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Posts Tagged ‘ricordi’

Raccontami di teMARI:
Raccontami di te
ascolterò per ore
sarà come preghiera
nel silenzio tutto intorno
la testa leggera ritornerà
lasciando fuori questo dolore
che come sasso rotola
volando nei tuoi pensieri
ad occhi chiusi li vedrò
raccontami di te.

ALESSANDRA:
Aspettavo nella neve che andasse via.
Così mi aveva chiesto.
Faceva freddo, mi stringevo nel pesante giubbotto e scrutavo le finestre di quella che era stata la nostra casa. Quando si fossero spente le luci, quello sarebbe stato il segnale e avrei potuto rientrare. Avevo i piedi gelati. Come il cuore. Mentre preparava le ultime valigie – le valigie servono sempre per partire, mai per tornare – cercavo di escludere dalla memoria il grande mare dei ricordi. I bistrot e i ristorantini di Cannes, fra palme e luci; le spiaggie di Cipro, e gli internet-point; il tè del Marocco e i cieli incredibili della Tunisia. E il nostro coniglio.
Le colazioni all’alba, il profumo del caffè, i sorrisi e i discorsi, le opinioni differenti, i diversi libri amati. Un film visto di notte. Musica. Musica! E ancora musica. Questo è per sempre, pensavo.
Mai fare affidamento sulla buona sorte, perché la vita è maestra di inganni, da un lato ti tende la mano, sorridente – ma è un sorriso falso -, dall’altro prepara spirali d’angoscia.
Raccontarti di me?
Poco ho da dire, ormai quasi nulla da spartire.
Scrivo e leggo. A volte, guardando fuori della finestra, vedo ancora il cielo blu; molto più spesso, però, è del colore dell’ardesia. In questi giorni piove sempre e io detesto la pioggia, il freddo, l’oscurità.
Vorrei tornare in Francia, camminare scalza sulla sabbia, visitare ancora la città vecchia e poi la Croisette, i raggi del sole sulle onde, le bandiere che garriscono al vento, il porto vecchio e il Palais Des Dunes. Sandrine de Bois che ascoltava le fiabe di suo padre.
Vorrei che la mia vita fosse stata diversa.
Vorrei essere più buona.
– Parlami anche tu –
Non sopporto certi risvegli affannosi e solitari, quando il giorno che mi attende sembra un viaggio inutile, percorso soltanto da delusioni, amarezza, angoscia. E la sera poi…
Mi guardo allo specchio. Capelli biondi che un tempo erano simili al grano d’estate, e che ora appaiono opachi; occhi azzurri che non trasmettono nulla. Oh, le gambe, sì, quelle sono ancora belle. Per quel che conta. Poi osservo le mie conchiglie, quasi sperando che per magia mi rechino in dono l’eco del Mistral.
Se solo potessi cambiare le ore, i giorni, secondo la mia volontà – quel poco di essa che rimane – ah, saprei bene cosa fare.
Ma non puoi mutare il corso del cammino, non puoi scegliere una vita diversa, né ricostruire scenari di sogno.
Il tuo dolore è anche il mio.
Ma tu mi hai chiesto… e nessuno lo ha fatto. Questa notte strana, fra stelle scintillanti e il suono di un flauto, una birra gelata e il sapore delle fragole di bosco… questa notte lontana e tuttavia presente… questa notte aprirò il mio cuore.
Ti racconterò di rondini e farfalle. Ti racconterò di amori e di speranze. Lo farò, perché tu lo aspetti.
Ti racconterò di me.

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IL SORRISO DI MARTA

Il sorriso di MartaIl vecchio sedeva su una panchina del parco comunale. Attorno a lui, alcuni bambini giocavano a pallone, strillando e litigando per ogni presunto fallo commesso; poco più distante, due mamme sospingevano le rispettive carrozzine, chiacchierando in tono sommesso e lieve. Benché fosse una bella giornata di sole, allietata da un cielo incredibilmente azzurro, faceva molto freddo. Il vecchio si strinse nel liso cappotto di Loden, che non cambiava più da quando era morta sua moglie. Cercava di godersi gli ultimi raggi di quel pomeriggio invernale, e la sua mente distratta vagava senza un percorso stabilito; non pensieri, piuttosto frammenti di passato che filtravano dalla memoria in ordine sparso, a volte addirittura in modo incongruo. Le serate di maggio, avvolte nella tiepida aria primaverile; gli occhi scuri delle ragazze che si avviavano alla funzione tenendosi sottobraccio; l’odore dei campi che rilasciava il sapore del sole fin lì trattenuto.
E poi Marta. Era la più bella fra loro. Se il vecchio si concentrava riusciva ancora a scorgerne il profilo nella mente, la cascata di capelli scuri, ricci e ribelli, il sorriso che aveva una nota vagamente sfrontata e irridente, ma che nello spazio di un breve istante sapeva trasformarsi in un’espressione che pareva contenere tutta la dolcezza di questo mondo. Il vecchio non rammentava più quando si erano scambiati il primo bacio; tuttavia, sebbene fosse simile a un’onda uguale a moltitudini di altre, ne conservava intatto il ricordo: le labbra dapprima timide e incerte, quasi timorose di congiungersi; il profumo della bocca di lei; la passione che improvvisa divampava nel basso ventre di lui.
Gli ultimi raggi di sole illuminarono un rettangolo di prato, ritagliando una zona luminosa, mentre il resto del parco si avviava al congiungimento con la sera. I bimbi lasciarono la loro partita in sospeso, rimandandola all’indomani; le mamme si allontanarono, dirette ai preparativi per la cena. Un soffio di vento freddo calò improvviso dalla montagna che sovrastava il paese. Ma il vecchio rimase seduto ancora un po’. Impressioni sfilacciate nella mente. Lampi di passato che emergevano, crudeli come squali. Altri più dolci. Il pensiero della morte della moglie allontanato a viva forza dalla soglia del cervello, cacciato, bandito. Sostituito infine da altri ricordi sfilacciati, tramonti e albe, il respiro del mare e i colori di un bosco autunnale… tappeti di foglie e grandi alberi spogli. La lontana musica di un organo in una chiesa ormai dimenticata. Ed eccoli nuovamente: gli artigli della disperazione che lo avevano ghermito quando aveva sentito quelle parole.
Prognosi infausta.
Il sorriso di Marta. Il vuoto lasciato da Marta.
“No, non pensare!”, si disse il vecchio, alzandosi dalla panchina.

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Dark StarALESSANDRA:
La musica scorreva fluida.
Accovacciata sul divano, scalza e in pantaloncini corti, guardavo fuori della finestra. Era una bella serata di settembre, il cielo era luminoso, cosparso di stelle; la luna era perfettamente visibile. Una brezza leggera recava con sé il profumo del bosco. La chitarra di Jerry Garcia disegnava arabeschi, accarezzava l’anima; poi tutto il gruppo si univa a lui e “Dark Star” si trasformava in un sortilegio, un viaggio magico che mi incantava e mi faceva sognare. I ricordi del passato emergevano vividi, e il forte senso di malinconia che essi portavano in dono veniva stemperato dalla sublime bellezza di quei suoni.
Chiusi gli occhi, lasciandomi trasportare lontano. Vidi una bambina felice che correva incontro al suo papà. Aveva sentito l’inconfondibile rumore della sua macchina ed era corsa fuori di casa per abbracciarlo. Era stato a Parigi per tre giorni, e la sua assenza le aveva pesato moltissimo. La bambina voleva bene alla mamma, ma adorava suo padre. Lui parcheggiò l’auto, scese e la prese fra le braccia, stringendola forte. Alla bambina piaceva molto la fragranza del suo dopobarba: anche se fosse stata bendata, lo avrebbe riconosciuto fra mille. Quel pomeriggio aveva giocato nel giardino, fingendosi Robin de Bois, e combattendo contro lo sceriffo di Notthingam. Aveva una piccola spada, un arco e una faretra piena di frecce colorate. Quando il sole era calato, era rincasata per cenare, e la mamma le aveva promesso che l’indomani l’avrebbe portata al cinema. Poi sarebbero andate al piccolo porticciolo, e avrebbero fatto il bagno in una linda spiaggetta che generalmente era poco frequentata, dato che si trovava lontana dalla Croisette. Sarebbe stata una giornata stupenda, la bambina lo sapeva, nello stesso modo in cui era stupenda quella serata. Il mare riposava tranquillo, appena mosso dal Mistral, in lontananza si scorgeva il profilo di una nave, le palme erano illuminate dalle luci di Cannes.
Fu quella sera che suo padre le raccontò la fiaba della piccola scimmia e del grande leone. Ora non la ricordava più, però rammentava che era una storia dolce, colma d’amore, serena. Così come era serena la bambina, in quella sera, seduta sul prato con le gambe incrociate, le ginocchia tutte sbucciate, mentre papà parlava, narrava, la conduceva per mano in Africa, dove si udivano mille suoni diversi, si vedeva il veld passare nel giro di pochi minuti dal crepuscolo alla notte, si percepiva la presenza di una quantità di magnifici animali.
Mi alzai per far ripartire il cd, e ancora una volta la stanza si colmò di quella musica straordinaria; di nuovo la chitarra che inseguiva tramonti e aurore, e poi il basso pulsante di Phil Lesh che trovava sentieri sconosciuti per raggiungerla, creando altre magie, perché a ogni ascolto, quella incredibile canzone assumeva sfumature inedite, armonie che si componevano e si scomponevano come trascinate dal vento, per giungere infine a toccare il cuore.
Non so se fu per quella musica o per il ricordo di una bambina serena che ascoltava la fiaba del leone e della scimmietta: so solo che incominciai a piangere. Le lacrime bagnarono il mio viso, mentre ripercorrevo strade che erano ben distanti da quel lontano tempo felice. La bambina era diventata una ragazza. La ragazza era diventata una donna. La donna aveva conosciuto l’amore per poi perderlo. Aveva guardato il mondo con occhi diversi, e molto di quello che aveva visto non le era piaciuto. Aveva capito che la vita non è una fiaba, che il tempo dei giochi era finito, che invidia e malvagità avevano scacciato gli elfi dalle foreste, i nani dalle loro grotte, le fate dai giardini incantati. La donna aveva lottato, sebbene sapesse che la sua battaglia era già persa in partenza, contrastata da folate di aria gelida, da piogge incessanti, dal cupo rombo del tuono.
La donna aveva camminato a lungo, aveva cercato di ritrovare la serenità di un tempo, si era imbattuta in mendicanti che conoscevano antichi segreti, e in uomini avidi dal cuore di ghiaccio. Aveva scoperto che l’amicizia di altre donne celava sentimenti meschini. Invano, aveva continuato a lottare ostinatamente, mentre gli dei ridevano di lei.
Ma la donna aveva bisogno di sognare. La donna sapeva che da qualche parte, in un angolo sconosciuto e remoto del mondo, avrebbe trovato gli elfi, e i nani, e le fate.
Fu così che un giorno decise di scrivere.
In questo modo, non sarebbe stata più sola, perché a Lorien, nella terra dove risiedono gli ultimi elfi, la solitudine non esiste.

MICHELLE:
A Lorien
nella terra dei sogni
abitata da elfi e fate
il cielo s’illuminava
ammantato di stelle
nell’intensa meraviglia 
colma di memorie
dove gioco o leggenda
diventava vita
su aurore di sole
tramonti a colori
nel cuore d’una bambina
diventata ragazza
 
 /che ascoltava le fiabe e amava suo padre/
 
Aspersa dai ricordi
scorreva fluida la musica
su rimbalzi di corde
cantava l’aria
– suono di chitarra –
emozioni di note
di riso e di pianto 
di vento nel vento 
ritratti d’un tempo
di dolci magie – di tristi allegrie
e fu cosi che – la ragazza
diventata donna  – custode dei sogni
decise di scrivere

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