Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘sogni’

NELLA TERRA DEGLI ELFI

galadriel“La regina Galadriel mi aspetta.”, disse Franco Malerba allontanando il vassoio con le pillole e il bicchiere d’acqua. Scese faticosamente dal letto. “Signorina, mi aiuti a vestirmi per favore.”
“E’ fuori questione!”, replicò l’infermiera.
Malerba soffocò la risposta brusca che gli era venuta sulle labbra. Era sempre stato un uomo impulsivo, e la malattia non lo aveva cambiato. Le rivolse invece un sorriso accattivante. “E’ una stupenda mattinata di sole e io vorrei fare quattro passi con mia nipote. Non morirò certo per questo.”
“Signor Malerba, non insista.”
“Signorina Davoli, la prego!” Indossò la sua giacca preferita, una camicia a quadretti e dei pantaloni larghi e comodi. “Vieni, Nicoletta.” , disse prendendola per mano. Quando si trovarono in giardino, le parlò con calma scegliendo accuratamente le parole. “Nico, non devi credere a ciò che dice tua mamma.”
“In che senso, nonno?” La bambina lo adorava, e sapeva che quell’uomo meraviglioso stava per lasciarla per sempre. Malerba fece un gesto vago con una mano. “Vedi, mia figlia è una donna buona, e una brava madre, però è ignorante. Non ha mai letto un libro in vita sua. Non sa come accadono realmente le cose.”
“Come accadono, nonno?”
Malerba osservò il profilo delle montagne che si stagliavano all’orizzonte; osservò le aiuole ben curate, il prato, la moltitudine di fiori colorati. Trasse un respiro soddisfatto, mentre tirava fuori da una tasca della giacca la pipa. Era sempre riuscito a nasconderla, altrimenti gliela avrebbero sequestrata. “Immagino che la mamma ti avrà detto che presto morirò. Ci saranno pianti e lacrime, funerale e sciocchezze simili; ma le cose non stanno così.” Accese la pipa, tossì, riprese fiato e proseguì: “Semplicemente io mi trasferirò, il mio corpo e la mia anima andranno a Lorien, nella terra degli elfi. Una parte di me si trova già lì. Quando tu mi vedrai dormire, dormire per sempre intendo, significherà che mi sarò trasferito definitivamente in quei luoghi fatati. A Lorien ritroverò la salute, e da lì ti vedrò. Sempre. E’ anche possibile che mi permettano di venirti a trovare, almeno qualche volta.”
Nicoletta aveva le lacrime agli occhi. Era abbastanza matura per capire che il nonno stava vaneggiando. Tuttavia si prestò al gioco. Pensava che forse in questo modo lo avrebbe reso felice. “Mi porterai un regalo?”, chiese in un tono querulo che non le apparteneva, ma che studiò per l’occasione. Malerba le sorrise. “Certo, tesoro! Io veglierò su di te, e ti recherò in dono qualcosa di molto bello, chissà magari di magico.” Tossì nuovamente, ma continuò imperterrito a fumare. La tiepida brezza primaverile accarezzava gli steli d’erba e scompaginava i capelli biondi della bambina. L’aria era profumata e fragrante. Il vecchio aveva assunto un’espressione sognante, quasi radiosa; il sole meraviglioso di quella giornata sembrava specchiarsi nei suoi occhi stanchi. Era il sette aprile.

Alle prime luci dell’alba del sette maggio Nicoletta sognò il nonno. Nel sogno lui le parlava dolcemente. Le raccontò fiabe incantate; le descrisse grandi e antiche foreste, laghi dalle acque cristalline, colline ricoperte di verde. Narrò dei mille gigli che rallegravano la dimora della regina.  Promise che sarebbe tornato. La bambina si svegliò con il cuore gonfio di tristezza. Lo aveva amato più dei suoi stessi genitori, le mancava terribilmente e non sapeva se un giorno quel profondo dolore si sarebbe attenuato per trasformarsi in un lontano rimpianto. Allora forse sarebbe riuscita a ricordare solo i momenti belli, che avrebbe custodito in un cantuccio del cuore.
Andò in bagno a lavare i denti. Riaprì la porta della camera per vestirsi. Prese l’iPod dal comodino. Rimase a lungo ferma a guardare. Sul comodino c’erano la sveglia, il suo fedele orsacchiotto, la foto di Avril Lavigne. Ma c’era anche un’altra cosa, che non aveva mai visto lì.
Un candido giglio.

Annunci

Read Full Post »

Dark StarALESSANDRA:
La musica scorreva fluida.
Accovacciata sul divano, scalza e in pantaloncini corti, guardavo fuori della finestra. Era una bella serata di settembre, il cielo era luminoso, cosparso di stelle; la luna era perfettamente visibile. Una brezza leggera recava con sé il profumo del bosco. La chitarra di Jerry Garcia disegnava arabeschi, accarezzava l’anima; poi tutto il gruppo si univa a lui e “Dark Star” si trasformava in un sortilegio, un viaggio magico che mi incantava e mi faceva sognare. I ricordi del passato emergevano vividi, e il forte senso di malinconia che essi portavano in dono veniva stemperato dalla sublime bellezza di quei suoni.
Chiusi gli occhi, lasciandomi trasportare lontano. Vidi una bambina felice che correva incontro al suo papà. Aveva sentito l’inconfondibile rumore della sua macchina ed era corsa fuori di casa per abbracciarlo. Era stato a Parigi per tre giorni, e la sua assenza le aveva pesato moltissimo. La bambina voleva bene alla mamma, ma adorava suo padre. Lui parcheggiò l’auto, scese e la prese fra le braccia, stringendola forte. Alla bambina piaceva molto la fragranza del suo dopobarba: anche se fosse stata bendata, lo avrebbe riconosciuto fra mille. Quel pomeriggio aveva giocato nel giardino, fingendosi Robin de Bois, e combattendo contro lo sceriffo di Notthingam. Aveva una piccola spada, un arco e una faretra piena di frecce colorate. Quando il sole era calato, era rincasata per cenare, e la mamma le aveva promesso che l’indomani l’avrebbe portata al cinema. Poi sarebbero andate al piccolo porticciolo, e avrebbero fatto il bagno in una linda spiaggetta che generalmente era poco frequentata, dato che si trovava lontana dalla Croisette. Sarebbe stata una giornata stupenda, la bambina lo sapeva, nello stesso modo in cui era stupenda quella serata. Il mare riposava tranquillo, appena mosso dal Mistral, in lontananza si scorgeva il profilo di una nave, le palme erano illuminate dalle luci di Cannes.
Fu quella sera che suo padre le raccontò la fiaba della piccola scimmia e del grande leone. Ora non la ricordava più, però rammentava che era una storia dolce, colma d’amore, serena. Così come era serena la bambina, in quella sera, seduta sul prato con le gambe incrociate, le ginocchia tutte sbucciate, mentre papà parlava, narrava, la conduceva per mano in Africa, dove si udivano mille suoni diversi, si vedeva il veld passare nel giro di pochi minuti dal crepuscolo alla notte, si percepiva la presenza di una quantità di magnifici animali.
Mi alzai per far ripartire il cd, e ancora una volta la stanza si colmò di quella musica straordinaria; di nuovo la chitarra che inseguiva tramonti e aurore, e poi il basso pulsante di Phil Lesh che trovava sentieri sconosciuti per raggiungerla, creando altre magie, perché a ogni ascolto, quella incredibile canzone assumeva sfumature inedite, armonie che si componevano e si scomponevano come trascinate dal vento, per giungere infine a toccare il cuore.
Non so se fu per quella musica o per il ricordo di una bambina serena che ascoltava la fiaba del leone e della scimmietta: so solo che incominciai a piangere. Le lacrime bagnarono il mio viso, mentre ripercorrevo strade che erano ben distanti da quel lontano tempo felice. La bambina era diventata una ragazza. La ragazza era diventata una donna. La donna aveva conosciuto l’amore per poi perderlo. Aveva guardato il mondo con occhi diversi, e molto di quello che aveva visto non le era piaciuto. Aveva capito che la vita non è una fiaba, che il tempo dei giochi era finito, che invidia e malvagità avevano scacciato gli elfi dalle foreste, i nani dalle loro grotte, le fate dai giardini incantati. La donna aveva lottato, sebbene sapesse che la sua battaglia era già persa in partenza, contrastata da folate di aria gelida, da piogge incessanti, dal cupo rombo del tuono.
La donna aveva camminato a lungo, aveva cercato di ritrovare la serenità di un tempo, si era imbattuta in mendicanti che conoscevano antichi segreti, e in uomini avidi dal cuore di ghiaccio. Aveva scoperto che l’amicizia di altre donne celava sentimenti meschini. Invano, aveva continuato a lottare ostinatamente, mentre gli dei ridevano di lei.
Ma la donna aveva bisogno di sognare. La donna sapeva che da qualche parte, in un angolo sconosciuto e remoto del mondo, avrebbe trovato gli elfi, e i nani, e le fate.
Fu così che un giorno decise di scrivere.
In questo modo, non sarebbe stata più sola, perché a Lorien, nella terra dove risiedono gli ultimi elfi, la solitudine non esiste.

MICHELLE:
A Lorien
nella terra dei sogni
abitata da elfi e fate
il cielo s’illuminava
ammantato di stelle
nell’intensa meraviglia 
colma di memorie
dove gioco o leggenda
diventava vita
su aurore di sole
tramonti a colori
nel cuore d’una bambina
diventata ragazza
 
 /che ascoltava le fiabe e amava suo padre/
 
Aspersa dai ricordi
scorreva fluida la musica
su rimbalzi di corde
cantava l’aria
– suono di chitarra –
emozioni di note
di riso e di pianto 
di vento nel vento 
ritratti d’un tempo
di dolci magie – di tristi allegrie
e fu cosi che – la ragazza
diventata donna  – custode dei sogni
decise di scrivere

Read Full Post »

LA NEBBIA DELLA SOPRAVVIVENZA

IvanaIl mare verde e trasparente, il cielo azzurro solcato da poche nubi simili a grandi batuffoli di cotone, la sabbia bianca che quasi scotta i miei piedi.
Voglio vedere i pesci nuotare sotto la superficie dell’acqua. Voglio sentire l’acqua sulla pelle. E poi tornare sulla spiaggia, rosolarmi al sole e guardare pigramente il panorama, mentre una brezza gentile asciuga il mio corpo. Più tardi arriverà Ivana e faremo l’amore. Sarà bello ed eccitante come sempre. Lei è la mia bionda compagna e non mi stanco mai di desiderarla.
Ma non mi basta. Io sogno anche le montagne innevate, grandi sagome lontane che spiccano distintamente in una splendida giornata autunnale. Tappeti di foglie bruciate, l’inconfondibile odore della resina, gli alberi che sussurrano tra loro, raccontandosi fiabe incantate che ricordano un tempo lontano, quando elfi e fate popolavano ancora i boschi. C’è uno spiazzo, in mezzo alle piante, rialzato rispetto al terreno sottostante, quasi una piccola collina dove gli ultimi ciuffi d’erba attendono la pace dell’inverno; da bambino ci venivo con mio nonno, lui fumava la pipa e mi narrava storie meravigliose.
Da qui si vedono i monti dai profili candidi, l’aria è così tersa che sembrano vicini, forse potrei accarezzarli con una mano, sfiorare la soffice distesa innevata, magari costruire un buffo pupazzo.
Mentre rincaso, camminando con calma, la sera incomincia a scendere recando con sé la bruma. Ho sempre amato la nebbia dell’autunno; una volta rientrato, al caldo davanti a un camino acceso, assaporerò il senso di pace che mi infonde. E so già che, trascorsa la notte percorsa dagli ultimi fremiti della natura, ritroverò il sole, e una nuova giornata da inventare.
E rivedrò Ivana. Uno di questi giorni le chiederò di sposarmi. Guarderemo insieme un lago incuneato in una valle verde e ombrosa, e le stelle di notte, e ascolteremo musica, e rideremo di tutto e di niente.
Nella mia immaginazione, adesso osservo un fiume che scorre placidamente in mezzo alla campagna. Lo risalgo a mio piacimento, e lo vedo trasformarsi in ruscello. Arrivo fino alla sorgente, respirando l’aria pura e fresca. Lì, sereno e felice, ascolto il suono del vento, e lascio che il mio pensiero vaghi lungo percorsi indistinti. Mi chino, prendo un piccolo sasso e lo getto nell’acqua. Mi siedo e mi sento parte del mondo. E’ una sensazione talmente bella che i miei occhi si colmano di lacrime.
Solo quando la guardia annuncia che è ora di cena, mi sovviene che dovrò trascorrere altri vent’anni in prigione.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: