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Posts Tagged ‘karma’

In linea (molto) teorica, WordPress garantisce la possibilità di effettuare un sondaggio, ma allo stato dei fatti ciò risulta impossibile. In questo, mi ricorda Splinder…
Per farla breve, sarei lieta di apprendere se volete il sequel di questo racconto, oppure no. Grazie ^^

La valle di PhilQuando fu vicino al cadavere di Jack Straw, Phil si chinò e raccolse la pistola che aveva lasciato cadere dopo aver ucciso il bandito.
Con calma tornò sui suoi passi. Vide che Patsy aveva rinunciato a lottare. Fu colto dal panico: era troppo tardi. Poi notò che muoveva debolmente le gambe. Era ancora viva, sebbene fosse questione di poco. Per l’ultima volta si chiese se era giusto intervenire. Forse Patsy era destinata a soccombere. La natura ha leggi proprie; quando una leonessa sbrana una gazzella segue quelle leggi, e nessuno la giudicherebbe colpevole per aver assecondato il suo istinto. Avrebbe potuto separarle, certo; ma ormai erano divise dall’odio: una delle due se ne sarebbe andata, lasciandolo. E in ogni caso non era questa la visione che aveva avuto.
Esitò, ma fu solo un attimo.
Appoggiò la canna sulla nuca di Elizabeth.
Premette il grilletto.
Non riuscì a trattenere le lacrime. L’aveva amata profondamente. Gli sfuggivano le ragioni del suo comportamento: lo aveva tradito, schierandosi con Sugar; era stata sul punto di togliere la vita a Patsy, dimenticandosi di tutte le promesse che si erano scambiati, rinnegando i loro ideali, desiderando il male di una persona che sarebbe dovuta essere sua sorella. Si passò una mano fra i capelli, cercando invano una spiegazione plausibile. Alla fine concluse che Liz aveva perso il lume della ragione.
Per rasserenare l’animo, si arrotolò uno spinello.
Patsy si rialzò a fatica.
Phil le cinse la vita con un braccio e le passò la canna.
Patsy aspirò avidamente.

L’uomo sceso dall’elicottero portava guai.
Phil uscì dalla baracca, seguito da Patsy.
Avevano fatto l’amore. Per Weir era sempre bello; ma Patsy aveva raggiunto l’orgasmo più devastante della sua vita. Dal giorno in cui aveva rischiato di morire, il suo amore per Phil era aumentato. Ricordava ancora il terrore, la paura folle, che, simile a un fumo nero, la soffocava. Poteva risentire il respiro eccitato di Liz, e avvertire di nuovo la sua presa micidiale. Una notte si era svegliata urlando, ma Phil l’aveva abbracciata, sussurrandole parole dolci. Poi l’aveva posseduta, e lei aveva dimenticato l’incubo, anche se sapeva che sarebbe tornato. Non avrebbe mai scordato quei terribili momenti. Da allora faceva l’amore quasi con disperazione, come se fosse l’ultima volta.
Phil l’aveva rassicurata: era solo questione di tempo, presto avrebbe dimenticato.
L’uomo indossava una divisa dell’esercito. Aveva un’espressione arrogante. “Questa valle appartiene al governo degli Stati Uniti. Voi siete qui abusivamente. Avete tre giorni per andarvene.”
“Che fastidio vi diamo?” Phil era sconvolto.
“Siete dei dannati hippy, vero?” Il militare sorrise in modo sprezzante. “Comunque fino a oggi non ci avete dato alcun fastidio, però adesso la valle ci serve. Vedete di sgombrare in fretta!”
Tornò all’elicottero, senza salutare, lasciandoli costernati.
La mia valle.
La mia valle è sacra.
Phil provò il desiderio di uccidere quell’uomo, tuttavia si rese conto che sarebbe stato inutile. Ne sarebbero venuti altri. Molti altri. Osservò l’elicottero librarsi in volo, mentre una profonda tristezza si impadroniva di lui. Come avrebbe potuto continuare a vivere lontano da lì? Da più di due anni, ogni mattina si era svegliato presto, era uscito all’aria aperta e aveva camminato fino al ruscello per lavarsi. Poi aveva acceso il fuoco per preparare il caffè. Mentre aspettava che la bevanda fosse pronta, aveva guardato il profilo delle montagne, respirando a pieni polmoni l’aria pura e incontaminata della Green Valley. D’inverno aveva assaporato un profondo senso di pace e, quando la neve li aveva isolati, non si era sentito un prigioniero, bensì il più libero fra gli uomini. Con l’arrivo della primavera aveva goduto del risveglio della natura, e aveva vissuto con gioia le lunghe serate trascorse sulla veranda. Aveva accolto l’estate come se fosse una preziosa amica, sudando al sole mentre lavorava la terra o costruiva la staccionata di legno. L’autunno aveva portato con sé nuove meraviglie: la foresta si era rivestita di colori di sorprendente bellezza; all’imbrunire, si levava la nebbia, colmandolo di suggestioni che non avrebbe mai trovato in nessun altro luogo.
Alla notte aveva fatto l’amore con le sue donne: la focosa Elizabeth, la delicata Patsy. Adesso sarebbe stato costretto ad andarsene, ma piuttosto che tornare in una città sudicia e affollata, si sarebbe ucciso. Prima il tradimento di Liz, ora la prospettiva di abbandonare la valle: una parte di lui sarebbe morta per sempre.
Patsy lo prese per mano. “Il nostro sogno non finisce qui.”, disse dolcemente, quasi gli avesse letto nel pensiero.
Phil la fissò senza capire.
La donna arrossì. “Ti devo confessare una cosa: Liz aveva ragione. Io parlai con Sugar, ma lo feci perché avevo paura. Non gli raccontai dell’arco, e neppure di te; gli suggerii soltanto di stare attento a Elizabeth. Dissi che aveva una natura violenta e che, per il bene di tutti, avrebbe dovuto controllarla. Ammetto anche che ero gelosa di lei, ma, a differenza sua, non le avrei mai fatto del male. Credo di aver pagato il mio debito, quando ho visto la morte in faccia. Ma questo, ormai, appartiene al passato. Noi dobbiamo pensare al futuro. Il sogno continuerà. Gli Stati Uniti sono grandi: troveremo un’altra valle, e se non ci riusciremo, andremo in Canada. Io e te. Insieme. Per sempre.”
Tacque e lo guardò negli occhi. I suoi erano sereni; riflettevano una nuova forza, una determinazione consapevole che non le era mai appartenuta.
Phil Weir la abbracciò. “Ti amo, Patsy!”
La baciò sulla bocca; un bacio tenero. “Ora tocca a me spiegare.”, disse vagamente impacciato. “Ti sarai chiesta perché ho tardato ad aiutarti. Non è un argomento semplice…”
Patsy gli posò un dito sulle labbra. “Non importa. Non mi interessa saperlo. So solo che mi hai salvato la vita. Il resto non conta.”
“Ma io devo dirtelo! In un primo momento ho pensato che non era giusto interferire, però poi mi sono reso conto che non si trattava di un incontro sportivo, che vinca il migliore e sciocchezze del genere. Una di voi due sarebbe morta, e io non sapevo chi scegliere. Era una decisione importante: dovevo capire chi amavo di più. Alla fine l’ho capito.”
Patsy gli rivolse un sorriso radioso. “Ti amo, Phil!”
Rimasero abbracciati a lungo, mentre il sole illuminava la Green Valley, e il mondo continuava a girare come sempre.

La valle è circondata da imponenti montagne. Un ruscello attraversa i campi che si stendono a perdita d’occhio fino al limitare di una foresta di pini. Sull’altro lato, quello a meridione, una strada sterrata scende da una gola, serpeggiando per poi arrestarsi all’improvviso davanti a una grande cancellata di legno. L’aveva costruita Phil.

LA VALLE DI PHIL

GRAZIE PER AVER LETTO QUESTA STORIA

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IL KARMA DI GIORGIO

Il Karma di GiorgioQuando Giorgio sentì squillare il telefono, prima ancora di sollevare la cornetta e di riconoscere la voce del dottor Roberti, seppe con assoluta certezza che Lorella aveva il cancro.
Non aspettava una chiamata del medico a quell’ora, e nemmeno in quel giorno: l’esito degli esami era previsto per l’indomani; e nei lunghi anni seguenti si interrogò spesso su quella consapevolezza estrema: non era stato attraversato da un dubbio, neppure da un forte dubbio, bensì raggiunto dalla sicurezza ineluttabile che dall’altra parte del filo c’era il dottore, e che veniva a portargli notizie di morte.
Naturalmente ci furono anche altre domande, tuttavia erano quelle banali, per quanto tristi, che in questi casi si fanno tutti. Avrebbe potuto riassumerle con un’unica parola: perché? Perché doveva capitare proprio a una donna bella e gentile di venticinque anni? Perché doveva succedere quando dopo tanto penare finalmente aveva trovato un posto di lavoro? Perché la sorte si era accanita contro una maestra che amava i bambini e gli animali? Perché proprio a sua moglie?
Poi finì anche il tempo delle domande.
Giorgio rimase appeso ai ricordi, come un palloncino quasi sgonfio che il vento si ostina a trascinare stancamente.
I ricordi, però, erano belli.
Non aveva che l’imbarazzo della scelta.
Aveva stabilito un metodo: ogni sera, mentre consumava la cena, si concentrava su un momento del passato, e lo ricostruiva nella sua mente. Era un disegnatore tecnico, perciò possedeva una mentalità scientifica. Gli attimi che decideva di rivivere non erano affidati al caso: li selezionava secondo un ordine temporale, quasi volesse rivedere, sera dopo sera, tutto il film della sua esistenza. Non ignorava che in questo modo si faceva soltanto del male, e che sarebbe stato meglio dimenticare; ma non era interessato a conoscere altre donne, e le soddisfazioni professionali non riuscivano a colmare il grande vuoto della sua vita. A volte, deviava dal percorso che aveva stabilito di seguire per tornare su un momento particolare, una serata speciale. Però accadeva di rado. Molto spesso rivedeva i suoi occhi, dolci e profondi, e sognava il suo sorriso. Era un sorriso unico, inconfondibile, che non avrebbe mai scordato.
Malgrado la sua formazione tecnica, credeva nel Karma, e nei momenti di maggiore sconforto pensava che dopo quell’infinito crepuscolo avrebbe avuto in dono un’esistenza più felice.
Lorella amava la cucina giapponese, e quando, una volta al mese, la portava nel suo ristorante preferito, lo sguardo di lei era simile a quello di una bambina che un mago buono ha condotto nel paese delle fate. Una sera, in quel ristorante, Lorella aveva pianto. Era successo dopo che lo aveva momentaneamente lasciato; e da quelle lacrime dense di rimpianto era nato il loro amore definitivo.
Al mattino, prima di recarsi al lavoro, mentre facevano colazione, conversavano a lungo, e Giorgio ricordava in ogni singolo dettaglio l’intelligenza delle sue osservazioni e il modo animato con cui le sosteneva. Talvolta lei si lagnava perché lui mangiava troppo avidamente. “Sembra quasi che tu abbia paura che qualcuno ti porti via il piatto!”, escamava un po’ irritata. A quelle parole, lui sorrideva: Lorella aveva ragione. Era sempre stato un suo difetto.
Trascorsero molti anni; ma il gelo interiore di Giorgio non trovò mai una nuova primavera. Era sempre inverno. Di quelli duri, rigidi, che non hanno pietà della terra, degli uomini e degli animali. Quelli investiti dalla tramontana, e sovrastati da cieli lividi e ostili.
Una notte, Giorgio si svegliò di soprassalto: aveva avuto un sogno da incubo, nel quale rammentava distintamente che aveva saputo del male incurabile di Lorella prima che suonasse il telefono. Forse solo un attimo prima, una frazione infinitesimale di tempo, tanto breve da non lasciar spazio non a un pensiero, o a una parvenza appena abbozzata di pensiero, bensì a un unico, terribile, presentimento.
Un istante dopo era arrivata la conferma.

Quel giorno compiva cinquant’anni. Non avrebbe mai saputo dire se prese quella decisione per un gesto di puro masochismo, oppure se in qualche modo rappresentasse una sorta di pellegrinaggio rituale; un viaggio negli abissi del passato.
Alle sette di sera varcò la soglia del ristorante giapponese. Erano cambiati i proprietari, tuttavia il locale era uguale ad allora. Ordinò sushi e sashimi.
Mentre mangiava, una ragazza entrò nel ristorante. A quell’ora era ancora vuoto; ma fra tutti i posti disponibili scelse un tavolino vicino al suo. Non consultò la carta e chiese un piatto abbondante di alghe. Poi anche lei optò per sushi e sashimi.
Lorella adorava le alghe.
Giorgio alzò lo sguardo dal piatto per incrociare il suo. La ragazza, o piuttosto la giovane donna dato che dimostrava circa venticinque anni, non abbassò gli occhi, che erano dolci e profondi, e ricambiò lo sguardo.
Cenarono in silenzio, mentre man mano arrivavano altri clienti. Ogni tanto Giorgio la osservava di sottecchi. Sebbene si rendesse conto della differenza di età che li separava, per la prima volta da quando era mancata Lorella si sentiva attratto da un’altra donna. Forse perché le assomigliava vagamente? Scosse la testa. Lorella era bionda e non bruna; inoltre la sconosciuta era molto più alta.
L’unica cosa che le accomunava era lo sguardo.
Sciocchezze!, si disse. Era semplicemente un frutto della suggestione causato dalla magia di quel locale, dove aveva trascorso serate indimenticabili, sebbene ormai fossero avvolte nella nebbia di un lontano passato.
Cambiò corso ai suoi pensieri, meditando sulla giornata di lavoro che lo attendeva il giorno dopo. A un tratto, inaspettatamente, lei si rivolse a lui. “Ma non ci siamo già visti da qualche parte?”
“Non saprei…” Giorgio esitò per una frazione di secondo, poi si lanciò. “Però, potremmo rivederci qui. Vorrei invitarla a cena. Mi sembra di capire che lei ama la cucina giapponese.”
Lei sorrise. “Perché no?”, rispose. “In effetti, mi piace moltissimo. Ma posso dirle una cosa senza che lei si offenda?”
“Certo.”
“Guardi che nessuno è qui per rubarle il piatto. Dovrebbe mangiare in maniera meno avida.” Rise. “A questa condizione, accetto!”

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