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Posts Tagged ‘spionaggio’

AleksandrEra più ciò che li accomunava di quello che li divideva. Entrambi erano freddi, risoluti, esperti e spietati. L’unica differenza stava nel fatto che Stavrogin uccideva per necessità, Altmann perché gli piaceva farlo. Per il resto, ambedue erano abituati a eseguire gli ordini e a portare a termine le loro missioni con successo. E ciascuno dei due credeva fermamente – o, nel caso del tedesco, aveva creduto – in un’ideologia. Il nazismo e il comunismo. Altmann era troppo intelligente per cullarsi nei sogni sciocchi di chi sperava che un giorno qualcuno avrebbe raccolto l’eredità di Hitler e guardava con disprezzo i gruppuscoli che inscenavano ridicole manifestazioni a favore di uno Terzo Reich, che mai sarebbe più esistito. Da uomo pragmatico, qual era, aveva messo a disposizione della CIA le sue capacità per combattere contro quello che considerava il nemico storico, il regime sovietico. Deflorare, sfregiare e terrorizzare le piccole ebree era una parte della ricompensa che gli spettava; ammazzare rappresentava un sottile piacere.
Matrioska agiva secondo quanto gli era stato insegnato, con una sola eccezione che rappresentava proprio l’ex Hauptsturmführer della Gestapo. Non poteva dimenticare la morte di Klavdij. Per questo era estremamente soddisfatto: la viscida carogna nazista aveva avuto quello che meritava. In altre situazioni, si sarebbe limitato a stendere un succinto rapporto e ad attendere nuove disposizioni. Nella fattispecie, ora doveva tornare a Berlino per finire ciò che aveva incominciato: debellare completamente la rete dei traditori e, risentimenti personali a parte, senza Klaus Altmann sarebbe stato molto più semplice. In ogni modo, provava qualcosa che si avvicinava, seppure alla lontana, a un’emozione. In precedenza, era accaduto un’unica volta, anni prima, quando aveva difeso sua sorella in un bosco.
Adesso, comunque, voleva appurare se Altmann possedeva dei documenti riservati e, poiché non li aveva trovati nella macchina, uscito dall’albergo dove si era concesso un lungo sonno, dopo aver inviato un messaggio criptato, si avviò a piedi verso l’hotel Du Lac.
Un battello attraccò al molo, scaricando pochi intrepidi passeggeri. Non era la stagione ideale per visitare il lago di Como. Nel cielo, sole e nubi si rincorrevano; la breva soffiava regolare, increspando l’acqua e creando suggestivi giochi di luce e di penombra. Un maestro della fotografia ne avrebbe tratto immagini esemplari.
Indifferente al paesaggio, Matrioska passò davanti a un bar, provvisto di una grande vetrata.
La donna lo vide e lo riconobbe.

Babij Jar, Unione Sovietica, 30 settembre 1941. Il respiro affannoso della piccola Rivka, gli occhi da cerbiatta impaurita, le urla di dolore. Fuori della baracca, l’inferno in Terra. Era stato uno dei momenti più felici della vita di Altmann, e su di essi si concentrò mentre si trascinava sulla strada chiamata Valassina per raggiungere Bellagio.
Si fermò due volte a vomitare. Il capitano Abhisar Subramanian lo aveva avvertito. Provocare uno stato di morte apparente era rischioso e non privo di conseguenze. Gli girava la testa e sentiva le gambe deboli, ma non poté chiedere un passaggio, dato che in quel solitario panorama notturno non passò neppure un’automobile.
Eppure sapeva che il russo sarebbe andato a curiosare nella sua camera. Perciò doveva muoversi in fretta, ignorando stanchezza e dolore. Doveva trovare un’arma, magari un coltello o meglio ancora una pistola, posto che in quel paese esistesse un negozio che le vendeva, ed era improbabile. Ci avrebbe pensato più tardi; allo stato attuale, non riusciva a ragionare con lucidità.
Alle prime luci dell’alba affrontò l’ultimo ripido tratto in discesa che porta alla cosiddetta “perla del Lario”. A quel punto, le forze lo abbandonarono definitivamente.
Riuscì a gettarsi per terra dietro un cespuglio e cadde in un sonno che forse era l’anticamera della morte vera.

Londra. Il rezident del KGB Sergej Vadimovic Sokolov stava riflettendo davanti alla finestra. Benché non avesse minimamente creduto al “passaggio di campo” di Monica Squire, aveva tuttavia preso atto di quanto la CIA aveva maldestramente organizzato: predisporre una trappola che aveva lo scopo di eliminare Aleksandr Sergeivic Stavrogin. Il messaggio, ricevuto tramite one-time pad, lo tranquillizzò sotto questo aspetto. Matrioska aveva ucciso il tedesco.
Quello che al MI5 e a Langley non sapevano era che Sokolov disponeva di una vera “talpa” all’interno del servizio segreto britannico. Non era un uomo geniale come Philby, né spregiudicato come Aldrich Ames: comunque era utile.
Mentre i suoi superiori si riposavano nella campagna inglese, con al seguito mogli e cani, Miller si era dato da fare. In linea teorica, Sokolov avrebbe potuto affidare l’incarico a un agente “illegale”, cioè privo di copertura diplomatica, ma preferiva preservarli per altre incombenze; e se si fosse avvalso di un elemento della prima direzione centrale che operava regolarmente all’interno dell’ambasciata sovietica, era pressoché certo che sarebbe stato seguito.
Miller aveva appurato due cose. La prima, che Squire nella scacchiera rappresentava una semplice pedina; la seconda, che la “regina” – proseguendo nel paragone scacchistico – aveva lasciato di soppiatto Londra per andare in Italia. E dove, se non a Bellagio? Miller aveva anche tentato di approcciare Monica Squire: purtroppo, però, se non possedeva il carisma di Philby e la sfacciataggine di Ames, condivideva con loro la passione per l’alcool. La giovane donna aveva rifiutato con fermezza l’invito a cena di un individuo palesemente ubriaco.
Ma andava bene così. Anzi, male, si disse il rezident. Se Kris Howe aveva raggiunto Altmann, sebbene in ritardo visto che ormai era morto, era per un motivo preciso: aiutarlo. Sokolov non immaginava, né gli sarebbe interessato saperlo, che Howe aveva in animo di eliminare il tedesco, una volta che Stavrogin fosse stato ucciso; quello che invece sapeva e che lo preoccupava era che Matrioska non conosceva Howe. Questo lo esponeva a un serio rischio.
Impossibile mettersi in contatto con lui.
Sergej Vadimovic Sokolov tornò alla scrivania e compose un numero di telefono.
A Milano qualcuno ricevette la chiamata su una linea sicura.

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Kris HoweLa giovane, atletica e attraente, che indossava jeans firmati e un elegante giubbotto si pose ancora una volta la stessa domanda: meritava, forse, di vivere l’ex Hauptsturmführer della Gestapo? E la risposta fu la stessa che si era già data dieci volte.
Era arrivata a Bellagio con un’auto a noleggio, percorrendo prima l’autostrada dei laghi e poi la tortuosa strada che costeggia il Lario sulla sponda orientale del primo bacino; dall’altra parte c’erano Cernobbio, Lenno, Tremezzo, paesi di cui ignorava l’esistenza, ma che forse, se li avesse visitati, le sarebbero piaciuti.
Seduta in un bar poco distante dall’hotel Du Lac, sorseggiava un cappuccino senza distogliere lo sguardo dall’ingresso dell’albergo. Il locale disponeva di un’ampia vetrata che le permetteva una visuale perfetta. Un’ora più tardi, al terzo cappuccino, guardò l’orologio, si alzò e telefonò all’hotel, chiedendo del signor Altmann. In un buon inglese, una ragazza le rispose che non c’era. Non si addentrò in altri particolari e riagganciò prima che Kris potesse parlare ancora. Se anche conosceva bene il tedesco, il francese e lo spagnolo, era comunque una maleducata, pensò l’agente della CIA.
Tornò a sedersi, ordinò una pizza e passò in rassegna vari scenari. Primo, Altmann aveva già individuato il russo, gli aveva teso un agguato e lo aveva eliminato. In questo caso, probabilmente adesso era diretto verso l’aeroporto per fare ritorno a Londra a riferire che la missione era stata portata a termine con successo. Oppure era già comodamente seduto in prima classe, intento a bere champagne. Avrebbe chiamato Langley per informarsi. Non era un’eventualità gradevole: sarebbe stato umiliante per un “controllore” chiedere informazioni, anziché fornirne. Per Kris Howe essere considerata una stella in ascesa era un motivo di orgoglio e la prospettiva di perdere punti non la solleticava per niente.
Secondo, l’uomo del KGB aveva ucciso Klaus Altmann. Se era vero ciò che si diceva di lui, non era un’ipotesi da trascurare. Riguardo alle conseguenze, erano ugualmente deprimenti. Le avrebbero fatto notare con fredda cortesia che non l’avevano mandata in Italia per un viaggio di piacere. Dove si trovava lei, quando l’ex Hauptsturmführer era stato ammazzato?
Terzo – ed era quello che si augurava -, i due non si erano ancora incontrati.
In tal caso, doveva scegliere fra due opzioni: aspettare che Altmann si facesse vivo e nel frattempo continuare a sorvegliare l’albergo, oppure mettersi in moto per cercarlo. Facile a dirsi! Consultò la carta geografica che aveva acquistato in un negozio di souvenir di Como, in piazza Cavour.
C’erano tre modi per arrivare a Bellagio. Da Lecco, da Erba o mediante l’itinerario che aveva scelto lei. Scrollò il capo. No, si corresse. Ne esistevano almeno dieci. Con un motoscafo, con il ferry-boat, con un battello.
Si pentì di aver lasciato Monica Squire a Londra. La giovane collega avrebbe potuto esserle d’aiuto: si sarebbero divisi i compiti. C’era però il rischio che Monica cercasse di impedirle di eliminare Altmann; lo disprezzava quanto lei, ma Kris non la conosceva a fondo: era possibile che fosse una donna piena di scrupoli. O magari l’avrebbe tradita, denunciandola, per farle le scarpe. Quanto è vasta l’ambizione umana? Pensieri inutili, si disse. Era sola e avrebbe agito da sola. Finì la pizza e spostò lo sguardo sul lago, che luccicava ai raggi del tiepido sole invernale.
Decise che per il momento avrebbe aspettato.
Non poteva sapere che Altmann e il russo in effetti si erano già incontrati, la notte precedente, né, e questo era ovvio, cosa era accaduto.

Babij Jar, Unione Sovietica, 30 settembre 1941. Mancavano pochi ebrei per raggiungere il conto finale di 33.771 vittime. Tra di essi, una bambina che rispondeva al nome di Rivka. Aveva da poco compiuto dieci anni e in una baracca vicina al grande fossato dove venivano gettati i corpi privi di vita di quegli sfortunati ucraini di ceppo ebraico – Babij Jar si trova nei pressi di Kiev – desiderava raggiungere al più presto i suoi genitori.
Era meglio di ciò che stava subendo da quell’individuo orribile.
Nikolaus Barbie, Hauptsturmführer della Gestapo, che in seguito sarebbe diventato Klaus Altmann, la stava stuprando. L’indomani sarebbe tornato a Lione, ma aveva accolto con gioia l’ordine di recarsi nell’Urss per partecipare al massacro. Quando, con un grugnito, eiaculò, trasse un sospiro soddisfatto. Si alzò dalla sudicia branda, prese la pistola e sparò alla bimba, mirando al viso.
L’errore che l’Uomo di Ghiaccio commise quella notte di molti anni dopo fu quello di “non” mirare alla testa di Stavrogin. Lo prese in pieno petto e, grazie al giubbotto antiproiettile di kevlar, Matrioska non riportò danni.
L’agente del KGB balzò in piedi.
Non cercò di prendere il fucile. Si avventò a mani nude su Altmann.

L’otto marzo del 2006 ho aperto il mio primo blog, su Splinder. Da quel giorno sono trascorsi otto lunghi anni. Desidero ringraziare tutti gli amici che mi hanno seguita, prima su Splinder e poi qui.
Mi auguro di continuare a scrivere storie che in qualche modo vi tengano compagnia 🙂

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PomarevChi fosse interessato a ricevere il libro completo, in versione cartacea, può contattarmi tramite e-mail: sandraoale@gmail.com

Vedere in azione gli uomini del Gruppo Alpha può spaventare. Non hanno nulla da invidiare alle squadre speciali del SAS britannico, alle unità del Mossad israeliano o al servizio d’azione dello SDECE francese. Per far parte di tale gruppo è necessario un addestramento durissimo, che soltanto in pochi riescono a sopportare e in pochissimi a portare a termine con successo. Naturalmente, l’identica cosa vale anche per le analoghe organizzazioni del Regno Unito, d’Israele e di Francia. Ma con una differenza: l’alone di mito che in Russia avvolge il Gruppo Alpha. Questo non ha riscontro con gli altri Paesi.
I sei agenti salirono le scale di corsa, abbatterono senza problemi la porta dell’appartamento ed entrarono con le armi spianate. Erano tutti muniti di giubbotto antiproiettile.
C’era un corridoio, su cui si affacciavano cinque porte. Il corridoio non rappresentava problemi, in quanto era diritto e terminava contro un muro. Inoltre era illuminato. Sebbene non fosse particolarmente largo, permetteva il passaggio contemporaneo di due persone.
I primi due si introdussero nel locale più vicino. Era il soggiorno ed era vuoto. “Nessuno!”, urlò uno dei due. Nel frattempo, il terzo e il quarto erano già nella camera da letto adiacente, anch’essa deserta; e il quinto e il sesto in un’altra stanza. Anche qui non videro anima viva. Con sincronia perfetta, la prima coppia entrò nella cucina. Erano operazioni che avevano studiato e ristudiato, provandole infinite volte in circostanze sempre diverse. Una casa in campagna, un appartamento in città, un garage situato in periferia. Gli ambienti venivano riprodotti con qualche piccola modifica, affinché non fossero tutti uguali. Ciò che comunque contava era la rapidità di esecuzione e la prontezza nel rispondere all’eventuale fuoco nemico. Quando giunsero nell’ultimo locale, il più piccolo, trovarono una vecchia che dormiva su una sudicia branda. La svegliarono bruscamente per interrogarla.
Ma l’anziana donna era palesemente una ritardata mentale.
Due minuti più tardi fecero rapporto a Pomarev. “L’appartamento è vuoto, all’infuori di una vecchia rimbambita.”
Il maggiore era furibondo, ma possedeva un grande autocontrollo. “Perquisitelo.”, ordinò con calma. Cassetti, armadi. Guardate ovunque: sotto ai tavoli, ai letti, alle sedie.”
La perquisizione fu effettuata con estremo scrupolo. Non diede alcun risultato.
“Perché la luce del corridoio era accesa?”, domandò a se stesso Pomarev, parlando a voce alta.
“La vecchia si era dimenticata di spegnerla o forse ha paura del buio.”, gli rispose il comandante della squadra.
“No.”, ribatté Pomarev. “Il motivo è un altro. Avevano fretta di scappare. Qualcuno li ha informati.”
Rifletté per qualche istante, poi in tono pacato disse: “La vecchia è rimbambita? Ma davvero? Spaccatele le gambe.”
Gli uomini esitarono. Era solo una povera vecchia.
Pomarev gli rivolse uno sguardo gelido. “Disobbedire a un ordine è un caso di grave negligenza. Può portare alla corte marziale.”
In quel momento non poteva saperlo, ma gli sarebbe successo di ripetere esattamente le stesse parole.
Dopo un attimo, gli obbedirono, anche se con scarso entusiasmo.

Quella mattina, il Bastardo si era svegliato abbastanza presto, aveva fatto la doccia e aveva consumato una prima colazione a base di caffè e spremuta d’arancia. Poi aveva chiesto al portiere di passargli la camera della signorina Kelly Wright; ma era già uscita.
John Wyman sostò per un po’ nell’atrio, rileggendo gli appunti che aveva preso durante la conversazione con Boris Eltsin: un uomo interessante che gli aveva fornito diversi spunti degni di nota. Quindi decise di fare una passeggiata. Passò davanti ai due agenti della seconda direzione centrale e rivolse loro un sorriso smagliante. I due distolsero lo sguardo. Uno studiò con interesse il soffitto, l’altro si guardò le unghie. Susan era sorvegliata da due coppie che si alternavano: giorni pari e giorni dispari. Non era un comportamento molto astuto, si disse il Bastardo. D’altro canto, da sempre erano abituati a spadroneggiare, perciò non si preoccupavano minimamente di passare inosservati, come invece avrebbero fatto gli inglesi.
Wyman varcò l’ingresso dell’albergo e attraversò la strada. Vide una giovane bionda vestita piuttosto bene per gli standard sovietici. Mentre si incrociavano, le scivolò la borsetta per terra. Il Bastardo si chinò per raccoglierla e gliela restituì con garbo. Lei sorrise e gli tese la mano. Quando si allontanò, Wyman scrutò pensoso il piccolo foglio di carta. Una calligrafia frettolosa aveva indicato un’ora e l’indirizzo di una chiesa ortodossa. Il biglietto era firmato “S”.
Quando si incontrarono, Susan disse che voleva essere invitata fuori a cena; era stanca della cucina dell’hotel. Il Bastardo acconsentì di buon grado e non le domandò come avesse trascorso la giornata, né perché avesse scelto un modo così strano per fissare un appuntamento. Lui aveva scritto e il suo articolo era quasi finito. Dal canto suo, Susan gli fu grata per la riservatezza tipicamente britannica.
Wyman la condusse da Yar, uno dei migliori ristoranti di Mosca, dove Susan mangiò con entusiasmo i finferli in coccio con patate novelle e sfogliatine tiepide con porcini e il fagiano ripieno di mirtilli.
Tuttavia, mentre il Bastardo sorseggiava una vodka, perse d’un tratto il buon umore. “Sono stanca di essere pedinata! E ho un presentimento, John. Questa notte non voglio tornare in albergo. E’ la ragione per cui ti ho inviato quel messaggio.”
Wyman sollevò un sopracciglio. “Un’intrepida agente della CIA che crede ai presentimenti? Che idea! Sono tutte sciocchezze, Susan. E poi ci sarò io a proteggerti.”
L’americana annuì, poco convinta.

Agniya sapeva che stava per morire, ma sapeva anche un’altra cosa: che non avrebbe mai tradito Sasha.
Agniya era nata a Stalingrado. I suoi genitori morirono fra le macerie della città, quando lei era ancora una ragazza. Agniya si salvò per miracolo. Vagò senza una meta, ascoltando in preda al panico il rombo dei cannoni e scorgendo, in lontananza, i mostruosi carri armati dei tedeschi. Poi incontrò Ivan, un giovane che all’incirca aveva due o tre anni più di lei. Fu lui a prendersi cura di lei, a procurare il cibo per entrambi, a consolarla e a infonderle fiducia. Fecero l’amore, mentre infuriava la guerra, nascosti in un bosco, e se nel loro atto esisteva un profondo significato, superiore alla malvagità degli uomini, alla sofferenza e alla paura, forse soltanto gli angeli avrebbero saputo coglierlo e, per una volta, si sarebbero rallegrati.
Agniya concepì una figlia due anni dopo, quando finalmente i panzer erano stati scacciati e l’Unione Sovietica si avviava alla vittoria. Ivan era stato reclutato sei mesi prima e ora stava combattendo con valore in un reparto di carristi. Alla fine della guerra, entrò a far parte del KGB. Era un uomo che credeva nei principi del comunismo, amava la sua patria ed era fiero di essere russo. Un uomo meraviglioso. Fu ucciso per ordine di Stalin, a causa di accuse totalmente infondate. Da quel giorno, una donna un tempo graziosa e piena di entusiasmo nei confronti della vita si trasformò in una maschera cupa e impassibile. Detestava il regime, e non faceva distinzioni fra Gorbaciov, Eltsin o chi si opponeva alle riforme. Nel suo animo semplice, erano tutti uguali. Tutti spregevoli. E ora ne aveva la conferma.
Sarebbe morta, però non avrebbe mai tradito suo nipote.
Un fiotto di sangue le uscì dalla bocca. Due uomini la tenevano in piedi, un terzo le sferrava violenti pugni allo stomaco. Pomarev la fissava.
Agniya gli sputò in faccia.
Pomarev rimase impassibile. Estrasse un fazzoletto da una tasca e si asciugò il viso. Ripeté la medesima domanda per l’ennesima volta.
Ormai Agniya non poteva più rispondergli.

La seconda unità del Gruppo Alpha entrò nel Radisson Slavyanskaya Hotel. L’uomo che li guidava si diresse verso il portiere. Cingeva una Makarov da 9 millimetri. “Kelly Wright”, chiese a voce alta. Il dipendente dell’albergo, terrorizzato, gli indicò il bar. “E’ lì con un signore inglese.”, rispose.
I quattro attraversarono a grandi passi la hall.
Davanti alla porta del bar, furono fermati da un individuo di media statura, ma con le spalle molto larghe. Esibì il suo tesserino. “Cosa credete di fare?”, domandò in tono freddo.
“Obbediamo agli ordini!”
“Gli ordini di chi?”, chiese l’agente del KGB. Nel frattempo, il suo collega lo aveva raggiunto.
“Del maggiore Pomarev.”, dichiarò il capo della spedizione.
“Interessante. Io, invece, obbedisco agli ordini del compagno presidente Kryuchkov. Mi sembra che stia più in alto.”, replicò l’uomo della seconda direzione centrale con una nota beffarda nella voce. Era ancora risentito per la sgradevole telefonata che aveva ricevuto da Pomarev. “E tali ordini sono chiari: non va toccata, in nessun modo e per nessuna ragione.”
I quattro del Gruppo Alpha si guardarono, indecisi.
“Buona notte!”, disse seccamente l’agente del KGB. E mostrò loro la porta dalla quale erano entrati.
Sebbene fosse concentrato sul compito di sedurre Susan, e avesse deciso di portarsela a letto quella notte stessa, il Bastardo non aveva perso nulla di ciò che era accaduto a pochi metri da lui.
Sogghignò. “Paradossale!”, pensò fra sé.
Poi si rivolse all’americana. “Hai due angeli custodi che ti proteggono, tesoro.”
“Tesoro?”
Qualche ora più tardi, Susan Cooper scoprì con grande soddisfazione che gli inglesi, o almeno quell’inglese, possedevano doti sorprendenti e una fantasia sconosciuta agli americani.
Erano le due di notte e mancavano quindici giorni al golpe.

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Klaus AltmannAltmann atterrò a Milano, dopo un volo perfetto. Sbrigò le formalità alla dogana senza problemi – anche perché con sé aveva soltanto una valigia a mano, che conteneva biancheria, calze e due camicie di ricambio -, e salì su un taxi.
Quel giorno noleggiò un auto, si dedicò ad alcuni acquisti, poi, prima di fermarsi a dormire in un albergo del centro, notò lungo una strada secondaria  una serie di cartelli che indicavano che, a causa di lavori in corso, l’accesso in quella data via era per il momento vietato. Si guardò intorno e non vide nessuno. Ne rubò uno.
L’indomani, si diresse con calma verso Erba.
Rispetto al “soggetto”, in linea teorica era in ritardo, ma in realtà – come sempre nella sua vita – si trovava in largo anticipo.
Durante l’ultima riunione alla Century House erano state avanzate tre ipotesi: la prima, che il tenente del KGB arrivasse in Italia in treno; la seconda, che invece optasse per un aereo; la terza, infine, che varcasse la frontiera in macchina. Aveva prevalso l’opinione di John Baker. Grazie alla vasta esperienza maturata nel MI5, che si occupa della sicurezza interna della Gran Bretagna e dello controspionaggio, dapprima come agente, in seguito a livelli dirigenziali, aveva espresso la convinzione che l’unico modo per entrare in Italia con una o più armi fosse quello di nascondere i ferri del mestiere all’interno di una vettura, nel bagagliaio o celati sotto l’automobile. L’Uomo di Ghiaccio aveva obiettato che, come avrebbe fatto lui, il “soggetto” avrebbe potuto servirsi in loco.
“E’ vero.”, ammise Martin Forbes del SIS. “Però lei conosce il territorio meglio di lui; perciò sa come muoversi. Non ci risulta che il russo abbia mai operato all’infuori dell’Unione Sovietica o della Germania.”
Kris Howe annuì. “La domanda successiva”, osservò, “è quale frontiera?”
“A questo ci penserò io.”, rispose Forbes. “Di primo acchito, verrebbe da pensare al Friuli o all’Alto Adige, magari alla Svizzera; ma non ne sono convinto. L’istinto mi suggerisce una località situata da tutt’altra parte: è quanto suggerirei a uno dei miei uomini. In ogni caso, disponiamo di una sua foto – nome e passaporto ovviamente saranno falsi. Ho già trasmesso le copie alle autorità italiane. Con alcune “raccomandazioni” ben chiare”, precisò. “Lasciarlo passare tranquillamente, informarci non appena fosse individuato e soprattutto non ficcare il becco in questioni che non li riguardano. Trascorro spesso le mie vacanze in Toscana e lì la gente è simpatica e ospitale: non vorrei che due poliziotti idioti commettessero l’errore di tentare di fermarlo. Sarebbe come avere due cadaveri sulla coscienza.”
“Sempre che non abbia cambiato i connotati.”, interloquì pensierosa Kris.
“Questo sarebbe un bel guaio.”, ammise Baker.
Seguì una pausa. Le parole di Kris Howe venivano soppesate. La sensazione era che nessuno volesse prendere in considerazione quell’eventualità.
“Molto bene.”, disse Altmann rompendo il silenzio e rivolgendosi a Forbes. “Prendo per buona la sua teoria. Poniamo che passi da Ventimiglia – se ho ben capito. O anche da un altro valico, in fondo cambia poco. A meno che non scenda dalla Valtellina, punterà su Milano. A questo punto, per raggiungere Bellagio, esistono tre percorsi alternativi: la strada che costeggia il ramo del lago dalla parte di Lecco, la sponda opposta, cioè quella occidentale, che parte da Como, oppure la Valassina, da Erba in su. Io devo sapere quale dei tre tragitti sceglierà.”
La risposta giunse prima del previsto, a metà pomeriggio, dopo un pranzo non particolarmente appetitoso. Squillò il telefono, a prova di intercettazione. Rispose John Baker che porse l’apparecchio a Forbes. La conversazione fu breve. “Ventimiglia.”, annunciò quest’ultimo. “Un mio uomo lo seguirà a debita distanza fino a Milano. Qui gli verrà dato il cambio. Quando sapremo dove si è diretto, toccherà a lei, signor Altmann.”
“Gli italiani non sono solo cordiali.”, commentò Howe. “Sono stati bravi!”
“Mmmm…” Forbes scosse la testa.
“Lo ha individuato lo SDECE, a Nizza. Non mi sarei mai sognato di fidarmi soltanto degli italiani. Così mi sono rivolto anche agli “amici” francesi.”
“Lo SDECE? Sono degli assassini!”, esclamò Howe, lanciando uno sguardo eloquente ad Altmann.
“Già.”, disse Forbes. “Assassini alquanto efficienti, però.”

Lungo la strada che da Como porta a Cantù, poco prima del sobborgo di Albate, sulla destra c’è un’armeria. Una scritta su un cartello informa la potenziale clientela che si effettuano riparazioni e che è disponibile una vasta gamma di armi nuove e usate. Non ci sono altri negozi nelle vicinanze. Più avanti, dopo un semaforo, c’è un bar, Il Circolo dei Lavoratori, sempre affollato, perlopiù da anziani, visti i prezzi modici.
La strada è trafficata, ma i pedoni sono rari e comunque il marciapiede si trova sul lato opposto.
L’Uomo di Ghiaccio posteggiò l’auto in un parcheggio situato in una via interna a circa duecento metri dall’armeria, scese e percorse a piedi quella breve distanza. Era una mattina serena e limpida, e il sole brillava nel cielo di un blu intenso; in lontananza si scorgevano i profili delle montagne.
Altmann varcò la soglia del negozio e si guardò attorno. Vide un notevole assortimento di tute mimetiche, uno scaffale che conteneva vari modelli di fucili e su un pianerottolo posto di fronte all’ingresso un banco dove erano ordinatamente riposte le pistole, protette da un vetro. Salì i quattro gradini e in quel momento da un locale adiacente comparve il proprietario, un uomo alto e massiccio con radi capelli grigi e dall’aria scorbutica.
Lo fissò, senza salutarlo. In un italiano dal vago accento tedesco, Altmann disse che voleva acquistare una Wilson calibro 45. Se l’armaiolo non avesse combattuto con Von Paulus, a Stalingrado, non  avrebbe colto quella pressoché impercettibile inflessione. Gli chiese il porto d’armi e la carta d’identità. Altmann tirò fuori da una tasca i due documenti, perfettamente contraffatti, dai quali risultava che aveva la cittadinanza italiana e che era in possesso di un regolare porto d’armi. L’uomo li esaminò attentamente, quindi annuì e aprì il ripiano con una chiave che portava appesa al collo. Depose sul vetro l’arma richiesta e alcune munizioni. Era il modello C.Q.B. a otto colpi, una pistola di grande precisione in dotazione a diversi reparti speciali americani. Non disponeva di un silenziatore, poiché la legge italiana lo vieta, ma questo Altmann lo sapeva già.
“Vorrei provarla.”, disse.
L’altro assentì e lo guidò in un cortile, passando per l’ufficio dove teneva le sue carte. L’Uomo di Ghiaccio osservò le tre sagome poste contro un alto muro, poi mirò a quella centrale, sparando in rapida successione tre colpi. L’uomo alzò un sopracciglio: aveva centrato tre volte il bersaglio con precisione millimetrica. Si domandò che genere di lavoro svolgeva. Sulla carta d’identità era riportato un vago “professionista” che poteva significare qualsiasi cosa. Tese la mano per farsi restituire la pistola e accennò al prezzo, comprensivo di otto pallottole. Le tre che aveva già usato erano un omaggio della ditta.
All’improvviso impallidì. “No! Questo non si fa.”
Altmann aveva puntato la pistola su di lui.
“Oh, sì, invece.”, ribatté. Poi gli sparò alla testa.
Tornò nel negozio, raccolse una manciata di pallottole, si infilò la Wilson in una tasca del giubbotto e uscì tranquillamente dall’armeria. Camminando con calma, tornò alla macchina. Cinque minuti più tardi, raggiunse Olmeda, svoltò a sinistra e si diresse verso Montorfano, dove si fermò a pranzare.
A differenza di Stavrogin, che aveva cenato da Sonia, optò per la Vecchia Trattoria, in piazza Roma.
Dopo aver mangiato avidamente un piatto di spaghetti e una costata ai ferri, telefonò all’hotel Du Lac di Bellagio. Comunicò che sarebbe arrivato quella sera, con un giorno di anticipo. C’erano problemi?
“No.”, rispose gentilmente la receptionist. Vista la stagione, disponevano di molte camere libere. Poi Altmann domandò all’impiegata se qualcuno avesse per caso chiamato, informandosi sulla sua prenotazione, prevista per la sera successiva, a tarda ora. La donna non sembrava ricordare.
“Rifletta!”, disse Altmann.
Lei rifletté.
“In effetti, sì.”, rispose dopo qualche secondo. “Un suo amico. Dall’accento credo che fosse un francese. Adesso che ricordo bene, insisté per conoscere l’ora esatta. E io come faccio a saperlo? Verso mezzanotte, gli dissi.”
L’Uomo di Ghiaccio riagganciò.
Bene, pensò.
Se conosceva i cekisti – e li conosceva – Matrioska lo avrebbe aspettato al buio in qualche punto solitario della strada.
Ma avrebbe avuto una sorpresa.

NOTA DELL’AUTRICE: come già nel capitolo precedente, ho utilizzato – nella seconda parte dell’episodio – un passo, riveduto e corretto, de “Il fattore B”.
Tale storia non verrà più sfornata, ma quel pane appartiene comunque a me 😛

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AleksandrOrmai prossimo alla pensione, Sergej Vadimovic Sokolov aveva una vasta esperienza. Era entrato a far parte del KGB, dopo aver militato nell’Armata Rossa, dove si era distinto in varie occasioni per intelligenza e coraggio; in seguito aveva operato per il Gru. Alla Lubjanka lo avevano tenuto d’occhio. Inizialmente lo mandarono in Arabia, poi aveva lavorato in Francia, quindi in Gran Bretagna. Quattro anni prima era stato nominato rezident.
Era un comunista convinto e parlava correntemente cinque lingue, fra le quali naturalmente l’inglese. E conosceva gli uomini.
Mentre ascoltava e osservava la giovane donna, seduta di fronte a lui, nel frattempo la valutava. Monica indossava un tailleur di stampo classico e calzava scarpe con i tacchi bassi. Si esprimeva in un inglese dal forte accento americano, usando termini che Sokolov avrebbe accuratamente evitato.
Era una donna intelligente, ma era ancora inesperta. Con il tempo, sarebbe maturata e forse sarebbe diventata una “stella” della CIA; quello che tuttavia era certo era che stava mentendo. Gli aveva rivelato il nome di due traditori, che erano già sul punto di venire richiamati in Unione Sovietica per essere processati (un eufemismo) e condannati. Aveva dichiarato di odiare il capitalismo e di essere mossa da profondi ideali; ciò nonostante, aveva offerto i propri servigi in cambio di denaro.
Questo era stato il primo errore. Le persone che cambiavano bandiera si dividevano in tre categorie, e chi – come l’inglese Philby – decideva di tradire il suo Paese, spinto da ragioni morali e da solidi principi, non pretendeva nulla in cambio. Aldrich Ames, invece, era motivato unicamente dall’avidità, ma non si era mai sognato di definirsi comunista. Poi c’erano i millantatori, che fingevano di essere amici dell’Urss, ma che in realtà facevano il doppio gioco. Monica Squire apparteneva a quest’ultima categoria.
Il secondo errore nasceva dal fatto che lei amava gli Stati Uniti, credeva nei loro falsi valori, e non era riuscita a dissimularlo. Probabilmente avrebbe tratto in inganno uno sprovveduto, un uomo superficiale; e non era il caso di Sokolov.
In realtà esisteva anche una quarta categoria, composta da chi è sottoposto a un ricatto, ma il ricatto nasce da una colpa, e lo sguardo della giovane americana era troppo limpido per presumere che fosse incorsa in qualche tipo di malversazione oppure che fosse stata fotografata a letto con un’altra donna o magari con un negro. E poi il rezident ne sarebbe già stato al corrente.
L’avrebbe liquidata dopo dieci minuti di colloquio… però, poi, Squire gli fornì il recapito di un uomo che Sergej Vadimovic Sokolov disprezzava e detestava. Era un’informazione vera? Oppure falsa? Ma, nel tal caso, perché avrebbe dovuto correre il rischio di essere smascherata? Non avrebbe ottenuto nulla, né soldi, né riconoscenza, e soprattutto avrebbe perso la già scarsa credibilità di cui ai suoi occhi disponeva.
Il rezident rifletté. L’operazione era stata studiata e pianificata con estrema attenzione. Dubitava, però, che la CIA volesse sbarazzarsi di Klaus Altmann: era troppo importante per Langley, e comunque avrebbero potuto farlo sparire senza coinvolgere il KGB. Dunque, esisteva un motivo nascosto alla base di quella rivelazione. Una trappola. Una trappola ideata con un preciso scopo. Attirare in Italia un agente della prima direzione centrale, al fine di sopprimerlo. E chi, se non il brillante Aleksandr Stavrogin? Matrioska aveva perso il suo migliore amico e avrebbe insistito per essere lui e non altri a vendicarlo. Sebbene vivesse da anni a Londra, Sergej Vadimovic Sokolov era informato su tutto, anche su ciò che accadeva a Berlino est. Compresa la morte di Klavdij, sicuramente dovuta a un ordine dell’Uomo di Ghiaccio, il miserabile nazista che, invece di giustiziare, gli americani avevano assoldato.
Il rezident si concesse un sorriso e annuì. “Sono davvero lieto di averla conosciuta.” Aprì un cassetto, contò delle banconote e porse a Monica una somma che a lei parve esagerata.
Se avesse potuto leggere nei pensieri di Sergej Vadimovic Sokolov, avrebbe capito che l’anziano rezident voleva quell’incontro e non avrebbe mosso un dito per impedirlo.  Comunque, lo intuì. Ma Squire – come quasi tutti all’interno della CIA – non sapeva chi era veramente Aleksandr Sergeivic Stavrogin. Lei un giorno lo avrebbe scoperto, altri molto prima.

Mezz’ora più tardi, Kris e Monica sedevano a un tavolo appartato, in un locale anonimo, ubicato nei pressi della Waterloo Station. “Non mi ha creduto.”, affermò Monica. Howe finì di bere il suo caffè, invero pessimo, poi depose la tazzina con aria pensierosa. “Ne sei certa?”
“Sì.”, rispose Squire. “Mi ha riempita di soldi, ma non ci è cascato.”
“I soldi sono tuoi.”, replicò Kris. “La CIA può tranquillamente farne a meno… ma, allora, perché te gli ha dati?”
“Per una ragione molto semplice. Adesso sa dove a breve Altmann si trasferirà. A questo ha creduto. L’ho compreso dalla sua espressione. Sembrava annoiato e non lo nascondeva, ma d’un tratto si è fatto estremamente attento. Ha capito che “questo” era vero, e se pure diffidava di me, la notizia gli è piaciuta. E sono convinta che invieranno proprio il “soggetto”. Più che convinta.”
“Perché?”, ripeté Kris.
“Perché lo considerano il migliore. Ma, si sa, i russi sbagliano sempre.”

Il tenente Stavrogin parlava molto bene quattro lingue. Oltre al russo e al tedesco, l’inglese e il francese. Con l’italiano se la cavava, ma con qualche difficoltà. Per questo, quando varcò senza problemi la frontiera di Ventimiglia, dopo il volo che lo aveva condotto da Stoccolma all’ aeroporto di Nizza,  aveva con sé un passaporto perfetto a nome di Julien Leblanc, agente immobiliare di Antibes. Nel doppiofondo della valigia, ve n’era un secondo, intestato a Patrick Driver, un mobiliere di Manchester.
Stavrogin non aveva un aspetto tipicamente russo: poteva sembrare un tedesco, un austriaco, un inglese o un francese del nord.
Era a bordo di una Bmw 320 turbo diesel di seconda mano, regolarmente acquistata a Nizza da un rivenditore di auto usate. Meno regolare era ciò che aveva nascosto nel bagagliaio e sotto l’auto; ma anche la perquisizione più attenta e scrupolosa molto difficilmente sarebbe servita a scoprire quello che era stato celato con grande abilità in entrambi i posti. E comunque non c’era motivo per cui la polizia lo fermasse e ispezionasse l’auto. Stavrogin rispettava i limiti di velocità, viaggiava sulla corsia di destra e aveva tutta l’aria del turista intento a godersi una bella vacanza in Italia.
Si fermò per fare il pieno e per mangiare un sandwich nei pressi di Pavia. Pioveva e il cielo era grigio. Giunto a Milano, imboccò l’autostrada dei laghi, prese la deviazione per Como e uscì al casello di Lomazzo. Aveva studiato attentamente tutta la zona e sul sedile del passeggero c’era una carta geografica. Il panorama, bello nei mesi caldi, dava una sensazione di tristezza. Passò per Cermenate, evitò Cantù svoltando a sinistra e, quando fu a Olmeda, girò a destra. Dieci minuti più tardi era a Montorfano. Posteggiò la Bmw e attraversò la strada per bere un caffè al bar Crème.
Si sedette a un tavolino d’angolo, dove fu servito da una ragazza molto carina.
Decise che avrebbe aspettato l’indomani per mettersi in azione. Era abituato a preparare i suoi piani con estrema cura, senza tralasciare il minimo aspetto; quando tutti i tasselli combaciavano e il quadro era completo, allora sferrava il colpo… e non falliva.
Lanciò un’occhiata alla ragazza del bar. Era alta e flessuosa, ma non era il momento di pensare al sesso. Il suo pensiero era fisso sulla morte di  Klavdij.
Si limitò a ordinare un secondo caffè.
Quella sera cenò da Sonia, una pizzeria vicina al lago di Montorfano, e si coricò presto, all’hotel Albavilla, dove aveva prenotato una camera telefonando da Nizza.

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Klaus AltmannAlla Century House la proposta di Kris Howe fu accolta con qualche perplessità.
Non era tanto il Paese scelto per organizzare l’operazione  che suscitava i dubbi (su questo tutti si dichiararono d’accordo, e John Baker del MI5 insisté sul fatto che nel caso quella nazione non andava assolutamente avvertita).
Il problema era legato al modo con cui Kris intendeva procedere. Inviare Monica Squire all’ambasciata sovietica di Londra, munita di alcune informazioni riservatissime (ma sostanzialmente di dubbia utilità), chiedere una cifra sostanziosa e affermare di essere comunista. Se la cosa fosse andata in porto, Monica avrebbe fatto un ultimo “regalo” ai russi, svelando dove si trovava il rifugio di Klaus Altmann.
“Tre considerazioni.”, ribatté Forbes. “La prima: da quanto ci ha detto, Squire è giovane e relativamente inesperta. Ne consegue che potrebbe commettere degli errori; di conseguenza non verrebbe creduta. La seconda: se un’informazione è segretissima, per sua stessa natura non può essere di dubbia utilità; e se invece fosse fasulla, il KGB non abboccherebbe all’amo. Infine, la terza considerazione: chi ci garantisce che manderebbero proprio il “soggetto” e non un altro agente?”
Prima che Howe potesse replicare, intervenne Altmann. “Signori, in quanto al terzo interrogativo, vi posso tranquillamente rassicurare. Io so come muovermi. Ieri abbiamo eliminato un certo Klavdij. In base a certe ricerche, avevo appreso che era il solo e unico amico del “soggetto”, e lui sa chi è stato l’artefice della sua morte. Insisterà per occuparsene di persona, e considerati i brillanti successi che ha ottenuto in pochi giorni, verrà sicuramente accontentato. Quando ero Hauptsturmführer della Gestapo, ho spesso usato metodi simili. Si chiama psicologia.”
A quelle ultime parole, gli altri distolsero lo sguardo. Martin Forbes fissò il soffitto, John Baker consultò alcuni appunti che conosceva già a memoria e che non aveva alcuna necessità di leggere, Kris avvampò in viso furiosa e colma d’odio per il criminale nazista.
Ma fu lei ad annuire. “Sono d’accordo.”, disse, cercando di mitigare il tono della voce: se avesse potuto, gli avrebbe cavato gli occhi. Quindi si rivolse a Forbes. “Io qui rappresento la CIA, e a Langley mi hanno concesso i massimi poteri. Le informazioni “segretissime” riguardano due uomini della prima direzione centrale del KGB che si sono venduti a noi. Rispettivamente a New York e a Città del Messico… però sono già bruciati, perché i russi lo hanno scoperto, e presto saranno richiamati in patria. Dato che sono pesci piccoli, i miei superiori non muoveranno un dito per salvarli, anche perché in realtà sono soltanto due avidi doppiogiochisti. Ma il KGB non sa che noi sappiamo. E su Monica Squire garantisco io. E’ giovane, è vero, ma abile e competente; saprà recitare la parte. A questo punto, però, mi chiedo il motivo di questi vostri nuovi dubbi… mi sembrava che fossimo tutti concordi.”
Martin Forbes alzò nuovamente gli occhi al soffitto. “I piani alti.”, rispose. “Hanno mosso molte obiezioni.”
Kris Howe gli rivolse un sorriso suadente. “Capisco. Tuttavia, in questa operazione, sono io che rappresento il piano più alto. Ricordatelo a chi di dovere, telefonate a Langley, fate ciò che volete. Ma esigo una risposta per domani. In caso contrario, prenderò il primo volo per gli Stati Uniti.”

Quello che Baker, Forbes e Howe ignoravano era che Klaus Altmann, l’Uomo di Ghiaccio, non lavorava per loro unicamente in cambio di denaro o per il piacere di uccidere. Vi era un terzo motivo. Ne era a conoscenza un ristrettissimo gruppo di persone – non più di cinque – ai vertici assoluti della CIA e del servizio segreto britannico.
Se i due funzionari del MI5 e del SIS avessero appreso tale motivo, e se la loro richiesta di immediato trasferimento a un altro incarico non fosse stata accolta, con ogni probabilità avrebbero dato le dimissioni. E Kris non avrebbe aspettato un minuto per tornare in America.
In linea di principio, il senso morale dovrebbe avere sempre il sopravvento su qualsiasi altra considerazione di ordine pratico, malgrado i vantaggi che essa potrebbe assicurare.
D’altro canto, l’ex Hauptsturmführer della Gestapo era responsabile di 1.424 omicidi. Se si chiudono gli occhi su questo – come erano stati chiusi -, si possono chiudere pure su qualche altro peccatuccio. Ciò che Altmann aveva compiuto a Berlino est era di importanza inestimabile e valeva qualche ulteriore piccolo sacrificio in termini di etica.
Quella sera, mentre un sicario al soldo di Langley, sorvegliava la porta della stanza dell‘Uomo di Ghiaccio, con l’ordine di non permettere intrusioni, la piccola Sarah di quattordici anni sperimentava quanto, molti anni prima, era toccato in sorte alle precedenti vittime di Altmann.
Seviziarla era delizioso.
All’alba, si trovò un modo per far scomparire ogni traccia di quello che era accaduto.

Otto ore più tardi, Monica Squire varcava la soglia dell’ambasciata sovietica.
Fu accolta senza stupore.
Erano troppi i casi, che si erano verificati in passato o che sarebbero avvenuti in un prossimo futuro, perché ci fosse una ragione per sorprendersi della sua libertà di movimento. Aldrich Ames, in America, stava incassando somme ingentissime senza che la CIA si accorgesse della misteriosa scomparsa di un numero assai rilevante di agenti del KGB o del Gru che lavoravano per gli Stati Uniti (e chi se ne rendeva conto la attribuiva alla fortuna dei dannati russi). Kim Philby, in Gran Bretagna, aveva fatto forse anche di peggio, sebbene fosse spinto dall’ideologia e non dal desiderio di ricchezza. E molti altri avevano seguito quegli esempi, sotto gli occhi indifferenti del MI5.
A Langley ciò era dovuto alla presunzione di innocenza di qualsiasi elemento della CIA per il semplice fatto che apparteneva alla CIA; a Londra, a causa del tipico concetto inglese di privacy. E se negli Stati Uniti poi ci aveva pensato l’FBI; in Gran Bretagna, i traditori si erano trasferiti in Unione Sovietica senza incontrare problemi.
Con grande sorpresa di Monica, il rezident del KGB acconsentì a riceverla immediatamente.

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Kris HoweHenning Frenzel fu prelevato nel tardo pomeriggio del giorno seguente, mentre preparava in fretta e furia una piccola borsa da viaggio.
A differenza di Glowatzky, si rivelò un osso assai più duro, e questo per una ragione molto semplice: Glowatzky agiva per denaro, Frenzel mosso dall’odio per il comunismo e dal desiderio di contribuire alla ricostruzione di una Germania unita, libera e indipendente. Quando il medico che controllava l’interrogatorio informò Stavrogin che il prigioniero stava per morire, e un agente della Stasi gli comunicò che, a parte gli insulti, non aveva pronunciato una sola parola, il tenente del KGB ordinò che le torture cessassero.
Entrato nella stanza dove si era svolto l’interrogatorio, pretese che tutti uscissero. L’ambiente era pervaso dal lezzo dell’urina, del sudore e della paura. Rimasto solo con Frenzel, Matrioska prese una sedia e l’avvicinò al tavolo dove, strettamente legato, giaceva il tedesco. La girò in modo che la spalliera fosse rivolta verso il traditore, si sedette e lo fissò. “Sei un uomo coraggioso.”, dichiarò, augurandosi che l’altro fosse ancora in grado di sentirlo e che soprattutto capisse quello che gli diceva.
“Mischling!”, mormorò Frenzel con la voce soffocata dal dolore.
Stavrogin gli rispose con un sorriso. “Presto o tardi, tutti parlano.”, affermò in un tono amichevole. “Ma tu no. Hai resistito alle torture più atroci, e in questo senso morirai con onore, malgrado le tue colpe. Se ormai non fosse inutile, ti condurrei con me alla Lubjanka; prima o poi ti convincerei a collaborare con noi. Purtroppo, la mia è un’idea tardiva.”
Henning non replicò, limitandosi a guardarlo con disprezzo.
“Già. E’ anche possibile che io mi sbagli.”, disse Stavrogin con aria pensierosa. “In ogni caso, sono discorsi inutili. Posso prometterti soltanto due cose.”, aggiunse sempre pacatamente.
Sebbene Frenzel fosse allo stremo delle forze e stesse viaggiando in un mondo dove esisteva unicamente la più inaudita sofferenza, non poté evitare di cogliere la differenza fra le urla con le quali gli avevano posto le domande gli uomini della Stasi e il modo garbato con cui il russo gli si rivolgeva. Ciò, naturalmente, non cambiava nulla.
“Due cose.”, riprese Matrioska, dopo una breve pausa. “Un’iniezione di morfina che porterà a termine il tuo calvario… e poi la mia personale promessa che Elke non seguirà la tua sorte.”
Frenzel ebbe un sussulto. Cosa ne sapeva quel russo di Elke? La immaginò nuda, imprigionata su quello stesso tavolo, in preda alla disperazione e al terrore. Lei ignorava ciò che egli faceva, non avrebbe potuto svelare alcun segreto, né indicare nomi, luoghi, contatti; ma per quei bastardi non avrebbe fatto nessuna differenza.
“La dolce, bella, fragile, Elke. Si contorcerà, implorando pietà, tuttavia non servirà a niente.” La voce di Matrioska era sempre suadente, gentile, quasi rassicurante. Non ottenendo una reazione, si alzò, dirigendosi verso la porta. Elke era l’amante di Frenzel.
“Un triste dono d’addio da parte tua.”, osservò posando una mano sulla maniglia.
“Aspetta!”, lo fermò Henning Frenzel.
Stavrogin si voltò.
E, negli ultimi istanti della sua vita, Frenzel parlò.

Mentre consumavano una cena eccellente, a spese della CIA, Kris Howe non riusciva a nascondere il suo disappunto. Monica Squire aveva avuto una buona intuizione, che era stata accolta con favore dal MI5, dal SIS e da Altmann; però non era riuscita a trasformarla in un progetto preciso.
Kris rammentava molto bene le parole di Baker: “La proposta è sua… adesso aspettiamo qualcosa di più concreto.” A Langley, attendevano notizie; e Kris era pienamente consapevole che, se avesse portato a termine con successo quella missione, si sarebbe assicurata una nuova promozione. Di contro, temeva che, in caso di fallimento, avrebbero potuto invitarla a tornare in America, sostituendola con un altro agente, John Lodge, Martin Yarbes o chi per loro.
Al momento del dessert, fu lei a essere raggiunta da un’illuminazione. Si confrontò con Monica.
“Partiamo da due presupposti.”, disse, allontanando il piatto da sé.
Monica si protese, attenta.
“Stasi e KGB farebbero carte false per mettere le mani sull’uomo che ha pianificato e diretto un gran numero delle nostre operazioni a Berlino est. Ora, non sanno dove adesso egli si trovi e, anche se stanno smantellando una considerevole parte della nostra rete, sotto questo profilo, non perverranno a niente di concreto.”
Kris ordinò due coppe di champagne, quindi proseguì: “La seconda considerazione nasce da un presupposto. Klaus Altmann, ex Hauptsturmführer della Gestapo, è uno dei più abbietti criminali degli ultimi cinquant’anni. Lavora per noi, è vero, ma, se dovesse morire, questo non sarebbe altro che un atto di giustizia. Qualcun altro potrebbe sostituirlo, forse in tempi non brevi; ma la pazienza è la virtù dei forti. Ovviamente, il nostro obiettivo è il sovietico… però, non mi dispiacerebbe un pareggio. E credo che in Virginia il nostro capo rimarrebbe soddisfatto. Anche lui disprezza Altmann, a dispetto delle alte sfere. In quanto a loro, accetteranno il fatto compiuto.”
Monica Squire la fissò con aperta ammirazione. “Quindi?”, domandò.
Howe rifletté per alcuni secondi. “Se noi trovassimo il modo per informare gli “amici” russi che Altmann attualmente si rifugia in un dato luogo… ”
“Giusto! Londra.”, esclamò Monica.
Kris scosse la testa. “In un secondo momento, qualora la prima operazione non portasse a un esito soddisfacente. Alla Lubjanka sanno essere molto cauti. Organizzare la cattura o l’uccisione di Altmann in Gran Bretagna non è la cosa più facile del mondo. Sanno fin troppo bene quanto l’MI5 sia efficiente.” Bevve un sorso di champagne. “In un secondo momento.”, ripeté.
“Incominciamo, invece, con una nazione, dove è più semplice muoversi liberamente. Una nazione, che non dispone del MI5, del SIS e dello Special Branch”.

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