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Posts Tagged ‘Nadia Been’

IL PROCESSO 2

Il processoIl mattino dopo J.P.Newwhitebear si presentò con gli occhi arrossati, la camicia abbottonata male e la barba di due giorni. A White parve evidente che era reduce da una solenne sbornia. Gli lanciò un’occhiata di fuoco, che lui sembrò non cogliere.
Inizialmente, l’abuso di alcolici gli aveva fatto perdere processi e credibilità, ma con il passare del tempo aveva imparato a convivere con il bourbon, senza che la sua mente perdesse colpi. Fissò lo sguardo sulla giuria, accennando un sorriso, mentre si chiedeva ancora una volta quali fossero gli elementi su cui contare; in fondo gliene sarebbero bastati quattro, ed era fermamente convinto di averne già individuati due: Paul Wolfghost e Samuel Univers. Gli sarebbe piaciuto entrare nella mente del portavoce, Willyco, dato, che se lo avevano scelto come tale, ciò significava che disponeva di una forte personalità.
Nel frattempo, James Rodixidor aveva chiamato il suo primo teste: il dottor Frank Ivano. Era costui uno studioso, con varie pubblicazioni alle spalle, fra le quali due libri.
Si sedette compunto, del tutto sereno e a suo agio.
“Dottor Ivano”, cominciò Rodixidor, “ha letto il romanzo “2693 D.C.?”
“Certamente.”, rispose con calma il teste.
“E ha avuto modo di analizzare altre opere della signora White e della signora Been?”
Ivano annuì.
“A quali conclusioni è giunto?”
Il dottor Frank Ivano si sistemò la cravatta, si protese leggermente in avanti e disse: “Le due autrici hanno dei punti di contatto, questo è indubbio. Ad esempio, lo stile scorrevole; nessuna delle due, inoltre, abusa del verbo “indossare”, e ciò è assai meritevole. Ci sono autori molto famosi, cito Ken Follett e James Patterson, che lo adoperano in maniera quasi maniacale, il che è molto noioso per un lettore. Sapere cosa una persona “indossa” è utile se serve a dare un’indicazione, in maniera da inquadrare la personalità di un personaggio: si veste con ricercatezza, si veste male, quel giorno la minigonna era più corta del solito, i jeans erano sdruciti, e via dicendo; ma l’uso reiterato di questo famigerato verbo non è di alcuna utilità, genera solamente un profondo senso di tedio. Qualora noi effettuassimo uno studio, basato su una lettura critica, sic et simpliciter, di un’opera mediante l’analisi strutturale…”
“Grazie, dottore.”, lo interruppe l’avvocato, che vedeva i primi segni di insofferenza fra i giurati. “Parliamo ora delle divergenze.”
“Sono notevoli!”, affermò lo studioso.
“Ad esempio?”
La signora Been è più profonda.”
Newwhitebear scattò in piedi. “Obiezione!”
Vostro Onore, il giudice Maria Rosaria Ily, sollevò di malavoglia lo sguardo dal romanzetto rosa che stava leggendo di nascosto. “Respinta.”
“E poi?”, volle sapere Rodixidor.
“Le descrizioni della natura della signora Been non sono stereotipate come quelle della signora White.”
“Obiezione.”
“Agli atti.”
Dopo una pausa di quindici minuti, durante la quale J.P. Newwhitebear ingurgitò tre caffè da sommarsi ai quattro che aveva già bevuto appena sveglio, incominciò il controinterrogatorio.
“Dottor Ivano, ha letto “Rage?”
“No.”
“Ha letto “Alex Alliston?”
Il teste scosse il capo.
Cosa ha letto di preciso?”
“Quel libro erotico…”
Newwhitebear chinò la testa, come se stesse pensando a tutti i mali del mondo. “Capisco.”, disse infine. “Lei ha letto soltanto il primo romanzo della mia cliente, quando lei era ancora immatura, quando non era ancora pienamente padrona del linguaggio, delle descrizioni dei boschi o del mare, dell’indagine psicologica.” L’avvocato rivolse un ampio sorriso alla giuria. “Mi dica, dottore, quanto le è stato offerto per la sua deposizione?”
“Solo un rimborso spese.”
“Quanto? Le ricordo che è sotto giuramento.”
Ci fu un attimo di esitazione. Ivano cercò con gli occhi James Rodixidor, ma l’avvocato stava fissando i giurati.
Quanto?”
“Cinquemila dollari.”
“Dottore, dove abita?”
Ivano rimase in silenzio.
“Dove abita?”, urlò Newwhitebear.
“In Connecticut Avenue.”
“Di quale città?”
“Questa.”
“La difesa ha finito.”

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IL PROCESSO 1

Il processoI nemici, e non ne aveva pochi, lo chiamavano lo Squalo. James Rodixidor,  invece, chiamava se stesso il Migliore. Scaltro e dotato di un’intelligenza diabolica, non aveva mai perso un processo. Scrutò la giuria e annuì soddisfatto.
Maria Rosaria Ili, Marirò per il marito, era un giudice di vasta esperienza e di assoluta, nonché provata, severità. Riteneva quel dibattimento alquanto noioso, comunque lanciò uno sguardo al legale. “Può procedere”, disse, scandendo bene le parole, ed evitando di far emergere l’accento texano.
Sebbene apparisse tedioso agli occhi del giudice, si trattava di un caso curioso, in quanto la querelata aveva a sua volta denunciato la parte lesa per percosse e quindi a livello penale. Malauguratamente il suo avvocato, che anni prima era stato un principe del foro, era diventato un alcolizzato e aveva combinato un pasticcio. A causa di un vizio di forma, la causa non sarebbe mai approdata nell’aula di un tribunale. J.P. Newwhitebear, il legale, aveva fatto notare alla sua cliente che in ogni caso mancavano testimoni e pertanto le probabilità di vincere erano praticamente nulle, il che era vero anche se rappresentava un tentativo di scagionarsi. “Mi ha pestata!”, aveva esclamato furibonda Alexandra White. “Me le ha date di santa ragione!”
“Certo, ma nessuno ha assistito alla scena.”
Benché fosse inviperita, White non aveva cambiato avvocato.
Rodixidor iniziò a parlare. In tono pacato dichiarò che avrebbe dimostrato senza la minima ombra di dubbio che alla sua assistita era stato rubato un manoscritto. Era vestito in maniera impeccabile: un completo grigio di sartoria, scarpe italiane, cravatta annodata perfettamente. Come sempre, era rilassato e sicuro di sé. Puntò un dito in direzione di White e la voce si fece aspra. “Approfittando di un’amicizia che la mia assistita credeva sincera, questa… signora ha sottratto il frutto di un anno di fatica con lo scopo fraudolento di spacciarlo per suo.” Nadia Been annuì varie volte.
I giurati ascoltavano con estrema attenzione. Erano il risultato di una dura battaglia fra Rodixidor e Newwhitebear. Ciascuno dei due ne aveva scartati dieci, ma mentre Rodixidor era ragionevolmente soddisfatto dell’esito, Newwhitebear nutriva seri dubbi su almeno tre di loro. In compenso, sentiva di poter contare su altri due. Il suo obiettivo era di far sì che non si giungesse a un verdetto o, meglio ancora, che White venisse scagionata. Il portavoce dei dodici giurati, tale Willyco, risultava il più enigmatico; questo per una ragione molto semplice: anch’egli scriveva. Ambedue gli avvocati avrebbero voluto escluderlo, però avevano esaurito il numero delle scelte.
Rodixidor annunciò che avrebbe chiamato a deporre insigni studiosi del linguaggio, i quali avrebbero confermato che lo stile di scrittura di “2693 D.C.”, il romanzo uscito a nome di Alexandra White, apparteneva inequivocabilmente a Nadia Been. Non si trattava di un plagio, ma di un autentico furto! Vi erano poi dei testimoni più che attendibili con cui Been si era confrontata durante la stesura dell’opera. Concluse la dichiarazione preliminare sollecitando la giuria ad emettere un verdetto esemplare, ringraziò e andò a sedersi al suo posto.
Toccò a Newwhitebear. Indossava un abito sgualcito, una logora camicia azzurra e un cravattino fuori moda che mal si intonava con la giacca. Era un suo vecchio trucco: lui non era un borioso avvocato che si faceva strapagare, non possedeva un aereo privato, né uno yacht. Era un uomo del popolo, semplice e genuino. Cominciò raccontando del pestaggio. La signora Been aveva picchiato la sua cliente, perché era una donna violenta. Spiegò in modo un po’ oscuro il motivo che aveva impedito a White di trascinarla in un tribunale. Calcò la mano, soffermandosi sull’immagine di una White in lacrime, spaventata, umiliata e sofferente. Aggiunse che “2693 D.C.” era farina del suo sacco e sfidò la controparte a provare il contrario. Descrisse la fatica, l’impegno e la dedizione che erano occorsi per scrivere il libro. Terminò appellandosi al senso di giustizia dei giurati: Alexandra White era doppiamente vittima. Aveva subito un duro pestaggio e ora si voleva privarla di ciò che era dovuto solamente al suo ingegno.
Il giudice soffocò uno sbadiglio e aggiornò la seduta all’indomani.

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