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Posts Tagged ‘intrighi’

I LOVE JANINE 21

Elke6Per un momento Marcus parve non badare a ciò che aveva fatto Sarah.
Probabilmente stava eiaculando, pensò lei con una smorfia risentita. Era incredibile che un uomo potesse eccitarsi assistendo a una scena di violenza: in lui malvagità e perversione viaggiavano di pari passo. La cantante si rialzò, meditando di saltargli addosso, ma il pensiero della pistola la frenò.
Poi, però, Marcus si scosse. Si avvicinò alla donna e la colpì con un violento manrovescio. Sarah finì a terra.
In quell’attimo suonarono alla porta.
Marcus esitò. A quell’ora non aspettava nessuno, tuttavia non era affatto infrequente che un suo cliente si precipitasse da lui senza preavviso. In quei casi Marcus si comportava con arroganza, si faceva supplicare e intascava il doppio di quanto avrebbe guadagnato in circostanze normali.
Indeciso, valutò la situazione. Guardò Janine: gli sembrava svenuta. Se avesse legato e imbavagliato Taverner, avrebbe potuto andare ad aprire senza problemi. Sarebbe stato sciocco rinunciare alla possibilità di un lauto guadagno.
Ormai aveva goduto e il gioco era finito. Momentaneamente, si corresse. Quando si fosse sentito nuovamente eccitato, avrebbe violentato Sarah e quello sarebbe stato il culmine.
Aprì un cassetto e prese una corda. Ne aprì un secondo e ne trasse un paio di calze. Gliele ficcò in bocca, dopodiché si occupò dei polsi e delle caviglie.
Lanciò un’altra occhiata a Janine.
Poi uscì dalla camera.

Elke si girò e guardò impietrita Hans Schweinsteiger.
L’uomo le rivolse un sorriso crudele. “Non tollero che non si mantengano i patti. Noi avevamo un accordo preciso che tu non hai rispettato.”
Elke lo fissò senza ribattere. Gli aveva già spiegato le sue motivazioni: cosa poteva aggiungere? Il suo pensiero corse a Dieter. Se fosse stato lì, l’avrebbe protetta. Cercò di calcolare fra quanto sarebbe arrivato, ma non avevano un appuntamento preciso; dipendeva dai suoi impegni. Poteva essere fra un’ora o magari fra due o anche più tardi. Se fosse riuscita a tenere a bada Hans finché lui non fosse sopraggiunto, avrebbe potuto cavarsela. Sapeva, infatti, che Schweinsteiger non era venuto da lei per parlare – lo avevano già fatto in negozio -, ma per punirla e sospettava che avesse in mente qualcosa di atroce, anche se non immaginava di che genere di castigo si trattasse. L’avrebbe picchiata? Era disposta a subire. L’avrebbe sfregiata? Questo non sarebbe riuscita a sopportarlo. L’avrebbe uccisa? Forse no, si disse per farsi coraggio, però era letteralmente terrorizzata.
Doveva trovare un modo per guadagnare tempo. Se fosse riuscita a trattenerlo con qualche scusa fino a quando non fosse giunto Dieter…
Ma era paralizzata dal panico e non aveva il barlume di un’idea.
A un tratto ebbe un’intuizione.
Avrebbe potuto offrirsi a lui.
Non era un’idea intelligente. Hans la considerava ancora una prostituta, perciò non sarebbe stato particolarmente attratto da una notte di sesso con una delle tante puttane di Berlino. Avrebbe potuto averne a iosa. E non era solo quello; concedendosi a lui, avrebbe tradito Dieter. Non si sarebbe mai perdonata, avrebbe perso per sempre il rispetto di se stessa, non si sarebbe dimostrata migliore di Hans Schweinsteiger.
Avrebbe acquistato l’eroina. Ecco: quella era la soluzione migliore, forse l’unica.
Tuttavia, negli ultimi giorni aveva fatto fronte a molte spese e non pensava di avere il denaro sufficiente per pagarlo. Stabilì di bluffare. “D’accordo.”, dichiarò. “Mi sono comportata male, però ho deciso di rimediare: acquisterò la droga.”
Gli occhi gialli la fissavano, attenti. “Hai i soldi?”
“Sì.”, mentì Elke.
“Se sali in casa, te li darò.”
Entrarono nel monolocale e lei lo invitò ad accomodarsi. Hans rimase in piedi. “Vuoi bere qualcosa?”, gli domandò Elke.
“Voglio ciò che mi è dovuto.”, replicò lui.
Elke finse di frugare in un cassetto. Poi si voltò. L’abitazione era ben riscaldata, ma non era per quello che sudava. Si sforzò di assumere un’espressione convincente. Si batté una mano sulla fronte. “Che sciocca!”, esclamò. “Mi ero dimenticata di avergli prestati a Karin. Però siamo fortunati. Mi ha garantito che me li avrebbe resi proprio questa sera. Basterà pazientare un poco. Al massimo, un’ora.” Sarebbe stata sufficiente un’ora?
Hans mosse un passo verso di lei e la schiaffeggiò. “Mi credi un idiota? Non esiste nessuna Karin, e tu stai cercando di prenderti gioco di me.” La schiaffeggiò ancora, strappandole un grido di dolore. Scosse la testa. “Così non va bene, Elke!”
“Ti assicuro che Karin esiste e che sarà qui a momenti. Perché dovrei mentirti?”
Hans fece una risata priva di allegria. “Semplice: perché sei una troia, e le troie sono abituate a mentire.”
“Posso giurare che…”
“Non mi interessano i tuoi falsi giuramenti.” Rifletté per qualche istante, quindi disse: “Ma si dà il caso che questa sera io mi senta buono. Come sai, sto per lasciare la Germania, e ho deciso di perdonarti, dato che non ci vedremo mai più. Farò di meglio, anzi: ci sarà un dono d’addio per te. Talvolta anche Hans Schweinsteiger sa mostrarsi generoso. E’ la tua serata fortunata, Elke. Siediti.”
Lei obbedì, chiedendosi insospettita che cosa avesse in mente. Non credeva minimamente a quell’improvvisa generosità. Lo conosceva come un uomo duro e spietato, certamente non incline a perdonare né a elargire regali.
Lo scrutò, ansiosa.
Hans tirò fuori una siringa. “Sarà gratis per te.”, annunciò con un sorriso maligno.
Elke rabbrividì.
“Coraggio, dammi il braccio.”
“No.”
“Non avevi detto che l’avresti comprata? E allora perché rifiuti il mio dono?”
Elke trovò una risposta pronta. “La compro per non venir meno a un impegno, non per assumerla.”
Hans la osservò, divertito. “Hai molta fantasia. Però, io sono più intelligente di te. Come puoi illuderti di fregarmi giocando con le parole?”
Si avvicinò a lei. “Il braccio!”
Ti prego, Dieter, arriva!, pensò lei disperata.

Dieter Haller guidava rilassato, con calma. Era soddisfatto perché quel giorno aveva risolto un caso importante e si sentiva felice perché Elke lo stava aspettando. Aveva trovato il tempo per prenderle un piccolo gioiello, nulla di impegnativo, ma era certo che l’avrebbe resa contenta.
Pregustava la serata. Avrebbero parlato, forse ci sarebbe stata una torta da mangiare, le avrebbe consegnato il pacchettino elegantemente confezionato, si sarebbero baciati, poi avrebbero fatto l’amore.
Dieter era freddo, ma Elke era riuscita in parte a scalfire la sua corazza; lo aveva come scaldato, nello stesso modo in cui un camino una volta acceso diffonde il proprio calore in un’abitazione da tempo disabitata. E quell’abitazione all’improvviso cambia aspetto, diventando un luogo confortevole, un piacevole rifugio, e non più un luogo desolato.
Dieter riteneva di poter tranquillamente fare a meno dell’amore; questo, tuttavia, non significava che amare non fosse bello. E ormai era sicuro di amare Elke. A volte si poneva ancora delle domande su come avrebbero affrontato il futuro, ma poi le scacciava.
Quello che contava era il loro amore.
Benché lui l’avesse aiutata, Elke era riemersa dal baratro principalmente grazie al suo coraggio, alla fede nella vita, alla determinazione di cui aveva dato prova. Se lui non l’avesse stimata, non avrebbe potuto amarla. E comunque anche lei lo aveva aiutato. Da quando la conosceva si sentiva diverso. Se n’erano accorti perfino alla centrale: non che fosse diventato esattamente gioviale, però era meno cupo e intransigente.
Guardò l’orologio luminoso della Bmw. Era in anticipo. Lei lo avrebbe accolto con gioia.
Sorrise.
E in quel momento il camion gli piombò addosso.

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I love Janine 20“Tu sei pazzo!”, esclamò Sarah.
“E’ possibile.”, ammise Marcus con un sorriso divertito. “Ma questo non modifica affatto la situazione. I casi sono due: o farai strillare per bene Leblanc oppure lei morirà. E non sto scherzando, te lo assicuro. Ho già ammazzato molte persone e una in più non farà alcuna differenza.”
Sarah lo fissò attonita. Quell’uomo era veramente un malato di mente. Forse lei e Janine avrebbero potuto aggredirlo. In due contro uno avevano delle possibilità: entrambe erano giovani e in superba condizione fisica. A frenarla furono gli inquietanti occhi gialli… gli occhi di una belva feroce, pensò con un brivido. Comunque, non avrebbe mai frustato Janine: era fuori questione. Esitò per un attimo, quindi gli assestò una forte spinta. Non lo spostò di un centimetro.
“Ti spedirò in galera!”, gridò, poi si rivolse a Janine: “Andiamocene, tesoro.”
Marcus tirò fuori una pistola da una tasca della giacca e la puntò su Janine. “La ucciderò. Puoi scommetterci tutto quello che vuoi. Ma, se eseguirai i miei ordini, potrà uscire da questa casa illesa.” Rise. “Beh, non precisamente illesa, però viva. E’ questo che conta, no?”
A Sarah Marcus era parso un uomo infido, però intelligente. Possibile che non si rendesse conto che, non appena fossero uscite da lì, lo avrebbero denunciato? Evidentemente era afflitto da mania di onnipotenza o magari contava sul fatto che lei avrebbe lasciato perdere, a causa dei suoi trascorsi. Nel suo album trattava esplicitamente temi legati alla droga, ma un conto era il testo di una canzone, altro ammettere davanti a un poliziotto di averla assunta. Però, se questo era il suo ragionamento, era sbagliato.
Janine tremava. “Forse sarebbe meglio fare come dice.”
Sarah la guardò, incredula. D’altro canto, quali alternative avevano? Rimpianse di aver accettato l’invito di quel folle, ma come avrebbe potuto immaginare un simile delirio? Mitigò il tono della voce. “Sii ragionevole, ti prego.”
Marcus aggrottò la fronte. “Sto per perdere la pazienza.”
Dal soggiorno, assolutamente incongrue, provenivano le note di I love Janine. Sarah fece un sorriso amaro al pensiero che quel disco parlava d’amore.
A malincuore, disse: “E se la frustassi, dopo ci lasceresti andare?”
“Lo giuro.”
Sarah non era ancora convinta.
Poi vide che Marcus incominciava a premere il grilletto.
“D’accordo! D’accordo. Ma metti via quell’arma, per favore.”
Marcus fissò i suoi occhi gialli su di lei. “Stai molto attenta. Ora rimetto in tasca la pistola, ma mi bastano tre secondi per estrarla di nuovo e spararle.”
“Ma perché? Cosa ti ho fatto?” Janine era terrorizzata.
Lui la ignorò e guardò invece Sarah. “Sei una donna vigorosa.”, affermò esaminandola con attenzione. “Perciò da te mi aspetto delle scudisciate altrettanto vigorose. Non provare nemmeno a pensare di fare la furba, me ne accorgerei subito e le conseguenze sarebbero tragiche. Bene, signore: adesso seguitemi.”
Le guidò in una camera da letto arredata in modo moderno, in linea con il soggiorno. Marcus guardò Janine. “Spogliati.”, disse. “Puoi tenere reggiseno e slip. Tutto il resto via.”
Janine era pallida come uno straccio. Obbedì meccanicamente. Nonostante i suoi trascorsi sportivi il dolore fisico la spaventava; inoltre temeva che Marcus non mantenesse i patti. Mentre si toglieva gli indumenti, ripeté a se stessa la domanda che gli aveva posto inutilmente: cosa aveva fatto di male? Niente! E allora perché avrebbe dovuto subire quel supplizio? Non trovò una risposta.
Quando si fu svestita, Marcus le indicò il letto. Era a due piazze, posto in fondo alla stanza, di fronte a un armadio a muro. Le lenzuola dovevano essere state cambiate di recente: emanavano un profumo gradevole ed erano stirate perfettamente. “Stenditi.” Janine obbedì, mettendosi a pancia in giù. Marcus le legò i polsi alla testiera, quindi consegnò la frusta a Sarah. “Procedi.”
Sarah fissò lo scudiscio, angosciata. Sebbene sapesse di non avere scelta, tutto il suo essere si ribellava all’idea di fare del male a Janine. Era un corpo che amava, che in lei evocava piacere, passione, dolcezza: come avrebbe potuto straziarlo? E in seguito questo non avrebbe forse influito sui loro rapporti? Sarebbe stata come un’ombra cupa destinata ad aleggiare per sempre fra loro. Un ricordo disgustoso, impossibile da cancellare.
Marcus si portò vicino al letto. “Cinquanta frustate.”, specificò. “Le prime trenta sulla schiena, le altre sulle gambe.”
“Ma così morirà!”, protestò Sarah esterrefatta.
“Non credo.”, ribatté lui. “E una donna atletica. E comunque se le merita tutte! Ad ogni modo, l’alternativa è una morte certa. Forza, comincia!”
Sarah scosse la testa, stolidamente. “Non posso. Non ci riesco.” Lasciò cadere la frusta.
“Raccoglila immediatamente!”, sibilò Marcus.
“Ti prego, Sarie, fai quello che ti dice.” Janine capiva il suo conflitto interiore, ma non esistevano alternative: doveva frustarla.
Sarah si chinò e riprese lo scudiscio. Lo saggiò, flettendolo nell’aria, poi vibrò la prima frustata. Fu talmente debole che Janine non emise il minimo gemito.
Marcus parlò con voce gelida. “Ascoltami bene, Taverner: se la seconda frustata sarà simile a questa, interromperò il nostro gioco. A quel punto, sai bene cosa succederà.”
Sarah lo fissò con odio. “Sei una schifosa carogna!”.
L’uomo non si degnò di ribattere.
Sarah calò con forza la frusta.
Janine urlò.

Dieter Haller si era procurato una pistola a Soho. Era una vecchia Browning nove millimetri e l’aveva pagata il doppio di quanto valeva. In ogni caso, andava più che bene.
Raggiunse lo stabile a piedi. Imbruniva e si stavano accendendo le prime luci. Dieter si strinse nel cappotto; spirava un forte vento di tramontana.
Fece per aprire la porta, ma era chiusa.
Per entrare occorreva possedere la chiave oppure suonare al citofono.
Esaminò i nomi degli inquilini e provò con una certa signora Thompson. Nessuno rispose. Passò a Valance con lo stesso esito. Al terzo tentativo, il signor Graeves gli domandò cosa voleva. L’inglese di Dieter era buono, tuttavia l’accento era inconfondibilmente tedesco.
Graeves non aveva un buon carattere. Lo mandò al diavolo.
Dieter perse la pazienza.
Si guardò attorno e vide che in quel momento non c’era nessuno.
Forzò la serratura ed entrò.
Salì a piedi, fermandosi a ogni piano per controllare le targhette. Sapeva che non doveva cercare Hans Schweinsteiger, bensì Marcus Thomas. Sapeva molte altre cose. Quando Hans Schweinsteiger aveva lasciato la Germania, si era inizialmente recato in Austria, quindi in Italia e infine in Francia. Poi era sembrato svanire nel nulla, come un fantasma.
Se Dieter avesse potuto occuparsene a tempo pieno e in via uficiale non avrebbe avuto problemi a trovarlo. Ma era costretto a indagare durante le ore libere dal lavoro, che con il progredire della carriera erano sempre meno, e senza alcun aiuto da parte dei colleghi. Era una faccenda privata che riguardava lui solo. Per questo aveva perso le sue tracce a Cannes, dove Hans probabilmente aveva ucciso quattro balordi.
Due anni dopo, però, un vecchio amico che apparteneva a Scotland Yard lo aveva informato che Hans si era trasferito a Londra e che prosperava negli affari.
Dieter aveva atteso altri due anni, poi si era preso una vacanza.
E adesso era soltanto questione di minuti.

Alla quinta scudisciata Janine desiderò ardentemente di perdere i sensi. Si morse la lingua per non implorare pietà. Era una situazione grottesca e paradossale. Sarah la stava frustando contro la sua volontà e lei non poteva supplicarla di smettere perché, se ciò fosse avvenuto, sarebbe morta. Le due sferzate successive furono meno forti, ma Marcus se ne avvide e dichiarò che quello era il suo ultimo avvertimento.
L’ottava le sembrò di una violenza inaudita. Janine incominciò a pensare che, in un caso o nell’altro, non sarebbe sopravvissuta. Cinquanta frustate assestate con forza potevano uccidere una persona, e lei stava già impazzendo per il dolore.
Cercò invano di estraniarsi, di portare la mente altrove, lontana dal corpo. Stando a quanto affermava uno scrittore di cui non ricordava il nome, era un buon metodo per ignorare la sofferenza: peccato che funzionasse soltanto nei romanzi d’avventura. A ogni nuova frustata il dolore diventava sempre più devastante. Si sentì soffocare dal panico.
Alla dodicesima, non riuscì più a trattenersi. “Sarie, ti prego, basta! Non ce la faccio più. Preferisco morire.”
Sarah si fermò. La tentazione di gettare la frusta era fortissima, ma sarebbe stato un grave errore. Lanciò un’occhiata a Marcus e quello che vide la disgustò. Era visibilmente eccitato. Aveva una mano nei pantaloni, probabilmente si stava masturbando. Distolse lo sguardo e sfogò la sua rabbia imprimendo tutta la potenza fisica che aveva nella nuova scudisciata. Era come se in quel momento non ragionasse più.
L’urlo disperato di Janine le straziò il cuore.
Si accasciò sui talloni, incapace di proseguire.

Elke era uscita dal negozio ansiosa di incontrare Dieter. Da un lato, era ancora spaventata perché sapeva che l’uomo dagli occhi gialli era spietato, e lei aveva osato sfidarlo; da quell’altro, desiderava essere baciata, accarezzata, amata. Si sarebbero visti dopo cena. Aveva preparato una torta per lui. L’avrebbero mangiata, avrebbero chiacchierato allegramente, tenendosi per mano, e poi sarebbero andati a letto assieme. Non vedeva l’ora.
Mentre camminava, diretta a casa, decise di non parlargli dell’incontro di quella mattina. In fondo, era una sciocca a preoccuparsi. Dieter aveva già molti problemi, infiniti casi da risolvere, era inutile angustiarlo. Hans Schweinsteiger non le aveva forse detto che stava per lasciare la Germania? Sicuramente aveva già venduto quella partita di droga, perciò non avrebbe più pensato a lei.
Scacciò dalla mente Hans per riportare la sua attenzione su Dieter. Elke non aveva mai amato prima di allora e, malgrado fosse di indole fredda, anche lui la amava. Le piaceva fantasticare, immaginando stupendi scenari che contemplavano una graziosa casetta provvista di un bel giardino, lei, Dieter e due bambini, un maschietto e una femminuccia. E poco importava se sarebbero rimasti solo sogni; ciò che contava era il presente che la vedeva felice. E poi perché porre limiti ai propri desideri? Una sera Dieter aveva fatto vaghi accenni al loro futuro, pertanto era possibile che le sue aspettative si avverassero.
Non nevicava più e anche la pioggia aveva smesso di cadere, però le strade erano tutte bagnate. Elke camminava in fretta, dato che faceva molto freddo.
Arrivò davanti al portone e frugò nella borsetta per cercare la chiave.
La infilò nella serratura.
Entrò nell’atrio.
Una mano si posò sulle sue spalle.
Il viso di Elke si illuminò di gioia. Dieter le aveva fatto una sorpresa ed era arrivato in anticipo. Non c’era granché in frigorifero, si disse preoccupata. Beh, se la sarebbe cavata con un buon piatto di salsicce e patate. Senza contare la torta.
“Buona sera, fraulein.”
Ma quella voce non apparteneva a Dieter.

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I LOVE JANINE 19

Sarah e JanineNon c’era niente di male ad andare da Marcus per ascoltare quello che aveva da dire… beh, per la verità sì, ma Janine provava anche come un senso di pericolo, una strana premonizione; tuttavia, stupendola, Sarah aveva acconsentito a vederlo.
Janine pensava che fosse ingenua. In realtà, Sarah era mossa dalla curiosità. “Al massimo ci faremo quattro risate.”, disse, prima di sedersi al pianoforte. Da un paio di giorni stava lavorando con grande impegno; aveva già composto quattro nuove canzoni, che a giudizio di Janine erano superbe.
Ma a parte questo, i rapporti fra le due donne erano strani: si comportavano con cautela, erano eccessivamente gentili – mai l’ombra di un litigio, nemmeno un piccolo litigio -, le loro conversazioni si mantenevano sempre sul vago. E a letto c’era molto freddezza. Janine riteneva che fosse dovuta a lei, dato che non l’aveva ancora perdonata completamente e perciò faticava ad eccitarsi. Probabilmente Sarah lo avvertiva, sicché la freddezza era reciproca. Janine sperava che tutto tornasse come un tempo, però temeva che questo non sarebbe stato possibile. In tal caso, alla fine una delle due avrebbe lasciato l’altra. O, forse, avrebbero troncato la relazione di comune accordo.
Sarebbe stato molto triste.
Si vestirono elegantemente. Sarah Taverner indossava un abito di Oscar de la Renta e una preziosa collana Swarovski. Janine Leblanc un miniabito stretch, color rosa con la mezza manica e alcune decorazioni di applicazioni in tono.
Due pellicce ecologiche le proteggevano dal freddo.
Dopo l’incontro con Marcus, infatti, sarebbero andate a cenare alle Les Trois Garçons in Club Row. Era uno dei ristoranti più esclusivi di Londra, e valeva ampiamente i soldi che avrebbero speso. Era stata un’idea di Sarah.
Probabilmente per la cantante quella cena aveva un valore simbolico, rifletté Janine: un nuovo inizio o qualcosa di simile.
Marcus le accolse con un largo sorriso che Leblanc giudicò indisponente. Le invitò ad accomodarsi sul divano e inserì nel lettore I love Janine.
Offrì loro un drink, poi si scusò ed entrò in un’altra stanza.
Dopo pochi istanti ricomparve.
Fra le mani cingeva una frusta.
Le due donne lo guardarono allibite.
“Questo appartamento è insonorizzato.”, disse Marcus con aria soddisfatta. “Nessuno sentirà le urla di Leblanc.”
Sarah scattò in piedi, rossa in viso per la collera.
“Cosa credi di poter fare?!”
Lui rise. “Io? Io non farò proprio niente! Perché sarai a tu a frustare Janine.”

“Ho portato ciò che mi avevi chiesto.”, dichiarò l’uomo.
Elke lo fissò. Presa dall’entusiasmo per la sua nuova vita e dal pensiero di Dieter che costantemente la accompagnava, aveva finito per scordarsi di avergli fatto una consistente ordinazione. In quel periodo, a Berlino era molto difficile trovare roba buona, dato che la polizia vigilava con grande attenzione. Nell’ultimo mese molti spacciatori erano stati arrestati.
Per quello gli aveva domandato una partita più grossa del solito. In questo modo non avrebbe corso il rischio di trovarsi senza droga.
Ma adesso la situazione era cambiata.
Le era addirittura rimasta dell’eroina che peraltro era finita nel water.
“Non mi serve più.”, disse. “Ho deciso di smettere. Ho già smesso, in effetti.”
L’uomo non cambiò espressione. Con calma, replicò: “Ho corso parecchi rischi per accontentarti. Presto lascerò la Germania, perché qui non tira aria buona. Di conseguenza avrei potuto infischiarmene, però io mantengo sempre i miei impegni. Ti avevo garantito un buon rifornimento e ho tenuto fede alla promessa.”
Elke scosse il capo. “Ti ho già detto che non mi serve più.”
“Beh, le cose non sono così semplici: primo, devi pagarmi la fornitura; secondo, devi tenerti la roba. Per me è troppo pericoloso andare in giro con tutta questa eroina. Ho saputo dal mio contatto che sospettano di me. Ecco perché devo svignarmela al più presto, e a mani vuote.”
Elke si augurava che entrassero dei clienti, oppure il proprietario del negozio, in maniera da por fine a quello sgradevole colloquio; ma era una mattinata gelida, la pioggia si stava trasformando in neve e chi non era al lavoro preferiva starsene rintanato in casa. Sbirciò fuori della vetrina e difatti non scorse anima viva. L’uomo non aveva tutti i torti, però era anche vero che avrebbe potuto vendere quella partita senza troppe difficoltà. L’intuito le suggeriva che si divertiva a tormentarla. In questo era decisamente simile a Erna e a molti altri individui che agivano per soddisfare il proprio sadismo.
Disse: “Mi dispiace. Mi sento in colpa con te, tuttavia non cambierò decisione. Voglio diventare pulita, e restare tale.”
L’uomo sogghignò. “Lo dicono tutti e poi…” Si guardò attorno. “Bel posticino.”, commentò. “In ogni caso, tornando a noi, non so cosa farmene delle tue scuse. Ho qui la roba: devi pagarmi e prenderla. Fra l’altro, nel giro di pochi giorni rimpiangeresti amaramente di non averla, e per un bel po’ di tempo non troverai facilmente un altro fornitore.”
“Mi dispiace.”, ripeté Elke, cercando di mantenere un’aria impassibile, sebbene avesse paura. Aveva sentito dire che quell’uomo aveva ucciso una persona: era malvagio e privo di scrupoli. Ma Dieter, pensò, l’avrebbe protetta. Si sforzò di controllare il tremito della voce. “Il mio no è definitivo. Sono sicura che, viste le circostanze, troverai un altro cliente prima di sera.”
“Non intendo uscire da qui con l’eroina. Sarebbe troppo rischioso.”
“E’ il lavoro che ti sei scelto.”, disse Elke con una punta di irritazione per la sua insistenza. Lo temeva, ma non era disposta a cedere. Se avesse avuto fra le mani quella polvere magica, forse non sarebbe riuscita a trattenersi. E avrebbe perso Dieter. Lui non l’avrebbe perdonata, ne era certa. “E adesso ti prego di lasciarmi. Non cambierò idea.”
Sulle labbra dell’uomo riaffiorò il sorriso gelido. “Ma davvero?”, disse.
Quindi, uscì dal negozio, accostando piano la porta dietro di sé.

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I LOVE JANINE 18

Elke “Vedi”, continuò Marcus, “tutte le persone che acquistarono Sgt. Pepper ricordano perfettamente ancora oggi l’esatto momento in cui lo ascoltarono per la prima volta, e questo è un fatto veramente senza precedenti: non era mai accaduto prima e non è più successo dopo. Il disco, poi, è invecchiato male, tanto che adesso si tende a considerare Revolver il loro miglior album; ciò, tuttavia, non sminuisce quella magia che si impossessò di milioni di ragazzi sparsi in tutto il mondo. Questo perché le sonorità, gli arrangiamenti, le innovazioni presenti in quel disco erano incredibilmente nuovi, al punto da far apparire obsoleti tutti i lavori prodotti in precedenza.”
Janine lo fissava annoiata, chiedendosi dove intendesse andare a parare. Non vedeva alcun nesso fra lei, Sarah, Marcus e quella specie di reperto archeologico. Distolse lo sguardo per osservare una coppia che sedeva accanto a loro. Un modo, forse poco elegante, per fargli capire che non era minimamente interessata ai Beatles. Poi guardò ostentatamente l’orologio.
Marcus le lanciò un’occhiata velenosa. Quando Sarah l’avrebbe frustata, avrebbe perso quell’aria di superiorità. Si immaginò la scena, che non si discostava molto dall’idea iniziale: Janine avrebbe urlato, contorcendosi sul letto, avrebbe dimenato le lunghe gambe, invano avrebbe pianto e supplicato. Era il castigo che meritava, e forse era addirittura più eccitante dell’incontro sessuale a tre, anche perché Marcus si rendeva conto di aver ecceduto in ottimismo: non sarebbe stato facile persuadere le due donne a fare l’amore davanti ai suoi occhi, e successivamente con lui.
Però, sarebbe stato facilissimo costringere Sarah Taverner a far soffrire Janine Leblanc.
“Veniamo al dunque.”, disse, cercando di riconquistare l’attenzione della donna. “Sebbene i generi musicali siano assai differenti, analogamente a Sgt. Pepper, I love Janine presenta straordinarie innovazioni: apre nuove porte sul modo di concepire l’incontro fra il folk e il jazz, ma pochi lo hanno compreso. Io so come rilanciare quell’opera prodigiosa. E se Sarah mi darà ascolto, diventerà la numero uno e non soltanto dell’Inghilterra.”
Janine adesso era incuriosita. Marcus era un millantatore, pensò, però le sarebbe piaciuto sapere quali idee aveva escogitato, posto naturalmente che non si fosse inventato tutto per qualche oscuro motivo.
“Cosa hai in mente?”, gli chiese.
Marcus le rivolse un freddo sorriso. “Lo saprai se e quando convincerai Sarah a venire da me. Ovviamente in tua compagnia.”
Assunse un’espressione compiaciuta, da cui trapelavano arroganza e vanità.
“Riferiscile quanto ti ho detto.”, concluse. “Poi starà a lei decidere. In fondo, non le costerebbe nulla: solo un po’ di tempo perso, qualora io avessi torto; ma dato che invece ho ragione, grazie a me, raggiungerà vette talmente alte che nemmeno nei suoi sogni più sfrenati avrebbe osato immaginare.”
Si alzò per andare a pagare le consumazioni.
Janine lo scrutava perplessa.

Dieter non aveva riportato gravi danni.
La pugnalata non era stata inferta con particolare forza e il poliziotto era stato protetto anche dal pesante cappotto che indossava. Forse se lo avessero aggredito d’estate le cose sarebbero andate molto peggio.
Elke si prese cura di lui.
Era felice. Dieter aveva cambiato definitivamente la sua vita. Inoltre, ormai era sicura che lui la amasse.
Il particolare del preservativo, o meglio: del suo mancato uso, rappresentava già una prova estremamente significativa, ma non era l’unica. La maniera in cui la guardava, i sorrisi, benché rari, che le dedicava, le attenzioni che le riservava, il fatto che per lei avesse affrontato Dolf e soprattutto l’intuito femminile le davano tale certezza.
Quella notte non fecero l’amore. Rimasero abbracciati sul divano. Parlarono poco. Dieter per natura era un uomo piuttosto taciturno, Elke non voleva rompere quel silenzio condiviso che non scaturiva dalla difficoltà di rapportarsi: al contrario, era come se cementasse la loro unione. Elke riempiva quel silenzio. Sogni. Aspettative. Serenità. Forse era troppo audace, si disse: considerando il suo passato, difficilmente Dieter l’avrebbe sposata. Non perché gli mancasse la volontà per farlo, ma per via della sua posizione. Però, non era detto, e comunque a lei andava bene così. Si sentiva protetta, al riparo dalle brutture del mondo, brutture che conosceva fin troppo bene; al sicuro da uomini come Dolf.
Prima di scivolare nel sonno, un interrogativo si insinuò fra i suoi pensieri. Dieter pensava ancora a Sonngard? Era più che probabile. Ma il punto più importante era un altro: la rimpiangeva? Se un uomo viveva nel rimpianto, alla fine ne diventava schiavo, e questo non era in carattere con Dieter, pertanto lo escluse.
Si addormentò fra le sue braccia e, dopo molti anni, tornò a sognare suo padre.
Dieter rimase sveglio a lungo. Era sempre così dopo un’azione in cui aveva messo a repentaglio la propria vita: non per il timore, in lui pressoché inesistente, ma a causa dell’adrenalina.
Elke si era assopita con la luce accesa. Dieter la osservò. Aveva un’espressione serena; forse stava facendo un bel sogno. Il poliziotto si chiese cosa provava per lei. Dopo aver perso Sonngard aveva giurato a se stesso che non avrebbe più avuto un’altra donna, e infatti negli ultimi anni al massimo si era concesso qualche esperienza sessuale, senza alcun coinvolgimento emotivo.
Elke era una tossica e una prostituta.
Lo era stata, si corresse.
In ogni caso, avrebbe dovuto biasimarla e disprezzarla; invece, in un certo senso la ammirava: era forte e coraggiosa. Se aveva delle crisi di astinenza, e Dieter pensava di sì, non lo dava comunque a vedere. Rappresentava un caso più unico che raro: si sarebbe riabilitata. Anzi, era già su quella strada.
La amava?
Corrugò la fronte, mentre cercava di chiarire i suoi sentimenti. Provava una grande tenerezza per lei. Gli piaceva fisicamente. Le accarezzò piano i capelli; Elke si mosse nel sonno.
Sì. La amava.
Se l’avesse sposata, quasi sicuramente sarebbe stato costretto a dimettersi. Era una prospettiva inaccettabile. Però, avrebbe potuto continuare a frequentarla. E con il tempo, chissà, forse le cose sarebbero mutate. Un giorno il fascicolo che la riguardava magari sarebbe scomparso e allora…
Questo avrebbe significato infrangere la legge, ma al riguardo la posizione di Dieter era elastica: i suoi interrogatori non sempre si svolgevano in modo ortodosso, soprattutto se aveva a che fare con un assassino. D’altro canto, il suo dovere era quello di assicurare alla giustizia i delinquenti; alla fine, era l’unica cosa che contava. E i criminali non meritano pietà.
Chiuse gli occhi e aspettò che giungesse il sonno.
L’indomani Elke si svegliò sola. Dieter era andato al lavoro. Fece la doccia, consumò una colazione leggera e uscì per recarsi al negozio. Le piaceva molto quella nuova occupazione e si applicava con grande impegno. Era gentile con i clienti, abile nel consigliare gli indecisi, paziente con gli scorbutici, sempre pronta al sorriso. Non badava agli orari e, sebbene avesse appena cominciato, il proprietario sembrava soddisfatto di lei.
Quando entrò l’uomo, erano circa le undici e in quel momento il negozio era vuoto.
Nel vederlo, Elke impallidì.
Al pari di Dolf le ricordava il periodo più tenebroso della sua vita; ora se lo era lasciato alle spalle: tuttavia rabbrividiva ancora quando pensava che avrebbe potuto perdersi per sempre. Ne era già uscita una volta, ma in prigione Erna l’aveva costretta a ricominciare. Adesso, però, si sentiva molto più forte.
Ciononostante, la presenza di quell’uomo era sinistra, come il gelido sorriso che le rivolse.

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I LOVE JANINE 17

Dieter Haller“Bene.”, disse Marcus. “Come vedi, tutto si è risolto per il meglio: il mio piano ha funzionato alla perfezione.”
In realtà, non era vero. Lo scopo di Marcus non era stato certo quello di far tornare assieme le due donne. Tuttavia, per il momento aveva fallito. Probabilmente la strategia che aveva messo in atto si era dimostrata eccessivamente complessa, e lui non aveva tenuto conto di alcuni fattori, non ultimo che le donne, anche se lesbiche, erano diverse dagli uomini. Proprio il giorno prima aveva letto su una rivista la ricostruzione della battaglia di Midway. Malgrado avessero un numero maggiore di navi, i giapponesi erano stati sconfitti perché avevano ideato un piano complicatissimo. La fortuna poi non li aveva aiutati, ma Marcus non credeva molto al concetto di fortuna: è l’uomo che diventa artefice dei suoi successi. Comunque fosse, non aveva alcuna intenzione di demordere.
Janine lo osservò, dubbiosa. In effetti era tornata con Sarah, però non credeva che il merito fosse di Marcus. Era ancora attratta da lui, sebbene quegli occhi gialli e freddi la inquietassero. in ogni caso, aveva deciso e la sua scelta era ricaduta su Sarah. Era stata una scelta ponderata, più razionale che emotiva. Marcus era pur sempre uno spacciatore; era difficile immaginare un futuro con lui. Sarah rappresentava la sicurezza. La cantante aveva ragione. Avevano sbagliato entrambe. Janine si era comportata in modo troppo impulsivo; Sarah aveva ecceduto in intransigenza. Però era giusto perdonarsi a vicenda.
Avrebbe preferito non incontrare Marcus, ma lui si era appostato sotto casa e l’aveva fermata quando lei era uscita.
Per il momento Sarah e Janine non erano tornate ad abitare assieme.
Pioveva. Il cielo era grigio e cupo, ma non faceva freddo. Marcus la invitò a bere una cioccolata.
“Mi devi un favore.”, disse quando si furono seduti.
“Perché?”, gli domandò lei, benché sapesse esattamente ciò che lui intendeva.
“Grazie a me, hai riconquistato Sarah Taverner.”
Janine gli rivolse uno sguardo ironico. “Vorresti farmi credere che sei venuto a letto con me solo perché questo accadesse? Ti sei sacrificato? Non è molto lusinghiero.” Non sapeva se essere indignata o divertita; alla fine, Sarah l’aveva convinta che si era trattata di una messinscena preparata da Marcus.
“No!”, ribatté lui. “Io ti desidero, però desidero anche la tua felicità e ho capito che soltanto Sarah può dartela. Per quello mi devi un favore.”
Janine lo scrutò, scettica. “Che genere di favore?”
“Ho bisogno di parlare con Sarah Taverner, in tua presenza. Le ho telefonato, ma lei si rifiuta di vedermi.”
“Vuoi venderle altra droga? Sarah ha smesso.”
Marcus scosse il capo. “Ti sbagli.”, affermò. “Io desidero parlare del disco… I love Janine.”
“Avresti potuto averlo già fatto.”
“Forse. Non ho saputo cogliere l’occasione. Vedi”, si protese verso di lei, “quando uscì Sgt. Pepper dei Beatles successe un fatto senza precedenti nella storia della musica.”
Janine lo fissò incuriosita. Cosa c’entravano i Beatles? Per quanto ne sapeva, erano un gruppo degli anni sessanta, che aveva goduto di vasta fama, ma che successivamente era stato superato da complessi più energici ed attuali. I Metallica, ad esempio, almeno fino al black album.
Janine era alquanto critica nei confronti della musica del passato; lo stesso discorso si applicava ai vecchi film e alle serie tv che venivano riproposte di continuo. Lei amava le novità. E a ben vedere anche i Metallica ormai erano sorpassati.
Marcus le sfiorò una mano.
“Stammi a sentire.”, disse.

Dieter consumò un’abbondante colazione, a base di salsicce, uova strapazzate, patatine e pomodori fritti. Bevve due tazze di caffè e un bicchiere di latte, quindi uscì dall’albergo.
Mentre camminava, diretto a Trafalgar Square, ripensò a Elke.
Si era stabilita nella casa nuova e aveva cominciato a lavorare come commessa.
Dolf l’aveva cercata, minacciandola. Esigeva che riprendesse immediatamente a battere. In caso contrario, avrebbe passato dei brutti guai. Benché fosse spaventata Elke aveva reagito con prontezza di spirito, fingendo di obbedirgli e promettendogli che quella sera avrebbe ricominciato.
Verso mezzanotte, Dolf era venuto a controllare che lei fosse lì.
Dieter lo stava aspettando.
In linea di principio, non avrebbe dovuto occuparsi di Dolf: esulava dai suoi compiti. Dieter era nella polizia criminale, perciò avrebbe dovuto mandare un collega della Sittenpolizei. Ma, quando era il caso, Dieter ignorava le regole.
“Cercavi Elke?”, chiese, sbucando dall’ombra.
“E tu chi saresti?”, lo apostrofò sgarbatamente Dolf. Era un uomo di media statura, con il torace carenato e spalle possenti. Corrispondeva perfettamente alla descrizione che gli aveva fatto Elke.
“Un suo amico.”, Dieter preferiva evitare di ricorrere al suo grado: quella era una questione personale.
“Perché non è venuta a lavorare?”, gli domandò Dolf.
“Perché ha smesso.”, rispose Dieter con calma.
“Oh, ma non può smettere!”
“Certo che può.”
Dolf scrutò Dieter, ma non c’era luce a sufficienza per vederlo bene in faccia; notò che era alto e che aveva un aspetto atletico: probabilmente era forte. Però Dolf aveva con sé la frusta e la sapeva usare con grande abilità.
“Farò conto di non aver sentito.”, disse. “Ma domani sera Elke dovrà essere qui, e così le sere successive.”
“Altrimenti?”, gli chiese in tono freddo Dieter.
Dolf fletté lo scudiscio. “Altrimenti la farò strillare. E’ già successo una volta, e devo dire che la ragazza ha una soglia del dolore piuttosto bassa. Ho mandato in ospedale Ingrid, ma con Elke non sarà necessario: basteranno quattro frustate per rimetterla in riga.”
“Davvero?” Dieter abbozzò un sorriso, che tuttavia non si estese agli occhi. “Ascoltami attentamente.”, disse. “Non sono un uomo molto paziente, perciò non mi ripeterò. Elke non tornerà mai più. Mai più, capisci? D’ora in avanti la lascerai in pace.”
“E chi sei tu per dirmi quello che devo fare?”
“Mi chiamo Dieter.”
“Bene, Dieter: adesso fila! Anch’io non sono un tipo paziente.”
Dieter mosse un passo avanti.
Dolf fece schioccare la frusta, quindi mirò al viso del poliziotto.
Dieter avrebbe potuto sparargli, ma questo avrebbe causato una quantità di problemi. Si spostò agilmente di lato ed evitò la scudisciata, poi afferrò Dolf per il polso torcendolo con violenza. L’uomo urlò e lasciò cadere a terra la frusta. Dieter lo colpì allo stomaco con un pugno, e quando lui si chinò lo colse alla mascella. Dolf finì a gambe levate.
“Se oserai torcere anche un solo capello alla mia amica, io verrò a cercarti e ti stanerò, ovunque tu ti nasconda. Sappi, però, che non mi limiterò a darti due pugni. Così scopriremo quanto è alta la tua soglia del dolore.”
Dolf cercò di rialzarsi, ma Dieter gli sferrò un calcio nei testicoli. “Penso di essere stato chiaro.” disse, e si voltò per andarsene.
Si trovò davanti a tre uomini.
Uno cingeva un coltello fra le mani, gli altri due erano muniti di spranghe di ferro.
Lo circondarono.
“Fate fuori quella carogna!”, biascicò Dolf da terra. Aveva la voce impastata, come quella di un ubriaco.
L’uomo armato di coltello si scagliò su Dieter. Il più grosso degli altri due gli piombò alle spalle calando con forza la spranga sulla schiena. Il terzo, per il momento, si limitava ad assistere.
Dieter agì senza riflettere, come una macchina: si chinò e centrò con una testata Coltello, quindi si girò di scatto e colpì di taglio Spranga. Gli prese il braccio e lo piegò fino a spezzarlo. Spiccò un balzo, raggiunse il terzo e con una presa di judo lo fece volare in aria. Quello atterrò pesantemente. Dieter gli affibbiò un calcio alla testa. Tutto si era svolto in meno di un minuto.
Il poliziotto lanciò un’occhiata a Spranga: rantolava, gemendo.
Dolf era ancora fuori combattimento.
Dieter si rilassò e si allontanò.
Fu un errore.
Coltello gli arrivò alle spalle e vibrò una pugnalata. Lo prese alla schiena.
Dieter barcollò.
Con un ghigno soddisfatto, Coltello si apprestò a finirlo; ma le poderose fasce muscolari di cui il poliziotto era provvisto avevano attutito l’entità del colpo, impedendo alla lama di penetrare a fondo. Dieter reagì con prontezza, sottraendosi a un nuovo assalto e subito dopo sferrando un micidiale diretto destro, che immediatamente doppiò con un sinistro.
Contemplò freddamente i quattro delinquenti, poi tornò alla Bmw.
Con un sorriso pensò che Elke avrebbe dovuto medicarlo per la seconda volta e che la prospettiva non gli dispiaceva affatto.
Risalì in macchina e partì.
Elke adesso poteva stare tranquilla. Dolf non l’avrebbe più molestata.
Dieter ignorava che il pericolo maggiore sarebbe giunto da un’altra direzione.

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I LOVE JANINE 16

Elke6I due uomini comparvero quando cominciò a piovere.
Erano ubriachi.
Come tutte le prostitute dotate di buon senso, Elke avrebbe dovuto avere nella borsetta una bomboletta antiaggressione, un coltello o almeno un paio di forbici affilate, ma non aveva mai ritenuto di averne bisogno.
Non aveva paura degli ubriachi. Benché fosse piccola e minuta, sapeva come trattarli: se proprio era indispensabile, non esitava a prenderli a calci nei testicoli oppure a mirare agli occhi con le unghie; ma in genere non era necessario. Per metterli in riga spesso bastava una battuta scherzosa o un rimprovero. Male che andasse, era costretta a concedersi gratuitamente, però le era successo di rado, anche perché l’alcool di norma inibisce la risposta sessuale. Le incutevano maggior timore donne come Erna e Monica, dato che erano insensibili al suo fascino e comunque più crudeli della maggioranza dei maschi.
L’uomo più grosso la spintonò rudemente.
Elke disse: “Fate i bravi, ragazzi! Andate a nanna: è tardi e avete bevuto troppo.”
Il secondo ubriaco era basso e smilzo, ma aveva la faccia cattiva.
Tirò fuori un coltello.
Elke indietreggiò fino a trovarsi con le spalle rivolte al muro che delimitava un deposito di legname. Capì che entrambi avevano superato lo stadio della sbornia allegra. Non erano lì per scherzare, magari in maniera volgare, né per per una sveltina, posto che fossero in grado di avere un’erezione.
“Schlampe!”, biascicò l’uomo grosso.
“Dacci i soldi!”, le intimò lo smilzo.
Elke lo fissò in silenzio.
“I soldi!”, ripeté lui. “Altrimenti ti sfregio quel bel visino, così nessuno ti vorrà più.”
Elke iniziò a preoccuparsi seriamente. Si rendeva conto che non aveva a che fare con degli ubriaconi litigiosi: quelli erano due malviventi. Si guardò attorno nella speranza che ci fosse qualcuno nei paraggi: Dolf, il suo protettore, che tuttavia si faceva vedere soltanto una volta alla settimana, o preferibilmente un poliziotto, oppure un passante. Ma non scorse anima viva.
Lo smilzo appoggiò la lama del coltello sul suo volto, a pochi centimetri di distanza dagli occhi.
Elke trasalì.
Non c’era la luna, e ampi tratti della strada erano avvolti nell’oscurità. Tese le orecchie ma non sentì rumore di passi, voci di uomini, il rombo del motore di una macchina: si udiva solo il suono monotono della pioggia che cadeva. Rimpianse che Louise non fosse lì con lei. Si era ammalata un mese prima e da allora non l’aveva più rivista. Avrebbe voluto andare a trovarla, ma non sapeva dove abitava; Louise era una donna taciturna e riservata, però di buon cuore. Soprattutto era alta un metro e ottanta e non aveva paura nemmeno del diavolo.
Prese in considerazione l’idea di cedere. Quella sera non aveva incassato molto, ma non si fidava a lasciare a casa ingenti somme di denaro, perciò aveva con sé parecchi soldi: i guadagni delle ultime cinque notti. Dolf probabilmente non le avrebbe creduto e l’avrebbe picchiata. Sempre meglio, comunque, di essere sfregiata.
Tuttavia non era convinta. Una parte di lei si ribellava alla prospettiva di venire derubata. Avrebbe potuto scappare, era agile e veloce. A causa dell’alcool ingurgitato, i due sicuramente non avevano i riflessi pronti e ciò le avrebbe permesso di sfuggirgli. E se l’uomo con il coltello l’avesse sfregiata prima che potesse allontanarsi? Si sarebbe chinata di scatto, pensò, mettendosi fuori dalla portata dell’arma. Poi sarebbe corsa via. Un ricordo la frenò. Era esattamente quello che aveva tentato di fare un giorno in prigione, durante l’ora d’aria. Ma Erna aveva infilato un piede fra i suoi, e lei era ruzzolata al suolo. Malgrado i riflessi appannati, anche lo smilzo avrebbe potuto farle lo sgambetto. Inoltre, in carcere non aveva avuto alternative: o fuggire o prenderle. Adesso, invece, se avesse obbedito, non le avrebbero fatto del male.
La lama si avvicinò agli occhi.
Elke rabbrividì. Perdere la vista era quanto di peggio potesse immaginare. Se l’avessero sfigurata si sarebbe disperata, ma se fosse rimasta cieca forse si sarebbe uccisa.
“Forza, sbrigati!”, sbraitò lo smilzo.
“D’accordo.”, si arrese lei a malincuore. I soldi naturalmente non erano nella borsetta, e questo lo smilzo doveva averlo intuito, altrimenti gliela avrebbe già strappata di mano. Elke li nascondeva nella fodera del cappotto e negli stivali. Si accinse a toglierli, augurandosi che Dolf si limitasse a picchiarla con le mani e che non usasse il frustino che portava sempre con sé. Sebbene non fosse un uomo completamente malvagio, quando pensava che volessero imbrogliarlo Dolf perdeva il lume della ragione. La povera Ingrid era finita in ospedale perché aveva cercato di ingannarlo, dichiarando di aver guadagnato la metà di quanto invece aveva incassato. Le cinghiate erano terribilmente dolorose – anche Elke le aveva sperimentate in un’occasione -, ma al momento era il coltello dello smilzo che la terrorizzava.
Trasse un profondo respiro e si sfilò gli stivali. Forse si sarebbero accontentati di una parte del denaro. In questo modo, Dolf si sarebbe infuriato di meno. Però c’era la possibilità che la perquisissero. Che reazione avrebbero avuto, se avessero trovato anche gli altri soldi? Decise che era meglio non rischiare. Avrebbe consegnato l’intera somma.
Lo smilzo si abbassò per frugare negli stivali.
Poi tutto si svolse così rapidamente che Elke non comprese cosa stava accadendo.
Un’ombra emerse dall’oscurità. Un istante dopo, lo smilzo finì a terra con un grido di dolore; fu quindi la volta dell’uomo grosso.
Il nuovo venuto torreggiò su di loro.
I due si alzarono e fuggirono.
Lui li lasciò andare e si rivolse a Elke.
“Come stai?”, le domandò.
Era Dieter.

Dieter le cinse le spalle con un braccio e l’accompagnò a casa.
Mentre Elke si riprendeva dallo spavento, fu lui a stappare due lattine di birra e a tagliare ciò che rimaneva della torta.
“Mi dispiace per ieri sera.”, dichiarò. “Non avrei dovuto andarmene senza salutare, e infatti è stato un comportamento strano: generalmente sono calmo e razionale. Solo che… solo che con quelle parole mi hai colto alla sprovvista.”
Era una spiegazione poco convincente, si disse Elke: Dieter non era il tipo d’uomo che si faceva cogliere alla sprovvista; le ragioni erano diverse. Lui era pur sempre un poliziotto e aveva reagito così perché aveva reputato sfacciata la sua proposta.
“Probabilmente non ti piaccio.”, replicò lei, pur sapendo che non era vero. Non era difficile interpretare gli sguardi degli uomini e, a parte questo, per quale altro motivo sarebbe tornato? Cionondimeno si rendeva conto che erano separati da un muro assai più alto di quello che un tempo aveva diviso Berlino. Senza contare che Dieter poteva nutrire dubbi più che giustificati sul suo stato di salute, e che non esisteva una maniera elegante per rassicurarlo, anche se era certa di essere perfettamente sana, grazie ai controlli periodici cui si sottoponeva.
Si alzò dal divano e si sedette a tavola, al suo fianco. Dieter taceva, assorto. “In ogni caso, adesso siamo uno a uno.” Elke sorrise. Rivederlo le dava un grande sollievo. “Anche se a dire il vero io mi sono limitata a medicarti, tu invece mi hai salvata da quei due farabutti. Se mi avessero derubata, avrei visto le stelle!”
Dieter le lanciò un’occhiata perplessa.
“Dolf.”, spiegò lei. “Mi avrebbe picchiata o forse frustata.”
Gli occhi di Dieter assunsero una luce fredda. “Ora basta!”, disse in tono pacato ma fermo. “Non voglio più sentir parlare di queste cose: Erna e Monica che ti seviziano, Dolf che ti picchia… ma che vita è? C’è un unico modo per evitare che tali fatti si ripetano. Domani lascerai questo monolocale; ne ho trovato un altro, quasi in centro, provvisto del bagno. E dopodomani incomincerai a lavorare come commessa: ho garantito io per te.”
Elke lo fissò. Provava la stessa sensazione di calore della notte precedente, però molto più forte. Dieter stava per cambiare la sua esistenza. Un’abitazione più confortevole, un impiego onesto; ma naturalmente c’era dell’altro.
Lo desiderava.
Cercò di rintracciare nelle pieghe della memoria quando era stata l’ultima volta che aveva desiderato un uomo, e non si sorprese, scoprendo che non lo ricordava. In carcere aveva avuto dei rapporti sessuali con altre detenute, ma quasi tutti imposti, e di essi le rimaneva solo una sensazione di disgusto. Con i clienti si trattava soltanto di lavoro, e certo non piacevole. Rammentò fugacemente un ragazzo italiano. Aveva profondi occhi neri e un’innata allegria, sebbene avesse dovuto abbandonare il sole della sua terra, la famiglia e gli amici. Però, era un ricordo molto lontano.
“Inoltre”, proseguì Dieter dopo un momento, “non è assolutamente vero che non mi piaci. Intravedo in te un grande potenziale, e poi sei veramente graziosa. Il problema è un altro ed è dovuto alla mia professione. Io non ho orari, ho pochissimo tempo da dedicare alla vita privata. Per questo non mi sono mai legato a una donna. Potrei invitarla a cena e cinque minuti prima disdire l’invito, prometterle una vacanza e non mantenere l’impegno. E da un giorno con l’altro potrei anche semplicemente scomparire per sempre. Ho molti nemici.”
Esitò per un istante, quindi aggiunse: “In realtà, una donna c’è stata. E’ da tanto che non ne parlo. Comunque, Sonngard è mancata.”
Si interruppe e Elke rispettò quel silenzio; ogni domanda sarebbe stata inopportuna. Tuttavia quelle parole confermarono ciò che aveva intuito forse fin dal primo momento: Dieter era sì freddo, duro e intransigente, ma anche capace d’amare. Si chiese com’era Sonngard. Bionda o mora? Alta o piccola? Dolce e tenera oppure determinata e caparbia? E perché era morta? Ma erano pensieri inutili.
Disse: “Io non so esprimermi bene. In caso contrario, avresti capito con esattezza cosa intendevo dire ieri notte. Peraltro, non vado in cerca di certezze. Quelle le avevo da bambina, quando c’era ancora mio padre. Vivevamo in una bella casetta, alla domenica la mamma preparava polpette e currywurst con una montagna di patate, e poi un delizioso apfelstrudel. Io ero molto felice. Tutto è andato storto da quando lui si è ammalato. Eppure era un uomo così vigoroso!”
Scosse la testa come per allontanare quel triste ricordo, e inaspettatamente sorrise.
Dieter la trovò incredibilmente attraente. Quando sorrideva non era soltanto graziosa: diventatava bella, di una bellezza speciale.
Elke si alzò per prendere altre due birre. Le versò nei boccali, quindi lo guardò negli occhi. “Non mi bucherò mai più e non ti farò pentire di aver convinto il tuo amico ad assumermi. Mi credi?”
Dieter annuì.
Lei si protese verso di lui.
Dopo un attimo di esitazione, Dieter la baciò.
Inizialmente fu un bacio solo di labbra.
Poi lei dischiuse la bocca e le lingue si incontrarono. Elke provò un fremito di passione talmente intenso che i suoi occhi si colmarono di lacrime. Dieter se ne avvide. “Perché piangi?”, le domandò con un’espressione allarmata che la riempì di gioia.
“Perché sono felice!”
Lui cercò nuovamente la sua bocca.
Ma Elke non poteva aspettare; anche un minuto di più sarebbe stato troppo. Lo trascinò sul divano. Con gesti febbrili si spogliarono. Quando lo sentì dentro di sé, Elke ebbe quasi paura: nonostante la sua vastissima – e purtoppo sgradevole – esperienza in materia, non avrebbe mai immaginato che potesse essere così grosso e così duro. Dieter si comportava con estrema dolcezza; ma quella sarebbe andata bene dopo, pensò lei: si avvinghiò a lui e fece in modo che che l’intensità diventasse quasi insostenibile.
Vennero insieme.
Elke si girò per nascondere il viso, tuttavia Dieter si accorse che piangeva ancora. Non riusciva a comprenderne la ragione. Era piaciuto moltissimo a entrambi e allora…
“Perché?”, le chiese di nuovo.
Elke si asciugò le lacrime con una mano e gli accarezzò il volto.
“Perché non hai messo… non hai messo niente!”

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I LOVE JANINE 15

Dieter HallerUna settimana dopo, all’incirca alla stessa ora, Dieter parcheggiò la sua Bmw sulla strada dove era stato aggredito, prima di incontrare Elke. Non era sicuro di trovarla e, se glielo avessero chiesto, non avrebbe saputo dire perché era tornato lì. Questo contrastava con la sua mentalità razionale, ma non era interessato a indagare oltre.
Con sé aveva una torta e due grosse salsicce.
Scese dalla macchina e si guardò attorno. La via pareva deserta, però c’erano molti punti non illuminati, perciò non avrebbe potuto escludere che lei ci fosse. O forse, pensò, in quel momento si era appartata con un cliente. Storse la bocca: disapprovava quel genere di vita, lo considerava indegno e avvilente.
Indugiò per alcuni minuti, mosse qualche passo, poi si riavvicinò alla macchina. Era una notte limpida e stellata, ma faceva molto freddo. Spirava un forte vento. Probabilmente Elke era già andata a dormire. Dieter stava per risalire sull’auto, quando all’improvviso la vide.
Sbucò dal buio, come la volta precedente
Elke non sembrò sorpresa di rivederlo. Gli rivolse un sorriso e si avviò verso casa. Dieter la seguì. Quando entrarono nel monolocale le consegnò la torta e le salsicce, e lei rise. Apparecchiò la tavola, tagliò la torta e mise a cuocere le salsicce. Prese due lattine di birra e le versò in due grandi boccali, poi affettò il pane. Dieter la osservava in silenzio.
Dieter era un uomo strano, pensò lei: era cupo, tetro, privo di umorismo, tuttavia anche premuroso, sebbene a modo suo. Dava una sensazione di forza: una donna con lui si sarebbe sentita protetta. Si vestiva in maniera elegante, ma non ricercata, e aveva una bella macchina; però non portava fiori o champagne bensì salsicce. Avrebbe potuto innamorarsi di lui, ma sapeva che non avevano un futuro; era meglio non indulgere a sogni inutili.
“Ti piace la musica?” gli domandò.
“Amo molto Wagner.”, rispose lui.
Elke lanciò un’occhiata sconsolata ai quindici o sedici cd che possedeva (il suo preferito era Jagged Little Pill), passandoli mentalmente in rassegna; alla fine stabilì che era meglio lasciar perdere: dubitava che li apprezzasse.
Mangiarono senza parlare. Dieter la scrutava in modo strano. A un tratto disse: “Mostrami le braccia.”
Elke lo guardò sorpresa, quindi scosse la testa. “Non occorre.”, ribatté. Trasse un sospiro. “Avevo smesso. Avevo smesso grazie alla forza di volontà, e ti posso assicurare che non è stato facile. Eppure ci ero riuscita, ed ero fiera di me stessa. Poi in prigione…”
In carcere aveva commesso un errore, gli raccontò, confidandosi con un’altra detenuta. Erna fingeva di esserle amica, ma in realtà la odiava. Un giorno, mentre faceva la doccia, Elke era stata circondata da Erna e da altre tre donne; l’avevano immobilizzata e Erna le aveva iniettato una dose nelle vene. Una guardia aveva assistito indifferente alla scena. La vita di Elke era diventata un inferno, si era indebitata per procurarsi l’eroina e, dato che non era in grado di restituire i soldi, l’avevano picchiata selvaggiamente. Quando era uscita di prigione, avevano continuato a perseguitarla, perché nel frattempo anche Erna e Monica avevano finito di scontare la pena; ma adesso finalmente aveva saldato il debito. Voleva smettere, smettere definitivamente, ma forse non aveva più la forza per farlo.
“Io sono convinto di sì.”, disse Dieter. “Se ci sei riuscita una volta, puoi riuscirci ancora. Inoltre…” Si interruppe come per riordinare le idee. “Inoltre”, proseguì dopo un attimo, “devi trovarti un lavoro onesto. Non voglio vederti gettare al vento la tua vita. Sei giovane, intelligente: puoi costruirti un futuro migliore.”
Lei aprì la bocca per obiettare, per ripetergli che nessuno era disposto ad assumerla, visti i suoi precedenti; ma Dieter la bloccò con un cenno della mano. “Ci penserò io.”, affermò. “Un mio amico è il proprietario di una boutique e ha bisogno di una commessa.”
Non sapeva nemmeno lui perché aveva pronunciato quelle parole. Elke era una prostituta, una tossica, un’anima persa, e Dieter non aveva mai provato compassione per donne di quel tipo. Certo: erano più pericolosi gli assassini, i ladri, gli spacciatori; cionondimeno le sgualdrine e le drogate rappresentavano la feccia della società, e meritavano soltanto disprezzo e biasimo. Ma in Elke c’era qualcosa di diverso: la luce che traspariva dal suo sguardo, il sorriso allegro con cui lo aveva accolto, la risata divertita quando aveva visto le salsicce… e la malinconia che aleggiava nei suoi occhi. Non erano chiari, come gli erano parsi all’inizio, ma castani con delle pagliuzze dorate, ed erano dolci, profondi. Rivelavano sincerità, coraggio, sensibilità. Elke aveva il diritto, anzi il dovere, di cambiare corso alla sua esistenza.
Elke gli sfiorò una mano. Provava una sensazione di calore. Erano anni che nessuno si preoccupava per lei. “Per te è gratis, se vuoi.”, disse impulsivamente.
Fu un errore, e lei lo capì subito.
Dieter ritrasse bruscamente la mano, si alzò e uscì dal monolocale senza salutarla.
Elke si sarebbe presa a schiaffi. Non era quello che avrebbe voluto dirgli, aveva parlato a vanvera, a causa dell’emozione. Un lavoro onesto, basta droga, una nuova vita: le era sembrato un sogno.
Ma ora sapeva di averlo offeso ed era certa che non l’avrebbe più rivisto.

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I LOVE JANINE 14

ElkMarcus consultò l’orologio e prese atto che Janine non sarebbe andata da lui. Si alzò dal divano per versarsi da bere. Era un fatto strano, ma non del tutto sorprendente. Strano, se pensava al trasporto con cui lei aveva fatto l’amore, alla passione, alla sensualità quasi selvaggia che aveva rivelato, agli sguardi adoranti che gli aveva rivolto. Non del tutto sorprendente, perché sospettava che ci fosse di mezzo Sarah Taverner.
Sarah l’aveva vista nuda in casa sua, come lui aveva fatto in modo che accadesse, e rosa dalla gelosia si era successivamente recata da lei. Quella mattina o quel pomeriggio, non faceva differenza. Evidentemente era riuscita a convincerla a riprendere la loro storia, e questo Marcus non l’aveva previsto: perciò era contrariato.
Secondo i suoi piani, le cose sarebbero dovute andare diversamente. Aveva immaginato la reazione di Sarah, tuttavia non l’arrendevolezza di Janine, non così immediata almeno. Sebbene fosse un ottimo psicologo, l’aveva sopravvalutata considerandola più forte e risoluta di quello che era. Questo lo rendeva perplesso, dato che generalmente non sbagliava mai. Si figurò l’incontro fra le due donne, chiedendosi a quali mezzi fosse ricorsa la cantante: aveva pianto, l’aveva implorata? Lo escludeva. Non era quel tipo di persona. Probabilmente aveva fatto leva sui molti ricordi condivisi, l’aveva avvolta in una tela impalpabile fatta di miele e di tenerezza o forse l’aveva sedotta, trascinandola a letto. Comunque fosse, la debole Janine aveva ceduto, e ora Marcus avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo. Andare a letto con Janine Leblanc era stata un’esperienza impagabile, ma egli voleva di più, molto di più. Le voleva entrambe e assieme. Solo allora sarebbe stato soddisfatto.
Chiuse gli occhi, lasciandosi trasportare dalla fantasia. Sarah avrebbe succhiato i capezzoli di Janine, Janine l’avrebbe leccata in mezzo alle gambe; una delle due – non importa quale – avrebbe posseduto l’altra con il dildo che si era procurato. E poi… le avrebbe amate ambedue.
Però, Janine l’aveva tradito: doveva essere castigata. Con un fremito di eccitazione la immaginò mentre si contorceva per il dolore. Questo sarebbe accaduto dopo, naturalmente, e a infliggerle una sofferenza atroce non sarebbe stato lui, bensì Sarah. Marcus “sentiva” che Sarah Taverner non sarebbe più ricorsa alla droga. Non c’erano elementi certi per prevederlo, soltanto il suo intuito, che gli suggeriva che avrebbe dovuto ricorrere ad altri metodi per indurla a seviziare Janine. D’altro canto, anche se Sarah avesse avuto un disperato bisogno di eroina, non l’avrebbe mai torturata allo scopo di ottenerla. Ma questo era ininfluente.
Inserì I love Janine nel lettore e trasse un profondo sospiro.
Si sbottonò i pantaloni con la fronte imperlata di sudore.
Iniziò ad accarezzarsi.
Sapeva che esisteva un modo infallibile per costringere la cantante a eseguire i suoi ordini, per obbligarla a martoriare il corpo dell’altra, facendola urlare e invocare pietà.
Tale consapevolezza lo portò in breve tempo all’orgasmo.

Janine giaceva sul letto in preda all’ansia.
Accanto a lei, Sarah dormiva serenamente.
Malgrado avesse ricevuto, e dato, piacere, Janine si sentiva ancora confusa. Aveva fatto la scelta giusta? Non avrebbe rimpianto Marcus? Fino a quella sera la sua esistenza in fondo era stata semplice. Non si era mai trovata davanti a un bivio; quando aveva deciso di legarsi a una donna, si era sentita intrepida e coraggiosa, dato che in molti l’avrebbero disapprovata: ma l’unica persona che avrebbe potuto fermarla – suo padre – ormai non c’era più, e il parere degli altri non contava nulla per lei.
Amava ancora Sarah? La amava veramente? O aveva ceduto alla libidine? Nonostante avesse fatto da poco l’amore con lei, provava ancora del risentimento nei suoi confronti. Non poteva scordare la mattina in cui l’aveva lasciata, e la maniera sprezzante con cui si era comportata. Ma anche se avesse voluto vendicarsi, non ci sarebbe riuscita: se avesse detto a Sarah che non voleva più stare con lei, questo non l’avrebbe distrutta. Sarah avrebbe lottato, non si sarebbe arresa e, quando avesse infine capito che la sua era una battaglia persa, non si sarebbe disperata; avrebbe cercato conforto in qualche paradiso artificiale o magari avrebbe riprovato con Susan Driver, e forse questa volta sarebbe andata bene.
Si rigirò nel letto. Il basket era così semplice! Certo: esistevano mille schemi, mille tipi di difesa, comunque alla fine vinceva chi aveva segnato un canestro di più. La vita era molto più complicata.
Si rese conto che quelli erano pensieri meschini. Non desiderava vendicarsi, voleva che Sarah fosse felice.
Però aveva paura.
Alla fine si assopì, ma era un sonno inquieto popolato da sogni sgradevoli. Poi avvertì che qualcuno le stava accarezzando dolcemente i capelli; dopo un momento capì che era Sarah e nel dormiveglia sorrise.

Dieter Haller consumò una cena leggera nel ristorante dell’albergo. Pioveva ancora, pertanto rinunciò a fare quattro passi e tornò in camera. Si sedette sul letto e tirò fuori dal portafoglio la foto di Elke.

Quando aveva ripreso i sensi per un lungo momento non aveva ricordato dove si trovava, né perché fosse stato aggredito. Aveva un male atroce alla testa e una profonda ferita all’orgoglio: prima di quella notte nessuno lo aveva mai sorpreso alle spalle e non avrebbe mai pensato che ciò potesse accadere. Era una situazione umiliante. Si tirò su a fatica, poi barcollò.
“Hai bisogno di una bevanda calda e di due aspirine.”
La donna era emersa dal buio, come un fantasma. La luce di un lampione gli permise di scorgere il suo viso. Era graziosa, non bella. Bionda. Gli occhi forse erano chiari; era piccola e minuta.
“Come ti chiami?”, le domandò.
“Elke.”, rispose lei. “Seguimi. Abito qui vicino.”
Faceva molto freddo; era una classica notte invernale berlinese. Dieter guardò l’orologio. Le quattro del mattino.
“Ho finito di lavorare.”, disse Elke, senza un motivo preciso. Si incamminò e Dieter le andò dietro. “Hai visto chi mi ha colpito?”
Lei si voltò. “Certo.”, disse. “E’ stato un poliziotto. Lo conosco: è un bastardo, si chiama Karl.”
Dieter annuì. Karl era un agente corrotto. La disciplinare non era riuscita a raccogliere prove sufficienti per incriminarlo, e Dieter aveva deciso di occuparsene di persona. Karl era scaltro, però quella notte aveva commesso un grave errore: avrebbe dovuto ucciderlo. Probabilmente era stata questa la sua intenzione, ma la presenza di Elke glielo aveva impedito. Adesso avrebbe cercato di espatriare, ma Dieter non gliene avrebbe dato il tempo.
Percorsero una stradina buia. Dieter si accorse che stava sanguinando. Elke sembrò avergli letto nel pensiero.
“Siamo arrivati.”, disse. “Ora ti medicherò.”
Elke abitava in un modesto monolocale, situato al secondo piano di un vecchio stabile. C’era un angolo cottura ma non il bagno, che era fuori sul ballatoio. I mobili erano dozzinali, tuttavia l’ambiente era caldo e confortevole, oltre che assolutamente lindo. Fece sedere Dieter, esaminò la ferita e disse: “Niente di grave.” Prese dell’ovatta e una boccetta di alcool. Aveva le mani molto delicate. Lo medicò, poi gli porse le aspirine.
“Grazie.”, disse Dieter. La guardò. Elke gli stava sorridendo, ma nei suoi occhi c’era una luce triste. “Perché non ti cerchi un lavoro normale?”, le chiese.
“Quando potrò andarmene da qui lo farò.”, rispose lei. Esitò per un istante, quindi aggiunse: “Sono stata dentro, perciò nessuno mi vuole assumere.”
“Perché?” Il tono di Dieter fu più brusco di quanto volesse.
“Ho rubato in un supermercato e mi hanno presa. Avevo fame.” Il sorrise si spense. “Se avessi saputo quello che mi attendeva in prigione, mi sarei tenuta la fame.”
Dieter poteva immaginare cosa le era successo in carcere. In linea di principio, lo trovava giusto: era come una punizione aggiuntiva, e i criminali la meritavano. Ma Elke non aveva l’aspetto di una criminale. Distolse lo sguardo. Sicuramente era stata violentata, picchiata, umiliata; eppure non gli sembrava indurita: piuttosto, era rassegnata, amareggiata, e certamente mentiva a se stessa pensando che un giorno le cose sarebbero cambiate. Ma forse quell’illusione la aiutava a vivere.
Dieter si alzò. Doveva tornare immediatamente alla centrale e predisporre l’arresto di Karl.
Ma, per qualche strana ragione, era riluttante a lasciare quel monolocale.

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I LOVE JANINE 13

Dieter HallerIl mattino dopo, Janine fu svegliata dal suono insistente del citofono. Andò a rispondere e con grande stupore sentì la voce di Sarah. “Posso salire?” Janine pensò cinicamente che volesse un nuovo appuntamento con Marcus. Era preoccupante: ciò significava che consumava enormi quantità di droga. Poi fu raggiunta da un altro pensiero. Forse si era recata da lei per farle una scenata di gelosia. Ma con quale diritto, visto che era stata lei a lasciarla? Però la conosceva bene e sapeva che era una donna possessiva. Pure egoista, si disse; e, se fosse stato proprio quello il motivo della visita, si sarebbe dimostrata anche prepotente e prevaricatrice. In ogni caso, le aprì e si vestì in fretta; per qualche ragione non intendeva mostrarsi in pigiama.
Sarah entrò nell’appartamento con un sorriso suadente, che Janine considerò del tutto immotivato. Indossava un giaccone rosso, che le donava molto, una sciarpa nera e stivali dello stesso colore. Janine le lanciò un’occhiata ostile. Sarah non aveva alcun diritto di piombare in casa sua senza il preavviso di una telefonata.
“Sei già pronta.”, disse Sarah. “Bene, ti offro una colazione.”
Janine era combattuta. Avrebbe voluto declinare quella proposta. D’altra parte, se Sarah era invadente, lei era educata: respingere un invito rivolto con garbo andava contro la sua natura. La esaminò con occhio critico, trovandola estremamente affascinante. Questo rendeva un rifiuto ancora più difficile. Lei non aveva avuto il tempo di truccarsi; lo specchio del soggiorno le rimandò l’immagine di un volto pallido e smunto, e ciò la irritò. Per fortuna era pulita, dato che si era fatta una doccia prima di andare a coricarsi. Scrollò le spalle. “D’accordo.”, disse.
Era una mattina di sole e non faceva molto freddo. Mentre camminavano dirette verso Joe’s, un piacevole locale che serviva eccellenti breakfast e che si trovava a soli due isolati di distanza, Sarah disse: “Io credo che dovremmo perdonarci a vicenda.”
Janine trasse un profondo respiro. Era sorpresa: non se lo sarebbe aspettato. La vita era curiosa, meditò: se solo si fosse presentata due giorni prima…
“Dopo il concerto con Susan Driver, tu mi hai insultata.”, proseguì Sarah in tono pacato. “Però, avrei dovuto capire che in quel momento eri in preda a un’emotività eccessiva e, sebbene tu avessi torto, eri comunque in buona fede; il tuo errore è stato di non ragionare. Dal canto mio, sono stata troppo dura e intransigente, a causa di un ricordo orribile che tu ben conosci. Entrambe abbiamo sbagliato, ma non è troppo tardi per rimediare.”
Quelle parole stupirono Janine; quante volte aveva sperato di sentirsele dire! Ma ora le cose erano cambiate. Le rivolse uno sguardo gelido. “Rammenti cosa mi dicesti quella mattina? Dovevi pensarci prima. Forse adesso questo vale per te: sai bene cosa è successo ieri.”
“Sei andata a letto con Marcus. Eri sola ed era un tuo diritto farlo, benché lui sia un essere ignobile… un delinquente!”
“Del quale non esiti a servirti.”, commentò acidamente Janine.
Sarah scosse la testa. “Non più.”
“Marcus sostiene che…”
“Che tutti dicono così, ma poi tornano da lui, lo so. Non io, però.”
Entrarono da Joe’s, scelsero un tavolo appartato e ordinarono: un’abbondante colazione Sarah, un the Janine. Sarah la guardò interrogativamente. “Ho lo stomaco chiuso.”, disse Janine. “Non credo che sia stata una buona idea venire qui con te.”
“Perché?” Sarah le prese una mano, ma l’altra la ritrasse. Attese il the in silenzio, cercando di far luce sui suoi sentimenti, su ciò che pensava veramente, su quello che sentiva.
Alla fine diede libero sfogo al suo risentimento. “Per te”, disse con la voce che le tremava, “ho lasciato l’America, gli amici, le amiche; ho accettato di vivere nella tua ombra – ed ero felice di farlo. Non mi ponevo alcun tipo di problema. Sarah Taverner, la famosa cantante, degna di ogni attenzione. Janine Leblanc una ex giocatrice di pallacanestro, una ex controfigura di grandi attrici. Mi andava bene, desideravo unicamente il tuo amore, sognavo un futuro che ci avrebbe viste sempre insieme; e invece tu mi hai liquidata brutalmente, dopo che avevi baciato sulla bocca un’altra donna, davanti agli sguardi di tutti. Non ti sei curata della mia infelicità, dell’angoscia che pativo; non hai pensato alle notti in bianco passate a rigirarmi nel letto, allo strazio, alla disperazione. E di punto in bianco ti presenti da me, e io lo so il perché: mi hai sorpresa con un uomo, hai compreso che non ero più tua, e il tuo ego smisurato non riesce ad accettarlo. Perdonarci a vicenda? Non c’è problema, ma questo non significa che io sia disposta a tornare con te.”
Sarah imburrò una fetta di pane tostato. “In linea di principio, non posso darti torto. Però voglio farti una domanda. Non ti sei chiesta come mai la porta dell’appartamento di Marcus era aperta?”
“Certo.”, replicò Janine. “Ne ho parlato con lui. Si era dimenticato di chiuderla.”
Sarah fece una breve risata, priva di allegria. “Quanto sei ingenua, Janine! Un pusher che si scorda di chiudere la porta! E, guarda caso, mentre tu sei nuda e io sto per arrivare; non a sorpresa, bada bene, ma all’esatto orario che lui mi aveva indicato. E’ chiaro come il sole che Marcus voleva che io ti vedessi nuda. Non sono ancora riuscita a capire il suo scopo, ma sicuramente non è stata una coincidenza, bensì un piano accuratamente preparato.”
Janine storse la bocca. Non sembrava convinta, eppure, pensò Sarah, era talmente ovvio che anche uno sprovveduto sarebbe pervenuto a quella conclusione. Janine non era una sprovveduta, ma un’ingenua sì. Sarah sorseggiò la spremuta d’arancia, quindi aggiunse: “Marcus non è un uomo che crede nei sentimenti; se pensi che sia innamorato di te, sei destinata a subire una grandissima delusione. Lui ti ha usata, e di certo non gli interessa la tua felicità.”
“E a te interessa?”, scattò Janine.
“Io ti amo.”, rispose Sarah. “Voglio tornare con te.”
Alzò una mano per impedirle di ribattere. “Quando ti ho vista… quando ti ho vista lì, mi sono sentita morire. Poi sono tornata a casa e ho buttato via la droga; sono uscita a correre, anche se non mi sentivo bene. Oggi sto molto meglio. Forse avrò ancora qualche ricaduta, però ne dubito: a Marcus è mancato il tempo necessario per rendermi una vera tossica. Mentre correvo, ho ripensato a una gara che vinsi da ragazza. Ciò mi ha dato una grande forza. Ho riflettuto sulla mia carriera, che si trova a un bivio; avrei dovuto incidere un disco con Meaghan O’Reilly, ma temo che questo non accadrà. Non importa. Riprenderò da dove avevo lasciato, dai temi del mio ultimo album: non sono destinata a diventare una rockstar, e comunque ho un pubblico che mi apprezza. Avevi ragione a criticare le mie nuove idee, erano alquanto discutibili.”
Si interruppe per un attimo. “Poi inevitabilmente ho pensato a te, a quanto mi manchi, a quanto ti manco.”
Janine distolse lo sguardo.
Sarah le sfiorò delicatamente il viso.
“Io ti amo.”, ripeté.
Scrutò gli occhi di Janine, in attesa della sua risposta.

A Londra gli improvvisi cambiamenti di tempo sono frequenti come gli sbalzi d’umore di una ragazza viziata. Le nuvole si presentarono all’improvviso, cominciò a piovere e l’aria divenne fredda. I passanti si affrettavano per raggiungere il tepore delle loro abitazioni o degli uffici nei quali lavoravano. A causa del vento era difficile tenere gli ombrelli aperti.
L’uomo alto non si mosse.
Non aveva con sé un ombrello, perché quando era uscito dall’albergo splendeva un sole radioso ed egli aveva pensato che il bel tempo sarebbe perdurato. Da quello che sapeva del clima inglese era possibile che entro un’ora avrebbe cessato di piovere e sarebbe riapparso il sole; in caso contrario, sarebbe rimasto sotto l’acqua: ciò gli era indifferente.
Osservava il locale dove Sarah e Janine stavano facendo colazione. Erano sedute vicino alla vetrata che dava sulla strada, perciò malgrado la pioggia riusciva a vederle abbastanza bene anche se non riusciva a distinguere con precisione le loro espressioni. Ma c’era molto altro da guardare. I gesti, la postura delle spalle, i tentativi di approccio dell’una e la ritrosia dell’altra. Nel portafoglio aveva una fotografia che le ritraeva assieme. Come fosse riuscito a procurarsela era uno di quei misteri di cui la sua vita era piena.
Notò che la donna bruna prendeva una mano della bionda, e che costei la respingeva. Era in corso un litigio o forse un tentativo di riappacificazione. Sarah Taverner desiderava riconciliarsi con la sua fiamma ma Janine Leblanc era invece ostile.
Comunque avrebbe scommesso che prima di sera sarebbero finite a letto insieme. Adesso Sarah parlava animatamente e Janine scuoteva il capo con espressione scontrosa. Forse la scommessa andava riconsiderata, pensò, poiché le donne erano più imprevedibili degli uomini; non che questo gli importasse. Indugiò ancora per qualche minuto, poi decise di andarsene. Non era interessato a Sarah e a Janine né ai loro bisticci amorosi, però facevano parte del quadro complessivo, e lui era abituato da sempre a tenere conto di ogni singolo dettaglio; ma ora aveva visto a sufficienza.
L’uomo alto si voltò e con calma si allontanò a piedi, incurante degli scrosci d’acqua che lo infradiciavano.

“Tu pensi di amarmi.” Il tono di Janine era brusco e freddo. “In realtà ti comporti come una bambina cui hanno sottratto un giocattolo. Fino a un momento prima quel giocattolo giaceva abbandonato in un angolo e lei si era scordata della sua esistenza, ma ecco che all’improvviso diventa importante.”
“Non sei un giocattolo, Janine! Non certo per me.”
Janine la fissò. Provava emozioni contrastanti e, benché apparisse risoluta a respingere Sarah, i suoi pensieri correvano in mille direzioni, e lei faticava a comprendere quale fosse quella giusta. Una parte del suo cuore avrebbe desiderato abbracciare Sarah, baciarla, ricominciare. Fino al giorno prima non avrebbe chiesto altro. Non aveva dimenticato i giorni meravigliosi che avevano trascorso assieme. Un’altra parte, tuttavia, la spingeva a ricordare quello che aveva provato facendo l’amore con Marcus. E c’era una vocina, sottile ma insistente, che le sussurrava che, sebbene si fosse infatuata di Sarah, lei non era una lesbica, bensì una donna normale. Non aveva mai avuto pregiudizi in tal senso, però ricordava bene com’erano considerate le lesbiche della sua squadra di basket: fuori degli allenamenti, le altre le rifuggivano. Ricordava anche il pensiero di suo padre riguardo agli omosessuali. Erano viziosi, peccatori, destinati all’inferno. Suo padre era un uomo troppo inflessibile e intransigente, e spesso esagerava; ma quelle parole dure avevano comunque sedimentato in lei, causandole sensi di colpa che considerava infondati ma che a volte la tormentavano.
Infine, non si fidava ciecamente di Sarah e riteneva che il paragone con la bambina a cui avevano tolto il giocattolo potesse corrispondere alla realtà dei fatti, anche se una seconda vocina le suggeriva che questo non era vero: Sarah era sincera e il suo unico torto era stato quello di aver aspettato troppo.
“Eravamo molto felici assieme.”, disse Sarah. Per un attimo sembrò volerla accarezzare ancora, poi si trattenne, probabilmente per il timore di essere respinta nuovamente. “E potremmo tornare a esserlo. Io ti ho perdonata. Cosa ti impedisce di fare altrettanto?”
Bella domanda, si disse Janine.
Invece di rispondere, le chiese: “Sei andata a letto con Susan Driver?” Era sicura che Sarah le avrebbe mentito, e lei lo avrebbe capito. Questo avrebbe significato la fine definitiva del loro rapporto.
Sarah le rivolse uno sguardo sorprendentemente franco. Non abbassò gli occhi né assunse un’aria sfuggente. “Sì.”, ammise. “Dopo averti lasciata, e non credo che sia stata una buona idea. Per lei non provavo nulla.”
Janine restò colpita dalla sua sincerità e dal fatto che non avesse indugiato nemmeno per un istante. Inoltre, non si era trincerata dietro a scuse banali, non aveva cercato di giustificarsi e non aveva fatto ricorso a frasi fatte che molti uomini avrebbero usato. Provò un moto di riluttante ammirazione. Sarah era una donna sincera. Dura, ma sincera.
Ed era stata lei a muovere il primo passo…

L’uomo alto tornò in albergo, fece una doccia bollente e indossò indumenti asciutti: una camicia azzurra, pantaloni grigi di flanella, una giacca di panno blu. Non portava mai la cravatta.
Andò alla finestra. Pioveva a dirotto e con ogni probabilità il tempo non sarebbe migliorato fino all’indomani.
Era a Londra da tre giorni; quindi gliene rimanevano sette.
Tornò in bagno per lavarsi i denti. Li lavava molto spesso: una piccola mania che comunque non produceva danni. Si guardò allo specchio senza particolare interesse; vide riflessa l’immagine di un quarantenne in perfetta forma fisica, largo di spalle, ampio di torace, biondo con i capelli tagliati a spazzola. Gli occhi azzurri evocavano lo stesso calore del ghiaccio.
L’uomo alto si chiamava Dieter Haller ed era antipatico a tutti.
Era sempre risultato antipatico alla gente, e questo per un motivo molto semplice: perché era il numero uno. Primo della classe quando andava a scuola, cintura nera di judo, vincitore del torneo di lotta all’università, tiratore infallibile, pugile perfettamente impostato. Si era laureato con il massimo dei voti grazie a una brillante tesi sugli psicopatici che diventano serial killer. I suoi occhi non erano gelidi in quanto azzurri, ma perché lui era gelido. Non perdeva mai la calma, era capace di uccidere un uomo a sangue freddo ed era soprattutto un investigatore straordinario. Aveva sgominato da solo la peggior banda di tagliagole di Berlino e, benché fosse relativamente giovane, era già riuscito a raggiungere un grado assai elevato, e i suoi avversari all’interno della polizia tedesca incrociavano le dita augurandosi che di lì a breve non diventasse il loro capo.
Dieter sovente rimpiangeva di non essere nato novant’anni prima, non a causa di nostalgie naziste, ma per il suo amore per l’ordine, la disciplina e l’assoluta mancanza di indulgenza. Aveva una mentalità calvinista. Non c’era possibilità di salvezza per chi infrangeva la legge, per i delinquenti, le prostitute e i drogati. Per loro non esisteva redenzione. Dovevano finire in prigione, non per riabilitarsi ma per subire il giusto castigo. Non si era mai curato delle loro motivazioni, né aveva preso in considerazione alibi risibili come un’infanzia difficile e sofferta, un padre brutale e violento o una madre distratta e assente. Non aveva mai pensato che potessero tornare sulla retta via, trasformandosi in cittadini onesti, pronti a ricominciare una nuova vita.
Mai.
Tranne una volta.
Un’unica volta.

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I LOVE JANINE 12

I love JanineSarah la guardò con disprezzo.
Janine le aveva fatto una scenata di gelosia perché lei aveva dato un senso erotico alla sua esibizione con Susan Driver: però quella era solo finzione scenica. Poi, dopo averla pesantemente offesa, l’aveva implorata di non lasciarla. Sembrava che non potesse vivere senza di lei. Ma invece si era consolata molto in fretta. Ciò significava soltanto una cosa: che non l’aveva mai amata veramente.
Non meritava comprensione, né alcuna compassione; il termine “sgualdrina” si adattava perfettamente a lei, e bene aveva fatto Sarah a trattarla con durezza.
Tuttavia vederla nuda, palesemente soddisfatta, con quel lampo di sfida negli occhi, la ferì profondamente. A livello razionale non avrebbe dovuto importarle, ma la vita non si basa solamente sulla razionalità: esistono degli aspetti emotivi, che si sovrappongono alla fredda logica, contrastandola e talvolta (o spesso) avendo la meglio, anche in casi in cui ciò si dimostra palesemente assurdo. Mogli picchiate che non riescono a lasciare il marito, uomini apparentemente decisi e risoluti che soggiacciono ai capricci di un’amante scaltra, genitori che chiudono entrambi gli occhi davanti alle malefatte di un figlio, rifiutandosi di accettare la realtà e polemizzando con gli insegnanti che denunciano i loro misfatti.
Sarah Taverner si rese conto di essere rosa dalla gelosia.
Era una reazione stupida, si disse; però, non poteva farci niente. Janine Leblanc le apparteneva; nessuno aveva il diritto di baciarla, di accarezzarla, di procurarle piacere. Sebbene fossero pensieri insensati, non riusciva a eliminarli.
Janine si alzò dal divano e si rivestì con calcolata lentezza. Anziché tenere gli occhi bassi, la sfidava apertamente fissandola. Sarah colse derisione nel suo sguardo. O forse era un’espressione vendicativa?
Marcus entrò nel soggiorno con un’aria odiosamente compiaciuta, che indusse Sarah a una nuova riflessione. Lui sapeva che lei sarebbe arrivata esattamente a quell’ora. Il citofono guasto? Era pronta a scommettere che si trattava di una messinscena e che invece funzionava perfettamente. Marcus voleva che lei vedesse Janine nuda. Ma perché? Qual era lo scopo che si prefiggeva? Le sembrava un comportamento stravagante. Però, non si trovava nelle condizioni migliori per pensare lucidamente, era scossa e turbata, e desiderava solo uscire subito da quella casa. Gli porse i soldi, prese la busta senza controllarne il contenuto e si diresse verso la porta. Era consapevole di apparire sconvolta, e non voleva che Janine la vedesse in quello stato. Si sentiva umiliata come mai prima in vita sua.
Si impose di reagire.
Raddrizzò le spalle e, prima di aprire la porta, si voltò assumendo un’espressione fredda e distaccata. “Bene.”, disse. “Ora potete proseguire tranquillamente. Buon divertimento!”
Vide che Janine arrossiva e ne fu intimamente soddisfatta.
Poi uscì.

Quando rincasò, esaminò il suo comportamento. Tutto sommato, aveva reagito bene. Inizialmente aveva ceduto all’emotività, però era riuscita a riprendere il controllo: niente scenate, nessun insulto, nessuna aggressione verbale o fisica, benché per un breve momento fosse stata tentata di prendere Janine per i capelli. Si era accomiatata in modo dignitoso e l’aveva costretta ad arrossire.
Tuttavia era un trionfo ben misero.
Quello che contava era come si era sentita dentro, e come stava attualmente. Male, pensò. Decisamente male. Si svestì e si infilò sotto la doccia. Si lavò energicamente, come se questo potesse aiutarla a scrollarsi di dosso tutte le emozioni, le perplessità e i dubbi che si affacciavano alla sua mente. Marcus era uno spacciatore di droga. Se avesse visto Janine nuda nella casa di un ingegnere, di un avvocato o di un operaio, la sua reazione sarebbe stata la stessa? Sì. Marcus non c’entrava niente. Lo escluse dai suoi pensieri. Tutto ruotava solo intorno a Janine.
Quindi era davvero gelosa?
Sì, ammise a denti stretti.
Si asciugò vigorosamente, indossò una tuta da ginnastica e andò in soggiorno. Com’era gelida quella casa senza Janine! Le mancava? Era questo il motivo per cui era tornata da Marcus, pur sapendo nel profondo di se stessa che non le stava più vendendo della semplice coca ma qualcosa di molto più pericoloso?
Sì.
Però, non poteva perdonarla. Lei era a conoscenza di quanto era accaduto fra suo padre e sua madre, lei sapeva che la mamma era morta a causa di una gelosia immotivata. Perciò non avrebbe mai dovuto accusarla ingiustamente, arrivando a insultarla. E adesso l’aveva tradita. Beh, “tradita” non era la parola esatta, visto che non stavano più insieme; cionondimeno non riusciva a dare un significato diverso a quanto era accaduto. E quello sguardo sfrontato, poi! Rappresentava una rivalsa, era chiaro. E se fosse stato dovuto all’amore che ancora provava per lei? Se si fosse concessa a Marcus per tentare di vincere la disperazione, perché si sentiva sola e infelice? E lei, Sarah, non era forse andata a letto con Susan?
Aprì la busta e dispose una grossa striscia su uno specchietto.
Fissò quella polvere bianca, sapendo che fra breve avrebbe scordato ogni cosa, tutto avrebbe assunto un’altra luce e lei sarebbe scivolata nell’oblio.
Il disco con Meaghan O’Reilly, la sua carriera… Janine. Semplicemente, sarebbero svanite dal suo cervello, come fastidiose nubi scacciate da un vento gagliardo.
Arrotolò una banconota e si chinò sul tavolo.

Da ragazza, Sarah si era qualificata per la finale dei giochi studenteschi che quell’anno si svolgeva a Manchester. Era una tiepida giornata primaverile, il cielo era limpido e luminoso. Splendeva un sole quasi estivo.
Quella mattina si era svegliata quando era ancora buio. Si era alzata dal letto e a piedi nudi era andata a guardare fuori della finestra; non aveva visto granché, tranne una pallida striscia di luce che dall’East End preannunciava l’alba. Aveva fame. Si era preparata un’abbondante porzione di porridge, aveva spalmato marmellata di arancie Wilkin & Sons su una grossa fetta di pane tostato e aveva bevuto un bicchiere di latte. Era eccitata e ansiosa: voleva vincere. Durante il tragitto in macchina, circa quattro ore per coprire la distanza che separa Londra da Manchester, non era riuscita a pensare ad altro.
In base ai tempi ottenuti nelle qualificazioni Sarah era la favorita nei quattrocento metri piani. Sarah era brava anche nei cento e nei duecento, ma eccelleva soprattutto nei quattrocento, dato che abbinava potenza a resistenza.
A causa della tensione partì male e una certa Reese Black schizzò davanti a tutte, con una falcata armoniosa che sembrava consentirle di correre quasi senza fatica. Reese era accreditata del secondo miglior tempo e si era già imposta nella gara precedente, gli ottocento metri; non possedeva l’esplosività di Sarah ma in compenso, essendo abituata alle lunghe distanze, era in grado di mantenere lo stesso ritmo fino al traguardo. Per vincere Sarah aveva calcolato di prendere un buon vantaggio iniziale e poi di stringere i denti resistendo alla rimonta di Reese. Contava anche sul fatto che l’avversaria si sarebbe demoralizzata vedendola irrimediabilmente lontana. Ma le parti si erano invertite.
Sarah si lanciò con decisione all’inseguimento, guadagnando terreno e staccando le altre, tuttavia lo sforzo per rimontare fu eccessivo e quando affiancò Reese si rese conto di non avere più energie. Reese invece, benché paonazza in viso, era ancora fresca e non aveva perso la scioltezza iniziale.
Sarah capì che era stata più intelligente di lei: non si era fatta prendere dall’ansia, non si era disunita cercando di resistere a tutti i costi e aveva continuato a correre secondo le sue possibilità come se stesse allenandosi da sola.
Sarah odiava perdere.
In tribuna c’era suo padre, che lei non detestava ancora, e non voleva deluderlo: gli aveva promesso che avrebbe vinto e una sconfitta sarebbe stata intollerabile. Si impose di non cedere. Ma non ce la faceva più. Lanciò un rapido sguardo a Reese e ciò che vide la spronò a dare tutto: malgrado lo sforzo, Reese sorrideva. Restò affiancata a lei ancora per qualche metro, poi cominciò a perdere terreno. Le passò per il cervello che arrivare seconda sarebbe stato comunque un buon risultato – per molte ottimo -, ma quello era il classico atteggiamento mentale dei perdenti.
Lei era una vincente nata. Era sempre stata abituata a primeggiare.
Le sembrava che da un momento all’altro il cuore dovesse scoppiarle, ciononostante riuscì a produrre un ultimo sforzo disperato e affiancò di nuovo Reese; però fu solo questione di un attimo, poi l’altra la staccò ancora. Era finita. Sarah meditò di buttarsi sul prato che fiancheggiava la pista di atletica. Quell’erba di un verde brillante pareva aspettare proprio lei. Si sarebbe stesa a riprendere fiato. Non era più in grado di continuare: aveva chiesto troppo a se stessa, le gambe non rispondevano più. Non le interessava il secondo posto: seconda o ultima non faceva differenza.
Poi ripensò all’odioso sorriso di Reese Black. Le gettò un altro sguardo fugace. Reese era alta, bionda, con la coda di cavallo; se non fosse stato per i denti, vagamente equini, l’avrebbe definita una bella ragazza, di quelle che fanno girare la testa a tutti i maschi della classe. Aveva gli occhi azzurri, gambe lunghe e slanciate, era snella ma con un seno già perfettamente sviluppato. Soltanto i denti stonavano.
Reese non le aveva fatto niente, però in quel momento la odiava.
Si rassegnò. Ma poi scosse la testa con rabbia e, pensando di morire, richiamò anche l’ultima stilla di energia.
La raggiunse a cinque metri dal traguardo.
Si scagliarono simultaneamente in avanti, ma fu Sarah a prevalere, di un centimetro forse.
Poi si accasciò completamente esausta.
Reese Blake non sorrideva più. Era piegata in due spossata e delusa. Tuttavia trovò il coraggio per avvicinarsi a lei e tenderle la mano, aiutandola a rialzarsi. Si abbracciarono, mentre il pubblico di studenti, genitori e insegnanti applaudiva entusiasta.
In seguito il suo allenatore, il professore di educazione fisica, le avrebbe detto che, visto come si erano messe le cose, nessun’altra avrebbe potuto farcela.
Se Sarah non avesse incontrato la musica, sicuramente sarebbe diventata un’atleta olimpionica. Non soltanto per il talento, ma per la feroce determinazione di cui quel giorno aveva dato prova.
Sarah Taverner si stupì per quel ricordo. Era da molto che non pensava più a Reese Black e alla sua fantastica vittoria e trovava strano che le fosse tornata alla mente proprio adesso, mentre si apprestava a viaggiare, a dimenticare, a cercare l’oblio che Marcus le aveva venduto. Rimase ferma a lungo, la banconota in una mano, gli occhi fissi sulla striscia bianca. La attirava nello stesso identico modo con cui l’aveva attratta il prato verde di Manchester.
La attendeva una sconfitta, comunque volesse metterla. Ed era una sconfitta molto più grave, perché non sarebbe stata Reese Black a batterla… ma lei stessa.
Ignorò quel pensiero: la tentazione era troppo forte.
Tornò a chinarsi, assaporando già ciò che avrebbe provato.
Si bloccò all’ultimo istante.
Con la medesima forza che le aveva permesso di tagliare il traguardo per prima si alzò, rimise la polverina nella busta, andò in bagno e gettò nel water quella che sarebbe stata la sua disfatta definitiva.
Non si sentiva per niente bene e nel giro di pochi secondi rimpianse ciò che aveva fatto.
Decise che sarebbe tornata da Marcus.
Poi rivide il sorriso trionfante di Reese Black.
Era già in tuta.
Si infilò le scarpe da ginnastica.
E uscì a correre per Londra.

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