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Archive for marzo 2013

I LOVE JANINE 21

Elke6Per un momento Marcus parve non badare a ciò che aveva fatto Sarah.
Probabilmente stava eiaculando, pensò lei con una smorfia risentita. Era incredibile che un uomo potesse eccitarsi assistendo a una scena di violenza: in lui malvagità e perversione viaggiavano di pari passo. La cantante si rialzò, meditando di saltargli addosso, ma il pensiero della pistola la frenò.
Poi, però, Marcus si scosse. Si avvicinò alla donna e la colpì con un violento manrovescio. Sarah finì a terra.
In quell’attimo suonarono alla porta.
Marcus esitò. A quell’ora non aspettava nessuno, tuttavia non era affatto infrequente che un suo cliente si precipitasse da lui senza preavviso. In quei casi Marcus si comportava con arroganza, si faceva supplicare e intascava il doppio di quanto avrebbe guadagnato in circostanze normali.
Indeciso, valutò la situazione. Guardò Janine: gli sembrava svenuta. Se avesse legato e imbavagliato Taverner, avrebbe potuto andare ad aprire senza problemi. Sarebbe stato sciocco rinunciare alla possibilità di un lauto guadagno.
Ormai aveva goduto e il gioco era finito. Momentaneamente, si corresse. Quando si fosse sentito nuovamente eccitato, avrebbe violentato Sarah e quello sarebbe stato il culmine.
Aprì un cassetto e prese una corda. Ne aprì un secondo e ne trasse un paio di calze. Gliele ficcò in bocca, dopodiché si occupò dei polsi e delle caviglie.
Lanciò un’altra occhiata a Janine.
Poi uscì dalla camera.

Elke si girò e guardò impietrita Hans Schweinsteiger.
L’uomo le rivolse un sorriso crudele. “Non tollero che non si mantengano i patti. Noi avevamo un accordo preciso che tu non hai rispettato.”
Elke lo fissò senza ribattere. Gli aveva già spiegato le sue motivazioni: cosa poteva aggiungere? Il suo pensiero corse a Dieter. Se fosse stato lì, l’avrebbe protetta. Cercò di calcolare fra quanto sarebbe arrivato, ma non avevano un appuntamento preciso; dipendeva dai suoi impegni. Poteva essere fra un’ora o magari fra due o anche più tardi. Se fosse riuscita a tenere a bada Hans finché lui non fosse sopraggiunto, avrebbe potuto cavarsela. Sapeva, infatti, che Schweinsteiger non era venuto da lei per parlare – lo avevano già fatto in negozio -, ma per punirla e sospettava che avesse in mente qualcosa di atroce, anche se non immaginava di che genere di castigo si trattasse. L’avrebbe picchiata? Era disposta a subire. L’avrebbe sfregiata? Questo non sarebbe riuscita a sopportarlo. L’avrebbe uccisa? Forse no, si disse per farsi coraggio, però era letteralmente terrorizzata.
Doveva trovare un modo per guadagnare tempo. Se fosse riuscita a trattenerlo con qualche scusa fino a quando non fosse giunto Dieter…
Ma era paralizzata dal panico e non aveva il barlume di un’idea.
A un tratto ebbe un’intuizione.
Avrebbe potuto offrirsi a lui.
Non era un’idea intelligente. Hans la considerava ancora una prostituta, perciò non sarebbe stato particolarmente attratto da una notte di sesso con una delle tante puttane di Berlino. Avrebbe potuto averne a iosa. E non era solo quello; concedendosi a lui, avrebbe tradito Dieter. Non si sarebbe mai perdonata, avrebbe perso per sempre il rispetto di se stessa, non si sarebbe dimostrata migliore di Hans Schweinsteiger.
Avrebbe acquistato l’eroina. Ecco: quella era la soluzione migliore, forse l’unica.
Tuttavia, negli ultimi giorni aveva fatto fronte a molte spese e non pensava di avere il denaro sufficiente per pagarlo. Stabilì di bluffare. “D’accordo.”, dichiarò. “Mi sono comportata male, però ho deciso di rimediare: acquisterò la droga.”
Gli occhi gialli la fissavano, attenti. “Hai i soldi?”
“Sì.”, mentì Elke.
“Se sali in casa, te li darò.”
Entrarono nel monolocale e lei lo invitò ad accomodarsi. Hans rimase in piedi. “Vuoi bere qualcosa?”, gli domandò Elke.
“Voglio ciò che mi è dovuto.”, replicò lui.
Elke finse di frugare in un cassetto. Poi si voltò. L’abitazione era ben riscaldata, ma non era per quello che sudava. Si sforzò di assumere un’espressione convincente. Si batté una mano sulla fronte. “Che sciocca!”, esclamò. “Mi ero dimenticata di avergli prestati a Karin. Però siamo fortunati. Mi ha garantito che me li avrebbe resi proprio questa sera. Basterà pazientare un poco. Al massimo, un’ora.” Sarebbe stata sufficiente un’ora?
Hans mosse un passo verso di lei e la schiaffeggiò. “Mi credi un idiota? Non esiste nessuna Karin, e tu stai cercando di prenderti gioco di me.” La schiaffeggiò ancora, strappandole un grido di dolore. Scosse la testa. “Così non va bene, Elke!”
“Ti assicuro che Karin esiste e che sarà qui a momenti. Perché dovrei mentirti?”
Hans fece una risata priva di allegria. “Semplice: perché sei una troia, e le troie sono abituate a mentire.”
“Posso giurare che…”
“Non mi interessano i tuoi falsi giuramenti.” Rifletté per qualche istante, quindi disse: “Ma si dà il caso che questa sera io mi senta buono. Come sai, sto per lasciare la Germania, e ho deciso di perdonarti, dato che non ci vedremo mai più. Farò di meglio, anzi: ci sarà un dono d’addio per te. Talvolta anche Hans Schweinsteiger sa mostrarsi generoso. E’ la tua serata fortunata, Elke. Siediti.”
Lei obbedì, chiedendosi insospettita che cosa avesse in mente. Non credeva minimamente a quell’improvvisa generosità. Lo conosceva come un uomo duro e spietato, certamente non incline a perdonare né a elargire regali.
Lo scrutò, ansiosa.
Hans tirò fuori una siringa. “Sarà gratis per te.”, annunciò con un sorriso maligno.
Elke rabbrividì.
“Coraggio, dammi il braccio.”
“No.”
“Non avevi detto che l’avresti comprata? E allora perché rifiuti il mio dono?”
Elke trovò una risposta pronta. “La compro per non venir meno a un impegno, non per assumerla.”
Hans la osservò, divertito. “Hai molta fantasia. Però, io sono più intelligente di te. Come puoi illuderti di fregarmi giocando con le parole?”
Si avvicinò a lei. “Il braccio!”
Ti prego, Dieter, arriva!, pensò lei disperata.

Dieter Haller guidava rilassato, con calma. Era soddisfatto perché quel giorno aveva risolto un caso importante e si sentiva felice perché Elke lo stava aspettando. Aveva trovato il tempo per prenderle un piccolo gioiello, nulla di impegnativo, ma era certo che l’avrebbe resa contenta.
Pregustava la serata. Avrebbero parlato, forse ci sarebbe stata una torta da mangiare, le avrebbe consegnato il pacchettino elegantemente confezionato, si sarebbero baciati, poi avrebbero fatto l’amore.
Dieter era freddo, ma Elke era riuscita in parte a scalfire la sua corazza; lo aveva come scaldato, nello stesso modo in cui un camino una volta acceso diffonde il proprio calore in un’abitazione da tempo disabitata. E quell’abitazione all’improvviso cambia aspetto, diventando un luogo confortevole, un piacevole rifugio, e non più un luogo desolato.
Dieter riteneva di poter tranquillamente fare a meno dell’amore; questo, tuttavia, non significava che amare non fosse bello. E ormai era sicuro di amare Elke. A volte si poneva ancora delle domande su come avrebbero affrontato il futuro, ma poi le scacciava.
Quello che contava era il loro amore.
Benché lui l’avesse aiutata, Elke era riemersa dal baratro principalmente grazie al suo coraggio, alla fede nella vita, alla determinazione di cui aveva dato prova. Se lui non l’avesse stimata, non avrebbe potuto amarla. E comunque anche lei lo aveva aiutato. Da quando la conosceva si sentiva diverso. Se n’erano accorti perfino alla centrale: non che fosse diventato esattamente gioviale, però era meno cupo e intransigente.
Guardò l’orologio luminoso della Bmw. Era in anticipo. Lei lo avrebbe accolto con gioia.
Sorrise.
E in quel momento il camion gli piombò addosso.

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Il crepuscolo della Lubjanka 23Era stata una giornata particolarmente calda.
Sebbene il cielo fosse grigio – a tratti percorso da qualche lampo – e il sole nascosto, le tre donne avevano sudato abbondantemente. Il piccolo appartamento in cui si trovavano, situato all’estrema periferia di Mosca in direzione est, era all’ultimo piano di un vecchio caseggiato e aveva il soffitto incombente e gli spazi angusti: ciò peggiorava la situazione.
Valentina apparecchiò la tavola e servì con malagrazia l’americana. L’aveva detestato fin dal primo momento e ora la detestava ancora di più. L’imperialista le sarebbe stata comunque istintivamente antipatica; il fatto che avesse circuito e sedotto Nadiya accresceva notevolmente la sua avversione. Benché non avesse osato protestare quando, senza alcun preavviso, Nadiya l’aveva introdotta in casa sua, aveva manifestato la propria ostilità nei riguardi di Squire comportandosi in maniera brusca e lanciandole sguardi velenosi. Valentina provava anche un cupo risentimento nei confronti di quella che fino a pochi giorni prima era stata la sua padrona e signora, nonché l’amante più straordinaria che avesse mai conosciuto. Di lei, però, aveva paura, sicché non aveva detto nulla.
Durante quel giorno, non c’era stata molta conversazione. Scalza e in pantaloncini corti, Nadiya aveva trascorso il pomeriggio china su una carta geografica, studiando il modo migliore per raggiungere il confine con la Polonia oppure, in alternativa, il percorso più adatto per spingersi a nord. Il problema principale era uscire dalla città. Nadiya pensava che avrebbero potuto travestirsi, in maniera tale da fingersi due vecchiette. Monica di tanto in tanto interveniva con qualche suggerimento, ma perlopiù si interrogava sul senso fallimentare della sua missione in Unione Sovietica. Il dito spezzato le faceva meno male, grazie all’accurata fasciatura che le aveva applicato Nadiya, dopo averlo cosparso d’unguento, e ad alcune pillole che le aveva somministrato. Valentina dormiva, poiché lavorava di notte come addetta alle pulizie in un grande palazzo di uffici.
Mangiarono in silenzio. Poi, dopo aver lavato i piatti, la biondina di Smolenks uscì. La attendeva una lunga camminata: per recarsi al lavoro doveva percorrere quasi cinque chilometri.
L’atmosfera diventò più rilassata.
“Mi ama.”, disse Nadiya indicando la porta.
“Lo avevo capito.”
“Ma adesso io amo te.”
La russa si protese per baciare Monica. L’americana non si sottrasse. Malgrado fosse ancora sudata, Nadiya emanava il gradevole odore di una giovane donna sana ed eccitata. Squire cominciava a capire fino in fondo la sua personalità, all’apparenza dura e spietata ma in realtà aperta all’amore e capace di grande dolcezza. Se poi quell’amore era nato a causa di un desiderio innato – ormai aveva scacciato dalla mente il concetto di perversione -, questo non cambiava niente. Tutto sommato, se fra le due una aveva giocato sporco, beh quella era stata lei, Monica. Corrispose al bacio con entusiasmo, ma in quel momento entrambe sobbalzarono. L’uscio sembrò scardinarsi sui cardini.
Miloslav Pomarev comparve sulla soglia.
I tempi di reazione variano da un individuo all’altro, ma per un agente del KGB o della CIA essi sono normalmente molto più rapidi rispetto a quelli di un impiegato postale, di uno studioso o di una casalinga. Questo è dovuto ad anni di addestramento e a facoltà personali, in mancanza delle quali sarebbe impossibile intraprendere la carriera di “spia”.
Nadiya fu la più pronta, e quando Pomarev fece irruzione nel modesto locale aveva già la pistola in pugno ed era con un ginocchio a terra, le braccia tese in avanti e un dito posato sul grilletto. Spararono quasi nello stesso istante.
Il proiettile del maggiore del Gruppo Alpha raggiunse una gamba della russa. Quello di Nadiya mancò per un soffio il bersaglio.
Questione di pochi centimetri. E della velocità con cui Pomarev si era spostato.
Nadiya si accasciò al suolo.
I due si fissarono.
Pomarev si chinò sui talloni, le strappò l’arma dalle mani e premette la canna della Sig Suer P226 sulla sua tempia. Vedendo che Monica stava per scagliarsi contro di lui, scosse la testa e agitò la pistola. “Ventisei colpi.”, disse con un sorriso gelido, quindi tornò a rivolgere la sua attenzione a Nadiya.
“Non ho paura della morte.”, mormorò la donna.
“Oh, no. Troppo comodo morire così, tenente Nadiya Nicolajevna Drosdova.”, proferì l’uomo con calma. Subito dopo mirò all’altra gamba. Nadiya si contorse, gemendo per il dolore.
“Fra breve arriverà qualcuno. La meta è la Lubjanka. Il resto, sofferenza. Una sofferenza inaudita, cagna. Come è giusto che sia per i traditori.”
Poi il maggiore si rivolse a Monica. “Se vuole seguirmi, signora cekista, sarò lieto di accompagnarla in un posto migliore di questo letamaio.”
Squire lo guardò, sgomenta, poi abbassò gli occhi sulla sua amica.

A quell’ora Kryuchkov guardava fuori della finestra.
In Russia non era insolito deporre i segretari generali del PCUS in seguito a tranelli, imboscate, capovolgimenti di fronte avvenuti nel Politburo. Ma non era mai accaduto che questo avvenisse mediante un’azione di forza.
Per l’ennesima volta il presidente del KGB si interrogò, e per l’ennesima volta si ripeté che era giusto procedere. Era una questione ampia, che non riguardava una semplice lotta di potere. In gioco c’era il futuro dell’impero.
Stalin era morto maledicendo gli apparatcik che circondavano il suo letto; ed era possibile che fosse stato vittima di una congiura, sebbene Kryuchkov la ritenesse una falsità ideata dalla CIA.
Nikita Sergeevic Chrušcëv era caduto travolto dalle accuse di avventurismo per via della crisi di Cuba, oltre che per le condizioni economiche del Paese, invero pessime. Il motivo principale era, comunque, il primo. Brežnev paventava una guerra contro gli Stati Uniti. Se il conflitto fosse stato combattuto con le armi convenzionali e con bombe atomiche tattiche, almeno inizialmente l’Urss si sarebbe trovata in vantaggio; ma qualora gli americani avessero impiegato ordigni nucleari pesanti, la Russia sarebbe stata annientata.
In ogni caso, Leonid Brežnev, Aleksandr Šelepin e l’allora capo del KGB Vladimir Semicastny agirono legalmente nell’ambito del Politburo. Una questione politica, insomma.
Adesso la situazione era molto più grave, almeno dal suo punto di vista.
Kryuchkov tornò alla scrivania.
Avrebbe preferito che Putin si trovasse a Mosca. Il fatto che si tratteneva in Germania non significava aperta opposizione ma nemmeno aperto appoggio. Confidava molto nella lealtà del KGB e, soprattutto, nella straordinaria efficienza del maggiore del Gruppo Alpha, Miloslav Pomarev. Nutriva una fiducia assai minore nei confronti degli altri pezzi grossi coinvolti nel colpo di Stato.

Il cielo dell’Unione Sovietica (e in pratica di tutta la Terra) era costantemente percorso  dai satelliti Condor. Lo scopo era osservare eventuali movimenti di truppe, individuare o controllare le postazioni missilistiche, monitorare tutto ciò che succedeva sul territorio. I satelliti ritrasmettevano quello che avevano visualizzato ad altri satelliti fino a raggiungerne uno in orbita nello spazio degli Stati Uniti. A questo punto, le immagini venivano trasmesse al National Reconnaissance Office, che, previa un’opportuna verifica, poi le distribuiva ai vari settori di competenza. Una versione aggiornata dei segnali di fumo adoperati dai pellerossa o, per chi ha visto il film “Il Signore degli Anelli”, la richiesta d’aiuto di Gondor a Rohan riportata ai giorni nostri.
Tali satelliti possono leggere lo stesso articolo che ha attirato l’attenzione di una persona seduta sulla sua panchina preferita nel parco che è solita frequentare, in qualsiasi parte del mondo essa in quel dato momento si trovi. Sono in grado di vedere due giovani spasimanti che si baciano, anche se non sapranno mai valutare l’ardore di quel bacio.
Quella sera un satellite individuò due uomini seduti per terra, ai margini di un bosco, vicino a Kharkiv. Non sapeva se avevano fame o sete, né gliene importava. Trasmise l’immagine al NRO, con le relative coordinate geografiche. Da lì fu trasferita a Londra.
Pochi minuti più tardi dalla Gran Bretagna partì un messaggio in codice.
William Weber accostò il fuoristrada ai margini della M2 e lo decrittò senza problemi. Dato che era stata applicata la cifratura one-time-pad, nessun altro avrebbe potuto decodificare il testo di quel messaggio. L’one-time-pad è un metodo basato sulla sostituzione delle parole in numeri composti da quattro cifre, assemblati successivamente in gruppi di cinque, cui viene aggiunto un ulteriore numero casuale. Per decifrarlo è indispensabile possedere la “chiave”, la quale può essere utilizzata una sola volta.
Dopo aver memorizzato quanto aveva letto e aver spento il computer, Weber ripartì. Percorse circa quaranta chilometri, controllò che non ci fossero macchine in vista e gettò il pc fuori dal finestrino. L’apparecchio si frantumò sul selciato della strada.
A quel punto, l’agente del SIS non sarebbe stato più rintracciabile.
Durante il lungo tragitto, si sforzò di escludere Jill dai suoi pensieri. Non fu semplice. Quando un uomo è solo nella notte, molte difese cadono e ricordi che sembravano dimenticati riaffiorano, portando interrogativi, dubbi, rimpianti, rimorsi, il vasto corredo che si accompagna alla fine di un amore. Tuttavia ci riuscì, concentrandosi sul compito che doveva svolgere.
Weber trovò Yarbes e il colonnello Lebedev il mattino dopo. Con sé aveva un thermos contenente tè, carne in scatola e biscotti all’arancia e al cioccolato. Consumarono la colazione, poi l’uomo del SIS riaccese il motore e puntò sulla Crimea.
Mancavano due giorni al golpe.

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NELLA TERRA DEGLI ELFI

galadriel“La regina Galadriel mi aspetta.”, disse Franco Malerba allontanando il vassoio con le pillole e il bicchiere d’acqua. Scese faticosamente dal letto. “Signorina, mi aiuti a vestirmi per favore.”
“E’ fuori questione!”, replicò l’infermiera.
Malerba soffocò la risposta brusca che gli era venuta sulle labbra. Era sempre stato un uomo impulsivo, e la malattia non lo aveva cambiato. Le rivolse invece un sorriso accattivante. “E’ una stupenda mattinata di sole e io vorrei fare quattro passi con mia nipote. Non morirò certo per questo.”
“Signor Malerba, non insista.”
“Signorina Davoli, la prego!” Indossò la sua giacca preferita, una camicia a quadretti e dei pantaloni larghi e comodi. “Vieni, Nicoletta.” , disse prendendola per mano. Quando si trovarono in giardino, le parlò con calma scegliendo accuratamente le parole. “Nico, non devi credere a ciò che dice tua mamma.”
“In che senso, nonno?” La bambina lo adorava, e sapeva che quell’uomo meraviglioso stava per lasciarla per sempre. Malerba fece un gesto vago con una mano. “Vedi, mia figlia è una donna buona, e una brava madre, però è ignorante. Non ha mai letto un libro in vita sua. Non sa come accadono realmente le cose.”
“Come accadono, nonno?”
Malerba osservò il profilo delle montagne che si stagliavano all’orizzonte; osservò le aiuole ben curate, il prato, la moltitudine di fiori colorati. Trasse un respiro soddisfatto, mentre tirava fuori da una tasca della giacca la pipa. Era sempre riuscito a nasconderla, altrimenti gliela avrebbero sequestrata. “Immagino che la mamma ti avrà detto che presto morirò. Ci saranno pianti e lacrime, funerale e sciocchezze simili; ma le cose non stanno così.” Accese la pipa, tossì, riprese fiato e proseguì: “Semplicemente io mi trasferirò, il mio corpo e la mia anima andranno a Lorien, nella terra degli elfi. Una parte di me si trova già lì. Quando tu mi vedrai dormire, dormire per sempre intendo, significherà che mi sarò trasferito definitivamente in quei luoghi fatati. A Lorien ritroverò la salute, e da lì ti vedrò. Sempre. E’ anche possibile che mi permettano di venirti a trovare, almeno qualche volta.”
Nicoletta aveva le lacrime agli occhi. Era abbastanza matura per capire che il nonno stava vaneggiando. Tuttavia si prestò al gioco. Pensava che forse in questo modo lo avrebbe reso felice. “Mi porterai un regalo?”, chiese in un tono querulo che non le apparteneva, ma che studiò per l’occasione. Malerba le sorrise. “Certo, tesoro! Io veglierò su di te, e ti recherò in dono qualcosa di molto bello, chissà magari di magico.” Tossì nuovamente, ma continuò imperterrito a fumare. La tiepida brezza primaverile accarezzava gli steli d’erba e scompaginava i capelli biondi della bambina. L’aria era profumata e fragrante. Il vecchio aveva assunto un’espressione sognante, quasi radiosa; il sole meraviglioso di quella giornata sembrava specchiarsi nei suoi occhi stanchi. Era il sette aprile.

Alle prime luci dell’alba del sette maggio Nicoletta sognò il nonno. Nel sogno lui le parlava dolcemente. Le raccontò fiabe incantate; le descrisse grandi e antiche foreste, laghi dalle acque cristalline, colline ricoperte di verde. Narrò dei mille gigli che rallegravano la dimora della regina.  Promise che sarebbe tornato. La bambina si svegliò con il cuore gonfio di tristezza. Lo aveva amato più dei suoi stessi genitori, le mancava terribilmente e non sapeva se un giorno quel profondo dolore si sarebbe attenuato per trasformarsi in un lontano rimpianto. Allora forse sarebbe riuscita a ricordare solo i momenti belli, che avrebbe custodito in un cantuccio del cuore.
Andò in bagno a lavare i denti. Riaprì la porta della camera per vestirsi. Prese l’iPod dal comodino. Rimase a lungo ferma a guardare. Sul comodino c’erano la sveglia, il suo fedele orsacchiotto, la foto di Avril Lavigne. Ma c’era anche un’altra cosa, che non aveva mai visto lì.
Un candido giglio.

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I love Janine 20“Tu sei pazzo!”, esclamò Sarah.
“E’ possibile.”, ammise Marcus con un sorriso divertito. “Ma questo non modifica affatto la situazione. I casi sono due: o farai strillare per bene Leblanc oppure lei morirà. E non sto scherzando, te lo assicuro. Ho già ammazzato molte persone e una in più non farà alcuna differenza.”
Sarah lo fissò attonita. Quell’uomo era veramente un malato di mente. Forse lei e Janine avrebbero potuto aggredirlo. In due contro uno avevano delle possibilità: entrambe erano giovani e in superba condizione fisica. A frenarla furono gli inquietanti occhi gialli… gli occhi di una belva feroce, pensò con un brivido. Comunque, non avrebbe mai frustato Janine: era fuori questione. Esitò per un attimo, quindi gli assestò una forte spinta. Non lo spostò di un centimetro.
“Ti spedirò in galera!”, gridò, poi si rivolse a Janine: “Andiamocene, tesoro.”
Marcus tirò fuori una pistola da una tasca della giacca e la puntò su Janine. “La ucciderò. Puoi scommetterci tutto quello che vuoi. Ma, se eseguirai i miei ordini, potrà uscire da questa casa illesa.” Rise. “Beh, non precisamente illesa, però viva. E’ questo che conta, no?”
A Sarah Marcus era parso un uomo infido, però intelligente. Possibile che non si rendesse conto che, non appena fossero uscite da lì, lo avrebbero denunciato? Evidentemente era afflitto da mania di onnipotenza o magari contava sul fatto che lei avrebbe lasciato perdere, a causa dei suoi trascorsi. Nel suo album trattava esplicitamente temi legati alla droga, ma un conto era il testo di una canzone, altro ammettere davanti a un poliziotto di averla assunta. Però, se questo era il suo ragionamento, era sbagliato.
Janine tremava. “Forse sarebbe meglio fare come dice.”
Sarah la guardò, incredula. D’altro canto, quali alternative avevano? Rimpianse di aver accettato l’invito di quel folle, ma come avrebbe potuto immaginare un simile delirio? Mitigò il tono della voce. “Sii ragionevole, ti prego.”
Marcus aggrottò la fronte. “Sto per perdere la pazienza.”
Dal soggiorno, assolutamente incongrue, provenivano le note di I love Janine. Sarah fece un sorriso amaro al pensiero che quel disco parlava d’amore.
A malincuore, disse: “E se la frustassi, dopo ci lasceresti andare?”
“Lo giuro.”
Sarah non era ancora convinta.
Poi vide che Marcus incominciava a premere il grilletto.
“D’accordo! D’accordo. Ma metti via quell’arma, per favore.”
Marcus fissò i suoi occhi gialli su di lei. “Stai molto attenta. Ora rimetto in tasca la pistola, ma mi bastano tre secondi per estrarla di nuovo e spararle.”
“Ma perché? Cosa ti ho fatto?” Janine era terrorizzata.
Lui la ignorò e guardò invece Sarah. “Sei una donna vigorosa.”, affermò esaminandola con attenzione. “Perciò da te mi aspetto delle scudisciate altrettanto vigorose. Non provare nemmeno a pensare di fare la furba, me ne accorgerei subito e le conseguenze sarebbero tragiche. Bene, signore: adesso seguitemi.”
Le guidò in una camera da letto arredata in modo moderno, in linea con il soggiorno. Marcus guardò Janine. “Spogliati.”, disse. “Puoi tenere reggiseno e slip. Tutto il resto via.”
Janine era pallida come uno straccio. Obbedì meccanicamente. Nonostante i suoi trascorsi sportivi il dolore fisico la spaventava; inoltre temeva che Marcus non mantenesse i patti. Mentre si toglieva gli indumenti, ripeté a se stessa la domanda che gli aveva posto inutilmente: cosa aveva fatto di male? Niente! E allora perché avrebbe dovuto subire quel supplizio? Non trovò una risposta.
Quando si fu svestita, Marcus le indicò il letto. Era a due piazze, posto in fondo alla stanza, di fronte a un armadio a muro. Le lenzuola dovevano essere state cambiate di recente: emanavano un profumo gradevole ed erano stirate perfettamente. “Stenditi.” Janine obbedì, mettendosi a pancia in giù. Marcus le legò i polsi alla testiera, quindi consegnò la frusta a Sarah. “Procedi.”
Sarah fissò lo scudiscio, angosciata. Sebbene sapesse di non avere scelta, tutto il suo essere si ribellava all’idea di fare del male a Janine. Era un corpo che amava, che in lei evocava piacere, passione, dolcezza: come avrebbe potuto straziarlo? E in seguito questo non avrebbe forse influito sui loro rapporti? Sarebbe stata come un’ombra cupa destinata ad aleggiare per sempre fra loro. Un ricordo disgustoso, impossibile da cancellare.
Marcus si portò vicino al letto. “Cinquanta frustate.”, specificò. “Le prime trenta sulla schiena, le altre sulle gambe.”
“Ma così morirà!”, protestò Sarah esterrefatta.
“Non credo.”, ribatté lui. “E una donna atletica. E comunque se le merita tutte! Ad ogni modo, l’alternativa è una morte certa. Forza, comincia!”
Sarah scosse la testa, stolidamente. “Non posso. Non ci riesco.” Lasciò cadere la frusta.
“Raccoglila immediatamente!”, sibilò Marcus.
“Ti prego, Sarie, fai quello che ti dice.” Janine capiva il suo conflitto interiore, ma non esistevano alternative: doveva frustarla.
Sarah si chinò e riprese lo scudiscio. Lo saggiò, flettendolo nell’aria, poi vibrò la prima frustata. Fu talmente debole che Janine non emise il minimo gemito.
Marcus parlò con voce gelida. “Ascoltami bene, Taverner: se la seconda frustata sarà simile a questa, interromperò il nostro gioco. A quel punto, sai bene cosa succederà.”
Sarah lo fissò con odio. “Sei una schifosa carogna!”.
L’uomo non si degnò di ribattere.
Sarah calò con forza la frusta.
Janine urlò.

Dieter Haller si era procurato una pistola a Soho. Era una vecchia Browning nove millimetri e l’aveva pagata il doppio di quanto valeva. In ogni caso, andava più che bene.
Raggiunse lo stabile a piedi. Imbruniva e si stavano accendendo le prime luci. Dieter si strinse nel cappotto; spirava un forte vento di tramontana.
Fece per aprire la porta, ma era chiusa.
Per entrare occorreva possedere la chiave oppure suonare al citofono.
Esaminò i nomi degli inquilini e provò con una certa signora Thompson. Nessuno rispose. Passò a Valance con lo stesso esito. Al terzo tentativo, il signor Graeves gli domandò cosa voleva. L’inglese di Dieter era buono, tuttavia l’accento era inconfondibilmente tedesco.
Graeves non aveva un buon carattere. Lo mandò al diavolo.
Dieter perse la pazienza.
Si guardò attorno e vide che in quel momento non c’era nessuno.
Forzò la serratura ed entrò.
Salì a piedi, fermandosi a ogni piano per controllare le targhette. Sapeva che non doveva cercare Hans Schweinsteiger, bensì Marcus Thomas. Sapeva molte altre cose. Quando Hans Schweinsteiger aveva lasciato la Germania, si era inizialmente recato in Austria, quindi in Italia e infine in Francia. Poi era sembrato svanire nel nulla, come un fantasma.
Se Dieter avesse potuto occuparsene a tempo pieno e in via uficiale non avrebbe avuto problemi a trovarlo. Ma era costretto a indagare durante le ore libere dal lavoro, che con il progredire della carriera erano sempre meno, e senza alcun aiuto da parte dei colleghi. Era una faccenda privata che riguardava lui solo. Per questo aveva perso le sue tracce a Cannes, dove Hans probabilmente aveva ucciso quattro balordi.
Due anni dopo, però, un vecchio amico che apparteneva a Scotland Yard lo aveva informato che Hans si era trasferito a Londra e che prosperava negli affari.
Dieter aveva atteso altri due anni, poi si era preso una vacanza.
E adesso era soltanto questione di minuti.

Alla quinta scudisciata Janine desiderò ardentemente di perdere i sensi. Si morse la lingua per non implorare pietà. Era una situazione grottesca e paradossale. Sarah la stava frustando contro la sua volontà e lei non poteva supplicarla di smettere perché, se ciò fosse avvenuto, sarebbe morta. Le due sferzate successive furono meno forti, ma Marcus se ne avvide e dichiarò che quello era il suo ultimo avvertimento.
L’ottava le sembrò di una violenza inaudita. Janine incominciò a pensare che, in un caso o nell’altro, non sarebbe sopravvissuta. Cinquanta frustate assestate con forza potevano uccidere una persona, e lei stava già impazzendo per il dolore.
Cercò invano di estraniarsi, di portare la mente altrove, lontana dal corpo. Stando a quanto affermava uno scrittore di cui non ricordava il nome, era un buon metodo per ignorare la sofferenza: peccato che funzionasse soltanto nei romanzi d’avventura. A ogni nuova frustata il dolore diventava sempre più devastante. Si sentì soffocare dal panico.
Alla dodicesima, non riuscì più a trattenersi. “Sarie, ti prego, basta! Non ce la faccio più. Preferisco morire.”
Sarah si fermò. La tentazione di gettare la frusta era fortissima, ma sarebbe stato un grave errore. Lanciò un’occhiata a Marcus e quello che vide la disgustò. Era visibilmente eccitato. Aveva una mano nei pantaloni, probabilmente si stava masturbando. Distolse lo sguardo e sfogò la sua rabbia imprimendo tutta la potenza fisica che aveva nella nuova scudisciata. Era come se in quel momento non ragionasse più.
L’urlo disperato di Janine le straziò il cuore.
Si accasciò sui talloni, incapace di proseguire.

Elke era uscita dal negozio ansiosa di incontrare Dieter. Da un lato, era ancora spaventata perché sapeva che l’uomo dagli occhi gialli era spietato, e lei aveva osato sfidarlo; da quell’altro, desiderava essere baciata, accarezzata, amata. Si sarebbero visti dopo cena. Aveva preparato una torta per lui. L’avrebbero mangiata, avrebbero chiacchierato allegramente, tenendosi per mano, e poi sarebbero andati a letto assieme. Non vedeva l’ora.
Mentre camminava, diretta a casa, decise di non parlargli dell’incontro di quella mattina. In fondo, era una sciocca a preoccuparsi. Dieter aveva già molti problemi, infiniti casi da risolvere, era inutile angustiarlo. Hans Schweinsteiger non le aveva forse detto che stava per lasciare la Germania? Sicuramente aveva già venduto quella partita di droga, perciò non avrebbe più pensato a lei.
Scacciò dalla mente Hans per riportare la sua attenzione su Dieter. Elke non aveva mai amato prima di allora e, malgrado fosse di indole fredda, anche lui la amava. Le piaceva fantasticare, immaginando stupendi scenari che contemplavano una graziosa casetta provvista di un bel giardino, lei, Dieter e due bambini, un maschietto e una femminuccia. E poco importava se sarebbero rimasti solo sogni; ciò che contava era il presente che la vedeva felice. E poi perché porre limiti ai propri desideri? Una sera Dieter aveva fatto vaghi accenni al loro futuro, pertanto era possibile che le sue aspettative si avverassero.
Non nevicava più e anche la pioggia aveva smesso di cadere, però le strade erano tutte bagnate. Elke camminava in fretta, dato che faceva molto freddo.
Arrivò davanti al portone e frugò nella borsetta per cercare la chiave.
La infilò nella serratura.
Entrò nell’atrio.
Una mano si posò sulle sue spalle.
Il viso di Elke si illuminò di gioia. Dieter le aveva fatto una sorpresa ed era arrivato in anticipo. Non c’era granché in frigorifero, si disse preoccupata. Beh, se la sarebbe cavata con un buon piatto di salsicce e patate. Senza contare la torta.
“Buona sera, fraulein.”
Ma quella voce non apparteneva a Dieter.

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Maggiore Miloslav PomarevMiloslav Pomarev avrebbe ucciso lo starets con grande piacere.
Lo fermarono una serie di considerazioni, la più importante delle quali era legata a quello che sarebbe successo entro pochi giorni. Una consistente parte della popolazione russa amava Gorbaciov, e una parte altrettanto numerosa era attratta dal misticismo e dai dogmi della Chiesa ortodossa, di cui lo starets rappresentava un’icona. Non sarebbe stato saggio fomentare gli animi di quella vasta plebe proprio alla vigilia del cambiamento. Se fossero insorti disordini, Kryuchkov si sarebbe infuriato.
Si voltò per condurre le due donne alla Lubjanka e impallidì per la collera.
Nadiya e Monica Squire si erano volatilizzate.
Pomarev fulminò con lo sguardo il suo sottoposto. Era furibondo, ma riuscì a rimanere freddo e a reagire con lucidità. Inseguirle non sarebbe servito a niente. Potevano essere andate ovunque. Per un momento, pensò di utilizzare tutte le potenti risorse del Gruppo Alpha. Poi decise che non era necessario. Mentre lo starets Zosima improvvisava una breve predica, tornò alla Lubjanka, salì in macchina e si recò a Yazenevo, dove aveva buone conoscenze.
Consegnò i suoi documenti e attese con pazienza. Fu questione di pochi minuti.
Quando ebbe fra le mani il dossier che riguardava il tenente Nadiya Nicolajevna Drosdova, lo studiò a lungo, imprimendosi ogni particolare nella memoria. Andare a casa sua sarebbe stato inutile: Nadiya era una traditrice, ma non una sciocca. Però, esistevano altri due luoghi dove avrebbe potuto trovarla. Nel KGB i fascicoli relativi agli agenti – e agli uomini politici, e agli oppositori – erano molto esaustivi. Contenevano una quantità di informazioni, che avrebbero fatto la gioia di CIA e FBI. Venivano riportati, fra l’altro, stato di servizio, missioni portate a termine con successo, eventuali note di biasimo, profilo psicologico, studi fatti, password del computer con annesse tutte le e-mail inviate e ricevute nonché i siti più esplorati, altezza, peso, numero di scarpe, sport praticati.
Il quadro che emergeva era ampiamente positivo. Pomarev apprese che il tenente Drosdova aveva un elevato quoziente intellettivo, che era una comunista convinta e che le sue superbe condizioni fisiche ricordavano quelle di un’atleta olimpionica. Eccelleva soprattutto nello judo e nella scherma. Il dossier accennava al fatto che Nadiya amava infliggere dolore. Per la prima direzione centrale era un fattore irrilevante. Altri particolari riguardavano abitudini, letture, vizi, liquori preferiti, svaghi prediletti, frequentazioni.
Pomarev si soffermò su quest’ultima voce.
C’erano due nomi, entrambi con relativo indirizzo. Erano segnalati come “probabili amanti”.
Un uomo e una donna. Quindi, era bisessuale, e questo spiegava molte cose. In cuor suo, biasimò gli estensori del rapporto per non aver inserito tale perversione dove andava messa: nei vizi. Era tipico dei compagni della prima direzione centrale del KGB. Operando prevalentemente all’estero, erano stati contaminati dal decadentismo borghese.
Quale dei due?, si domandò Pomarev.
A rigore di logica, la donna andava esclusa. La presenza di Squire avrebbe potuto provocare tensione e scatenare scenate di gelosia.
Il maggiore del Gruppo Alpha restituì il voluminoso fascicolo.
Il suo istinto gli suggeriva di ignorare la logica.
E fu quello che fece.
Si mosse la sera successiva: prima aveva dovuto sbrigare una mole di lavoro immensa.
Altri ne sarebbero venuti fuori a pezzi. Non lui.

Il signor William Weber, di antiche origini tedesche ma cittadino britannico fino alla punta dei capelli, ricevette la strana telefonata proveniente da Londra, mentre si apprestava a uscire dall’ambasciata inglese per andare a cena.
Weber ascoltò attentamente, corrugò la fronte ed emise un lungo sospiro. Poi si chiese se la sua linea era veramente protetta e chiuse la comunicazione, promettendo che avrebbe fatto quanto era in suo potere, il che non era molto, pensò.
Un’ora più tardi, salì su un fuoristrada perfettamente attrezzato e lasciò l’imponente edificio che sorge sul lungofiume Sofiskaja. Come sempre, una Chaika lo seguì. Weber guidò con calma attraverso le strade pressoché deserte di Mosca, ma a un tratto frenò così bruscamente che la Chaika per un pelo non lo tamponò.
Weber scese dal fuoristrada e si avvicinò alla macchina. I due occupanti fingevano di non guardarlo, ciò nonostante non poterono ignorare la sua testa che si affacciò all’interno della vettura attraverso il finestrino dell’uomo che stava al volante. A causa dell’afa, naturalmente il vetro era abbassato.
Weber sapeva chi erano loro, e loro sapevano chi era Weber. Nei sei anni della sua permanenza nella capitale sovietica, lo avevano pedinato innumerevoli volte, e in qualche occasione si erano anche parlati, sebbene in teoria questo fosse proibito.
“Si dà il caso che io sia atteso da una donna fantastica.”, disse Weber esprimendosi in un russo impeccabile.” Notò che erano interessati e proseguì: “Lunghi capelli biondi, occhi blu come il mare, un viso d’angelo e il temperamento di una divoratrice di uomini. Tornate all’ambasciata, per cortesia.” Allungò una mano e lasciò cadere in grembo all’agente della seconda direzione centrale una busta rigonfia. Non conteneva valuta russa.
Seguì un momento di incertezza, poi l’uomo controllò il contenuto della busta. Con una luce avida nello sguardo, che Weber non poté vedere per via dell’oscurità ormai incombente, rifilò una gomitata al compare. Un attimo dopo, la Chaika fece manovra e tornò da dove era venuta.
William Weber, ufficialmente addetto culturale ma in realtà agente del MI6, chiamato in modo più corretto anche SIS (Secret Intelligence Service, il servizio segreto del Regno Unito destinato alle operazioni all’estero), risalì sul potente fuoristrada e si diresse verso Kharkiv. Era un viaggio che avrebbe evitato volentieri. Disponendo della copertura diplomatica, non correva alcun rischio, però, se lo avessero fermato, avrebbe dovuto spiegare il motivo che lo aveva allontanato da Mosca. Dato che non esistevano scuse plausibili, lo avrebbero scortato fino alla Lubjanka, dove gli avrebbero rivolto domande sgradevoli. Se le risposte fossero piaciute, sarebbe rimasto ancora in Unione Sovietica; in caso contrario, lo avrebbero rispedito in patria. E a Vauxhall Cross non lo avrebbero certo applaudito.
D’altro canto, se era vero ciò che per sommi capi gli era stato comunicato, si trattava di una questione estremamente seria.
Il Segretario di Stato americano, James Baker, aveva conferito personalmente con John Major, il quale si era messo subito in contatto con “C”, al secolo Sir Colin McColl (da sempre, i direttori del SIS sono chiamati con quella lettera dell’alfabeto, anche se Ian Fleming nei romanzi di James Bond l’aveva mutata in “M”. Entrambe le sigle derivano da Sir George Mansfield Smith-Cumming, il primo leggendario direttore che si firmava sempre con tale semplice consonante). Major aveva preso il posto della lady di ferro – soprannome coniato in Urss – e manteneva gli stessi ottimi rapporti con l’alleato d’oltre oceano.
Baker era stato informato dal capo della CIA, il quale a sua volta aveva appreso la notizia da Patrick Keynes, il responsabile del settore sovietico, che era stato contattato da una fonte sconosciuta a Weber. Considerato che il suo compito era principalmente quello di tenere gli occhi aperti per poi informare tempestivamente i vertici del MI6, Weber si sarebbe aspettato di essere redarguito; invece nulla di tutto questo era avvenuto: benché l’intelligence degli Stati Uniti, per una volta, si fosse dimostrata più abile del SIS, a William era stato chiesto solo di recarsi in Ucraina, dove un agente della CIA e un colonnello del KGB erano stati assaliti da alcuni delinquenti che si erano presi il loro fuoristrada
Dopodiché avrebbe dovuto portarli in Crimea.
Weber era abituato a obbedire agli ordini e a svolgere il proprio dovere, in qualsiasi circostanza e a dispetto di ogni pericolo. Non aveva frequentato scuole esclusive ed era venuto dalla gavetta, cioé dall’esercito. Era entrato a far parte del SIS nove anni prima, dopo aver partecipato alla guerra delle  Falkland, guadagnandosi una medaglia. Sua moglie, Jill, aveva manifestato il proprio disappunto chiedendo il divorzio. Era una donna di natura malinconica, non sopportava le lunghe assenze del marito e non capiva perché  non si fosse scelto un impiego più normale. Weber era andato avanti per la sua strada, anche se sognava Jill una notte su due.
Affrontò il lungo tragitto con scarso entusiasmo, ma determinato ad accompagnare la singolare coppia fino alla dacia di Foros.

Quando Sasha lo aveva chiamato, Vadimir Putin si era trovato di fronte a un dilemma. Sasha gli aveva riferito che nei pressi di Kharkiv erano incappati in un gruppo di banditi armati di AK-47. Non volevano denaro e non si erano dimostrati violenti; il loro unico interesse era costituito dalla UAZ 469b. Rimasti senza mezzo di trasporto, era seguito un diverbio. L’Amerikanskiy voleva proseguire. Sasha no. Era tornato a Mosca, sfruttando le sue conoscenze locali. Prima che se ne andasse, Yarbes gli aveva dato un numero di telefono, una parola d’ordine e un nome, raccomandandosi che usasse una linea sicura. Adesso Sasha non sapeva cosa fare.
“Niente.”, disse Putin, prendendo mentalmente nota delle tre informazioni. Poi riagganciò. Rifletté a lungo. Il suo piano era riuscito perfettamente, tuttavia non aveva previsto che Yarbes fosse così ostinato nel voler raggiungere la Crimea a ogni costo. Secondo i suoi calcoli, sarebbe dovuto tornare a Mosca con Sasha.
L’intransigenza dell’agente della CIA creava un problema, che poi era sempre lo stesso. Putin vedeva di buon occhio la caduta di Gorbaciov, ma un giorno, che si augurava non dovesse essere troppo lontano, avrebbe avuto un disperato bisogno dell’America. Quando finalmente fosse diventato il nuovo zar, avrebbe rilanciato l’economia, modernizzato il Paese, eliminata ogni forma di opposizione. Per conseguire tali risultati gli sarebbero occorsi saldi appoggi. E chi meglio degli Stati Uniti?
Gli americani erano strani, ma generosi. Prima distruggevano una nazione, radendone al suolo le città – Giappone, Germania, Italia -, poi sganciavano miliardi di dollari per favorire la ricostruzione… e per esportare sigarette, Coca-Cola, hamburger e tutto quello che la loro ricca industria produceva. Putin desiderava la loro amicizia. E soprattutto i loro soldi. Per questo, si ripeté, era importante che Yarbes facesse il suo nome nel rapporto che avrebbe presentato alle massime autorità di Langley. E per questo era necessario che tornasse in patria sano e salvo.
Di lì a breve, ci furono due telefonate.
La prima in Virginia. La seconda in Crimea.
Mancavano quattro giorni al golpe.

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