uniti e prima in Gran Bretagna. Era trasgressiva, polemica e anticonformista. Si era scagliata contro politici, giornalisti e colleghi. La sua musica era un inebriante cocktail che aveva come solida base la tradizione folcloristica irlandese, non disdegnando tuttavia contaminazioni di ogni genere, che era in grado di combinare in modo assolutamente perfetto e personale. A seconda dell’umore, si esibiva dal vivo con gonne lunghe e caste oppure seminuda; ogni suo spettacolo era un happening, dato che il pubblico non sapeva mai in anticipo ciò che avrebbe cantato e come si sarebbe posta. Fra lei e Susan Driver intercorreva la differenza che c’è fra una pantera e un timido gattino. Quanto a Sarah Taverner, non sussistevano proprio paragoni. Notoriamente lesbica, di recente aveva rotto con la sua fiamma dopo una relazione tormentata che però era durata cinque anni.
Sarah la guardò sbalordita.
Cosa ci faceva lì?
Era una giornata alquanto singolare, pensò.
Micky Thomas esibiva un sorriso a trentadue denti. Le presentò e poi disse: “Meaghan ha molto apprezzato I love Janine.”
“Grazie!” Sarah era euforica.
“Ma quale grazie!” Meaghan si accese una sigaretta. “Mettiamoci subito al lavoro, piuttosto!”

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