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Posts Tagged ‘Pomarev’

Tanto per ricordare che il libro è uscito ed è disponibile da Giunti, e da altre parti (non so esattamente quali). A presto con qualcosa di nuovo 🙂

Se Monica Squire avesse assistito al colloquio fra Martin Yarbes e Miloslav Pomarev, non ne sarebbe rimasta certamente entusiasta. Obbedire agli ordini, quali che fossero, calpestare le vite altrui, torturare, ammazzare, inquisire. Forse per Yarbes era normale, non per lei.
Monica era un’agente della CIA e, in quanto tale, non aveva mai disobbedito a un superiore, dimostrandosi sempre ligia al proprio dovere; ciò, tuttavia, non le impediva di mantenere una posizione etica e di essere scettica nei confronti di azioni che, dentro di sé, giudicava riprovevoli.
Per Yarbes provava sentimenti contrastanti. Un tempo lui l’aveva derisa, sostenendo che non era riuscita a resistere al solletico ai piedi che le aveva praticato la spia russa, Aglaja. Non era vero. Baba Yaga, il nome in codice di Aglaja, non era interessata a quelle sciocchezze, aveva una mentalità molto più pratica. Monica non aveva subito il solletico, bensì torture assai peggiori, ripetute scosse elettriche e il terribile waterboarning.
Yarbes si confondeva con Nicole Parker, una ex collega che in Cina aveva patito quel supplizio e che in seguito si era uccisa. (Ma i cinesi non si erano certo limitati al solletico. Le avevano impedito di dormire, le avevano lesinato il cibo, l’avevano percossa). Yarbes era intransigente con chi tradiva, e Monica, comunque la si volesse mettere, aveva tradito.
Poi, però, Martin l’aveva difesa davanti alla commissione disciplinare della CIA. Era un uomo enigmatico, apparentemente privo di emozioni. Imperscrutabile… come Matrioska.
Monica aveva visto morire John Lodge davanti alla sua casa, e dato che ciò era successo a causa della sua debolezza non si era mai veramente perdonata; aveva ucciso Aglaja e Matrioska: ma nessuno di questi fatti, per vari versi devastanti, era paragonabile alla morte di Nadiya.
John Lodge era stato un valido compagno d’azione e un amore mancato, Aglaja una spietata serpe, Matrioska un uomo insondabile che, in altre circostanze e se lui fosse stato diverso, avrebbe potuto amare.
Nadiya in teoria sarebbe dovuta essere la sua carnefice, in realtà era diventata la sua schiava, e poi, forse, il talismano che avrebbe saputo rendere i suoi giorni felici. Si era sacrificata per lei, e non esiste al mondo una prova più grande dell’amore vero.
Se Yarbes era freddo e cinico, Monica era diversa.
Forse debole, forse troppe volte insicura. Guardò a lungo la donna russa che le aveva donato tutto: il suo cuore, la lealtà per l’Unione Sovietica, i suoi sogni. Sadica? Masochista? Parole sciocche, vuote, prive di significato, a fronte del sentimento che era nato e si era sviluppato fra loro. Più sincera Nadiya, più calcolatrice Monica, e questa consapevolezza rendeva il suo strazio maggiore.
Si inginocchiò accanto alla salma e continuò a piangere.
Per qualche motivo, si soffermò ancora a riflettere su Martin. Forse perché dopo Lodge, dopo Nadiya, rappresentava il suo ultimo appiglio. Era più ciò che li divideva di ciò che li accomunava; però entrambi amavano la natura (Yarbes le aveva svelato il suo sogno giovanile di diventare guardiacaccia), servivano la loro patria e avevano sempre considerato il comunismo come il principale nemico da sconfiggere. E, forse, Martin Yarbes conservava un fondo di umanità, sconosciuto a Matrioska, del quale in ogni caso lei si era invaghita.
Di Yarbes ammirava la forza, la mancanza di paura, il senso di protezione che a volte le infondeva. Se esisteva dell’altro, non lo sapeva. Non ancora, almeno.
Quando si rialzò, raccolse la Tokarev di uno degli assassini e si avviò verso la Duma, camminando come una sonnambula, gli occhi rigati di lacrime e il cuore a pezzi.
A un tratto scorse il maggiore del Gruppo Alpha che puntava una pistola su Yarbes.
Si sentì cattiva, cattiva e spietata, oltre ogni limite.
Pomarev era il responsabile della morte di Nadiya.
Nella piazza la confusione era indescrivibile. Scorreva vodka a fiumi e gli sguardi di tutti erano rivolti allo starets Zosima, che inneggiava al trionfo del popolo e alla sconfitta dei malvagi. Nessuno badò a lei.
Un istante prima che Pomarev premesse il grilletto, Monica appoggiò la canna della Tokarev sulla sua nuca.
Pomarev lasciò cadere a terra l’arma.
“Brava, Squire!”, esclamò Yarbes. “Ora lascia fare a me.”
Tese una mano, ma Monica scosse la testa.
“No.”, disse. “Questa è una faccenda solo mia.”
Martin avrebbe voluto obiettare, ma qualcosa nell’espressione della donna lo dissuase dal farlo.
Monica si rivolse al russo. “Mi segua, maggiore.”
La mente di Yarbes corse a Cannes: anche in Francia Squire gli aveva soffiato il bersaglio, qui però gli aveva salvato la vita. In America era stato lui a salvarla, quando aveva fatto irruzione nel cottage vicino al lago; quindi, ora erano pari. Ma c’era dell’altro. Se sulla Costa Azzurra Monica aveva già ripagato ampiamente il suo debito nei confronti della CIA, a Mosca era andata oltre. Era come se, in una partita di basket, avesse segnato un canestro da tre punti tirando dalla propria area, o realizzato un fuoricampo, in un incontro di baseball. Era una vincente.
Benché fossero molto diversi fra loro, all’improvviso fu raggiunto da un pensiero a dir poco singolare. Si presentò del tutto inaspettato: da sempre, sapeva che un giorno avrebbe conosciuto una donna forte e coraggiosa, la compagna ideale per un uomo come lui. La compagna con cui dividere la vita. E adesso l’aveva trovata. Con un sorriso, si rese conto che quel pensiero non lo sorprendeva più di tanto.
Li guardò andar via, augurandosi di rivederla.
Monica e il suo prigioniero si allontanarono.
A circa dieci metri di distanza, due soldati li stavano osservando. Uno era alto e biondo, dai tratti nordici, l’altro, scuro di pelle, sembrava di origini tartare. Il biondo si mosse per tentare di seguirli, ma inciampò. Era completamente ubriaco. “Lascia perdere!”, bofonchiò l’orientale. Anche lui si reggeva a stento in piedi. Dalle mani gli cadde una bottiglia di pessima vodka. Fortunatamente era vuota.
Squire e Pomarev attraversarono la piazza e imboccarono una strada laterale.
“Fermiamoci qui.”, disse Monica.
Pomarev le rivolse uno sguardo beffardo.
“D’accordo. E adesso cosa pensa di fare?”
“Non lo indovina, maggiore?”
Lui rise. “Le manca il coraggio, americana! Mi consegni la pistola, e sarò clemente con lei.”
Monica ricordò il suo ultimo confronto con Matrioska. Pomarev gli assomigliava: non manifestava il minimo timore, era arrogante e sicuro di sé.
Ma con lui non c’era stata alcuna relazione sessuale.
Poi accadde.
Con un movimento fulmineo il maggiore del Gruppo Alpha le afferrò il polso, torcendolo. Era una stretta micidiale e Squire gemette per il dolore. Lentamente, lui la costrinse ad abbassare il braccio. Monica cercò di resistere ma era impossibile: era quattro volte più forte di lei. Questione di un attimo e la pistola le sarebbe sfuggita dalla mano. Mentre lottava disperatamente, Pomarev sibilò: “Non la ucciderò, non si preoccupi. La accompagnerò personalmente a  Kolyma. Un lungo viaggio in treno, e lì… interminabili giornate di lavoro nel gelo, tanto pesanti che lei si augurerà di morire. Un cibo misero che comunque non potrà mangiare perché le altre detenute glielo impediranno per dividerselo. E se si ribellasse commetterebbe un grave errore. Un’americana per quelle prigioniere è il simbolo di una ricchezza mai avuta, soltanto sognata. Le ficcherebbero la testa nelle loro feci. Perderà i denti e i capelli. Alla fine, le verrà il tifo. Purtroppo non avrò il piacere di vederla dormire nei suoi escrementi, né di sentirla piangere. Se è vero che la nostra azione patriottica è fallita, andrò altrove. Ci sono guerre ovunque e uno come me sarà accolto a braccia aperte in qualsiasi luogo.”
Monica non poteva saperlo, ma era possibile che ciò che gli aveva detto Yarbes lo avesse convinto della sconfitta.
Pomarev diede un ultimo strattone.
Monica strinse i denti per resistere. E a un tratto si rivide a Langley: le parve di udire la voce di Susan Cooper mentre, durante l’addestramento, le insegnava alcune tecniche di combattimento. Si contorse per guadagnare un minimo spazio e gli sferrò una violenta ginocchiata all’inguine. Con un grugnito, lui lasciò la presa.
Monica indietreggiò di qualche metro e, ignorando il dolore al polso, sollevò nuovamente la Tokarev.
Mirò a una gamba e Pomarev si accasciò.
Dopo un momento, Monica sparò di nuovo, all’altra gamba.
Miloslav Pomarev non emise un gemito.
La guardò, con un’espressione di stupita e riluttante ammirazione.
Un elicottero passò, volando basso. Risuonarono alcuni colpi d’arma da fuoco, non si capiva da dove, né chi avesse sparato a chi.
Dalla piazza giungevano voci esultanti e cori non particolarmente intonati.
La notte si avviava a diventare mattino. Il cielo a est andava schiarendosi, preannunciando un’altra giornata torrida e afosa. Sarebbe stata la giornata della resa dei conti definitiva.
Pomarev cercò di rialzarsi, senza tuttavia riuscirci: anche per un uomo del Gruppo Alpha esisteva un limite.
Monica si mise a gambe larghe su di lui.
“E’ pronto per l’inferno, maggiore?”

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CremlinoPomarev aveva cambiato idea riguardo alla donna.
Non l’avrebbe uccisa e gli mancava il tempo per occuparsene personalmente; però aveva trovato una soluzione molto più intrigante: l’avrebbe mandata a Kolyma. Comunque finisse il golpe, se fosse partita quella notte stessa, senza alcun documento che riguardasse il suo arresto e la sua destinazione, nessuno avrebbe mai più sentito parlare di lei.
Avrebbe imparato alcune cose spiacevoli. Lì, vicino al fiume da dove prende il nome il campo di lavoro forzato, nel corso dei decenni erano morte circa tre milioni di persone, soprattutto ai tempi di Stalin. Il gulag si trova nella Siberia orientale e i prigionieri avevano il compito di estrarre l’oro nelle gelide miniere. La sveglia suonava alle quattro del mattino, poi, dopo una misera colazione, i deportati venivano sospinti fuori nel freddo irreale della steppa. Lavoravano fino al tramonto, quando consumavano uno squallido rancio. Per un po’ di cibo a volte si accendevano risse, davanti agli occhi indifferenti delle guardie. Un uomo particolarmente forte poteva reggere anche per diversi anni, una donna difficilmente sopravviveva per più di qualche mese. Ma quei pochi mesi rappresentavano l’inferno in terra. Solgenitsin ha descritto tutto ciò con uno stile asciutto e sobrio nell’imperdibile libro “Una giornata di Ivan Denisovic”. Per quanto possa apparire assurdo e paradossale, Ivan era stato condannato… per essere stato prigioniero dei tedeschi nella seconda guerra mondiale; anziché un merito, questa era una colpa, poiché aveva conosciuto il mondo occidentale. Inoltre, chi poteva dire che avesse combattuto con coraggio?
Sebbene molti scettici, in Europa, prima dell’avvento di Gorbaciov avessero attribuito queste notizie alla propaganda antisovietica, ritenendole delle esagerazioni – nello stesso modo in cui si era finto di ignorare i campi di concentramento nazisti –  esse erano tremendamente reali.
Pomarev reputava che l’americana avrebbe retto almeno per un anno. Quell’anno si sarebbe dimostrato il più terribile della sua vita.
Accelerò il passo, la raggiunse e le posò una mano sulla spalla.
Monica si fermò e si voltò. Lo fissò, impietrita.
“Ci rivediamo, signora.”, disse il maggiore del Gruppo Alpha. Le rivolse un sorriso che non si estendeva agli occhi. “Desidero informarla che lei è in procinto di partire per una splendida vacanza. Andrà in un luogo incantevole che non dimenticherà fino al termine dei suoi giorni.” La perquisì con gesti calmi ed efficienti, trovò la pistola e se la mise in tasca. Quindi impartì un secco ordine e due dei suoi uomini trascinarono Monica verso l’altro lato della piazza.
Miloslav Pomarev tornò a concentrarsi sul compito di occupare la Duma. Si rendeva conto che a causa dei numerosi e continui tradimenti era alquanto difficile. Sarebbe potuto rientrare in caserma per cercare qualche elemento ancora fidato: in fondo non ne occorrevano molti, gli sarebbero bastati cinquanta uomini decisi. Tuttavia l’azione doveva essere immediata. Si era già perso troppo tempo. Il Cremlino era più vicino, e lì c’erano sessanta o settanta fidatissimi agenti della seconda direzione centrale del KGB. Decise di andare nell’antica reggia degli zar. “Aspettatemi qui e vigilate”, disse agli altri otto membri della sua squadra.
Si incamminò, senza accorgersi che Martin Yarbes lo stava seguendo.
L’agente della CIA pensava che Squire venisse condotta alla Lubjanka; l’avrebbe liberata più tardi. Non immaginava il lungo viaggio nella notte dell’anima che Monica stava per intraprendere.
Mentre l’americano e il russo si allontanavano, lo starets Zosima tuonava su un palco improvvisato, a una cinquantina di metri dalla Duma. Deprecava l’assassinio di tre innocenti e invitava il grande popolo russo a resistere a quell’infame tentativo di portare indietro l’orologio della Storia, che invece – affermò con voce stentorea – avrebbe continuato a scandire le ore di un futuro migliore, nella libertà e nella parola di Dio. Agitò l’indice, figura imponente e maestosa. “I traditori cercavano il potere! Bramavano il potere! Ma otterranno il giusto castigo, prima in terra e poi al cospetto del tribunale divino.”
Pomarev gli lanciò uno sguardo colmo d’odio. Non ricordava quello che un giorno Zosima gli aveva predetto; forse, se lo avesse rammentato, sarebbe salito su una macchina per scomparire al di fuori dei confini dell’Unione Sovietica. Più probabilmente, avrebbe continuato la sua battaglia personale.

Quello che Pomarev non poteva sapere era che poche ore più tardi, dopo essersi consultato con Pugo, Janaev e Kryuchkov, Dmitriy Yazov sospese le operazioni e allontanò le truppe da Mosca.
I congiurati erano indecisi sul da farsi. In ogni caso, avevano capito che il colpo di Stato ormai poteva ritenersi fallito. Alla fine, quasi seguendo il consiglio di Weber, si stabilì che il presidente del KGB doveva recarsi subito in Crimea allo scopo di conferire con Gorbaciov.
Le idee, però, non erano chiare. “Bisogna convincerlo a firmare!”, dichiarò Boris Pugo. Kryuchkov scosse la testa. “Non lo ha voluto fare, quando per lui la situazione sembrava perduta. Adesso sicuramente è stato informato. Sa di Eltsin, sa degli ammutinamenti. Non firmerà di certo”.
“Esistono dei metodi per convincere le persone, compagno, e tu li dovresti conoscere bene.”, osservò Dmitriy Yazov, in tono mellifluo. Kryuchkov lo guardò, meditabondo. Andropov non avrebbe esitato, pensò. Ma lui non era Andropov. Fu Gennady Janaev a intervenire, rosso in viso e allarmato. “Per favore, compagni! Siamo già nei guai fino al collo!”
Seguì un silenzio carico di tensione. Se qualcuno di loro stava prendendo in considerazione l’idea di fuggire all’estero, si guardò bene dal dirlo. Presumibilmente, aspettavano prima la reazione di Gorbaciov. In fondo, pensavano, era stato trattato con tutti i riguardi. Lo avevano solamente isolato, senza torcergli un capello.
Di norma, un naufrago si aggrappa anche al più sottile fuscello.
Peraltro, nessuno dei quattro ignorava che il fuscello in questione era quasi trasparente. Il riformista Gorbaciov era lo stesso uomo che aveva inviato l’Armata Rossa a Vilnius, in Lituania.
“Cosa dice il compagno Putin?”, domandò Pugo.
“Non lo sento da giorni.”, rispose Kryuchkov. Mentiva. Si erano parlati al telefono e Putin gli aveva promesso che lo avrebbe aiutato, a patto che si mostrasse ragionevole e accettasse la sconfitta. In seguito, Putin mantenne la parola; ma nel corso della telefonata non aveva esteso la sua benevolenza agli altri congiurati.
L’ultima parola spettò al “successore” – molto momentaneo – di Gorbaciov, Janaev. La sua proposta, quella di patteggiare con il segretario generale, venne accolta, benché fosse alquanto vaga.
Accompagnato da alcuni funzionari, Kryuchkov salì sull’aereo, ma quando giunse a Foros, Gorbaciov si rifiutò di incontrarlo.
Le trasmissioni erano state perfettamente ristabilite. Il segretario generale del PCUS si mise in contatto con Mosca, ordinando l’arresto del ministro della Difesa, del ministro degli Interni e del vicepresidente: Yazov, Pugo e Janaev.

Il Cremlino, che significa fortezza, è uno spettacolare insieme di costruzioni, delimitato da un muro alto quindici metri e lungo due chilometri, su cui si ergono venti torri. Una vasta parte è aperta alle comitive dei turisti, i quali possono visitare cattedrali, sontuosi saloni, tutto quello che ricorda il tempo degli zar.
All’interno di questa zona “libera”, sorvegliati notte e giorno, si trovano gli uffici dove viene gestito il potere: la sede del Politburo, il massimo organo dell’Urss, e quella del Consiglio dei Ministri, istituzione assai meno importante. Poi, al di là  di interminabili scalinate e di altri immensi saloni, che racchiudono un’infinità di tesori, dagli specchi scintillanti ai quadri di valore inestimabile, alle statue a grandezza d’uomo, ad armi antiche e ad autentiche carrozze di ogni epoca, sono situati i locali personali del segretario generale del PCUS, posti di fronte all’ambasciata britannica.
Pomarev raggiunse una delle tre porte, la porta Borovitski, sul lato occidentale. A un tratto si fermò, si girò e scrutò in direzione dei giardini Aleksandrovski.
Sembrava una belva che, nella notte, abbia fiutato l’odore della preda.

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