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Posts Tagged ‘the KGB Trilogy’

AleksandrIl tramonto arrivò presto, ma il cielo era limpido, rischiarato dalla luna piena e da una moltitudine di stelle, che le facevano da corona.
Altmann scrutò in basso e dopo un istante distinse la sagoma di Stavrogin. Era sdraiato sulla neve con il fucile puntato nella direzione da cui si aspettava che giungesse il tedesco. Naturalmente non aveva mantenuto i patti: si trovava al di sopra del luogo convenuto per l’appuntamento. Una mossa tutto sommato prevedibile, e che infatti l’ex Hauptsturmführer della Gestapo aveva previsto.
Muovendosi cauto, senza produrre il minimo rumore, Altmann si avvicinò alla preda. Quando ritenne che la distanza fosse quella giusta, prese la mira e fece fuoco. Non cadde nello stesso errore che aveva commesso sul valico che portava a Bellagio; ormai sapeva che l’agente del KGB si proteggeva con un giubbotto antiproiettile: perciò sparò alla testa. Quattro colpi, in rapida successione, che grazie al silenziatore non furono avvertiti da nessuno, posto che ci fosse qualcuno nei paraggi, e così non era, dato che le abitazioni erano distanti e, malgrado la stellata, il freddo era intenso, tale da non invogliare nessuno a uscire di casa, se non per recarsi in macchina in un bar o in un ristorante. Non certo per passeggiare in mezzo ai campi coperti di neve.
Soddisfatto, Klaus Altmann percorse gli ultimi metri e raggiunse il cadavere.

A Mosca, Ivan Ivanovic Volkov stava finendo di cenare. Salsicce, cetrioli e pane nero, accompagnati da mezzo litro di birra. Sebbene gli piacesse mangiare, era di gusti semplici. Aspettava notizie; per questo, dopo una vodka, sarebbe tornato in ufficio, pronto, se necessario, a trascorrervi tutta la notte. In un armadietto conservava rasoio e schiuma da barba e in un cassetto della scrivania una camicia pulita. Era un uomo preciso che non amava farsi vedere in disordine.
Mentre ingoiava l’ultimo pezzo di salsiccia, pensò fugacemente che, rapportati alla qualità non eccelsa ma comunque accettabile del cibo, i prezzi della mensa erano più che ragionevoli; poi, però, la sua mente lo portò altrove. Nutriva una grande fiducia in Matrioska, e in un angolo remoto del suo cervello aveva una chiara visione del futuro. Se conosceva gli uomini, era sicuro che Aleksandr Stavrogin sarebbe diventato il numero uno. E dopo anni e anni trascorsi nella prima direzione centrale, poteva affermare con certezza di conoscerli, che fossero russi, inglesi o americani.
Naturalmente a patto che passasse la prova del fuoco, che di lì a breve lo attendeva a migliaia di chilometri di distanza, o che forse aveva già superato.
Questo, almeno, era il suo augurio.
Sorseggiò la Moskovskaya con calma, quindi si alzò dal tavolo e tornò al lavoro.

Era paradossale augurarsi il successo di un essere repellente come l’ex Hauptsturmführer della Gestapo, Nikolaus Barbie o Klaus Altmann come adesso si faceva chiamare; però la vita è spesso strana.
Anche Paul Harrison stava per pranzare. A Langley brillava un sole incerto, che per tutta la mattina solo a tratti era emerso dalle nubi. Nelle ore precedenti aveva avuto due colloqui. Uno con Monica Squire, che aveva convocato alle otto per assegnarle un nuovo incarico. Poiché non la giudicava ancora pronta per un’altra missione, sarebbe andata a istruire le reclute a Camp Peary. La giovane donna lo aveva ascoltato, tesa in volto: evidentemente non aveva superato lo shock dovuto alla tragica fine di Kris Howe.
Il secondo incontro era stato con Martin Forbes del SIS britannico, arrivato in volo da Londra. Entrambi sapevano che Altmann era una pedina molto importante nel “grande gioco” di Berlino, e tuttavia entrambi lo detestavano.
“Quante probabilità?”, aveva chiesto Harrison.
Forbes lo aveva fissato senza rispondere.
Curioso, rifletté più tardi il direttore della CIA mentre addentava una bistecca. Gli inglesi di norma amano scommettere su tutto.

Indifferente a quando stava accadendo a Yazenevo e a Langley, e ai pensieri rivolti alla sua persona, Matrioska aprì un contenitore di metallo, dal quale estrasse un’arma ultra piatta, priva di munizioni. Prese una manciata di neve e, dopo averla schiacciata e ridotta a una piccola palla, la inserì nel caricatore. Il fucile compattò la neve, come avrebbe fatto con la sabbia. In questo secondo caso, la sabbia si sarebbe trasformata in vetro. La neve invece divenne ghiaccio. Micidiali proiettili di ghiaccio.
Benché le IM, Improvised Munitions, fossero un frutto della tecnologia americana, Matrioska le apprezzava molto.
Prese accuratamente la mira e sparò.
Non è dato sapere ciò che in quel momento Altmann pensava, osservando attonito il fantoccio di stracci che aveva scambiato per il russo. E neppure se, prima di morire, si pentì delle atrocità che aveva commesso nella sua vita scellerata.
Aleksandr gli fu sopra, mentre agonizzava, e lo fissò senza provare alcuna emozione. Aveva svolto il suo lavoro, nient’altro.
Se qualcuno avesse assistito alla scena, ne avrebbe dedotto, non a torto, che se esisteva un Uomo di Ghiaccio, quello era l’agente del KGB.
Matrioska si allontanò nella notte.
Ancora non poteva saperlo, ma un giorno, per volere di Vladimir Putin, Aleksandr Sergeivic Stavrogin sarebbe diventato tenente generale.

L’UOMO DI GHIACCIO
Grazie per aver letto questa storia 🙂

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IvanaMatrioska riagganciò e tornò al tavolo. Ivana stava finendo il dolce. Il russo la guardò, chiedendosi se era il caso di coinvolgerla.
Sebbene l’avesse ascoltata distrattamente durante il viaggio che li aveva condotti da Barcellona a Cortina, sapeva molte cose sul conto di “Stella Rossa”.
Figlia di un mite professore di storia e di un’infermiera, aveva trascorso un’infanzia serena. Dal padre aveva preso l’amore per la cultura, dalla madre lo spirito vivace e indipendente.
Possedeva un quoziente di intelligenza molto elevato, eccelleva in tutti gli sport che praticava, era sempre stata la prima della classe senza per questo essere la classica “secchiona”. Le era sufficiente seguire con attenzione l’insegnante; una breve lettura dell’argomento della lezione le avrebbe permesso di assimilarla come se avesse studiato per ore. Era curiosa per natura, amava il suo Paese e non si vedeva nei panni di una casalinga.
Si era arruolata nella polizia; qualcuno l’aveva notata e l’aveva invitata a presentarsi in via della Pineta, alla periferia di Roma. Un ufficiale stava esaminando il suo fascicolo personale. Aveva sollevato gli occhi per osservarla. Era un uomo affabile, e la domanda venne posta con estremo garbo. Le sarebbe interessato entrare nel SISMI? Ivana aveva accolto la proposta con entusiasmo. Da bambina aveva divorato i libri di James Bond e di Malko Linge.
Era seguito un addestramento duro, benché non impegnativo come quelli che si svolgevano alla “Fattoria”, il luogo di raccolta delle reclute della CIA, e nemmeno lontanamente paragonabile a quanto accadeva in Unione Sovietica o in Israele. Ivana era risultata la terza del corso, prima fra le donne. Si sentiva contenta e appagata, e aveva portato a termine con successo due missioni.
Poi aveva conosciuto il capitano Giovanni Raimondi. L’uomo l’aveva presa in simpatia e un giorno si era confidato con lei. Le aveva parlato della Central Intelligence Agency. Ciò che aveva detto era stato accolto con grande stupore dalla giovane, e anche con un filo di diffidenza. Ma l’uomo era stato persuasivo. Citava fatti, date, nomi, operazioni. Il quadro che emergeva era terrificante, e Ivana andò in crisi.
Raimondi le parlò di quanto era successo in Cile, dove la CIA aveva attivamente collaborato con Pinochet per abbattere il legittimo governo di Allende. Le spiegò il modo con cui venivano torturati gli agenti nemici. Citò almeno cinque assassinii di eminenti statisti eliminati perché contrari alla politica degli Stati Uniti. Accennò a certe stragi avvenute in Italia, il cui scopo era rafforzare il potere centrale. Infine, le fece una proposta “a freddo”, fidando nel suo carisma e nell’idealismo che aveva intravisto in lei. Si guardò bene dall’aggiungere che i metodi del KGB erano identici a quelli degli americani; invece, decantò i meriti del comunismo: la volontà di pace, la giustizia sociale, la lotta all’imperialismo ipocrita e borghese, sempre al servizio dei ricchi, pronto a tutto per asservire, controllare, dominare il resto del mondo.
Ivana chiese di poter riflettere. Il capitano annuì.
Quindici giorni più tardi, Ivana gli comunicò che accettava.
Fu organizzato un incontro segreto, a Brindisi. In un piccolo bar, lontano dal centro, incontrò il tenente Ivan Vladimirovic Zaytsev, che sarebbe diventato il suo “controllore”. Fu interrogata a lungo, e le risposte piacquero a Zaytsev. In seguito lo rivide altre due volte, e nel corso dell’ultimo appuntamento le venne detto ciò che ci si aspettava da lei. Quel giorno Ivana Barzaghi divenne “Stella Rossa”.
Una donna notevole, meditò Stavrogin.
Ma alla fine decise per il no. Era una questione fra lui e il lurido Altmann.
Al momento del caffè, l’italiana arrossì e lo fissò. “Mi sono innamorata di te.”, dichiarò. Poi, intimidita, distolse lo sguardo.
“Anch’io.”, mentì Aleksandr per evitare problemi inutili. Lo aveva già capito. Per sviare il discorso, le raccontò del suo dragone, della casa isolata che possedeva nel nord della Russia, della sublime bellezza di quel mare gelido che lui amava. Un giorno si sarebbe ritirato lì per sempre.
Ivana, emozionata, pensò che quella fosse una promessa. Una promessa di grande felicità futura, quando avrebbero vissuto assieme in quel luogo tanto bello. Avrebbero fatto l’amore tutte le notti, lei avrebbe cucinato per lui e forse… forse per il piccolo Aleksandr Aleksandrovic.
Fu per quello che quattro ore dopo morì felice.

Matrioska uscì dall’albergo alle tre del pomeriggio e si avviò a piedi verso il posto che Klaus Altmann gli aveva indicato. Cambiò varie volte strada, come avrebbe fatto un turista qualsiasi che si trovava a Cortina da pochi giorni; contemplò il cielo azzurro e lanciò occhiate colme di meraviglia alle montagne innevate. In realtà, si assicurava di non essere seguito.
Giunto alla via sterrata, non la imboccò: camminando sui campi coperti di neve compì una lunga deviazione che lo condusse mediante un pendio a circa una cinquantina di metri dal punto convenuto, in una posizione più elevata rispetto a dove, almeno in teoria, sarebbe dovuto arrivare il tedesco.
Si nascose dietro a una roccia e si predispose all’attesa osservando i ragazzini che si divertivano con le slitte.

Cinquanta minuti più tardi, Ivana uscì a sua volta dall’hotel Posta. Avrebbe voluto essere al fianco di Aleksandr, ma non aveva mosso obiezioni al suo diniego: era abituata a obbedire. Anche se era convinta che lui avrebbe trionfato, si sentiva in ansia. Il sentimento predominante, però, era un altro: la gioia. Matrioska l’amava! Le sembrava di vivere un sogno, ma non era un sogno: era realtà.
Si fermò a guardare una vetrina e non provò dolore quando il proiettile sparato da tre metri di distanza le trapassò il cranio.
Scivolò a terra, mentre il buio calava su di lei.
Poi vide una luce che diventò sempre più intensa e fu raggiunta da un forte senso di pace.
L’ex Hauptsturmführer della Gestapo rimise la pistola munita di silenziatore in una tasca del giaccone di pelle e si allontanò, mescolandosi ai passanti.

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Klaus AltmannContrariamente a quanto molti ricordano dai libri di storia, spesso sfogliati di malavoglia, Annibale Barca non partì da Cartagine per raggiungere l’Italia, per il semplice fatto che si era trasferito con il padre in Spagna all’età di otto anni. Lì, alla morte del cognato Asdrubale che era succeduto al genitore, fu acclamato comandante in capo dai soldati quando era ancora molto giovane. L’itinerario che seguì e che lo avrebbe condotto fino a Canne, in Puglia, dove sbaragliò le legioni romane, rispondeva all’esigenza di evitare battaglie prima di aver oltrepassato le Alpi.
Matrioska non aveva di questi problemi e il suo tragitto fu più lineare. A bordo di una Volvo compì il percorso che lo portò a destinazione in tredici ore e dieci minuti. Si fermò solo per fare benzina e per mangiare un sandwich. Ivana ne consumò due.
Da Barcellona imboccò la A9, che in molti punti costeggia il litorale, passò per Montpellier, Monaco, Genova e Parma. Da lì raggiunse Belluno e risalì il Cadore, attraversando Borca e San Vito. Alle due frontiere non incontrò alcun tipo di problema. Il doganiere italiano si dimostrò più interessato a Ivana che ai documenti.
Durante il viaggio fu quasi sempre lei a parlare, Stavrogin era immerso nei propri pensieri. La ascoltava distrattamente. Ammirava la sua energia, l’ardore con cui dichiarava di amare l’Unione Sovietica, aveva apprezzato la determinazione e la forza fisica che le avevano permesso di sopraffare l’americana ed era rimasto favorevolmente colpito dalla fredezza dimostrata annegandola: aveva ignorato le disperate suppliche della donna, e questo era positivo; peraltro, la considerava ancora un po’ ingenua e immatura.
Avrebbe imparato: la stoffa c’era. E, forse, gli sarebbe tornata ancora utile.
Sebbene sapesse donare la morte, Ivana era avida di vita. Aveva difeso l’onore dei soldati italiani, una nota certamente positiva. A letto era insaziabile; le piacevano il sesso, il cibo, l’azione. Se si era innamorata di lui, però, avrebbe ricevuto una grande delusione. Matrioska amava soltanto il suo dragone, una barca capace di sfidare qualsiasi tempesta, e l’Urss, lo Stato della giustizia sociale, dove tutti avevano un lavoro, una casa e la sicurezza di pasti caldi, a prezzi ragionevoli.
Cambiò corso a quelle riflessioni e ripensò al messaggio in codice, analizzandolo per l’ennesima volta. Chi tradì il Patto, complice della cortina di ferro, nessuna compagnia, sedici è il multiplo: Italia, mi presenterò senza gli amici della CIA e del MI6, l’appuntamento è fissato fra quattro giorni – ma, tutto sommato, se Altmann confidava nel suo intuito, i giorni potevano essere anche due – e la località…
Giunto a Cortina d’Ampezzo, Aleksandr prese una stanza matrimoniale all’hotel Posta. Quella sera cenarono in albergo e andarono a dormire presto.
Se le supposizioni di “Stella Rossa” erano esatte, e quello era veramente il luogo prescelto da Altmann, il modo migliore per farsi vedere era piuttosto semplice: muoversi a piedi per l’incantevole cittadina, finché il tedesco non lo avesse notato. La mossa successiva spettava all’ex Hauptsturmführer della Gestapo.
Cortina è situata in una ridente conca, circondata da alte montagne; essendo frequentata da gente ricca o comunque benestante, offre ai turisti negozi non particolarmente a buon mercato, che espongono prodotti di qualità. Inoltre, è presente ogni genere di svago, naturalmente oltre ai campi da sci. Vi sono un palazzo del ghiaccio che nel corso degli anni ha visto innumerevoli vittorie della squadra locale di hockey, una celebre pista da bob, ristoranti, bar, sale da gioco. Sono presenti anche numerose chiese, edificate attraverso i secoli, che contengono importanti opere d’arte.
Anni più tardi, a Cortina venne girato un film – non l’unico – interpretato da Sylvester Stallone nella cui finzione scenica era ambientato sulle Montagne Rocciose.
L’indomani, dopo una sostanziosa colazione, Stavrogin e Ivana uscirono di buon’ora, accolti dal sole e da un cielo sgombro da nubi, ed esplorarono con calma il centro, soffermandosi ad osservare le varie vetrine e camminando lentamente. Le strade erano pulite, senza neve. Formavano una coppia notevole e attirarono diversi sguardi, a seconda dei casi ammirati o invidiosi. Un’unica persona, nascosta dietro un portone, li guardò con odio.
A pranzo, poterono gustare un’eccellente Gulasch süppe, seguita da un piatto di capriolo e mirtilli rossi e dall’immancabile torta di mele. La telefonata arrivò, mentre Ivana chiedeva entusiasta una nuova fetta di torta. La ragazza era decisamente una buona forchetta.
Altmann fu conciso. Si limitò a indicare un posto e un’ora.

Anche l’Uomo di Ghiaccio era giunto a Hayden la sera precedente. Alloggiava all’hotel Miramonti. Quella mattina aveva interpretato il pensiero di Matrioska, comportandosi esattamente come l’agente del KGB aveva previsto, cioè girando a piedi e tenendo gli occhi bene aperti. Individuati i due, li aveva seguiti fino all’albergo.
Conosceva bene Cortina – appunto Hayden in tedesco – e, ancor prima di lasciare Vienna, aveva già scelto il luogo dove avrebbe ucciso Stavrogin. Si trovava in fondo alla cittadina, sul lato opposto rispetto al Cadore; era una piccola via secondaria, sulla destra della strada principale. Procedendo in quella direzione, le case man mano diminuivano fino a scomparire del tutto per lasciare spazio a campi frequentati dai ragazzi locali che lì d’estate giocavano a calcio e in inverno con le slitte, immaginando di essere Eugenio Monti o Franco Gaspari, nomi mitici nella storia del bob. Alla sera, però, rincasavano e quei luoghi rimanevano deserti fino al giorno successivo.
Altmann era soddisfatto. L’ebrea era stata di suo pieno gradimento e aveva corrisposto in pieno alle sue attese: era morta, strillando come un maiale.
Ma la soddisfazione maggiore sarebbe stata ammazzare il russo.
Mancavano poche ore.

PROSSIMAMENTE SU QUESTI SCHERMI:
Due anni dopo essere stata nominata direttore della CIA, Monica Squire decise di partecipare alle elezioni presidenziali. Fu convinta dal marito, Martin Yarbes, e dai funzionari di grado più elevato. All’epoca, Monica aveva sessant’anni, che portava splendidamente, ed era considerata un caso da Guinness dei primati: mai, prima di allora, una donna era assurta ai massimi vertici di Langley.
Vinse le primarie del partito democratico e si trovò a sfidare il candidato repubblicano, che in base ai sondaggi era considerato nettamente favorito. Si chiamava John Craven.

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AeroflotPoche ore più tardi, a Yazenevo Ivan Ivanovic Volkov ricevette dalle mani di un addetto alla decrittazione della prima direzione centrale il messaggio di Altmann debitamente decifrato.
Lo osservò per alcuni istanti, quindi lo porse al suo assistente. “Chi dobbiamo mandare?”, domandò quest’ultimo, dopo averlo scorso.
“Nessuno.”, rispose Volkov. Se l’altro rimase stupito, non lo diede comunque a vedere. Contrariamente alle sue abitudini, il responsabile della quarta sezione si sentì in dovere di spiegare. “Quel criminale nazista è un osso duro, un uomo freddo e spietato, nonché estremamente capace. Bene, Stavrogin è chiamato alla prova: a seconda del risultato che riuscirà a ottenere, sapremo veramente quanto vale.” Volkov tirò fuori da un cassetto della scrivania un fascicolo dalla copertina rossa, sulla quale spiccavano falce e martello. “Legga questo dossier, compagno. Ritengo che sia molto istruttivo.”
Il dirigente si alzò e andò alla finestra. “A Berlino, Matrioska ha svolto un ottimo lavoro; ma ciò che è maggiormente interessante riguarda le circostanze che lo portarono a entrare nel KGB.”
Mentre il sottoposto leggeva con attenzione il documento, Volkov pensava a quanto vi era scritto. Avrebbe potuto ripetere intere frasi a memoria. Aleksandr Stavrogin era stato arrestato dalla Milizia e pestato a sangue, dato che aveva aggredito un poliziotto che, a quanto si diceva, – ma non esistevano prove certe – stava molestando sua sorella. Matrioska aveva subito una serie interminabile di percosse senza mai battere ciglio. Fissava gli aguzzini con occhi privi di espressione. Un ufficiale, incuriosito, aveva partecipato di persona alla punizione del prigioniero, rimanendo alla fine sconvolto. “Quello non è un essere umano! E’ una macchina.”, era stato il suo commento. E poiché era in procinto di entrare a far parte del KGB aveva proposto ai superiori di arruolare anche Stavrogin. In quanto a Matrioska, che era un fervente comunista, aveva accettato di buon grado. Successivamente, era risultato sempre il primo in ogni fase dell’addestramento. Sembrava non conoscere la fatica, l’ansia, il dolore. E ora, Volkov ne era sicuro, avrebbe ucciso Klaus Altmann.
Però, voleva una conferma definitiva. Era un rischio calcolato, e nel corso degli anni ne aveva già affrontati molti. D’altro canto, in ultima analisi, era anche il modo migliore per valutare con assoluta certezza il valore di un agente. Il lavoro di Volkov non consisteva nel vendere Bibbie.
“E se dovesse morire?”, chiese l’aiutante, che nel frattempo aveva terminato di leggere.
Volkov si voltò. Rispose lentamente. “Non accadrà.”, disse. “Ma se dovesse succedere, significherebbe che abbiamo contato un pulcino prima che uscisse dall’uovo.”

A Langley era mattino inoltrato. Monica Squire, rossa in viso per la collera e la frustrazione, si era appena sentita dire dal direttore della CIA che non sarebbe partita con John Lodge. Al suo posto sarebbe andato Crotalus, al secolo Daniel Clark.
“Ho riflettuto a lungo.”, disse Paul Harrison. “Se ho preso questa decisione è a causa di quanto è avvenuto a Cipro. Mi rimorde la coscienza, dato che sono stato io a inviare laggiù la povera Kris, e quello non era il genere di missione adatto a lei.”
“Io non sono Kris Howe.”, ribatté Monica, cercando di mantenere la calma. “Non possiedo l’intelligenza che aveva lei, però i miei test erano migliori, ricorda?”
Harrison aveva il fascicolo sulla scrivania. Inforcò gli occhiali e scandì le parole nel tono di un giudice che pronunciasse una sentenza. “Agente Squire, qui c’è scritto, riporto testualmente: Intelligenza superiore alla media. Dotata di notevole intuito e di grande capacità di analisi. Estrema facilità nell’apprendere le lingue straniere. Alto spirito patriottico.”
“Ebbene?” lo interruppe Monica.
Harrison alzò una mano per intimarle di tacere.
Monica serrò le labbra.
“Poi, però, viene aggiunto: Seconda classificata nel torneo di tiro a segno. Quarta nel campionato di lotta e terza in quello di judo. Si suggerisce una promozione. Per quanto riguarda la promozione non ci sono problemi. Ma io non vivo isolato in una torre d’avorio e non considero gli uomini e le donne che ho l’onore di dirigere delle pedine da muovere e spostare a mio piacimento. La mia non è stata una nomina politica; prima di arrivare in questo ufficio, ho rischiato più volte la vita… e ho ucciso. Ora, in considerazione dei nemici che Lodge dovrà affrontare, gente feroce, abituata ad ammazzare e a seviziare, i suoi risultati non sono sufficienti.” Picchiò un dito sul dossier. “Quando leggerò prima classificata in almeno due delle discipline di cui sopra, e in seguito a ciò parteciperà a competizioni in cui saranno presenti anche maschi, allora vorrà dire che lei sarà pronta. Ma non lo è adesso. Kris ha perso la vita perché non si è dimostrata in grado di sconfiggere un’italiana. Un’italiana, badi bene! Non una donna del KGB! Non desidero altre vittime sulla coscienza. E questo è tutto, agente Squire. Buona giornata.”
Monica uscì dallo studio furibonda.

Altmann si trovava a Vienna. Non aveva scelto un hotel di lusso ma una modesta pensioncina situata in periferia dove il personale aveva la buona abitudine di chiudere entrambi gli occhi in cambio di una mancia generosa.
Guardava la neve scendere copiosa e aspettava che un uomo di sua fiducia, un vecchio camerata, mantenesse fede ai patti e gli portasse una piccola, lurida, ebrea, con la quale avrebbe trascorso in maniera soddisfacente il resto della giornata.
Nella camera si diffondevano le sublimi note del Requiem di Mozart. Più tardi, il tedesco avrebbe alzato il volume.
Non si sarebbe trattenuto a lungo nella capitale austriaca. Lo attendevano una Mercedes e un viaggio piacevole. Mancava poco ormai. Poi il russo sarebbe morto.

A Berlino, Matrioska e Ivana stavano ultimando i preparativi per la partenza. Si sarebbero imbarcati quella stessa sera su un mezzo dell’Aeroflot che li avrebbe condotti in Spagna; da lì avrebbero proseguito in macchina. Disponevano di documenti perfetti, che li indicavano come cittadini della Germania Occidentale, e avevano apportato alcune modifiche al loro aspetto. Pochi ritocchi effettuati da esperti, che Stavrogin giudicava più che sufficienti. Le foto sui passaporti e sulle patenti di guida corrispondevano alle nuove fisionomie.
Aleksandr all’inizio era parso scettico, poi aveva finito per dare ragione a Ivana. Il Paese era l’Italia e, se questo presupposto corrispondeva al vero, era accettabile l’interpretazione della giovane. Secondo la mentalità contorta di Altmann, chi aveva tradito il Patto era da considerarsi responsabile della cortina di ferro. Ciò indicava un luogo. Il luogo dove il tedesco li avrebbe aspettati quattro giorni dopo.

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AleksandrLa telefonata arrivò alle dieci del mattino di un giorno freddo e piovoso. Sebbene l’ufficio dove fu immediatamente trasmessa fosse angusto e piuttosto tetro, la linea era assolutamente sicura. Chi stava chiamando, da Londra, non era altrettanto certo dell’efficacia dei metodi di controllo posti in essere all’ambasciata sovietica; perciò si era recato in una cabina. Le possibilità che fosse intercettata erano molto vicine allo zero, anche perché non si sarebbe dilungato. “Sono stato contattato da un certo Barbie.”, disse il rezident del KGB, Sergej Vadimovic Sokolov. “Questa volta niente buffonate, nessuna donna della CIA che finge di voler passare dalla nostra parte. Solo un messaggio, da trasmettere urgentemente: Chi tradì il Patto, complice della cortina di ferro, nessuna compagnia, sedici è il multiplo. Non avrei dato peso alla cosa, ma Barbie mi ha dimostrato senza ombra di dubbio di essere Altmann, e ha insistito sull’urgenza. E’ tutto, compagno Stavrogin.”
Sokolov riagganciò e tornò al suo lavoro. A Berlino, Matrioska ascoltò la registrazione della telefonata, trascrisse quelle parole apparentemente incomprensibili e le rilesse varie volte.
Dunque Altmann si era fatto vivo di persona. Ma qual era il senso di quel messaggio? Il motivo per cui fosse così oscuro era evidente: il tedesco riteneva che Aleksandr lo avrebbe decifrato; gli altri no. Un attestato di stima, pensò ironicamente Matrioska; poi fece un cenno a Ivana e le porse il foglio di carta sul quale aveva annotato quella comunicazione in codice. Intanto si chiedeva se il rezident avesse provato a decrittarla con i computer e se a Mosca ne fossero al corrente. Tutto sommato, erano domande inutili.
Ivana alzò lo sguardo e fece un primo tentativo. “Chi tradì il Patto? L’Italia, quando si arrese agli americani. Credo che Altmann si riferisca al famigerato Patto d’Acciaio.”
Stavrogin la fissò, pensoso. La ragazza non sarebbe potuta restare a Cipro, né tornare in patria. In attesa di andare in Unione Sovietica, gliel’avevano affidata per qualche tempo.
Il tenente del KGB scosse la testa. “Un nuovo rendez vous a Bellagio? Non credo proprio.”
“Non necessariamente lì.”, replicò Ivana. “Quello che mi sfugge è il significato della seconda frase.”
“Vediamo.”, disse Aleksandr. “Chi tradì il Patto, complice della cortina di ferro, nessuna compagnia, sedici è il multiplo. Concentriamoci sul resto. Due considerazioni: la prima, che il testo è in codice non perché Altmann non voleva che a Yazenevo lo comprendessero, bensì per la ragione opposta, vale a dire con lo scopo di tenere all’oscuro delle sue iniziative CIA e SIS. Ha deciso di agire da solo. In questo senso, va interpretata la terza frase, nessuna compagnia. E immagina che, a causa del mio amico Klavdij, anch’io mi presenterei privo di scorta; però, forse, si sbaglia. Forse, porterò con me una ragazza capace di uccidere a mani nude una cekista addestrata a Langley.”
Ivana Barzaghi avvampò in viso, soddisfatta e lusingata.
“La seconda considerazione è che non si è avvalso di regole classiche; in pratica, non intendeva farmi ammattire e riteneva che avrei capito le sue parole, e in tempi rapidi.”
Ivana lo ascoltava con attenzione.
“Ora”, proseguì Matrioska, “Altmann desidera incontrarmi, non si fida più dei suoi attuali padroni e mi invita in Italia – sono d’accordo con te -, specificando che non avrà alle costole agenti del MI6 e della CIA. Sedici è il multiplo: l’appuntamento è fissato fra quattro giorni, due rappresenterebbero un lasso di tempo troppo breve. Ma esattamente dove, in Italia?”
“I nostri capi avrebbero potuto darci una mano.”, disse in tono stizzito Ivana.
“Forse a Yazenevo hanno altre cose a cui pensare, e questo è ragionevole, anche se sottovalutare il problema che rappresenta il tedesco sarebbe un grave errore. E’ lui l’uomo che dirige la rete dei traditori, lui il principale referente degli americani. A meno che… a meno che non ripongano tutta la loro fiducia in me. In tal caso cercherò, anzi cercheremo, di ripagare quella fiducia, compagna.”
Ivana gli sorrise. Dopo ciò che Aleksandr le aveva detto in modo alquanto brutale a Cipro, fra loro era tornato il sereno e avevano fatto ancora l’amore.
Tornarono a esaminare il messaggio dell’ex Hauptsturmführer della Gestapo. La pioggia si era fatta incessante: sospinta da violente raffiche di vento si scagliava sui vetri dell’unica finestra, mentre in lontananza si udiva il rombo dei primi tuoni.
A mezzogiorno, un sergente bussò alla porta, entrò nell’ufficio e depose sulla scrivania un vassoio contenente tè, salsicce, pane nero, insalata di cavoli e cetrioli. Matrioska mangiò con appetito, l’italiana si limitò a sorseggiare la bevanda, guardando un po’ disgustata il pranzo di Stavrogin. Trasse un sospiro: una volta a Mosca, avrebbe dovuto abituarsi.
Aleksandr notò il suo scarso entusiamo. “Preferisci un sandwich?”, le chiese, comprensivo.
“Grazie, compagno! Ma senza cavoli, per favore!”, rispose lei ridendo.
Dieci minuti più tardi, dopo aver spiluccato un panino che giudicava francamente pessimo, Ivana si versò un’altra tazza di tè ed esclamò: “Ci sono, ho capito!”

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l'uomo di ghiaccioAleksandr annuì per la seconda volta. Ma i suoi occhi erano gelidi. “Già.”, disse. “Era una prova, però per me non è sufficiente. Perché hai lottato con l’americana?”
“Voleva ucciderti!”
“No. Prima avrebbe eliminato Altmann; questo era il suo scopo.”
“Ma…”
“Tu parlavi di prove, vero? Una sicuramente c’è: sei un killer. Ma, da quanto ne so io, potresti essere anche una doppiogiochista. Forse lavori per il SIS, e i loro piani erano diversi da quelli della donna della CIA.”
Ivana lo fissò, incredula.
“Parliamoci chiaro: il SISDE vale meno di zero. Se tu fossi israeliana o francese, avresti certamente potuto stenderla. Al Mossad e allo SDECE sanno fare bene il proprio mestiere. Appartieni al KGB – sostieni -, però non sei mai stata a Yazenevo; ne consegue che ti hanno addestrata altrove, altrimenti non sapresti batterti, soprattutto non con un’agente che veniva da Langley. Dove hai imparato, Stella Rossa? O, magari, preferisci essere chiamata Red Star?”
Ivana spostò lo sguardo sul mare, un’immensa distesa nera. Solo di tanto in tanto un raggio di luna o il flebile barlume di una stella penetravano quell’oscurità. Poi si voltò verso Matrioska e con calma disse: “Avevo la tua pistola… potevo ammazzarti.”
Stavrogin scosse la testa. “Come ultima soluzione. All’MI6 farebbero i salti di gioia all’idea di catturarmi e portarmi a Londra. Esistono sostanze chimiche che inducono a parlare, a svelare ogni segreto; io ne sono immune, però questo non lo sanno. Tu non sei in grado di catturarmi, ma intanto mi hai impedito di uccidere Altmann. L’americana gridava perché era in preda al panico e alla frustrazione: aveva capito che eri più forte di lei. Tu, invece, gridavi senza motivo; una persona che sa lottare e che sta vincendo, un’esperta, non grida. Ma in realtà, una ragione c’era: distrarmi, e ci sei riuscita perfettamente!”
Ivana fece un sorriso amaro. Indicò il cadavere di Kris Howe. “Se ci fossimo battute dieci volte, l’avrei sconfitta dieci volte, e che tu ci creda o no queste cose le ho imparate in Italia. Due miei zii hanno combattuto in Russia e, se tu avessi letto “Centomila gavette di ghiaccio”, sapresti quanto vale un italiano. E non erano neppure fascisti! Se ho urlato è stato perché lei, disperata, mi aveva messo una mano in un posto… ehm, intimo, e per un attimo ho provato un dolore atroce. E poi, chi mi ha rapita al ristorante?”
“Ti eri seduta vicino al mio tavolo.”
“Certo!”, sbottò Ivana. “A causa di un ordine ricevuto dal KGB!” Le argomentazioni del russo erano assurde e cominciava a stancarsi di quel fuoco di fila di domande e di obiezioni, degno di quanto succedeva alla Lubjanka. Il tutto era reso più ossessivo dal tono di voce freddo e monotono, da cui non trapelava alcuna emozione. Eppure avevano giaciuto assieme…
“Delle due l’una.”, concluse risentita, “Se appartenessi al SIS non avrei sparato al tedesco, sia pur non centrandolo come volevo, per via del buio; e se fossi della CIA, non avrei ammazzato una collega. Ti basta questo?”
“Allontaniamoci da qui.”, disse Matrioska, passandole un braccio sulle spalle. “Ora sono soddisfatto.”
Io no, pensò la ragazza, scostandosi.

La notizia della morte di Kris Howe giunse a Langley come un fulmine a ciel sereno, precedendo di ventiquattro ore la salma. Prima di tributarle un funerale da eroina, le analisi dimostrarono che non era stato un uomo a ucciderla e ciò lasciò alquanto perplesso Paul Harrison.
Monica Squire partecipò alle esequie con il volto rigato di lacrime. Se qualcosa si era rotto fra di loro, forse era dipeso da lei. Era possibile che Kris avesse ragione. Una principiante che cerca di superare la Maestra. A livello inconscio, poteva essere vero. Il pensiero che l’angosciava maggiormente era che, se fosse stata al suo fianco su quella maledetta isola, magari sarebbe riuscita a salvarle la vita. Avrebbe voluto vendicarla, con tutto il cuore; purtroppo il dovere la portava lontano: era attesa da un volo che l’avrebbe condotta in Africa, dove avrebbe combattuto un’altra guerra. Dentro di sé, non ignorava che la morte, per tutti loro, era sempre in agguato, simile a una belva feroce che nella notte aspetta di spiccare il balzo. Questione di scelte. A lei non sarebbe piaciuto lavorare in banca.
Successive indagini stabilirono che con ogni probabilità l’assassina era un’agente del SISDE, Ivana Barzaghi. Seguirono note di protesta e reazioni allarmate da parte delle autorità italiane, che promisero l’immediato arresto della donna.
“Nuts!”, si disse il direttore della CIA.
Ad aggravare il suo mal di testa, fu l’annuncio che Klaus Altmann desiderava conferire con lui.
“Geliebte Führer”, esordì L’Uomo di Ghiaccio, esprimendosi apposta in tedesco, “se vogliamo venirne a una, desidero che mi si lasci lavorare da solo. Comprendo le vostre buone intenzioni, ja, ma finora abbiamo ottenuto soltanto fallimenti. Perciò, la pregherei di bloccare le iniziative del servizio che lei ottimamente dirige e soprattutto quelle del SIS. Insisto fermamente. Questa è una faccenda che riguarda me e il russo. E la sistemerò a modo mio.”
Harrison lo fissò con evidente antipatia.
Quindi, annuì.
“Come preferisce, Hauptsturmführer.”

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IBS – http://www.ibs.it/code/9788891134929/bianchi-alessandra/crepuscolo-della-lubjanka.html MONDADORI – http://www.inmondadori.it/search/?tpr=10&g=il+crepuscolo+della+lubjanka&swe=N&search-input=active HOEPLI – http://www.hoepli.it/cerca/libri.aspx?query=il+crepuscolo+della+lubjanka&arg=&x=39&y=15 LIBRERIA UNIVERSITARIA – http://www.libreriauniversitaria.it/crepuscolo-lubjanka-bianchi-alessandra-youcanprint/libro/9788891134929

IL CREPUSCOLO DELLA LUBJANKA LIBRO

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IvanaNel suo ufficio al quarto piano di Yazenevo, Ivan Ivanovic Volkov, l’uomo che era a capo della quarta sezione della prima direzione centrale del KGB, ascoltava attentamente ciò che Anatoliy Kozlov aveva da riferirgli. Poi prese in mano il dossier che l’altro gli porse.
I due non erano amici. Kozlov dirigeva la quinta sezione che fra le altre nazioni comprendeva Italia e Grecia. Volkov, che veniva dal campo e aveva rischiato varie volte la vita, lo considerava un ambizioso Apparatcik, un grigio burocrate il cui orgoglio era di gran lunga superiore alle sue capacità; ma nel presente caso avevano collaborato.
Come sempre, il fascicolo era esaustivo. In Unione Sovietica non esistevano documenti che non fossero ricchi di particolari, dai più insignificanti (ma non vi era mai nulla di insignificante, pensava Volkov) ai fatti veramente importanti. Ogni individuo era schedato, e ciò valeva anche per i personaggi più potenti: il controllo era un’ossessione, e apparteneva tanto a Yazenevo quanto alla Lubjanka. Il profilo delle persone prese in esame ripercorreva dettagliamente tutto il cammino compiuto, dall’infanzia all’età attuale. In quel clima che può essere definito di cupa paranoia, prima e seconda direzione centrale si sorvegliavano a vicenda.
Come sua abitudine, Volkov lesse rapidamente. Nome e cognome. Genitori. Studi svolti. Altezza. Peso. Caratteristiche particolari. Note di merito. Arrivò al punto cruciale. Agente del SISDE, infiltrata nei gruppuscoli sovversivi di sinistra – gli utili imbecilli, avrebbe detto Lenin -, dove godeva di una certa influenza; in realtà, “reclutata” dal KGB per merito di un brillante agente illegale che operava prevalentemente in Italia.
Studiata ai raggi X, aveva superato tutte le prove: era una leale sostenitrice dell’Unione Sovietica e, dato che parlava perfettamente il russo, era previsto che nel giro di tre anni sarebbe stata promossa e trasferita a Mosca. Era dotata di un’ottima mira, sapeva battersi ed era intelligente e perspicace. Per una pura coincidenza, in quei giorni si trovava a Cipro in viaggio premio; e per un caso fortuito era stata rapita da Matrioska. Volkov si lasciò sfuggire una risata. “Stavrogin è sempre stato fortunato.”
“No.”, disse Kozlov. “Avrebbe comunque fatto in modo di incontrarlo.”
“Lui sa?”, domandò Volkov.
“Per il momento, no. Lo scoprirà fra breve.”
Volkov annuì. “Ben fatto, compagno.”

Il segnale di Ivana!
Questo significava che lo avevano individuato e seguito. Per Aleksandr la parola di un nazista valeva meno di zero, ciò nonostante era portato a credere che Altmann sarebbe venuto da solo. Per orgoglio. Per desiderio di vendetta. Il che voleva dire che, come aveva previsto, il tedesco era stato pedinato. E voleva anche dire che adesso si trovava in un punto imprecisato dietro di lui. In tal caso, sarebbe stato un bersaglio facile, però poi sarebbe intervenuto l’agente del SIS o la donna della CIA. Chiunque dei due fosse, Ivana non era in grado di fermarli: loro erano professionisti, lei una ragazza volenterosa che cercava di rendersi utile, ma il cui compito si era esaurito quando aveva acceso per la seconda volta lo zip. Altro non poteva fare.
Un problema alla volta, si disse.
Si mosse lateralmente, scrutando intorno a sé, e in quel momento gli giunse nitido il suono di due voci femminili, entrambe alterate; poi un rumore di lotta. A causa del vento o della disposizione delle rocce sulla spiaggia,  che erano posizionate a intervalli quasi regolari sulla sabbia, percepiva pressoché distintamente quanto avveniva a qualche decina di metri di distanza. L’italiana e l’americana si stavano battendo. Povera Ivana, pensò.
Un’esitazione che si dimostrò fatale.
Fu questione di un attimo e percepì un odore particolare, che ben conosceva. Reagì con grande prontezza. Spiccò un balzo, e contemporaneamente chiuse gli occhi e si tappò il naso. Se avesse esitato per un solo istante, sarebbe stato fuori gioco per almeno due ore. Gas paralizzante. Difelinammina. Il vento dissolse la piccola nube tossica, senza che Aleksandr riportasse danni rilevanti, ma quando si rialzò era lievemente confuso e l’Uomo di Ghiaccio era di fronte a lui. E aveva una pistola in pugno.
“Due parole, prima di accommiatarci per sempre.”, disse con calma Altmann. “Mi piacerebbe parlare più a lungo con lei, tenente, purtroppo però dietro di noi ci sono due gatte che si stanno accapigliando, e poiché vincerà la gatta americana non vorrei trovarmi con una pallottola nella schiena. Non sono uno stupido e ho capito le sue intenzioni. Qualcosa, comunque, le dirò. Conosco Berlino meglio di tutti voi. Conosco ogni buco, ogni passaggio segreto, ogni possibile anfratto. E continuerò a colpire, a dispetto di tutte le precauzioni che prenderete… mi scusi, che prenderanno i suoi successori. Mi farò beffe dei vagoni blindati, dei posti di controllo, e la mia rete si estenderà sempre più. Alla fine, il Reich vince sempre. Come si diceva ai tempi gloriosi? Deutschland über alles! Beh, quei tempi torneranno. E molto presto, caro tenente.”
Altmann prese la mira.
Stavrogin batté i tacchi.
Risuonò uno sparo.

Dall’altra parte del mondo, a Langley, in Virginia, era pomeriggio. Monica Squire si alzò dalla scrivania per stringere la mano a John Lodge, che d’ora in avanti avrebbe affiancato, vista la difficile convivenza con Howe. John le sembrò un tipo aperto e solare. La invitò al bar, dove ordinarono due caffè doppi. “Qualche piccolo problema di rivalità femminile?”, le domandò con un sorriso, prima di sorbire la bevanda calda. Aveva un bel sorriso, pensò Monica. “Sembrerebbe.”, rispose. Sapeva che sarebbe stato inutile aggiungere altro: sicuramente Lodge conosceva a memoria il suo dossier.
“Succede in tutte le migliori famiglie, ma sono sicuro che noi andremo d’accordo. Tanto per cominciare non sono bello come Kris!” Risero entrambi, e Squire si rese conto che John possedeva il raro dono di mettere a proprio agio la gente.
Lui bevve il caffè, poi divenne subito serio. “Più tardi ti mostrerò le foto della mia famiglia, una moglie e una figlia: si usa fra bravi colleghi; ma adesso dobbiamo occuparci di un problema che forse piccolo non è.”
“Devo preparare la valigia, agente Lodge?”
“Chiamami John. No, nessuna valigia. Ci saranno due diversi tipi di intervento, uno in loco e uno qui a livello di coordinamento, classificazione dati, etc. Qualora la cosa si rendesse necessaria, qualcuno ai piani alti si metterà in contatto con il Segretario di Stato. Il nostro compito è di verificare certe informazioni per poi analizzarle. Ma parleremo meglio nel mio ufficio.”
La guidò lungo un corridoio. La sua porta era la terzultima a destra. Entrò, si sedette a cavalcioni su una sedia, liberandosi della cravatta, e ne indicò un’altra a Monica, che si accomodò come lui. Anche se indossava una gonna piuttosto corta, Lodge non si sognò di sbirciarle le gambe. Un altro punto a suo favore. La donna si guardò attorno: era un ambiente di modeste dimensioni, molto pulito e ordinato; sulla parete di fronte alla finestra notò le famose fotografie, senza tuttavia soffermarsi a esaminarle. Lodge si protese per prendere un fascicolo da un ripiano.
“Un rapporto da Roma.”, disse. “Italia.”

Il cervello umano è simile a un computer: raccoglie un’infinita quantità di informazioni, ma, a differenza dei pc più obsoleti, a seconda dell’intelligenza, della capacità di discernere quelle utili, separandole da quelle ininfluenti, come farebbe un cercatore d’oro, si crea man mano un vasto bagaglio di conoscenza. Questo, naturalmente, non vale per tutti. Uno psicopatico tratterrà notizie che la sua mente distorta reputa a torto vitali. Un individuo di scarso comprendonio si lascerà sfuggire dati che in realtà gli potrebbero servire. Un uomo mediocre si accontenterà di immagazzinare un numero assai ridotto di input.
Ma un agente del KGB, reduce da un addestramento Spetsnaz, è una macchina.
In un millesimo di secondo, Matrioska comprese di aver commesso un secondo errore. Si era lasciato distrarre dalle voci concitate delle due donne che stavano lottando sulla spiaggia; questo errore ne racchiudeva un altro, ancor più grave: si era immedesimato in Ivana, aveva temuto per la sua sorte.
Se fosse sopravvissuto, il che era praticamente impossibile, avrebbe appreso una nuova lezione che avrebbe inserito in un luogo sicuro della mente.
Il rumore dello sparo lacerò la notte, mettendo in fuga gli ultimi gabbiani.
Stavrogin non provò dolore.
Vide, invece, Altmann barcollare. Poi il tedesco ringhiò: “Ci rivedremo ancora, tenente!”
Un istante dopo, era scomparso.
Matrioska pensò di inseguirlo, sebbene fosse più facile a dirsi che a farsi; era illeso ma un po’ di gas lo aveva comunque raggiunto e provava un vago senso di intorpidimento. In ogni caso, fu distratto da una nuova presenza.
Una giovane donna forte e atletica.
Ivana guardò in alto. La luna era completamente oscurata, le stelle solo pallidi puntini. “Non lo troveremo mai. Occupiamoci piuttosto dell’americana.”
Camminarono sulla sabbia, cercando di non finire contro un masso.
Il tragitto fu breve. L’italiana puntò un dito in direzione di un avvallamento.
La donna della CIA era legata mani e piedi. Ivana passò la Tokarev a Matrioska. “Con lei non mi è servita.”, disse scrollando le spalle con fare modesto.
“Chi sei?”, le domandò il russo.
“Nome in codice “Stella Rossa”. KGB, prima direzione centrale.”
Aleksandr la fissò pensoso. Poi indicò l’americana che li guardava con gli occhi colmi di terrore. “Sta a te decidere.”
“Ha sentito troppo.” Ivana rifiutò la pistola. “Ci sono altri metodi.”
“Pietà! Non voglio morire!”, gridò Kris Howe.
“Desiderio legittimo, ma irrealizzabile.”, dichiarò l’italiana con voce piatta. La trascinò fino al mare, mentre Kris continuava a urlare, vide che l’acqua era troppo bassa e si mise a cavalcioni su di lei. Aleksandr osservava impassibile la scena. Pietà! Quante volte avrebbe sentito quell’implorazione, quella supplica, che apparteneva ai deboli. Nel mondo in cui viveva non c’era posto per essa, non era consentito indulgere a sentimenti di compassione.
Per tre minuti Kris scalciò disperatamente, per quanto le era consentito dai nodi. Alla fine ogni movimento cessò.
Ivana tornò da Stavrogin. “Era una prova, vero?”
Matrioska annuì.

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Aleksandr“Esistono delle divergenze tra di noi.”, disse Ivana stiracchiandosi. Aveva trascorso un’ora molto intensa, e ne era estremamente compiaciuta.  “Grosso modo, ci sono tre diverse correnti di pensiero: alcuni, come me, parteggiano apertamente per l’Unione Sovietica; altri, invece, si richiamano a Trotsky e la detestano; altri ancora, infine, per il momento intendono abbattere le istituzioni borghesi e lo Stato capitalista, fantoccio degli americani, riservandosi di scegliere una linea d’azione in seguito, a rivoluzione avvenuta.”
Stavrogin la guardò con interesse. “E tu come mai sei dalla nostra parte?”
Prima di rispondere, Ivana rifletté, mettendo ordine ai suoi pensieri. “Principalmente per due ragioni.”, disse poi scegliendo con cura le parole. “Indubbiamente in Russia non è tutto oro colato, però i crimini di Stalin sono stati denunciati e, in ogni caso, l’Urss è a favore della pace e difende i Paesi del terzo mondo dall’imperialismo degli Stati Uniti. In secondo luogo, se non ci fosse stata l’Armata Rossa oggi noi tutti vivremmo sotto l’egida dei nazisti.”
“Intervennero anche gli Usa.”, la provocò Aleksandr.
La giovane fece una smorfia di disgusto. “Certo: distrussero due città con i loro maledetti ordigni nucleari, condannando anche le generazioni future. E poi, quanti americani sono morti a Washington e quanti milioni di russi sono periti per difendere la patria e salvare il mondo intero?”
Matrioska annuì. Ivana era una donna intelligente e preparata, non solo un bel corpo. Che fosse una fuoriclasse del sesso passava in secondo piano. Consultò l’orologio. L’incontro con Klaus Altmann era previsto per un’ora imprecisata, a partire dal crepuscolo; ma lui si sarebbe recato al luogo dell’appuntamento con largo anticipo. Anche il posto dove si sarebbero incontrati non era ben definito; comunque questo sarebbe stato un problema per entrambi. Si rivolse di nuovo a Ivana. “Compagna, ti affido un compito. Hai dichiarato di volermi aiutare e hai l’occasione per farlo. Desidero che tu mi guardi alle spalle. Altmann è affare mio, però non è detto che non venga seguito, a sua insaputa, dagli agenti del SIS. Lui ha parlato di operazione congiunta. Gran Bretagna e Stati Uniti. Ciò significa la presenza di qualche uomo di Langley. O più probabilmente di una donna, che in Italia ha già cercato di uccidermi.” La descrisse per sommi capi, quindi le domandò: “Sai sparare?”
Ivana annuì.
“Bene.” Le porse la Tokarev. Vide che la maneggiava con gesti calmi, da esperta. “A me non serve.”, aggiunse. “Utilizzerò un altro genere di arma. Il tuo compito è seguirmi, stando a circa duecento metri di distanza, e controllare quanto accade intorno. Non ti chiedo di ammazzare nessuno; ciò nonostante, se fosse necessario, ti dovrai difendere. Se noterai qualcosa di strano, ombre furtive, individui che si muoveranno in modo circospetto oppure una bionda che senza motivo si dirigesse verso il promontorio, farai scattare per tre volte l’accendino. Un minuto dopo, ripeterai l’operazione.”
“Fidati di me!”, ribatté Ivana con una nota di eccitazione nella voce.
“Vedi”, disse Stavrogin con aria pensosa, “io nutro un certo sospetto. Chiamalo sesto senso o semplice intuizione, dato che non dispongo di prove. Però credo che esista una frattura fra CIA e SIS, e una ulteriore frattura all’interno della Central Intelligence Agency. Klaus Altmann ha svolto un lavoro notevole a Berlino, e nel caso che io non lo elimini, continuerà a svolgerlo: per questo motivo, a Langley è tenuto nella massima considerazione. Ai grandi capi non interessa minimamente il suo orribile passato – hanno chiuso gli occhi su ben altro! Tuttavia, ci sono persone che non riescono a dimenticare le nefandezze che ha compiuto durante la guerra. Ora, sono convinto che l’americana appartenga a questa fazione e che, qualora fosse qui, abbia in mente un duplice scopo: ammazzare me, come del resto è logico, ma subito prima o subito dopo uccidere anche l’ex criminale della Gestapo, inscenando una messinscena dalla quale risulti che ci siamo ammazzati a vicenda. Per quello, devi guardarti attorno con estrema attenzione. Com’è la tua vista?”
“Dieci decimi.”
“Perfetto. Adesso muoviamoci.”

Anche Klaus Altmann, l’Uomo di Ghiaccio, uscì dall’albergo in anticipo.
Era rimasto a lungo sotto la doccia, si era cambiato d’abito e aveva ordinato un doppio cappuccino che gli venne servito in camera. Poi prese l’ascensore. Nella hall incontrò Bob Sheridan. L’inglese era di pessimo umore, a causa di quanto era successo al ristorante. Aveva sguinzagliato tutti i suoi uomini, eccetto tre, con l’ordine di trovare la spia russa. Ma sapeva che a meno di un nuovo errore commesso da Stavrogin non sarebbe stato per niente facile. L’alternativa era sorvegliare l’hotel, nell’attesa di un probabile attacco. Pertanto, aveva disposto i tre agenti rimasti con lui in quelli che reputava i punti strategici. Uno sul tetto, provvisto di fucile con mirino telescopico e visore notturno; un altro in un bar di fronte, seduto al banco, accanto all’ingresso munito di una vetrata che consentiva una buona visione della strada e dell’entrata principale dell’albergo; il terzo nel corridoio che portava alla camera del tedesco. “Si sarà travestito.”, gli ammonì. “Ma l’altezza, le spalle, quelle non può camuffarle”.
Lanciò uno sguardo interrogativo ad Altmann, poi si strinse nelle spalle quando questi dichiarò che voleva fare una breve passeggiata. L’ideale, spiegò, per vincere la tensione.
Kris Howe, che aveva ascoltato il colloquio tra i due, scosse impercettibilmente la testa. L’istinto femminile le suggeriva che ciò che  l’ex Hauptsturmführer della Gestapo aveva in animo di fare non era una banale passeggiata. Quale tensione, poi! Quell’uomo aveva il ghiaccio nelle vene. Aspettò qualche minuto, quindi scivolò fuori dalla porta di servizio.
Altmann si stava dirigendo verso il mare.
Kris lo seguì, tenendosi a debita distanza.

Il tramonto sopraggiunse in un prodigio di colori. Gli ultimi raggi del sole infuocarono le acque increspate dallo scirocco. I pescherecci si dirigevano verso un porticciolo poco distante, un velista solitario effettuò una perfetta virata e raggiunse la boa dove disarmò la barca e ripose con cura le vele nell’apposito sacco.  Sulla linea dell’orizzonte si intravedeva il profilo di una nave che faceva rotta verso la Turchia.
Sorse la luna, diffondendo una luce tenue; più in alto, gelide e irragiungibili, brillavano le prime stelle. Stavrogin appostato a trecento metri dal promontorio, oltre la piccola baia, scrutava nella direzione da cui presumibilmente sarebbe giunto Altmann. A intervalli regolari, però, si voltava per esaminare la striscia di sabbia che si estendeva dall’altra parte. Tutto si poteva affermare del tedesco, tranne che fosse uno sprovveduto.
Inoltre, poteva arrivare dal mare, a nuoto, dopo essersi avvicinato alla riva con un’imbarcazione, o dall’interno, attraverso sentieri sconosciuti.
Poi vide un’esile fiammella che si accese per tre volte, resistendo al soffio del vento.
Un minuto più tardi, la flebile luminiscenza comparve nuovamente.
Il segnale di Ivana.

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l'uomo di ghiaccio“Se mi permette, signor direttore, desidero fare una premessa.”, disse Monica Squire. “La lotta nel fango non mi interessa, né quella reale, né in senso figurato. In quanto a quell’uomo, il russo, non conosco il suo nome; non me lo hanno voluto dire, sembrava un segreto di Stato. Ciò che so è che è terribilmente pericoloso. Freddo, determinato, spietato. Ed estremamente efficace.”
“Lei pensa che Howe e Sheridan possano eliminarlo?”
Monica scosse la testa. “No, signore. Kris è bravissima, è… era la mia maestra, ma non credo che sia in grado di competere con il russo. Forse, un’unica persona potrebbe riuscirci. Altmann.”
“L’uomo di ghiaccio.”
“Proprio lui, signore.”
Harrison si versò un altro bourbon. “E lei ci riuscirebbe, agente Squire?”
Monica rifletté prima di rispondere. Era tentata di dire ‘sì, ci riuscirei ‘; ma si rese conto che era spinta dal risentimento che provava per Kris, da un desiderio di rivalsa almeno verbale: proprio ciò che il direttore della CIA non approvava. “No, signore.”, disse. “Mi manca l’esperienza necessaria. Forse i miei risultati sono buoni” (evitò di specificare che erano migliori di quelli di Kris Howe), “ma comunque qualcuna mi ha superata, nella gara di tiro, nella lotta, nel judo, nella corsa… e lui è un uomo.”
Harrison la fissò in silenzio per alcuni istanti. Quindi, annuì. “Veda di crescere allora, Squire. Ho come uno strano presentimento.”
Non aggiunse altro e chinò il capo per indicare che il colloquio era finito.
Monica uscì dall’ufficio.

Trenta secondi.
Stavrogin frugò di nuovo nella borsa e tirò fuori non un pacchetto, bensì un’intera stecca di Camel che rapidamente scartò.
Sta ancora fumando e se ne accende già un’altra con il mozzicone della prima! E’ un tossico, pensò Bob Sheridan. Puntò con calma l’indice verso il basso: il segnale d’attacco. Per qualche tempo non avrebbe compiuto altri gesti, né formulato altri pensieri.
Gli agenti del SIS si mossero, impugnando le pistole. Un’operazione che avevano provato e riprovato infinite volte, e che i tre veterani del gruppo avevano anche sperimentato con successo sul campo. La regola stabiliva: prenderlo vivo, ma laddove fosse impossibile ucciderlo.
Nessuno di loro si era accorto che quella stecca era lunga come tutte le altre stecche, però molto più larga.
Con la sinistra Matrioska ne estrasse fulmineamente un oggetto nero di forma cilindrica; con la destra, lasciata cadere a terra la Camel, afferrò il casco protettivo. Due secondi più tardi, mentre gli inglesi stavano per balzargli addosso, nel ristorante si sprigionò una luce accecante pari a un fuoco che provenisse dall’inferno; nello stesso momento, si sviluppò un rumore devastante, di intensità inaudita.
C’era dell’ironia nel fatto che i primi a usare le flash-bang fossero stati gli uomini dello Special Air Service britannico, e l’ironia era doppia dato che quelle che adoperava Aleksandr erano di fabbricazione americana. Matrioska si alzò, prese con sé soltanto la Tokarev, sollevò di peso la ragazza italiana e corse fuori dal locale, portandosela dietro come se fosse un fuscello. Quando Sheridan e gli altri agenti del SIS si riebbero, era già lontano.

Un’ora dopo, in una spiaggetta isolata, Ivana contemplava incuriosita il corpo nudo del sovietico. Si era ripresa da qualche minuto, ma fingeva di essere ancora svenuta. L’uomo aveva scavato una piccola buca dove aveva messo gli indumenti da prete e il casco. Ora la stava ricoprendo di sabbia. Lei tossicchiò per richiamare la sua attenzione.
“Ho bisogno di abiti.”, disse lui esprimendosi in francese. Si era accorto benissimo di essere osservato e, malgrado lo shock che la donna aveva subito, gli sembrava vagamente divertita, forse addirittura compiaciuta. Ne aveva dedotto che amava gli imprevisti, le novità inaspettate, magari le situazioni pericolose.
Ivana parlava il francese. “Mi hai rapita! Chi sei?”, gli domandò, senza mostrare alcun segno di timore. Aleksandr fece un gesto vago, poi le sorrise. Aveva capito il tipo. “Ero un sacerdote.”, rispose.
“E adesso?”
“Ho una missione da compiere.”
Lei scrollò la testa. “Tu non sei francese. Sei russo. Io lavoro come interprete.”
“Cambia qualcosa?”
“Sì, perché sono comunista.”
“Non si direbbe dalle tue frequentazioni.”
“Oh, lui? Purtroppo è il mio capo. Sono in viaggio premio e Pasquale ha preteso di accompagnarmi. Mais mon porte est fermé, tu comprends.”
“Frosinone? Non è vicina a Palermo?”
“No. A Roma. Ma io sono di Bologna. Comunque, qual è la tua missione?”
Un uomo reduce da un addestramento Spetsnaz non conosce soltanto ogni forma di lotta, ogni genere d’arma e ogni modo per attraversare un deserto o scalare una montagna: sa anche leggere nel cuore della gente, fiutando le menzogne e appurando la sincerità. Matrioska comprese che poteva fidarsi di lei, e non solo perché era comunista. Intuiva in quella donna spirito d’avventura, coraggio e forza, nonché – ma questo al momento non gli interessava – attrazione nei suoi confronti. Perciò decise di dirle la verità.
“Appartengo al KGB.”, dichiarò, passando al russo. “Il mio obiettivo si chiama Nikolaus Barbie, oggi Klaus Altmann, ex Hauptsturmführer della Gestapo, noto come il macellaio di Lione, responsabile della morte di più di mille persone, tra ebrei e bambini. Ora lavora per la CIA. Io devo… ehm… eliminarlo.”
Stavrogin si mise i boxer.
“Stavi meglio prima.”, commentò Ivana maliziosamente. “In ogni caso, voglio aiutarti.”
“Mi servono dei vestiti.”, ripeté lui, ignorando la battuta ma non la seconda frase. “E il necessario per radermi. Inoltre, se lo trovi, un solvente per i capelli. Anche tu devi cambiarti. Scarpe basse, abbigliamento sportivo.” Le porse un rotolo di banconote. “Ti aspetto qui.”
Lei tornò dopo quaranta minuti, scalza e in pantaloncini corti. In effetti quel giorno il clima era quasi estivo e il sole splendeva alto nel cielo perfettamente azzurro. Aleksandr notò che aveva delle belle gambe, slanciate ma solide come piacevano a lui; la preferiva senza i tacchi esagerati che aveva esibito al ristorante. Poi inarcò le sopracciglia, mentre passava in rassegna gli acquisti. Per sé Ivana aveva comprato un paio di Reebok nere, del tipo da pugile, jeans, un assortimento di magliette, di felpe e una gonna lunga con annesse ballerine; per lui uno zaino, ancora jeans, canotte, maglioni di cotone, biancheria, calze e scarponcini militari, schiuma da barba e lozione dopobarba, oltre a una confezione di rasoi usa e getta e a un grosso rotolo di corda. In pratica, aveva svaligiato vari negozi. Matrioska non commentò.
“Avrei preso anche un costume da bagno, ma credo che il mare sia ancora freddo.”
“Lo penso anch’io. E quel cellulare?”
“Oh, è scarico. L’ho comprato in America, un altro viaggio premio. Sai, sono la migliore.” Gli mostrò la lingua.
Si chinò sui talloni, indurendo i muscoli delle braccia per mettere in evidenza il seno.
Non le sfuggì la sua potente erezione. “Mancano molte ore al tuo rendez-vous. Potremmo impiegarle bene.”
Pochi minuti più tardi, urlava. E non di dolore.

A qualche chilometro di distanza, Bob Sheridan e Kris Howe guardavano in modo torvo Klaus Altmann, senza la benché minima traccia di simpatia. L’uomo, oggetto dell’interesse di Langley e di un altro genere di interesse da parte di Stavrogin, aveva accolto con un sorriso sarcastico il resoconto di quanto era avvenuto al ristorante.
Dilettanti, pensava. Provava una riluttante ammirazione per il russo e si rendeva conto che tra lui e gli agenti del SIS non c’era partita. La donna della CIA, poi, era assolutamente inutile. D’altro canto, si disse con rammarico, se la Germania aveva perso la guerra era stato a causa dell’Unione Sovietica, non certo degli inglesi.
Fissò gli occhi sul mare, illuminato dal sole. Stavrogin era in riva a quel mare, non lontano da lì. Un avversario formidabile, degno di lui. Un avversario che quella sera avrebbe ucciso.

La notizia giunse anche in America e Monica Squire ne fu informata. Lo aveva previsto, ma questo non rappresentò un motivo di soddisfazione. Ripensò all’incontro che aveva avuto con Harrison.
Il direttore della CIA aveva pronunciato una frase enigmatica, di cui non riusciva a cogliere il senso: ho come uno strano presentimento.
Si strinse nelle spalle e tornò a occuparsi della nuova missione che le avevano affidato.

Vi ricordo il mio nuovo romanzo, “Il Crepuscolo della Lubjanka”, reperibile da Mondadori, Hoepli, Ibs, Libreria Universitaria, etc.
IBShttp://www.ibs.it/code/9788891134929/bianchi-alessandra/crepuscolo-della-lubjanka.html MONDADORIhttp://www.inmondadori.it/search/?tpr=10&g=il+crepuscolo+della+lubjanka&swe=N&search-input=active HOEPLIhttp://www.hoepli.it/cerca/libri.aspx?query=il+crepuscolo+della+lubjanka&arg=&x=39&y=15 LIBRERIA UNIVERSITARIAhttp://www.libreriauniversitaria.it/crepuscolo-lubjanka-bianchi-alessandra-youcanprint/libro/9788891134929

L’ultima avventura di Monica Squire. IL CREPUSCOLO DELLA LUBJANKA LIBRO

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M Squire giovaneIl mattino seguente, Stavrogin si svegliò presto, fece la doccia, si vestì, pagò il conto e uscì dalla pensione. Mangiò qualcosa in un bar nelle vicinanze e bevve due abbondanti tazze di caffè.
Come Altmann fosse riuscito a sopravvivere era un mistero. Evidentemente lui aveva commesso un errore. Se avesse aspettato per un’ora o due, l’avrebbe visto rinvenire, ma era francamente impossibile immaginare quella inspiegabile “resurrezione”. Ad ogni modo, non era il passato che gli interessava, non era abituato a guardarsi indietro; però quello che era accaduto sulla collina che sovrastava Bellagio suonava da monito. Il tedesco non andava sottovalutato. Non sarebbe successo.
Era una giornata calda e luminosa, un clima ben diverso da quello di Mosca, dove invece stava nevicando. Matrioska scese in spiaggia a contemplare il mare mosso dallo scirocco. L’appuntamento con il tedesco era stato fissato per quella stessa sera nei pressi del promontorio che delimitava la piccola baia. Il peschereccio era scomparso, e su questo non aveva mai nutrito dubbi.
Prima di pranzo, consultò la cartina geografica e da buon sacerdote si recò in chiesa.
Durante l’inno cherubico si inginocchiò, come aveva visto fare in Russia; i monaci greci invece si sedettero, e uno di loro notò quella stranezza.
Questo fu il secondo errore di Stavrogin.
Terminata la funzione, padre Stephanos, che era in ottimi rapporti con il console inglese, pensò bene di segnalare l’anomalia. Al pari di molti altri abitanti dell’isola, era stato informato della presenza di un assassino russo e invitato a collaborare. Mezz’ora più tardi la notizia venne trasmessa a Bob Sheridan del SIS, il quale si lasciò sfuggire un sorriso soddisfatto; quindi informò Kris Howe.
In quel momento, Aleksandr Stavrogin stava gustando l’eccellente cucina greca in un ristorantino, la cui entrata principale dava su una piazza; era seduto a un tavolo che guardava la rada, e per la sua statura e per le imponenti spalle, al suo ingresso nel locale, aveva attirato su di sé gli sguardi curiosi dei turisti – perlopiù britannici – che a loro volta si stavano dedicando con entusiasmo al cibo. Più che a un sacerdote, assomigliava a un soldato, pensarono in molti; poi, con la riservatezza tipica che appartiene ai sudditi di Sua Maestà, tornarono ai loro piatti, senza più guardarlo.
Matrioska era arrivato al dolce, quando individuò con la coda dell’occhio quattro uomini, vestiti in giacca e cravatta, con i capelli corti e un’espressione di falsa indifferenza. Costoro ignorarono il cameriere che gli aveva indicato un posto libero e si limitarono a restare fermi, in piedi, senza osservare nessuno in particolare, simili a statue che facessero parte dell’arredamento. Qualche minuto dopo, altri due individui entrarono nel ristorante e con calma si diressero verso il bar, sull’altro lato della sala rispetto ai primi quattro. Ordinarono due caffè e mentre portavano la tazzina alla bocca, Stavrogin scorse un rigonfiamento all’altezza dell’ascella di quello che sembrava essere il più anziano della coppia.
Infine, fece la sua comparsa un settimo uomo che controllò la disposizione dei primi sei, lanciò un’occhiata fugace all’agente del KGB, annuì e abbassò una mano lungo il fianco, distendendo tutte e cinque le dita.
Cinque, pensò Matrioska. Cinque minuti.
Non sapeva come lo avessero scovato, ma era un interrogativo inutile. Passò rapidamente in rassegna alcune opzioni, scartandole man mano che le esaminava. Se si fosse alzato per andare al bagno o per uscire dal ristorante, lo avrebbero afferrato, immobilizzato e condotto via. Sicuramente, fuori c’erano due o tre macchine con i motori accesi. Aprire la porta a vetri, attraversare di corsa il terrazzo, scavalcare il muricciolo e gettarsi sulla spiaggia comportava un salto di tre metri. Per lui sarebbe equivalso al balzo di un bambino che scendeva da un’altalena. Il problema era che gli avrebbero sparato nel momento stesso in cui si fosse avvicinato alla vetrata. Impugnare la Tokarev e fare fuoco… ne avrebbe eliminati due, forse tre, prima di essere crivellato di colpi.
I minuti si erano ridotti a quattro.
Gli agenti del SIS non si muovevano, non ancora: lo avrebbero fatto quando l’ultimo venuto, chiaramente il capo, avesse impartito l’ordine. In lui, Aleksandr ravvisava l’unico elemento veramente pericoloso. Aveva l’aria del veterano, e in effetti Bob Sheridan lo era.
Tre minuti.
Matrioska prese la borsa che aveva appoggiato per terra. Non gli sfuggirono gli sguardi allarmati dei più giovani del “commando”, li ignorò, prese un pacchetto di sigarette, ripose la borsa, e accese una Camel, aspirando a fatica una boccata, dato che non fumava mai.
Quel gesto venne accolto con sollievo.
Il cameriere che lo aveva servito si avvicinò al tavolo e gli domandò se gradiva un Ouzo, offriva la casa. Aleksandr scosse il capo. L’uomo si allontanò. Trovava giusto che un sacerdote disdegnasse i liquori.
Due minuti.
Mentre gli uomini del SIS attendevano un cenno definitivo da parte di Sheridan, fece il suo ingresso un energumeno che difficilmente avrebbe potuto essere scambiato per un cittadino britannico. Indossava una camicia aperta sul torace villoso, che mostrava una grossa catena d’oro, aveva i capelli impomatati ed era accompagnato da una bionda appariscente in minigonna e tacchi oversize. In italiano, chiese ad alta voce il miglior tavolo – vista a mare, specificò -, sottolineando la richiesta con una lauta mancia che finì nelle tasche del maitre. Mentre si sedeva, Matrioska lo udì lodare le prestazioni della sua Ferrari. Quando fossero tornati a Frosinone, le avrebbe fatto provare l’ebbrezza della velocità. La bionda annuì con simulato entusiasmo. Ma Aleksandr non badava più a loro.
Mancava un minuto.

Due ore più tardi, lontano da lì, in Virginia, Monica Squire stava fissando il vuoto.
Tailleur grigio tortora di taglio classico, calze scure, scarpe con i tacchi bassi, le ginocchia che si toccavano, ascoltava incredula il direttore della CIA, mentre questi le leggeva il rapporto stilato da Kris Howe.
Quando ebbe terminato, il capo di Langley, che qualche anno dopo l’avrebbe salvata dalla condanna a morte o dall’incubo dell’ergastolo, anche se per ragioni di pura convenienza, si tolse gli occhiali e, benché non fosse necessario, riassunse i dati principali di quel vero e proprio atto d’accusa. “Una primadonna incapace di stare al proprio posto. Un elemento sostanzialmente mediocre. Una serpe pronta a tutto pur di fare le scarpe a un suo diretto superiore.”
Monica lo guardò in silenzio.
Il direttore inforcò nuovamente gli occhiali, aprì un cassetto e ne trasse un fascicolo. “Dossier Squire.”, disse scandendo lentamente le parole. “Intelligenza superiore alla media. Dotata di notevole intuito e di grande capacità di analisi. Estrema facilità nell’apprendere le lingue straniere. Alto spirito patriottico. Seconda classificata nel torneo di tiro a segno. Quarta nel campionato di lotta e terza in quello di judo. Si suggerisce una promozione.”
In genere, la carica di numero uno della CIA viene assegnata per motivi politici e l’attività che normalmente  ne consegue è basata prevalentemente su questioni amministrative – reperimento di fondi, leciti o illeciti -, su sottili giochi diplomatici, sul confronto con le alte sfere di Washington e con i rivali dell’FBI: il controllo delle operazioni viene delegato ai vari capi di dipartimento e può accadere che in dieci anni non ci sia mai un incontro diretto fra il massimo dirigente e un dato agente. Non era il caso di Paul Harrison. Egli proveniva dal campo, aveva lavorato come “illegale” in Cile, ai tempi del colpo di Stato di Pinochet, e si era fatto strada grazie ai suoi successi. Conosceva le esigenze di chi era alle sue dipendenze e aveva sinceramente a cuore il destino di coloro i quali rischiavano la vita per gli Stati Uniti. Questo non escludeva un fondo di cinismo, ma gli garantiva l’ammirazione e il rispetto dei suoi sottoposti.
Rimise il fascicolo nel cassetto e roteò la poltroncina girevole in direzione del Potomac. Con l’arrivo della bella stagione, la vegetazione lo avrebbe nascosto, ma ora il fiume riluceva ai raggi del pallido sole invernale. Per quello e per certi ricordi legati all’infanzia amava i mesi più freddi dell’anno.
Trascorsero diversi minuti, che per Monica risultarono alquanto penosi. Nonostante le note lusinghiere contenute nel suo fascicolo personale, non si faceva illusioni. Harrison le aveva dato uno zuccherino, cui sarebbe seguita una medicina amara. Attese rassegnata il responso, chiedendosi perché Kris avesse voluto pugnalarla alle spalle. Poi il direttore si voltò e scrutò il volto, comunque impassibile, della giovane donna seduta di fronte a lui. “I casi sono due.”, osservò in tono pacato. “O il suo dossier è stato scritto da lei stessa, e ne dubito” – accennò una sorta di vago sorriso -, “oppure Kris Howe, per ragioni che francamente non riesco a comprendere, è gelosa di lei.”
Monica non ritenne opportuno ribattere.
“D’altro canto”, proseguì l’uomo che reggeva le sorti dell’Agenzia, come se fosse un suo feudo personale, “ho scambiato quattro chiacchiere con gli amici di Londra. Erano stupiti e non capivano il senso del suo allontanamento. Hanno asserito che le sue intuizioni erano più che brillanti, e a loro giudizio lei è destinata a una carriera superiore a quella di Howe. Ora, non è mio interesse mettervi una contro l’altra, abbiamo già abbastanza nemici per fomentare rivalità interne, e a parte questo, dai relativi dossier, appare evidente che in un scontro, che sia fisico o meno, lei risulterebbe la vincitrice, considerando oltretutto la differenza di età.”
Aprì nuovamente un cassetto e tirò fuori un altro incartamento. “Kris Howe, quinta nel tiro a segno, settima nella lotta (in seguito a tale competizione ha chiesto e ottenuto dieci giorni di permesso, a causa dei traumi riportati, mmmm…), ritirata in preda ai crampi durante la corsa di venti chilometri… mmmm è peggiorata rispetto a un anno fa; per essere atletica è atletica, diciamo come una casalinga che si tiene in forma… il resto non la riguarda.”
Ripose il dossier e incrociò le mani sulla scrivania. Scacciò dalla mente il ricordo di quando riusciva a sollevare un bilanciere appesantito da cinque dischi per lato, ciascuno di venti chili, e si rivolse di nuovo a Monica. Era sciocco rimpiangere il passato.
“Sarebbe più interessante uno scontro al pc, tra hacker, ma ribadisco che non amo l’antagonismo: noi dobbiamo essere tutti solidali. E probabilmente finirebbe per vincere ancora lei. Ciò non toglie che Kris sia un elemento di prim’ordine. Solo, non lavorerete più assieme. Insisto” – la voce si indurì per un momento – “perché lei non si lasci sopraffare dal risentimento; causerebbe problemi inutili.”
Molti anni dopo Monica Squire si sarebbe trovata in una situazione diametralmente opposta, ma allora non poteva saperlo. La vita è composta da cicli immutabili, e all’estate segue sempre l’autunno, che peraltro talvolta può dimostrarsi assai appagante.
Paul Harrison si alzò per andare a versarsi un bourbon al mobile bar. “Lei è astemia, vero, agente Squire?”
Monica annuì.
“Bene. Mi parli di quel dannato russo.”, disse Harrison, dopo aver svuotato il bicchiere.

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